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martedì 31 ottobre 2023

Un Halloween in streaming: La caduta della casa degli Usher | The Last of Us

Dopo aver adattato Jackson e James, Mike Flanagan chiude la sua ispiratissima trilogia gotica cimentandosi con un altro capolavoro dell'horror. Questa volta si rifà al maestro dei maestri, Poe, e lo omaggia in una serie densa di citazioni. Se la cornice narrativa è quella del racconta La caduta della casa degli Usher, ogni episodio si rivela invece una reimmaginazione delle novelle più spaventose. Le puntate sono caroselli di storie dentro storie. Sontuose feste di morte in cui le dipartite, splatter e fantasiosissime, provengono ora da Il gatto nero, ora da Il pozzo e il pendolo. Roderick – un carismatico e fascinoso Greenwood – è il fondatore di un'industria farmaceutica responsabile di un'epidemia di oppiacei. Spietato e senza scrupoli, ha intrapreso una fulminante scalata sociale insieme alla sorella e messo al mondo una progenie corrotta quanto lui. In pochi giorni si troverà a seppellire tutti e sei i figli. Qual è il prezzo da pagare, in una vicenda di avidità, sesso e ambizione? Meno horror delle serie precedenti ma perfino più crudele, con i suoi monologhi caustici e riflessioni al vetriolo sul consumismo, l'ultima scommessa di casa Netflix è una saga generazionale sul male di cui, a volte, le famiglie sono capaci. A interpretare gli Usher tornano i soliti attori feticcio. Su tutti aleggia la presenza seducente di Carla Gugino, la cui bellezza senza tempo la fa muovere fra epoche e travestimenti, offerte e minacce. Chi non berrebbe un cognac con lei? Gli unici incorruttibili: una nipotina idealista e un tuttofare dal passato rocambolesco (di lui parlano Le avventure di Arthur Gordon Pym), interpretato da un inatteso Hamill. Dimenticate la commozione per gli sfortunati eredi di Hill House, per me di una perfezione insuperata; gli spettri – un po' troppo melensi – di Bly Manor. Qui non c'è consolazione nell'aldilà. Non c'è riconciliazione nell'oltretomba. Sono già uno strazio le cene condivise. Chi vorrebbe trascorrere insieme anche la vita dopo la morte? (8)

I videogiochi ispirano pessime trasposizioni: è una legge universale. The Last of Us non è soltanto l'eccezione alla regola, ma è una creatura ibrida che mette d'accordo sia gli appassionati del blockbuster che gli amanti del cinema d'autore. Merito dei suoi ritmi lenti e di un andamento che ricorda gli indie The Road e Light of My Life, e perfino un po' il nostro Anna. Horror on the road ambientato in una America post-apocalittica dilaniata da mostri e banditi, la serie HBO ha per protagonisti un uomo segnato dalla tragedia e un'adolescente misteriosamente immune. All'indomani di un'epidemia tratteggiata con agghiacciante realismo, gli esseri umani vanno temuti più degli infetti. Il dolcissimo Pedro Pascal, stando sempre un passo indietro, sorveglia Bella Ramsey come farebbe un genitore apprensivo e lascia a lei le scene madri più memorabili. La chimica fra i due garantisce emozioni altalenanti, ma innegabili. Dipinti entrambi con luci e ombre, sacrificherebbero la spasimata cura pur di non cedere ai morsi dell'abbandono? Dappertutto aleggia un senso di tragedia. In nome di un pathos inseguito a ogni costo, episodio dopo episodio, la serie dimentica a lungo andare sottotrame intriganti e comprimari creduti, a torto, importanti. Ma mentre il terzo episodio – parabola sulla persistenza di uno struggente amore gay – ci regala un capolavoro romantico musicato a Max Richter, gli altri finiscono per generare uno strano senso di assuefazione davanti all'ennesima morte, all'ennesimo sacrificio, all'ennesimo morso. Bella ma non bellissima, insomma, questa trasposizione videoludica sfida il luogo comune: agli Emmy è già record di nomination. Ma è realmente la serie dell'anno? (7)

venerdì 26 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Big Little Lies S02 | La casa di carta S03

Il libro è sempre meglio del film. Al giorno d'oggi il luogo comune vale anche per le serie TV? Aiutato dai tempi più estesi, il piccolo schermo può trasporre un romanzo meglio del cinema. Cosa succede, però, quando non ci si vuol fermare al primo ciclo di episodi? Quando la televisione scavalca gli autori, va oltre a tentoni, e quei romanzi autoconclusivi li supera per trarne a ogni costo una seconda stagione? Lo abbiamo scoperto in anticipo con The Handmaid's Tale: il soggiorno a Gilead era faticoso lo scorso anno, quindi figuriamoci adesso – il terzo di fila. A giugno, invece, lo abbiamo visto accadere con la commedia a tinte thriller sulle disavventure delle cinque di Monterey: spesso in conflitto fra loro, si scoprivano amiche inseparabili davanti a un segreto di troppo. L'omicidio di uno stupratore. Se il romanzo terminava lì, all'insegna della solidarietà femminile, la serie al contrario doveva andare oltre: troppa la voglia di riunire quel cast d'eccezione, troppo grande il capriccio di bissare i fasti passati alla stagione dei premi. Ma chi troppo vuole, diciamolo, nulla stringe. E nei sette episodi del ritorno di Big Little Lies si fa fatica a trovare un senso. Lo si capisce dalla durata delle puntate, più brevi che mai. Lo si legge nero su bianco in rete, fra i disastri commessi in post-produzione e le resistenze da parte della new entry verso Andrea Arnold: di solito bravissima, la regista fa rimpiangere l'incredibile lavoro di Vallée a causa di un montaggio brusco e di una colonna sonora, questa volta, scelta senza amore. Il problema maggiore resta però la trama assente. Lo spunto: i sospetti verso le protagoniste. Ma agli sceneggiatori interessano la crisi matrimoniale della Whiterspoon fedifraga, i debiti di una Dern sull'orlo di una crisi di nervi, la timida relazione della Woodley, il passato di una sorprendente Kravitz con ridicola mamma medium al seguito, lo scontro titanico fra la Kidman e la Streep. Celeste, da poco vedova, rischia infatti di essere trascinata in tribunale dalla suocera sospettosa. Al pari del figlio scomparso – il fascinoso Skarsgard, che portava sesso e contraddizioni nella prima stagione –, il nuovo personaggio è così subdolo e malpensante, un misto di falsa gentilezza e tic nervosi, che potrebbe regalare a Meryl nuovi trionfi: il suo urlo a cena, non a caso, è già cult. Poco interessata a rivangare i traumi di Perry, così come a seguire le indagini della polizia, la serie risulta di conseguenza poco interessante. Un inutile strascico che, escluso l'affiatamento delle attrici, quest'anno forse non aveva ragione d'essere. La sola consolazione: dati i costi esorbitanti e gli impegni del cast, probabilmente ci si fermerà qui. Di grande, parafrasando il titolo, per un po' resterà soltanto la mia delusione. (6)

A proposito di ritorni forzati. A proposito di incipit improbabili. A proposito di serie TV che non si accontentano di fermarsi quando sarebbe meglio, ma macinano instancabilmente consensi e denaro. La settimana scorsa, su Netflix, ha fatto nuovamente capolino la maschera di Dalì. Dopo un recupero recentissimo, risalente appena allo scorso aprile, a separarmi dalla banda di rapinatori ci sono stati pochi mesi: l'attesa, dunque, non l'ho doppiamente sentita. Sia perché il ritorno era alle porte, sia perché – anche a costo di ripetermi – dico che sarebbe stato più saggio fermarsi alla fuga rocambolesca della seconda stagione. Ma i criminali, com'è ormai noto, fanno sempre di testa loro. Mentre si godono la refurtiva in luoghi esotici, vengono riuniti d'urgenza: Rio è stato catturato. La colpa, ovviamente, è dell'odiatissima Tokyo: gatta morta volubile e scostante, che pianta in asso l'innamorato e per tre giorni va altrove a folleggiare. Il pensiero di Rio torchiato, torturato, mobilita il Professore a organizzare un nuovo colpo: l'ideatore originale era il compianto Berlino, che pur di non abbandonare la produzione s'intravede spesso in qualche nostalgico flashback italiano. Si punta allo scambio degli ostaggi. Si punta non ai soldi, ma all'oro. Qualcosa, come si diceva all'inizio, non torna: La casa di carta fa storcere il naso per la poca necessità del tutto, per il fanservice spudoratissimo, eppure funziona anche con tanto di intoppi. Non mancano le novità: l'ingresso in squadra di Palermo, cattivo che non fa rimpiangere Berlino; la sbirra Alicia, irresistibile cane da caccia con un pancione di nove mesi; il rapporto tenerissimo fra Helsinki e Nairobi, i miei personaggi preferiti, sospeso fra amicizia e amore impossibile. Nessuna menzione, invece, meriterebbe il Professore: fuori forma, patisce l'intromissione a gamba tesa di Raquel. Non mancano, ancora, le spettacolarità di sorta: un caveau sommerso, da perlustrare con la muta da sub; i dirigibili che gettano denaro contante per distrarre la folla; le lezioni di mimetizzazione quando si è messi alle strette. Aggiungete a fantasia ritmo, colonna sonora, montaggio. Partito sotto i peggiori auspici, l'heist movie spagnolo mi ha smentito strada facendo con la furbizia intelligente di chi – vedasi il finale shock – sa rendere indispensabile il binge di un'ennesima stagione. Quando si entra nel vivo dell'azione, e del trash, La casa di carta si conferma l'intrattenimento perfetto. (7)

venerdì 19 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Chernobyl | When They See Us

Nella primavera del 1986 un reattore nucleare esplode in Ucraina. È notte: disastri e misfatti, fateci caso, succedono sempre con il favore del buio. Quando possono cogliere più alla sprovvista. Le conseguenze, si prevede, dureranno per millenni. L'esplosione infetta la flora e la fauna; il pulviscolo infernale si propaga attraverso l'aria. Scorie radioattive, come fossero coriandoli, si depositano sugli spettatori inconsapevoli: inquietati dallo spettacolo, si sono radunati in strada tutt'altro che pronti alle conseguenze. Si può vivere accanto a una bomba a orologeria all'oscuro dei contro? Il disastro si poteva evitare giocando d'anticipo? Harris, Skarsgard ed Emily Watson sono i membri di un'impegnata task force di addetti ai lavori: scavano fra le lastre di grafite, nel marcio, e ricercano un colpevole da assicurare alla giustizia. Abbondano allora i tecnicismi, i discorsi fitti e settoriali, e il rischio di smarrirsi nel tentativo di decifrarli è alto, in particolare negli episodi centrali. Chiamano a rapporto minatori, esperti, ulteriori vittime sacrificali. Gettano colate di sabbia sul nocciolo e sventano il pericolo maggiore: inquinare la falda acquifera. Ma c'è tanta complessità e, soprattutto, troppa freddezza. Alle loro, quindi, si preferiscono senz'altro le storie delle persone comuni: la gravidanza a rischio di una giovane vedova o il duro apprendistato di un novellino, nell'episodio più potente, chiamato a freddare gli animali domestici infetti. Il KGB vorrebbe mettere a tacere i testimoni. Ma l'ossessione per la verità e il peso delle bugie, per fortuna, porteranno pochi coraggiosi a parlare. Più interessante che appassionante, più importante che bella, la serie di Craig Mazin – autore, in passato, delle peggiori commedie demenziali – è l'ultimo tassello di quei (tele)film d'inchiesta nello stile di Il caso Spotlight, The Post o Sulla mia pelle. Produzioni dall'indiscutibile lavoro documentario, che al pari del migliore approfondimento giornalistico mostrano ricostruzioni fedelissime e rivangano pagine di storia recente, risultando rigorose dal punto di vista tecnico e meno sul piano narrativo. Lente e angosciose, con esterni che ricordano il grigiore spaventoso dell'ultimo Suspiria, le cinque puntate si seguono con le orecchie ben aperte e il cuore altrove. La forse sopravvaluta Chernobyl, miniserie già da record, comunque ci illumina: nato a otto anni dalla tragedia pensavo di essere nelle fila di chi ne sa poco. Amaramente, mi sono accorto, ne sapevamo poco tutti quanti. Di quell'Unione Sovietica che non sbaglia mai o, se succede, è così brava a nascondere i danni sotto il tappeto. Di quell'Unione Sovietica che non vuole ammettere resa, dichiarare l'oscurità dei propri costumi, e pertanto tiene dipendenti e civili nel dubbio. Ignoranti e impreparati, vittime non soltanto delle radiazioni ma anche della legge del silenzio; di una forma ingiustificabile di disinformazione programmata. Che il piccolo schermo, tornato a essere finalmente un mezzo d'informazione, possa istruirci. (7)

Cinque ragazzi, bambini o poco più. Nella maggioranza dei casi, non si conoscono. Si trovano la sera sbagliata nel posto sbagliato, Central Park. Ridono, scherzano, folleggiano. Hanno seguito in corteo una folla di coetanei che prometteva divertimento. Quando gli altri si disperdono, a causa di una retata, restano loro. A sventolare bandiera bianca. A prendersi le colpe di un crimine mai commesso. Poco più là, infatti, una jogger è stata stuprata. Perché mettersi a cercare il colpevole, però, se tutto sembra così semplice; se ci sono cinque monelli dalla pelle scura contro cui puntare l'indice? Ha inizio un'odissea processuale che dura quindici anni. Prima le deposizioni raccolte svogliatamente da una polizia che fa orecchie da mercante, poi il processo con un verdetto shock, infine il reinserimento in società mentre il mondo esterno è andato avanti e loro, in fermo, al contrario sono stati lasciati indietro da famiglie, amori, affari. La lettera scarlatta fiammeggerà sui loro petti fino ai giorni nostri. Quando proprio Donald Trump, lo stesso pagliaccio che proponeva per loro la pena di morte, è diventato presidente degli Stati Uniti. Quando Netflix, in vena d'impegno, promette di fare chiarezza. Molto più che un dramma d'inchiesta, When They See Us è una ferita aperta. La ricostruzione necessaria di un'onta irreversibile, che fa riflettere – in lacrime e scossi dai travasi di bile – sul disinteresse della giustizia di fronte alla verità. Accorato e coinvolgente, al punto che gli si perdona anche la vaga retorica del finale, trasuda intensità in ogni puntata. Cresce l'indignazione, così come la compassione verso cinque ragazzini interrotti, che nel migliore dei casi finiscono in riformatorio e nel peggiore in carcere – commuovo, in particolare, le tribolazioni del povero Korey, che al parco non ci doveva essere, che sedici anni li ha soltanto su carta. Come sopravvivere all'isolamento se non rifugiandosi nei sogni a occhi aperti? Come ripulirsi la reputazione se non aspettando che il vero colpevole si faccia avanti? Tutte le star – da Vera Farmiga a Felicity Hoffman, da Joshua Jackson a Logan Marshall-Green – scelgono così di sacrificarsi, in sordina. I giovani del cast, diventati un tutt'uno con i personaggi, invece sembrano a lungo persone reali anziché attori, al punto che non si è tentati di memorizzarne i nomi o di andare a sbirciarne la filmografia in rete. Se un giudice li condanna, per quel che vale, lo spettatore li assolve. Anche se in ritardo, tifa per loro e sbraita. Con la consapevolezza che non sia inutile; che ci siano altre battaglie da vincere. Fino a quando gli americani, qui alle prese con i lati oscuri del famoso sogno, non guarderanno la proverbiale trave nel loro occhio – e gli sbagli commessi. (8)

mercoledì 23 gennaio 2019

I ♥ Telefilm: The Marvelous Mrs Maisel S02 | Una serie di sfortunati eventi S03

Quanto ci eri mancata, carissima Midge? Rieccoti qui, sempre in tiro e reduce dall'ennesimo trionfo annunciato, con un ritorno all'ovile finito sulla fiducia nel meglio della scorsa annata. L'ebrea della New York bene con all'improvviso un matrimonio in forse aveva scoperto un antidoto imbattibile alla crisi esistenziale post separazione: la stand up comedy. Di giorno commessa nel reparto profumi di un grande magazzino, di notte intrattenitrice nelle peggiori bettole, indossava il suo costume da supereroina – collana di perle, un abito da cocktail – e a raffica parlava e sparlava dei retroscena dell'Upper East Side. Nella seconda stagione qualcosa si muove. Si muove lei, fulmine abbagliante fra Parigi (lì la mamma insoddisfatta), la collina (lì i due mesi di villeggiatura estiva), cinque minuti di notorietà in tivù (lì la consacrazione dopo un tour scomodo e provante). E il cabaret, piuttosto, che fine ha fatto? Relegato in un angolo, se ne sente la mancanza nelle prime cinque puntate. La serie infatti ingrana in ritardo, ma cos'altro potremmo rimproverarle? Spazio alla relazione idilliaca fra i genitori (quella, sì, ci interessa senz'altro un po' meno), al nuovo flirt per Zachary Levy (gli si preferisce tuttavia la dolce persistenza di Joel, o perfino il carisma del pittore Rufus Sewell impegnato in un ruolo secondario) e a una professione che tempra le resistenze di Mrs. Maisel. La rivelazione sulla sua doppia vita saggia la solidità dei rapporti familiari, semina gelosie e dissapori, la mette davanti all'impossibilità di stare dietro a tutto. Nonostante gli spostamenti in automobile, le questioni di cuore e la spiccata dimensione corale facciano sentire fino a metà la mancanza del vero show, la serie dei coniugi Palladino si difende alla grande con la solita grande scrittura e con una Brosnahan di cui confermare il carisma. Che dialoghi, che colori, che verve. E quanto piacciono i riferimenti a The Twilight Zone nei salotti, il gossip su quei Kennedy dai pantaloni di seta, i primi processori a cui insegnare le canzoni per bambini nei Laboratori Bell? Carissima Midge, in questo piccolo mondo maschilista che censura il brio e considera i segreti dell'intimità tabù pruriginosi, mi ripeto, quanto ci eri mancata? (7,5)

Li ho conosciuti per la prima volta da bambino, con il film con Jim Carrey: da me amatissimo ai tempi, scopro che era stato stroncato dagli appassionati della saga letteraria. Li ho incontrati nuovamente, poi, tre anni fa: facce diverse e un diverso formato, ma gli stessi lutti consequenziali; le stesse disavventure architettate da un tutore machiavellico e vanaglorioso. Qualcosa, spiace, non funzionava bene e non ha funzionato poi. Una struttura ripetitiva per forza di cose, un andirivieni frustrante e una fedeltà esagerata verso l'universo del suo brillante creatore. Tredici romanzi, tre stagioni pienissime: il troppo stroppia, soprattutto proposto in binge watching. Dopo la stanchezza subentrata nella stagione intermedia – ancora più corposa, ancora più schematica della precedente –, posso dirmi felicissimo di non aver gettato la spugna. Il meglio, infatti, doveva ancora venire: riservato a sorpresa per un gran finale che scioglie tutti i nodi, svela alleanze e parentele, mostra il meglio di scenografi e sceneggiatori. Una montagna innevata, un sottomarino, un albergo che ospita una convention super segreta, un'isola non così deserta su cui ricominciare daccapo: ambienti circoscritti, il che significa meno meno spostamenti e soprattutto meno puntate. Ce ne vogliono appena sette, più asciutte e leggere del solito, per dire addio con un po' di commozione ai Baudelaire e a un Neil Patrick Harris immalinconito. Assieme a loro,  i cambi d'abito e le bizze della meravigliosa Lucy Punch, l'egocentrismo dell'amata-odiata Carmelita e tante novità: compagnie che si smantellano; fratelli, sorelle, trigemini e latitanti pronti a darsi appuntamento nei fasti della sesta puntata; la tenerezza della piccola Sunny, che si barcamena con allegria contagiosa fra l'alta cucina e i funghi tossici. Lemony Snicket aveva un piano preciso e carte vincenti, questa volta, per avere la meglio sul pericolo irritazione facile. Si intensificano i flashback, fino a toccare la generazione precedente, così come gli inseguimenti alle zuccheriere del mistero foriere di scismi e discordie. Non ho tenuto conto dei colpi di scena impossibili, che a sorpresa non guastano. In una chiusa intelligente e metacinematografica, che dice e non dice, accenna, inventa e lascia l'ultima parola alla freschezza del futuro. In un prodotto mai visto, contemporaneamente pieno di pro e di contro, che nel suo piccolo – con il senno di poi l'ardire del tutto appare infatti frainteso, sottovalutato perfino dal sottoscritto – unisce Burton e Anderson, l'umorismo beffardo alle fiabe per famiglie, per costruire un fortino di lenzuola che rattrista abbandonare. (7)

mercoledì 19 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Disincanto | Rick e Morty | Final Space

C'era una volta una principessa ribelle che, come le colleghe femministe Elsa e Merida, rifiuta velo nuziale e corona. Solitaria e coraggiosa, con una mamma morta misteriosamente e un papà presto convolato a nozze con un rettile di matrigna (letteralmente!), si sottrae al destino prestabilito di moglie e sovrana, si impunta, ma non sa quali alternative la aspettino. Giusto un po' più brilla, ma non per questo più audace delle recenti colleghe Disney, cerca sé stessa e un posto nel mondo con i classici viaggi non lontani dalle classiche metafore esistenziali. Non si imbatte né in un lieto fine né nella morale dell'ultimo rigo, ma in due strani aiutanti – un buffo elfo alle prese per la prima volta con la vita vera e un demone custode, che qualche volta la induce in tentazione – che le fanno da spalla comica nell'ultima creazione dell'autore cult dei Simpson e Futurama. Nonostante le aspettative inizialmente alle stelle, le novità scarseggiano. Meglio i rutti rumorosi dell'orco Shrek, meglio le principesse a New York di Come d'incanto, meglio le gustosissime variazioni sul tema dello sfortunato Galavant. Disincanto, infatti, lo si segue ma non brilla di luce propria. Avrebbe potuto prendere e modificare canzoni e motivetti, per farsi beffe della stucchevolezza delle favole per l'infanzia. Avrebbe potuto in alternativa calcare la mano con gli intrecci, il sangue e il sesso, se Il trono di spade è diventato il fantasy per antonomasia. Purtroppo non giovano la durata ingiustificata degli episodi, i ritmi dilatati; situazioni e personaggi abbozzati, in vista di una compattenza narrativa riscontrabile appena dall'ottavo episodio in avanti. No, non ci si lascia incantare a colpo d'occhio. Questo Disincanto poco omaggia, non parodia affatto e, almeno per ora, diverte l'indispensabile. (6)

Prendete un nonno inventore che ritorna all'ovile; una figlia adorante e un genero scettico, noioso, che della famiglia risulta il più sacrificabile; due nipoti più curiosi che intimiditi, in particolare, da traviare nell'arco di tre folli stagioni. Si parla di animazione e fantascienza, due delle cose che meno mi piacciono, ma senza grandi sorprese l'abbinamento non è di quelli letali. Si parla, in ritardissimo, di Rick e Morty: il disimpegno e la leggerezza di una sit-com, sangue e parolacce a fiumi, un amore infinito per il nonsense che si nutre di scenari fantastici, missioni impossibili, paradossi logici e citazioni alte. La serie che, appunto, piace anche a chi su carta il genere non lo digerisce. La serie che vince agli Emmy, per esempio, grazie all'episodio in cui l'irresponsabile Rick si trasforma in un cetriolo pur di non affrontare una riunione familiare che si preannuncia sgradevole. C'è del genio, non lo si può negare mica, in questo Ritorno al futuro col bollino rosso: ma è sufficiente? Troppo sopra le righe ed eccessivo affinché la riuscita sia perfetta o equilibrata, è la dimensione umana, quella interpersonale, che gli manca: soprattutto allontanandosi dalla prima stagione, girata più in piccolo e per questo migliore delle successive, si sente la mancanza degli improperi, in seguito camuffati da un bip strategico; degli interni domestici, delle dinamiche intergenerazionali, a cui si preferiscono i cannibali di Mad Max, mondi alternativi retti dal femminismo imperanti, cloni e deflagrazioni in grande stile. I difetti, forse, stanno in un budget che cresce esponenzialmente; in una serie rinnovata per stagioni e stagioni sulla fiducia, che fa di tutto per stupirci e non ripetersi. Spessissimo ci riesce. Altrettanto spesso, però, rischia di rendere i personaggi semplici macchiette – fa eccezione un Rick che, dopo aver messo in pericolo il nipote e la nostra realtà, di tanto in tanto si ravvede a suon di esami di coscienza –, con copioni di freddure e cattiverie che avvincono e divertono, ma ti impediscono di affezionarti a loro nonostante una compagnia lunga trenta episodi. Non è Bojack Horseman, nichilista e dissacrante. Non è Big Mouth, colorito e sincero. Piuttosto, è un'altra faccia dell'intrattenimento per adulti: a tratti la più fine a sé stessa, ma anche la più audace, la più scatenata. Su questo e altri pianeti. (7)

Siamo sempre nello spazio, sempre in uno sci-fi, sempre a cartoni. Questa volta, però, in una serie animata Netflix di cui poco ho letto in giro, vista su consiglio prima di mio fratello Diego, poi di un coinquilino che ha preferito rivederla con me anziché aspettarmi. La storia è quella di Gary, delinquente da poco ed eroe per caso, condannato a scontare cinque anni di detenzione in solitaria in una prigione galattica su misura in cui patisce la mancanza di altri esseri umani – ad animare le sue giornate, soltanto l'irritante robot Kevin e un'intelligenza artificiale che lo guida e lo consiglia con benevolenza – nonché la crudele penuria di biscotti al cioccolato. La sorte e la sceneggiatura lo chiameranno ad affiancare una bella Guardia dell'Infinito di cui è innamorato perso e a sabotare i pianti del temibile ma cagionevole Lord Comandante – in lingua originale, doppiato da un eccezionale David Tennat –, che vorrebbe aprire un varco per liberare i leggendari Titani, diventando così uno di loro. La chiave sembra essere l'insospettabile e dolcissimo Mooncake: pallina tutta sorrisi, verde e fluttuante, con una fama improbabile di distruttore di pianeti. Finale Space ha musiche indovinate, disegni pieni di colori che accolgono volentieri più di qualche guizzo artistico di CGI e un equipaggio francamente adorabile che intrattiene per dieci episodi, strappa sorrisi e perfino lacrime. Con i suoi sacrifici d'obbligo. Con le canzoni che sottolineano gli stati d'animo loro e nostri. Con un'irresistibile mascotte da proteggere, una coraggiosa ribelle da far sospirare, qualcuno di importante da vendicare sporcandosi le mani di sangue e qualcosa di buono, di vero, da imparare di puntata in puntata. Ci sono ingenuità grandi e piccole; troppi abbracci e troppi discorsi di incoraggiamento; una struttura, a lungo andare, ripetitiva. Ma uno spunto abusato, mai come in questo caso, si rivela vincente con poco senza scontentare né gli appassionati – riconosceranno all'interno l'ironia e la bontà dei Guardiani della galassia – né gli aspiranti nerd dell'ultima ora. Gli si vuol bene all'istante, e Gary e gli altri li si riconosce amici a un primo sguardo, come succedeva a ricreazione, a scuola: benché teneri e sfortunati, i protagonisti provano a fare la differenza – a salvare l'universo –, o almeno ci provano. Dalla nostra, li ringraziamo per il tentativo. (6,5)

venerdì 20 luglio 2018

I ♥ Telefilm: Glow S02 | The Generi

Si ritorna sul ring. Si ritorna a parlare di Glow: la comedy che a sorpresa, lo scorso anno, aveva spinto alle corde gli spettatori e gli Emmy. Di nuovo gli anni Ottanta, così abusati da essermi venuti a noia. Di nuovo una serie di donne, sulle donne, con le femministe di ogni dove sul piede di guerra all'indomani dello scandalo Weinstein. Trash per finta, tutto costumi sgambatissimi e brillantini, lo show sul mondo del wrestling femminile riempiva letteralmente gli spalti – vuoi per Alison Brie, amica detestabile ma ottima padrona di casa, o per una carrellata di comprimari sopra le righe a cui ci si affezionava presto. O meglio: questo è capitato ai più, nel mentre, ma non a me. Glow, carino e tutto, senz'altro ben fatto, proprio non mi aveva conquistato. La parte di me che seguiva gli incontri commentati da Luca Franchini e Michele Posa da bambino, con The Rock, Bautista e John Cena ancora lontani dal grande schermo, voleva dargli una seconda opportunità in nome di una specie di nostalgia: era la scusa buona, almeno, per commentarlo con un fratello minore altrove, indipendente, che poco sente il bisogno di farsi vivo al telefono. Il discorso non cambia: purtroppo, nel mio caso; per fortuna, invece, per chi Glow l'aveva apprezzato a colpo sicuro. Le lottatrici hanno conquistato il loro spazio sulle televisioni locali, ma la strada per la vittoria è piena di accidenti: da sceneggiatura, sono sempre a rischio sabotaggio, sempre a rischio cancellazione. Da una parte scontentano le casalinghe americane, che le ritengono diseducative e discinte. Dall'altra, danno grattacapi ai responsabili dei palinsesti: meritano la seconda serata, l'oblio, soprattutto se Ruth – anima del gruppo condannata a essere sempre fraintesa per un'immutabile antipatia di fondo – non cede alle avance di uno dei piani alti? Come contrattaccare? Si mettono meglio a punto sigle d'apertura, maschere, drammi, mosse. Ci si picchia con maggiore convinzione, a costo di una gamba rotta. Si mettono in mostra più carne, più glitter. Qualcuna di loro si sposa in diretta, qualcuna sbarella pubblicamente, qualcuna si scopre mamma, figlia, fidanzata. I picchi di inaudita genialità: tutti stipati nell'ottavo episodio. Ma, a proposito del resto, mi sono trovato mio malgrado a fare lo stesso gioco degli spettatori della finzione. Che fraintendono lo show. Che non lo trovano affatto indispensabile. Che, se non cambiano canale, non è per le vicende personali delle ragazze – di cui, onestamente, continua a importarmi poco e niente – ma per un peccato veniale che mi porta ogni volta a promuovere l'accuratezza della messa in camera; l'acume di qualche trovata metatelevisiva; la grande bravura di belle che ballano, e qui picchiano. (6+)

Maccio Capatonda: non lo conoscevo, se non di nome. Qualche sketch comico ai tempi di Mai dire e un fratello minore che, da adolescente, ripeteva per casa i suoi più famosi tormentoni a mo' di mantra. Pur avendo sempre un occhio di riguardo per il cinema italiano, commedie comprese – mai recensite ma mai disdegnate, per dire, quelle di un Checco Zalone – non ho visto nessuno dei suoi due film. Galeotta è stata un'intervista radiofonica condotta da Alessandro Cattelan, in cui il comico abruzzese aveva parlato di questo progetto strano e ambiziosissimo che, non senza un iniziale scetticismo, aveva trovato infine il lasciapassare di Sky. È scattato da sé, all'istante, il recupero di The Generi. Il protagonista è Gianfelice Spagnagatti: uno come me, come te. Blogger sottopagato che fa il suo mestiere semplicemente per passione, troppo impegnato tutto il giorno sul divano per pensare all'amore della vicina di casa. È per sfuggire alla dichiarazione di lei, al suo abbandono, che da bravo fannullone imbocca la porta del bagno. Non sapendo che quello, per un moderno inetto che deve ancora scoprire sé stesso e prendere coscienza delle proprie zone d'ombra, è in realtà il portale per un universo metacinematografico da esplorare. Finisce ora nello scontro fra sceriffi e indiani di un western d'essai; ora in un esilarante slasher anni Ottanta, con il meglio e il peggio dei cliché della cultura americana; a volte in un fantasy alla Garrone, con una principessa che non ride mai e un giullare pettoruto che deve imparare a farlo, e altre in una commedia sexy con Alvaro Vitali, in cui tette, culi, reggicalze e verginità da barattare sono il vademecum. Senza dimenticare, poi, gli eroi ipodotati di un cinecomic tutto da ridere; un quiz con la conduzione di Nino Frassica, che fa il verso a The Millionaire; un noir fumoso, in bianco e nero, con i bulli, le pupe e i colpi di scena. La fotografia si adegua ai temi, ai toni, al registro. Cambiano l'aspect ratio e la cura insospettabile che c'è dietro. Non si disdegnano il sangue, le panoramiche a volo d'aquila, la computer grafica. La scrittura si scopre così piena di rimandi interni, dotata di una coerenza da rivelare soltanto nel finale. C'è un po' di genio nel nonsense di Maccio Capatonda, sì. Nella sua recitazione amatoriale, svogliata, eppure naturalissima, da uomo medio alle prese con una situazione paradossale. Nelle freddure gratuite, che fanno ridere per quanto volutamente infelici, e nelle trovate a cui ho pensato e ripensato, trovandomi sempre a sogghignare. The Generi è nuovi tormentoni per i fratelli minori e nuovi personaggi vincenti: per me, una nuova scoperta. (7)

sabato 14 luglio 2018

I ♥ Telefilm | The Handmaid's Tale - Stagione 2

Tremate, tremate, le ancelle son tornate. Quanta strada hanno percorso, da dietro i paraocchi della loro inquietante tonaca rossa. Quanti consensi hanno mietuto, imponendosi nella stagione dei premi e in cima al meglio della scorsa annata. Si aveva sinceramente paura, dopo un ciclo di episodi perfetti, di scoprire quale sarebbe stato il passo successivo; come sarebbe stato, staccarsi dalla mano di una Margaret Atwood che ormai aveva finito il suo lavoro lì – il finale della prima stagione corrisponde infatti al finale del romanzo: dunque cosa inventarsi dopo? C'era tutto un mondo da scoprire, e l'impiego della prima persona ne limitava di molto fra le pagine gli scorci, i punti di vista, le vedute panoramiche. C'era da domandarci cosa sarebbe stato della tribolata protagonista dopo quell'ultimo sguardo in camera, all'indomani della fuga. Ci aspettavamo la rivalsa, per quanto banale potesse suonare; la ribellione. La disobbedienza di June, nella serie televisiva che avuto il buon cuore di regalarle un nome di battesimo, purtroppo dura poco: giusto il tempo di pentirsene, di piegarsi. Riposta la sua luciferina aria di sfida, di ritorno a casa Waterford, diventa Offred. Stanca di fare del male agli altri per colpa dell'egoismo di chi si è scoperta intoccabile, galeotta la pancia miracolosa che cresce e cresce. Stanca di scalpitare. Sembra vinta, a tratti, e dire che in chiusura avevamo fantasticato sulla sconfitta dei bastardi. La fuga, poi il ritorno. Le Colonie, poi il ritorno. La ribellione, poi, complice il senso di colpa, sempre e comunque il ritorno. Il fuori resta perciò poco esplorato. Le sollevazioni grandi e piccole non sono che tappe che riportano con violenza aggiunta allo status quo. Ancora meno agevole, ancora più provante che in passato, si ha l'impressione che ci sia troppo in soli tre episodi aggiuntivi che fanno la differenza, che pesano sulla bilancia. I piatti, così, sono meno in equilibrio. Oscillano sotto un peso che quest'anno non conosce nemmeno la tendenza a sdrammatizzare della voce off; l'ironia o il lirismo della colonna sonora rock 'n roll. Una volta pesavano ogni sopruso, ogni abuso, ogni perdita. Adesso si perde il conto dei cambi di ruolo e di umore di una Elisabeth Moss non così amabile; il numero dei tentati suicidi in nome della disperazione, dei falsi allarmi della gravidanza, dei personaggi introdotti e mai più rivisti, di Colonie sbirciate (con tanto di cameo della rediviva Marisa Tomei, a proposito di personaggi inutilizzati) ma alla fine inservibili a livello narrativo. Mancano all'appello i parenti, i mariti, le amiche che ce l'hanno fatta a raggiungere il confine canadese. Gli autentici momenti da brivido, le scene madri, se tutto ambisce invano a restare impresso – sulla pelle d'oca, nel Gotha della TV. Il ritorno di The Handmaid's Tale è ad ampio respiro, e forse per questo più romanzesco, più dispersivo, con sceneggiatori indecisi su quali dettagli o emozioni concentrarsi davvero. Arriva sempre forte, ma purtroppo meno chiaramente. Per le interferenze di storyline senza sbocchi e, tocca ammetterlo, di immani aspettative. Qualcosa cambia in positivo, a ben vedere, dall'ottavo episodio in avanti. Merito della lenta metamoforfosi di una Yvonne Strahovski da Emmy, combattuta fra la fedeltà alla Repubblica e la solidarietà femminile, fra orgoglio e sottomissione (è proprio lei a impugnare una penna rossa, infatti, e a porgerla a Offred, chiamandola finalmente June); delle sfide di una Bledel che non si spezza e della maternità dell'instabile Brewer, che mi ha commosso con una tenerezza che qualche volta guarisce; della fragile e crudele Eden, andata in moglie all'autista Nick, con un falso bigottismo a nascondere tutto l'avventato ardore dei suoi quindici anni. Le ancelle – non soltanto bestie da monta ma anche vacche da latte, in caso il Signore abbia fatto schiudere il loro frutto benedetto – si scambiano i nomi sottovoce. E ammettono fra le proprie fila quest'anno non soltanto il rosso, ma anche il blu, colore delle mogli trofeo di Galaad. Tutte insieme, allora, se vanno in schieramenti compatti e ordinati oltre il punto fermo messo trent'anni fa da una profetica Margaret Atwood. Ma a malincuore non riescono né a superarlo, né a superarsi. (7)

lunedì 12 febbraio 2018

I ♥ Telefilm: Shameless VIII | Lovesick III

Lo scorso inverno avevamo lasciato i Gallagher in forma smagliante, nonostante piangessero (ma non troppo) la morte di un loro familiare. Una pecorella smarrita tornata all'ovile giusto il tempo di esalare l'ultimo respiro e, con la sua eredità, metterli per l'ennesima volta nei pasticci. Fedelissimi perché senza alcuna possibilità di fuga, rieccoli. Con situazioni sentimentali ora in pausa, ora archiviate, e il pensiero fisso di diventare indipendenti svoltando. In quell'angolo di Chicago, però, il terreno resta infertile; gli impulsi sbagliati. Se ne vanno così in cerca di soluzioni alternative, con le buone o con le cattive. Di altri polli da spennare. La famiglia Gallagher perde il pelo, ma non il vizio. Non perde lo smalto, no, ma qualcosa comunque non funziona con la solita scorrevolezza. Frank, ripulito e nato a nuova vita, scopre che la legalità e il posto fisso hanno le ore contate; Fiona, imprenditrice improvvisata, riscuote affitti, combatte contro truffe furbissime e inquilini maleducati; Ian, ufficialmente single, diventa accanito attivista della comunità gay per riconquistare un ragazzo impossibile; Lip, meccanico, fa da sportello d'ascolto agli alcolisti anonimi, a volte con successo e altre meno; Carl, invaghito, potrebbe precludere il suo futuro alla scuola militare; l'antipatica Debbie, a onor del vero non più così antipatica, impara a prendersi le sue responsabilità di ragazza madre e perfino Liam, il piccolo di casa, comincia ad avere diritto a una storyline tutta sua. Fuori, all'Alibi, Kevin e Ronnie continuano intanto il triangolo di sesso e sopraffazione con la mitica Svetlana, pronta sfortunatamente a dare forfait, pare, nella stagione che verrà. Scritto bene, interpretato da attori ormai inscindibili dai loro svergognati personaggi, Shameless resta godibilissimo. Ma, questa volta, ho lasciato che i dodici episodi si accumulassero un po' svogliatamente. Ma, questa volta, la serie che non ha vergogna rischiava di non avere davvero grosse novità. La formula resta la solita, e probabilmente al solito mi piacerebbe, ma dopo otto anni insieme inizia a farsi sentire una certa ripetitività; una certa stanchezza. Shameless mi farà sempre ridere da matti. A modo suo, ne uscirà sempre bene: canaglia che cade, ma in piedi. “Sempre”, però, è un tempo troppo lungo per uno spettatore incostante come me. Anche se si parla di qualcuno come i Gallagher, sospetto. (7)

Erano stati necessari due anni, un cambio radicale di titolo ed emittente, affinché le ex ragazze di Lovesick – precedentemente noto come Scrotal Recall – tornassero ad ascoltare le confessioni di Dylan. Un romantico inglesino dalla chioma bionda e il cuore d'oro che le aveva amate tutte, a modo suo, nonostante il sospetto di aver trasmesso una malattia venerea a più di qualcuna di loro nel mentre. Della prima stagione, originalissima, avevo sentito subito la mancanza. La seconda, eppure così attesa, mi era parsa ripetitiva, strascicata: una delusione bruciante. La terza non la aspettavo, almeno non tanto presto. Su Netflix, ritroviamo i soliti volti noti. Il simpatico ma patetico Angus, che si innamora facilmente e facilmente viene abbandonato a sé stesso. Luke, il dongiovanni bisognoso che, per forza di cose, si scopre cotto di quell'amica di letto che non vuole legami. Dylan ed Evie, finalmente insieme dopo sette anni di amicizia e tre stagioni fatte di lunghi tira e molla, di tempismo sbagliato. Ci si ritrova insieme nella stessa casa. Con coppie che scoppiano, segreti di famiglia, ricordi a cadenza casuale. Delicato ma stanco, purtroppo quasi noioso, l'ormai anonimo Lovesick è divententato definitivamente accompagnamento di sotttofondo. Non fa ridere, non fa piangere, ma conserva la vaga simpatia che ispirano certe compagnie quando sono ben assortite. Il protagonista, in cerca della cura, del perdono, dell'anima gemella, non ha più la clamidia. Non ha più i fantasmi delle donne del Natale passato. Non ha più, su lungo tratto, quell'umorismo british che ai tempi mi era parso irresistibile; bassi pruriti, o ulteriori dettagli da aggiungere. Guarito dalla sua infenzione, dal suo mal d'amore, è congedato qui senza una visita di controllo. Senza, con tutta la simpatia di questo mondo, ulteriori chance. Scomparsi i sintomi, scomparsa l'originalità. (5,5)

venerdì 3 novembre 2017

I ♥ Telefilm | Stranger Things - Stagione 2

Per molti serie senza rivali dello scorso anno – nel mio personale listone, aveva saputo scalzarla all'ultimo momento soltanto l'impenetrabile The OAStranger Things era una magia di cui tutti attendevano il ritorno e le scintille. Avrebbe fatto nuovamente il suo incantesimo, non tradendo grandi amici e piccoli brividi? Avrebbe convinto ancora, così come assicuravano le impressioni della stampa? Sui social mi è scappata in anticipo qualche parola amareggiata di troppo. Perché, diciamolo subito, per me la seconda stagione non ha né mantenuto né raddoppiato l'effetto nostalgia. Finendo per deludere, in una maratona di pochi giorni con i colori di Halloween per le strade del centro e, in poltrona, un'emozione in ritardo imperdonabile. A Hawkins, Indiana, il male è come a Derry: di casa. I campi seccano misteriosamente, i raccolti di zucche muiono. C'è qualcosa di marcio nel sottosuolo: una porta da cui si riversano i mostri e il caos che Eleven ha rallentato, non fermato. Tornata dopo l'uscita di scena dello scorso finale di stagione, la punta di diamante del cast vive isolata in una cascina irraggiungibile nei boschi: si fa crescere i capelli, sperimenta il punk e l'eyeliner e, ora con il pensiero e ora sulle proprie gambe, va in cerca di sé e delle proprie radici familiari. Will è tornato, ma contagiato dal male: ha una nuova sensibilità, un diverso sentire, complici vaneggiamenti inquietanti che forse non sono che finestre sul futuro. Gli sta accanto un Mike incapace di arrendersi alla perdita dell'amica, mentre Lucas e Dustin sono alle prese con un triangolo sentimentale (che guaio, i boccoli rossi di Max, l'ultima arrivata in città) e un animaletto domestico di dubbia provenienza. I bambini, tra sale giochi e feste a tema, si mettono nei pasticci. Gli adolescenti chiedono vendetta per Barb e chiarezza sui loro sentimenti. Gli adulti, impavidi o sprovveduti, scendono nei covi più reconditi a loro rischio e pericolo. Quest'anno Stranger Things non sorprende, neppure in episodi conclusivi in cui sembra ritrovare parte di quello che si è perso. Indecisa tra la tentazione di ricalcare furbamente aspetti della sua istantanea iconicità (una mappa tappezza il soggiorno in sostituzione alle famosissime luci natalizie, Should I Stay or Should I Go è di nuovo in cuffia) e il bisogno di rinnovarsi (citazioni che questa volta spaziano dai più sanguinosi L'esorcista e Evil Dead, la dimensione individualistica sfortunatamente preferita ai pregi della collettività), la serie Netflix porta avanti diverse storyline e dimentica la bellezza dei momenti d'insieme, tanto toccanti anche nell'ultimo It. I protagonisti appaiono riuniti soltanto nel frettoloso e blando scontro finale. Nessuna prova attoriale impressiona, lì dove invece, in passato, ci sono stati premi o menzioni: una Winona Rider sopra le righe trova la compagnia di Sean Astin, ma perde la meraviglia di un ritorno in grande spolvero; Millie Bobby Brown vince il mutismo, si fa più graziosa a vista d'occhio, ma i suoi occhi espressivi suggerivano più di mille strepiti. I Duffer Brothers rinunciano alla realizzazione di qualche episodio; lavorano per accumulo. Aprono porte e parentesi soprannaturali, mettendo tanta carne al fuoco: dimenticata lì, poi, per le stagioni che saranno. La puzza di fumo insospettisce però. Stranger Things è tornato, ma poco coeso. Più solitario, più pasticciato. A malincuore, perché così sottotono questo Sottosopra? (6,5)

martedì 8 agosto 2017

I ♥ Telefilm - Speciale Comedy #1

Perché non l'ho visto prima? La domanda sorge da sé, spontanea, alla fine delle venti puntate che costituiscono prima e seconda stagione di Master of None. Una comedy Netflix newyorkese, premiatissima, che ha attirato la mia attenzione più per la partecipazione di una guest star italiana che della presenza fissa agli Emmy – un sorriso di Alessandra Mastronardi può tutto, ebbene sì, anche giustificare una maratona clandestina dei Cesaroni e far capitombolare all'unisono i giornalisti di IndieWire. Tocca aspettare la seconda stagione, l'arrivo in una Modena in bianco e nero che ammicca a Ladri di biciclette, per scoprirla innamorata insoddisfatta del solito Scamarcio e impiegata in un famoso pastificio della città. L'arrivo dell'adorabile Dev, americano in cerca di se stesso, metterà tutto in forse – tra balli già cult mentre fuori cade la neve, canzoni di Mina (Un anno d'amore, stupenda), passeggiate lunghissime che sembrano parte della perfetta romcom. Andiamo con ordine però. Partiamo dalla prima stagione. Dove il sorprendente Aziz Ansari – che recita, scrive e dirige, il tutto con innata simpatia e buon gusto – è un aspirante attore che non si accontenta più di apparire qui e lì. Sogna un ruolo da protagonista. Rifugge il luogo comune dell'indiano tassista, gestore di minimarket, vittima sacrificale. Lo supportano la famiglia, amici simpatici quanto lui (su tutti Arnold, gigante abbracciatore) e dosi generose di pasta fatta in casa. Si parla di religione, generazioni contro, matrimonio e convivenza. Si beve, si gironzola, si mangia. Si vola in Europa, infine, con il cuore in frantumi e all'inseguimento di un sogno: pasta all'uovo e l'amore impossibile per la Mastronardi, bellissima trentenne provata da un indimenticabile autunno a New York. La cucina, lì, è un'altra cosa, e ispira progetti alternativi: quant'è lungo il passo da attore a presentatore di un talent ai fornelli? Quanto è difficile non inciampare nei cliché – compresi quelli sugli imperituri poligoni sentimentali? Master of None è un gioiello intelligente, chiacchierato, originalissimo nella struttura. Una Grande Mela così viva, inoltre, non la si vedeva dai film del giovane Allen. E' uno di quei film indipendenti che tanto adoro, ma a puntate. Per questo più godibile, per questo più bello ancora. Sul reinventarsi e, da anonimo figurante, trasformarsi in protagonista della propria vita – conquistando la bella, brindando, lasciandosi andare. Sull'insostenibile leggerezza, finalmente, del non fare l'indiano. (8)

Timido e sdolcinato, il protagonista di Scrotal Recall si portava a letto un mare di ragazze. La comedy britannica aveva del geniale, davvero: Dylan, dopo aver contratto una malattia venerea, chiamava una ad una le sue partner passate per metterle in guardia. Ogni puntata era dedicata così a una cotta, a una sbandata: a storie lunghe o corte che l'avevano cambiato nel profondo. Tra una stagione e l'altra sono passati quasi tre anni: troppi, se l'attesa non è stata ripagata a dovere. La serie passa a Netflix e cambia titolo. Il novello Lovesick, in realtà, di nuovo non ha niente. Stanca prosecuzione della stagione introduttiva, ha gli stessi protagonisti e una struttura immutata. A lungo andare, se qualcosa non si evolve, anche le compagnie più piacevoli stancano. E Lovesick o Scrotal Recall che dir si voglia, da me molto atteso, lo si guarda a cuor leggero, ma questa volta poco coinvolti. L'ho visto sotto Natale e ne parlo solo ora. Più per riempire un post infrasettimanale che per voglia. Più per dirvi che è la copia carbone della prima stagione, ma che l'altra – vuoi l'effetto sorpresa ed episodi schematici, che non si prestavano affatto al binge watching – era stanamente un'altra cosa. (5,5)

Scoperto qualche anno fa, Please Like Me era stato un gran recupero. Le disavventure di Josh avevano i colori pastello di Anderson e un umorismo differente, australiano, da scoprire puntata dopo puntata. Qualcosa, come in una di quelle commedie dove succede tutto e non succede niente, mi era venuta a noia col tempo. Episodi troppo hipster, troppo ripetitivi, troppo vuoti. Di buono: il talento del factotum Josh Thomas, capace e autoironico, anche se non particolarmente simpatico a detta del sottoscritto; la sigla da fischiettare, con tanto di cani e prelibatezze al seguito; i coinquilini d'oro e gli adorabili genitori in crisi esistenziale. Please Like Me, a sorpresa, si è concluso con la quarta stagione lo scorso dicembre – a sorpresa, dico, anche se è una stagione che non sorprende, perfettamente in linea con le ultime. I fidanzati sperimentano e si rendono conto che c'è di meglio in giro. Gli amici dicono di volersi trasferire: cose che capitano, crescendo. Le mamme bipolari, in attesa di guarire, minacciano lacrime. Josh, come Jack Frusciante, esce dal gruppo. Ci lascia così. Tra nevrosi, carineria e presenze fisse, ma senza rammarico. Forse ne sentirò la mancanza fra un po', ma dico che va bene così. Con un sorriso amaro e un ritornello da fischiettare, per ricordare che staremo meglio sulla scia di una canzone. (6)

Liza Miller, divorziata e madre di una figlia al college, aveva quarant'anni e scarse speranze di trovare lavoro. Entrava in una casa editrice spacciandosi per una ragazza ben più giovane. Quanto mai poteva durare? Anni e anni dopo, ci credono ancora tutti. Precisamente, la storia va avanti da tre stagioni. E Younger risulta sempre carinissimo, di gran compagnia, nel suo non essere niente di che. Materiale da commedia hollywoodiana, uno dice. Novanta minuti di sorrisi e cose non dette, e poi? E poi ci sono nuovi titoli da lanciare in casa editrice, seguendo la moda dei romanzi erotici scritti sotto pseudonimo e quella non meno dilagante del memoir; c'è un giovane tatuatore che vorrebbe impegnarsi sul serio, che chiede un figlio, ma a quarant'anni (anche se se ne dichiarano la metà) ci si pensa su mille volte prima di fare un passo importante; c'è che il castello di carte di Sutton Foster rischia di vacillare. Younger si difende bene. Quel telefilm da guardare con un occhio solo, mentre fai altro, è lieve e pulito. Le bugie hanno le gambe corte. Quelle della Foster, al contrario, sono lunghissime; come loro, la lista da spuntare degli indaffarati sceneggiatori. La quarta stagione, zitta zitta, è già qui. (6,5)

Se me lo chiedessero oggi, forse risponderei che Mom è una delle sitcom più valide su piazza. Dopo quattro anni, sulla CBS restano i sorrisi, i casi umani, il solito posto alla solita tavola calda. La serie, nell'arco di altri ventidue episodi, racconta la convivenza forzata di due disperate: mamma e figlia, separate dal rancore e unite poi dalle ristrettezze economiche. Dicono di non ricordare gli anni Novanta: li hanno bevuti e fumati. Hanno figli che preferiscono strare altrove, nel caso di Christy, e un'acuta sindrome di abbandono spostandoci alla scapestrata Bonnie. Si sono disintossicate insieme. Non saltano una riunione degli alcolisti anomici, si danno addosso. La prima studia Giurisprudenza – in un appuntamento al buio, in un episodio, conosce anche il marito Chris Pratt –, l'altra ha scelto di non voltare le spalle all'amante in sedia a rotelle. Si spera per tutto il tempo, ma il sogno americano non è cosa da tutti. E con quel misto di amarezza e sarcasmo, allegria e tenerezza, Mom si rivela al solito una sitcom più profonda di tante – qui si parla di stupro, aborto e adozione, evasione fiscale, senza sacrificare mai la leggerezza. Quelle risate registrate così odiate, all'inizio, ci danno invece indicazioni importanti. Dicendo che possiamo imitarle, se ci va, e ridere a nostra volta. Perché tragedia e commedia, in fondo, non dipendono che dai punti di vista. (7)

lunedì 26 giugno 2017

I ♥ Telefilm: The Handmaid's Tale - Il racconto dell'ancella

Gli Stati Uniti in cocci. L'avvento di una società patriarcale, teocratica, contro la dissoluzione della nostra epoca e le nascite in calo. Se avevi potere, ora ne hai di più. Se avevi una salute di ferro, ora sei una bambola nelle loro mani. Le donne del futuro si dividono tra mogli trofeo, sguattere, giumente da riproduzione. Gli uomini, invece, tutti padroni e soldati. Il mondo di The Handmaid's Tale ha la freddezza di di Von Trier e i costumi di The Village. Prima pietra miliare di un'autrice in lizza per il Nobel, poi pare poco memorabile film con Natasha Richardson, ha ceduto quest'anno a un piccolo schermo mai tanto grande. All'altezza della sua fama, Il racconto dell'ancella era su carta un distopico attualissimo e scritto con eleganza. Il pregio, ma anche il suo più grande limite: Difred, protagonista tenuta in cattività, dell'inquietante Galaad raccontava il poco che riusciva a scorgere oltre la sua cuffia inamidata. La serie Hulu si ispira fedelmente al romanzo. Gli si allinea e lo supera, a un passo dalla fine. Le trasposizioni di solito sono una riduzione: il film è bello, recita infatti il luogo comune, ma il romanzo è meglio. Il luogo comune, come me, non conosceva il talento di Elisabeth Moss: scoperta clamorosa dai sorrisi spigolosi e gli occhi lucenti; schiava sessuale che tra sé e sé, come rimarca la dissacrante voce off, è in realtà una ribelle. Il luogo comune non immaginava che il Comandante e sua moglie, impersonati dal recidivo Fiennes e una sorprendente Yvonne Strahovski, non somigliassero a due viscidi coniugi in là con gli anni: il fatto che siano entrambi affascinanti padroni di casa, il fatto che Serena debba dividere il marito con una donna meno attraente o intraprendente di lei, contribuisce a sottolinearle l'umanità – nonostante ricoprano il ruolo dei carcerieri – e a rendere più ambiguo il loro triangolo. In dieci episodi che non resteranno tali si indagano a fondo i meccanismi della Repubblica. La serie mostra da punti di vista speculari le origini della distopia; come alcune donne abbiano ricoperto un ruolo centrale perfino nel loro stesso annientamento. Rivela il passato e il futuro di personaggi secondari, inseriti tra le pagine come semplici comparse (la sofferenti Alexis Bledel e Madeline Brewer su tutte, passando per i mariti dati per dispersi e gli autisti che rendono il sesso un'altra cosa). Spiega quello che c'è fuori, oltre il confine canadese. Trent'anni dopo si ha più coraggio nel mostrare i corpi penzolanti, i muri incrostati di sangue rappreso, le percosse con i pungoli elettrici, l'abominio agghiacciante delle mutilazioni genitali. The Handmaid's Tale non ci mette enfasi, e quello destabilizza. Mostra la violenza senza eccedere, con piani sequenza implacabili e atmosfere ovattate – tende vaporose e merletti, salotti inondati di luce naturale. Trent'anni dopo si hanno coraggio in quantità, debiti accorgimenti da prendere, ennesime testimonianze del peggio di cui siamo capaci – l'allarme femminicidio, Donald Trump, il fondamentalismo religioso, gli omossessuali seviziati in Cecenia. Trent'anni dopo, l'arrivo di una fantascienza che non sembra invenzione restituisce a Difred finalmente il nome. Le ancelle avanzano in blocco, indistinguibili: le divise le hanno rese soldati e Feeling Good, in sottofondo, annuncia l'alba di un altro giorno. Trionfano allora la nausea, la riflessione, l'urgenza. Sì, perdono i bastardi. (8,5)

sabato 21 novembre 2015

I ♥ Telefilm: Breaking Bad - Reazioni Collaterali


[2008 –2013] 
Non sono uno di quelli che fa i salti di gioia quando ha gli episodi di qualche serie televisiva in arretrato. Mi piace vederli volta per volta, a meno che non si tratti di una leggerissima sit com da nulla. Figuriamoci se, in sospeso, non ho qualche episodio, bensì qualche stagione. Diciamo pure cinque, tonde tonde. Raro, allora, che mi prenda la briga di darmi ai recuperi corposi, non essendo il tipo da maratona notturna – vado a dormire presto e mi sveglio altrettanto presto – e detestando tutto ciò che, per la sua grandezza, è destinato inevitabilmente a sfuggirmi di mano. Però uno che ama il cinema, uno che ha un blog in cui parla delle cose che più gli vanno a genio, uno che si vanta di essere uno lettore e, in primis, uno spettatore compulsivo, può non avere mai visto Breaking Bad, la serie che tutti hanno visto? Quella che ha spodestato, ai penultimi Emmy, un gioiello intitolato True Detective e alla quale nella mia città, sul mare, è stato dedicato un murales con le bombolette spray, che occupa una parete grossa così. Scherzando, mentre si andava tutti in spiaggia, trovavo anche qualche somiglianza tra l'uomo raffigurato – calvo, il pizzetto sale e pepe, un paio di occhiali sottili – e papà – la non pettinatura, la stessa barba curata, ma senza la presbiopia, ché ha appena spento cinquanta candeline e ci vede senz'altro meglio di me. Non sapevo ancora chi fosse Heisenberg. Lo avrei scoperto entro d'estate, con due stagioni introduttive che mi sono sì goduto, anche se il desiderio di proseguire a tutti i costi, chissà perché, al tempo mancava. Un anno fa ho conosciuto i protagonisti di Breaking Bad e, per un anno, li ho poi tenuti in pausa. Non che non non mi piacessero; non che, nonostante un infondato presentimento iniziale, mi annoiassi in loro compagnia. I tentativi di essere sempre aggiornato, la necessità di una recensione al giorno, mi hanno portato, semplicemente, a inserire l'imperdibile Breaking Bad in una lista diversa da quella delle mie prerogative base. Finché mio fratello, che minacciava spoiler spietati e che, per inciso, mi tocca anche ringraziare per la pressione psicologica, non mi ha ricordato dov'ero rimasto e, soprattutto, cosa rischiavo di perdermi. Per lui – ma per tanti, e alla fine anche per me, pigrissimo ma lucido nei giudizi – serie delle serie; ve la butto lì. Di quelle che segnano un prima e un dopo, come la natività nel cattolicesimo; di quelle che, indipendentemente dai gusti, vanno affrontate come compito per casa. Sapete tutti cos'è, e allora io vi dirò cosa non è. Breaking Bad – storia di droghe, strategie, sogni americani rivisti e corretti – non parla di dipendenze e narcotraffici, come Trainspotting o, non so, un Traffing. Non è una serie d'azione, o almeno non solo. A colpirmi, perfino in episodi in cui non succedeva granché, sapete cos'era? La sua sconcertante naturalezza, che un taglio non sempre cinematografico e registi anonimi a scambiarsi le redini non scalfiscono per un minuto, anzi: queste scene lunghissime, questi dialoghi semplici ma densi, il manierismo che latita hanno il grande pregio di non rendere l'acclamato Breaking Bad pretenzioso neanche un po'. Assodato che Heisenberg, già leggenda, non faccia il filo al Johnny Depp di Blow – lui, infatti, non si sballa, filosofeggia sempre il giusto e, soprattutto, non ama sporcarsi le mani – e che i suoi intrecci shakespeariani, sul finire, non facciano parlare di loro per i volteggi di una macchina da presa ballerina – assente il maniacale perfezionismo di Hannibal, le ipnotiche spire di fumo di Rust Cohle -, restano interpreti granitici e una scrittura che ha dello straordinario. Come se fosse cosa di poco conto. Personaggi irripetibili a cui puoi provare a offrire solo parte della tua attenzione – Breaking Bad non ha parole di troppo, cavilli tecnici che stordiscono, e si potrebbe seguire con un solo occhio: spesso, mi ha tenuto compagnia a pranzo, mentre cucinavo o lavavo i piatti – prima che, in un'ultima stagione priva di difetti, ti prendano per la gola. Forse, mi ha fatto anche bene aspettare. Ho messo meglio a fuoco le metamorfosi; ho prestato più attenzione ai particolari. Ma non sono riuscito a capire quando Heisenberg, come in un mito greco di trasformazioni mostruose, abbia preso il sopravvento sul Signor White. Dove finisca il bene e dove cominci il male, dov'è che il padre di famiglia – il Fantozzi perseguitato dalla sua personale nuvola nera, il mite Flanders dei Simpsons dai brutti maglioni a rombi – abbia venduto l'anima al genio spregiudicato con la sua stessa faccia che, da un “la” elementare, avrebbe poi costruito un impero dalla lunga fortuna. Sapendo com'è andata, cosa hanno fatto, cosa si sono fatti, è difficile parlarvi di un quieto professore di chimica, padre di un ragazzo splendido ma difettoso e di una bambina che arriverà sul finire della seconda stagione, in cerca prima dei soldi, poi del brivido. Fino a non averne mai abbastanza. Con i giorni contati, quest'uomo medio in cerca di qualcosa in più si metterà sulle tracce di Jesse Pinkman – un suo vecchio studente che ha venduto il suo candore per due grammi di felicità – e insieme, in un rapporto embrionale che si nutre di amore e odio, inizieranno a produrre una metanfetamina blu, purissima, che va via come il pane, ad Albuquerque e dintorni, e rende più dell'oro. Ma Walter ha scoperto di avere il cancro ai polmoni, e non ha mai fumato; adesso non vuole dare al destino, già beffardo di suo, ulteriori scuse per accanirsi. Discreto a intelligente, non abbandonerà la sua vita modesta per altro; ma il camper nel deserto degli inizi cederà il passo prima a un laboratorio segreto, poi a una geniale fabbrica itinerante, e i suoi rapporti – con una famiglia all'oscuro, con un cognato che lavora alla narcotici e si fida ciecamente, con un ragazzino che aveva bisogno di una guida e non di altri tranelli -, poco a poco, degenereranno. Quando la famiglia, apparente ragione del tutto, ma parliamo di un'altra bugia, gli volta le spalle e Jessie, come un terzo figlio che ha però traviato negli anni, si allontana, si consumerà una moderna tragedia del potere. Perché chi regna è condannato alla solitudine, e da soli non esiste salvezza. Confidando di avervi dato un'idea di come sia Walter, stratega e meticoloso, acqua cheta che logora i ponti, ora capirete – se non lo sapete già – com'è Breaking Bad. Politicamente scorretto, ironico: onnipotente. All'altezza di aspettative elevate e ben riposte. E non si può che lasciarsi condurre, perciò, verso una chiusa necessaria e inevitabile, in cui Dean Norris si conferma un commovente comprimario, Anna Gunn – sopravvalutata, o forse è l'odio nei confronti della sua Skyler a parlare? - una delle mogli più irritanti e battagliere del piccolo schermo, Aaron Paul – spacciatore da poco, coi neuroni andati e il cuore pulito – l'eroe dell'inazione per eccellenza. A caldo, quante gliene ho dette, al suo povero Jesse. Non fa che piangere, non fa che sbagliare; permette che altri decidano sempre la sua sorte. Si lascia vivere e non vive. A mentre fredda, invece, Pinkman è inerme e confuso, invece, come saremmo noi spettatori, invischiati in qualcosa di losco e pericoloso, se indossassimo i suoi panni sformati e quei limpidi occhi blu. Su tutti, ovviamente, svetta un clamoroso Bryan Cranston: viene direttamente dalla mia infanzia, lui che un decennio fa interpretava il papà dello sfrontato Malcolm e, con il camice e la mascherina protettiva, sembra un po' un Dexter invecchiato – non il serial killer della Showtime, ma quello di Il laboratorio di Dexter, altro ricordo targato Cartoon Network del me bambino – che si sente Gesù Cristo in terra. Tra colpi di scena e doppi giochi, svolte belle e svolte bellissime, so anche dirvi il mio episodio preferito. Sono stato attento: il decimo della terza stagione. Un piccolo capolavoro in cui la caccia ossessiva a una mosca, in un ambiente che dovrebbe essere asettico, serve a parlare di nevrosi che tormentano e a creare un'ultima vicinanza tra Jesse e Walter, dipendente e boss, la quale spalanca uno spiraglio piccino a reciproche confidenze. E ronza, indisturbato, il senso di colpa. Il non detto. Breaking Bad sposa lo storico enunciato di Lavoisier e, nel mentre, si fa anch'esso legge. Nulla di crea. Nulla si distrugge. tutto si trasforma. Soprattutto, qui si trasformano tutti. (9)