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martedì 25 marzo 2025

Le serie TV di marzo: Adolescence | Il gattopardo | Paradise | Storia della mia famiglia

La polizia fa irruzione in una casa dei sobborghi inglesi. Cercano il responsabile di un omicidio. Ha tredici anni. L'ultima miniserie Netflix, già destinata a rimanere tra le più memorabili di un anno ricco, non è tratta da una storia vera, ma potrebbe. I quattro episodi, girati in quattro piani sequenza, seguono senza stacchi una terribile presa di coscienza. Gli straordinari attori protagonisti — Stephen Graham, anche sceneggiatore, e l'esordiente Owen Cooper — recitano in apnea. La macchina da presa si muove, invisibile, in un'elaborata coreografia che passa dalla sala interrogatori alle classi di una scuola media, da un teso faccia a faccia con una psicologa a un cinquantesimo compleanno da dimenticare. Si parla di cyberbullismo, revenge porn, violenza di genere. Ancora, dell'incomunicabilità tra genitori e figli. Ma mentre spezza il cuore seguire la routine della famiglia del carnefice, in lotta per la normalità, atterriscono i primi piani del piccolo Jamie: ora serafico, ora inquietante, ha una sessualità oscura e ricordi in cui serpeggia il disagio di un bambino che non voleva giocare a calcio né tirare di boxe, ma soltanto disegnare. Dolorosissima, Adolescence è un miracolo di tecnica destinato a seminare più domande che risposte. Conosciamo i nostri figli? Siamo certi che, nelle loro camerette, siano al sicuro dal mondo? E il mondo, è al sicuro da loro? (8,5)

Quando Il Gattopardo uscì, fu un flop. Non soltanto il romanzo, rifiutato da molti editori, ma anche il film, ormai un classico. Bisognerebbe essere più clementi con l'ultimo adattamento di Tomasi di Lampedusa. Vittima di inutili paragoni, è una coproduzione con tutti i pregi e i difetti del caso. Si avvicendano ben tre registi in sei episodi; i membri del cast perdono talora l'accento siciliano, che ricordano di sfoggiare soltanto nei momenti più convincenti (Lancaster, Delon e Cardinale – ricordiamolo – erano doppiati). Con la stessa cura impiegata nel favoloso comparto tecnico, Il Gattopardo avrebbe potuto essere un trionfo. Invece si accontenta di essere un solido period drama, a tratti vittima della disattenzione, che nella seconda parte sa trovare una sua direzione. Più ci si affranca dal romanzo e più acquisiscono spessore i personaggi. Il principe del superbo Rossi Stuart assistente con amarezza al tramonto dell'aristocrazia; questa volta, però, c'è speranza nella generazione successiva. Se Porcaroli si rivela la vera protagonista, nei panni di una Concetta finalmente al centro della scena, perfino la Angelica della magnetica Cassel stupisce: consapevole della sua bellezza, fa dell'erotismo un mezzo di ascesa per lo scialbo Nanni. È realmente tutto perduto per i nobili — nobili d'animo compresi? Doveva cambiare tutto perché nulla cambiasse. E la miniserie, sospesa tra omaggio e innovazione, fa sua la lezione. (7)

Chi ha ucciso il presidente degli Stati Uniti? Ambientata in una idilliaca cittadina americana, Paradise parte come un giallo politico. Ma niente è come sembra. Sin dal primo episodio si rivela un mix al cardiopalma, in cui la tensione è alta e la critica sociale semplice ma di impatto. Un po' thriller catastrofico, un po' dramma post-apocalittico, un po' distopia, è una serie solidissima, fieramente vecchio stile e piena zeppa di colpi di scena. Non c'è un singolo episodio che non riservi un twist finale. Non c'è un singolo personaggio senza ombre. Scrivono gli autori di This Is Us: i flashback abbondano, così come i monologhi pieni di enfasi. Ancora una volta, il protagonista è Sterling K. Brown: i muscoli guizzanti e il cuore d'oro. Con lui Nicholson, cattiva degna dei migliori Bond, e Marsden, nel miglior ruolo della sua carriera alle prese con un presidente tragico e sbruffone. Non si contano i segreti. Le stanze del potere vibrano di rivelazioni. Dietro questa utopia all'apparenza perfetta, senza armi né sbavature, si nasconde un prodotto di grande intrattenimento che, dopo Baker e Corbet, smantella nuovamente il sogno americano. Il paradiso è un truman show per pochi privilegiati; una farsa da sabotare con un colpo alla Die Hard. (7,5)

Fausto, papà single e malato terminale a poco più di trent'anni, si domanda cosa resterà della sua famiglia — allargata, disfunzionale, napoletana — quando non ci sarà più. Attraverso una serie di lunghi messaggi vocali, li educherà all'elaborazione del lutto e alla convivenza. Morirà già nel primo episodio, ma non andrà mai realmente via. Il rischio? Quello di plasmarli involontariamente a sua immagine e somiglianza. Possiamo diventare quello che qualcun altro ha decretato, seppure a fin di bene, per noi? Benché diriga il solitamente valido Claudio Cupellini, Storia della mia famiglia ha la foggia dozzinale di una serie Rai — ma di quelle ben riuscite e realizzate con innegabile cuore. Televisiva ma sobria, sorprendentemente in equilibrio tra comicità e tragedia soprattutto nell'ottima prima metà, è un family drama sulla scia di This is us e Parenthood. Insomma, a dispetto della piega giudiziaria del finale — a chi saranno affidati i bambini, contesi nel frattempo da una madre mentalmente instabile? —, le si vuole bene. Il merito spetta tutto al cast, trainato dal sempre più bravo Eduardo Scarpetta e impreziosito da Vanessa Scalera, mattatrice straordinaria nei panni kitsch di una giovane nonna sopra le righe. (7)

sabato 30 luglio 2022

Addii e arrivederci: This is Us s06 | Stranger Things s04

Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da adolescente ho letto questa da frase da qualche parte e ho finito per farla mia. Non sapevo niente di Anna Karenina, ma sapevo dove appartenevo. E in preda alla supponenza della gioventù, fiero perfino dei miei dolori, mi mostravo sprezzante verso l'armonia degli altri. Noi eravamo infelici, ma unici. Quando sei anni fa la mia famiglia è finita – almeno per come l'avevo conosciuta fino ad allora –, il distacco ha fatto male comunque e tuttora, sotto i vestiti, nascondo i bordi frastagliati di quel primo strappo. È stato allora che ho conosciuto i Pearson. Con loro, per sei anni e 106 episodi, è stato Natale tutti i giorni. E oggi, un po' più solo di quanto non fossi ieri, voglio ringraziarli per i sorrisi tra le lacrime e la compagnia. Tra alti e bassi, hanno compiuto un miracolo della serialità americana: fidelizzarci tutti mettendo in scena l'ordinario. Chiamala ordinaria, poi, una famiglia che resiste alla morte improvvisa del patriarca (Ventimiglia, l'uomo perfetto); una mamma che, divorata dall'Alzheimer, conserva gentilezza e dignità (Mandy Moore, da Emmy); una squadra di fratelli, nuore e genere, figli biologici e adottivi, radunata per un addio che si trasforma in una festa. I “Big Three” sono cresciuti e, stretti sotto un portico, nella baita che hanno costruito, si aggrappano gli uni agli altri temendo di andare alla deriva: Randall presta i suoi discorsi solenni alla vita politica; Kevin, padre di due gemelli, scende a compromessi; Kate, sempre mal sopportata, stupisce mostrandosi controcorrente tanto nelle scelte sentimentali quanto nei testa a testa coi fratelli. Le perle di saggezza, però, spettano ai personaggi secondari: da Beth, la mia preferita, che definisce un dono e un fardello l'incontro con una famiglia tanto ingombrante, fino a giungere a William: in uno struggente dialogo tra la vita e la morte, guida Rebecca lungo il treno dei ricordi e rassicura lo spettatore inconsolabile. Se la fine di una cosa ci rattrista, insegna, è perché era particolarmente bella mentre accadeva. Tutto era già scritto nella fine dei Pearson: ce lo avevano anticipato i flashforward. Ma quando l'inevitabile succede le lacrime scorrono in ogni caso. Tolstoj aveva ragione? Tutte le famiglie felici si somigliano? Felicissimi a modo loro, i Pearson hanno addolcito nei giorni peggiori la malinconia per come eravamo e aiutato a scendere a patti con le contraddizioni che, per autoindulgenza, mi gonfiavano il petto: mi sognavo felicissimo anch'io. (8)

Per alcuni è la migliore delle quattro stagioni. Per me è troppo frammentaria e sconnessa per rivaleggiare con la commovente coralità della prima, troppo seriosa per concorrere con lo spassoso bagno di sangue che fu la terza. I protagonisti, al centro di storyline separate, non si incrociano quasi mai. Qualche trama (vedasi quella di Joyce in Russia sulle tracce di Hopper) appare improbabile perfino per una serie horror-fantasy. Le soddisfazioni arrivano dal trio composto da Steve, Nancy e Robin, riuniti nuovamente dall'irresistibile Dustin; dall'approfondimento psicologico dedicato alla fragile Max, al centro di una scena subito cult sulle note di Kate Bush; da Eleven, mai troppo apprezzata, protagonista di flashback sorprendenti in un covo sotterraneo degno degli X-Men. Servivano episodi di un'ora e trenta? Serviva introdurre personaggi su personaggi – fatta eccezione per l'iconico Eddie, ingiustamente accusato di omicidio –, con il rischio di perdere di vista i vecchi? Nonostante si applauda la new entry Jamie Campbell Bower, serafico e misteriosissimo nella sua divisa bianca, si ha a lungo l'impressione che la storia avanzi di poco. Piacevolissima e derivativa, forse più che mai, stavolta vanta i toni più sanguinosi del cinema di James Wan (non scomoderei la saga di Nightmare, a dispetto del cameo di Robert Englund). Questo discorso, almeno, valeva per i sette episodi, rilasciati dalla piattaforma streaming a fine maggio. Gli ultimi due, disponibili dal primo luglio e prolissi quanto blockbuster, sono invece talmente elettrizzanti, ambiziosi e caotici da spazzare via ogni scetticismo: le linee narrative finalmente si intrecciano e i personaggi, anche se ancora distanti, organizzano uno strepitoso attacco combinato contro un nemico che si nutre d'inquietudini adolescenziali. Ci si commuove? Sì, anche se non per la fantomatica conta dei morti. Ma si scoppia più spesso a ridere, entusiasti, per i montaggio forsennato; per uno sfortunato outsider che improvvisa un concerto metal assediato dai pipistrelli; per quel camioncino della pizza che, tra le dune del deserto, a sorpresa conduce Stranger Things alle origini della sua magia. (7,5)

venerdì 8 ottobre 2021

Stagione che vieni, serie TV che vai: Sex Education 3 | Modern Love 2 | Atypical 4 | This is us 5 | Dickinson 2

All'inizio l'avevo sottovalutata, scambiandola per una specie di American Pie. Ma capace com'è di alternare i momenti goderecci alle riflessioni, a sorpresa, Sex Education è una serie che cresce di stagione in stagione. E la terza, per me, è la più bella finora prodotta. Matura e inclusiva come non mai, oltre a seguire l'evoluzione di personaggi ormai amatissimi, ha un occhio di riguardo verso il mondo queer. E l'amore platonico tra l'atleta popolare e il nuovo personaggio non binario, insieme a una scena che affronta la tematica tabù di sesso e disabilità, è di una delicatezza commovente. Di mezzo ci si mette anche la preside Jemina Kirke, cattiva ma non troppo, che per riportare ordine impone divise inamidate e etichette. Nell'impossibilità di esprimere sé stessi, i personaggi sentiranno nostalgia delle lezioni impartite da Otis e Maeve: ormai ai ferri corti – lui in una relazione segreta con Ruby, lei presissima da Isaac –, per un po' si sfiorano a malapena ma faranno scintille in gita. Come può Aimee superare il trauma delle molestie? Con chi possono confessare Eric e Adam, dopo un clamoroso coming out, le prime titubanze? C'è qualcosa di sbagliato nelle fantasie di Lily, che si eccita soltanto con racconti sugli alieni? Mentre gli adulti spiazzano tutti con una gravidanza imprevista – è fiocco roso per Gillian Anderson –, gli sceneggiatori non dimenticano di approfondire i comprimari né di stare al passo. La serie elogia il sesso, in qualunque sua forma, ma condanna il sessismo. Dà voce a ogni identità di genere, mette in mostra ogni corpo. È empatica e formativa, senza mai scadere nel didascalismo: la farei vedere a scuola, vorrei viverci dentro. Perché insegna stare meglio al mondo, e con più leggerezza. (8)

Era la coccola di cui avevo bisogno, soprattutto per riprendermi dai postumi dell'estate appena passata. Ma dopo quel debutto dolce e brillante, finito nel meglio della sua annata, questa volta Modern Love non propone né sensazionali parate di stelle (gli attori più famosi sono Minnie Driver, Anna Paquin e Kit Harrington: pochi e televisivi) né lacrime durature. Di otto episodi ne ho apprezzato fino in fondo soltanto tre. Il primo (la macchina del defunto marito Tom Burke da dare via: preparate i fazzoletti), il sesto (due anime tradite si incontrano e fraternizzano in fila da un terapista: dirige il regista del bellissimo Brooklyn), il settimo (dopo un'isolata notte di passione, due ragazzi gay si incrociano lungo le strade di New York con un espediente narrativo a metà tra Closer e The Affair). Godibili il secondo e il terzo (piccole commedie indie che azzeccano i ritmi e le tematiche, ma sbagliano purtroppo il cast: peccato), di una noia inenarrabile il quarto e il quinto (il primo amore di una stand-up comedian e la scoperta di sé di un'adolescente, forse lesbica, forse asessuale), stucchevole ma guardabile il conclusivo (troppa carne al fuoco, tra ritorni di fiamma e malattia, per non scontentare gli inguaribili sentimentali). Tutt'altro che moderna, romantica a tratti, a questo giro non vi farà innamorare. (6)

D'un fiato, anche se in ritardo sulla tabella di marcia, ho recuperato anche la quinta stagione di This is us. Nonostante i momenti di commozione non si siano negati, complice i ritmi del binge watching, per me è forse la stagione più discontinua e frammentaria del ciclo: soprattutto dopo i fasti impensati della precedente, di una magia pari a quella dell'esordio. Trovo saggia perciò, come annunciato da cast e produttori, la scelta di salutare per sempre la famiglia Pearson il prossimo anno: la sesta stagione sarà l'ultima. I flashback e i flashforward sono introdotti disordinatamente, con flebili fili conduttori a unirli. La costante presenza del Jack di Milo Ventimiglia, a malincuore, appare sempre più forzata. Ma se un Kevin neopapà si conferma il mio preferito dei tre fratelli e Kate, invece, la più insopportabile, sorprende constatare quanto a tenere banco siano quei comprimari un tempo in secondo piano: l'adorabile zio Nicky, la madre biologica di Randall, Beth, Toby, Miguel e soprattutto Madison, futura sposa di Kevin. L'emergenza sanitaria ancora in atto avrà fatto sicuramente la sua parte, guastando i piani di gloria degli sceneggiatori. E per la prima volta, così, viene messo in scena in TV il dramma delle mascherine antisettiche, degli abbracci centellinati, della degenza. Il pregio? Benché dimenticabili, questi quindici episodi sono la campagna vaccinale più efficace su piazza. Per questo e per l'affetto che ormai ci lega, gli perdoniamo qualche sbadiglio qui e lì. (7)

Comedy su un adolescente autistico alle prese con le gioie e i dolori della crescita, è la serie che più mi ha tenuto compagnia negli anni. Giunta alla quarta stagione, non senza qualche tempo morto nel mezzo, Atypical ci dice addio senza grandi sensi di colpa. Il protagonista, Sam, è cresciuto: ha ormai una fidanzata di lunga data, convive con il migliore amico e, a dispetto della sua diagnosi, punta con energia a ottenere l'indipendenza economica e affettiva. Punta a un viaggio in Antartide, soprattutto, per andare a vedere finalmente di persona i suoi animali preferiti: i pinguini, che guarda incantato allo zoo e di cui conosce le caratteristiche a menadito. Ma questa non è più soltanto la sua storia. Nel corso del tempo Atypical ha riservato sempre più attenzione ai personaggi secondari, al punto da seguire nel dettaglio tutti gli altri membri della famiglia Gardner. Mentre i genitori si riavvicinano, dopo il tetro pensiero di divorziare, la sorella maggiore – Casey, il personaggio più in divenire – esplora con consapevolezza i propri limiti e la propria sessualità. Non tutto fila come dovrebbe. Anzi, questa volta dieci episodi sembrano troppi e troppo tirati per le lunghe: trascinandoci, lasciano percepire la pochezza di una trama ormai giunta alle battute conclusive. Al pari di The Kominsky Method (vista, ma senza Alan Arkin nel cast perché scriverne?), Atypical si conclude a malincuore con la stagione più debole e dimenticabile. Ma il finale, dolce e conciliante, compiuto, ripaga comunque le attese. (6,5)

La poetessa americana Emily Dickinson raccontata in versione post-moderna. Non soltanto una trascinante colonna sonora contemporanea e un linguaggio colorito, ma anche: la scrittura febbrile, la speranza e il terrore di essere pubblicata, il sempiterno flirtare con i mostri e i fantasmi della mente umana, la bisessualità. Dopo un esordio folgorante, finito a pieno diritto nel meglio della sua annata, la serie Apple non rinnova il colpo di fulmine ma nemmeno delude. Fresca e godibile, benché sottotono rispetto ai fasti del debutto, non può contare più sul precedente effetto sorpresa e patisce la concorrenza della recente The Great – altro period drama maleducato e dissacrante, ma dalla sceneggiatura più graffiante: recuperatelo! Gli episodi belli per fortuna non mancano – vedasi l'ottavo –, insieme ai comprimari adorabili. Qualcuno ha citato Austin e Lavinia, il fratello e la sorella di Emily? La definizione, invece, mal si addice ahimè a Sue: l'interesse amoroso della protagonista, al centro di un inossidabile triangolo sentimentale, è uno dei personaggi più insopportabili del piccolo schermo. L'ex bambina prodigio Hailee Steinfeld, ribelle e appassionata, sin troppo in un epilogo che non convince per via del suo telefonato ritorno di fiamma, si conferma una magnetica padrona di casa. La sua storia troverà conclusione a novembre, sempre su questi schermi: la terza stagione, per la giovane Emily, sarà l'ultima poesia. Il prossimo mese lecito confidare nel proverbiale canto del cigno? (7)

lunedì 28 dicembre 2020

[2020] Top 10: Le mie serie TV

10. Little Fires Everywhere: Washington e Whiterspoon sul ring di un dramma familiare con molta carne al fuoco. Nonostante non sia tutto oro ciò che luccica, lo scontro tra primedonne solleva fumo e scintille. Conturbante, come lo spettacolo del fuoco vivo. 

9. This is us – Stagione 4: Dopo una terza stagione tutt'altro che entusiasmante, era lecito aspettarsi un'ulteriore battuta d'arresto. Con la famiglia Pearson, invece, la magia è sempre di casa. Il loro ritorno in gran spolvero è il miracolo che nessuno si aspettava.

8. La regina degli scacchi: Una ricostruzione storica meticolosa e frizzante per raccontare le gioie e i dolori di una campionessa sulla bocca di tutti. Che Beth Harmon sia un personaggio d'invenzione, francamente, si fatica a crederlo. Il merito spetta alla performance iconica di Anya Taylor-Joy.

7. Sex Education – Stagione 2: Il secondo tassello di un'educazione sessuale e sentimentale per affrontare i tabù senza volgarità. La scena cult: le protagoniste sedute insieme all'ultima fila dell'autobus in nome del girl power, contro le molestie subite.

6. Kidding – Stagione 2: Giunto alla seconda stagione nell'anonimato, cancellato dai palinsesti senza grandi rumori, questo è il gioiello invisibile a cui tutti dovreste dare un'altra possibilità. Dopo un esordio già soddisfacente, il sodalizio televisivo tra Carrey e Gondry torna a regalare lacrime e risate, con un arco di episodi di genialità superiore.


5. Tales from the Loop: Se la pacatezza dei racconti di Kent Haruf conoscesse la fantascienza anni Cinquanta. Una serie poetica e incantevole, senza né incastri né spiegazioni, ma con immagini di un lirismo che commuove nel profondo.

4. We are who we are: Un teen drama d'autore ambientato in tempo di guerra, ma interessato a raccontare l'amore: soprattutto quello verso sé stessi. Il ritratto di una generazione diversissima dalla mia. Non la riconosco, ma mi affascina, al pari degli alieni o degli angeli.

3. Years and Years: Un'affiatata famiglia inglese sullo sfondo di un futuro distopico che somiglia tantissimo al nostro presente. La serie più rappresentativa del 2020, con una morale in cui confidare incrociando le dita: tutto passa – compreso l'irreparabile –, ma noi no.

2. L'amica geniale – Storia del nuovo cognome: Il romanzo è sempre meglio della trasposizione? Costanzo e le sue protagoniste sono pronti a farvi ricredere nella serie che il mondo ci invidia. Ansie e speranze per la terza stagione: il cambio di cast e regista si fa temere.

1. Normal People: Connell e Marianne, Marianne e Connell... Cronaca straordinaria di un amore ordinario, il best-seller della giovane Sally Rooney rivive in tutta la sua piccola epicità in una miniserie così compiuta sembrare un'epopea dei giorni nostri. Romantica, struggente, indie: sui social è già cult.

mercoledì 22 aprile 2020

Quarte stagioni e storie vere: La casa di carta, This is us | Unorthodox, A Very English Scandal

Attualmente ha il primato di essere la serie più vista al mondo. Come da tradizione, sono in molti quelli che amano odiarla: cosa che capita ai successi di pubblico che, al contrario, non riscuotono il consenso unanime della critica internazionale. Accolta con più ferocia del solito, la nuova stagione di La casa di carta è senz’altro la peggiore delle quattro andate in onda, ma il dettaglio non giustifica la pioggia di critiche. Partito negativamente prevenuto, infatti, non mi sono accorto né di cali né di involuzioni. Nel bene e nel male, l’heist movie spagnolo resta il solito: un intrattenimento al cardiopalma, disimpegnato e dai ritmi vertiginosi. Otto episodi che volano, con tanto di irresistibili punte trash – le canzoni di Tozzi e Battiato cantate da un coro di frati fiorentini –, dove vengono subito riprese le fila delle puntate precedenti. Ma dopo lo svelamento di un paio di twist che ci avevano lasciati con il fiato sospeso – come se la caveranno due personaggi dati per morti? –, la serie si concentra sul prosieguo della rapina non aggiungendo nulla alle storie dei singoli personaggi. Una guardia di sicurezza in ostaggio si libera delle manette e semina il terrore. L’azione abbonda, le sparatorie pure, ma tacciono gli attanti: soprattutto i minori. Mentre Rio e Stoccolma restano a corto di battute, con Berlino ormai mostrato in flashback superflui soltanto per amore di fandom, a farci una bella figura sono la spietata Sierra e Nairobi – quest’ultima vero cuore della stagione. Benché si parli di lingotti da fondere, non tutto è oro. Ma l’intrattenimento, se non si è pretenziosi, comunque luccica. (6,5)

Con i Pearson la magia è sempre stata di casa. Ma non si confidava mica in un miracolo. Dopo una terza stagione poco entusiasmante, iniziava a esserci aria di crisi. Deluso, non ho visto la quarta stagione puntata dopo puntata. Ho lasciato accumularle, e nel mentre mi sono giunte all’orecchio voci di corridoio: dicevano che i Pearson erano tornati in pieno stile. Mi sono fidato, ma è servito pazientare. A parte l’introduzione di un paio di nuovi personaggi – cos'avevano da spartire un musicista ipovedente e una soldatessa con tutti gli altri? –, fino all'ottava puntata rari picchi. Quelli, accanto alle lacrime, sono arrivati nella seconda metà della stagione: allora la serie si rende protagonista di una ripresa impossibile. I livelli di scrittura tornano quelli dell’esordio. Gli attori, soprattutto Mandy Moore, sono da premi. Il cuore batte fortissimo. Kate affronta i problemi da neomamma, mentre il marito pensa a rimettersi in forma fisica; Kevin insegue il vero amore e rifugge le dipendenze; Jack, indimenticato, compare a spargere saggezza nei classici flashback. Ma questa, per me, è la stagione ad honorem di Rebecca e Randall: quelli che fanno sacrifici di cui nessuno si accorge; quelli che in silenzio tutelano l’ordine, l’equilibrio e si preoccupano degli altri. Cosa succederebbe se mollassero la presa? Il rischio di scontentare qualcuno, in nome di un bene maggiore, è alto. E allora mi sono rivisto in loro, che ci regalano malinconiche visite al museo o provanti episodi what if, e ci somigliano specialmente nelle imperfezioni; nelle ombre degli stati d’animo. Più umani del capofamiglia Ventimiglia, ormai beatificato. Finalmente, più noi. (8)

È la miniserie di cui tutti parlano. La storia di Esther sta commuovendo grazie alle emozioni suscitate dall’attrice principale. A diciannove anni, già moglie, la protagonista fugge: direzione Berlino. Se la cronaca della sua rinascita sembra già vista – troppo fiabesca, con tutti belli e ben disposti: personalmente ho storto il naso, soprattutto davanti a una vocazione musicale sbucata fuori dal cilindro –, i momenti migliori si nascondono nei flashback che svelano le peggiori sofferenze. Siamo a Brooklyn, in comunità che impone ancora legami e rinunce. Esther si sposa, e il rito nuziale è una sequenza inquietante. Esther è costretta a rasarsi i capelli e a indossare una parrucca, con il taglio immortalato in presa diretta. Esther ha problemi con il sesso, e i suoceri giudicano una donna dai figli che mette al mondo. Girata in yiddish – un misto di americano, tedesco ed ebraico –, la parentesi newyorkese sorprende per l’attenzione documentaristica. E si scontra con un prosieguo sì più positivo, sì più arioso, in cui è forte la cesura tra la storia vera e l’invenzione degli sceneggiatori. Meno lodevole di quel che si legge, a causa di qualche ingenuità in esubero, la miniserie informa comunque e rivela il talento straordinario di Shira Haas. Semiesordiente, si prepara a vincere il vincibile con una performance struggente, retta interamente dal gioco dei suoi occhi meravigliosi; non da meno il marito Amit Rahav, dolcissimo giacché vittima inconsapevole. Logorati da un senso di colpa intrinseco alla loro stirpe, i personaggi vengono a patti con la libertà e il passato in Germania: una vecchia scena del delitto che, per fortuna, qui si trasforma nello sfondo di una rivoluzione. (7)

Come il titolo promette, si tratta di uno scandalo molto all’inglese. E nell’atto pratico – scrittura, regia, recitazione – si conferma essere poi una miniserie molto all’inglese. Raffinata, ironica, confezionata con una professionalità vagamente regale. Recuperata dopo il colpo di fulmine verso la sottovalutata Years and Years – sceneggia la stessa penna –, si era già fatta notare alle premiazioni per menzioni e trionfi inaspettati. Su carta ispirava poco, però, e nei fatti poco mi ha detto. Sfortunatamente non mi interessava affatto conoscere questa storia vera. Jeremy Thorpe, parlamentare, deve proteggersi dalle accuse dell’amante Norman Scott: cosa direbbe l’opinione pubblica della sua omosessualità, e soprattutto del tentato omicidio che ha escogitato? Forte della regia da maestro di Stephen Frears e divisa in tre atti, perfetta nello stile e nella forma, senza grinze, A Very English Scandal ricorda un po’ l’assurdità di I, Tonya. A quegli intrighi, a quegli strafalcioni, a quelle intimidazioni grottesche, quasi non si crede! Eppure è tutto realmente accaduto, parola di Wikipedia. La visione, tuttavia, non lascerà strascichi. La ricorderò per i duetti tra Hugh Grant e Ben Whishaw – il primo, superbo, invecchia lontano dai cliché delle commedie romantiche; il secondo, eppure molto premiato, eccede troppo in smorfie – e per una constatazione quanto mai attuale: la realtà, a volte, supera l’immaginazione. (6,5)

mercoledì 1 maggio 2019

I ♥ Telefilm: Special | Bonding | This is us S03 | Santa Clarita Diet S03

La routine di un ragazzo fuori dall'ordinario. Il lavoro, gli amici, l'amore. Cos'è successo: il ritorno di Atypical è forse giunto in anticipo? La domanda sarebbe lecita davanti a una produzione, originale soltanto in teoria, che ricorda un po' la comedy sulla sindrome di Asperger, un po' Please Like Me. Qui, però, si parla di un altro disturbo: il protagonista ha una paralisi cerebrale sin dalla nascita. Qui, soprattutto, si parla senza filtri di troppo: il protagonista, realmente disabile, è eccezionalmente anche l'autore del tutto. Otto episodi brevissimi nell'arco dei quali Ryan O'Connell trova il coraggio di intenerirci e infastidirci, fra momenti di debolezza e gesti di egoismo. Ventotto anni, senza un impiego, convive con una mamma single che si è annullata in nome del troppo affetto e con un dramma niente affatto trascurabile: benché dichiaratamente omosessuale, spigliato e carino com'è, Ryan non è mai stato a letto con nessuno. Dall'avvio di uno stage presso una testata online alla perdita della verginità, galeotti i consigli di una strabordante migliore amica, non passerà molto. Il protagonista, in barba al politicamente corretto, minimizza sulla propria condizione: la zoppia di cui al lavoro tutti chiacchierano, colpa di un fantomatico incidente stradale. Si affida all'esperienza di un gigolò che, in una sequenza esplicita ma dolcissima, gli svela i segreti del contatto fisico infischiandosene dell'arrivo del principe azzurro. Ha la schiettezza di mostrarsi odioso, bisognoso, nel rapporto di co-dipendenza con la bravissima Karen Hayes, combattuta fra il ruolo di mamma a tempo pieno e i bisogni di cinquantenne ancora libera e piacente. Storia dal taglio classico e dai temi quanto mai consolidati, la serie Netflix mostra i lati amabili e quelli più spigolosi di un ragazzo egocentrico e autosufficiente soltanto in teoria. Forse osa poco, se non in quella prima volta sotto lauto compenso, ma il tocco di O'Connell – che con il beneplacito dei produttori sceneggia e interpreta, raccontando senza ipocrisie quel che ruota attorno alla disabilità -, appare speciale come da titolo. (7)

Lui è un aspirante comico gay, con scarsa esperienza tanto in materia di palcoscenici quanto di uomini. Lei è una studentessa di psicologia che a lezione non dà grandi confidenze ai compagni ma, sotto il cappotto, nasconde stivali al ginocchio, bustini e gatti a nove code. Migliori amici ai tempi del liceo, quando costituivano ben più che un'elettiva coppia di perdenti, si ritrovano non senza imbarazzo, non senza secondi fini, dopo essersi salutati di fretta durante la notte del ballo. Se la fatale Zoe Levin è una dominatrice con una fitta schiera di clienti sulla busta paga, lo spiantato Brendan Scannell gli fa da assistente improvvisato pur di sbarcare il lunario. Il sesso paga: soprattutto se lo si ama strano. Il sesso ha spettatori affezionati: soprattutto se lo manda in onda Netflix, in episodi di quindici minuti a cui è impossibile resistere. Nel solco di Sex Education, educazione sentimentale da bollino rosso, arriva così anche Bonding: la commedia nera contro il tabù, che promette di fustigare e scandalizzare gli spettatori, senza mai dimenticare una generosa dose di cuore. Goderecci eppure raramente volgari, espliciti ma senza scene di nudo, gli episodi godono di una scrittura degna delle produzioni britanniche: a tratti siamo nei territori di The End of the fucking world, ma è l'America odierna quella che si staglia oltre le stanze rosse della Levin. Pelle lucida, legacci, catene. Fiotti d'urina, fantasie di percosse e rapimenti, giochi di ruolo. Il coinquilino falsamente macho è attratto dall'idea della stimolazione prostatica, una coppia borghese cerca consulenti d'urgenza – il capofamiglia, infatti, si eccita soltanto con il solletico –, qualcuno considera pornografiche le marce dei pinguini. Come da copione, non mancano le richieste assurde, i clienti sopra le righe e i dialoghi sboccati, ma neanche approfondimenti psicologici degni d'attenzione: i protagonisti, infatti, aiutano gli altri a sentirsi liberi, ma sono i primi a vivere nell'anonimato di una doppia vita; a nascondersi nel non detto. Vicenda di solitudini siderali, di gente che ferisce per non essere ferita, Bonding è una terapia per combattere la prigionia delle inibizioni. Come gestire un'identità alternativa con il rischio che le strade della studentessa e quelle della dominatrice si incrocino? Come operare nel settore del sesso quando il contatto umano terrorizza? Gettato il frustino, bisogna imparare a farsi dominare. Per costruirsi un amore su misura. Per mantenere salda un'amicizia decennale. (7+)

Ogni famiglia, perfino la più unita, conosce momenti di crisi. È successo anche a quella di This is us. Se la seconda stagione era riuscita a sorpresa a difendersi – il rischio: quello di non replicare le emozioni della precedente –, la terza non ha ripetuto il piccolo miracolo. Non potendo più contare né sullo svelamento della tragica dipartita di Milo Ventimiglia né sull'elaborazione di una Mandy Moore inspiegabilmente tagliata fuori dalla stagione dei premi, i nuovi episodi si trascinano un po' – nonostante gli approfondimenti e gli ingressi dell'ultimo minuto, per fortuna, non manchino. Degni di nota, in particolare, i flashback ambientati in Vietnam: quando Jack, il capofamiglia, aveva un misterioso fratello al fronte interpretato da un ottimo Michael Angarano. Mentre Kevin indaga sulla scomparsa dello zio, i fratelli Randall e Kate si danno il cambio alternando gioie e dolori. Il primo, improvvisatosi politico, rischia di mandare all'aria il matrimonio con la fedele Beth. L'altra, invece, si è resa protagonista di una gravidanza a rischio. Jack e Rebecca, al centro di linee narrative che ormai cominciano a incastrarsi a fatica con le storie delle generazioni successive, regalano qualche sospiro garantito (ma scontato) con vecchi appuntamenti, parole non dette, acciacchi della terza età. Il ritmo, poco incalzante, ne risente. Gli episodi, per la prima volta da quando la serie va in onda, si sono accumulati in una cartella del mio portatile. Da quando l'appuntamento con This is us non è più un'urgenza? Da quando inizia a girare in tondo, attorno al cuore di una questione già bella che sbrogliata. Da quando questa famiglia americana si è fatta più conflittuale e incostante, più vicina alla mia nel bene e nel male, privandomi del sogno impossibile di farne parte. La crisi è giunta prima del settimo anno. Finirà, magari grazie a sceneggiatori meno adagiati sugli allori e ai benefici della terapia? (6,5)

A proposito di famiglie in crisi. A proposito di serie al centro di piccole grandi battute d'arresto. Come dimenticare le tragicomiche degli Hammond? Lui umano, lei non-morta. Ufficialmente: agenti immobiliari in quel di Santa Clarita. Un ridente sobborgo in cui niente è come sembra e i vicini, a dispetto delle apparenze, nei momenti giusti sanno voltarsi dall'altra parte. Abbastanza da credere alle bugie dei protagonisti, di glissare sulle loro stranezze. Abbastanza da non accorgersi che Drew Barrymore è assetata di sangue, mentre il servile Timothy Olyphant le fa da braccio destro giacché innamoratissimo. Anche in questo caso, dopo un prosieguo di buon livello, la commedia splatter targata Netflix ha rischiato di annoiarmi. Di trascinarsi con svolte poco convincenti, in una terza stagione copia-incolla delle precedenti. Spiace dirlo, ma l'arrivo di dieci episodi aggiuntivi non regala nuovi spunti. Spiace dirlo ma, benché appunto dispiaccia, la cancellazione non mi ha stupito. Santa Clarita Diet non scade, non peggiora, non delude. Resta sempre lo stesso, e purtroppo non è un pregio, come quella zombie che mangiando esseri umani si mette in salvo dalla decomposizione. La figlia si rende utile, ma l'FBI la torchia e il migliore amico trema per l'ansia da prestazione. Il marito tenta di proteggerla entrando a pieno diritto nella schiera dei Cavalieri di Serbia. E lei, al solito, semina in giro corpi smembrati e guai: ben propensa a trasformare gli altri, si immusonisce davanti ai tentennamenti di Joel, un Olyphant pur sempre irresistibile. Chi non vorrebbe essere immortale? A che prezzo, però, se tocca darsi al massacro – anche se di alcuni loschi neonazisti – per mantenersi giovani per sempre? Sempre macabro e scoppiettante, il mix di generi non può contare più sull'effetto sorpresa delle prime volte né sull'alchimia indiscutibile fra i due padroni di casa. La sceneggiatura, a proposito di autori pigri, non fa passi avanti. Quanto poteva durare restando sempre sopra le righe, sempre la fotocopia di un successo sì meritato ma mai bissato? Davanti a quel finale spiazzante, eppure, la curiosità c'era. Resterà sempre il dispiacere per l'avvenire degli Hammond, che probabilmente non conosceremo. Le colpe, questa volta, non sono imputabili soltanto ai tagli di Netflix. Ma a una commedia cannibale che ha il pane – temi originalissimi, grandi mattatori, ironia e sangue in quantità – e non i denti. (6)

giovedì 14 febbraio 2019

Mr. Ciak: La vita in un attimo | How to talk to girls at parties | Film stars don't die in Liverpool

Un Oscar Isaac dalla barba incolta parla della rottura con Olivia Wilde sul divano della psicologa Annette Bening: aspiranti sceneggiatori, i due facevano faville vestiti da Pulp Fiction a Halloween e aspettavano un bambino. Olivia Cooke, cantante arrabbiata con il mondo intero, annienta il romanticismo di una ballata di Bob Dylan urlandola a squarciagola in chiave metal. Da qualche parte in Spagna, invece, Antonio Banderas – proprietario terriero, ma non del “Mulino che vorrei” - aiuta il figlio di Laia Costa a superare un trauma insanabile. Una manciata di nomi noti, personaggi agli antipodi nel tempo o nello spazio, le cui storie ruotano attorno allo stesso avvenimento tragico. A lungo, così, è dalla tragedia che cercheranno di allontanarsi. Sebbene sia un melodramma corale da inserire nel filone di Collateral Beauty, Life Itself lo si approccia con un occhio di riguardo: merito del taglio indie e di un inatteso black humor, delle audaci variazioni sul tema della prima parte, dei cambi di rotta shock. Soprattutto, inutile negarlo, del tocco magico di chi ha ideato This is us e consumato 500 giorni insieme a furia di visioni. La voce narrante della Wilde ci racconta con toni alterni di famiglie disfunzionali, sentimenti da elaborare e altri drammi; del destino sfortunato degli orfani e della bellezza pericolosa di New York, scomodando fra le righe implicazioni filosofiche e narratologiche che rendono senz'altro più estremo il classico intreccio intergenerazionale. Questo nuovo giro di vite prende avvio in maniera violenta e proseguendo, poi, si scopre più accomodante senza grandi sensi di colpa. La morale, già consolidata: cosa fare se la vita ti dà dei limoni? Facile, fanne una limonata: spremila, zuccherala, bevine fino all'ultima goccia. E ricomincia daccapo. Magari, all'interno di una sinfonia polifonica che si muove al solito in cerca di risposte esistenziali, e al solito funziona bene con i toni dolci della seconda metà. Grazie ai dettagli, ai volti, alle piccole cose in cui piace riconoscersi. E di cui, nella sera giusta, magari ci commuoviamo un po'. I narratori, si afferma, sono inaffidabili per loro stessa natura: la narratrice per eccellenza, in teoria, resterebbe la vita stessa. Come crederlo, però, davanti a una frenata agghiacciante, a uno sparo a bruciapelo, a una malattia innominabile, a un tradimento che ancora brucia nell'anima? Ci si affida, in quel caso, agli sceneggiatori che non si allontanano mai dalla comfort zone. Se anche la vita si rivela inaffidabile, Dan Fogelman, per fortuna, non troppo. (6,5)

Prendete un trio di amici e collocateli nell'Inghilterra punk. Alla ricerca dell'ennesima festa trasgressiva, guardateli seguire la musica e imbattersi in una casa di stranezze, sesso e piaceri in stile Rocky Horror Picture Show: tutine in latex coloratissime, proposte indecenti, bassi solletichi che d'un tratto ti aprono le gambe e mondi interi, in barba alla virilità. I protagonisti pensano che i tenutari siano gente strana perché americana. In realtà, sono alieni in trasferta – e, per di più, cannibali. Elle Fanning, così perfetta da apparirci a tratti una marziana davvero, per quarantotto ore abbandona la base e segue con il batticuore Alex Sharp, bruttino ma con carattere. Tempo a sufficienza per affezionarsi all'idea di cantare in un gruppo, ai baci ribelli di lui, alla tentazione di restare lì? La classica relazione breve e impossibile, che ricorda un po' una fiaba moderna in stile Splash: Una sirena a Manhattan, regala sorprese se proviene, come in questo caso, dalla folle inventiva di Neil Gaiman. Fantasiosa metafora di quel decennio di lotta generazionale e incomprensione reciproca, How to talk to girls at parties è una commedia rock 'n' roll con la testa fra le nuvole e risvolti straordinari, che fa faville nei momenti da puro boy meets girl – questi ultimi culminano con un allucinato duetto, prima che il film imbocchi la poco convincente mezz'ora conclusiva – e purtroppo si sfilaccia un po' in un epilogo infarcito di dialoghi esplicativi, toni grotteschi, stanze affollate. Festa discinta, rumorosa e dispersiva – nella folla scorgiamo la talent scout Nicole Kidman, in un ruolo piccolo ma incisivo –, con un'irresistibile messa in scena e un messaggio tutt'altro che sottile a sfavore, ma una candida storia d'amore per centro nevralgico. Lontano dall'essere un manifesto generazionale, How to talk to girls at parties resta comunque un apprezzabile teen movie d'autore. John Cameron Mitchell, decisamente nel suo fra travestitismo, giovinezze scatenate e pentagrammi, questa volta è troppo immalinconito per provocare. Effetto non tanto delle droghe pesanti quanto della nostalgia di chi, insieme a Gaiman, rimpiange il graffio dei vinili, i vent'anni e quell'occasione persa un trentennio fa: con una aliena uguale alla Fanning che, nell'allegria sconsiderata delle prime volte, ci aveva promesso perfino le stelle. (7)

Ci sono quei film belli e sfortunati che passano in sordina. Ignorati ai piani alti, non trovano nessuna distribuzione italiana: l'avvento del sottotitolo, per fortuna, ha salvato dall'oblio la visione di Film stars don't die in Liverpool – a carico, la bellezza di tre candidature agli scorsi Bafta – e il ricordo agrodolce di Gloria Grahame, diva già una volta sparita dai radar. Probabilmente nessuno di noi, oggi, la ricorderà. Classe 1923, vincitrice di un Oscar nell'anno di Cantando sotto la pioggia, l'attrice aveva collezionato quattro matrimoni fallimentari, pochi ingaggi e un tumore al seno mai del tutto debellato. Meglio rinunciare alla chemioterapia, nella paura di perdere i capelli, la bellezza e il lavoro. Stella del muto ormai in caduta libera, negli anni Ottanta nascondeva la cicatrice della mastectomia e s'innamorava di un aspirante attore più giovane di tre decenni. Gloria porta Peter a New York, lo invita in ristoranti frequentati da leggende del cinema, gli regala una favola da seguire senza un briciolo di scetticismo. Lui, dalla sua, ricambia con un altro copione; quello dell'ultimo grande amore. La Grahame fumava come Lauren Bacall, si atteggiava alla maniera di una Marilyn seducente e falsamente svampita: piena di femminilità e decoro, permalosissima, faceva sparlare per le relazioni scandalose e sognava di interpretare Giulietta benché non avesse più l'età. Ignorò strenuamente il suo male, fingendo fosse indigestione; prima fuggì, come fanno gli animali morenti, e infine si rifugiò a Liverpool presso la famiglia di Peter, circondandosi di trucchi, pellicce e affetti sinceri. Si reincarna alla perfezione, qui, nei gesti di una Bening somigliante e straordinaria, al punto da non spiegarsi la mancata considerazione dell'Academy. E si gode la compagnia di un ritrovato e cresciuto Jamie Bell, che dopo i fasti di Billy Elliot torna a ballare e a condividere il set con l'adorabile Julie Walters. La biografia sentimentale di Paul McGuigan scivola con grazia invidiabile dal presente al passato. Il famoso umorismo britannico e qualche guizzo stilistico donano alla Grahame il batticuore finale, allora, e a noi qualche furtiva lacrima in poltrona. Soprattutto, nuovo lustro alle stelle offuscate dalla memoria breve di Hollywood. Film stars don't die in Liverpool è l'altra faccia di Viale del tramonto: quella felice. (7,5)

venerdì 16 marzo 2018

I ♥ Telefilm: This is Us - Stagione 2 | Mozart in the Jungle - Stagione 4

I Pearson sono tornati, e con loro le lacrime del mercoledì sera. Mi erano mancati più degli altri appuntamenti settimanali: loro che alla routine, piano, avevano restituito l'emozione perduta. I protagonisti di This is Us hanno bussato alla mia porta e ho detto entrate pure, fate come se foste a casa vostra, facendomi trovare al solito posto. Coperta, divano e qualche fazzoletto nella manica della felpa, ché non si sa mai. Al solito posto anche gli eredi degli adorati Rebecca e Jack. Desiderosi di far meglio, alla ricerca di un posto nel mondo che somigli almeno un po' alla casa perfetta in cui sono cresciuti. Impresa impossibile, se fragili e mai guariti dal cuore infranto per quell'urna sul caminetto; se il ricordo del patriarca, eppure scomparso vent'anni prima, toglie inevitabilmente dolcezza alle rimpatriate. Kate, con frequenti ricadute nel tunnel dell'ingordigia e un brillante all'anulare, deve lasciare a terra ogni zavorra – quelle del corpo, quelle della memoria – per spiccare il volo. Nessuno sarà mai come suo padre, ma che colpa ne ha Toby, che per lei c'è stato nella buona e nella cattiva sorte? Kevin, attore di sit-com dalla carriera in risalita, sta realizzando un sogno: affiancato da Stallone, recita nell'ultimo film di di Ron Howard, fra ospitate fuori città, alberghi di lusso, donne che vanno e che vengono. Un infortunio sul set lo rende schiavo degli antidolorifici, ricordandogli l'occasione già persa quando era una stella del football con le ginocchia difettose: e se da suo padre – troppo idealizzato nel tempo, ma in realtà imperfetto come tutti noi – avesse ereditato il peggio, la dipendenza? Infine Randall: marito e padre felice, sentimentale per natura, che non ha mai smesso di ringraziare i genitori adottivi per averlo strappato a una vita di abbandono. I soldi non mancano, c'è una camera da letto in più al piano di sopra: sdebitarsi accogliendo un'adolescente di colore meno fortunata di lui, che fino all'ultimo, purtroppo, fa grande antipatia. La formula resta la stessa e, nei salti indietro e in avanti, questa volta con occhiate al futuro che sarà, ritornano giovani e belli – ritornano insieme, soprattutto – i genitori che vorrei. Guardiamo Rebecca e Jack nei flashback e ci struggiamo, sapendo che il loro amarsi non durerà per sempre: Jack è morto e no, non è uno spoiler. Si scoprirà come nel corso degli episodi. E sì, si piangerà. Davanti a gesti eroici un po' esagerati, vero, che sanno però lasciare meravigliosamente spazio allo sconcerto del lutto – penso non dimenticherò mai l'onestà della reazione di Mandy Moore, qui straordinaria, che davanti a una notizia shock addenta un dolcetto del distributore automatico come se nulla fosse, lo sguardo perso di chi non ancora realizza. Davanti a un intreccio meno miracoloso, meno inappuntabile, che rivela le sue forzature, il suo dilungarsi, affinché il prezioso Milo Ventimiglia non sparisca nel nulla – poche sorprese, a questo giro, nonostante gli exploit di Justin Hartley siano degni di nota e di nomination. Ho aperto gli occhi, e di lacrime non ce n'erano poi molte. Lucidità e disincanto hanno lasciato emergere quindi i difetti di una seconda stagione che non ha fatto gridare al miracolo. Forse semplicemente non si può far meglio, se già si è fatto così bene in passato. Forse, come i fratelli Pearson, non tradiremo mai quella casa piena d'amore, il ricordo di Jack, per nuove storyline o altri domicili. La perfezione non esiste, neanche nelle famiglie felici. Neanche in This is us. Dev'essere per questo che mi è piaciuto meno, ma, a modo mio, gli ho voluto bene di più. (7,5)

La musica classica spiegata dal sovversivo Gael Garcìa Bernal era un piacere da scoprire. Folgorante e originale per approccio e formato, Mozart in the Jungle ha dato smalto agli spartiti – mai stati così rock 'n roll – e, negli anni, lustro a produzioni Amazon che non hanno in realtà nulla da invidiare ai cachet, ai nomi di grido, alle pubblicità di Netflix. Benché gli abbia sempre riconosciuto grandi pregi, se mi chiedeste perché lo seguo, cosa ci trovo, ormai non saprei più rispondere. Mozart in the Jungle, per il quarto anno di seguito sempre uguale a sé stesso, sembra aver perso infatti insieme al suo Rodrigo l'ispirazione iniziale e l'amore. Cosa succede: anzi, cosa non succede. La Filarmonica di New York non naviga in buone acque. Bernadette Peters, da vecchia volpe qual è, corteggia e accarezza l'ego degli investitori orientali, con buona pace di Malcolm McDowell – amante appassionato ma, se si parla di lavoro, rivale incorruttibile. Lola Kirke e Bernal fanno ufficialmente coppia fissa, ma impegnarsi spaventa. Lei, divisa fra l'emanciparsi e i dettami del cuore, passa da oboista ad aspirante direttrice d'orchestra iscrivendosi a un concorso dall'altra parte del mondo. Lui, alle prese con la collaborazione con un esuberante coreografo e l'arrangiamento impossibile del Requiem, sfida il fantasma di Amadeus – amico immaginario, complice – con il rischio che la sua scomparsa lo lasci solo e confuso, mentre Hailey bada intanto ai propri spettri, alle proprie ispirazioni. Lo scorso anno c'erano Venezia, la bellezza di Monica Bellucci. Questo inverno, invece, si sperimentano le stranezze e la spiritualità del Giappone – un robot di ultima generazione dirige i musicisti, con sommo disappunto del protagonista, e che noia, a dirla tutta, quel rito del tè che alimenta trip e brusche virate sentimentali. Mozart si allontana dalla trasgressione del titolo per le mete e le borie della Coppola – non a caso scrive Roman, che di Sofia è il fratello maggiore. Turista in terra straniera, smarrito nella Tokyo e nelle incomprensioni sottili di Lost in translation, Rodrigo ha perso assieme al mentore il senso dell'orientamento, il tocco, le chiavi di casa. Lo si segue con ritrovata leggerezza nel suo andirivieni senza senso, sperando trovi la retta via. Quella che porta a una giungla che inizia a mancarci, perché meno confortevole e patinata di tutto questo. Perché più selvaggia di un soggiorno all inclusive che impigrisce, annoia e imborghesisce. (6,5)

giovedì 16 marzo 2017

I ♥ Telefilm: This is us | Search Party

Sono tra quelli che in foto fanno sempre la stessa faccia. Trattenuto e riservato, mi lascio andare quando mi riempiono il bicchiere o nessuno mi guarda. Oppure il mercoledì sera. Quando non c'è romanzo o contrattempo che possa salvarmi dalle sensazioni che soltanto questo This is us sa. Sono tra quelli che usano l'aggettivo strappalacrime come fosse una parolaccia, infatti. Eppure quante lacrime che ha saputo strapparmi, parlando fuori dai denti, la storia dell'ordinaria famiglia Pearson. E così io, che alla faccia di pietra ho fatto l'abitudine, sul mio divano scomodissimo rido e frigno con tutta una serie di gradazioni intermedie. E quanto mi è piaciuto abbandonarmi, per una volta, ai colpi di cuore di una serie bellissima perché semplice in maniera disarmante. Diciotto episodi complessivi e, più o meno in tutti, mi sono dato generosamente allo stesso terremoto emotivo. Sono masochista, continuando con la lista, ma non mi affido a cose o persone che esercitano su di me il bello e il cattivo tempo. Da This is us, eppure, sono tornato settimana dopo settimana. In attesa che facesse la prima mossa, e la sua magia. Qual è la particolarità di un telefilm che, ancora lontano dal concludersi, si era guadagnato una pioggia di nomination ai Golden Globe e un posto d'eccezione sul podio, nei listoni di fine anno? This is us è un family drama modesto, con attori visti qui e lì e uno spunto che si esaurisce dopo il pilot. Se mi leggete, saprete già che i protagonisti sono in realtà parte della stessa famiglia. Tra passato e presente, Dan Fogelman ci racconta due generazioni di Pearson. I bravissimi Mandy Moore e Milo Ventimiglia, forse la coppia più bella del mondo, sono i capostipiti. Poi vengono i gemelli diversi Chrissy Metz e Justin Hartley – lei in sovrappeso, lui attore corteggiatissimo in cerca di ruoli importanti – e Sterling K. Brown, figlio adottivo, che riallaccia i contatti con il suo padre biologico scoprendolo in fin di vita e bisessuale. Il creatore di Crazy Stupid Love coglie l'esistenza del gruppo in presa diretta. Ce ne mostra gli amori all'apice e al tramonto, i lutti inevitabili e le scelte esistenziali senza fuochi d'artificio. La televisione imita il cinema, ed è allora che stupisce: la NBC non ci prova neppure. This is us non conquista per la fattura, ma per quei protagonisti di cui senti di non poter fare a meno. Sono tutti belli e premurosi, fanno buone azioni. Solo qualche volta, cose che capitano, volano parole pesanti di cui ci si pente. Ventimiglia alza il gomito, e quanta ansia per il suo destino. Il papà hipster di Ron Cephas Jones (il mio personaggio preferito) ha i giorni contati, la coscienza un po' sporca e, a un certo punto, si teme sia caduto di nuovo nel tunnel della droga. Ma, acciaccato e tutto, prende un treno e macina chilometri ogni mattina per dare da mangiare a un gatto che ha preso possesso del suo balcone. Sulla scia dello stesso candore che non biasimi ma spii, eccole lì le dichiarazioni plateali, i fratelli che vengono al primo posto, quei viaggi in macchina che sono il migliore commiato. Anche se hai una famiglia sfasciata, tu, e a un freddissimo dicembre siete sopravvissuti giusto in due. Però quel chiasso a cena lo sogni prima di alzarti di soprassalto alle sei e quaranta in punto. Ora che è finito, con ascolti che non calano di una virgola, lascio sfitti i miei dotti lacrimali fino a un nuovo ciclo di episodi. Convinto che il prossimo autunno, in loro compagnia, troverò altri spunti per riconciliarmi con le emozioni che non sentivo. (9)

Ci vuole un po' per rendersi conto che quelli non sono gli anni '80 che sul piccolo schermo, tra Stranger Things e un Red Oaks, vanno per la maggiore. L'impressione nasce dal poster vintage e dal guardaroba dei giovani protagonisti di una comedy un po' gialla e un po' nera, che ha fatto il suo debutto lo scorso inverno rischiando di passare sotto silenzio. Neanche i subber, pensate, si sono adoperati troppo in fretta. Hanno caricato gli episodi in ritardo, in disordine, sapendo che li attendevamo in pochi. Ho scoperto Search Party in mancanza di qualcosa di meglio. La serie, ambientata in una New York che più indie non si può, prende avvio con le scomparsa di una ragazza, Chantal. Nei boschi viene ritrovato un suo indumento insanguinato. Ad arrovellarsi sulla sua sparizione, mentre la famiglia la piange già, una compagna di corso di nome Dory che l'ha ignorata platealmente in tutti gli anni di università. Come mai quella curiosità, quella preoccupazione, per il destino di una mezza sconosciuta? La protagonista, che si chiama come il pesciolino smemorato di Nemo, è convinta di averla vista a qualche giorno di distanza dal suo presunto omicidio. Chantal è viva, ma si nasconde. Da chi, e perché? Ci sono la Grande Mela alternativa di Girls e, su carta, la variante hipster della rimpianta Veronica Mars. L'improvvisata detective di cui ogni riccio è un capriccio coinvolge nella ricerca il fidanzato di lunga data, nuotatore allampanato e fedelissimo; l'esilarante e inaffidabile amico gay, uscito da un episodio di Will & Grace; la classica amica bionda e viziata che, pur senza un briciolo di talento, vorrebbe sfondare in un improbabile poliziesco per il piccolo schermo. La situazione si ingarbuglierà con la comparsa di un investigatore privato – terzo incomodo in un potenziale triangolo amoroso -, culti misteriosi e testimoni suicide. Per scoprire la verità: dieci puntate di venti minuti ognuna. Nel mentre: più di qualche sorriso, un rapporto di amore-odio verso l'altrimenti adorabile Sarah-Violet Bliss, un epilogo soddisfacente ma non troppo (una seconda stagione è stata già confermata, sempre in sordina). Search Party è un fumetto impensato e freschissimo. Pieno di misteri irrisolvibili e di presenze care a me, al Sundance e dintorni. (7+)

venerdì 30 dicembre 2016

[2016] Top 10: Le serie TV



10. Rocco Schiavone: Per il vicequestore romano, i gialli da risolvere sono una rottura di coglioni del decimo grado. Ma, su una scala da uno a dieci, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia?
9. La mafia uccide solo d'estate: La fiaba che, in pillole, fa bene parlando del male.
8. Shameless VII: Anno bisesto, anno funesto; intanto, ci ha regalato ben due appuntamenti coi Gallagher. E alle loro rumorose catastrofi corrispondono puntualmente le nostre gioie.
7. Westworld: Ronza una mosca; i protagonisti la scacciano via con un gesto della mano. Un fastidio che anticipa il risveglio dei sensi. L'insetto continuerà a ronzare, insieme al pensiero di essere – e non a torto - in presenza di una fra le serie dell'anno.
6. Daredevil II: Occhio per occhio, e il mondo divenne cieco. 
5. The Young Pope: Non ha convertito appieno uno scettico come me, ma è comunque gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII: bello come Jude Law e, pare, più di Gesù.
4. Black Mirror III: Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa.
3. This is us: Semplice è bello. Bellissimo.
2. Stranger Things: I favolosi anni '80. Non c'ero, ma è come se ci fossi stato. 
1. The OA: Visione frustrante e degna di meraviglia. Imperfetta, e perciò rara. Ti prende e ti porta dove e quando vuole lei. A confine.

Migliore attrice protagonista:
Penny Dreadful III – Eva Green
American Crime Story – Sarah Paulson
The OA – Brit Marling
Migliore attore protagonista:
The Young Pope - Jude Law
Rocco Schiavone - Marco Giallini
Mozart in the Jungle III - Gael Garcia Bernal
Migliore attrice non protagonista:
Westworld - Thandie Newton
Penny Dreadful III – Billie Piper
This is us – Mandy Moore
Migliore attore non protagonista:
This is us – Ron Chepas Jones
The Young Pope – Silvio Orlando
Westworld - Anthony Hopkins, Ed Harris


Muchacha sexy:
The Exorcist – Hannah Kasulka
Mozart in the Jungle III – Monica Bellucci
The Get Down – Herizen Guardiola
Bello e impossibile:
Preacher – Dominic Cooper
Rocco Schiavone – Marco Giallini
This is us – Milo Ventimiglia, Justin Hartley
Nice to meet you:
Stranger Things - Mille Bobby Brown
Fleabag – Phoebe Waller Bridge
American Crime Story, This is us – Sterling K. Brown
La coppia più bella del mondo:
Black Mirror - Mbatha-Raw, Davis
Shameless – Monaghan, Fischer
Rocco Schiavone – Giallini, Ragonese


Sing!:
The Get Down – Set me free
Jane The Virgin III – Locked Out of Heaven
No Tomorrow – Don't Stop Believing
Psycho Killer!:
AHS: Roanoke – Kathy Bates
Westworld – Ed Harris
The OA – Jason Isaacs
Let's talk about sex:
Sense8: Speciale Natale – L'ammucchiata telepatica
Westworld – Thandie Newton, Rodrigo Santoro
The Oa – Paz Vega, Emory Cohen
Cry me a river:
This is us – The Trip
Penny Dreadful – A blade of grass
22.11.63 – The day in question
The A-Team:
This is us
Shameless
Stranger Things