Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da adolescente ho letto questa da frase da qualche parte e ho finito per farla mia. Non sapevo niente di Anna Karenina, ma sapevo dove appartenevo. E in preda alla supponenza della gioventù, fiero perfino dei miei dolori, mi mostravo sprezzante verso l'armonia degli altri. Noi eravamo infelici, ma unici. Quando sei anni fa la mia famiglia è finita – almeno per come l'avevo conosciuta fino ad allora –, il distacco ha fatto male comunque e tuttora, sotto i vestiti, nascondo i bordi frastagliati di quel primo strappo. È stato allora che ho conosciuto i Pearson. Con loro, per sei anni e 106 episodi, è stato Natale tutti i giorni. E oggi, un po' più solo di quanto non fossi ieri, voglio ringraziarli per i sorrisi tra le lacrime e la compagnia. Tra alti e bassi, hanno compiuto un miracolo della serialità americana: fidelizzarci tutti mettendo in scena l'ordinario. Chiamala ordinaria, poi, una famiglia che resiste alla morte improvvisa del patriarca (Ventimiglia, l'uomo perfetto); una mamma che, divorata dall'Alzheimer, conserva gentilezza e dignità (Mandy Moore, da Emmy); una squadra di fratelli, nuore e genere, figli biologici e adottivi, radunata per un addio che si trasforma in una festa. I “Big Three” sono cresciuti e, stretti sotto un portico, nella baita che hanno costruito, si aggrappano gli uni agli altri temendo di andare alla deriva: Randall presta i suoi discorsi solenni alla vita politica; Kevin, padre di due gemelli, scende a compromessi; Kate, sempre mal sopportata, stupisce mostrandosi controcorrente tanto nelle scelte sentimentali quanto nei testa a testa coi fratelli. Le perle di saggezza, però, spettano ai personaggi secondari: da Beth, la mia preferita, che definisce un dono e un fardello l'incontro con una famiglia tanto ingombrante, fino a giungere a William: in uno struggente dialogo tra la vita e la morte, guida Rebecca lungo il treno dei ricordi e rassicura lo spettatore inconsolabile. Se la fine di una cosa ci rattrista, insegna, è perché era particolarmente bella mentre accadeva. Tutto era già scritto nella fine dei Pearson: ce lo avevano anticipato i flashforward. Ma quando l'inevitabile succede le lacrime scorrono in ogni caso. Tolstoj aveva ragione? Tutte le famiglie felici si somigliano? Felicissimi a modo loro, i Pearson hanno addolcito nei giorni peggiori la malinconia per come eravamo e aiutato a scendere a patti con le contraddizioni che, per autoindulgenza, mi gonfiavano il petto: mi sognavo felicissimo anch'io. (8)
Per alcuni è la migliore delle quattro stagioni. Per me è troppo frammentaria e sconnessa per rivaleggiare con la commovente coralità della prima, troppo seriosa per concorrere con lo spassoso bagno di sangue che fu la terza. I protagonisti, al centro di storyline separate, non si incrociano quasi mai. Qualche trama (vedasi quella di Joyce in Russia sulle tracce di Hopper) appare improbabile perfino per una serie horror-fantasy. Le soddisfazioni arrivano dal trio composto da Steve, Nancy e Robin, riuniti nuovamente dall'irresistibile Dustin; dall'approfondimento psicologico dedicato alla fragile Max, al centro di una scena subito cult sulle note di Kate Bush; da Eleven, mai troppo apprezzata, protagonista di flashback sorprendenti in un covo sotterraneo degno degli X-Men. Servivano episodi di un'ora e trenta? Serviva introdurre personaggi su personaggi – fatta eccezione per l'iconico Eddie, ingiustamente accusato di omicidio –, con il rischio di perdere di vista i vecchi? Nonostante si applauda la new entry Jamie Campbell Bower, serafico e misteriosissimo nella sua divisa bianca, si ha a lungo l'impressione che la storia avanzi di poco. Piacevolissima e derivativa, forse più che mai, stavolta vanta i toni più sanguinosi del cinema di James Wan (non scomoderei la saga di Nightmare, a dispetto del cameo di Robert Englund). Questo discorso, almeno, valeva per i sette episodi, rilasciati dalla piattaforma streaming a fine maggio. Gli ultimi due, disponibili dal primo luglio e prolissi quanto blockbuster, sono invece talmente elettrizzanti, ambiziosi e caotici da spazzare via ogni scetticismo: le linee narrative finalmente si intrecciano e i personaggi, anche se ancora distanti, organizzano uno strepitoso attacco combinato contro un nemico che si nutre d'inquietudini adolescenziali. Ci si commuove? Sì, anche se non per la fantomatica conta dei morti. Ma si scoppia più spesso a ridere, entusiasti, per i montaggio forsennato; per uno sfortunato outsider che improvvisa un concerto metal assediato dai pipistrelli; per quel camioncino della pizza che, tra le dune del deserto, a sorpresa conduce Stranger Things alle origini della sua magia. (7,5)
All'inizio l'avevo sottovalutata, scambiandola per una specie di American Pie. Ma capace com'è di alternare i momenti goderecci alle riflessioni, a sorpresa, Sex Education è una serie che cresce di stagione in stagione. E la terza, per me, è la più bella finora prodotta. Matura e inclusiva come non mai, oltre a seguire l'evoluzione di personaggi ormai amatissimi, ha un occhio di riguardo verso il mondo queer. E l'amore platonico tra l'atleta popolare e il nuovo personaggio non binario, insieme a una scena che affronta la tematica tabù di sesso e disabilità, è di una delicatezza commovente. Di mezzo ci si mette anche la preside Jemina Kirke, cattiva ma non troppo, che per riportare ordine impone divise inamidate e etichette. Nell'impossibilità di esprimere sé stessi, i personaggi sentiranno nostalgia delle lezioni impartite da Otis e Maeve: ormai ai ferri corti – lui in una relazione segreta con Ruby, lei presissima da Isaac –, per un po' si sfiorano a malapena ma faranno scintille in gita. Come può Aimee superare il trauma delle molestie? Con chi possono confessare Eric e Adam, dopo un clamoroso coming out, le prime titubanze? C'è qualcosa di sbagliato nelle fantasie di Lily, che si eccita soltanto con racconti sugli alieni? Mentre gli adulti spiazzano tutti con una gravidanza imprevista – è fiocco roso per Gillian Anderson –, gli sceneggiatori non dimenticano di approfondire i comprimari né di stare al passo. La serie elogia il sesso, in qualunque sua forma, ma condanna il sessismo. Dà voce a ogni identità di genere, mette in mostra ogni corpo. È empatica e formativa, senza mai scadere nel didascalismo: la farei vedere a scuola, vorrei viverci dentro. Perché insegna stare meglio al mondo, e con più leggerezza. (8)
D'un fiato, anche se in ritardo sulla tabella di marcia, ho recuperato anche la quinta stagione di This is us. Nonostante i momenti di commozione non si siano negati, complice i ritmi del binge watching, per me è forse la stagione più discontinua e frammentaria del ciclo: soprattutto dopo i fasti impensati della precedente, di una magia pari a quella dell'esordio. Trovo saggia perciò, come annunciato da cast e produttori, la scelta di salutare per sempre la famiglia Pearson il prossimo anno: la sesta stagione sarà l'ultima. I flashback e i flashforward sono introdotti disordinatamente, con flebili fili conduttori a unirli. La costante presenza del Jack di Milo Ventimiglia, a malincuore, appare sempre più forzata. Ma se un Kevin neopapà si conferma il mio preferito dei tre fratelli e Kate, invece, la più insopportabile, sorprende constatare quanto a tenere banco siano quei comprimari un tempo in secondo piano: l'adorabile zio Nicky, la madre biologica di Randall, Beth, Toby, Miguel e soprattutto Madison, futura sposa di Kevin. L'emergenza sanitaria ancora in atto avrà fatto sicuramente la sua parte, guastando i piani di gloria degli sceneggiatori. E per la prima volta, così, viene messo in scena in TV il dramma delle mascherine antisettiche, degli abbracci centellinati, della degenza. Il pregio? Benché dimenticabili, questi quindici episodi sono la campagna vaccinale più efficace su piazza. Per questo e per l'affetto che ormai ci lega, gli perdoniamo qualche sbadiglio qui e lì. (7)
10. Little Fires Everywhere: Washington e Whiterspoon sul ring di un dramma familiare con molta carne al fuoco. Nonostante non sia tutto oro ciò che luccica, lo scontro tra primedonne solleva fumo e scintille. Conturbante, come lo spettacolo del fuoco vivo.
9. This is us – Stagione 4: Dopo una terza stagione tutt'altro che entusiasmante, era lecito aspettarsi un'ulteriore battuta d'arresto. Con la famiglia Pearson, invece, la magia è sempre di casa. Il loro ritorno in gran spolvero è il miracolo che nessuno si aspettava.
8. La regina degli scacchi: Una ricostruzione storica meticolosa e frizzante per raccontare le gioie e i dolori di una campionessa sulla bocca di tutti. Che Beth Harmon sia un personaggio d'invenzione, francamente, si fatica a crederlo. Il merito spetta alla performance iconica di Anya Taylor-Joy.
7. Sex Education – Stagione 2: Il secondo tassello di un'educazione sessuale e sentimentale per affrontare i tabù senza volgarità. La scena cult: le protagoniste sedute insieme all'ultima fila dell'autobus in nome del girl power, contro le molestie subite.
6. Kidding – Stagione 2: Giunto alla seconda stagione nell'anonimato, cancellato dai palinsesti senza grandi rumori, questo è il gioiello invisibile a cui tutti dovreste dare un'altra possibilità. Dopo un esordio già soddisfacente, il sodalizio televisivo tra Carrey e Gondry torna a regalare lacrime e risate, con un arco di episodi di genialità superiore.
5. Tales from the Loop: Se la pacatezza dei racconti di Kent Haruf conoscesse la fantascienza anni Cinquanta. Una serie poetica e incantevole, senza né incastri né spiegazioni, ma con immagini di un lirismo che commuove nel profondo.
4. We are who we are: Un teen drama d'autore ambientato in tempo di guerra, ma interessato a raccontare l'amore: soprattutto quello verso sé stessi. Il ritratto di una generazione diversissima dalla mia. Non la riconosco, ma mi affascina, al pari degli alieni o degli angeli.
3. Years and Years: Un'affiatata famiglia inglese sullo sfondo di un futuro distopico che somiglia tantissimo al nostro presente. La serie più rappresentativa del 2020, con una morale in cui confidare incrociando le dita: tutto passa – compreso l'irreparabile –, ma noi no.
2. L'amica geniale – Storia del nuovo cognome: Il romanzo è sempre meglio della trasposizione? Costanzo e le sue protagoniste sono pronti a farvi ricredere nella serie che il mondo ci invidia. Ansie e speranze per la terza stagione: il cambio di cast e regista si fa temere.
1. Normal People: Connell e Marianne, Marianne e Connell... Cronaca straordinaria di un amore ordinario, il best-seller della giovane Sally Rooney rivive in tutta la sua piccola epicità in una miniserie così compiuta sembrare un'epopea dei giorni nostri. Romantica, struggente, indie: sui social è già cult.
Attualmente
ha il primato di essere la serie più vista al mondo. Come da
tradizione, sono in molti quelli che amano odiarla: cosa che capita
ai successi di pubblico che, al contrario, non riscuotono il consenso
unanime della critica internazionale. Accolta con più ferocia del solito, la nuova
stagione di La casa di carta è senz’altro la peggiore delle
quattro andate in onda, ma il dettaglio non giustifica la pioggia di
critiche. Partito negativamente prevenuto, infatti, non mi sono
accorto né di cali né di involuzioni. Nel bene e nel male, l’heist
movie spagnolo resta il solito: un intrattenimento al cardiopalma,
disimpegnato e dai ritmi vertiginosi. Otto episodi che volano, con
tanto di irresistibili punte trash – le canzoni di Tozzi e Battiato
cantate da un coro di frati fiorentini –, dove vengono subito
riprese le fila delle puntate precedenti. Ma dopo lo svelamento di un
paio di twist che ci avevano lasciati con il fiato sospeso – come
se la caveranno due personaggi dati per morti? –, la serie si
concentra sul prosieguo della rapina non aggiungendo nulla alle
storie dei singoli personaggi. Una guardia di sicurezza in ostaggio
si libera delle manette e semina il terrore. L’azione abbonda, le
sparatorie pure, ma tacciono gli attanti: soprattutto i minori.
Mentre Rio e Stoccolma restano a corto di battute,
con Berlino ormai mostrato in flashback superflui soltanto per amore
di fandom, a farci una bella figura sono la spietata Sierra e Nairobi
– quest’ultima vero cuore della stagione. Benché si parli di
lingotti da fondere, non tutto è oro. Ma l’intrattenimento, se
non si è pretenziosi, comunque luccica. (6,5)
Con
i Pearson la magia è sempre stata di casa. Ma non si confidava mica in un miracolo. Dopo una terza stagione poco entusiasmante, iniziava a esserci aria di crisi. Deluso,
non ho visto la quarta stagione puntata dopo puntata. Ho lasciato
accumularle, e nel mentre mi sono giunte all’orecchio voci di corridoio: dicevano che i Pearson erano tornati
in pieno stile. Mi sono fidato, ma è servito pazientare. A parte l’introduzione di un paio di nuovi
personaggi – cos'avevano da spartire un musicista ipovedente e
una soldatessa con tutti gli altri? –, fino all'ottava puntata rari picchi. Quelli, accanto
alle lacrime, sono arrivati nella seconda metà della stagione: allora la serie si rende protagonista di una ripresa impossibile. I livelli
di scrittura tornano quelli dell’esordio. Gli attori, soprattutto
Mandy Moore, sono da premi. Il cuore batte fortissimo. Kate affronta
i problemi da neomamma, mentre il marito pensa a rimettersi in forma
fisica; Kevin insegue il vero amore e rifugge le dipendenze; Jack,
indimenticato, compare a spargere saggezza nei classici flashback. Ma
questa, per me, è la stagione ad honorem di Rebecca e Randall: quelli che fanno
sacrifici di cui nessuno si accorge; quelli che in silenzio tutelano
l’ordine, l’equilibrio e si preoccupano degli altri. Cosa
succederebbe se mollassero la presa? Il rischio di scontentare qualcuno, in nome di un bene
maggiore, è alto. E allora mi sono rivisto in loro, che ci
regalano malinconiche visite al museo o provanti episodi what if,
e ci somigliano specialmente nelle imperfezioni; nelle ombre degli
stati d’animo. Più umani del capofamiglia Ventimiglia, ormai
beatificato. Finalmente, più noi. (8)
È
la miniserie di cui tutti parlano. La storia
di Esther sta commuovendo grazie alle emozioni suscitate
dall’attrice principale. A diciannove anni, già moglie, la
protagonista fugge: direzione Berlino. Se la
cronaca della sua rinascita sembra già vista – troppo fiabesca,
con tutti belli e ben disposti: personalmente ho storto il
naso, soprattutto davanti a una vocazione musicale sbucata fuori
dal cilindro –, i momenti migliori si nascondono nei flashback che
svelano le peggiori sofferenze. Siamo a Brooklyn, in comunità che impone ancora legami e rinunce. Esther si sposa, e
il rito nuziale è una sequenza inquietante. Esther è
costretta a rasarsi i capelli e a indossare una parrucca, con il
taglio immortalato in presa diretta. Esther ha problemi con il sesso,
e i suoceri giudicano una donna dai figli che mette al mondo.
Girata in yiddish – un misto di americano, tedesco ed
ebraico –, la parentesi newyorkese sorprende per l’attenzione
documentaristica. E si scontra con un prosieguo sì più positivo, sì
più arioso, in cui è forte la cesura tra la storia vera e
l’invenzione degli sceneggiatori.
Meno lodevole di quel che si legge, a causa di qualche ingenuità
in esubero, la miniserie informa comunque e rivela il
talento straordinario di Shira Haas. Semiesordiente, si prepara a vincere il vincibile con una performance
struggente, retta interamente dal gioco dei suoi occhi meravigliosi;
non da meno il marito Amit Rahav, dolcissimo giacché vittima
inconsapevole. Logorati da un senso di colpa intrinseco alla loro
stirpe, i personaggi vengono a patti con la libertà e il passato in
Germania: una vecchia scena del delitto che, per fortuna, qui si trasforma nello sfondo di una rivoluzione. (7)
Come
il titolo promette, si tratta di uno scandalo molto all’inglese. E nell’atto pratico –
scrittura, regia, recitazione – si conferma essere poi una miniserie molto all’inglese. Raffinata, ironica, confezionata con una
professionalità vagamente regale. Recuperata dopo il colpo di fulmine verso la sottovalutata Years and Years – sceneggia la stessa penna –, si era già
fatta notare alle premiazioni per menzioni e trionfi inaspettati. Su carta
ispirava poco, però, e nei fatti poco mi ha detto. Sfortunatamente non mi interessava affatto conoscere questa storia vera. Jeremy Thorpe,
parlamentare, deve proteggersi dalle accuse dell’amante Norman
Scott: cosa direbbe l’opinione pubblica della sua omosessualità, e
soprattutto del tentato omicidio che ha escogitato? Forte della regia
da maestro di Stephen Frears e divisa in tre atti, perfetta nello stile e
nella forma, senza grinze, A Very English Scandal ricorda un
po’ l’assurdità di I, Tonya. A quegli intrighi, a quegli
strafalcioni, a quelle intimidazioni grottesche, quasi non si
crede! Eppure è tutto realmente accaduto, parola di Wikipedia. La
visione, tuttavia, non lascerà strascichi. La ricorderò per i
duetti tra Hugh Grant e Ben Whishaw – il primo, superbo, invecchia
lontano dai cliché delle commedie romantiche; il secondo, eppure molto
premiato, eccede troppo in smorfie – e per una constatazione quanto
mai attuale: la realtà, a volte, supera l’immaginazione. (6,5)
Ogni
famiglia, perfino la più unita, conosce momenti di crisi. È
successo anche a quella di This is us.
Se la seconda stagione era riuscita a sorpresa a difendersi – il
rischio: quello di non replicare le emozioni della precedente –, la
terza non ha ripetuto il piccolo miracolo. Non potendo più contare
né sullo svelamento della tragica dipartita di Milo Ventimiglia né
sull'elaborazione di una Mandy Moore inspiegabilmente tagliata fuori
dalla stagione dei premi, i nuovi episodi si trascinano un po' –
nonostante gli approfondimenti e gli ingressi dell'ultimo minuto, per
fortuna, non manchino. Degni di nota, in particolare, i flashback
ambientati in Vietnam: quando Jack, il capofamiglia, aveva un
misterioso fratello al fronte interpretato da un ottimo Michael
Angarano. Mentre Kevin indaga sulla scomparsa dello zio, i fratelli
Randall e Kate si danno il cambio alternando gioie e dolori. Il
primo, improvvisatosi politico, rischia di mandare all'aria il
matrimonio con la fedele Beth. L'altra, invece, si è resa
protagonista di una gravidanza a rischio. Jack e Rebecca, al centro
di linee narrative che ormai cominciano a incastrarsi a fatica con le
storie delle generazioni successive, regalano qualche sospiro
garantito (ma scontato) con vecchi appuntamenti, parole non dette,
acciacchi della terza età. Il ritmo, poco incalzante, ne risente.
Gli episodi, per la prima volta da quando la serie va in onda, si
sono accumulati in una cartella del mio portatile. Da quando
l'appuntamento con This is us
non è più un'urgenza? Da quando inizia a girare in tondo, attorno
al cuore di una questione già bella che sbrogliata. Da quando questa
famiglia americana si è fatta più conflittuale e incostante, più
vicina alla mia nel bene e nel male, privandomi del sogno impossibile
di farne parte. La crisi è giunta prima del settimo anno. Finirà,
magari grazie a sceneggiatori meno adagiati sugli allori e ai
benefici della terapia? (6,5)
A
proposito di famiglie in crisi. A proposito di serie al centro di
piccole grandi battute d'arresto. Come dimenticare le tragicomiche
degli Hammond? Lui umano, lei non-morta. Ufficialmente: agenti
immobiliari in quel di Santa Clarita. Un ridente sobborgo in cui
niente è come sembra e i vicini, a dispetto delle apparenze, nei
momenti giusti sanno voltarsi dall'altra parte. Abbastanza da credere
alle bugie dei protagonisti, di glissare sulle loro stranezze.
Abbastanza da non accorgersi che Drew Barrymore è assetata di
sangue, mentre il servile Timothy Olyphant le fa da braccio destro
giacché innamoratissimo. Anche in questo caso, dopo un prosieguo di
buon livello, la commedia splatter targata Netflix ha rischiato di
annoiarmi. Di trascinarsi con svolte poco convincenti, in una terza
stagione copia-incolla delle precedenti. Spiace dirlo, ma l'arrivo di
dieci episodi aggiuntivi non regala nuovi spunti. Spiace dirlo ma,
benché appunto dispiaccia, la cancellazione non mi ha stupito. Santa
Clarita Diet non scade, non
peggiora, non delude. Resta sempre lo stesso, e purtroppo non è un
pregio, come quella zombie che mangiando esseri umani si mette in
salvo dalla decomposizione. La figlia si rende utile, ma l'FBI la
torchia e il migliore amico trema per l'ansia da prestazione. Il
marito tenta di proteggerla entrando a pieno diritto nella schiera
dei Cavalieri di Serbia. E lei, al solito, semina in giro corpi
smembrati e guai: ben propensa a trasformare gli altri, si
immusonisce davanti ai tentennamenti di Joel, un Olyphant pur sempre
irresistibile. Chi non vorrebbe essere immortale? A che prezzo, però,
se tocca darsi al massacro – anche se di alcuni loschi neonazisti –
per mantenersi giovani per sempre? Sempre macabro e scoppiettante, il
mix di generi non può contare più sull'effetto sorpresa delle prime
volte né sull'alchimia indiscutibile fra i due padroni di casa. La
sceneggiatura, a proposito di autori pigri, non fa passi avanti.
Quanto poteva durare restando sempre sopra le righe, sempre la
fotocopia di un successo sì meritato ma mai bissato? Davanti a quel
finale spiazzante, eppure, la curiosità c'era. Resterà sempre il
dispiacere per l'avvenire degli Hammond, che probabilmente non
conosceremo. Le colpe, questa volta, non sono imputabili soltanto ai
tagli di Netflix. Ma a una commedia cannibale che ha il pane – temi
originalissimi, grandi mattatori, ironia e sangue in quantità – e non i denti. (6)
Ci
sono quei film belli e sfortunati che passano in sordina. Ignorati ai
piani alti, non trovano nessuna distribuzione italiana: l'avvento del
sottotitolo, per fortuna, ha salvato dall'oblio la visione di Film stars don't
die in Liverpool – a carico,
la bellezza di tre candidature agli scorsi Bafta – e il
ricordo agrodolce di Gloria Grahame, diva già una volta sparita dai
radar. Probabilmente nessuno di noi, oggi, la ricorderà. Classe
1923, vincitrice di un Oscar nell'anno di Cantando sotto la pioggia, l'attrice aveva collezionato
quattro matrimoni fallimentari, pochi ingaggi e un tumore al seno mai
del tutto debellato. Meglio rinunciare alla chemioterapia, nella paura
di perdere i capelli, la bellezza e il lavoro. Stella del muto ormai
in caduta libera, negli anni Ottanta nascondeva la cicatrice della
mastectomia e s'innamorava di un aspirante attore più giovane di tre
decenni. Gloria porta Peter a New York, lo invita in ristoranti
frequentati da leggende del cinema, gli regala una favola da seguire
senza un briciolo di scetticismo. Lui, dalla sua, ricambia con un
altro copione; quello dell'ultimo grande amore. La Grahame fumava come Lauren
Bacall, si atteggiava alla maniera di una Marilyn seducente e
falsamente svampita: piena di femminilità e decoro, permalosissima,
faceva sparlare per le relazioni scandalose e sognava
di interpretare Giulietta benché non avesse più l'età. Ignorò strenuamente il
suo male, fingendo fosse indigestione; prima fuggì, come fanno gli
animali morenti, e infine si rifugiò a Liverpool presso la famiglia
di Peter, circondandosi di trucchi, pellicce e affetti sinceri. Si
reincarna alla perfezione, qui, nei gesti di una Bening somigliante e
straordinaria, al punto da non spiegarsi la mancata considerazione
dell'Academy. E si gode la compagnia di un ritrovato e cresciuto Jamie Bell, che
dopo i fasti di Billy Elliot torna
a ballare e a condividere il set con l'adorabile Julie Walters. La
biografia sentimentale di Paul McGuigan scivola con grazia
invidiabile dal presente al passato. Il famoso umorismo britannico e
qualche guizzo stilistico donano alla Grahame il batticuore finale, allora, e a
noi qualche furtiva lacrima in poltrona. Soprattutto, nuovo lustro
alle stelle offuscate dalla memoria breve di Hollywood. Film
stars don't die in Liverpool è
l'altra faccia di Viale del tramonto:
quella felice. (7,5)
La
musica classica spiegata dal sovversivo Gael
Garcìa Bernal era un piacere da scoprire.
Folgorante e originale per approccio e formato, Mozart in
the Jungle ha dato smalto agli spartiti – mai stati così rock 'n roll – e, negli
anni, lustro a produzioni Amazon che non hanno in realtà nulla da
invidiare ai cachet, ai nomi di grido, alle pubblicità di
Netflix. Benché gli abbia sempre riconosciuto grandi pregi, se mi
chiedeste perché lo seguo, cosa ci trovo, ormai non saprei più
rispondere. Mozart in the Jungle, per il quarto anno di seguito sempre uguale a sé stesso,
sembra aver perso infatti insieme al suo Rodrigo l'ispirazione iniziale e
l'amore. Cosa
succede: anzi, cosa non succede. La Filarmonica di New York non
naviga in buone acque. Bernadette Peters, da vecchia volpe qual è,
corteggia e accarezza l'ego degli investitori orientali, con buona
pace di Malcolm McDowell – amante appassionato ma, se si parla di
lavoro, rivale incorruttibile. Lola Kirke e Bernal fanno ufficialmente coppia fissa, ma
impegnarsi spaventa. Lei, divisa fra l'emanciparsi e i dettami del cuore, passa da oboista ad aspirante
direttrice d'orchestra iscrivendosi a un concorso dall'altra parte
del mondo. Lui, alle prese con la collaborazione con un esuberante
coreografo e l'arrangiamento impossibile del Requiem, sfida il
fantasma di Amadeus – amico immaginario, complice – con il
rischio che la sua scomparsa lo lasci solo e confuso, mentre Hailey bada intanto ai propri spettri, alle proprie ispirazioni.
Lo scorso anno c'erano Venezia, la bellezza di Monica Bellucci. Questo inverno,
invece, si sperimentano le stranezze e la spiritualità del Giappone
– un robot di ultima generazione dirige i musicisti, con sommo
disappunto del protagonista, e che noia, a dirla tutta, quel rito del
tè che alimenta trip e brusche virate sentimentali. Mozart si
allontana dalla trasgressione del titolo per le mete e le borie della
Coppola – non a caso scrive Roman, che di Sofia è il fratello
maggiore. Turista in terra straniera,
smarrito nella Tokyo e nelle incomprensioni sottili di Lost
in translation, Rodrigo ha perso
assieme al mentore il senso dell'orientamento, il tocco, le chiavi di
casa. Lo si segue con ritrovata leggerezza nel suo andirivieni senza senso,
sperando trovi la retta via. Quella che porta a una giungla che inizia
a mancarci, perché meno confortevole e patinata di tutto questo. Perché più
selvaggia di un soggiorno all inclusive che impigrisce, annoia e imborghesisce. (6,5)
Ci
vuole un po' per rendersi conto che quelli non sono gli anni '80 che
sul piccolo schermo, tra Stranger Things e un Red Oaks, vanno per la maggiore. L'impressione nasce dal
poster vintage e dal guardaroba dei giovani protagonisti
di una comedy un po' gialla e un po' nera, che ha fatto il suo
debutto lo scorso inverno rischiando di passare sotto silenzio.
Neanche i subber, pensate, si sono adoperati troppo in fretta. Hanno
caricato gli episodi in ritardo, in disordine, sapendo che li
attendevamo in pochi. Ho scoperto Search Party in mancanza di qualcosa di meglio. La serie, ambientata in una New York che
più indie non si può, prende avvio con le scomparsa di una ragazza,
Chantal. Nei boschi viene ritrovato un suo indumento insanguinato. Ad
arrovellarsi sulla sua sparizione, mentre la famiglia la piange già,
una compagna di corso di nome Dory che l'ha ignorata platealmente in
tutti gli anni di università. Come mai quella curiosità,
quella preoccupazione, per il destino di una mezza sconosciuta? La
protagonista, che si chiama come il pesciolino smemorato di Nemo, è convinta di averla vista a qualche giorno di
distanza dal suo presunto omicidio. Chantal è viva, ma si nasconde.
Da chi, e perché? Ci sono la Grande
Mela alternativa di Girls e, su carta, la
variante hipster della rimpianta Veronica Mars. L'improvvisata
detective di cui ogni riccio è un capriccio coinvolge nella
ricerca il fidanzato di lunga data, nuotatore allampanato e
fedelissimo; l'esilarante e inaffidabile amico gay, uscito da
un episodio di Will & Grace; la classica amica bionda e
viziata che, pur senza un briciolo di talento, vorrebbe sfondare in un improbabile poliziesco per il
piccolo schermo. La situazione si ingarbuglierà con la comparsa di
un investigatore privato – terzo incomodo in un potenziale
triangolo amoroso -, culti misteriosi e testimoni suicide. Per
scoprire la verità: dieci puntate di venti minuti ognuna. Nel
mentre: più di qualche sorriso, un rapporto di amore-odio verso
l'altrimenti adorabile Sarah-Violet Bliss, un epilogo soddisfacente
ma non troppo (una seconda stagione è stata già
confermata, sempre in sordina). Search Party è un fumetto impensato e freschissimo. Pieno di misteri irrisolvibili e di presenze care a me, al Sundance e dintorni. (7+)