Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)
venerdì 16 gennaio 2026
Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry
sabato 30 luglio 2022
Addii e arrivederci: This is Us s06 | Stranger Things s04
Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da adolescente ho letto questa da frase da qualche parte e ho finito per farla mia. Non sapevo niente di Anna Karenina, ma sapevo dove appartenevo. E in preda alla supponenza della gioventù, fiero perfino dei miei dolori, mi mostravo sprezzante verso l'armonia degli altri. Noi eravamo infelici, ma unici. Quando sei anni fa la mia famiglia è finita – almeno per come l'avevo conosciuta fino ad allora –, il distacco ha fatto male comunque e tuttora, sotto i vestiti, nascondo i bordi frastagliati di quel primo strappo. È stato allora che ho conosciuto i Pearson. Con loro, per sei anni e 106 episodi, è stato Natale tutti i giorni. E oggi, un po' più solo di quanto non fossi ieri, voglio ringraziarli per i sorrisi tra le lacrime e la compagnia. Tra alti e bassi, hanno compiuto un miracolo della serialità americana: fidelizzarci tutti mettendo in scena l'ordinario. Chiamala ordinaria, poi, una famiglia che resiste alla morte improvvisa del patriarca (Ventimiglia, l'uomo perfetto); una mamma che, divorata dall'Alzheimer, conserva gentilezza e dignità (Mandy Moore, da Emmy); una squadra di fratelli, nuore e genere, figli biologici e adottivi, radunata per un addio che si trasforma in una festa. I “Big Three” sono cresciuti e, stretti sotto un portico, nella baita che hanno costruito, si aggrappano gli uni agli altri temendo di andare alla deriva: Randall presta i suoi discorsi solenni alla vita politica; Kevin, padre di due gemelli, scende a compromessi; Kate, sempre mal sopportata, stupisce mostrandosi controcorrente tanto nelle scelte sentimentali quanto nei testa a testa coi fratelli. Le perle di saggezza, però, spettano ai personaggi secondari: da Beth, la mia preferita, che definisce un dono e un fardello l'incontro con una famiglia tanto ingombrante, fino a giungere a William: in uno struggente dialogo tra la vita e la morte, guida Rebecca lungo il treno dei ricordi e rassicura lo spettatore inconsolabile. Se la fine di una cosa ci rattrista, insegna, è perché era particolarmente bella mentre accadeva. Tutto era già scritto nella fine dei Pearson: ce lo avevano anticipato i flashforward. Ma quando l'inevitabile succede le lacrime scorrono in ogni caso. Tolstoj aveva ragione? Tutte le famiglie felici si somigliano? Felicissimi a modo loro, i Pearson hanno addolcito nei giorni peggiori la malinconia per come eravamo e aiutato a scendere a patti con le contraddizioni che, per autoindulgenza, mi gonfiavano il petto: mi sognavo felicissimo anch'io. (8)
Per alcuni è la migliore delle quattro stagioni. Per me è troppo frammentaria e sconnessa per rivaleggiare con la commovente coralità della prima, troppo seriosa per concorrere con lo spassoso bagno di sangue che fu la terza. I protagonisti, al centro di storyline separate, non si incrociano quasi mai. Qualche trama (vedasi quella di Joyce in Russia sulle tracce di Hopper) appare improbabile perfino per una serie horror-fantasy. Le soddisfazioni arrivano dal trio composto da Steve, Nancy e Robin, riuniti nuovamente dall'irresistibile Dustin; dall'approfondimento psicologico dedicato alla fragile Max, al centro di una scena subito cult sulle note di Kate Bush; da Eleven, mai troppo apprezzata, protagonista di flashback sorprendenti in un covo sotterraneo degno degli X-Men. Servivano episodi di un'ora e trenta? Serviva introdurre personaggi su personaggi – fatta eccezione per l'iconico Eddie, ingiustamente accusato di omicidio –, con il rischio di perdere di vista i vecchi? Nonostante si applauda la new entry Jamie Campbell Bower, serafico e misteriosissimo nella sua divisa bianca, si ha a lungo l'impressione che la storia avanzi di poco. Piacevolissima e derivativa, forse più che mai, stavolta vanta i toni più sanguinosi del cinema di James Wan (non scomoderei la saga di Nightmare, a dispetto del cameo di Robert Englund). Questo discorso, almeno, valeva per i sette episodi, rilasciati dalla piattaforma streaming a fine maggio. Gli ultimi due, disponibili dal primo luglio e prolissi quanto blockbuster, sono invece talmente elettrizzanti, ambiziosi e caotici da spazzare via ogni scetticismo: le linee narrative finalmente si intrecciano e i personaggi, anche se ancora distanti, organizzano uno strepitoso attacco combinato contro un nemico che si nutre d'inquietudini adolescenziali. Ci si commuove? Sì, anche se non per la fantomatica conta dei morti. Ma si scoppia più spesso a ridere, entusiasti, per i montaggio forsennato; per uno sfortunato outsider che improvvisa un concerto metal assediato dai pipistrelli; per quel camioncino della pizza che, tra le dune del deserto, a sorpresa conduce Stranger Things alle origini della sua magia. (7,5)
domenica 29 dicembre 2019
[2019] Top 10: Le serie TV
lunedì 30 settembre 2019
Recensione: L'Istituto, di Stephen King
Le premesse erano delle migliori. Ancora i bambini protagonisti, ancora una storia di perdita dell’innocenza e infanzie violate: gli ingredienti segreti, insomma, dei suoi capolavori passati. Ma fra uno sviluppo che non brilla di luce propria e una lunghezza francamente inspiegabile, le analogie con L’incendiaria e Il talismano purtroppo finiscono qui. La trama è presto detta: Luke, dodicenne prodigio già pronto agli esami di ammissione al college, viene strappato alla famiglia – mamma e padre sono freddati nel cuore della notte – e rinchiuso in una prigione nelle foreste del Maine settentrionale. Il risveglio in quel posto, per dirla alla sua maniera, somiglia all’essere catapultati in una serie televisiva nel bel mezzo della terza stagione. Cosa si è perso? Perché quella cameretta perfettamente identica alla sua, ma senza finestre?
venerdì 16 agosto 2019
Recensione: Darkness, di Leonardo Patrignani
Nonostante la cupezza dell’ambientazione – la fittizia cittadina lacustre di Little Crow, vittima di un’inspiegabile invasione di tenebre –, le atmosfere, per fortuna, son quelle giuste. Si torna alle fragilità della prima adolescenza, quando si ha il mondo contro e tanta voglia di scappare verso un altrove imprecisato. Si torna a sbrogliare enigmi che strizzano l’occhio alle vacanze in quel di Castle Rock. Haly, la protagonista, è da poco rimasta orfana. I genitori, scomparsi in circostanze poco chiare, le hanno lasciato in eredità storie avventurose e insegnamenti insospettabilmente preziosi. Ma come rapportarsi, intanto, al vuoto della loro dipartita, alla rabbia davanti a quelle indagini di polizia già bella che chiuse, all’esistenza troppo stretta all’interno di una casa-famiglia senza privacy? Rimasta sola al mondo, la tredicenne vestita a lutto pianifica la fuga da un paese fantasma che le rinfaccia i giorni felici e, mentre il tempo va inesorabilmente avanti, ne ha in serbo per lei soltanto di tristi. Qualcuno – anzi, qualcosa – ha piani alternativi.
mercoledì 10 luglio 2019
I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05
Ero
partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di
un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins.
Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo
seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi
iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones,
mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può.
Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a
guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione:
forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli
sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature
alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle
commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con
tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo
traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono
diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate
e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque
nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si
veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si
avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di
mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i
russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete;
l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida
figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli
proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra
inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike
e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti,
non è andato via. Splatter e irriverente, un
tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri
straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico,
queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo
spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e
toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di
coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come
rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile,
se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti?
Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a
tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora
associata alla Storia infinita:
canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato
bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse
voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi
d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)
Lui,
lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà
virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un
tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo
stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una
riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata
trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una
cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di
una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è
un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La
superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata
da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace
meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale –
che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza
quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e
sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai
accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli
descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce
alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che
sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di
fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando
episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e
passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a
concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale.
Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e
metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se
necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio
opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido
come pretenderemmo. (6,5)martedì 29 maggio 2018
Recensione: Jonas e il Mondo Nero, di Francesco Carofiglio
lunedì 19 febbraio 2018
Recensione: L'uomo di gesso, di C.J. Tudor
venerdì 3 novembre 2017
I ♥ Telefilm | Stranger Things - Stagione 2
mercoledì 29 marzo 2017
Recensione: La vita felice, di Elena Varvello
Il mio consiglio musicale: Subsonica – Tutti i miei sbagli















