venerdì 8 marzo 2019

Mr. Ciak: Io sono Mia | Lontano da qui | Non è romantico? | Come ti divento bella | Ricomincio da me

Sapete, la gente è strana. Prima l'ha odiata, poi l'ha amata. La sorte di Mimì Bertè, nome d'arte Mia Martini, somiglia proprio all'incipit della sua canzone più celebre. A casa mia andavano spesso. Ho presente i ritornelli, le smorfie e i sorrisi, i tic; quella voce prima grintosa e infine spezzata, in seguito a un'operazione alle corde vocali e alla fine di una relazione che l'aveva prosciugata. La sigaretta immancabile e il cagnetto al guinzaglio, il volto nascosto nel bavero del cappotto. Mia Martini purtroppo la ricordiamo imbruttita. Triste, al punto che la morte precoce è sempre apparsa la diretta conseguenza di un'esistenza tragica. Quanto c'era di vero nell'immagine della cantante roca e maledetta, già diffamata dalle malelingue e stremata dai tira e molla con Fossati? L'ho scoperto in una produzione Rai passata anche in sala: un omaggio di cui potremmo attaccare la scrittura un po' dozzinale, la regia televisiva, se non fosse per la bravura di un'incredibile Serena Rossi. Doppiatrice Disney con un passato nel cast di Un posto al sole, mica nell'Actors Studio, l'attrice partenopea compensa con il cuore e il mimetismo lì dove il timbro è troppo diverso, lì dove la scrittura rischia di scivolare troppo nel melodramma. Attorno a lei, somigliante senza gli sforzi clowneschi di Rami Malek, ruotano gli amici Lauzi e Califano; la sorella Loredana, interpretata dalla dolce metà di Thom Yorke; gli alti e bassi con il compagno storico, sostituito qui da un fotografo fittizio davanti al rifiuto di Fossati di prender parte alla produzione. Io sono Mia è un biopic romanzato, in chiave femminista, su una Janis Joplin nostrana trasformata per colpa di terzi in una maschera di dolore. Perseguitata da accidenti grandi e piccoli, costretta alla fine a cantare nelle sagre di paese, aveva senz'altro bisogno delle scuse ufficiali. Di una commemorazione sentita e rispettosa, emozionantissima, a cui chiunque perdonerebbe l'effetto agiografia: ben vengano i film spiccatamente di parte, purché stavolta siano dalla sua. (7)

Lei è un'insegnante con un disperato bisogno di speranza, lui un allievo prodigio che compone poesie nell'indifferenza generale. Se pensate sia l'inizio di un dramma per famiglie nello stile di Gifted, siete fuori strada. Perché, guidato da un'ottima Maggie Gyllenhaal a proprio agio con i personaggi controversi, Lontano da qui è un film che spiazza: abbastanza da stregare il Sundance e da imporsi, a sorpresa, fra le migliori visioni dello scorso anno. In cerca di una via di fuga dalla routine, di un tocco speciale a una scrittura a cui manca sempre il guizzo, l'irrequieta insegnante scopre accanto al piccolo poeta una vita più incantata, più movimentata, più pericolosa. Lei è la sola a prenderlo sul serio: gli dà corda, prende nota delle sue fantasticherie, lo rapisce letteralmente per portarlo ai reading pubblici, gli presta voce spacciando i suoi componimenti per propri. Non si accorge che c'è del morboso, qualcosa che non va: lo sguardo disarmante e indagatore del pupillo – che in fondo vuole più bene all'altra maestra, e che a giorni premette lo sport alla letteratura – ne metterà a nudo le contraddizioni. La Gyllenhaal preferisce infatti Gael Garcìa Bernal al marito panciuto, l'allievo prediletto ai figli adolescenti ipnotizzati dai cellulari: politicamente scorretta e profondamente umana, a tratti inquieta e a tratti commuove per questa esigenza di bellezza che non possiamo non condividere. Durante la visione dell'ottima seconda prova di Sara Colangelo sospendi qualsiasi giudizio morale – la protagonista va stimata o forse ostracizzata? – e, come se si trattasse di un thriller, ti scopri prima affascinato, poi spaventato dai meccanismi psicologici della protagonista: una poetessa bugiarda, una mecenate aspirante, che passa da maestra a tata, fino a ricoprire il ruolo di stalker ossessiva. Lontano da qui è un enigma pedagogico fra due estremi: la totale disattenzione di alcuni da un lato, e dall'altro le premure esagerate di chi osa sognare un futuro migliore. Ma questo mondo non ha orecchie attente, va di fretta. Troppo pragmatico per i geni incompresi, per le professioniste che fanno della loro missione una questione di vita o di morte, corre il rischio che certe richieste d'attenzione, certi piccoli grandi film, passino inascoltati. (8)

Non tutti hanno il fisico per vivere in una commedia romantica. Non di certo Rebel Wilson, goffa e disincantata, che non somiglia affatto a Julia Roberts. Cosa succederebbe se la spettatrice più cinica del mondo, in seguito a uno scippo, si risvegliasse in un mondo parallelo in cui vigono i toni, i colori e i cliché di Pretty Woman? Dai cartelloni pubblicitari scende la splendida Priyanca Chopra per corteggiare l'eterno migliore amico Adam Devine, il vicino di casa spacciatore si evolve nello stereotipatissimo consigliere gay, il minore dei fratelli Hemsworth d'un tratto non ha occhi che per la protagonista. Dal regista di quel gioiellino che fu The Final Girls, altra parodia dal cuore grande, arriva così Non è romantico?. Un collage a fantasia di luoghi comuni e scene topiche, in cui trovare il meglio e il peggio delle romcom di ogni dove. Il risultato è un omaggio autoironico e dalla confezione inaspettatamente curata, con una morale di fondo aggiornata – amare gli altri anziché se stessi rende davvero più completi? – e una Wilson, al solito, vulcanica. Mettete pure in conto coinvolgenti momenti canori degni di un musical, elicotteri privati come se piovessero, un abito elegante per ogni occasione e qualche consapevolezza aggiunta strada facendo: assolutamente, però, niente sesso. Vittime del cinismo diffuso, anche noi abbiamo il dente avvelenato verso il lieto fine. Un po' come le volpi del proverbio, che non arrivano all'uva e fingono allora sia acerba. Che male c'è, invece, a sognare a occhi aperti? A viversi la vita con quest'invidiabile leggerezza, rigorosamente in rosa? (7)

Quanto conta l'aspetto esteriore? L'inadeguatezza ha confinato a lungo Amy Schumer in un ruolo subalterno: è un altro colpo in testa, un'altra epifania, a convincere quest'altra bruttina della commedia americana a vivere a testa alta e sognare in grande. Basta crederci. E piace proprio crederle, sì, mentre invade a gamba tesa gli uffici patinati del Diavolo veste Prada per proporsi come segretaria: se perfino Emily Ratajkowski può essere piantata in asso e una strepitosa Michelle Williams fa i conti con la voce stridula della diva di Cantando sotto la pioggia, allora tutto può succedere. Anche essere a tanto così dallo sbancare una gara disputata fra sexy miss in maglietta bagnata, o svegliarsi in una sorta di Big al tempo dei body shaming. La Schumer non cambia di una virgola. Impara a vedersi irresistibile, e tutti sembrano crederle di conseguenza. L'autostima, la teoria del bicchiere mezzo pieno, sono una potente arma di persuasione per affermarsi in ufficio e in amore. Anche a rischio, quando parte della cerchia dei vincenti, di macchiarsi di egoismo e superficialità? Banalizzato dal titolo italiano, Come ti divento bella è una commedia mediamente divertente, bella più dentro che fuori, con una lodevole morale di fondo e la fisicità dirompente di una Schumer da me eppure poco apprezzata in passato. Funziona e intrattiene, per fortuna, anche quando i centodieci minuti complessivi sembrano troppi; quando l'incantesimo si spezza. (6,5)

Quanto conta il titolo di studio? È il dilemma di Jennifer Lopez – ancora una volta, novella Cenerentola – che lavora come commessa nonostante il fiuto da imprenditrice navigata. Come in una puntata di Younger, le bugie le spalancano le porte di un'azienda di grido: dall'alto del suo falso curriculum, così, brevetta la formula di una crema di bellezza e si scontra con la rivale Vanessa Hudgens, collega sul piede di guerra. Ricomincio da me, ritorno al cinema della popstar che negli anni Duemila era la regina incontrastata di un certo filone di commedie sentimentali, presenterebbe in teoria qualche variazione sul tema: oggi si premette la carriera all'amore, con buona pace di Ventimiglia; ci si vanta di una laurea che non si ha; si custodisce un segreto di gioventù che rischia di tornare alla luce non senza colpi di scena. La pratica, invece, è ben altro paio di maniche: sarà che lo sforzo maggiore richiesto alla protagonista, cinquantenne di una bellezza sconfinata, è fingere di avere dieci anni di meno e rispolverare, all'occorrenza, le pose che per un periodo l'hanno resa una stella anche del botteghino. A dispetto del titolo, quindi, questo è un falso nuovo inizio, una ripartenza soltanto annunciata: lì il suo pregio, se fan di una Lopez che fa una discreta figura in qualsiasi veste; lì il suo difetto, se da Peter Segal, veterano del cinema di genere, ci si aspettava una serata di sorrisi meno tirati. (5,5)

mercoledì 6 marzo 2019

Recensione: Tu sei parte di me, di Bosco, Caboni, D'Urbano, Greco, Sànchez, Scotti, Sparaco

| Tu sei parte di me, di autrici varie. Garzanti, € 17, 90, pp. 192 |

Si chiama Isabella ma, per ironia della sorte, bella non è. Merito di una mamma come Virginia, ex stella del cinema, famosa per l'umorismo impietoso e l'allontanamento dalle scene – gli amanti celebri, i matrimoni falliti, il tentato suicidio. Vive a Roma, in una casa mausoleo, assieme una figlia che giudica votata alla mediocrità: badante di una capricciosa e inquietante Bette Davis, ormai cinquantenne, Isabella si domanda se sia troppo tardi per affrancarsi. Troppo, ancora, per sperare che in un momento d'insania – o forse di lucidità – quella genitrice spietata ci rivolga finalmente una parola gentile?
Barbara, donna d'affari, è seduta in una sala d'attesa: aspetta il verdetto del ginecologo di fiducia e medita intanto su come sarà il suo destino di mamma single. Meglio coinvolgerlo oppure lasciare da parte, un uomo poco propenso agli impegni a lungo termine? La gravidanza è una rivoluzione. Invita a ragionare sul peso dell'incomunicabilità: in una relazione sentimentale, nel ruolo futuro di genitore.

E continuerò a ripeterlo, perché il silenzio è una barriera inutile, mentre l'amore è complicità e condivisione.

Veronique, indossatrice lontana dalle passerelle, costringe la figlia Lenora a stringersi in una taglia 38: messa a stecchetto, costretta a realizzare i sogni di qualcun altro, l'adolescente risponde con rabbia e voracità ai dettami della mamma manipolatrice. La ribellione è abbuffarsi a piacimento, senza mai chiedere scusa; scegliere una taglia comoda, vestiti non più appariscenti, concedendosi un sorriso davanti al tavolo imbandito.
Cara e la piccola Vita, sole per un po', hanno aperto la porta alla gentilezza di Carlo: un uomo che sognava di diventare papà e di possedere una casa spaziosa, con un cedro in giardino. Davanti a una seconda gravidanza, al trasloco, Cara rimpiange i segni sul muro e la passata routine. Ne sentirà nostalgia? Non è possibile portare la vecchia casa con loro tre? La lezione, importantissima, arriverà da chi meno te lo aspetti.
È subdola, iperprotettiva, maniaca del controllo. Un altro esemplare di madre che desidera molto, forse troppo, per una figlia eppure senza particolari doti imprenditoriali. All'indomani del divorzio, come mantenere lo stesso stile di vita se non dandosi alla macchia, spingendosi fino all'omicidio a sangue freddo di una rivale sbucata da una soap opera latino-americana?
Da una commedia grottesca, con un finale dalle tinte sanguinolente, si passa poi alle contraddizioni e al fascino del profondo Sud Italia. A ruoli invertiti, questa volta, è una figlia a prendersi cura della mamma retrocessa al ruolo di bambina indifesa: la protagonista ha una colpa da farsi perdonare da Adua. Manipolata dal padre crudele, da bambina era stata artefice in prima persona della follia della madre: il suo gioco preferito, farla impazzire.
Un passeggino che sparisce al centro commerciale. Una donna in lacrime, sull'orlo di una crisi di nervi, troppo spossata dalle notti in bianco per stare sul chi va là: la paura di perderlo, all'improvviso, acuisce l'attaccamento naturale verso un neonato sentito a lungo come estraneo.

Bisognerebbe sempre avere un nome che corrisponda a ciò che siamo, altrimenti tutta la nostra vita diventa una bugia.

Sette autrici famosissime, sette racconti che oscillano dalla fiaba nera al dramma psicologico senza mai uscire fuori traccia: con l'avvicinarsi dell'otto marzo si parla infatti di mamme e figlie, di donne. Moderne, spregiudicate, verissime, rifiutano a sorpresa il politicamente corretto e si raccontano in pagine oneste, a volte perfino brutali, in cui ad appassionare sono soprattutto i rapporti al limite e i grandi soprusi: con il rischio stonino un po', così, i racconti più delicati. Ci sono le grandi conferme – Federica Bosco e Valentina D'Urbano –, le autrici che definitivamente non fanno per me – Cristina Caboni e Clara Sànchez –, le sorprese inattese – Carmela Scotti, con il racconto migliore – e firme amiche da cui era lecito aspettarsi qualcosa un po' di più – Evita Greco e Simona Sparaco. La lettura, varia ed emozionante, si è comunque rivelata superiore alle attese: attratto soltanto da un paio di nomi in copertina, con la convinzione che mi sarei limitato a piluccare le storie fra un romanzo e l'altro, ho scoperto nella raccolta Garzanti ben più che un semplice riempitivo infrasettimanale. Bensì capitoli di guerre civili, di prospettive agli antipodi, che aprono gli occhi e spesso atterriscono. Cosa significa essere scrittrici – mamme, figlie – oggi, con maggiore voce in capitolo sul lavoro, sul corpo, sulla volontà di vedersi o meno genitrici? Le protagoniste, intrappolate in rapporti di amore-odio, sono figlie dei nostri tempi. Rancorose, piene di dubbi ed errori, talora recidive, descrivono spietatamente gli effetti della gravidanza sul corpo e sulla psiche. Rabbia e tenerezza si compensano. I figli, infatti, sono un legame per la vita: un'eredità e un vincolo. A volte proteggono, altre tarpano le ali. Metastasi benevole cresciute tuo malgrado: inscindibili e dolorosissime parte di te.
Il mio voto: ★★★ +  
Il mio consiglio musicale: Fiorella Mannoia – Quello che le donne non dicono

lunedì 4 marzo 2019

I ♥ Telefilm: La casa di carta | Unbreakable Kimmy Schmidt S04

Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Lo Stato, invece, fa l'opposto: ruba ai poveri per dare ai ricchi, generando in risposta scioperi, proteste e qualche vendetta miratissima. Succede questo nella Casa di carta: la serie spagnola di cui tutti parlavano e sparlavano e che al solito, annoiato a priori dal chiacchiericcio diffuso, ho recuperato soltanto ora. Possibile, mi sono domandato a fine visione, che in questo mondo si siano perse le mezze misure? Amato da qualcuno e detestato da altri, senza vie intermedie, questo heist movie a puntate ha in realtà pregi e difetti che tocca riconoscergli. Ventidue episodi ambientati in una manciata di giorni, un ambiente circoscritto e un genere che, su carta, neppure attirava particolarmente: come poteva reggersi la storia di una rapina epica – obiettivo, la Zecca di Stato: nessuna vittima da mietere, un assedio lungo quasi una settimana, una refurtiva di un migliaio di milioni –, senza annoiare? Ben pensato ma dallo spirito affatto serioso, realizzato per altro da spagnoli tanto esperti con il thriller quanto con la soap opera, La casa di carta unisce azione e introspezione, piani criminali e intrecci amorosi, in una formula vincente che soltanto nella seconda parte fa pesare le lungaggini. I rapinatori imbracciano mitragliatori potenti, portano nomi di città, indossano tute rosse e inquietanti maschere di Dalì, ma hanno storie personali da condividere: con lo spettatore, e con ostaggi a cui a volte ci si affeziona. Se la relazione fra gli insopportabili Tokyo e Rio, i giovani del gruppo, infastidisce per il bagaglio post-adolescenziale che porta con sé e le grane che genera, per fortuna ci si lascia coinvolgere dagli altri: Denver, tonto ma di buon cuore, che si invaghisce della donna che avrebbe dovuto freddare e fa i conti con il tenero papà Mosca; lo spietato Berlino, fascinoso e sardonico, con un tallone d'Achille da scoprire e nessuna voglia di dichiarare resa; il Professore e l'agente Raquel, soprattutto, che si avvicinano man mano in una romantica caccia con lui mente segreta dell'intera operazione, lei donna di potere vittima della misoginia dell'ambiente. Con un paio di interpretazioni di ottimo livello – su tutti, Alvaro Morte e Pedro Alonso – e più di qualche volto già scorto in Èlite, il mio recupero è filato liscio come l'olio benché, strada facendo, i piani della banda si complichino: mettete in conto voltafaccia, sacrifici, repentini cambi di rotta. Il soggiorno? L'ho apprezzato senza né amarlo né odiarlo, senza fare le ore piccole per scoprire quel che sarebbe stato di me e di loro, ma con tanta stima verso gli ideatori – qualcuno deve aver amato profondamente Breaking Bad: gli uomini qualunque trasformati in geni del crimine – e un orecchio di riguardo verso la colonna sonora già cult, con una sigla che passa anche in radio e la nostra Bella ciao, inno di una nuova forma di Resistenza. Mani in alto, questa è una rapina! Non opponete resistenza, collaborate, e tutto andrà per il verso giusto! Inutile fare gli eroi o gli alternativi, osteggiare con le azioni e le parole questi novelli Robin Hood soltanto perché di tendenza, nel bel mezzo di colpi pianificati nel dettaglio dove è cosa semplice scoprirsi affetti dalla Sindrome di Stoccolma. (7,5)

Conosciuta da poco e dopo poco, purtroppo, salutata. Con Unbreakable Kimmy Schmidt si era trattato dell'ennessimo recupero dell'ultimo momento, in previsione di un'ultima stagione che, appunto, alla fine non si è fatta attendere. Nel giro di un paio di mesi, così, ho conosciuto e detto addio a Kimmy: rossa tutto pepe in cerca del proprio posto nel mondo dopo quindici anni di prigionia. La protagonista, confinata in un bunker, scopriva in ritardo le meraviglie di New York. Sulla soglia dei trent'anni, poteva forse rivivere la spensieratezza che le avevano rubato? Sì, se in una comedy di quelle divertentissime e scritte a meraviglia, con tempi comici fuori dal comune e comprimari memorabili. Il momento dei saluti era inevitabile. Soprattutto se con il graduale procedere delle stagioni, quegli episodi più lunghi e sempre meno ispirati, quei protagonisti da sognare già felici e sistemati, avevano già fatto intuire la chiusura nell'aria. È stato meglio così. Unbreakable Kimmy Schmidt parte alla grande, si perde un po' a metà, ma recupera la verve nel congedo: cosa non da poco, sa quand'è meglio fermarsi. Le molestie dei produttori hanno sfiorato anche Titus, attore inoccupato che da anni e anni sogna le luci di Broadway: subirle o denunciare, oppure tacere e andarsene via? Jacqueline, non più la moglie trofeo degli inizi, è ormai la versione in carne e ossa della Princess Carolyn di BoJack Horseman: manager rampante, benché senza un ufficio tutto suo, qui al centro di un'appassionatissima lotta con il collega interpretato da un insospettabile Zachary Quinto. Lilian, invece, con quel misto di assurdità e struggimento che l'hanno resa subito il mio personaggio preferito, scopre che il suo palazzo sta per essere demolito: da lì la folle idea di abitarlo come fantasma, pur di non abbandonarlo mai. E Kimmy? Abbastanza sopra le righe da risultare potenzialmente il personaggio più antipatico dei quattro, chiude le danze con un nuovo obiettivo a lungo termine – diventare scrittrice per bambini – e senza una storia d'amore. Orpello inutile, in effetti, in una favola moderna in cui ci si salva da soli senza mai rinunciare alla magia delle giuste simmetrie: questo metaforico cerchio si chiude, così, con in sottofondo Il cerchio della vita e con un piccolo figurante che confessa a Kimmy di sentirsi meno solo quando c'è lei. Culmine ideale di un finale ordinato e ordinario, consolatorio, ad alto tasso emozionale, con tutto quello che i fan pretendevano e qualche guizzo aggiunto nella sceneggiatura. Sì, bambino, sì: con Kimmy a pranzo e a cena, mi sono sentito meno solo anch'io. (7)

venerdì 1 marzo 2019

Recensioni a basso costo: La vegetariana, di Han Kang

| La vegetariana, di Han Kang. Adelphi – La biblioteca del mondo, € 9,90, pp. 168 |

La scelta del vegetarianesimo: perché? Domanda d'obbligo, a tavola, quando un commensale rifiuta con un po' di imbarazzo le portate principali e alla cuoca domanda porzioni più generose di contorno. La curiosità è tanta, e fra una forchettata e l'altra si parte con una trafila di interrogativi di rito – la classica lista di alimenti da confermare o smentire, la messa al vaglio dei motivi etici alla base della nuova dieta –, pretendendo di sapere se si tratti di animalismo militante, intolleranze o allergie, astensioni severe per gli amanti del fitness. Cosa comporta, tuttavia, astenersi dai piaceri e dagli obblighi della carne nell'odierna Seul, dove quel rifiuto condotto allo stremo potrebbe essere la metafora difficile da decifrare di un malessere radicato più a fondo? La vegetariana, romanzo tanto premiato quanto controverso, racconta con una prosa chirurgica e una struttura pressoché implacabile l'ascetismo di Yeong-hye: moglie alto-borghese in una metropoli della Corea del Sud, che gradualmente passa dal rifiuto dei ravioli al vapore all'alimentarsi con un sondino nel naso; dal vegetarianesimo al totale digiuno. Con tutto quello che la sua scelta provocatoria comporta, in una famiglia, in una società a sorpresa non troppo lontana, dove la convivialità e la sottomissione sono imprescindibili. A suggerire alla protagonista il nuovo stile di vita è un incubo splatter, di sangue e assassini senza volto; una suggestione talmente forte da mandare a monte cinque anni di matrimonio, la buona educazione, qualsiasi raziocinio. Yeong-hye ambisce all'essenziale e alla purezza, a uno stato febbricitante simile all'estasi, ma a raccontare questa sua dieta di acqua e sole, il desiderio folle di trasformarsi in pianta, non sarà mai la diretta interessata in prima persona. Resterà, al contrario, un mistero fino alla fine.

Aveva scambiato il pavimento di cemento dell'ospedale per la soffice terra dei boschi? Il suo corpo si era trasformato in un tronco robusto, con bianche radici che le spuntavano dalle mani e si ancoravano al suolo nero? Le sue gambe si erano allungate in alto, verso il cielo, mentre le braccia si spingevano fino al nucleo stesso della Terra, con la schiena rigida a sostenere quella duplice crescita? Mentre i raggi del sole le bagnavano il corpo, l'acqua che impregnava il suolo era stata assorbita dalle sue cellule, per poi farle sbocciare dei fiori tra le gambe?

Meglio non aspettarsi parafrasi e risoluzioni neanche dai personaggi che ruotano intorno alle prese di posizioni radicali e ai gesti scellerati della scioperante. Il primo capitolo è dedicato al punto di vista del marito, uomo d'affari piccolo e prevaricatore con una scarsissima stima verso la consorte – un'ottima cuoca, un corpo caldo da ghermire a letto con le stesse modalità dello stupro – e la tentazione infantile di lamentarsi con i suoceri di quella secondogenita che li disonora impunemente, astenendosi con l'imperturbabilità di una martire dai doveri coniugali: il sesso va preteso con le cattive, allora, e i pranzi diventano una barbara costrizione. Il secondo, invece, segue le fantasie erotiche del cognato di Yeong-hye, un artista all'avanguardia attratto dalla magrezza esagerata della parente acquisita e dalla persistenza di una macchia mongolica proprio sulla curva delle natiche, che fanno di lei prima un sogno proibito e poi un'istallazione artistica vivente: l'uomo vuole che posi per lui nuda e sfacciata, che si lasci dipingere il corpo di fiori bellissimi, magari in previsione di un amplesso futuro da immaginare pittorico e surreale. L'ultima parte, ambientata a tre anni di distanza dall'inizio della narrazione, ha la voce della sorella maggiore della digiunante: moglie tradita, ma mamma e professionista appagata, che si spinge in una struttura nel cuore della foresta sferzata di pioggia per portare frutta e dolci a una Yeong-hye arrivata a pesare trenta chili appena.

La sua calma accettazione di tutte quelle cose gliela faceva apparire come qualcosa di sacro. Che avesse una natura umana, animale o vegetale, non si poteva definire una “persona”, ma non era nemmeno esattamente una creatura selvaggia – più un essere misterioso che possedeva le qualità di entrambe.

Lì, in un colloquio a senso unico, affiorano ricordi, sensi di colpa, pensieri suicidi mai confessati: la rabbia verso un corpo senza spigoli, trasformato eppure da alcuni in oggetto del desiderio; la frustrazione per non aver compreso i conflitti interiori della propria sorella, in balia per tutta la vita degli uomini sbagliati. A ben vedere In-Hye non è forse la copia carbone dell'altra, ma con un modo diverso di (non) opporsi? 
La vegetariana mi ha catturato sin dall'inizio, come accade quando mi cimento con letture che mettono alla prova in quanto morbose, destabilizzanti, piene di stranezze e perversioni. Paragonabile in parte alle visioni di Hungry Hearts Annientamento, il romanzo di Han Kang viaggia per il resto nell'assurdo, nel mai letto, attraverso un intrigo affascinante e respingente dove parlare del ruolo dei sessi – e del cibo – oggi. La ricerca delle purezza confina con il sentiero dell'annullamento. E una punizione all'apparenza gratuita e autoinflitta, per quanto poco condivisibile ci appaia, in realtà è l'unica scelta fatta deliberatamente da una moglie confinata in un angolo, nell'ombra: spogliata, usata e gettata via; pilotata in riunioni familiari che ne evidenziano l'alterità irreversibile; imboccata con le mani, con la forza, da amanti repressi e spregevoli padri padroni.

Perché, è così terribile morire?

La vegetariana è una forma di ribellione, una fuga. Il ritorno simbolico alla Terra, al fango a cui apparteniamo, per affidarsi finalmente a un'entità femminile che soverchia tutti e tutto: patriarcato compreso. Una natura naturans, accogliente e inquietantissima, che negli incubi ti promette di abbracciarti fino a diventar parte di un intrico incantevole di spine e fiori di carne. La prosa della Kang stilla linfa e fluidi vitali, la sua denuncia fattasi fiaba grottesca mette radici nei pensieri e nelle consapevolezze, e in preda a un'estasi pagana fioriscono intanto i corpi femminili e le rivoluzioni silenziose. 
Contro l'inedia sentimentale. Contro una fame vorace che ti spinge a impuntarti, ad affrancarti, attraverso la trasformazione in albero. Proprio come accaduto alla Dafne del mito, sfuggita così alle mani bramose del dio Apollo. Proprio come una figliol prodiga che torna infine a mutarsi in radice, foglia e bocciolo, nella stretta solidale di Madre Natura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Baustelle – La canzone del parco

mercoledì 27 febbraio 2019

Recensione: Ritorna, di Samuel Benchetrit

| Ritorna, di Samuel Benchetrit. Neri Pozza, € 17, pp. 238 |

Il procrastinatore seriale si riconosce fra mille. Qualsiasi età abbia, ciondolerà per casa con i capelli scompigliati, la barba sfatta e le mutande un po' ingiallite sul davanti. Pigrissimo, rimanderà a domani quello che potrebbe sbrigare oggi; compilerà accurate liste per punti per poi fare carta straccia dei buoni propositi. Il protagonista di questo romanzo, allergico agli impegni a lungo termine e all'attività fisica, non è l'eccezione alla regola. Scrittore divorziato, al mattino fuma come una ciminiera e trinca caffè sulla tazza del water: gli arrivano nel mentre sgradite newsletter dall'Ikea, email di editor e creditori, messaggi spam presi talora troppo sul serio. E notizie del figlio, invece: nessuna speranza che in Groenlandia ci sia il segnale wi-fi? Hanno condiviso insieme quell'appartamento a soqquadro fino al diciottesimo compleanno del ragazzo: partito all'avventura sulla scia dei romanzi di London, Conrad e Kerouac, lasciandosi alle spalle quella vita per soli uomini – il ketchup sugli spaghetti, il formaggio scaduto in frigo, la regola sacrosanta del rutto libero. La sua assenza rende il genitore inconsolabile. Lo stesso può dirsi per l'ex moglie, in attesa accanto al telefono alle quattro del mattino: invano, e in vena di insolite gentilezze. Quant'era bello e sincero Cemento armato, il romanzo d'esordio del protagonista a cui, purtroppo, aveva fatto seguito l'oblio generale? Così tanto, a detta di alcuni produttori televisivi, da accarezzare l'idea di realizzare un trasposizione per il piccolo schermo: nell'era in cui ogni cosa diventa serie TV, infatti, meglio rispolverare quel discreto successo editoriale che ricercava il lato poetico dei famigerati banlieu parigini. Il procrastinatore un giorno muore di noia. Così tanto, a detta dell'irresistibile Samuel Benchetrit, da darsi a un pensiero sconsiderato: rimettersi a lavorare. Se in una commedia francese di quelle esilaranti, schiette, dolcissime, riprendere in mano la propria routine sarà un'impresa assolutamente rocambolesca.

Consideravo gli scrittori e i registi che ammiravo come dei familiari o degli amici intimi. Nabokov era uno zio russo. Fellini uno zio di Roma. Stesso discorso per John Fante e Vittorio De Sica. Duras era la mia cara zietta. Sagan la mia cugina adorata. Flannery O'Connor la cugina d'America. Avevo bevuto diversi whisky con Beckett. Avevo dormito tra Cohen e Yourcenar, che volevo riconciliare. Tutti insieme formavano la mia grande famiglia allargata, piena di meravigliosi parenti acquisiti che avevano fatto per me così tanto, e io così poco per loro... Eppure mi amavano, tutti loro amavano teneramente questo nipote non granché dotato, e anche un po' coglione.

Tutto parte dal romanzo da trasporre: i produttori ne vogliono una copia, peccato risulti introvabile. Quelle con dedica sono troppo preziose per sottrarle ai legittimi proprietari, i corrieri di Amazon all'ultimo danno forfait e non resta, allora, che rivolgersi a un'appassionata lettrice chiusa in una casa di riposo: forse l'unica a poterlo salvare dal macero e dall'ennesima disfatta. Nell'ospizio ci sono innumerevoli anziane di nome Raymonde, che pretendono la lettura a voce alta dei romanzi di Pierre Lamberti, storico rivale del nostro eroe; belle infermiere balbuzienti di cui conquistare il cuore con uno spietato corteggiamento vecchia scuola; uno stagno di anatre a corto di esemplari maschili, da salvare dall'estinzione spingendosi in una fattoria ai confini del mondo dove si consumano bislacchi triangoli sentimentali. Dappertutto, intanto, rimbomba una domanda da sottoporre ai passanti, all'ufficio delle entrate, al cielo aperto: dopo quindici anni di silenzio, cosa direbbe un padre inuit al figlio in partenza per terre selvagge?
Ho pensato a me e mio padre – ugualmente affini e laconici, poco aperti al dialogo eppure abilissimi a darci a raccomandazioni profuse e a sollecitudine in quantità, nel momento del bisogno –, alle opportunità perse e a quelle ritrovate invece per caso, leggendo la nuova fatica di Benchetrit. Già regista dell'altrettanto delizioso e malinconico Il condominio dei cuori infranti, l'autore firma una mezza autobiografia a tinte esistenzialiste sulla solitudine siderale e la sensibilità nascosta di noi uomini medi.

«Ma stia a... a... attento, perché ci sono delle so... solitudini che non vanno di... disturbate».
«Cosa intende dire?»
«Se inizia u... un libro, deve fi... finirlo. Altrimenti aspetteranno la fi... fine, e la solitudine sarà ancora più... ù... ù grande».

A suon di incubi, farneticazioni e voli pindarici, fra cani gatti e bonsai di cui non ci si sa prendere affatto cura, Ritorna è un ritratto al maschile logorroico e fanfarone, incapace di prendersi sul serio ma con uno sguardo al contempo pieno di poesia. Il protagonista ha una soglia dell'attenzione bassissima e cerca stimoli dappertutto. E tutto, perciò, anche quando se ne sta in panciolle, anche quando non ha voglia di fare alcunché, si trasforma in un racconto ispirato e ben scritto. In qualcosa di buono. Grazie alle tragicommedie a cui vanno incontro i suddetti procrastinatori, alle bugie degli scrittori, alla sottovalutata tenerezza dei nostri papà. Ritornano così il batticuore, il desiderio di rimettersi all'opera davanti a una pagina Word immacolata, un pezzo di te salpato per terre lontane. Frammisto a un'insospettabile profondità d'animo, a risate a crepapelle, eccolo qui: ha fatto ritorno anche il buonumore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Indochine – Song for a Dream

domenica 24 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Copia originale | At Eternity's Gate | Spider-Man: Un nuovo universo | Gli Incredibili 2

Ci sono biopic e biopic. Quelli sui personaggi da santificare inutilmente e quelli su mine vaganti da assolvere. Copia originale, forse l'unica sorpresa nella piattezza di questi Oscar, è parte della seconda categoria. Chi era Lee Israel? Biografa misantropa, idealista e gattara, non credeva né nel proprio talento né nell'amore. Rispondeva a tono, si vestiva male, non meritava ingaggi o buoni amici. Finché non sono state le soluzioni, gli altri, a trovare lei: prima una lettera d'autore rinvenuta in un volume della biblioteca, e da lì la folle idea di falsificare epistole in serie sfruttando il proprio sapere enciclopedico; poi l'affinità istantanea con un inglese eccentrico e irresponsabile, l'istrione Richard E. Grant, che non sa prendersi cura degli animali domestici, proteggersi dai rischi dell'Aids o dalle domande dei federali, eppure risulta un'indispensabile spalla comica. In un mondo di sedicenti Tom Clancy, autori svenduti alla logica del bestseller, Lee era la pecora nera: costretta infine a esporsi, a metterci la faccia, ma in maniera impensata. A restituirci l'orgoglio, l'umanità e le storture di una truffatrice sui generis con una coscienza tutta sua, è la rivelazione Melissa McCarthy: senza mai strafare, l'attrice comica sposa il cinema impegnato in un passaggio naturalissimo, portando con sé una fisicità irresistibile e quello sguardo già insospettabilmente comunicativo nei film più goderecci. In una New York alleniana, colta e piena di note jazz, c'era una storia che la falsaria non ci aveva ancora spifferato: la sua. Ne viene fuori una commedia dall'impalcatura esile, ma con una scrittura elegante, sardonica e perfino commovente: Copia originale non conosce redenzione, e quello è il bello. Marielle Heller tocca con un crime che sfugge alle definizioni, spiritoso e ritmato com'è, e consacra una grande interprete. Mette in luce uno dei tanti caratteristi a corto di ruoli memorabili. Ci regala abili duetti attoriali e scorci sui sordidi meccanismi editoriali, a cui in particolare i lettori non potranno restare indifferenti. Alcune emozioni, alcune simpatie, non si simulano a comando. Alcune criminali vanno perdonate a occhi chiusi. Alcune copie, come in questo caso, sono migliori dell'originale. (7,5)

Film belli come un quadro. Come un quadro di Van Gogh, nello specifico. Un arista irrequieto, dannato e intrigante, che non poteva non meritarsi un biopic errabondo, malinconico e criptico come questo: non necessario, forse, ma all'altezza dell'omaggio. Il pittore è ad Arles: in cerca dell'essenza della natura, alza il gomito, scaccia i bambini molesti e attende visite per scacciare la solitudine che ha nel cuore. Non sono abbastanza frequenti gli incontri con il fratello, un commovente Rupert Friend. Non è abbastanza lunga l'amicizia con Gaugin, di ritorno dal Madagascar. La fine dell'Impressionismo ha portato gli artisti a rielaborare il rapporto fra pittura e realtà, e Van Gogh sognerebbe di creare un movimento intellettuale, di circondarsi di ospiti pur di non patire la sindrome d'abbandono. Sappiamo che in un raptus si taglierà via l'orecchio e lo offrirà in dono al collega Oscar Isaac. Sappiamo che fine farà: merito dell'irripetibile Loving Vincent. Sulle soglie dell'eternità non aggiunge niente di rilevante al mito dell'uomo, non fa chiarezza sulle modalità della sua dipartita, ma coglie lo spirito di un personaggio che affascina ancora: benché indagato a più riprese, proposto e riproposto. Pensavo che il film perdesse in partenza la sfida di eguagliare la bellezza del capolavoro d'animazione, e invece ammalia e rattrista con le sue lunghe passeggiate nel verde e i suoi colloqui ancora più lunghi, dal gusto teatrale. Julian Schnabel ci mette una regia da maestro, che fra soggettive, primissimi piani e un uso marcato della macchina a mano permette una totale immersione sensoriale: i veri coprotagonisti, perciò, saranno gli steli d'erba, le nuvole, il vento e la luce. Un invasamento panico, insomma, retto da un Dafoe gigantesco e dolente, con attimi di impagabile spensieratezza e monologhi struggenti. Intenso, al punto che a volte si fa fatica a reggerne gli occhi grandi e spiritati; le farneticazioni dai toni messianici. Infarcita di riflessioni estetiche e filosofiche non per tutti, con una seconda parte un po' didascalica, la visione è lenta, perturbante, istruttiva. Per guardare attraverso gli occhi di Vincent i demoni, i desideri, i parti creativi, e condividere con lui un fardello pesante. Per sbirciare, dalla soglia del cinema, uno spiraglio d'eterno. (7)

Hanno ucciso l'Uomo Ragno, chi sia stato non si sa. Lo cantava Max Pezzali e alla fine è successo davvero: il supereroe è morto. Questo, almeno, accade nella Brooklyn di Miles Morales: adolescente goffo e adorabile, con il pallino dei graffiti, un padre poliziotto e un affezionato zio pigmalione. Al risveglio, un giorno, si accorge che c'è qualcosa che non va: colpa dei misteriosi terremoti che fanno tremare l'intera città, oppure del morso di un ragno nei tunnel della metropolitana? Il protagonista pensa sia l'arrivo della pubertà, invece sono i superpoteri. È finito in un fumetto. In una dimensione in cui il famoso Peter Parker non ce l'ha fatta, morto sotto i colpi di un Kingpin al solito violento e sentimentale, Miles ha l'onere di sostituirlo: il compito, distruggere la creazione di un villain che scherza con i piani temporali e il destino. Al punto che, contemporaneamente, si daranno appuntamento nella cameretta di Miles gli Spider-Man di tutti i multiversi immaginabili: le conseguenze sapranno come entusiasmare, attraverso quest'apprendistato spassosissimo. Un trio di ottimi registi, utilizzando il meglio di cui l'animazione è capace, ha proposto sotto Natale un'irresistibile variazione sul tema; una curiosa storia delle origini che, in nome di uno spirito malinconico e giocoso insieme, fa faville con gli stili e le teorie quantistiche. Vengono rivoluzionate le identità e i connotati di comprimari e antagonisti – su tutti zia May, armatrice bad-ass, e un Peter fresco di divorzio – e ci si prende gioco con originalità di sequel, remake e reboot, pasticciando a fantasia con intelligenza e colore. Nonostante un epilogo eccessivamente caotico, che conferma il mio scarso feeling con un genere fatto di esplosioni, onde d'urto e laseroni, Un nuovo universo convince appassionati e profani con un'orgia di citazioni nerd e grandi poteri, da cui puntualmente derivano grandi responsabilità: colpi di scena ben dosati, una tecnica all'avanguardia, un cuore eccezionale. Grazie a un eroe vulnerabile e alla mano, che mi piaceva già interpretato da Maguire, Garfield e Holland. E che qui torna a conquistare in tutte le salse, in ogni universo possibile. (7,5)

Avevo dieci anni, amavo già poco i supereroi e l'animazione digitale, e il soggiorno presso la famiglia Parr mi era piaciuto ma non troppo. Avrò collezionato ai tempi qualche gadget dalle merendine, adesivi o calamite a tema, eppure la tentazione di vederlo una seconda volta non mi ha mai tentato. Sono passati quindici anni dagli Incredibili, e perché aspettare tanto per un sequel fuori tempo massimo? Per insindacabile volontà degli sceneggiatori, i protagonisti non sono cresciuti nel mentre. Non si sono allontanati di un passo degli eventi del film introduttivo. È cambiato il target, tuttavia; sono cambiati gli spettatori, all'epoca bambini e adesso pressoché adulti. Gli aggiornamenti, presenti a piccole dosi, non sono dei più felici: la dimensione corale scarseggia, purtroppo, e l'arrivo di una nuova ondata di femminismo ha fatto sì che questa volta sia Mrs Fantastic a ricoprire un ruolo di potere, mentre per il consorte in fermo ci sono i pannolini di Jack-Jack, i compiti di matematica di Flash, i sospiri d'amore di Violetta. Visivamente accattivante, offre due ore che non pesano, nonostante la sensazione di assistere a semplici scenette giustapposte, e un discreto intrattenimento ad alto budget. Ci si è presi del tempo, però, senza una giustificazione valida. Mi ripeto: quindici anni, e per cosa? Verrebbe da chiederselo ancora e ancora, sì, davanti a una trama semplice e prevedibilissima e alle aspettative dei fan, sostanzialmente mal riposte. E io, che fan non ero né lo sono diventato? Gli Incredibili 2 non sorprende, non volta pagina, non matura, e cerca invano di tenere a freno un potere e un potenziale – mi ha illuminato la mostra Pixar a cui ho assistito a Roma lo scorso gennaio – che neppure il bravissimo Brad Bird, alla regia, sa padroneggiare. (5,5)

venerdì 22 febbraio 2019

Recensione: Perduti nei Quartieri Spagnoli, di Heddi Goodrich

| Perduti nei Quartieri Spagnoli, di Heddi Goodrich. Giunti, € 19, pp. 460 |

Alcune prose ti portano lontano, nonostante storie e luoghi vicinissimi a te. Quando pensavi di sapere già tutto di un amore dal finale annunciato o di una regione in cui hai trascorso le estati d'infanzia, fino ad apprendere a dovere i segreti della parlata di nonna o del suo ragù speciale, a prenderti in contropiede sono le guide turistiche con le referenze sbagliate; con nomi stranieri che, all'apparenza, poco hanno da spartire con l'eredità e le contraddizioni di certi angoli di paradiso, sfuggenti perfino per chi ci è cresciuto. Manco a Napoli da un po', colpa di rapporti familiari diventati negli anni più facili da ignorare che altro, e mi aspettavo di farvi ritorno a breve con il terzo romanzo dell'Amica geniale. Alcune gite fuori porto, tuttavia, non le programmi. Arrivano biglietti omaggio dell'ultimo minuto, occasioni da afferrare al volo, o esordi che non sapevi di voler leggere fino a quanto non li hai stretti fra le mani. Mi è successo con Perduti nei Quartieri Spagnoli: poche pagine e, come da titolo, era troppo tardi. Mi ero perso: avevo scelto deliberatamente di farlo, nonostante non fosse un momento opportuno per darsi all'avventura, ai viavai, ai romanzi impegnativi. Ci ho messo una settimana abbondante a uscire da questo dedalo e, a fine lettura, la nostalgia superava il sollievo: io che eppure patisco i vicoli stretti e la gente rumorosa, i titoli di tendenza, e di solito non vedo l'ora di far ritorno nel porto sicuro di casa mia. È stato merito di un romanzo di formazione a confine con il memoir, dove a rivelarti le scorciatoie strategiche e gli scorci da immortalare in fotografia è un Cicerone straordinario: leggete bene, sì, Heddi Goodrich. Americana senza radici, girovaga per deformazione caratteriale, che in Campania aveva gettato gli ormeggi in nome dell'amore: correvano gli anni Novanta.

La città era acqua che mi colava dalle mani, e il solo amarla mi intristiva, soprattutto di notte. Era una malinconia che non riuscivo né a scacciare né a capire. Mi ero data a lei tutta quanta, forse anche a tradimento di me stessa, eppure dopo tutti questi anni Napoli mi teneva sempre a distanza. Vir' Napule e po' muor', si dice. Frase abusata che non avrei mai inserito in una conversazione ma che quella sera bisbigliai alla notte in quanto verità.

Ventitreenne iscritta a Lingue orientali, la studentessa fuori sede aveva una famiglia a Washington e una cerchia di amici stretti nei Quartieri: si cantavano tanto i Pearl Jam quanto i classici di Renato Carosone; ci si stringeva in appartamenti abusivi belli e pericolanti affacciati sul Vesuvio; si andava alla scoperta della Napoli sotterranea, del Cimitero delle Fontanelle, attratti irrimediabilmente da quei racconti folkloristici di gnomi dispettosi, teschi senza nome e vecchie indovine con lo sguardo al futuro. Lo scirocco sornione soffia, ti accarezza e t'importuna. Il vulcano, addormentato, tra sé e sé deve ribollire così come ribolle la giovane Heddi davanti alle gentilezze di Pietro. A una festa universitaria le ha regalato una cassetta con i successi musicali di quegli anni, e la protagonista non riesce a togliersi dalla testa i ritornelli della Franklin, degli U2, né lo spasimante: la bocca carnosa come un frutto proibito, le Marlboro nel taschino a dispetto dei polmoni fragili, un attaccamento alla terra difficile da comprendere fino in fondo – la stessa che esamina nei suoi studi di Geologia, la stessa che coltiva in una fattoria modesta in provincia di Avellino. Prendete Chiamami col tuo nome: quella passione viscerale sullo sfondo di una penisola coltissima, il suo epilogo agrodolce, e descrizioni di odori e sapori tanto suggestive da appagare i cinque sensi. Aggiungete all'incanto di Aciman il rione, reso lussuosissimo dal tocco di Elena Ferrante: il codice d'onore delle famiglie partenopee, i pregi e i difetti di culture affascinanti soltanto alla giusta distanza, i bagordi di veglioni di Capodanno che fanno schiantare dai balconi pallottole e lavatrici volanti. Il meglio che la nostra Italia è stata in grado di ospitare, fra cinema e letteratura, trova un incastro perfetto in un esordio che farà vendere e parlare: per fortuna, non l'operazione commerciale che qualcuno potrebbe supporre. Perduti nei Quartieri Spagnoli prende avvio dallo scambio di e-mail fra i protagonisti cresciuti: Heddi ha visto l'alba del nuovo millennio in Nuova Zelanda, Pietro ha lavorato su una piattaforma petrolifera per un po' prima di tornarsene al punto di partenza.

Ci mettemmo di nuovo come angeli dell'erba, stesi mano nella mano, abbandonati alla felicità. Nemmeno una nuvola. C'era soltanto uno strato di azzurro, uno strato di verde, e noi in mezzo come angeli caduti. Mi sembrò di vedere nel mondo, e nell'amore, la sua semplicità di base. Ed ebbi la sensazione che, invece di stare incollati alla terra, ce ne fossimo sradicati, che ci fossimo liberati perfino della gravità. Come piume.

Sappiamo in anticipo che li hanno separati il rapporto di amore-odio con Napoli, il peso dei vincoli, la differenza che passa fra voler bene e amare. Lei sempre in volo, lui che non ha mai preso un aereo; lei che lo invita ad Atene a conoscere la sua moderna famiglia allargata, lui che al contrario la porta in visita nell'angusta Vallesaccarda. Un paesino di provincia, devastato ancora dalle conseguenze del terremoto dell'Irpinia, in cui per la prima volta Heddie si sente una forestiera – colpa di una suocera dalle parole sporadiche e sentenziose e di un pronome personale, “edda”, che la bolla spietatamente come altro da loro. La Goodrich, eppure, parla un italiano perfetto e conosce sfumature dialettali che perfino a me, di mamma e padre casertani, talora sfuggono. Ha una dialettica fuori dall'ordinario e, durante la lettura, sorprende grazie a una lingua di cui è padrona esemplare e a pennellate precisissime. Scrive meravigliosamente bene, e noi abbiamo la fortuna di non leggerla in traduzione: impressiona realizzarlo, ma tant'è. Quest'autrice scrive in italiano e pensa in napoletano. Testimoni di un tale imprinting, mi sono scoperto commosso: gli occhi bruciavano qui e lì, e non soltanto per lo smog che evoca. Erano gli anni del servizio militare, della fiducia nel futuro, delle immagini da cartolina da smantellare. Di un'euforia involontaria, di un'anarchia che riguardava tanto il sesso quanto la politica, in cui si tremava di ingiustizia e grandi speranze. Non bastava rifugiarsi sotto il vano della porta per sfuggire al terremoto in agguato. La protagonista, così, si è resa irraggiungibile per non soffrire più. Da scambi iniziali in stile Le ho mai raccontato del vento del Nord, infatti, sappiamo che vive dove lui non potrà mai raggiungerla né dimenticarla. Colpa delle lingue diverse, degli stili di vita agli antipodi, dei mondi inconciliabili che passano fra chi torna e chi parte. Perduti nei Quartieri Spagnoli raccoglie tutto quello che resta. La bellezza di un accento riconoscibile fra mille, un briciolo di rimpianto, un odore che si insinua nei capelli o sui vestiti. Come olio per friggere le cotolette, i crocchè, la pasta di pane lievitata. 
Non basteranno i lavaggi. Non basterà l'impegno di scordarsi. Qualche parola in dialetto persiste, e resiste anche un po' d'amore. In un incredibile lessico sentimentale che supera con eleganza il tempo, lo spazio, l'intrico inestricabile delle viuzze, e punta con un colpo d'ala al cielo aperto. Un ritaglio di azzurro stentato, fra le lenzuola che sventolano, le sinfonie ritmiche di piatti e bicchieri, lo sfrigolare profumato del soffritto sul gas.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio: Arisa – Vasame