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giovedì 24 giugno 2021

Recensione: I buoni vicini, di Sarah Langan

 
| I buoni vicini, di Sarah Langan. Sem, € 18, pp. 392 |

È il quattro luglio. Un buon giorno per sentirsi americani. Siamo a Maple Street, un ridente quartiere di Long Island in cui tutto sembra essere al posto giusto: tranne gli ultimi arrivati in città, i Wilde, che con i loro accento di Brooklyn faticano a integrarsi. I classici festeggiamenti per il giorno dell'Indipendenza, così, li colgono tagliati fuori. In disparte, spiano dalle tapparelle i rituali dei vicini. Perché non li hanno invitati al loro barbecue; si saranno forse dimenticati di avvisare? L'apertura di una dolina, durante un'estate talmente torrida da non avere precedenti, semina il caos in quel luogo perbene. Dalla voragine, un taglio purulento nel cuore della terra, fuoriesce un bitume nauseabondo. Lampante metafora del marcio annidato sotto gli occhi di tutti, l'evento lascerà emergere mostri terrificanti. Il romanzo di Sarah Langan, erede di Shirley Jackson e Ira Levin stando ai plausi della critica statunitense, parte in medias res. Senza indorare la pillola.

I residenti di Maple Street si vestivano business casual. Avevano impieghi affidabili che raggiungevano a bordo di auto affidabili. Erano sempre di fretta, anche se dovevano andare solo al supermercato o in chiesta. Riversavano il senso di inquietudine, insieme a ogni altra cosa, sui figli. I Wilde erano diversi.

Ambientato in un futuro tutt'altro che lontano, minacciato dai mali dell'inquinamento e da continui sconvolgimenti politici, ha un piglio cinematografico e una struttura varia, che anticipa le tragedie che verranno tramite trafiletti di giornali e interviste ai diretti testimoni. I cronisti di di nera parlano di un massacro. Gli psicologici si interrogano sui traumi delle nuove generazioni. A Broadway ne hanno tratto perfino uno spettacolo teatrale. Sappiamo che tutto è partito dalla morte di Shelley, precipitata nella dolina. Si è trattato di un incidente? La dodicenne fuggiva forse da qualcosa, da qualcuno? Se state pensando a un novello It, in attesa di carne fresca proprio sotto la superficie, avete sbagliato storia. I mostri in questione sono il conformismo, l'intolleranza, il pettegolezzo. Il quartiere punta il dito contro Arlo Wilde accusandolo di pedofilia. Il rocker ha un passato di dipendenze, ha le braccia tatuate, è marito di Gertie (benché incinta, veste in maniera troppo sexy), è papà di Julia (adolescente sfacciata) e di Larry (fragilissimo, probabilmente autistico). Comincia una caccia alle streghe che include aggressioni, vandalismo, calunnie, irruzioni notturne. A reggere fiaccola e forcone è il capogruppo, Rhea Shroeder: madre di quattro figli all'apparenza perfetta, custodisce gelosamente un lato oscuro che in passato ha già mietuto una vittima. Gli abitanti del quartiere sono eroi o assassini?

A volte mi immagino di essere un gigante, di spappolare la mia famiglia nel palmo della mano. Vorrei che morissero per poter essere libera. Non posso lasciarli, sono la loro madre, non mi è permesso. E quindi li odio. È una cosa orribile, vero? Dio, sono un mostro?

Mentre gli adulti perdono il controllo, i soli innocenti sono i giovanissimi, capaci di coraggio e solidarietà in un epilogo talmente catartico da commuovere. Al pari di Them, agghiacciante serie Amazon Prime Video che raccontava le disavventure di una famiglia afroamericana in un sobborgo degli anni Cinquanta, I buoni vicini non va per il sottile, ma ha l'insolito pregio di non prendersi troppo sul serio. Macabramente divertente, adotta un filtro grottesco che rende un po' difficile affezionarsi ai personaggi e sceglie i sentieri della satira per raccontare, in quattrocento pagine zeppe di efferatezze, una verità indigeribile. In questo microcosmo corrosivo, fatto di passati desolanti, futuri effimeri e reazioni spropositate, quali ruoli avremmo preso pur di sentirci membri attivi della comunità? E se il nostro dovere civico, in una società alla deriva, fosse scagliare la prima pietra?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Maneskin – Zitti e buoni

mercoledì 14 aprile 2021

Recensione: L'anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini

| L'anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini. € 17, pp. 192 |

In lizza per il premio Strega, è l'outsider della dozzina. Divertente, surreale, lieve con malinconia, la lettura di Roberto Venturini potrebbe risultare un'autentica boccata d'aria fresca per gli amici che ogni anno s'imbarcano in un'impresa coraggiosa: recuperare tutti i romanzi candidati per formulare pronostici. A ben vedere, però, L'anno che a Roma fu due volte Natale fa parte dello stesso irresistibile filone di Genovesi e Bartolomei: commedie all'italiana che conciliano pubblico e critica, insomma, zeppe di svolte rocambolesche e di personaggi ai quali è impossibile non volere bene. Non sfigurerebbero in un film di Mario Monicelli, ragiona a voce alta il narratore, mentre osserva dall'alto i passi incerti dei suoi protagonisti. Strampalati ma belli come succede al cinema, si muovono goffamente in un intreccio che parte con i migliori auspici: perché non riunire Sandra e Raimondo, la coppia più amata del piccolo schermo? Sepolti in cimiteri separati, meriterebbero di stare insieme come sul set dell'indimenticabile Casa Vianello. È il desiderio di Alfreda, insegnante in pensione gravemente in sovrappeso, intrappolata in un asfissiante mausoleo di blatte e cianfrusaglie: un villino sbucato da un episodio di Sepolti in casa dove ogni oggetto racconta l'assenza di Mario. Il marito di Alfreda, infatti, è sparito in mare in circostanze tanto incredibili quanto misteriose. Vedova inconsolabile minacciata dagli ultimi provvedimenti dell'ufficio d'igiene, trova uno slancio vitale in una gita al cimitero: il Verano, di notte, sarà preso d'assalto da una banda singolare di profanatori di tombe. Ad assecondarla ci sono il figlio Marco, ex bambino prodigio ormai votato alle droghe e all'insicurezza sociale; Carlo, anziano pescatore sopravvissuto a tutti i suoi amici; Er Donna, ambitissimo travestito che in passato ha pestato i piedi al boss sbagliato.

Avrebbe voluto giustificarsi, dirle per esempio che la felicità mica si riproduce per talea, che non funziona quasi mai, come col glicine. Dirle che la bellezza di quello che si è vissuto in passato non rivive in un altro contesto, e che anche se lui ci provava a innestare nuova torba rassicurante, non gli radicava più, la felicità. Hai voglia a bestemmiarci sopra. Come la talea del glicine.

Forte di un vago senso d'incanto e delle innumerevoli citazioni alla cultura degli anni Ottanta, un po' pulp, un po' pop, Roberto Venturini incuriosisce con uno spunto brillante: la richiesta ultraterrena di un'inconsolabile Mondaini. Ma nella seconda parte tradisce le premesse con un prosieguo dispersivo e confuso: un andirivieni in macchina, dal cimitero alla spiaggia, che finisce per tagliare il respiro a una storia che avrei immaginato più articolata. Strada facendo ci si scorda dei Vianello; ci si scorda di Alfreda. Quando prendono ad accavallarsi voci, storie, accenti e rumori, si rischia di perdere di vista il punto della situazione. Ma il chiacchiericcio che ne vien fuori è tutt'altro che spiacevole. Ricorda, in realtà, le conversazioni tra amici nei lunghi viaggi in auto: ondivaghe, fitte fitte, di quelle in cui si perde spesso il filo logico e si aprono parentesi su parentesi prima di chiuderne altre. In questo romanzo non sono i personaggi a vivere in funzione della storia ma l'esatto contrario, anche al rischio di sopraffarla. Ma cosa può un cast perfetto contro i difetti di un romanzo che, nonostante le poche pagine, non è esente da lungaggini? Più brillante per umanità che per equilibrio, L'anno che a Roma fu due volte Natale ha la malinconia del mare d'inverno e le melodie di alcune canzoni marinaresche. All'apparenza fuori posto, fuori stagione, è ambientato in una Torvaianica miracolosamente imbiancata: candida, nonostante la presenza di ceffi loschi e vittime da cronaca nera, fa da sfondo originalissimo a questo imperfetto ma accorato amarcord.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Colapesce e Dimartino – I mortali

giovedì 1 aprile 2021

Recensione: Ballo di famiglia, di David Leavitt

 
| Ballo di famiglia, di David Leavitt. Sem, € 17, pp. 230 |

I racconti non mi piacciono. Iniziava così, il mese scorso, il post dedicato a una lettura insoddisfacente. Una raccolta con il demerito di aver riacceso gli antichi dissapori tra me e le storie brevi: troppo slegate – scrivevo allora –, troppo indolori per lasciarsi amare. La scoperta folgorante di David Leavitt, all'improvviso, mi costringe a contraddirmi. Considerato un maestro della narrativa americana, l'autore – classe 1961 – incanta con la ristampa di Ballo di famiglia, tornato di recente in libreria con l'illuminante traduzione di Fabio Cremonesi. Il volume comprende dieci racconti, vari per punti di vista e lunghezza, ma accomunati da tematiche che spaziano dalla malattia all'abbandono, dalle relazioni alla sessualità. Leggerissimi, delicati, emozionanti, catturano a regola d'arte quelle famiglie infelici a modo loro – il patriarcato, infatti, è già in crisi – a cui tanto sono affezionato.

Non fidarti mai della pulizia. Tutte le cose brutte – le cose davvero brutte – succedono nelle case pulite, dove tutto è ordinato e tutti si dicono buongiorno e nient'altro.

I Campbell ospitano il fidanzato del primogenito: benché progressisti, si scoprono a disagio all'idea di condividere lo stesso tetto. La signora Harrington, neodivorziata con tre figli a carico, si proietta al giorno in cui comincerà la chemioterapia. I Dempson, freschi di separazione, passano due settimane nel cottage di sempre tra riti, tradizioni e illusioni di riconciliazione. Una donna, reduce da un incidente stradale che ha ridotto il marito a un vegetale, si scopre fuori posto per via dell'incomunicabilità crescente: la figlia in piena pubertà, il figlio nerd e la madre, ossessionata dai primi cordless, le appaiono alieni. Danny, piccolo ma già inquieto, viene affidato alle cure degli zii: dal padre omosessuale e dalla mamma depressa ha ereditato un'irreversibile inadeguatezza. Suzanne, con la scusa del diploma del figlio, organizza una festa: la presenza di una pecora nera creerà scompiglio. Stanca di mostrarsi coraggiosa, una donna in fin di vita chiede il sostegno della prole. Tre sorelle, mai state unite, si riuniscono per un funerale. Celia, migliore amica di una coppia gay, riflette sul suo destino di eterna non protagonista mentre fa da custode agli equilibri malsicuri dei due. Tra sogno e realtà, infine, un uomo passeggia sul Golden Gate e ripensa a chi non c'è più.

E se il destino delle madri era non aspettarsi niente in cambio, il destino dei figli era non dare niente in cambio?

Perfettamente distinguibili ma legati dalla coerenza di un unico fil rouge, i racconti ci invitano a sbirciare dal buco della serratura le esistenze sonnacchiose della media-borghesia californiana. Il livello è altissimo. Con una scrittura superba, semplice all'apparenza ma in realtà frutto di aggiustamenti certosini, Leavitt presta ascolto alle donne in lacrime, agli uomini assenti e agli adolescenti ribelli, studiando il perbenismo imperante sotto il vetrino del telescopio. Apparentemente sembra andare tutto a gonfie vele. Si tratta sempre di storie senza accadimenti eclatanti, giocate sul divario generazionale e su piccole rivalità quotidiane; i protagonisti non fanno baldoria e raramente alzano la voce. Sfoggiano sorrisi tirati, invece, e talora usano l'arma a doppio taglio dell'ironia. Animati da un astio sottile, si camuffano dietro la cortina della buona educazione. E nascondono la sporcizia sotto il tappeto per quieto vivere, benché abbiano una colf profumatamente pagata. Correvano gli anni Ottanta. L'autore, esordiente, aveva ventitré anni. Premonitore in maniera sconcertante, più contemporaneo di Sally Rooney, Ballo di famiglia è ambientato ieri ma parla dell'oggi in maniera sorprendente e, attraverso i suoi raffinati non detti, lascia trapelare il disagio. È un party in piscina da affrontare con i superalcolici alla mano e la lingua tra i denti: di quelli che ispirano una vaga tristezza e infondono claustrofobia in quei balli a centro pista che sembrano un intrico mostruoso di braccia e gambe da cui vorresti fuggire. I racconti non mi piacciono? Non era ancora stato invitato a questa bellissima rimpatriata. 

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Platters - Smoke Gets In Your Eyes 

venerdì 26 giugno 2020

Recensione: Tommaso e l'algebra del destino, di Enrico Macioci

|Tommaso e l’algebra del destino, di Enrico Macioci. Sem, € 16, pp. 161 |

Non si giudica un libro dai colori pastello della sua copertina. Fareste meglio a fare attenzione, infatti, all’angoscia nascosta dietro questa innocua macchina giocattolo. Quella del piccolo Tommaso, un bambino di cinque anni e mezzo legato al sedile posteriore di una Citroen Picasso, è una storia di sopravvivenza che fa tornare in mente il King di Cujo e Il gioco di Gerald, ma anche Niccolò Ammaniti e Patrick Ness: quei narratori senza paura, insomma, che indagano l’età dell’innocenza e i suoi grandi orrori con una perizia da psicologi infantili. Tra il 14 e il 15 agosto, il piccolo protagonista resta intrappolato nella macchina di famiglia in una città deserta a causa dell’esodo dei vacanzieri. Avrebbe dovuto aspettare lì cinque minuti, ma un contrattempo che non vi svelerò ha prolungato di ore l’assenza del genitore. Cos’è successo al papà, un traditore sempre in fuga dalle responsabilità? Riuscirà la mamma, scossa a distanza da inspiegabili brividi premonitori, a soccorrere l’unico figlio e a mettere un punto fermo a un matrimonio al capolinea? Cos’hanno in comune con loro un accattone abile a fiutare l’olezzo della morte, un’infermiera alle prese con un vecchio amore e, infine, un chirurgo un po’ marpione?

Ogni cronologia è un’incertezza cucita sulla stoffa del buio.

Se lo chiede Tommaso, all’ombra ballerina di un oleandro, mentre combatte prima l’ipertermia e poi l’ipotermia; mentre piange per la ruspa, il drago arcobaleno e i wafer, caduti sul tappetino e dunque irraggiungibili; mentre affronta visioni infernali e paure profonde, in una scatola di metallo che presto raggiungerà i trentacinque gradi. Malinconico e pudico, impensierito dalle frequenti liti in famiglia e ancora fiducioso verso Babbo Natale e la Befana, il bambino è adorabile nel suo candore. E per questo vorremmo disperatamente proteggerlo dallo choc emotivo che sta vivendo. Ma nell’auto, intrappolato sul seggiolino da cui non sa sgusciare fuori, non è solo. Come nella migliore tradizione dell’horror psicologico, gli fanno compagnia i suoi piccoli demoni: lo spettro di Valerio Frasca, il bullo della scuola, che gli spiega per la prima volta il sesso e la corruzione; una misteriosa figura incappucciata che, durante l'improvviso nubifragio notturno, attenta alla sua anima.

La solitudine allunga il tempo, lo rende appiccicoso come un chewing gum. La solitudine fa crescere i bambini più in fretta, sottrae loro il sogno dell’eterna felicità, scolpisce meglio i confini indefiniti del mondo. La solitudine non rispetta le regole del tempo. La solitudine è un’onda di tempo senza frammenti, è puro tempo nudo e crudo.
Quanto tempo può un bambino resistere senza acqua e senza cibo, dissetandosi con le sue sole lacrime? A ogni pagina, in un conto alla rovescia asfissiante, sfumano man mano le sperane di salvezza. Complimenti vivissimi all’abruzzese Enrico Macioci, allora, che vivacizza una vicenda da cronaca nera con l’impiego di un narratore onnisciente, beffardo e fatalista. Ma anche, all’occorrenza, straordinariamente compassionevole. 
Tommaso e l’algebra del destino è la lettura da ombrellone che non ti aspetti. Un romanzo rapidissimo, ma tutt’altro che indolore, con una riflessione potente sulla cecità degli adulti e lo spirito d’adattamento dei bambini. Un incubo urbano che puzza «di piscio e di incubi, di allucinazioni e fiabe malvagie», destinato forse a restare una delle scoperte più piacevoli di quest’anno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads - Happy Day

sabato 9 febbraio 2019

Recensione: Due fiocchi di neve uguali, di Laura Calosso

| Due fiocchi di neve uguali, di Laura Calosso. Sem, € 17, pp. 251 |

Mi chiudo dentro e butto via la chiave. Chi non l'ha mai pensato davanti a una scelta, a un dolore, a un incomprensione? Sarebbe molto più facile, la vita, in una bolla a tenuta stagna che tenga fuori la paura del futuro e, a malincuore, anche la luce. Ci sono modi diversi per affrontare un bivio: scegliere, mettendo a fiducia un piede dopo l'altro, oppure voltarsi dall'altra parte e scappare finché i piedi reggono. Puoi fare come Margherita, oppure come Carlo. Hanno diciotto anni e una perspicacia che, a tratti, vivono come una maledizione: qualcuno diceva, infatti, che più si è intelligenti e più si è destinati al tormento. Lei, la frangia troppo corta e il test di Medicina nei piani, prende un treno per raggiungere un'amica ad Alassio: il mare, studiare, anche se a impensierirla è quel padre falciato dalla crisi economica. L'uomo che le ha insegnato a essere buona e studiosa, a coltivare uno spirito di abnegazione profondissimo, ha smesso di leggere poesie la domenica: da piccolo imprenditore ad aiuto salumiere, adesso non pensa più che ogni sacrificio sia debitamente ripagato e l'affezionata figlia, vedendolo sull'orlo del baratro, tentenna insieme a lui. Se non esiste meritocrazia in questa Italia tutta da deridere, cosa farsene del cento e lode al Liceo classico e delle annotazioni fitte – sulle stelle, gli atomi, le fusioni nucleare, i misteri del cervello – ai margini dei libri di testo? Carlo si è posto la domanda ben prima di lei: cresciuto da una mamma single che ha fatto di lui il suo bambino perfetto – la camicia azzurra per far pendant con gli occhi, i capelli con la riga di lato da bravo alto-borghese –, si è ribellato alle aspettative altrui e ha scelto di dare forfait nell'anno delle scelte cruciali. Ha saltato la maturità, si è rifugiato nella sua stanza, ha chiuso le incombenze all'esterno. Gli basta poco: il bagno in camera, tapparelle che taglino fuori tutta la luce del mondo, risme di carta su cui disegnare banchi di pesci che nuotano verso il fondo dell'abisso, la Playstation e le chat. I pranzi passati attraverso una feritoia nella porta, l'illusione di ricominciare daccapo almeno nei videogiochi.

Gli occhi di Carlo restano su di lei ancora per un attimo, poi abbassa lo sguardo sulla punta della sue scarpe da ginnastica. Sembra stia cercando il coraggio per replicare. “Non sono unico”, dice a bassa voce “sono soltanto solo”.

Margherita e Carlo, un tempo, sono stati compagni di studio: i compiti insieme, uno strappo in motorino, contatti timidissimi. A riunirli è la notte di San Lorenzo da cui il romanzo di Laura Calosso prende avvio: una macchina precipita su una spiaggia ligure, come una stella cadente, e a bordo ci sono Margherita (che finisce in coma) e un ragazzo sconosciuto (che, al contrario, muore sul colpo). I protagonisti sono mondi da esplorare, misteri irrisolti, e l'uno potrebbe sbrogliare la vicenda dell'altro. Peccato che faranno fatica a incrociarsi, come rette parallele, nel corso di una lettura che predilige il punto di vista di lei sacrificando troppo l'interessante protagonista maschile: Carlo, che ha avuto l'egoismo e il coraggio che mancavano a Margherita. Li studia ma non a sufficienza un'autrice dal tocco delicato, con una narrazione in punta di piedi per entrare meglio nel travaglio, nell'intimità, di due adolescenti sfuggenti e complessi più di altri. In quel modo si fidano della Calosso, e si lasciano raccontare. Ma lo stile, sommesso per paura di disturbarli, sfortunatamente non è di quelli che conquista: pochi dialoghi, capitoli epigrafici, citazioni scientifico-filosofiche che vorrebbero ricordare il premiato esordio di Paolo Giordano. La sensazione di freddezza e apatia comunicata dalla copertina non mi ha abbandonato. Il romanzo, già di per sé dal respiro breve, si limita a ruotare per 250 pagine attorno agli stessi, sporadici avvenimenti, mostrandoceli da punti di vista impercettibilmente diversi; indagandoli ma non abbastanza. Apprezzo, eppure, le storie che sanno lasciarsi condurre dai loro protagonisti: senza artifici, senza bisogno di grandi trame. Il gioco funziona, però, quando quei protagonisti li capisco, quando li faccio miei. Questi mi sono rimasti dei perfetti sconosciuti: uno chiuso nella sua cameretta, l'altra nelle nebbie del coma. Non li ho compresi fino in fondo, né mi sono appassionato alla loro compagnia: il guidatore seduto accanto a Margherita – Gabriele, figlio di papà che calza Louboutin e prevedibilmente cova i dispiaceri dei poveri ragazzi ricchi –, in particolare, mi è sembrato una comparsa capitata sul set sbagliato.

Ogni cristallo nasce e si sviluppa attraversando condizioni di pressione, umidità e temperatura diverse ogni volta. La storia di ciascun cristallo non potrà mai essere uguale a un'altra. E questo è una forma di solitudine.

Gli eschimesi hanno parole per distinguere i fiocchi di neve. Sono un'infinità e tutti diversi fra loro, perciò necessitano di un lessico su misura. Così le gioie e i dolori degli adolescenti: secondo Giordano, inavvicinabili numeri primi. Laura Calosso, curandosi non soltanto delle analogie ma anche delle differenze, si mette in cerca del comune denominatore. Invano? 
I fiocchi di neve, Margherita e Carlo, non possono evitare di schiantarsi al suolo e sciogliersi, invisibili. Colpa delle amare delusioni di questo inizio febbraio, delle stelle, o della forza di gravità.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio: Ultimo – Ti dedico il silenzio

sabato 22 settembre 2018

Recensione: Preghiera del mare, di Khaled Hosseini

| Preghiera del mare, di Khaled Hosseini. SEM, € 15, pp. 56 |

Ero io a prestare i romanzi a mia mamma, un tempo, e mai viceversa. 
Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli – i più belli degli strappi alla regola nell'intera storia degli scambi in famiglia – erano però per una volta il suo genere, un suo consiglio, e non il mio. Li ho letti e amati a ciel sereno, nonostante fossero i fragili anni delle medie, quelli, e sul mio comodino di ragazzino annoiabile non facessero ancora tappa cose come l'impegno della cronaca nera o l'attualità. Non leggo Khaled Hosseini da allora. Saranno passati dieci anni, ormai, e in mezzo c'è stato E l'eco rispose: non era piaciuto proprio a mamma, però, che per storie come quelle ha da sempre il pallino, ed ero finito per fidarmi un'altra volta di chi mi aveva fatto scoprire le gioie e i dolori del Medio Oriente e tenuto lontano dalle potenziali delusioni in agguato. Hosseini è tornato in libreria dopo l'estate. Ha cambiato editore italiano, formato, e mi sono trovato così per le mani Preghiera del mare: volume illustrato di uno splendore ipnotico, con la prefazione del nostro Roberto Saviano e un fine umanitario degno di infinito rispetto. Uno di quei libri che sfogli e sbirci distrattamente, soltanto per vedere in anteprima cosa ti aspetterà, e che dal nulla finisci. Così, lì su due piedi. Tanto avvincente la lettura, chiederete? Si tratta in realtà di uno di quei libri di pregio impossibili da valutare, difficili da recensire, al pari della raccolta poetica Milk & Honey o della biografia a carboncino di Mary e il Mostro. La differenza è che l'ultimo Hosseini lo leggi senza accorgertene, lo leggi purtroppo senza dargli peso. Distratto un po' dalla cura dell'edizione, un po' da una storia-simbolo che in sé vorrebbe inglobare l'intero dramma delle migrazioni clandestine.


Sono solo parole,
l’espediente di un padre.
La fiducia che riponi in me
mi strazia.
Perché questa notte riesco solo a pensare
a quanto è profondo il mare,
a quanto è vasto e indifferente.
E a come sono impotente io,
incapace di proteggerti.
Non posso fare altro che pregare.

Un padre si rivolge a suo figlio, gli scrive una lettera aperta: come tanti disperati, loro sfidano la furia del mare aperto per sfuggire a una guerra senza connotati. Il bambino è troppo piccolo per ricordare il buono della sua terra: il verde dei pascoli, il rosso dei papaveri, i profumi speziati del mercato. La pace, ormai, è il ricordo bruciato di un'infanzia fa. Amaramente, in compenso, ricorderà la violenza di un conflitto immotivato: quella morte che occupa l'orizzonte tutto, il presente e il futuro. Dio non sa che il loro barcone alla deriva sta trasportando un carico prezioso? Non restano allora che le promesse, non resta che pregare: il Padreterno, e il mare – ugualmente sconfinati, misteriosi e sordi.
L'errore è stato mio, devo avere capito male sin dall'inizio. Mi aspettavo qualcosa di diverso: il narratore a cui sono affezionato, che qui invece scompare per diventare l'emblema di un padre. Per darsi alla sensibilizzazione, alla filantropia, in un compito – per quanto lodevole, per carità – che funziona più in teoria che in pratica. Qualcuno vi dirà che è straziante. Qualcun altro che è buonista. Io, invece, vi dirò in tutta onestà che non è né l'una né l'altra cosa: troppo legato alla sua natura di lettera breve per lasciarsi amare o odiare; troppo succinto per lasciarsi commentare con fiumi di parole che, a colpo sicuro, supererebbero questa volta quelle di un Hosseini pensato per immagini. Beneficenza a parte, di Preghiera del mare mi è sfuggita l'utilità. Ci sono un tema che scotta, che tocca, e una realtà così dura che non serviva affatto ricamarci sopra Peccato mi siano mancati uno sguardo, una prospettiva, l'emozione. Uno svolgimento e una fine. Aveva fatto meglio Margaret Mazzantini in Mare al mattino; a Sanremo, avevano commosso maggiormente le migrazioni ad altezza bambino dell'esordiente Mirkoeilcane. 
Preghiera del mare si legge in dieci minuti, un quarto d'ora al massimo, con la scusa di tornare indietro per soffermarsi sulle illustrazioni, e con il rischio di peccare di insensibilità si fa fatica a trovargli con il senno di poi una parvenza di contenuto. Ci si allontana dalla riva, infatti, ma non dalle premesse di base. Dal poco che il risvolto di copertina riassume. Dalla fiducia per uno scrittore che racconta esistenze a rischio senza avere più, a malincuore, il coraggio di rischiare. 
Il mio consiglio musicale: Mirkoeilcane – Stiamo tutti bene 


mercoledì 28 marzo 2018

Recensione: L'ultima diva dice addio, di Vito Di Battista

| L'ultima diva dice addio, di Vito Di Battista. Sem, € 15, pp. 209 |

Un appartamento in stile Liberty nel cuore di Firenze. Uno di quelli lussuosi, rari, in un palazzo con balconi a vista e l'Arno a un passo. Si sale al terzo piano senza ascensore e, giunti sull'uscio, è buona abitudine togliersi le scarpe. Per non disturbare il sonno della vedova al piano di sotto che nelle notti, negli anni, ha tanto patito il passo pesante degli ospiti altolocati, il battere sincopato dei tacchi, lo scalpiccio dei passi a due. All'interno, una penombra di abat-jour e merletti, di foto senza colori. I lampadari dondolano dai soffitti, inutilizzati, e accendendoli sembrerebbe di peccare di tracotanza. Di interrompere la sacralità di quelle confidenze sussurrate, di quelle notti bianche che celano ad arte le rughe d'espressione e, con la città addormentata, spingono i nottambuli a scoprirsi intimi. Il frusciare di un registratore. Le scenografie fisse di un dramma da camera in cui i successi, i drammi e gli amori avvengono fuori scena: rievocati da parole che rianimano il passato e, inevitabilmente, lo plasmano. 

Non esiste abitudine per la bellezza.

A metà fra la ribalta e il retroscena siede un giovane uomo che, nel 1974, ha ventisette anni e una crisi esistenziale in corso. Laureato da quattro anni, originario del Sud, ha modi alteri, d'altri tempi, che gli permettono di sacrificare a cuor leggero il presente per il passato, l'amore per la memoria. Innamorarsi gli appare perciò troppo banale, come l'allontanarsi a suon di divagazioni da argomenti che non siano l'arte e le sue eterne muse. L'insonnia: la sua benedizione. Mentre il capoluogo toscano dorme il suo sogno di bellezza, così, un protagonista senza nome prende sottobraccio una donna il cui nome è invece sinonimo di leggenda. Lei siede fumando al centro del palcoscenico, con un taglio di capelli assai audace per una settantenne e una tazza di tè che rabbocca spesso con generosi sorsi di vodka. Per tutto il tempo si rivolge al suo interlocutore con un garbato mio caro, e parla. Non temendo la teatralità di certi silenzi o, come la Norma Desmond dell'intramontabile Sunset Boulevard, implacabili primi piani. Si chiama Molly Buck e, non si sa bene perché, ha accettato di alleggerirsi l'anima e il cuore prima che la reclusione in Costa Azzurra e i fuochi di Capodanno le rubino l'ultimo respiro. Fan, ladro, il protagonista origlia, legge ciò che non forse non dovrebbe, parte. In cerca di quel passato – un figlio illegittimo, una sorella prostituta per scelta, un nobiluomo dal ruolo sfuggente – su cui lei glissa ad arte.

Il punto, mio caro, è che ci vuole coraggio a lasciare un segno di sé in una qualunque altra forma che non sia la memoria delle persone. Perché quella, lo sappiamo bene, dura troppo poco, ma il cinema no, è lì e ci starà per sempre.

L'ultima diva dice addio, biografia fittizia di un'attrice che non c'è, è la storia di un'epifania. Di un tarlo dolcissimo che prima spinge a colmare i vuoti nell'infanzia della candidata al premio Oscar, poi a domandarsi che senso abbia infrangere l'illusione di un'esistenza spesa a regalarne, di illusioni. Quando il cinema si chiamava come lei, i rotocalchi e i giornali scandalistici scarseggiavano. Le stelle risaltavano meglio nel dubbio, nell'oscurità del mistero. Strano ma vero, a volte trovavano il corraggio di arrendersi alla resa dei conti; di rifiutare le telefonate di agenti che disturbano la quiete del loro pensionamento anticipato con proposte di spot o fiction da poco. L'intervistatore sbircia dietro il copione, oltre la maschera. Smista mazzi di foto in bianco e nero, in cui ogni anno è indicato da un nastro dai colori diversi. Siede sulle panchine e nelle case d'asta, segue fantasmi di vecchi amanti per strada. Nella Buck c'è luce anche a luci spente? Se le parole sono una promessa di resurrezione, ci si nega per discrezione il lusso del contatto umano; di un abbraccio fra generazioni e mondi agli antipodi. Sulla scia delle riflessioni di Loving Vincent e Final Portrait, l'esordiente Vito Di Battista – pensate com'è piccolo il mondo: per un semestre ho avuto il fratello minore come compagno di corso, all'università – debutta con una storia nella storia a proposito del tempo che fugge e di una memoria, quella dell'inchiostro, che non tradisce.

Perché in realtà, mio caro, ci basterebbe anche solo l'illusione, e anche solo per un momento, di riavere indietro un po' di quel tempo in cui eravamo ancora nessuno, un tempo che ci ha lasciato in bocca il sapore più gustoso e la più bella fra le scoperte possibili: tutto quello che potevamo diventare.

Raffinato, algido, coltissimo, lo scrittore abruzzese ha frasi preziose come camei e, in apertura di capitolo, un refrain costante; la stessa indole elitaria del narratore, soprattutto, purtroppo poco affine alla mia. Mi sono domandato più volte quanto fosse maturo e quanto artefatto, in un ritratto dietro un vetro smerigliato – vedasi la foto in copertina – che affascina coi vedo-non vedo, ma rischia di renderci parzialmente estranei. L'ultima diva dice addio è l'eredità di un'ossessione che non ho fatto mia, un'epifania a metà. Ma un esordio a passo di valzer che sa imporsi comunque, pur parlando di commiati. Si spegne così l'abat-jour nel salotto di Molly Buck. Ci si infila le scarpe lasciate sullo zerbino e si va via. Per un'illusione ottica il fiume scorre al contrario, come al contrario scorre fra queste pagine la vita dell'attrice venuta al mondo quando Méliès atterrava su una luna panciuta – c'è un termine inglese per dirlo, racconta Di Battista: l'elegante e intraducibile waltzing back. Restano allora i fantasmi dei successi passati, un taccuino che pesa in tasca e un pulviscolo leggero, all'alba di un altro giorno senza Molly, come fosse polvere di stelle.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Umberto Bindi – Il nostro concerto