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mercoledì 6 marzo 2019

Recensione: Tu sei parte di me, di Bosco, Caboni, D'Urbano, Greco, Sànchez, Scotti, Sparaco

| Tu sei parte di me, di autrici varie. Garzanti, € 17, 90, pp. 192 |

Si chiama Isabella ma, per ironia della sorte, bella non è. Merito di una mamma come Virginia, ex stella del cinema, famosa per l'umorismo impietoso e l'allontanamento dalle scene – gli amanti celebri, i matrimoni falliti, il tentato suicidio. Vive a Roma, in una casa mausoleo, assieme una figlia che giudica votata alla mediocrità: badante di una capricciosa e inquietante Bette Davis, ormai cinquantenne, Isabella si domanda se sia troppo tardi per affrancarsi. Troppo, ancora, per sperare che in un momento d'insania – o forse di lucidità – quella genitrice spietata ci rivolga finalmente una parola gentile?
Barbara, donna d'affari, è seduta in una sala d'attesa: aspetta il verdetto del ginecologo di fiducia e medita intanto su come sarà il suo destino di mamma single. Meglio coinvolgerlo oppure lasciare da parte, un uomo poco propenso agli impegni a lungo termine? La gravidanza è una rivoluzione. Invita a ragionare sul peso dell'incomunicabilità: in una relazione sentimentale, nel ruolo futuro di genitore.

E continuerò a ripeterlo, perché il silenzio è una barriera inutile, mentre l'amore è complicità e condivisione.

Veronique, indossatrice lontana dalle passerelle, costringe la figlia Lenora a stringersi in una taglia 38: messa a stecchetto, costretta a realizzare i sogni di qualcun altro, l'adolescente risponde con rabbia e voracità ai dettami della mamma manipolatrice. La ribellione è abbuffarsi a piacimento, senza mai chiedere scusa; scegliere una taglia comoda, vestiti non più appariscenti, concedendosi un sorriso davanti al tavolo imbandito.
Cara e la piccola Vita, sole per un po', hanno aperto la porta alla gentilezza di Carlo: un uomo che sognava di diventare papà e di possedere una casa spaziosa, con un cedro in giardino. Davanti a una seconda gravidanza, al trasloco, Cara rimpiange i segni sul muro e la passata routine. Ne sentirà nostalgia? Non è possibile portare la vecchia casa con loro tre? La lezione, importantissima, arriverà da chi meno te lo aspetti.
È subdola, iperprotettiva, maniaca del controllo. Un altro esemplare di madre che desidera molto, forse troppo, per una figlia eppure senza particolari doti imprenditoriali. All'indomani del divorzio, come mantenere lo stesso stile di vita se non dandosi alla macchia, spingendosi fino all'omicidio a sangue freddo di una rivale sbucata da una soap opera latino-americana?
Da una commedia grottesca, con un finale dalle tinte sanguinolente, si passa poi alle contraddizioni e al fascino del profondo Sud Italia. A ruoli invertiti, questa volta, è una figlia a prendersi cura della mamma retrocessa al ruolo di bambina indifesa: la protagonista ha una colpa da farsi perdonare da Adua. Manipolata dal padre crudele, da bambina era stata artefice in prima persona della follia della madre: il suo gioco preferito, farla impazzire.
Un passeggino che sparisce al centro commerciale. Una donna in lacrime, sull'orlo di una crisi di nervi, troppo spossata dalle notti in bianco per stare sul chi va là: la paura di perderlo, all'improvviso, acuisce l'attaccamento naturale verso un neonato sentito a lungo come estraneo.

Bisognerebbe sempre avere un nome che corrisponda a ciò che siamo, altrimenti tutta la nostra vita diventa una bugia.

Sette autrici famosissime, sette racconti che oscillano dalla fiaba nera al dramma psicologico senza mai uscire fuori traccia: con l'avvicinarsi dell'otto marzo si parla infatti di mamme e figlie, di donne. Moderne, spregiudicate, verissime, rifiutano a sorpresa il politicamente corretto e si raccontano in pagine oneste, a volte perfino brutali, in cui ad appassionare sono soprattutto i rapporti al limite e i grandi soprusi: con il rischio stonino un po', così, i racconti più delicati. Ci sono le grandi conferme – Federica Bosco e Valentina D'Urbano –, le autrici che definitivamente non fanno per me – Cristina Caboni e Clara Sànchez –, le sorprese inattese – Carmela Scotti, con il racconto migliore – e firme amiche da cui era lecito aspettarsi qualcosa un po' di più – Evita Greco e Simona Sparaco. La lettura, varia ed emozionante, si è comunque rivelata superiore alle attese: attratto soltanto da un paio di nomi in copertina, con la convinzione che mi sarei limitato a piluccare le storie fra un romanzo e l'altro, ho scoperto nella raccolta Garzanti ben più che un semplice riempitivo infrasettimanale. Bensì capitoli di guerre civili, di prospettive agli antipodi, che aprono gli occhi e spesso atterriscono. Cosa significa essere scrittrici – mamme, figlie – oggi, con maggiore voce in capitolo sul lavoro, sul corpo, sulla volontà di vedersi o meno genitrici? Le protagoniste, intrappolate in rapporti di amore-odio, sono figlie dei nostri tempi. Rancorose, piene di dubbi ed errori, talora recidive, descrivono spietatamente gli effetti della gravidanza sul corpo e sulla psiche. Rabbia e tenerezza si compensano. I figli, infatti, sono un legame per la vita: un'eredità e un vincolo. A volte proteggono, altre tarpano le ali. Metastasi benevole cresciute tuo malgrado: inscindibili e dolorosissime parte di te.
Il mio voto: ★★★ +  
Il mio consiglio musicale: Fiorella Mannoia – Quello che le donne non dicono

venerdì 20 ottobre 2017

Recensione: Parla, mia paura, di Simona Vinci

| Parla, mia paura, di Simona Vinci. Einaudi, € 13, pp. 128 |

Era nell'aria che ci incrociassimo. Il desiderio a voce alta di leggerla, così, si è trasformato in un pacchetto blu poggiato sul mio comodino: regalo inatteso di una persona che mi presta ascolto, sempre, e che sa rendere le paure più piccole. L'ultima fatica di Simona Vinci – e uso il sostantivo fatica con cognizione di causa – è un libro senza precedenti, soprattutto considerando una densa biografia che spazia dalla letteratura cannibale al racconto, dal Premio Campiello alla traduzione della poetessa Kate Tempest. Vulnerabile, dolorante, personalissimo, a tal punto che non saprei bene cosa dire. Perché mi si è svelata la Simona donna, non la scrittrice, e confido che alla prossima occasione saprò scorgerla meglio tra le righe. Parla, mia paura suona come un invito a far luce sui mostri invisibili della depressione. Una bestia nera qui braccata, qui immortalata. Le fobie irrazionali, le mancanze sepolte, l'inclinazione alla malinconia di chi triste forse ci è diventato, forse ci è nato e basta.

Sarei morta. Quella notte. E quella dopo. E quella dopo ancora. Avrei continuato a morire finché non sarei morta davvero.

Un orizzonte di notti inesorabili in cui tutto il mondo dorme, ma tu non chiudi occhio. La tentazione di usare qualsiasi cosa – corde, lamette, pasticche – contro di te. Il pensiero incancellabile che soltanto il suicidio possa darti meritato ristoro. La paura obbedisce, da brava: risponde per le rime. Mai filtrata, mai educata. Presenza strisciante, muta, che ti salta al collo e ti succhia il sangue, grazie a una scrittura ora scabrosa, ora ricercata. Simona ne contrasta gli eterni ritorni facendo chiarezza. Chiedendo e offrendo aiuto. Prendendosi cura di sé stessa, con le fughe dall'altra parte del mondo, qualche ora a settimana sul lettino dell'analista, il ricorso alla chirurgia estetica dopo una dieta debilitante. Parla a noi, alla sua coscienza, alle canzoni generazionali di Chris Cornell, a un amico che non c'è. Di un dolore giovane, taciuto per vent'anni, e di una malinconia curata male con l'imbarazzo del silenzio. Della casa vissuta come trappola mortale, e della pace che le ispira il verde dei giardini. Di un figlio all'inizio non desiderato, poi messo al mondo sentendolo estraneo, infine compreso quando a unirli sono arrivate le prime parole balbettate. 

Tu sei la forma del buco
Dentro il mio cuore.

Parla, mia paura è il soliloquio di una signora scrittrice che si spoglia di altre storie per indossare eccezionalmente la propria. Le stava stretta. A lungo, non le è piaciuta. Pizzicava la pelle come certi maglioni d'inverno. Faceva difetto in qualche punto. Ci si sente osservati, infatti; fuori posto. Come se tutti percepissero la bruttezza delle nostre cuciture, delle nostre cicatrici, e la forzatura di un benessere stentato. Onestamente, non ho apprezzato i momenti in cui i toni da saggio tolgono immediatezza alla confessione. Qualche tecnicismo di troppo (soprattutto nel penultimo capitolo dedicato ai meccanismi della sanità in Italia) e un ricorrere alle parole di altri (delle canzoni rock e del cinema d'autore, degli scienziati e dei filosofi) per farsi coraggio e schiarirsi la voce qui e lì. Il monologo sa aprirsi però al dialogo. Con chi dall'abisso ci è passato a nuoto. Con chi per sua fortuna mai ci passerà, ma in caso saprà farsi trovare in allerta; pronto. La via di fuga sono le belle persone che ti sorprendono, di mercoledì pomeriggio, e i libri così. Loro, e cognomi che sembrano imperativi categorici. Simona, vinci.

Le parole mi hanno salvata, ancora una volta.

lunedì 20 febbraio 2017

Recensione: Sono cose da grandi, di Simona Sparaco

E finché sarò in vita, amore mio, ti prometto che farò di tutto per redere la nostra casa, la nostra realtà, un luogo in cui valga la pena fare ritorno.

Titolo: Sono cose da grandi
Autrice: Simona Sparaco
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 98
Prezzo: € 12,00
Sinossi: Un giorno, davanti alla televisione, per la prima volta Simona riconosce negli occhi del figlio la paura. E non è la paura catartica delle fiabe, è quella suscitata dalla violenza del mondo. La frase usata fino ad allora per proteggerlo «sono cose da grandi» non funziona piú. Cosí decide di rivolgersi a lui, con semplicità, per dirgli ciò che sulla paura ha imparato. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire i propri desideri. Scrivendogli scopre la propria fragilità, e in questa fragilità, paradossalmente, una forza. In questo tempo incerto e minaccioso, una madre prova a decifrare il mondo per suo figlio, reinventandolo attraverso i giochi e le storie che crea ogni giorno per lui.

                                  La recensione
In Nessuno si salva da solo c'è una scena che mi è rimasta impressa. Delia – nella versione cinematografica, una Jasmine Trinca bravissima e scostante – viene colta da una crisi di panico all'Ikea. Perde d'occhio Cosmo, il figlio piccolo, e l'ansia la blocca. Pensa a un rapimento. Poi, in ordine sparso, a malanni ormai debellati e a scene catastrofiche. Sembra assurda, lì per lì, ma ho intuito che è così che va. Ho ripensato agli schiaffi quando i miei genitori mi perdevano d'occhio e, in cuor loro, erano solo felici di avermi ritrovato. Ho capito che, quando metti al mondo qualcuno, è impossibile rassegnarsi alla serenità. Ecco le madri in piedi, in pigiama, se il sabato sera torni tardi. Ecco i rimproveri, sempre gli stessi, che sono sintomo d'affetto. Le ansie e i grattacapi dei genitori di oggi sono uguali a quelle dei genitori di ieri? Le raccomandazioni – i vari guarda a destra e a sinistra prima di attraversare, i non accettare caramelle dagli sconosciuti – sono cambiate? Simona Sparaco, scoperta lo scorso anno con Equazione di un amore e ritrovata a gennaio con il più datato Se chiudo gli occhi, è tornata in libreria con cento pagine che parlano di lei e di un adorabile quattrenne che ha il nome di mio fratello e un'incantata visione del mondo. In casa sono soltanto lei e Diego: si bastano. Hanno un macinino che porta un soprannome buffo, un cane e un uomo altrove, Valter, che chiama ogni sera per non far pesare la sua lontananza. Figlio di genitori separati, Diego cresce sano, sensibile e curioso. 
Vive sereno, con una mamma scrittrice che gli ha insegnato la particolarità delle famiglie contemporanee e l'effetto terapeutico delle storie. La scorsa estate, però, succede qualcosa. L'attentato a Nizza, il centro Italia che trema. La TV che trasmette d'un tratto immagini di morte, e non si fa abbastanza in fretta per raggiungere il telecomando e cambiare canale. Il bambino è in quella fase in cui ha una domanda per tutto. Come difenderlo senza fargli vivere una bugia? Come ammonirlo senza contagiarlo con la paura? Come preservarlo senza costruirgli intorno una campana di vetro? Si fa prima a cercare le risposte che le scuse, ha intuito Simona: una donna che mette sempre del suo nei personaggi, un'autrice che si mette a nudo. Tra le pagine, questa volta, gli aneddoti grandi e piccoli, le riflessioni sparse sull'allarmismo e il pregiudizio. La verità senza fronzoli, che mi rende impossibile misurare le pagine col righello o assegnare le classiche stelline di Anobii. Sono cose da grandi, sì: da genitori che, un giorno, giungeranno inevitabilmente a riflessioni simili. Ci vorrà il tempo per capirle e, magari, tornare a leggerle. Sposarsi, fare figli, sono un salto nel vuoto. Quanto coraggio ci vuole, quanto amore, per regalarsi un figlio in questi tempi malsicuri? La terra è come un'immensa tartaruga, noi siamo sul suo guscio: ci stringiamo per non cadere. Di alcuni camion, anche se il tuo eroe è il ragazzo che lavora per la nettezza urbana, c'è di che preoccuparsi. Sono cose da grandi si legge in un niente, ed è in un niente che ti tocca. Una lettera delicatissima, lieve ma tutt'altro che impalpabile, ispirata a punti di domanda che incalzano. A ferite che non smettono di prudere, se non arriva una farfalla in vola a distrarci.
Il mio consiglio musicale: Cat Stevens – Wild World

venerdì 20 gennaio 2017

Recensione a basso costo: Se chiudo gli occhi, di Simona Sparaco

Si parla troppo delle proprie emozioni, di comportamenti giusti o sbagliati, e nessuno più racconta la storia che c'è dietro. Ma sono le storie a dirci chi siamo e da dove veniamo. Sono le fiabe che ci curano.

Titolo: Se chiudo gli occhi
Autrice: Simona Sparaco
Editore: Giunti
Numero di pagine: 272
Prezzo: € 6,90
Sinossi: Viola nella vita ha imparato molto bene una cosa: a nascondersi. Abiti di una taglia sempre troppo grande, un lavoro che non le dà alcuna soddisfazione e ben lontano dalle sue passioni di bambina, un bravo ragazzo come marito, con cui però, forse, l'amore non c'è mai stato. Poi un giorno, mentre sta sviluppando rullini di gente infelice al centro commerciale, si fa largo tra la folla un uomo alto e dinoccolato, ancora bello nonostante l'età: è suo padre, l'artista famoso, l'irregolare, l'eterno bambino. È tornato, è venuto a cercarla per proporle un viaggio nelle Marche, la loro terra d'origine, e per dirle una cosa molto importante. Ma come fidarsi un'altra volta dell'uomo che l'ha abbandonata? Come credere di nuovo a una delle sue funamboliche storie? La tentazione è troppo forte e Viola accetta. Un segreto custodito per anni condurrà padre e figlia alle pendici dei Sibillini dove Viola sarà travolta da una nuova forza e una nuova luce, proprio come il cielo di quei posti. È un viaggio magico se il prezzo della felicità è abbandonarsi con gli occhi chiusi al potere della vita e all'amore che è pronto ad accoglierci.

                                             La recensione
L'abbandono non prevede rappresaglia: al nemico che leva in alto le mani non puoi sparare al cuore. 
Viola ha ventinove anni e ha già dimenticato come si fa a brillare. Madre di una bambina che le fa mille domande, moglie insoddisfatta di un uomo falciato dalla crisi economica, ha messo in fermo il suo sogno – vivere scrivendo – e lavora in un negozio in cui si stampano fotografie in fretta e a poco prezzo. Sbircia la felicità e le vacanze degli altri, pensa al passato. Finché un giorno non le compare davanti Oliviero: l'artista celebrato, l'uomo che prende e va. Suo padre. Non si vedono da quattro anni e lui, invecchiato ma affascinante, le chiede come se nulla fosso di seguirlo in un viaggio in macchina verso i luoghi della sua infanzia. Quelle Marche che, all'ombra dei monti Sibillini, custodiscono leggende popolari e memorie. Lei, all'inizio recalcitrante, lo segue. Perché quando un padre chiama e ti dice che ha bisogno di te, alla fine non può fare altro che perderti appresso a lui. Quasi un anno fa, a Sessione invernale appena conclusa, scoprivo Simona Sparaco con la sua ultima fatica, Equazione di un amore
Lo immaginavo romantico e tutt'altro che adatto a me e, invece, mi lasciavo sorprendere da una storia tra Roma e l'estremo oriente che parafrasava i sentimenti con il linguaggio delle scienze esatte e descriveva un personaggio maschile, Giacomo, similissimo a me. Rileggendola, ho capito che Simona Sparaco – candidata al premio Strega per il controverso Nessuno sa di noi, già in whishlist – mi piace. Forte, moderna, dall'animo poetico. Se chiudo gli occhi, però, non si è rivelato una lettura memorabile o particolarmente emozionante. In rete dicono che sia forse il meno riuscito dell'autrice romana, e allora posso tirare un sospiro di sollievo. In meno di trecento pagine, parlare del difficile rapporto tra una figlia amareggiata e un padre avventuroso. Rendere la profonda incomunicabilità, darci stralci di tenerissime conversazioni passate, rievocare con toni delicati la storia di un amore mai dimenticato. Gli uomini della Sparaco, fatto sta, mi somigliano molto. Questo Oliviero dipinge in bianco e nero e nasconde gli oggetti a cui è affezionato nel cuore delle proprie sculture. Nel suo studio, quando Viola era piccola, c'era solo uno schizzo a colori: l'immagine di una donna dai capelli rossi, Pauline, amata e persa trent'anni prima. Ma una gravidanza inaspettata, i doveri verso la famiglia, avevano avuto la meglio. In una baita sulla neve, la protagonista scopre che Oliviero ha sempre avuto il cuore altrove e che c'è un fondo di verità nelle fiabe della buonanotte che lui raccontava. Lo accompagna, fiduciosa nel potere delle seconde chance, e si prende il tempo per farsi un esame di coscienza. Cosa le manca davvero? 
Così il resoconto di quell'invidiabile colpo di fulmine, la scoperta di un'eredita fantastica, cambieranno la percezione che Viola ha del mondo, degli affetti, di se stessa. Se chiudo gli occhi è ben scritto e, pur nella sua brevità, affronta tanti temi: troppi. Ho letto d'un fiato le prime cento pagine, mentre ho fatto fatica con le restanti. Mi hanno toccato gli alti e bassi di questo contrastato rapporto padre-figlia, meno il contorno di boscaioli filosofi e magia. Non amo la natura – semplicemente, non sono tipo da passeggiate ad alta quota e scampagnate, quindi le alchimie tra uomo e ambiente tendono ad annoiarmi un po' – e gli innesti di realismo magico non mi incantano. Inoltre, con il senno di poi, appaiono numerose le somiglianze con quell'Equazione di un amore letto prima, ma apparso soltanto l'anno dopo in libreria. E' un romanzo dai colori autunnali e dai richiami seducenti, questo, che mi ha preso meno del previsto. Il pizzico di delusione, però, il senso passeggero di già letto, non mi impediscono di consigliarlo a chi apprezza le piccole saghe familiari, le gioie semplici, i richiami alla mitologia greca e a Madre Natura. Se chiudeste gli occhi, potreste trovarci qualcosa che vi piace. Io, dubbioso, qui e lì li ho aperti e ho sbirciato. E lo scetticismo e la magia, si sa, litigano. Al pari di un genitore e una figlia ai ferri corti.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tiziano Ferro & Carmen Consoli – Il Conforto

mercoledì 9 marzo 2016

Recensione in anteprima: Equazione di un amore, di Simona Sparaco

Può avere un cuore una testa pensante? 
Si. Può.

Titolo: Equazione di un amore
Autrice: Simona Sparaco
Editore: Giunti
Numero di pagine: 352
Prezzo: € 18,00
Data di pubblicazione: 9 Marzo 2016
Sinossi: Singapore è una bolla luminosa a misura di gente privilegiata e Lea, che non indossa nemmeno un gioiello, ha lasciato Roma per vivere lì. Ha sposato un avvocato di successo che nel tempio finanziario del consumo ha trovato le sue soddisfazioni. Anche se a tratti è punta da una nota di malinconia, la ragione le dice che non avrebbe potuto fare scelta migliore: Vittorio è affidabile, ambizioso, accudente. È un uomo che prende le cose di petto e aggiusta quello che non va; come quando ha raccolto lei, sotto la pioggia, un pomeriggio londinese di tanti anni prima. Al cuore di Lea invece basta pochissimo per confondersi: l’immagine di un ragazzino introverso, curvo su una scrivania a darle ripetizioni di matematica. Si chiama Giacomo e Lea non ha mai smesso di pensare a lui. L’alunno più brillante, il professore più corteggiato, l’amante passionale, l’uomo codardo. Lea sa bene che deve stargli lontano, perché Giacomo può farle male: c’è un’ombra in lui, qualcosa che le sfugge, ma che lentamente lo divora. Quando una piccola casa editrice accoglie il romanzo che ha scritto, Lea è costretta a tornare a Roma, e ogni proposito crolla. Il passato con tutta la sua prepotenza li travolge ancora una volta, con maggior violenza e pericolo. Secondo i principi della fisica che Giacomo le ha insegnato, nulla può separare due particelle quantiche una volta che sono entrate in contatto. Saranno legate per sempre, anche se procedono su strade diverse, lontane e imprevedibili.
                                                 La recensione
La tua mente è un ingranaggio perfetto.” Lui sorrise.
“Tutt'altro. Alle volte mi sento come questo scarabocchio” e indicò una specie di conchiglia ai margini del foglio. “Invece sei così.” Lea aveva tolto il tappo a un UniPosca azzurro e disegnato un cerchio perfetto, senza sbavature.
Un aereo che prende quota, una ragazza che cammina avanti mentre si guarda indietro, un cielo di nuvole azzurre e rosa. Quell'aereo l'ha portata lontano, ma lei è una di quelle che afferrano le mani del vicino di posto alla minima turbolenza e che scoppiano in un applauso se l'atterraggio è perfetto. Spera di chiudere gli occhi, a bordo, e svegliarsi dall'altra parte del mondo. Quella ragazza che viaggia, un po' qui e un po' lì, si chiama Lea, va verso i quaranta e cinque anni prima, finalmente, si è fermata. Cresciuta a Roma, è scappata a Londra e, a Piccadilly Circus, studentessa di cinema sotto la pioggia, è stata raccolta da uno sconosciuto che le ha promesso fedeltà eterna, tutta la costanza possibile e Singapore. Città giardino, metropoli futurista, in cui prendersi cura di un corpo magrissimo e lasciarsi andare a Vittorio. Il cuore è altrove però, irraggiungibile: promesso, vent'anni prima, a un altro così diverso da quel partner accomodante, indaffarato, banchiere. Marito e moglie provano ad avere un erede e Lea, intanto, scrive di dittatori benevoli, italiane all'estero, scelte a confine. Nel mentre, si rivede adolescente: una bambina che non si è mai ripresa da un primo amore che, purtroppo, non si scorda mai per davvero. Le novità viaggiano più in fretta degli spermatozoi di Vittorio, che forse son pigri: la buona notizia della pubblicazione, a cura di una piccola realtà editoriale, precede il mancato arrivo del bambino desiderato. Lea vola, così, seguendo la rotta inversa: torna dove tutto è iniziato – e dove, in fondo, non ha mai avuto fine. Volevo leggere Simona Sparaco dai tempi dell'esordio, io che per la nostra narrativa ho sempre avuto un debole. Simona affrontava situazioni forti, di petto; parlava di coppie scoppiate, famiglie a pezzi, terre esotiche. Complice l'attenta promozione al suo ultimo romanzo, è da Equazione di un amore che parto. Quello che meno mi ispirava, son sincero. In quelli che lo avevano preceduto, infatti, temi nelle mie corde: in uno la tragedia di una gravidanza a rischio, nell'altro la riconciliazione con un padre zingaro e in questo, scritto al presente e al passato, l'amore senza giri di parole e senza imbrogli. L'amore al centro, sin dal titolo: prendere o lasciare? Mi avvicino alla storia di Lea, perciò, con il dubbio. La Sparaco la avevo immaginata diversa, non so neanch'io più come, ma mi colpisce: bastano poche pagine appena. Uno stile denso e poco aforistico, una conoscenza approfondita di costumi e riti, personaggi appassionati. Lea, reduce da una relazione autodistruttiva, in pace con se stessa, fa ritorno per due mesi a Roma con un manoscritto da correggere: il viaggio estenuante e gli angoli segreti della sua infanzia le portano alla mente Giacomo. Lei era una frana con i numeri e lui, di cinque anni più grande, era una frana con le persone. Tutte le strade portano a Roma, e quant'è piccolo il mondo? Perché è Giacomo, lo stesso ragazzo che l'ha fatta innamorare prima tra i banchi di scuola e poi nel suo covo bohémien, che si occuperà di fare dell'opera prima di Lea un best-seller. 
Il comunista in erba dagli ideali utopistici, il ventenne con le smanie da filosofo e la barba sfatta che sonnecchiava su un'isola greca, è passato dalla matematica alla letteratura. Coltiva il sogno di un altro. Resta colto, ipercritico, saccente, e ha in pugno una penna rossa per correggere le sviste, i refusi e, sotto sotto, parlare di loro due. Di cosa hanno combinato e di cosa, volendo, avrebbero potuto combinare. Scrivendo ai margini della parziale autobiografia di Lea quello che, tra gli anni Novanta e il nuovo millennio, il ginnasio e gli anni da matricola, si sono fatti. Tardi, allora, per dirsi l'essenziale e, magari,  “scusa”? Equazione di un amore parla di due vecchi amanti che insieme stanno da cani e soli peggio ancora. Si rivedono e sentono che la loro storia irrisolta è un arto fantasma che, quando piove, torna a pizzicare. Nonostante abbia difficoltà a rapportarmi con le equazioni tanto quanto con i romanzi sentimentali – quelli che non prevedono crossover o appigli, dico: quelli sugli amori normali, quotidiani, nudi e crudi -, il romanzo di Simona Sparaco mi è piaciuto molto e solo alla fine ho titubato. Un prefinale convincente, che in realtà pensavo e desideravo fosse il finale vero e proprio, e cinquanta pagine che avanzavano. Cosa c'è lì, Simona? Ci sono stati lo sconcerto e un pizzico di delusione: io che vedo e provvedo, io che ho il pallino del blues più struggente, per la prima volta o quasi mi sono mi sono sentito preso alla sprovvista. Colpo di scena. Un'ultima tappa in cui la magia dell'oriente non risparmia neanche il viandante, romantiche sincronie, superstizioni affascinanti, cenni alla metempsicosi. 
Discorsi che valgono anche per una expat? E per la prima volta o quasi mi sono rivisto in un lato del triangolo: quel Giacomo al vertice che è chiuso a riccio e tanto fa penare la devota Lea. Più per gli aculei e gli hobby – fa il lavoro che vorrei, è moro e spettinato, ha un mondo segreto – , in realtà, che per la gente che abbiamo fatto piangere. Ma stiamo bene per conto nostro – e non è una scusa per darsi alla pazza gioia, ma un'autentica esigenza alla solitudine, un'inclinazione alla malinconia che è più forte degli obblighi del vivere sociale – e se qualcuno ci prova, a riscaldarci, a trovare un pertugio nell'armatura, fa fatica sprecata. Lea, a un certo punto, leggendo una fiaba, racconta di una giraffa che si è innamorata del sole e, come un Icaro romantico e donna, si brucia le antenne. Simona, che le dà man forte senza tralasciare, però, l'umanità di un marito un po' noioso e i moventi di un amante ostinato, ribatte che il cuore - l'unico organo che ha bisogno di una guaina, il pericardio, perché troppo esposto – non è come la coda delle lucertole. Se squarciato per dispetto, non ricresce mica. Ho confuse reminescenze di chimica: gli esercizi per bilanciare gli elettroni, ad esempio. Come si procedeva non lo so, ma in sintassi accade qualcosa di simile con i verbi, spostandomi in un ambito in cui posso mettermi più comodo: all'esame di Linguistica Generale mi hanno chiesto, infatti, una cosa che si chiama “valenza”. Ci sono verbi che hanno bisogno di un solo argomento – i monovalenti: sarà facile intuire, dunque, cosa siano i bivalenti, i trivalenti e così via – e atomi, nelle scienze, che hanno la capacità di combinarsi con altri atomi guadagnando o perdendo elettroni. Due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, insieme, costituiscono la formula dell'acqua. L'amore, invece, è un verbo bivalente; transitivo. La calorosa Lea e lo sfuggente Giacomo, insieme, rappresentano le intricate parentesi da risolvere, in Equazione di un amore. I sentimenti, come la matematica, non sono cosa per tutti. Come i numeri sono infiniti, misteriosi, universali. Se qualcuno ti si siede accanto e te li spiega, e non ti inganna né ti rimprovera, proprio come la maestra Sparaco fa, passa d'un tratto la paura di sbagliar(si)e.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ivano Fossati – Carte da decifrare