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mercoledì 1 aprile 2020

L'insostenibile leggerezza delle dramedy UK: Years and Years | Feel Good

Aprile, presto per darsi ai bilanci. Eppure posso affermare in tutta sicurezza che questa resterà la serie più rappresentativa di quest’anno.  La migliore? Lo dirà il tempo. Chi si sarebbe aspettato un paio di mesi fa che avremmo vissuto questo? L’allarmismo, la quarantena, la pandemia. Il 2020 è un anno surreale, di cambiamenti spaventosi e lunghi strascichi. Mentre siamo chiusi in casa, costretti all’immobilismo per la nostra stessa sicurezza, non ci rendiamo conto che il Corona Virus avrà conseguenze per cui non esiste vaccino. L’economia e la politica si risolleveranno? Qualcuno avrà tempo per dare una chance al mio futuro, in forse già da prima? Impossibile non sentire riecheggiare le domande che incalzano in questa coproduzione HBO: giunta in Italia in sordina, è illuminante  e premonitoria. Perché le insicurezze della famiglia Lyons, inquadrata tra la Brexit e il 2030, sono anche le nostre. Come ci tocca il divenire del mondo, come ci stravolge? Il notiziario annuncia l’elezione di Emma Thompson, politica di estrema destra che sembra una Trump in tailleur. Durante le rimpatriate, tra compleanni, matrimoni e funerali, i Lyons saranno partecipi di bollettini di guerra, evoluzioni scientifiche, involuzioni umane. C’è Stephen, bancario che perde tutto per un investimento sbagliato; Rosy, che non si lascia scoraggiare dal proprio handicap; Daniel, che s’innamora di un clandestino e s’imbarca nell'odissea vissuta dai migranti. Infine Edith, reporter, che pur di denunciare si avvicina a una verità dagli effetti radioattivi. Radunati alla tavola della matriarca, i Lyons sono ciò di cui abbiamo bisogno in tempi disperati. A volte si fanno volere bene come i personaggi di This is us. Altre ci preoccupano, con intuizioni plausibili e invenzioni degne di Black Mirror. Non tutta le tecnologia viene per nuocere. Gli smartphone, un giorno, combatteranno le rivoluzioni al posto delle armi. La memoria digitale è miracolosa, ma quella del cuore di più. Dove saremo tra cent'anni? Morti e sepolti. Dove saremo domani, finita la pandemia. A casa delle nostre nonne. Ad abbracciarci, a brindare, a spettegolare. Years and Years insegna tanto. Ma specialmente che tutto passa, compreso l’irreparabile, ma che noi no, noi non passiamo. (9)

Mae, canadese in trasferta nel Regno Unito, vuole sfondare nella stand-up comedy. Della classe della collega Mrs. Maisel,  però, ha poco. Elfo dalla bellezza androgina e dall’impettinabile ciuffo biondo, la comica aspirante ha un aspetto un po’ buffo e una sensibilità da maneggiare con cura. Vitale, insicura, fragilissima, sa farsi volere bene e biasimare. Si rifugia infatti per comodità in relazioni di conforto e, dopo una scarsa conoscenza, pretende già il per sempre. Ma come può amare il prossimo se non ama abbastanza sé stessa? L’ultima fiamma è George, una maestra alle prese con la prima relazione omosessuale. Benché vivano insieme, la ragazza oppone un’iniziale resistenza a uscire dall’armadio. A fare outing con amici e parenti. La comprensibile vaghezza di George gonfierà a dismisura le paturnie di Mae. Che gioca con i tiri e molla. Che si disintossica dalla droga e infine ci ricasca: o così crede, davanti alla tentazione dello stordimento. Feel Good parla di sessualità, identità di genere, amore, dipendenza da cose e/o persone. Il tutto, con l’insostenibile leggerezza promessa dal titolo. Dramedy a tinte arcobaleno dal basso profilo, vive dei locali fumosi frequentati da cabarettisti e altri brutti ceffi; personaggi divertenti incontrati al gruppo dei narcotici anonimi; genitori lontani che si connettono dal Canada su Skype soltanto per la mitragliata di battute sardoniche pronunciate a raffica dall’adorata mamma Lisa Kudrow. Grazie alla formula consolidata delle produzioni britanniche – bello tornare a rifugiarvisi dopo le gioie fugaci di Crashing e Derry Girls –, Feel Good non fa la voce grossa per spiccare e rischia un po’ di perdersi sul menù affollato di Netflix. Peccato. Perché ha uno stile già riconoscile, riflessioni dalla portata universale e numerose affinità con un’altra mina vagante, Fleabag: auguro a Mae Martin – sceneggiatrice e interprete, proprio come Phoebe – lo stesso successo. (7)

sabato 14 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: The Marvelous Mrs. Maisel S03 | Living With Yourself

Arrivati alla terza stagione, è un’impresa scrivere di The Marvelous Mrs. Maisel senza il rischio di riciclare gli aggettivi degli anni scorsi. Davanti a un prodotto che si ripete senza ripetersi – sempre di gran qualità e all’altezza delle stagioni precedenti, la serie sul mondo della stand-up comedy riesce continuamente a stupire con nuove battute al fulmicotone –, cosa dire? Resterebbe da scrivere soltanto una lettera a Babbo Natale: in un pacchetto ben infiocchettato, infatti, mi piacerebbe tanto trovare il talento di Amy Sherman-Palladino. Come pensa quei dialoghi da ascoltare e riascoltare all’infinito? Come riescono i protagonisti a pronunciarli senza mangiarsi nessuna delle bellissime parole pensate per loro? Come può stare al passo un comparto tecnico che, per non essere da meno, cura allora nel dettaglio le luci, le scenografie e i costumi di una New York lussuosa come in un musical? Più scoppiettante che mai, la serie si supera: la terza stagione è la migliore delle tre. Benché ne abbia fatto una presenza ricorrente nei listoni di fine anno, in precedenza qualche difetto l’avevo trovato: soprattutto in una seconda stagione in cui avevo sentito la nostalgia dei numeri di Midge e percepito come un ingombro le scene dedicate ai suoi familiari. Quest’anno sono stato ascoltato. Felicissimo, ho avuto il mio show – tantissimi monologhi, con la protagonista impegnata in un lungo tour – e non ho patito le parentesi dei genitori di lei. Protagonisti di uno sconcertante declassamento, Abe e Rose si trasferiscono dai consuoceri con effetti esilaranti: con lui impegnato a coordinare un gruppo di giovani comunisti, toccherà alla consorte – svampita, sì, ma abile in fatto di cuore – sgomitare per tornare nel West Side. Quella pecora nera della secondogenita, invece, vicinissima a diventare una comica di professione, apre con successo gli spettacoli di un cantante jazz: con il piede in tre scarpe – l’ex marito, l’ultimo fidanzato mollato, un collega galante –, vola a Las Vegas ma a causa della sua lingua lunga rischia di perdere molto: compresa la manager Susie, chiamata a dividersi tra lei e una rivale che vuol darsi a Strindberg. Ci sono l’aggiunta del sempre in parte Sterling K. Brown e più battute per Jane Lynch, di cui sostengo la simpatia sin da Glee. E poi c’è l’insostituibile Rachel Brosnahan, che piroetta nei piani sequenza, indossa mille abiti diversi, parla a raffica e – e non si sa come – non si stanca. Non stancandoci. (8)

La scoperta di una persona identica a te. Una parvenza di normalità di mantenere, tra moglie e lavoro. Tutte le gag comiche possibili e immaginabili all’interno di genere che sin dalla notte dei tempi prevede scambi e fraintendimenti. Ecco: questo è tutto quello che Living With Yourself, ingiustamente passato in sordina, non è. Se a torto, come ho fatto io, si immaginava una commedia in stile anni Novanta – faccio un titolo in particolare con un’idea simile: Mi sdoppio in 4 –, la sorpresa potrebbe essere dietro l’angolo. Lo si capisce presto. Traviato dalle false aspettative e dalla presenza di un attore spesso coinvolto in pellicole demenziali, in cerca di un riempitivo a cena, mi sono trovato invece in compagnia di una dramedy dal taglio indie con uno spunto degno del Black Mirror delle origini. Cosa saresti disposta a barattare in cambio di un’esistenza perfetta? Un pubblicitario pigro e svogliato, su suggerimento di un collega, fa visita a una strana spa per ritrovare l’ispirazione: non sa che alla fine del trattamento sarà rimpiazzato da un clone – la sua versione bella, propositiva, performante. Qualcosa va storto però. E questi otto episodio saranno guidati dalla verve di un Paul Rudd doppiamente bravissimo; da due protagonisti con la stessa faccia e uno spirito agli antipodi, che si contenderanno senza esclusione di colpi un’unica vita. Se l’uno è un marito disattento che in ufficio per di più ha perso il tocco magico, l’altro è un compagno dolce nonché un dipendente pieno di iniziative. Il troppo storpia, perfezione compresa: allora il clone, proprio come un novello mostro di Frankenstein, stringe un po’ il cuore con il suo sentirsi eternamente fuori posto. Amici-nemici, i due Rudd vogliono uccidersi, scavalcarsi, sostituirsi: fino a un finale rocambolesco e imprevedibile, che rappresenta tuttavia una bella chiusura in caso di mancato di rinnovo. Caratterizzato da uno sviluppo sorprendentemente credibile e da riflessioni talora inquietanti, Living With Yourself racconta la crisi – quella di un matrimonio a un bivio, quella di un uomo smarrito perché spaiato – alla maniera della fantascienza esistenzialista che più piace. Meno leggera del previsto, per fortuna notata anche dai Golden Globe, questa convivenza dell’altro mondo è da sperimentare. (7)

mercoledì 10 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05

Ero partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins. Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones, mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può. Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione: forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete; l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti, non è andato via. Splatter e irriverente, un tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico, queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile, se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti? Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora associata alla Storia infinita: canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)

Lui, lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale – che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale. Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido come pretenderemmo. (6,5)

mercoledì 5 giugno 2019

Recensione: L'ultima notte della nostra vita, di Adam Silvera

| L'ultima notte della nostra vita, di Adam Silvera. HotSpot, € 16, pp. 354 |

Cosa faresti se nel giorno fatidico la chiamata di un apposito call center ti annunciasse che hai le ore contate? In un futuro non troppo lontano, in cui tutto e tutti hanno una data di scadenza, non esisteranno più lutti lancinanti e lasciti insoluti. La morte, che sia quieta oppure virulenta, ama annunciarsi con ventiquattrore di preavviso. Fra i malcapitati ci sono Mateo e Ruben. Che hanno diciotto anni e, all'inizio, pensano a un bug, a un errore del sistema. Non si è forse immortali a quell'età? La telefonata dei piani alti, spiccia e senz'anima, li sorprende mentre badano a tutt'altro. Il primo, rintanato in camera, ammazza il tempo giocando ai videogiochi fino a tardi – ignaro che sarà il tempo, in giornata, ad ammazzare lui. Il secondo, orfano attaccabrighe ospitato in casa famiglia, riempie di botte il fidanzato dell'ex ragazza. Lasciano tutto come sta – anche se i guai di Ruben, no, non vogliono abbandonarlo – e benché l'idea della mortalità faccia paura vanno a vivere. Qualsiasi cosa comporti. Dappertutto, trappole letali e grandi opportunità. Meglio guardare a destra e a sinistra prima di attraversare, preferire le scale all'ascensore, lasciarsi alle spalle l'uscio e affrontare la notte. Con i suoi misteri, con le sue promesse. Forte di uno spunto elettrizzante e angoscioso insieme, nonostante una certa somiglianza con il peggio riuscito Deathdate, Adam Silvera e i suoi personaggi cercano l'eterno nelle piccole cose e l'immortalità in una passeggiata al chiaro di luna.

Non importa quante volte guardiamo da entrambi i lati per attraversare la strada. Non importa se non ci buttiamo col paracadute per non correre rischi, anche se così non avremo mai l'occasione di volare come i miei supereroi preferiti. Non importa se teniamo la testa bassa quando passiamo accanto a una gang in un quartiere malfamato. Non importa come scegliamo di vivere, alla fine moriamo entrambi.

Mateo è solo al mondo, Ruben è talmente nei pasticci da dover salutare la sua cricca prima del previsto: sono perfetti sconosciuti ma, galeotta una app che abbina in extremis persone spaiate, diventano migliori (e ultimi) amici. Si spronano a vicenda, hanno cura l'uno dell'altro. Sperano fermamente di essere l'eccezione alla regola. Sinceri fino alla fine, come capita fra condannati a morte, squarciano il cuore del lettore lì dove la scrittura semplicistica di Silvera potrebbe lasciare insoddisfatti. Si innamorano, essendo un romanzo cupo ma pur sempre a tinte arcobaleno, e non c'è niente di forzato nello svelamento della loro sessualità. Il nevrotico Mateo ha passato l'adolescenza a nascondersi per non fare outing. Il padre e la migliore amica, Lidia, eppure lo avrebbero accettato a braccia aperte. Ora che il genitore giace in coma da settimane e l'amica piange in anticipo la sua dipartita, dove trovare lo spazio e il tempo per mettersi l'anima in pace? Ruben, sopravvissuto all'annegamento della sua intera famiglia, vive invece con naturalezza la propria natura: dichiaratamente bisessuale, coraggiosissimo su carta, in realtà nelle foto in bianco e nero su Instagram confessa i contro di una vita tutt'altro che rose e fiori. Credono nel destino? L'aldilà per loro è un cinema, un'isola sulle nuvole, oppure non esiste? Moriranno entrambi, il titolo originale lo mette in chiaro a priori, ma in un conto alla rovescia di 350 pagine bisogna scoprire come. La loro amicizia forse li grazierà, forse li ucciderà. Nel dubbio se ne vanno a passeggio nella New York delle commedie di Woody Allen e degli attentati terroristici, fra feste in metropolitana, esperienze virtuali, case di Lego, canzoni al karaoke e libri regalati al primo passante.

Rufus ha fatto così tanto per me, e io voglio aiutarlo ad affrontare i suoi demoni; solo che non possiamo sfoderare spade di fuoco o croci che diventano pugnali da lancio come in un libro fantasy. La sua compagnia mi è stata d'aiuto e forse la mia lo aiuterà a guarire le ferite del suo cuore. Dodici ore fa ho ricevuto la telefonata che mi diceva che sarei morto oggi, e sono più vivo adesso che allora.

Nello stile errabondo del Sole è anche uno stella, young adult che colgo l'occasione per consigliarvi dal nuovo, L'ultima notte della nostra vita si frantuma senza che ce ne sia bisogno in una molteplicità di punti di vista e microstorie. Qualcuno dei Decker asseconda la chiamata, qualcuno si oppone, qualcuno impazzisce. C'è chi lotta e chi abbraccia l'imponderabile, c'è chi vive fino all'ultimo minuto e chi muore ripiegato su sé stesso. In una società alla Black Mirror anche il voyeurismo dei social si è adeguato in fretta: i predestinati si suicidano per sfida, gli scommettitori online puntano su chi spirerà nella maniera più originale, le giornaliste in cerca di scoop fanno l'errore di perdere di vista il nocciolo della questione. Adam Silvera ci scrive sopra un romanzo dolcissimo e spietato, che non rimanda a domani dolori e gropponi amari. Sono concentrati qui, in una storia lunga una sfida contro sé stessi. Si confida, eppure, in un colpo di scena per questi due protagonisti adorabili e complici. Invano? Mettete in conto palpiti e lacrime, i vostri migliori sorrisi amari e uno stile senza infamia né lode che non sta al passo con questi due eroi sempre a zonzo, sempre vitali, anche se era difficile. Se non indimenticabile, l'autore sa comunque rendere speciale il loro congedo. Raccontandoci tutti i modi per morire e, soprattutto, qualcuno per vivere. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Elton John – I'm Still Standing 

venerdì 11 gennaio 2019

I ♥ Telefilm: You | Black Mirror: Bandersnatch

Una bella ragazza entra in una libreria: una di quelle piccole e polverose, che si vedono giusto in certi angoli di New York. Cerca il libro perfetto. E tu, sorridente e alla mano dietro il bancone, sai consigliarglielo al volo: siete chiaramente anime gemelle. Ancora più romantico, ancora più cinematografico, è il secondo incontro: lei, che beve un po' troppo per dimenticare gli amanti sbagliati e i padri deludenti, scivola sulle rotaie in metropolitana e batte la testa. Tu ti precipiti, e da bravo principe – nessuna calzamaglia azzurra, ma un look finto trasandato che fa invidia agli hipster veri – la salvi dal treno in corsa. L'amore, che ha bisogno di gesti galanti e cavalleria vecchio stile, inevitabilmente nasce. Abbastanza forte da vincere l'imbarazzo di quella prima volta in cui hai fatto cilecca a letto, i sospetti reciproci, le stranezze. Cieco, al punto da ignorare un piccolo dettaglio: niente, nemmeno il dardo di Cupido, è stato un caso. Le grandi opportunità hanno bisogno di una spinta, di forzature a fin di bene: della tua lei, infatti, conoscevi già le mosse, i post su Facebook, l'ambizione di diventare scrittrice e gli interni dell'appartamento da studentessa. Hai commesso un'effrazione nel suo privato, l'hai studiata e manipolata per mesi, e lei non se n'è accorta: ha occhi solo per te. Al punto da non notare quasi l'ex sparito dalla circolazione, gli avvertimenti di amiche tutt'altro che rassicuranti, il fatto che frequenti la stessa fiera letteraria in costume o lo stesso terapeuta. Il modus operandi di un tenero stalker innamorato che smuove mari e monti, ammazza a sangue freddo rivali e testimoni, al servizio di un lieto fine mai fuori moda. Il punto di vista è eccezionalmente il suo, il cattivo di turno, ed è una provocazione ardita nell'era del #metoo e del femminismo battagliero: oggettivare una donna, per di più una vittima, e lasciare la parola al suo subdolo carnefice raccontandone i misfatti e i segreti, però, con i toni di una commedia sexy. Rendendocelo addirittura simpatico, in un esercizio dialettico di gran lunga superiore alle note stonate del cast – Madre Natura è stata magnanima con le bellissime Elizabeth Lail e Shay Mitchell, meno la scuola di recitazione – o agli immancabili scivoloni di casa Lifetime: aiuta senz'altro la scelta dell'ottimo Penn Badgley per protagonista, già adorabile sfigato in Gossip Girl. A metà fra il serio e il faceto You è un thriller psicologico destinato a sorpresa a un finale shock. L'esempio di un mainstream che sa dividere e provocare il pubblico con leggerezza, di un guilty pleasure che ci rende letteralmente colpevoli – e complici – di un amore malato a cui non si resiste. (7)

Un adolescente della provincia londinese con un trauma da metabolizzare e un videogioco da brevettare, sogno nel cassetto tutt'altro che atipico negli abusati anni Ottanta dell'inguaribilmente nerd Ready Player One. Prove tecniche, tentativi frustranti e scongiuri non bastano, se l'asticella è troppo in alto per un programmatore alle prime armi: adattare un romanzo famigerato, fatto di labirinti senza via d'uscita e svolte pericolose, il cui autore era andato incontro ai mostri della follia. La storia potrebbe ripetersi, quando la scadenza – due settimane per consegnarlo ai piani alti – diventa un'ossessione. Niente di nuovo, diremmo leggendo il canovaccio di Bandersnatch: branca di Black Mirror, all'indomani della deludente quarta stagione, di cui tutti parlano dalla fine di dicembre. Il motivo? Del protagonista, il fragile Fionn Whiteahead di Dunkirk e The Children Act, puoi sceglie la marca di cereali, la musica in cuffia, la sorte ugualmente macabra di assassino o assassinato. Allucinogeni sì, allucinogeni no? Salvare il collega Will Poulter, oppure sacrificarlo con un salto giù dal cornicione? L'evento diretto da David Slade ha sviluppi diversi e diversi finali (cinque, per la precisione), da quelli tragici a quelli più trash – surreali lotte all'ultimo sangue, svariati cadaveri da occultare, strizzate d'occhio ai sempre affascinanti meccanismi metatelevisivi, toccanti rese dei conto in viaggi in treno in rewind. A scegliere siamo noi, sceneggiatori per un giorno: telecomando alla mano e, preferibilmente, tanta voglia di sperimentare un'altra faccia dello specchio nero di Charlie Brooker. Ma quanto possiamo realmente scegliere? Quanto possono scegliere i protagonisti, soprattutto, divisi fra il libero arbitrio e il sadismo di noi amanti del binge watching sfrenato? Peccato che la resa, questa volta, sia superiore all'idea stessa. Bandersnatch funziona più in pratica che in teoria: forma di intrattenimento interattivo tutt'altro che pionieristica, ma che domanda spettatori partecipi e volenterosi. Impossibile, altrimenti, farsi andar bene una storia inconcludente e pretestuosa che come episodio a sé purtroppo non appassionerebbe. Ci si aspettava un giocattolo tecnologico che fosse meno tale e più vicino ai fasti delle stagioni passate. Un appuntamento su Netflix che avesse contenuti, insomma, non soltanto la vaga euforia degli esperimenti mordi e fuggi. Chiamiamo le cose con il loro nome. Il tanto chiacchierato Bandersnatch, infatti, è nient'altro che aria fritta. Aria fritta molto divertente, inutile negarlo, purché non sia indice di quella quinta stagione attesa al varco con un po' di motivato scetticismo. (6)

sabato 20 ottobre 2018

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Apostle, Ghostland, Upgrade, La settima musa, Dark Hall

L'isola ai confini della realtà di The Wicker Man, la comunità ortodossa di The Village, la superstizione a confine con il paranormale di The Witch. Apostle, punto d'approdo dopo un lungo e turbolento viaggio della fede, racconta l'inquietudine di uno Stevens dallo sguardo allucinato – e il passato tragico del personaggio, simile per dubbi e vissuto al Garfield dell'ultimo Scorsese, poco giustifica gli occhi, i vezzi e i sussurri di un interprete che, ancora una volta, trovo l'anello debole di una produzione altrimenti interessantissima –, in missione per salvare la sorella minore: prigioniera di una setta legata a una misteriosa entità femminile e con a capo Michael Sheen, non così al sicuro sul suo scranno di profeta. L'isola sta morendo, un po' per un colpo di stato già nell'aria, un po' perché l'aridità minaccia di consumare i campi e i cuori dei fedeli. Se in un horror esoterico, con una morale ecologista piuttosto vicina a quella di Aronofsky, non mancheranno i sacrifici umani per placare un'anziana dea – agghiaccianti e rare le sue apparizioni, fra rovi d'improvviso fioriti –, sacrificando sull'altare della superstizione compaesani ribelli, fanciulle vittime di amori proibiti e ultimi arrivati. Ecco, allora, le teste trapanate e le mani monche, i laghi di melma che portano verso direzioni sconosciute, le streghe oscure e affascinanti di una mitologia quasi argentiana. Per fortuna, benché sia il nostro primo incontro ufficiale, a dirigere c'è il regista cult Gareth Evans: il gore del survival si tempra così con l'angoscia claustrofobica dei thriller psicologici, il lerciume dei contenuti si raffina grazie all'indiscutibile bellezza della regia, i risvolti fantastici parlano in realtà tra le righe dei mali della colonizzazione e di un proselitismo militante che miete vittime innocenti. In nome di un Dio, in definitiva, schiavo degli uomini. E di una fede cieca che, insieme, unisce e divide. Il risultato: una delle produzioni di genere più dense di quest'anno e, accanto ad Annientamento, a oggi, probabilmente il miglior film Netflix. La parabola oscura, eppure non senza speranza finale, non senza purificazione, di un autore con un disegno registico che non avrà del divino, no, eppure tanto basta. Per mietere, da qui in avanti, nuovi proseliti. (7,5)

Si apre con una dedica al genio di Lovecraft l'ultimo film del francese Laugier. Il regista dell'acclamato Martyrs, da me invece apprezzato giusta in teoria, torna con stile grazie a un horror che attinge impunemente dal genere – all'appello, maniaci, burattini, spettri e streghe, cannibalismo – e non si può dire che questa volta vada tanto per il sottile. Sconcertante per chiasso, efferatezza e sovrabbondanza, Ghostland è un campionario di luoghi comuni rozzo e disordinato, urlante e sempre in fuga. La storia: quella di due sorelle prigioniere di una coppia di psicopatici. Non sarà facile dimenticare, soprattutto quando una delle due – la Crysal Reed di Teen Wolf, diventata scrittrice dopo l'accaduto – torna a casa per sostenere la problematica Taylor Hickson, gravemente sfregiata proprio durante le riprese. Le protagoniste, ragazzine amanti delle storie dell'orrore, diventano loro malgrado parte di una di esse. In un'ora e trenta si sgolano, vengono picchiate e inseguite, si divincolano: infine, ricominciano da capo. Altre giovani donne prigioniere, dunque; altre martiri di un autore che si diverte a tormentarle, a tormentarci, con un film fragile ma efficace. Kitsch, zeppo di eccessi e cianfrusaglie come lo è, d'altronde, la casa del titolo italiano, questo baraccone di sevizie, cliché e salti in poltrona paura non ne fa, ma affascina. Grazie ai toni fiabeschi e al colpo di scena a metà, per quanto intuibile, che celebra il potere immaginifico della scrittura – e, insieme, del cinema – contro l'impedimento di qualsiasi gabbia. (7)

Un meccanico e sua moglie vengono aggrediti in un quartiere malfamato: la donna muore e lui, ridotto a un vegetale, vive per vendicarsi. Messa così, nulla di nuovo sotto il sole. Ma Upgrade, che a sorpresa in rete colleziona medie esagerate e spettatori già fan, ha dalla sua le ambientazioni: non siamo negli anni Settanta del Giustiziere della notte, ma in un futuro distopico alla Black Mirror in cui la tecnologia ci ha superati e i miracoli della medicina hanno un nuovo volto. Quello di giovani scienziati che al vedovo propongono una soluzione prodigiosa: un microchip per dargli finalmente mobilità. Guidato da un'intelligenza artificiale, il protagonista e il suo sistema operativo si danno a una canonica caccia al colpevole. Le luci al neon sono le stesse di Refn, i commenti ironici quelli degli ibridi più tamarri, le mosse – scontate, in un finale pieno di tentati colpi di scena – quelle di un giallo già visto. Non è nemmeno l'originalità degli sfondi, dunque, a giustificare la popolarità del fanta-thriller a tinte splatter con Logan Marshall Green: non troppo a suo agio, a onor del vero, con un personaggio sarcastico e manesco in stile Bruce Willis. Perché allora tanti plausi per l'ennesima riscrittura del mito di Frankenstein, che qui attinge da RoboCop a Ex Machina divertendo nel mentre, sì, ma senza innovazione? Vendicarsi, nel futuro, sarà infatti più semplice ma non meno letale. Per un upgrade del revenge movie – qualcuno ha fatto il nome della Fargeat? –, meglio tuttavia cercare altrove. (6,5)

Era stata la visione di Veronica e Marrowbone a ispirarmi in tempi recenti una piccola ode all'horror d'importazione iberica. In un panorama a corto di idee che ormai poco ha da offrire, quando il mistero e la paura parlano spagnolo le sorprese sono spesso garantite. Avrebbe forse fatto eccezione il veterano Balaguerò? La critica, insoddisfatta, scriveva amaramente di sì: La settima musa non piaceva ai più. Come accade in questi casi, l'ho visto allora per amore di completezza: le aspettative ridimensionate per forza di cose. È bastata la lettura di Alighieri in apertura per lasciarmi affascinare da una storia che di letteratura parla, e che dunque non poteva non piacere a uno studente di Lettere che crede nel potere delle parole, nella bellezza di una Irlanda battuta da pioggia e vento, nella purezza di un filone che sa stupire senza inganni sulla scia di dame velate, case buie e manicomi abbandonati. Cosa conduce un professore in lutto e una mamma stripper sulla scena di un omicidio rituale? Quale entità animava la penna di Shakespeare? Cosa speravano di ottenere prima di andare incontro a morte certa i membri del Cerchio Bianco, lettori con il pallino dell'esoterismo? Le incarnazioni delle mitiche muse si muovono in mezzo a noi. Ingannano, ammaliano, uccidono. Due personaggi dall'ambiguo ruolo chiave si fanno strada così in un horror punta-e-clicca, che prende in prestito qualche immagine dalla triologia di Argento e, grazie alle atmosfere natualmente lugubri e a colpi di scena indovinati in un epilogo agrodolce, fa dimenticare i difetti di uno spunto destinato presto a essere semplificato, assieme alla recitazione incerta del cast seminoto – in ruoli di supporto, citiamo la Potente e Lloyd. I segreti stanno, al solito, nei buoni sentimenti, nella presenza di bambini da preservare, nello stupore un po' infantile al cospetto di horror a cui mancherà senz'altro qualcosa ma non, complice stavolta lo zampino delle figlie di Zeus e Mnemosyne, l'ispirazione. (6,5)

Ho varcato le porte della Blackwood leggendo il romanzo di un'autrice da noi poco celebrata. Lois Duncan, eppure, ha una produzione di tutto rispetto e pioniera del genere, maestra del guilty plesure, al cinema ha regalato già un cult negli anni Novanta: chi non ricorda, infatti, l'uomo uncinato e il cast di So cosa hai fatto? Senza sorprese, Dark Hall – atteso senza aspettative, nonostante la regia di un Cortés che dai tempi di Buried insegue invano un altro film vincente – non rischia di bissare il successo del teen horror scorso ma, purtroppo o per fortuna, nemmeno di avvicinarsi ai batticuori in salsa gotica di Stephanie Meyer. Rispetto al romanzo, piccolo Young Adult degli anni Settanta debitamente aggiornato, abbiamo una protagonista più problematica; cinque e non quattro studentesse prodigio; una scuola meno prestigiosa, alternativa giusto al carcere minorile, gestita con il polso di ferro e l'accento francese da una carismatica Thurman. Il soggiorno, all'insegna di una educazione fatale per qualcuna delle protagoniste, regalerà paura e ispirazione. Mentre il romanzo non calcava la mano sulla natura diabolica della Blackwood, il film arricchisce, modifica e migliora quando serve: si andrà perciò di frequente incontro a destini cruenti; non mancheranno gli sprazzi horror, relegati però ai soli incubi; si amplia quell'epilogo tutt'oggi poco all'altezza, ma senz'altro meno frettoloso, tra flashback aggiunti e fiamme realizzate in una discutibile computer grafica. Buona la regia, nonostante la modestia del progetto; bella la ex bambina prodigio di Un ponte per Terabithia, nelle vesti di una protagonista invischiata in un'indagine meno macchinosa che su carta. Ma al cinema, pur aumentano i piccoli brividi e la conta delle vittime, tocca fare i conti con un pubblico ormai smaliziato. Perfino davanti a una ghost story non così classica, non così adolescenziale, ma dalle implicazioni ampiamente sorpassate. (5,5)

mercoledì 17 gennaio 2018

I ♥ Telefilm: Black Mirror - Stagione IV | The End of the F***ing World

Specchio, specchio delle mie brame, qual era la serie più attesa del reame? L'ho trovata per fortuna già lì, senza aspettarla quasi. Sei episodi – geniali al solito, si sperava – caricati a cavallo fra l'anno vecchio e il nuovo. Tempismo sbagliato per pensare ai listoni, già chiusi e fissati su carta, ma non per darsi all'abbuffata – saltando le feste e i loro banchetti da mille portate, scarsi sensi di colpa da parte mia. Qualche boccone, qualche episodio, mi è andato però di traverso. Ma andiamo con ordine, partendo da una stagione fa: la terza – la prima che ho visto in realtà – magistrale sì ma, con il senno di poi, già in procinto di allontanarsi dall'umorismo british, dalla satira rivoluzionaria delle prime due. Preferendogli qualche volto noto, mano fermissime alla regia e gli amori dell'indimenticato San Junipero. L'impressione va accentuandosi nel corso della quarta. Riflesso confuso di una serie antologica che questa volta ha troppe eroine e pochi spunti vincenti. Di quelle puntate divorate per foga, per curiosità, poche non lasciano l'amaro in bocca. Si apprezzano l'aria vintage e il cast della prima – regata virtuale in stile Star Trek, capitanata da un frustrato e onnipotente Jesse Plemons – ma la fantascienza anni Settanta, forse limite mio, annoia un po' (6,5). La seconda, diretta da una Jodie Foster assolutamente fuori forma, racconta le ansie di mamma Rosemarie DeWitt, diventate ossessione nell'attimo in cui le nuove tecnologie le permettono di spiare costantemente l'unica figlia: una protagonista insopportabile e il taglio da giallo di Rai Due non aiutano (5). La terza, un Fargo al femminile, è la mattanza a opera di un'ottima Andrea Riseborough per proteggere interessi personali, segreti e lacrime di coccodrillo (6,5). La quarta, splendido fiore all'occhiello a metà tra 500 giorni insieme e Equals, ha finalmente del capolavoro: lui incontra lei, si piacciono, ma una società che monitora i cittadini, gli amanti, ha piani imperscrutabili per la loro relazione (8,5). Della quinta, survival horror in un rigoroso bianco e nero, si salva la regia di David Slade: la storia della donna braccata da un cane robot, in un anonimo deserto, non volevamo sentirla, almeno non qui (5,5). Per fortuna, qualche lampo di brillantezza nella chiusa metatelevisiva, in cui però l'ennesima femminista, l'ennesima vendetta, giustificano la grande stranezza, e la riducono ai minimi termini (7). Charlie Brooker è stanco. Lo Specchio Nero, nella stagione che ha meno colpi di scena, meno cose su cui spingerci a riflettere, è appannato. Se contro l'opacità non basta il Vetril, qualcosa possono la straordinaria delicatezza dell'inconsueto invito a cena di Hang the DJ; un museo degli orrori, in memoria dei Black Mirror presenti e passati, in cui non vorremmo che i cimeli esposti fossero vestigia di un futuro che già non c'è più. (6,5)

Dopo tanto, iniziare come preferisco io. Il ragazzo incontra la ragazza. James, seduto da solo al tavolo della mensa, conosce la scostante Alyssa, ultima arrivata. Lei, annoiata da tutto e tutti, da una famiglia allargata di cui non può sentirsi più parte, vorrebbe fuggire via – e nel silenzioso coetaneo dalla macchina perfettamente funzionante ha individuato un ideale compagno di viaggio. Lui, psicopatico senza se e senza ma, dopo un'infanzia passata a seviziare animali randagi, ha deciso di passare agli esseri umani: perché non partire proprio da quella ragazza che, dal nulla, gli si è gettata fra le braccia? Succede che partono, sulle tracce del papà truffatore di lei. Succede che il male, prima in teoria e poi in pratica, lo sperimentano davvero strada facendo. Assieme a quella tenerezza, a quella specie d'amore che amore non è, che né l'uno né l'altra – troppo anaffettivi, troppo fuori – contemplavano in partenza. Alyssa, alla cieca, si affida a un aspirante serial killer. James, somigliante al protagonista di Atypical ma con in aggiunta la vena di sadismo di Bates Motel, sente presto di non poter fare a meno della compagnia di un'attaccabrighe per natura. Acuto, violento, dolcissimo, The End of the F***ing World è la commedia adolescenziale che si veste di nero. Una scoperta su ruote divorata in tempi record, con i personaggi assurdi a cui mi affeziono per principio, le tavole calde dei boy meets girl di cui non avrò mai abbastanza, una sognante colonna sonora sottratta per rapina a mano armata alla grazia degli anni Cinquanta. Bonnie e Clyde, al giorno d'oggi, hanno grosse questioni irrisolte con mamma e papà. Sfoggiano camicie hawaiane super kitsch e tinte biondo platino. Hanno i volti freschi degli ottimi Jessica Barden e Alex Lawther, il pulp del fumetto d'origine, il mondo intero contro. Se si innamorano, complici d'omicidio e braccati, chi lo sa. Ma di loro, strambi e adorabili, mi sono innamorato un po' io. Perché fanno ridere, fan preoccupare, dall'inizio alla fine: la stessa che purtroppo cala presto dall'alto, sorprendendoli come a metà della corsa. In patria, hanno fatto poco rumore per disseminare veleni, cadaveri e cuori infranti. Le cose, da questo mese, potrebbero andare diversamente su un Netflix non sempre all'altezza delle proprie produzioni originali, vero, ma generoso Mecenate. Sperando vivamente che la fine del titolo sia soltanto l'inizio della loro avventura. E, sì, di una c***o di fantastica storia d'amore. (7,5)

venerdì 30 dicembre 2016

[2016] Top 10: Le serie TV



10. Rocco Schiavone: Per il vicequestore romano, i gialli da risolvere sono una rottura di coglioni del decimo grado. Ma, su una scala da uno a dieci, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia?
9. La mafia uccide solo d'estate: La fiaba che, in pillole, fa bene parlando del male.
8. Shameless VII: Anno bisesto, anno funesto; intanto, ci ha regalato ben due appuntamenti coi Gallagher. E alle loro rumorose catastrofi corrispondono puntualmente le nostre gioie.
7. Westworld: Ronza una mosca; i protagonisti la scacciano via con un gesto della mano. Un fastidio che anticipa il risveglio dei sensi. L'insetto continuerà a ronzare, insieme al pensiero di essere – e non a torto - in presenza di una fra le serie dell'anno.
6. Daredevil II: Occhio per occhio, e il mondo divenne cieco. 
5. The Young Pope: Non ha convertito appieno uno scettico come me, ma è comunque gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII: bello come Jude Law e, pare, più di Gesù.
4. Black Mirror III: Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa.
3. This is us: Semplice è bello. Bellissimo.
2. Stranger Things: I favolosi anni '80. Non c'ero, ma è come se ci fossi stato. 
1. The OA: Visione frustrante e degna di meraviglia. Imperfetta, e perciò rara. Ti prende e ti porta dove e quando vuole lei. A confine.

Migliore attrice protagonista:
Penny Dreadful III – Eva Green
American Crime Story – Sarah Paulson
The OA – Brit Marling
Migliore attore protagonista:
The Young Pope - Jude Law
Rocco Schiavone - Marco Giallini
Mozart in the Jungle III - Gael Garcia Bernal
Migliore attrice non protagonista:
Westworld - Thandie Newton
Penny Dreadful III – Billie Piper
This is us – Mandy Moore
Migliore attore non protagonista:
This is us – Ron Chepas Jones
The Young Pope – Silvio Orlando
Westworld - Anthony Hopkins, Ed Harris


Muchacha sexy:
The Exorcist – Hannah Kasulka
Mozart in the Jungle III – Monica Bellucci
The Get Down – Herizen Guardiola
Bello e impossibile:
Preacher – Dominic Cooper
Rocco Schiavone – Marco Giallini
This is us – Milo Ventimiglia, Justin Hartley
Nice to meet you:
Stranger Things - Mille Bobby Brown
Fleabag – Phoebe Waller Bridge
American Crime Story, This is us – Sterling K. Brown
La coppia più bella del mondo:
Black Mirror - Mbatha-Raw, Davis
Shameless – Monaghan, Fischer
Rocco Schiavone – Giallini, Ragonese


Sing!:
The Get Down – Set me free
Jane The Virgin III – Locked Out of Heaven
No Tomorrow – Don't Stop Believing
Psycho Killer!:
AHS: Roanoke – Kathy Bates
Westworld – Ed Harris
The OA – Jason Isaacs
Let's talk about sex:
Sense8: Speciale Natale – L'ammucchiata telepatica
Westworld – Thandie Newton, Rodrigo Santoro
The Oa – Paz Vega, Emory Cohen
Cry me a river:
This is us – The Trip
Penny Dreadful – A blade of grass
22.11.63 – The day in question
The A-Team:
This is us
Shameless
Stranger Things

giovedì 15 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: Black Mirror, Rocco Schiavone, Ash VS Evil Dead II

C'è un ricatto in corso per il primo ministro britannico, costretto a fare sesso con un maiale: a rischio, reputazione e rapporti familiari. In un'imprecisata realtà distopica in cui l'esistenza consiste nell'accumulare punti e chilometri pedalando su una cyclette, la storia d'amore tra due timidi prigionieri in rivolta: satira spietata contro talent show e pornografia online, che trasformano ogni sogno, ogni buona intenzione, in stereotipo. Un microcip sottopelle fa un puntuale back-up dei tuoi ricordi: una cena tra amici, per una coppia messa in crisi dal sospetto, si trasforma in ossessione. Un'altra giovane coppia, ma questa volte felice: lui muore in un incidente stradale, lei non si arrende e, complice la tecnologia, lo rimpiazza con un surrogato con le esatte fattezze del defunto. Una donna senza memoria fugge da individui mascherati in un gioco al massacro: c'entrano un orso bianco, un colpo di scena fortissimo, una punizione esemplare destinata a durare vita natural durante. Se la politica è intrighi e corruzione, candidare a mo' di provocazione l'ologramma di un orsetto a cartoni e il comico che lo doppia: il peluche Waldo, sboccato e pungente, è un simbolo che può fare danni in mano alle persone sbagliate. Infine, Jon Hamm e Rafe Spall in una baita nella tormenta, con la neve e le festività lasciate fuori: il primo è una specie di guru, il secondo è una specie di divorziato senza speranza; uno dei due è una specie di bugiardo. Dopo il colpo di fulmine con la terza, ho recuperato all'incontrario prima e seconda stagione di Black Mirror. Le aspettative, alte di per sé, sono state superare. All'ultima ho infatti preferito l'essenzialità di questi primi episodi: nudi, rapidi, spaventosi. Ho trovato quegli elementi di disturbo, l'angoscia più sconvolgente, che a mio dire erano un po' mancati nella stagione che schierava Netflix e nomi altisonanti in campo: non a caso, lì, era la dolcezza di San Junipero a prevalere. Nelle stagioni introduttive, invece, l'ironia britannica, la scrittura perfetta e il piglio indie sono costanti che rendono gli episodi, sebbene autoconclusivi, parte di una visione più coerente. Di certo, più desolante ancora. Vince il no e Matteo Renzi si dimette, ma c'è il politico del pilot che se la passa peggio; chi vorrebbe un pupazzo come presidente, si domandano, e intanto vince Trump; patiscono la solitudine, comprano solo Apple e si confidano a Siri. Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa: opaco, ma non abbastanza da nascondere il futuro che verrà. Come diventeremo, cosa faremo. E quello che, a sorpresa, già siamo. (8,5)

Rocco Schiavone, vicequestore romano, è mandato al nord per punizione. La neve, il freddo, la gente più chiusa e, magari, meno azione. Ad alta quota, chi esce di casa e si mette a uccidere? Cosa può succedere di male in Valle d'Aosta? Lui non ha le scarpe adatte, i cappotti pesanti, né la minima idea di quanto si sbagli. Gli toccherà risolvere un giallo a puntata. Gli toccherà fare i conti con sottoposti insubordinati, donne fatali e personaggi del passato che, dopo un decennio, reclamano vendetta. Ispirato all'omonimo personaggio di Antonio Manzini – autore che, sarà per via della barbosa Sellerio che lo pubblica, non mi aveva mai ispirato -, Schiavone è un segugio burbero, spiantato, politicamente scorretto. In prima serata impreca, fuma sigarette su sigarette, si fa le canne in ufficio: i politici italiani, ridicoli, borbottano. Presso quei canali Rai che ripropongono sempre le solite repliche, sempre i soliti prodotti mediocri, si preannuncia sorprendente e, fino alla fine, rispetta le promesse – caso isolato accanto allo spassosissimo Ispettore Coliandro, giunto ormai alla sesta stagione. I casi, certo, sono modesti: suicidi, rapimenti, traffici illeciti e, nella risoluzione, solo sporadici colpi di scena. Una cronaca nera ritoccata con sprazzi di umorismo dissacrante e risoluzioni raramente consolatorie. La giustizia, a volte, ha torto marcio. Ma c'è Rocco – impersonato da uno strepitoso Marco Giallini – che vede e provvede. Ha metodi poco ortodossi, amanti litigiose. In sei episodi viene fuori il ritratto di un uomo affascinante, scalto e profondamente solo. Piace questo. Che, come nel noir di ogni dove, Rocco sia un personaggio tormentato: un'anima nera che si accende qui e lì, in sporadici gesti di gentilezza, e nei tete-à-tete serali con una dolce, indispensabile Isabella Ragonese. Aiutano la regia cinematografica di uno storico addetto ai lavori, il Michele Soavi del cult Dellamorte Dellamore; lo stesso Manzini, che sforbicia e sceneggia; la presenza di simpatiche macchiette da barzelletta che smorzano i toni. Per Schiavone le chiamate nel cuore della notte, i segreti da svelare, i bandoli dalla matassa di cui venire a capo, sono una rottura di coglioni del decimo grado. Su una scala da uno a dieci, però, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia? (7,5)

Ash è tornato. Dopo tre film cult e una serie tivù ci ha preso gusto. E anche se appesantito, invecchiato, ingrigito, si è messo comodo. Prodotto dalla Starz dello stesso Sam Raimi, dice che il piccolo schermo è a abbastanza grande per il suo ego spropositato e che, su certi canali, a sangue e frattaglie non c'è freno. Dopo una prima stagione esilarante e sanguinosa, rieccolo: ha lucidato la motosega, si è messo una camicia senza macchie e, epilogo sospeso permettendo, va a caccia di demoni. Gli aiutanti sono quelli – Pablo, ricettivo al male, e l'agguerita Kelly –, ma la perfida Ruby è dalla loro parte. La mia famiglia si è radunata con i pop-corn alla mano per l'evento, così come quelle normali faranno per i concerti di Natale sul Cinque. Bruce Campbell fa inversione di marcia e arriva al paesello natale: ha un'ex fidanzata che, nel frattempo, ha messo su famiglia; un padre che tutti credevano morto; la reputazione da serial killer. Nessuno ha dimenticato gli eventi di La casa; nessuno gli perdona il fatto di essere stato l'unico sopravvissuto. Soprannome impossibile da scollarsi di dosso: “Ashy Slashy”. Il male l'ha seguito fin lì. Dimosterà ai coincittadini che si sbagliano, in fondo, sul suo conto?  Ash Vs Evil Dead cambia pelle – letteralmente, c'è un antagonista che scuoia le vittime e ne ruba l'identità –, ma resta lo stesso spasso. Morti coreografiche, comicità pecoreccia, buoni sentimenti per personaggi dalla cattiva reputazione. Gli episodi, cronologicamente collegati, costituiscono i capitoli di un lungo film anni '80. Non mancano le splendide trovate – il viaggio nel tempo per cambiare il destino sfortunato di un personaggio, una puntata che vira con leggerezza al thriller psicologico per farci dubitare così della lucidità del buon Ash –, e gli omaggi non si contano. Questo Necronomicon ha qualche sbavatura insanguinata, a volere essere pignoli; qualche (tempo) morto qui e lì. Le imprese di Ash non deludono, ma a tratti si patisce una certa ripetitività. Manca l'effetto sorpresa. Manca la novità, accanto all'amarcord. Come prendere un finale né troppo aperto né troppo chiuso? Come lo troverà l'anno prossimo la mia famiglia, se il dèjà vu – perdonate la rima – non si decide a regalare qualcosa di più? (7)

mercoledì 23 novembre 2016

I ♥ Telefilm: AHS - Roanoke | Black Mirror - Stagione 3

American Horror Story rinnova il mistero e la delusione. A sei anni dal debutto, in una stagione che fino all'ultimo si è tenuta stretta il segreto del suo tema, la serie antologica conferma pregi e difetti. Ryan Murphy – che neanche sul fronte Scream Queens, quest'anno, convince – ha più furbizia che talento. In Roanoke ci si lascia impressionare da pubblicità, struttura e frattaglie. Preceduta da poster che dicevano tutto e niente, anticipata da spot ingannevoli, la sesta stagione si ispira alla leggenda di una colonia americana scomparsa. Su quei luoghi, ai giorni nostri, sorge la casa che hanno acquistato Matt e Shelby: la coppia non trascorrerà un felice soggiorno. Sopravvissuti per miracolo, i due raccontano la verità alle telecamere di un programma televisivo. Roanoke ha una particolarità che in principio incuriosisce: è una serie tivù nella serie tivù, un racconto stratificato. Ogni personaggio avrà un suo doppio. Ognuno avrà un copione e, poi, un lato privato. La stagione, più breve del solito, si divide in due metà: cinque episodi per ricostruire con lo stile del documentario la sfortunata villeggiatura presso una novella Amityville; cinque episodi, a mo' di reality show, per raccontare il ritorno della troupe e dei protagonisti reali nella casa infestata. Mi aspettavo una stagione più asciutta e ordinata. Un cast oggetto di un trattamento finalmente decoroso, con una Paulson protagonista; una straordinaria Kathy Bates, nei panni della Macellaia; una Lady Gaga incantratrice, per fortuna ridimensionata a comparsa. Dieci episodi sono troppi: perché la tensione si disperde nel finale e la noia del già visto abbonda. Non piace l'horror – non quello alla The Blair Witch Project My Little Eye, con cenni sparsi a Rob Zombie e Non aprite quella porta –, se trascinato, spezzettato, diluito. Dieci episodi, se di cognome fai Murphy e non hai il senso della misura, diventano però pochi: per contenere tutti gli amici affezionati che hai, tutti gli attori feticcio, non basterebbe il doppio del minutaggio. Le puntate sono ridimensionate, il cast è rigorosamente immutato: gli attori in soprannumero muiono come mosche. Alcuni - Gaga, gli amatissimi Peters e Farmiga - fanno appena capolino; alcuni - Wittrock, Bomer - ci sono e neanche te ne accorgi; altri - la Paulson, che fa immensa antipatia con le sue arie da prima della classe - passano per la corsia preferenziale, rubando battute ai meno lesti. Tutti sacrificabili, sull'altare di un autore recidivo. Sin dall'inizio abbondano figuranti, idee, violenza: ghost story classica, ma mostrata per vie traverse, Roanoke non è però quel che sembra. E cos'è? A malincuore, il solito guazzabuglio. Un calderone di nomi, citazioni, momenti belli e momenti brutti, che in meno episodi fa danni maggiori. L'ennesimo inutile massacro – di attori, spunti, tempo. (5)

Se non sei abbastanza social, non esisti: la reputazione dipende dal numero dei like e, qualora diminuissero all'improvviso, una damigella d'onore potrebbe diventare un'ospite malaccetta. Un australiano giramondo, bloccato a Londra senza il becco di un quattrino, si presta come cavia per un videgioco: dal survival horror, talmente realistico da fagocitarlo, forse non c'è via d'uscita. Timido adolescente con l'ormone impazzito viene immortalato da una webcam mentre si masturba: per proteggere la sua privacy in pericolo, sotto ricatto, il ragazzo obbedisce alle folli richieste di un aguzzino sconosciuto; a sorpresa, ha da perdere più del previsto. Due ragazze, belle e diverse, s'innamorano in discoteca: il loro paradiso privato è una struggente illusione che ha il suono esatto degli anni '80. Soldato a caccia di un mostruoso nemico, apre gli occhi sull'insensatezza della violenza e della guerra. I più odiati dal web muiono misteriosamente; a decretarne la sanguinosa dipartita, sciami di api assassine e hashtag che ammazzano. Ritagli di storie, frammenti di film d'autore, per la terza stagione di Black Mirror: parto da qui, in ritardo e all'oscuro, non sapendo bene cosa aspettarmi sul piccolo schermo da questa fantascienza varia, minimale, umanistica; da una serie sulla bocca di tutti, a lungo trascurata. La si può vedere come capita: ogni episodio è infatti un cortometraggio a sé – e “corto”, con durate che oscillano dai cinquanta ai novanta minuti, è un aggettivo discutibile – e, se dovessi trovargli un difetto, è proprio l'ordine, la disposizione delle trame, che mi ha lasciato interdetto. Gli episodi conclusivi sono infatti tra i meno memorabili; l'ultimo, giallo dai risvolti catastrofici, è ingiustificatamente lungo. Il resto – tra l'adrenalico e il sentimentale, la satira e il thriller psicologico – è un inquietante prisma che usa la fantascienza come originale corollario. Il futuro dei disparati (disperati) protagonisti di Black Mirror è vicinissimo; per molti, già qui. Il puzzle angosciante, policromo, giudizioso ha il nero del titolo e, in un capolavoro come San Junipero, il suo opposto. Nel ritratto desolante a opera di giovani leve del cinema internazionale – doveroso il cenno al grande Joe Wright in apertura –, prevale comunque l'amaro in gola. Gli alieni verdi di cui farneticavamo da bambini, gli abitatori del futuro, sono nevrotici e tecnologici quanto noi. Ci inquietano le coincidenze; ci si mette nei panni scomodi di protagonisti al limite: calzano a pennello. Sorprende la capacità di condensare storie di senso compiuto in un tempo ristretto; lo spaziare qui e lì senza uscire mai fuori traccia; la consapevolezza che i sei episodi di Black Mirror durino un pomeriggio e molto più. Il loro riflesso, infatti, è un'ombra scura che non ti scolli di dosso. (8)