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venerdì 16 gennaio 2026

Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry

Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)

Una legge non scritta condanna Stephen King a trasposizioni mal riuscite. Serviva HBO, pronta a riunire il team creativo dell'ultimo adattamento di It e a mettere a punto una serie che si rivela essere contemporaneamente un prequel, un'espansione, un omaggio. Vietato affezionarsi ai personaggi: l'emittente televisiva ci ha abituato al peggio. Welcome to Derry non risparmia nessuno. Lo realizziamo presto, in un pilot destinato a infrangere uno dei più grandi tabù: i bambini e la morte. Provocatorio e violento, ma anche pieno della magia e del candore del cinema del passato, fa luce sui segreti di una città maledetta e soprattutto sulla figura del pagliaccio infernale. Questa volta, siamo ventisette anni prima del film di Andy Muschietti. A lottare contro l'entità piovuta dallo spazio profondissimo ci sono i ragazzini della generazione precedente. Legati ai personaggi più amati per mezzo di legami imprevedibili, si scoprono parte di un piano in cui l'unico male non è quello annidato nelle fogne. Cosa trama la base militare americana? Chi era il vero Pennywise? Al netto di una pessima CGI e di qualche episodio intermedio non all'altezza, la serie è un amarcord bellissimo perfino nelle ingenuità. Il merito? Di una scrittura che farà la gioia dei veri fan, in cui si intrecciano citazioni a Shining, Le ali della libertà, The Mist. Del grande ritorno di Bill Skarsgård, qui più inquietante e sontuoso che mai: il settimo episodio, in particolare, è una masterclass di regia e recitazione. Soprattutto, di nuovi piccoli eroi pronti a commuoverci, a metà tra lo spirito di sacrificio La compagnia dell'anello e la dolcezza intramontabile dei Goonies. (7,5)

E se la serie più attesa dell'anno fosse, paradossalmente, quella che nessuno aspettava? Sbucata dal nulla all'inizio di dicembre, girata con un budget bassissimo in un mese scarso di e prodotta da un'anonima emittente, si è imposta nella maniera più sorprendente: con il passaparola sui social. Sexy, ma anche tenera e profonda, affronta un tabù nel mondo dello sport professionistico e l'amore proibito tra due nemici giurati. Succede quello che succederebbe se Sinner, in segreto, frequentasse Alcaraz. Si respira qui e lì un'innegabile aria di fanfiction e tutti, dai protagonisti ai comprimari, hanno fisici scultorei e ormoni incontenibili, a cui danno libero sfogo in chiacchierate scene di sesso. A brillare, eppure, ci pensano la delicatezza del creatore di Jacob Tierney (in passato, anche collaboratore di Xavier Dolan) e l'alchimia tra gli astri nascenti Hudson Williams e Connor Storrie (quest'ultimo, texano ma dall'accento russo strepitoso, è un nome su cui scommettere). Quanto è coraggioso darsi alle commedie romantiche in tempi cinici come i nostri? Quanto è folle sfidare il fandom di Stranger Things, proprio nei giorni della conclusione? Eversiva nella sua semplicità, questa versione per adulti di Hearstopper arriverà presto su HBO Max e ci invita a credere, nel frattempo, di nuovo nelle favole. E nell'amore. E nel sesso. Ma, per favore, non domandatemi le regole dell'hockey. (7,5)

sabato 30 luglio 2022

Addii e arrivederci: This is Us s06 | Stranger Things s04

Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da adolescente ho letto questa da frase da qualche parte e ho finito per farla mia. Non sapevo niente di Anna Karenina, ma sapevo dove appartenevo. E in preda alla supponenza della gioventù, fiero perfino dei miei dolori, mi mostravo sprezzante verso l'armonia degli altri. Noi eravamo infelici, ma unici. Quando sei anni fa la mia famiglia è finita – almeno per come l'avevo conosciuta fino ad allora –, il distacco ha fatto male comunque e tuttora, sotto i vestiti, nascondo i bordi frastagliati di quel primo strappo. È stato allora che ho conosciuto i Pearson. Con loro, per sei anni e 106 episodi, è stato Natale tutti i giorni. E oggi, un po' più solo di quanto non fossi ieri, voglio ringraziarli per i sorrisi tra le lacrime e la compagnia. Tra alti e bassi, hanno compiuto un miracolo della serialità americana: fidelizzarci tutti mettendo in scena l'ordinario. Chiamala ordinaria, poi, una famiglia che resiste alla morte improvvisa del patriarca (Ventimiglia, l'uomo perfetto); una mamma che, divorata dall'Alzheimer, conserva gentilezza e dignità (Mandy Moore, da Emmy); una squadra di fratelli, nuore e genere, figli biologici e adottivi, radunata per un addio che si trasforma in una festa. I “Big Three” sono cresciuti e, stretti sotto un portico, nella baita che hanno costruito, si aggrappano gli uni agli altri temendo di andare alla deriva: Randall presta i suoi discorsi solenni alla vita politica; Kevin, padre di due gemelli, scende a compromessi; Kate, sempre mal sopportata, stupisce mostrandosi controcorrente tanto nelle scelte sentimentali quanto nei testa a testa coi fratelli. Le perle di saggezza, però, spettano ai personaggi secondari: da Beth, la mia preferita, che definisce un dono e un fardello l'incontro con una famiglia tanto ingombrante, fino a giungere a William: in uno struggente dialogo tra la vita e la morte, guida Rebecca lungo il treno dei ricordi e rassicura lo spettatore inconsolabile. Se la fine di una cosa ci rattrista, insegna, è perché era particolarmente bella mentre accadeva. Tutto era già scritto nella fine dei Pearson: ce lo avevano anticipato i flashforward. Ma quando l'inevitabile succede le lacrime scorrono in ogni caso. Tolstoj aveva ragione? Tutte le famiglie felici si somigliano? Felicissimi a modo loro, i Pearson hanno addolcito nei giorni peggiori la malinconia per come eravamo e aiutato a scendere a patti con le contraddizioni che, per autoindulgenza, mi gonfiavano il petto: mi sognavo felicissimo anch'io. (8)

Per alcuni è la migliore delle quattro stagioni. Per me è troppo frammentaria e sconnessa per rivaleggiare con la commovente coralità della prima, troppo seriosa per concorrere con lo spassoso bagno di sangue che fu la terza. I protagonisti, al centro di storyline separate, non si incrociano quasi mai. Qualche trama (vedasi quella di Joyce in Russia sulle tracce di Hopper) appare improbabile perfino per una serie horror-fantasy. Le soddisfazioni arrivano dal trio composto da Steve, Nancy e Robin, riuniti nuovamente dall'irresistibile Dustin; dall'approfondimento psicologico dedicato alla fragile Max, al centro di una scena subito cult sulle note di Kate Bush; da Eleven, mai troppo apprezzata, protagonista di flashback sorprendenti in un covo sotterraneo degno degli X-Men. Servivano episodi di un'ora e trenta? Serviva introdurre personaggi su personaggi – fatta eccezione per l'iconico Eddie, ingiustamente accusato di omicidio –, con il rischio di perdere di vista i vecchi? Nonostante si applauda la new entry Jamie Campbell Bower, serafico e misteriosissimo nella sua divisa bianca, si ha a lungo l'impressione che la storia avanzi di poco. Piacevolissima e derivativa, forse più che mai, stavolta vanta i toni più sanguinosi del cinema di James Wan (non scomoderei la saga di Nightmare, a dispetto del cameo di Robert Englund). Questo discorso, almeno, valeva per i sette episodi, rilasciati dalla piattaforma streaming a fine maggio. Gli ultimi due, disponibili dal primo luglio e prolissi quanto blockbuster, sono invece talmente elettrizzanti, ambiziosi e caotici da spazzare via ogni scetticismo: le linee narrative finalmente si intrecciano e i personaggi, anche se ancora distanti, organizzano uno strepitoso attacco combinato contro un nemico che si nutre d'inquietudini adolescenziali. Ci si commuove? Sì, anche se non per la fantomatica conta dei morti. Ma si scoppia più spesso a ridere, entusiasti, per i montaggio forsennato; per uno sfortunato outsider che improvvisa un concerto metal assediato dai pipistrelli; per quel camioncino della pizza che, tra le dune del deserto, a sorpresa conduce Stranger Things alle origini della sua magia. (7,5)

domenica 29 dicembre 2019

[2019] Top 10: Le serie TV


10. Dickinson (Apple)
Dissacrante, trasgressiva, libera come l’aria. La vita di una delle più celebri voci americane, raccontata in una commedia adolescenziale dall’irresistibile colonna sonora elettropop; ma a sorpresa, all’appello, non manca nemmeno la poesia.

9.  The Morning Show (Apple)
Scandali, orgoglio femminile e #metoo: il tutto, attraverso i retroscena di un notiziario che dà il buongiorno agli americani da generazioni. È un’aggiunta dell’ultimo momento ma, vuoi il cast sfavillante, vuoi le tematiche di bruciante attualità, la serie sui lati oscuri della televisione poteva forse mancare nel meglio della TV di quest’anno?

8. Modern Love (Amazon Prime Video)
Otto storie d’amore sullo sfondo di una New York più magica che mai. Otto storie vere. Per tornare a credere nelle relazioni, nell’amicizia e soprattutto in sé stessi, grazie alla serie antologica a prova di cuori di pietra. Tramontata la stella di This is us, potrebbe diventare la coccola per eccellenza da concedersi nei giorni storti.

7. When They See Us (Netflix)
Sporadica voce fuori dal coro, al gelido rigore di Chernobyl ho preferito la commozione della miniserie diretta da Ava DuVernay. La cronaca di un’ingiustizia realmente accaduta, che lascia rattristati e inviperiti fino alle lacrime. A volte, se nel posto sbagliato al momento sbagliato, non si hanno colpe: a parte quella di avere la pelle scura.

6. The OA – Stagione 2 (Netflix)
È stata la migliore serie della sua annata. Tornata sul piccolo schermo qualche anno dopo, ha saputo ripetere la sua magia ma non il suo successo: brutalmente cancellata, nonostante una seconda stagione decisamente all’altezza delle aspettative, il singolare sci-fi con Brit Marling aveva ancora altri misteri da svelarci. Peccato. Resterà, comunque, un’esperienza di vita.

5. Stranger Things – Stagione 3 (Netflix)
Ero pronto a dirmi stufo. Della retromania dilagante. Di una serie per grandi e piccini troppo in fretta diventata cult. A dispetto dei dubbi della stagione precedente, invece, Eleven e i suoi insostituibili amici sono tornati con il desiderio di farmi ricredere:  ragazzi, sfida vinta! L’estate di sangue dei bambini dei Duffer Brothers, ormai quasi adolescenti, non passerà mai di moda.

4. Looking For Alaska (Hulu)
Non tutti i John Green, malauguratamente, diventano un tormentone. L’autore di Colpa delle stelle, che in sala ha strappato chissà quante lacrime, sembra infatti non aver fatto il boom anche a puntate. Da me consigliato in lungo e in largo, l’adattamento di Cercando Alaska – sceneggiato dal creatore di The OC e Gossip Girl – è il gioiello grezzo da riscoprire.

3. The Marvelous Mrs. Maisel – Stagione 3 (Amazon Prime Video)
Non so davvero come sia possibile. Trovare anno dopo anno nuove cose da dire. E, soprattutto, nuove cose per cui ridere. Ma se hai un’autrice come Amy Sherman-Palladino, se hai un talento comico come quello di Rachel Brosnahah, inutile porsi domande: tanto vale mettersi comodi, le orecchie dritte e gli occhi spalancati, per godere del genio di uno show di stand-up comedy lungo già tre anni.

2. Fleabag – Stagione 2 (Amazon Prime Video)
Phoebe Waller-Bridge. La amavo anche quando nessuno la conosceva, ma questo è stato l’anno della sua consacrazione: del suo talento, infatti, si sono accorti tutti. Nonostante la serie da lei diretta e interpretata ci dica addio qui, alla seconda stagione che ha schierato in campo un iconico Andrew Scott, scommetto a scatola chiusa che il personaggio di questa Bridget Jones ancora più sfortunata e inglese dell’originale sia soltanto la punta dell’iceberg.

1. Euphoria (HBO)
Euforia, sì. È quello il sentimento con cui ho salutato la serie di Sam Levinson: quella forma di contentezza eccessiva, che da un momento all’altro può sfociare nella disperazione più nera. Merito del cast giusto, guidato da una Zendaya di cui mi dichiaro innamoratissimo. Merito di una regia da manuale, che non sfigura davanti ai ritratti adolescenziali di Boyle, Korine, Araki. Sesso (spinto), droga (a non finire), rock ‘n’ roll (gli si preferisce, tuttavia, Billie Eilish): per favore, non chiamatelo teen drama.

lunedì 30 settembre 2019

Recensione: L'Istituto, di Stephen King

| L’Istituto, di Stephen King. Sperling Kupfer, € 21,90, pp. 565 |

Parlarne male mi spezza il cuore. È come disonorare il padre e la madre nei dieci comandamenti. Significa dichiararsi amareggiati da un mentore che immaginavamo infallibile per definizione. Almeno a memoria, dai fasti di 22/11/'63 in poi, non credo ci sia stato un solo romanzo dei suoi che mi abbia deluso altrettanto. Salutato dai più come un grande ritorno alle origini, L’istituto non mi è piaciuto. Questione di punti di vista: per me il Re, infatti, non era mai andato via – quindi quale ritorno, e da dove? 
Le premesse erano delle migliori. Ancora i bambini protagonisti, ancora una storia di perdita dell’innocenza e infanzie violate: gli ingredienti segreti, insomma, dei suoi capolavori passati. Ma fra uno sviluppo che non brilla di luce propria e una lunghezza francamente inspiegabile, le analogie con L’incendiaria e Il talismano purtroppo finiscono qui. La trama è presto detta: Luke, dodicenne prodigio già pronto agli esami di ammissione al college, viene strappato alla famiglia – mamma e padre sono freddati nel cuore della notte – e rinchiuso in una prigione nelle foreste del Maine settentrionale. Il risveglio in quel posto, per dirla alla sua maniera, somiglia all’essere catapultati in una serie televisiva nel bel mezzo della terza stagione. Cosa si è perso? Perché quella cameretta perfettamente identica alla sua, ma senza finestre?

Fa’ crollare tutto, pensò. Come Sansone fece crollare il tempio di Dagon dopo che Dalila gli aveva fatto tagliare i capelli con l’inganno. Fa’ crollare questo posto, e schiacciali sotto le rovine. Schiacciali tutti.

A spiegargli le regole e i lati oscuri del soggiorno sono compagni di disavventura come gli sfrontati Kalisha e Nick e il precoce Avery, bambino dai talenti insospettabili. In quel pericoloso paese dei balocchi li hanno divisi fra telepatici e telecinetici. I cattivi spremono e potenziano i loro poteri. Le guardie, inoltre, scongiurano gli atti di ribellione con la televisione accesa, i distributori di alcolici e sigarette, i poster motivazionali – ma nell’Istituto è vietato leggere libri, guardare programmi informativi, accedere a determinate pagine web. Nella Prima Casa i bambini sono cavie da laboratorio; nella seconda, un posto senza ritorno, subiscono una vera e propria lobotomia a furia di film e messaggi subliminali; poi ci sono Gorky Park e l’ala dei forni crematori, di cui all’inizio poco è dato sapere al lettore.
Se la cosa più crudele dell’Istituto è l’impiego dei termometri rettali, se il protagonista la fa troppo facile a realizzare i suoi sogni d’evasione in una prigione in cui nessuno sembra mai prendere grandi accortezze verso i pazienti, qualcosa non quadra. Neanche quando, dopo 350 pagine, i toni diventano quelli di un racconto d’avventura vecchio stile – barche a remi, treni merci, le stelle per orientarsi – e il dramma di Luke si intreccia con l’esistenza di Tim, guardia notturna troppo qualificata per il suo ruolo. Allora, non lo nego, qualche piccola soddisfazione c’è: merito di un assedio da western che contrappone i villici del profondo Sud all’intelligence; di due non protagoniste d’eccezione – Maureen e Orphan Annie –, la prima donna delle pulizie sommersa dai debiti e l’altra clochard che farnetica di cospirazioni internazionali e uomini in nero.

Sanno che sta succedendo qualcosa di strano. Qualcosa di brutto. Non cosa di preciso: questo non vogliono saperlo. Perché dovrebbero? L’Istituto dà loro da mangiare, e in ogni caso chi crederebbe alle loro parole? Quanto a questo, c’è ancora un sacco di gente convinta che i tedeschi non abbiano ucciso tutti quegli ebrei. Si chiama negazionismo.

Perfino le strizzate d’occhio non mancano: ecco spuntare due gemelle dall’aria familiare, che ricordano proprio quelle di un classico dell’horror; ecco una citazione che ci riporta all’istante nella città fantasma di Salem’s Lot. Allora come mai non lo hai apprezzato, chiederete? Ho trovato furbe e forzatissime le connotazioni storico-politiche, che passano dalla tragedia della Shoah a quella dello schiavismo, fino ad andare a bacchettare il solito Donald Trump. I capitoli dedicati al punto di vista degli antagonisti, i soliti scienziati pazzi da blockbuster americano, annoiano. I territori sono gli stessi di Glass e La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, dunque non felicissimi, e i cenni ai mondi Marvel hanno trovato del tutto disinteressato un profano dei cinecomic come il sottoscritto. 
Nonostante le immancabili tinte crudeli, L’Istituto è un racconto per ragazzi di amicizie e primi amori, in cui la morale della favola – banalotta – è che l’unione fa la forza. L’autore non potrebbe sfornare meno di due titoli l’anno ma ragionarci sopra di più? Un adolescente di oggi, mi sono chiesto soprattutto, si sorbirebbe queste quasi 600 pagine affrontate stancamente anche da un fan come me? Probabilmente preferirebbe darsi allo streaming, al binge watching. Un tempo era Stranger Things a omaggiare Stephen King; ora succede l’esatto contrario. E in questa lunga puntata senza idee brillanti o colpi di scena – un compromesso alla moda per mostrarsi al passo coi tempi e parlare alle nuove generazioni –, ho sentito tanto la mancanza di Eleven quanto quella del mio Re.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Pink Floyd - Another Brick in the Wall

venerdì 16 agosto 2019

Recensione: Darkness, di Leonardo Patrignani

| Darkness, di Leonardo Patrignani. DeA, € 14,90, pp. 256 |

Odore di crema solare, secchielli e palette sul bagnasciuga, i gonfiabili in piazza. L’estate ispira nostalgia e leggerezza. Mette voglia di tornare subito indietro nel tempo, a quando si era bambini, e allora si fila in libreria in cerca di avventure a tema. A lungo, per me, l’estate è stata Stephen King e le repliche dei film di Joe Dante alla TV. Passeggiate sulle rotaie in cerca di cadaveri e misteri, piccoli grandi spauracchi e amicizie in poltrona. Preannunciata dal ritorno di Stranger Things, perfetto per dare manforte ai ricordi del passato, alla bella stagione – purtroppo da me tollerata ormai a fatica, fra zanzare e spossatezza – ho permesso finora un’unica concessione alla malinconia: il nuovo romanzo di Leonardo Patrignani, grande amico del blog ai tempi della trilogia di Multiversum
Nonostante la cupezza dell’ambientazione – la fittizia cittadina lacustre di Little Crow, vittima di un’inspiegabile invasione di tenebre –, le atmosfere, per fortuna, son quelle giuste. Si torna alle fragilità della prima adolescenza, quando si ha il mondo contro e tanta voglia di scappare verso un altrove imprecisato. Si torna a sbrogliare enigmi che strizzano l’occhio alle vacanze in quel di Castle Rock. Haly, la protagonista, è da poco rimasta orfana. I genitori, scomparsi in circostanze poco chiare, le hanno lasciato in eredità storie avventurose e insegnamenti insospettabilmente preziosi. Ma come rapportarsi, intanto, al vuoto della loro dipartita, alla rabbia davanti a quelle indagini di polizia già bella che chiuse, all’esistenza troppo stretta all’interno di una casa-famiglia senza privacy? Rimasta sola al mondo, la tredicenne vestita a lutto pianifica la fuga da un paese fantasma che le rinfaccia i giorni felici e, mentre il tempo va inesorabilmente avanti, ne ha in serbo per lei soltanto di tristi. Qualcuno – anzi, qualcosa – ha piani alternativi.

Il buio non era ai confini della città. Era negli angoli più nascosti delle case, nei ricordi sepolti perché troppo dolorosi, nel cuore e negli occhi delle persone. Era ovunque.

A frapporsi fra lei e la libertà è la comparsa di un denso banco di oscurità, simile a una nebbia scura e impenetrabile. Ai concittadini più anziani ricorda un po’ la famigerata catastrofe del ’51. Saltano le comunicazioni telefoniche, la radio e i televisori non prendono, gli orologi si fermano come in un sortilegio. Quanto possono reggere i generatori di corrente? È in agguato una tempesta solare, o forse un tornado? Nell’aria, però, si nega qualsiasi odore di pioggia. Ferma nell’incertezza, sospesa nei forse, Little Crow e i suoi abitanti veleggiano verso l’angoscia: altrettanto, probabilmente, faranno i giovani lettori. Ma dalla nebbia di Patrignani, a sorpresa, non saltano fuori né i mostri di The Mist né le creature aliene di Under The Dome. Si intravedono, piuttosto, il cappello giallo di una viandante senza nome – ho pensato con un sorriso alla Signora Ceppo di Twin Peaks – e ombre delle nostre paure inconsce. Owen, lo sbeffeggiato direttore del giornalino scolastico in cerca di scoop, teme ad esempio l’indifferenza dei genitori in affari e si domanda se si accorgerebbero della sua assenza se, all’improvviso, sparisse nel nulla; il goffo e paffuto Brian, nerd amante dei fumetti con una mamma malata che gli dà troppo da pensare, fugge a gambe levate davanti ai ragni – non fa eccezione, pensate, neanche Spider-Man. Di cosa ha davvero paura, però, la loro guida, Haly? Dopo aver inforcato la bicicletta, con una torcia ben funzionante stretta in mano, i tre ragazzi elaborano simpatiche liste per punti e classificano le reazioni dei compaesani: uomini di fede, eterni indifferenti, genitori allarmisti, eroi dell’ultimo momento. E, anche se l’intimità spaventa perché rende tutti vulnerabili, scoprono che fianco a fianco niente appare insormontabile.

In pochi istanti comprese quali fossero i veri mostri lì fuori. I finti sorrisi, le frasi di circostanza, le inutili promesse. La maschera che la gente indossava ogni giorno, appena infilata la divisa di lavoro e occupato il proprio posto nel mondo. Forse diventare grandi significa accettare tutto questo.

Banco di prova per autori affermatissimi – di recente, vi ricordo, si sono avvicinate al genere anche le candidate al Premio Strega Raffaella Romagnolo e Antonella Cilento –, la narrativa per ragazzi offre agli autori un’ora d’aria fra un successo e l’altro e nuovi lettori da conquistare. A dispetto del titolo, Darkness è una funzionale macchina del tempo per tornare all’epoca in cui si era affiatati e innocenti: poco più che bambini. Scritto in maniera semplice e senza fronzoli, con capitoli da divorare e una toccante morale di fondo, il romanzo ha senz’altro il difetto di non allontanarsi mai dal target di partenza. Se non più giovanissimi, per apprezzarlo è consigliabile lasciarsi contagiare dal candore dei protagonisti. I Perdenti secondo Leonardo hanno un’ottima memoria, prestano spesso ascolto agli insegnamenti degli adulti, sfidano un Dissennatore da listino meteorologico che all'ultima pagina spererebbe di succhiare loro la gioia di vivere.  Ci si affida di comune accordo, allora, alla famiglia, all’amicizia, alla persistenza della memoria. A una sottovalutata verità a proposito dei proverbiali risvolti della medaglia. L’oscurità, infatti, mette in risalto la luce – e le persone care. Non tutto il male viene per nuocere; non tutto il buio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Coldplay - Midnight

mercoledì 10 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05

Ero partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins. Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones, mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può. Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione: forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete; l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti, non è andato via. Splatter e irriverente, un tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico, queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile, se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti? Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora associata alla Storia infinita: canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)

Lui, lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale – che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale. Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido come pretenderemmo. (6,5)

martedì 29 maggio 2018

Recensione: Jonas e il Mondo Nero, di Francesco Carofiglio

| Jonas e il Mondo Nero, di Francesco Carofiglio. Il Battello a Vampore, € 16, pp. 333 |

Da bravo superficiale quale sono, non avrei saputo resistere. All'illustrazione in copertina che prima ancora del passo di It citato a pagina uno faceva respirare atmosfere alla Stephen King. Al nome di uno scrittore molto prolifico – non si tratta di omonimia: Francesco è il fratello minore di Gianrico, altra garanzia di bestseller –, qui alle prese con un romanzo per ragazzi.
Com'era perciò prevedibile non ho opposto resistenza, no, e mi sono concesso con una punta di nostalgia un viaggio lungo una metafora assieme all'ultimo volume del “Battelo a Vapore” – intorno agli otto anni non una semplice branca della Piemme, bensì la mia migliore amica. Con il protagonista, d'altronde, sarei andato d'accordo anche ai tempi. Balbuziente e occhialuto, non brilla né a scuola né negli sport, e a casa, quando non può perdersi in qualche romanzo o nell'inusuale catalogazione dei coleotteri, fa i conti con una mamma che c'è e non c'è, un papà a rischio cassa integrazione, una sorella maggiore che vive di rotocalchi. Nemmeno i bulli, gli stessi che in una segheria abbandonata usano i randagi del quartiere per il barbecue, si curano di lui: anonimo com'è, non ispira grandi angherie. Si chiama come l'eroe della serie distopica di Lois Lowry, sogna mondi sottosopra degni di una puntata di Stranger Things e in una anonima città degli Stati Uniti – tra cenni a fotoromanzi, sceneggiati radiofonici e vecchi tram, non sappiamo bene se collocarla nel presente o nel passato – vede succedere strane cose. Non esistono le ombre di cui parla: i genitori si sono accertati che avesse tutte le rotelle al posto giusto in tempi non sospetti, portandolo a colloquio da uno psichiatra infantile. Non vogliono dirgli niente gli indovinelli alla Lewis Carroll e i regali enigmatici che riceve in dono da conoscenti vicini e lontani. Come convincersene se all'orizzonte non gli si prospetta un bianco Natale, bensì nerissimo? Come fare spallucce, se nella sua stanza compare Melampo, una specie di elfetta biondo platino che viene da una dimensione intermedia?

Ci sono vari modi di sentirsi soli. Non poter raccontare i propri segreti era uno di quelli.

Jonas era un dodicenne normale, per quanto sui generis: una spasimante di cui non contraccambiava le gentilezze, un compagno di banco che nascondeva i lividi di un genitore manesco, l'amore igenuo per Nina (figlia di pasticcieri, incantevole e spiritata: non vedente). Certo, aveva un nugolo di parenti finiti a picco nell'oceano o in una camera dalle pareti imbottite, ma nel suo microcosmo di hobby, routine e manie ci stava ignaro e contento. Si è arreso: la stranezza sembrava una condanna vita natural durante. Tutto è destinato a cambiare. Ha letto spesso di straordinarie avventure per mari e per monti, di verità che sfuggono e bambini scelti per sbrogliare equilibri instabili: non pensava che i fantasy che ha divorato sotto le coperte, con la neve fuori, parlassero di lui. Che è la chiave della porta che apre il bene e taglia fuori il male, pronta a spalancarsi pericolosamente ogni trentatré anni. Che nell'intercapedine della nostra realtà esiste Extramondo, una Isola che non c'è popolata dai Ragazzi Ombra. Che a mezzanotte le due dimensioni nemiche si incontreranno, e una soccomberà all'altra, fulminandosi come una lampadina in esaurimento. Come può lui avere potere decisionale, se grigiore e malumore diffusi, se l'impressione tutta contemporanea di poter fare a meno di essere felici, testimoniano che il male è un'infiltrazione che non ci abbandona?

Alcune cose, a volte, riescono meglio a occhi chiusi.

Jonas e il Mondo Nero, più vicino al racconto fantastico che all'horror, è un romanzo strano, in parte, come strano ci si presenza il suo adorabile protagonista (i dialoghi superano le descrizioni e, fra le pagine, si respira una durezza del vivere che non ti aspetteresti). Chiariamolo subito: l'originalità non è di casa, di qualche guizzo ironico ho proprio sentito la mancanza, e la risoluzione finale appare piuttosto approssimativa. Non mi sono piaciuti gli “appunto” di troppo, l'esagerare coi puntini di sospensione nelle parti dialogiche, il fatto che molti personaggi – i vicini, la spasimante, il migliore amico – fossero introdotti per poi rimanere sullo sfondo. Mi è piaciuto il resto (gli ex manicomi, i passaggi segreti dappertutto, le stazioni abbandonate), ma soltanto con il senno di poi. Perché Jonas e il Mondo Nero fa parte di quei romanzi che decollano tardi amando la malinconia della partenza, che sono soprannaturali ma non così tanto. Quelli che si accontentano di essere semplici, di cuore, e in cui l'elemento fiabesco resta una scusa per cominciare a raccontare. Troppo, qui?

Dove vanno a finire le cose dell'infanzia? Tipo la collezione dell'Uomo Ragno, le corse a perdifiato, e i racconti di tuo nonno d'estate, all'ombra della grande quercia. Dove vanno a finire le voci, gli odori, la sensazione precisa di essere nell'istante perfetto, che durerà per sempre? Che non finirà mai. Non dura per sempre. E tutta quella roba, a un certo punto, sparisce. La memoria si inghiotte i fumetti, le corse e i racconti di tuo nonno. E improvvisamente sei solo. E improvvisamente, non sei più bambino.

Da piccoli poteri derivano grandi responsabilità. C'è sempre il tempo per ogni cosa: scoprire che le guerre non si vincono mai in solitaria, ad esempio, oppure cambiare. E c'è un ragazzetto cupo per natura che paradossalmente, eppure, fa abbastanza luce da illuminare un viaggio al centro della terra, e della notte, di cui ho percepito a metà l'importanza di quel che c'era in ballo. Crescere, racconta l'adulto Carofiglio con una punta di tristezza a chi adulto si appresta a diventarlo, significa dimenticare la magia. Nell'Extramondo, nell'età di confine tra l'infanzia e l'adolescenza, qualcosa passa di mente e qualcosa no. Restano un origami a forma di suricato (la sentinella del mondo animale) sulla scrivania di una cameretta che si è fatta d'un tratto troppo piccola. Gli ammonimenti, durante una partita decisiva, di chi ci consigliava di colpire la palla di piatto, non di punta. Per abbandonare la panchina e fare goal in una vita nuova. Esultando sotto un cielo che ha smesso di pioverci addosso, e di fare male cane.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Shawn Mendes – In My Blood

lunedì 19 febbraio 2018

Recensione: L'uomo di gesso, di C.J. Tudor

| L'uomo di gesso, di C.J. Tudor. Rizzoli, € 20, pp. 347 |

Bastano cinque amici, un'estate sospesa nella seconda metà degli anni Ottanta, un paese di provincia in cui all'apparenza non succede mai niente di che. L'attesa che arrivino i caroselli del Luna Park in piazza e la scoperta nei boschi, sotto un mucchio di foglie secche, di quanto possano essere criminali certe menti. Ad Anderbury, a dodici anni, tutto è un lungo gioco: crescere e imboccare strade diverse allo stesso bivio; perfino l'omicidio. Eddie, ai tempi soltanto un bambino, rievoca trent'anni dopo quella bella stagione di morte e misteri. Qualcuno bussa alla porta, una vecchia conoscenza in cerca di fama e verità, e il mite professore dalla lingua impastata – un amore per il collezionismo a confine con il disturbo ossessivo compulsivo, una casa da dividere con un'incantevole sconosciuta dal look gotico, rughe precoci al centro della fronte per la paura crescente di aver ereditato dal padre il sogno di scrivere assieme all'Alzheimer – accoglie suo malgrado flashback di una vita prima e fantasmi senza riposo.

Ci sono cose nella vita che puoi modificare – il tuo peso, l'aspetto fisico, persino il tuo nome. Certe altre invece non le puoi toccare in alcun modo, e non importa se ci speri e ci provi e ci lavori duro, con tutte le tue forze. Sono queste le cose che ci modellano. Non le cose che possiamo cambiare. Quelle che non possiamo cambiare.

Quando erano lui, Gav la Palla, Hoppo, le continue bugie di Mickey Metallo e i boccoli ramati di Nicky, l'unica ragazza della banda. Un bullo, Sean, e l'idea di sfuggirgli elaborando una specie di linguaggio segreto. Basta un pacco di gessetti per abbozzare sui muri omini stilizzati: ognuno disegnato in maniera diversa (cinque amici non troppo inseparabili, dunque cinque colori), ognuno con un messaggio (tutti al parco, incontriamoci, e magari un grassoccio punto esclamativo per indicare fretta, subito). Qualcuno di infido, però, si appropria del trucco dei ragazzini: l'orrore fa suo quel loro codice privato. Omini di gesso se un coetaneo annega nel fiume. Omini di gesso se un membro della comunità al di sopra di ogni sospetto viene ridotto in fin di vita. Omini di gesso, come in una caccia al tesoro, sulla tomba della Ragazza del Valzer: un'adolescente romantica e sfortunata al cui corpo smembrato manca un tassello significativo, la testa.

Abbiamo lasciato un segno nella Storia. Un piccolo segno, un omino disegnato con il gesso, penso con amarezza. Naturalmente, le vicende sono state abbellite nel corso del tempo, la verità pian piano è stata tirata e sfilacciata, si è consumata ai bordi. Ma anche la Storia con la S maiuscola in fondo è solo una storia, narrata da coloro che sono riusciti a sopravvivere.

Basteranno forse protagonisti fra passato e presente che fanno il verso ai Perdenti e l'effetto amarcord di Stranger Things per rendere lieto, se non memorabile, il soggiorno in un microcosmo in fervente attesa della venuta della mezza stagione e del peggio in agguato? L'uomo di gesso, esordio della britannica C.J. Tudor, convincerebbe comunque con pochissimo. Mi sarei lasciato tentare, infatti, da premesse che ricordano i migliori coming of age di Stephen King e dalla particolarità di una copertina ruvida al tatto, stile lavagna, che purtroppo in fotografia non rende. Così, essenzialmente, è stato all'inizio. Se non fosse che il romanzo – un thriller psicologico di quelli nostalgici, con sprazzi da incubo che attingono a piene mani dai macabri resti e dai deliri notturni del cinema horror – avrebbe poi finito per irretirmi grazie ai drammi degli abitanti e ai fragili castelli di carte dei protagonisti, nessuno completamente senza macchia. Si protesta con cartelloni alla mano e atti di vandalismo per l'apertura di una clinica favorevole all'aborto, ma nessuno punta il dito verso chi di quei figli illegittimi, di quelle giovani madri rassegnate, è il colpevole. Ci si accorge quando ormai è troppo tardi per dare fiato alla bocca che ogni azione, anche la più ingenua, ha generato una reazione collaterale; che ogni devianza, anche una piccola così, sa renderti il cuore più nero. Anderbury, novella Twin Peaks, è una Babele in miniatura di scandali, manie e avventure meravigliose perfettamente racchiusa, rubando le parole al protagonista, in una palla di cristallo. Di quelle che basta un colpo di mano, una scossa, per mettere tutto a soqquadro. Piovono così lacrime e brillantini su crimini impuniti che nel mentre diventano leggenda metropolitana e sui buchi nelle sceneggiature della nostra infanzia. La pioggia, nel romanzo della Tudor, non cancella rimpianti che il tempo ha trasformato già in sensi di colpa. Né il brivido beffardo di un nuovo sbaffo di gesso sull'asfalto.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Clash – Should I Stay or Should I Go

venerdì 3 novembre 2017

I ♥ Telefilm | Stranger Things - Stagione 2

Per molti serie senza rivali dello scorso anno – nel mio personale listone, aveva saputo scalzarla all'ultimo momento soltanto l'impenetrabile The OAStranger Things era una magia di cui tutti attendevano il ritorno e le scintille. Avrebbe fatto nuovamente il suo incantesimo, non tradendo grandi amici e piccoli brividi? Avrebbe convinto ancora, così come assicuravano le impressioni della stampa? Sui social mi è scappata in anticipo qualche parola amareggiata di troppo. Perché, diciamolo subito, per me la seconda stagione non ha né mantenuto né raddoppiato l'effetto nostalgia. Finendo per deludere, in una maratona di pochi giorni con i colori di Halloween per le strade del centro e, in poltrona, un'emozione in ritardo imperdonabile. A Hawkins, Indiana, il male è come a Derry: di casa. I campi seccano misteriosamente, i raccolti di zucche muiono. C'è qualcosa di marcio nel sottosuolo: una porta da cui si riversano i mostri e il caos che Eleven ha rallentato, non fermato. Tornata dopo l'uscita di scena dello scorso finale di stagione, la punta di diamante del cast vive isolata in una cascina irraggiungibile nei boschi: si fa crescere i capelli, sperimenta il punk e l'eyeliner e, ora con il pensiero e ora sulle proprie gambe, va in cerca di sé e delle proprie radici familiari. Will è tornato, ma contagiato dal male: ha una nuova sensibilità, un diverso sentire, complici vaneggiamenti inquietanti che forse non sono che finestre sul futuro. Gli sta accanto un Mike incapace di arrendersi alla perdita dell'amica, mentre Lucas e Dustin sono alle prese con un triangolo sentimentale (che guaio, i boccoli rossi di Max, l'ultima arrivata in città) e un animaletto domestico di dubbia provenienza. I bambini, tra sale giochi e feste a tema, si mettono nei pasticci. Gli adolescenti chiedono vendetta per Barb e chiarezza sui loro sentimenti. Gli adulti, impavidi o sprovveduti, scendono nei covi più reconditi a loro rischio e pericolo. Quest'anno Stranger Things non sorprende, neppure in episodi conclusivi in cui sembra ritrovare parte di quello che si è perso. Indecisa tra la tentazione di ricalcare furbamente aspetti della sua istantanea iconicità (una mappa tappezza il soggiorno in sostituzione alle famosissime luci natalizie, Should I Stay or Should I Go è di nuovo in cuffia) e il bisogno di rinnovarsi (citazioni che questa volta spaziano dai più sanguinosi L'esorcista e Evil Dead, la dimensione individualistica sfortunatamente preferita ai pregi della collettività), la serie Netflix porta avanti diverse storyline e dimentica la bellezza dei momenti d'insieme, tanto toccanti anche nell'ultimo It. I protagonisti appaiono riuniti soltanto nel frettoloso e blando scontro finale. Nessuna prova attoriale impressiona, lì dove invece, in passato, ci sono stati premi o menzioni: una Winona Rider sopra le righe trova la compagnia di Sean Astin, ma perde la meraviglia di un ritorno in grande spolvero; Millie Bobby Brown vince il mutismo, si fa più graziosa a vista d'occhio, ma i suoi occhi espressivi suggerivano più di mille strepiti. I Duffer Brothers rinunciano alla realizzazione di qualche episodio; lavorano per accumulo. Aprono porte e parentesi soprannaturali, mettendo tanta carne al fuoco: dimenticata lì, poi, per le stagioni che saranno. La puzza di fumo insospettisce però. Stranger Things è tornato, ma poco coeso. Più solitario, più pasticciato. A malincuore, perché così sottotono questo Sottosopra? (6,5)

mercoledì 29 marzo 2017

Recensione: La vita felice, di Elena Varvello

Non ne sapevo niente, allora, dei modi in cui l’amore può manifestarsi, né della forza con cui può spingerci in un angolo e toglierci il respiro.

Titolo: La vita felice
Autrice: Elena Varvello
Editore: Einaudi
Prezzo: € 18,50
Numero di pagine: 190
Sinossi: Elia ha sedici anni ed è un ragazzo solitario. Suo padre è stato licenziato e ha cominciato a comportarsi in modo strano, sparendo per ore a bordo di un furgone, chiudendosi in garage, scrivendo lettere che denunciano un complotto di cui si sente vittima. Elia prova a decifrare ciò che accade, mentre sua madre sembra non voler vedere. Fino alla notte d’agosto dopo la quale nulla sarà piú come prima: la piccola comunità di Ponte – già segnata dall’omicidio insoluto di un bambino – si sveglia sconvolta per il rapimento di una ragazza, salita la sera precedente su un furgone e poi svanita in mezzo ai boschi. Ma quell’estate per Elia è anche segnata dall’attrazione per Anna Trabuio, dall’amicizia per suo figlio Stefano, dalla scoperta lacerante dei propri desideri e dell’istinto di sopravvivenza. A raccontare tutto questo è Elia trent’anni dopo: un uomo che tenta di ricucire lo strappo del passato e illuminare il buio nella mente di suo padre, immaginando cosa sia accaduto davvero quella notte, e cosa significhi perdere se stessi. Ma soprattutto tenta di rispondere a una domanda: com’è possibile, dopo una ferita cosí profonda, sperare di essere felici? Tra La settimana bianca e Io non ho paura, Elena Varvello ha scritto una storia di formazione diversa da tutte le altre, che cattura il lettore con una lingua cesellata, dura e trasparente.
                                                 La recensione
Un groviglio di tronchi e rami ai lati della strada. Un bosco. Gli occhi di due fari che bucano il buio. Senza soffermarmi sul risvolto di copertina, non so perché, avevo immaginato un giallo investigativo. Un poliziesco. Mi sono soffermato sui giovani misteri della Vita felice in ritardo. Complice un bellissimo post a tema Stranger Things di un'amica blogger, Francesca, nel quale si parlava di anni Ottanta e romanzi di formazione. Per gli spettatori incapaci di attendere il prossimo Halloween per scoprire finalmente cosa ne è stato di Eleven e del resto della squadra, ingannare l'attesa leggendo avventure dal sapore rétro: senza tirare in ballo, magari, il classico Stephen King. Mi sono ricordato del romanzo di Elena Varvello quando l'ho incrociato in biblioteca. L'ho portato a casa con me senza tentennare: ad ottobre, infatti, quant'è che manca? Si parlava, a proposito di John Irving e di proverbi della nonna, di incipit che sono mezza bellezza. Quello della Varvello è di quelli che ti fanno dannare l'anima. In apertura, subito palesati i sospetti verso un padre non così irreprensibile: Ettore Furenti, ci racconta in prima persona il figlio Elia, diede uno strappo a una ventenne e la condusse nel fitto del bosco. 
La stessa estate in cui i carabinieri trovarono alle cascate il cadavere di un bambino e i Trabuio, famiglia sulla bocca di tutti, tornarono in paese con la coda tra le gambe. Elia, all'epoca, aveva sedici anni. Gli anni Settanta erano lì lì per finire, e anche la sua innocenza. Il protagonista vive in un paese di provincia, al nord. Non c'è futuro, non c'è divertimento, non c'è respiro. Solitario e irrequieto, disobbedisce alle raccomandazioni della madre. La noia e la curiosità lo portano a farsi amico il ribelle Stefano, figlio della chiacchierata Anna Trabuio: una donna di mezza età e dalla bellezza sfiorita, che gli occhi inesperti di un ragazzino trasformano in un mezzo sogno erotico. Elia scopre l'amicizia e l'attrazione verso un'adulta che non è quello che dipingono. Soprattutto, tra sigarette consumate fino al filtro e altalene cigolanti, il malessere di un padre che perde il lavoro in fabbrica e, assieme a quello, il sorriso e la lucidità. Quale interruttore scatta nella testa del paranoico Ettore Furenti, che d'un tratto farnetica di cospirazioni e cattivi consiglieri? Perché le tante notti passate in garage, il furgone infangato, i tagli inspiegabili sulle nocche? 
Intanto sua moglie, una bibliotecaria paziente e in buona fede, madre irreprensibile, ignora deliberatamente i segni. La vita felice, predice Anna a Elia, è quella che verrà. Lo dice il palmo della sua mano sinistra. Sarà una vita lunga, lunghissima. Il romanzo di Elena Varvello, graffiante e caotico, in realtà felice non è. Una lettura cupa e nerissima ma dal fascino indubbio, in cui la selva oscura della copertina – e l'impossibilità di sottrarsi ai legami di sangue – toglie il respiro. Ci sono infiniti spazi aperti, ettari e ettari per sotterrare cadaveri e sperimentare nuovi giochi, ma ci assale un profondo senso di claustrofobia. Lo stesso provato, magari, da una baby sitter che sale nella macchina di un estraneo e si accorge che da quel viaggio in fondo alla notte non ci sarà ritorno. Si gioca a carte scoperte, eppure il dubbio resta. Si percepisce una certa stanchezza, in un finale che si dilunga un po' troppo, ma La vita felice è una di quelle giornate estive in cui a letto arrivi stanco morto. Ti stendi e crolli. Sogni un romanzo che non ha grandi colpi di scena o scossoni, vero, eppure è scritto con una ferocia e una precisione esemplari. Ho pensato a Niccolò Ammaniti. Ai bambini di Io non ho paura, alla scoperta del cuore nero dei loro genitori. Al Quattro Formaggi di Come Dio comanda e a una di quelle notti da lupi in cui un gesto avventato sconvolge le carte. Qui si collezionano i fumetti di Tex. Si nuota in specchi d'acqua che sono poco più larghi di pozzanghere. Si ascoltano i mangianastri e, nottetempo, si presta ascolto ai movimenti di un genitore che furente lo è diventato di fatto oltre che di nome. Il bene costruito in sedici anni è cancellato nel giro (e nel male) di un secondo? La paranoia è un gene recessivo? L'estate, l'adolescenza e La vita felice sono un battito di ciglia. Quel lampo fugace, ciò che vedi nel mentre – a metà dell'autunno, dell'essere adulti, della lettura successiva –, fa la differenza.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Subsonica – Tutti i miei sbagli

venerdì 30 dicembre 2016

[2016] Top 10: Le serie TV



10. Rocco Schiavone: Per il vicequestore romano, i gialli da risolvere sono una rottura di coglioni del decimo grado. Ma, su una scala da uno a dieci, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia?
9. La mafia uccide solo d'estate: La fiaba che, in pillole, fa bene parlando del male.
8. Shameless VII: Anno bisesto, anno funesto; intanto, ci ha regalato ben due appuntamenti coi Gallagher. E alle loro rumorose catastrofi corrispondono puntualmente le nostre gioie.
7. Westworld: Ronza una mosca; i protagonisti la scacciano via con un gesto della mano. Un fastidio che anticipa il risveglio dei sensi. L'insetto continuerà a ronzare, insieme al pensiero di essere – e non a torto - in presenza di una fra le serie dell'anno.
6. Daredevil II: Occhio per occhio, e il mondo divenne cieco. 
5. The Young Pope: Non ha convertito appieno uno scettico come me, ma è comunque gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII: bello come Jude Law e, pare, più di Gesù.
4. Black Mirror III: Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa.
3. This is us: Semplice è bello. Bellissimo.
2. Stranger Things: I favolosi anni '80. Non c'ero, ma è come se ci fossi stato. 
1. The OA: Visione frustrante e degna di meraviglia. Imperfetta, e perciò rara. Ti prende e ti porta dove e quando vuole lei. A confine.

Migliore attrice protagonista:
Penny Dreadful III – Eva Green
American Crime Story – Sarah Paulson
The OA – Brit Marling
Migliore attore protagonista:
The Young Pope - Jude Law
Rocco Schiavone - Marco Giallini
Mozart in the Jungle III - Gael Garcia Bernal
Migliore attrice non protagonista:
Westworld - Thandie Newton
Penny Dreadful III – Billie Piper
This is us – Mandy Moore
Migliore attore non protagonista:
This is us – Ron Chepas Jones
The Young Pope – Silvio Orlando
Westworld - Anthony Hopkins, Ed Harris


Muchacha sexy:
The Exorcist – Hannah Kasulka
Mozart in the Jungle III – Monica Bellucci
The Get Down – Herizen Guardiola
Bello e impossibile:
Preacher – Dominic Cooper
Rocco Schiavone – Marco Giallini
This is us – Milo Ventimiglia, Justin Hartley
Nice to meet you:
Stranger Things - Mille Bobby Brown
Fleabag – Phoebe Waller Bridge
American Crime Story, This is us – Sterling K. Brown
La coppia più bella del mondo:
Black Mirror - Mbatha-Raw, Davis
Shameless – Monaghan, Fischer
Rocco Schiavone – Giallini, Ragonese


Sing!:
The Get Down – Set me free
Jane The Virgin III – Locked Out of Heaven
No Tomorrow – Don't Stop Believing
Psycho Killer!:
AHS: Roanoke – Kathy Bates
Westworld – Ed Harris
The OA – Jason Isaacs
Let's talk about sex:
Sense8: Speciale Natale – L'ammucchiata telepatica
Westworld – Thandie Newton, Rodrigo Santoro
The Oa – Paz Vega, Emory Cohen
Cry me a river:
This is us – The Trip
Penny Dreadful – A blade of grass
22.11.63 – The day in question
The A-Team:
This is us
Shameless
Stranger Things