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giovedì 15 ottobre 2020

Recensione: L'ultimo marinaio, di Andrea Ricolfi


| L’ultimo marinaio, di Andrea Ricolfi. Garzanti, € 16, pp. 156 |

Ci sono quei romanzi in cui sarebbe splendido trasferirsi. Ci pensate mai? A me è accaduto di recente con l’esordio di Andrea Ricolfi. Leggendo di acque tumultuose, scogliere a picco ed eremi immaginari, durante la lettura ho desiderato di volare in Norvegia per riprendermi dai dispiaceri dell’anno corrente. Sull’isola di Noss, partorita dalla fantasia dell’autore, è possibile fronteggiare un mare straordinariamente grande e imbattersi in bellissime case con le persiane tinteggiate di blu. In una di queste case Matias e il suo migliore amico hanno inaugurato una scuola nautica. Vinden Hus fungerà anche da ostello per allievi e maestri, sarà aperta tutto l’anno, e gli ospiti potranno fermarsi lì per tutto il tempo che serve: imparare i segreti della navigazione, infatti, è stancante. Dopo aver letto un annuncio sul giornale, alla porta di Matias si presenta Tomas: sgualcito e appassionato, conosce il mare come le proprie tasche ma ammette di non averlo mai saputo domare. L’insegnante di navigazione si muove nel mondo con leggiadria, parla come un poeta, somiglia a un vulcano attivo: spericolato, a volte esplode in azioni tanto avventate quanto coraggiose.

Un saluto su un’isola equivale a dire: “Mi sono accorto che ci sei anche tu, e guarda: ci sono anch’io”. Per questo mi piacciono le isole”.

L’ultimo marinaio è la breve cronaca di vite semplici, invisibili, senza ambizione. Ormai anziano e vedovo, il protagonista – in procinto di lasciare la scuola in eredità al figlio – ripensa con malinconia contagiosa agli amici, alle avventure, agli amori. Racconta di un mare talora ostile, di grigliate deliziose animate dai canti dei balenieri, di tragedie sventate ed epifanie, di animali colossali da cacciare fino in capo al mondo: l’animale più crudele di tutti, però, resta sempre l’uomo. In una narrazione d’altri tempi, dove si avvicendano dettagli macabri e momenti di contemplazione, la voce di Andrea Ricolfi e quella del suo Matias risuonano timide ed essenziali: in sole centocinquanta pagine, perciò, non hanno il tempo di mettersi al servizio di una storia degna di memoria. Questo romanzo Garzanti sui generis, con una copertina che ricorda quella degli Einaudi Supercoralli, è fatto di atmosfere palpabili, non di fatti. Di personaggi puri di cuore, vecchio stile, che stanno bene lì dove stanno. Farebbero male a seguire invece gli stimoli esterni, i sentimenti, l’ignoto delle colonne d’Ercole?

Eravamo entrambi inerti, come intrappolati in una bolla. Un po’ era la giovinezza, che con l’impeto che si porta dietro  non aiuta a fare scelte sagge. Un po’ era colpa del mare. Anche se non ti sommerge, in qualche modi ti ingloba e presto non se più in grado di concepire, se mai lo sei stato, un solo pensiero, desiderio o speranza che non si incastri con le sue esigenze. Può essere più o meno delicato nel fartelo sapere, ma è lui che decide tutto della tua vita.

Il risultato è una storia di uomini e natura, in cui l’ambientazione norvegese è un pregio e un difetto insieme: se da un lato regala lunghi passaggi descrittivi – i più belli –, dall’altro a volte fa storcere il naso per via dei natali italiani dell’autore. Nonostante Ricolfi conosca bene la Norvegia, leggendo il suo esordio non ho mai trovato traccia della magia o della fascinazione che ad esempio accompagnano i romanzi della Iperborea. La sua delicatezza, purtroppo, finisce per somigliare a una mancanza di fermezza tanto nello stile quanto negli intenti. Lento, dolcissimo e contemplativo – troppo per i miei gusti –, il romanzo avrebbe avuto bisogno di una storia più appassionante. Invece è come un modellino di barca, piccolo e cesellato, che a causa di dialoghi troppo enfatici e di figuranti appena abbozzati non riesce mai a portarti al largo. Reduce da questa lezione di sopravvivenza, ho avuto la sensazione di non aver imparato a sufficienza. Per il resto, buon vento a tutti. 

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Molly Sandén – My Hometown (dal film Eurovision Song Contest)

mercoledì 4 settembre 2019

Recensione a basso costo: Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano

Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano. Garzanti Superpocket, € 6,90, pp. 414 |

A bordo di un Suv BMW ci sono tre diciassettenni dall’aria sospetta. Il veicolo è rubato e, per di più, nessuno di loro ha la patente. Alla guida c’è Giorgio: vestito a lutto, preso spesso in giro per un’omosessualità mai confermata, incespica nelle parole giacché balbuziente da sempre e poiché, quella mattina stessa, ha sepolto il fratello maggiore: Luca ha portato nella tomba con sé un segreto non così inimmaginabile e una passione per le canzoni di Michael Bolton. Accanto, al posto del passeggero, siede il migliore amico Filippo Maria: uno con il nome da nobile e un’infanzia da disperato, che storpia e inventa parole a caso – è dislessico – ma ne ha di sceltissime quando si tratta di insultare il prof di fisica, corteggiare l’ambita Giada o fare i conti con una madre traditrice che l’ha abbandonato in fasce. Dietro, con il viso che sbuca fra i poggiatesta, c’è Claudia detta Clo: cresciuta in comunità con il mito di Thelma & Louise, sgraffigna cose al centro commerciale per sport – cellulari e pistole – e su foglietti volanti prende nota dei dettagli che rendono questa esistenza degna di essere vissuta. Sono in fuga, e lo erano anche prima di incrociarsi. Il primo punta a San Martino, il secondo a Pisa e la terza direttamente in Francia, tanto grande l’ansia di essere sbattuta in un carcere minorile. 

Al mondo importa poco sapere chi sei e perché fai quel che fai. Al mondo importa solo essere convinto di saperlo. 

Questo folle trio è unito da un piano preciso: realizzare, in giornata, quei desideri indicibili che poco prima si sono sfidati a urlare a voce alta. Ma a raccontarci il sogno di una vita spericolata, a far davvero da collante, è la penna ritrovata di Enrico Galiano: al suo esordio, qualche anno fa, l’insegnante più popolare del web aveva riempito di dolcezza e malinconia con una storia d’amore sui generis che tutt’oggi ricordo con affetto. Sapendolo ormai in libreria con il suo terzo successo, complice la ristampa economica di questo titolo intermedio, ho recuperato a ritroso la sua seconda fatica: all’epoca dell’uscita, fra pareri discordanti e una trama che ispirava meno fiducia, avevo scelto di aspettare il tascabile. Magari l’estate? Letto sotto l’ombrellone in un paio di pomeriggi, un Galiano più leggero e divertito racconta attraverso una baraonda di voci diverse la cronaca di un sabato all’insegna delle effrazioni e dell’ora o mai più. Un’avventura politicamente scorretta, dove sul capo dei personaggi pende un serissimo mandato d’arresto: contro di loro sono infatti state sguinzagliate tre pattuglie dei carabinieri, dal momento che, fra le innumerevoli malefatte, Clo e soci hanno indossato maschere di Shrek per rapinare una trattoria frequentata dai peggiori xenofobi. 

Non è vero che nasciamo una volta sola, possiamo nascere tante volte, nasciamo quando mettiamo per la prima volta un passo dopo l’altro e riusciamo a camminare, nasciamo il giorno in cui finalmente decidiamo di dire qualcosa che ci siamo tenuti dentro per troppo tempo, e poi, e poi, nasciamo quando per la prima volta mettiamo il naso nel cuore di qualcuno e lasciamo che qualcuno metta il naso nel nostro, e ne sono sicura perché è quello che è successo oggi, e quindi lo so. Ecco cosa volevo dirvi, nel caso non ci vedessimo mai più. Che alla fine possiamo nascere infinite volte la prima volta non la decidiamo noi ma le altre sì, quello succede a tutti, ma vivere, quanti vivono per settant’anni senza aver mai vissuto davvero? No, ora lo so, vivere è una cosa che si va a prendere, che si strappa via, con le unghie e con i denti. E nasci ogni volta che te lo ricordi.

Per me inferiore al romanzo che l’ha anticipato, Tutta la vita che vuoi è una vicenda a lungo indecisa fra semplicità – in chiusura, ecco svelate le poetiche voci della lista di Claudia – ed esagerazioni da teen comedy americana. A tratti potrebbe ricordare perfino un po' troppo Città di carta, letto ai tempi con occhi innamorati. Ma c’è del buono, sì: il cenno a un triangolo platonico ma poliamoroso, che affronta con coraggio la sessualità dei suoi protagonisti, e lo spirito da canaglia che non ti aspetteresti mica da un autore all’inizio paragonato – ricordiamolo, sono entrambi insegnanti – al lezioso D’Avenia. 
Per quanto questa volta non mi abbia entusiasmato, galeotta una vicenda con sprezzo del buon senso che a venticinque anni mi ha già fatto sentire un vecchio brontolone, Enrico Galiano continua a piacermi. Non fa partacchioni gigioneggianti, non ti guarda dall’alto in basso, né dà lezioni prestampate – qui non ne dà affatto, forse, e a me è parso un po’ il suo vero limite. Sembra immaturo e divertito tanto quanto il suo trio. Sembra, a colpo d’occhio, che questa sia l’opera prima anziché una sperata riconferma.  
Non è un romanzo perfetto, non il romanzo che aspettavo. Ma è un viaggio che delle sue sbavature, dei suoi atti vandalici grandi e piccoli, delle sue trasgressioni alla piattezza del quieto vivere, va sinceramente fiero. E per questo fa simpatia dall’inizio alla fine, facendoci cadere “eppure felici”, nonostante il posto di blocco al prossimo svincolo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro - Rolls Royce

lunedì 13 maggio 2019

Recensione: Lena e la tempesta, di Alessia Gazzola

| Lena e la tempesta, di Alessia Gazzola. Garzanti, € 16, 40, pp. 192 |

Ci siamo salutati lo scorso inverno sperando non fosse l'ultima volta. Ma, in pausa dalle indagini dell'Allieva, l'inarrestabile Alessia Gazzola non ha impiegato molto a rimboccarsi le maniche. A sorpresa è tornata in libreria prima del previsto, e a sorpresa può contare su un personaggio femminile che durante la lettura non fa sentire troppo la mancanza della pasticciona Alice Allevi. Congedata a tempo indeterminato la reginetta del giallo, la scrittrice siciliana si è presa una pausa dallo stress degli omicidi e dei romanzi in serie, staccando il biglietto per una destinazione suggestiva. È maggio, ma le vacanze estive sembrano proprio essere giunte in anticipo. Fra le pagine e fuori, allora, si parla di fughe dal traffico di Roma, di nuovi inizi altrove, e ancora una volta scrittrice e protagonista sembrano avere molto in comune. Destinazione, Levura: un'immaginaria isola del Mediterraneo all'ombra di un vulcano sopito, senza aria condizionata, wi-fi, automobili. Un paradiso sponsorizzato perfino dalle riviste newyorchesi, consigliatissimo per staccare la spina da giugno a settembre. Ma per andarci in esilio? Lena, trent'anni e un'esistenza in forse, raggiunge la casa di villeggiatura prendendo l'aliscafo da Palermo: manca da lì dalla bellezza – o dall'orrore – di tre lustri.

Galleggio nella vita come le estremità di certe alghe che solo all'apparenza affiorano in superficie, ma in realtà sono radicate nell'oscuro fondale del mare, e quello che sembra movimento, non è che inerzia. La mia stessa esistenza potrebbe dirsi molto fortunata, al di là del fatto che non ho soldi né un compagno. Questo tipo di assenze, tuttavia, possono sempre mutare ed essere colmate, in quello che mia madre chiama il tourbillon de la vie.

Ogni stanza affacciata sul mare le ricorda cose belle e brutte. Quanti tradimenti e quanti incontri, quante amicizie elettive e quanti matrimoni hanno scelto l'incontaminata Levura come sfondo. Quante grigliate e quanti ospiti dell'ultimo minuto, durante l'adolescenza della protagonista, passavano a trovare mamma e papà: lei autrice di romanzi rosa trapiantata a Parigi, che per temperamento vi ricorderà un po' l'esilarante nonna Amelia; lui scrittore naturalizzato a Brooklyn, con prole internazionale a carico e conoscenze elitarie degne del “Supremo” Malcomess. Su un'isola con una superficie di cinque metri quadrati dove tutti sono potenzialmente imparentati e tutti hanno Giovanna per domestica, purtroppo è facile trovarsi al centro di reunion sgradite o spiare il fare sospetto del fascinoso dirimpettaio. Romantica ma dai modi pratici, intimidita dagli uomini e per questo di indole solitaria, Lena è un'illustratrice in crisi creativa e una donna in guerra contro sé stessa: le inibizioni la frenano, le conversazioni languono, il sesso è tabù. A differenza di Alice, non giunge mai a conclusioni affrettare davanti a una bugia, non cerca l'amore eterno, non conosce leggerezza. Ma puntualmente sarà l'amore a trovare lei nella persona di Tommaso, un altro spasimante in camice bianco, insieme a tutta l'ironia di Alessia Gazzola. Cosa sarà di loro due a fine stagione? E di Cassius, tenero cagnetto in prestito? E della piccola Poppy, adorabile turista straniera la cui famiglia ha affittato casa Santoruvo per le vacanze? Quella di Lena e la tempesta, parafrasando le parole della stessa protagonista, non sfigurerebbe nel bel mezzo delle classiche storie di tenacia e ripartenze in onda negli afosi pomeriggi Mediaset. Sotto il sole a picco, a parte i dolori annidati nell'adolescenza della padrona di casa, niente di nuovo: lo si constata, tuttavia, senza recriminatorie.

Ho navigato acque tempestose, ho dormito in stanze molto buie, ma sono approdata a una nuova storia, tutta da scrivere.

Da quest'ordinaria vicenda di resilienza su uno sfondo da cartolina, infatti, nasce un riuscitissimo ritratto di signora. Lena in passato ha ceduto alle scappatoie delle raccomandazioni, è stata l'amante di un uomo sposato, prende appuntamento con un'analista junghiana, custodisce i suoi pochi averi nel garage di un'amica. Disegna senza scadenze, senza ansie, senza destinatari. E laggiù, in esilio, cerca la voce perduta. I trucchi di una soddisfacente riuscita sono rintracciabili, allora, nel tocco delicato della solita autrice, nella suo inimitabile senso dell'umorismo e in una protagonista, al contrario della Emma di Non è la fine del mondo, lodevole per maturità e fardelli. Alessia Gazzola racconta la rinascita di una donna che volta pagina: lei stessa, lontana dai tavoli autoptici, volta pagina ma non troppo. Intimista senza mai tradire l'intrattenimento delle lettura da ombrellone, turbolento senza preoccupanti nuvole l'orizzonte, il suo ultimo romanzo – ce ne ha promesso un altro entro l'anno, prendiamola in parola – vanta nel titolo una tormenta sia letterale che figurata, nonostante la prevedibilità immancabile dell'arcobaleno in agguato. Nessun uomo è un'isola. E nessun uomo, Lena, può rubarti il sereno dopo la tempesta.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Hooverphonic – Amalfi

mercoledì 6 marzo 2019

Recensione: Tu sei parte di me, di Bosco, Caboni, D'Urbano, Greco, Sànchez, Scotti, Sparaco

| Tu sei parte di me, di autrici varie. Garzanti, € 17, 90, pp. 192 |

Si chiama Isabella ma, per ironia della sorte, bella non è. Merito di una mamma come Virginia, ex stella del cinema, famosa per l'umorismo impietoso e l'allontanamento dalle scene – gli amanti celebri, i matrimoni falliti, il tentato suicidio. Vive a Roma, in una casa mausoleo, assieme una figlia che giudica votata alla mediocrità: badante di una capricciosa e inquietante Bette Davis, ormai cinquantenne, Isabella si domanda se sia troppo tardi per affrancarsi. Troppo, ancora, per sperare che in un momento d'insania – o forse di lucidità – quella genitrice spietata ci rivolga finalmente una parola gentile?
Barbara, donna d'affari, è seduta in una sala d'attesa: aspetta il verdetto del ginecologo di fiducia e medita intanto su come sarà il suo destino di mamma single. Meglio coinvolgerlo oppure lasciare da parte, un uomo poco propenso agli impegni a lungo termine? La gravidanza è una rivoluzione. Invita a ragionare sul peso dell'incomunicabilità: in una relazione sentimentale, nel ruolo futuro di genitore.

E continuerò a ripeterlo, perché il silenzio è una barriera inutile, mentre l'amore è complicità e condivisione.

Veronique, indossatrice lontana dalle passerelle, costringe la figlia Lenora a stringersi in una taglia 38: messa a stecchetto, costretta a realizzare i sogni di qualcun altro, l'adolescente risponde con rabbia e voracità ai dettami della mamma manipolatrice. La ribellione è abbuffarsi a piacimento, senza mai chiedere scusa; scegliere una taglia comoda, vestiti non più appariscenti, concedendosi un sorriso davanti al tavolo imbandito.
Cara e la piccola Vita, sole per un po', hanno aperto la porta alla gentilezza di Carlo: un uomo che sognava di diventare papà e di possedere una casa spaziosa, con un cedro in giardino. Davanti a una seconda gravidanza, al trasloco, Cara rimpiange i segni sul muro e la passata routine. Ne sentirà nostalgia? Non è possibile portare la vecchia casa con loro tre? La lezione, importantissima, arriverà da chi meno te lo aspetti.
È subdola, iperprotettiva, maniaca del controllo. Un altro esemplare di madre che desidera molto, forse troppo, per una figlia eppure senza particolari doti imprenditoriali. All'indomani del divorzio, come mantenere lo stesso stile di vita se non dandosi alla macchia, spingendosi fino all'omicidio a sangue freddo di una rivale sbucata da una soap opera latino-americana?
Da una commedia grottesca, con un finale dalle tinte sanguinolente, si passa poi alle contraddizioni e al fascino del profondo Sud Italia. A ruoli invertiti, questa volta, è una figlia a prendersi cura della mamma retrocessa al ruolo di bambina indifesa: la protagonista ha una colpa da farsi perdonare da Adua. Manipolata dal padre crudele, da bambina era stata artefice in prima persona della follia della madre: il suo gioco preferito, farla impazzire.
Un passeggino che sparisce al centro commerciale. Una donna in lacrime, sull'orlo di una crisi di nervi, troppo spossata dalle notti in bianco per stare sul chi va là: la paura di perderlo, all'improvviso, acuisce l'attaccamento naturale verso un neonato sentito a lungo come estraneo.

Bisognerebbe sempre avere un nome che corrisponda a ciò che siamo, altrimenti tutta la nostra vita diventa una bugia.

Sette autrici famosissime, sette racconti che oscillano dalla fiaba nera al dramma psicologico senza mai uscire fuori traccia: con l'avvicinarsi dell'otto marzo si parla infatti di mamme e figlie, di donne. Moderne, spregiudicate, verissime, rifiutano a sorpresa il politicamente corretto e si raccontano in pagine oneste, a volte perfino brutali, in cui ad appassionare sono soprattutto i rapporti al limite e i grandi soprusi: con il rischio stonino un po', così, i racconti più delicati. Ci sono le grandi conferme – Federica Bosco e Valentina D'Urbano –, le autrici che definitivamente non fanno per me – Cristina Caboni e Clara Sànchez –, le sorprese inattese – Carmela Scotti, con il racconto migliore – e firme amiche da cui era lecito aspettarsi qualcosa un po' di più – Evita Greco e Simona Sparaco. La lettura, varia ed emozionante, si è comunque rivelata superiore alle attese: attratto soltanto da un paio di nomi in copertina, con la convinzione che mi sarei limitato a piluccare le storie fra un romanzo e l'altro, ho scoperto nella raccolta Garzanti ben più che un semplice riempitivo infrasettimanale. Bensì capitoli di guerre civili, di prospettive agli antipodi, che aprono gli occhi e spesso atterriscono. Cosa significa essere scrittrici – mamme, figlie – oggi, con maggiore voce in capitolo sul lavoro, sul corpo, sulla volontà di vedersi o meno genitrici? Le protagoniste, intrappolate in rapporti di amore-odio, sono figlie dei nostri tempi. Rancorose, piene di dubbi ed errori, talora recidive, descrivono spietatamente gli effetti della gravidanza sul corpo e sulla psiche. Rabbia e tenerezza si compensano. I figli, infatti, sono un legame per la vita: un'eredità e un vincolo. A volte proteggono, altre tarpano le ali. Metastasi benevole cresciute tuo malgrado: inscindibili e dolorosissime parte di te.
Il mio voto: ★★★ +  
Il mio consiglio musicale: Fiorella Mannoia – Quello che le donne non dicono

lunedì 4 giugno 2018

Recensione: Eleanor Oliphant sta benissimo, di Gail Honeyman

| Eleanor Oliphant sta benissimo, di Gail Honeyman. Garzanti, € 17,90, pp. 344 |

La signorina Oliphant, dal lunedì al venerdì, per otto ore al giorno, presta servizio come contabile da nove dei suoi trent'anni. In pausa pranzo fa orecchie da mercante davanti alle chiacchiere dei colleghi: ha infatti il suo tè biologico, cruciverba a bizzeffe con cui intrattenersi e, come il manuale della classicista tipo prevede, una laurea sprecata in Lettere antiche, Jane Eyre sotto il guanciale e un'avversione per la tecnologia. La mia professoressa delle superiori l'avrebbe definita una travet: una di quegli impiegatucci sottopagati, senza la minima speranza di ascesa sociale, assuefatta suo malgrado a una routine di ordinaria piattezza. L'arrivo del weekend, per lei, significa questo: barricarsi in casa e contendersi le attenzioni amorose di pizza e Pinot, con vodka a buon prezzo per dolce. Svegliarsi poi direttamente di lunedì, con il cerchio alla testa, e ricominciare daccapo. Come fosse il minuscolo ingranaggio di una catena di montaggio inumana, insoddisfacente, che, se tutto va per il verso giusto, un giorno o l'altro ti conduce al coma etilico e al successivo ritrovamento a opera dei dirimpettai, ragionevolemente insospettiti dal puzzo di decomposizione. La giovane donna riceve visite ogni sei mesi circa e, quando al citofono non chiedono di lei gli assistenti sociali nelle ispezioni di rito, allora sono gli addetti del gas. Mai nessun vicino che passi a domandarle una tazzina di zucchero, l'uovo che manca alla ricetta della torta di mele; mai un'anima che la inviti a ballare. Sarà che il problema è Eleanor, non gli altri.

Eccomi qui. Capelli lunghi, lisci, castano chiaro, che mi scendono giù fino alla vita, pelle chiara, il volto un palinsesto di fuoco. Un naso troppo piccolo e occhi troppo grandi. Orecchie: niente di eccezionale. Altezza più o meno nella media, peso approssivativamente nella media. Aspiro alla medietà... Sono stata al centro di fin troppa attenzione in vita mia. Ignoratemi, passate oltre, non c'è nulla da vedere qui.

A metà tra una versione femminile di Sheldon Cooper e Amélie Poulain (ma con la famiglia da incubo di Michael Myers), ha un viso e maniere brusche che scoraggiano: una ragnatela di bruciature che invitano a distogliere lo sguardo per discrezione; una schiettezza a confine con la maleducazione che ora offende, ora fa ridere. Come può lamentarsi della mancata cordialità del prossimo, quando lei per prima rischia di risultare inopportuna dandosi agli stessi pregiudizi di quella mamma degenere che, di mercoledì, la chiama dal braccio della morte? Excusatio non petita, accusatio manifesta. La dichiarazione a priori del titolo del best-seller di Gail Honeyman, perciò, suona proprio come un'ammissione di colpa; una bugia bella e buona. Succede così che Eleanor Oliphant fa un patto con sé stessa: avere il coraggio di essere felice, togliendosi dalla conta degli inetti. La aiutano all'inizio l'amore a prima vista per un cantante locale che, complici i social, diventa un miraggio a cui aggrapparsi nei fine settimana da eremita; l'amicizia disinteressata del dolcissimo Raymond, tecnico dei computer che ignora il bon ton ma conosce le regole del conforto; la famiglia di Sammy, vecchino dai maglioni rosso Natale a cui prestare soccorso in giornatacce in cui l'altruismo fa svoltare. Intervengono a metà un cambio di stile (di vita): il restauro, esilarante, prevede shopping e manicure, parrucchiera ed estetista, un palloncino a forma di SpongeBob e un gatto nero scampato a un incendio. Eleanor non sa niente di vita sociale, figurarsi di relazioni, e allora prende a dire di sì agli inviti, alle promozioni, alle opportunità mancate che tornano a presentarsi. Razionale, imbarazzante, qui è descritta alle prese con le indiscrete gioie dell'irrazionale e l'incanto di storie, di amori, che fanno un giro lungo e tortuoso. Ma Eleanor è rotta, irrisolta, e s'illude: costruisce castelli in aria pur stando con i piedi per terra.

Se qualcuno ti chiede come stai, si aspetta che tu risponda BENE. Non devi dire che la sera prima ti sei addormentata piangendo perché erano due giorni di fila che non parlavi con un'altra persona. Devi dire: BENE.

C'è un dramma che ha rimosso, o che finge di non ricordare. C'è un noi su cui far luce. Ci sono giorni belli e giorni brutti, alla fine, quando soltanto la paura di far morire di sete la pianta o il gatto ti fa alzare dal letto; quando sei seduto a terra, nudo, abbastanza da avere immaginato tra le gambe del tavolo tutti gli spostamenti dell'oggetto d'arredo. L'immediatezza della narratrice – sola al mondo, unica superstite – diverte, ma sconvolge nel dramma che irrompe. Perché la violenza colpisce le brave persone? L'inespresso, finalmente affrontato a voce alta, rende il cuore forte. Gail Honeyman scrive come se vivesse in uno chick lit, ma la sua anti-eroina ha poche speranze di lieto fine. Da un lato ci sono ottimi motivi per lasciarsi morire, dall'altro un monolocale aperto al mondo – e alla luce del sole – che distrae dai misteri di un passato di fuoco.

Sul mio cuore ci sono cicatrici altrettanto spesse e deturpanti di quelle che ho in viso. So che ci sono. Spero che resti un po' di tessuto integro, una chiazza attraverso la quale l'amore possa penetrare e defluire. Lo spero.

Come Vittoria, quello di Eleanor è un romanzo che spalleggia il buonumore e consola, rivelando a sorpresa risvolti tristi in cui si specchiano e si placano i tuoi dispiaceri. Commedia terapeutica sulla depressione clinica, suggerisce forse l'ovvio, ma con quel tanto che basta (di freschezza, di originalità, di leggerezza) da convincerti che c'è del bello, del vero, nelle frasi fatte che parlano di un tunnel dotato di un'uscita di emergenza; di mali comuni che, se condivisi, si rivelano mezzo gaudio. 
Eleanor Oliphant sta benissimo: una menzogna per sé e per gli altri. Perché passare trent'anni a mentirsi, anziché lavorarci sopra e renderla realtà?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Foo Fighters – Walk

martedì 14 novembre 2017

Recensione: Ci vediamo un giorno di questi, di Federica Bosco

|Ci vediamo un giorno di questi, di Federica Bosco. Garzanti, € 16,90, pp. 310 |

A volte, basta tanto così a far scattare la scintilla. Uno scambio di merende a rincreazione, ad esempio: vorresti questi biscotti biologici in cambio di un morso del tuo panino al prosciutto? La riservata Ludovica non sa dire di no alla sfacciata esuberanza di Caterina, l'unica bambina a scuola che sembra accorgersi di lei. Al suono della campanella sono già migliori amiche. Lo saranno per tutta la vita che resta, nella buona e nella cattiva sorte.
A volte, basta tanto così per scoprirsi soddisfatti, dopo letture intense, impegnative o semplicemente deludenti: la freschezza di quella Federica Bosco, ad esempio, che prima o poi mi toccava proprio conoscere. Volevo la leggerezza e, senza troppa sorpresa, ho trovato qualcos'altro: qualcosa di più. Lo scrivevano in rete gli affezionati di un'autrice con la quale, tra cinema e televisione, saghe per ragazzi e chick lit, è impossibile stare al passo. Quest'anno mi ha aspettato in fondo al molo della copertina. Con qualche nuvola all'orizzonte, il mare come una tavola e una storia adulta, su una forma d'amore che non aveva ancora raccontato. Perché l'amicizia tra Cate e Ludo, sì, sempre amore è. E, come ogni amore che si rispetti, ha i suoi alti e bassi, le sue gelosie, i suoi conflitti di interessi.

L'amore di chi ti sta accanto non ti guida mai nella direzione sbagliata.

La prima, mamma single che non ha mai dato spiegazioni sull'identità del padre di suo figlio, salta nel vuoto per atterrare agilmente in piedi: ha sprezzo del pericolo e un'attività – un centro olistico nel cuore di Genova – che, alla faccia degli scettici, non conosce crisi. La seconda tira invece a campare come se non avesse più scelta: un lavoro in banca noiosissimo, la relazione abitudinaria con il possessivo Paolo, i pochi bagagli a mano di chi ha paura di costruirsi un futuro e quindi vive giorno per giorno, un passo dopo l'altro. Quanto ha sacrificato per seguire Cate sulle montagne russe, e quanto dovrà sacrificare ancora? Quanto pesa il dubbio che la loro invidiata affinità elettiva l'abbia fatta vivere nell'ombra, appesa alle scelte volubili dell'altra? Ci si ritrova a tavola però, in cene popolose e colorate a festa come in un film di Ozpetek, e tutto passa. Forse, anche la tempesta che tra le pagine minaccia di separarle. A quarant'anni, la protagonista dovrà contare sul suo solo senso dell'orientamento: imparare a nuotare dove non si tocca, e a portare in salvo anche una Caterina che d'un tratto non sembra più così inarrestabile. Si passa attraverso le gravidanze, i matrimoni, la malattia e la violenza domestica, i biglietti aerei in missione dall'altra parte del mondo. Si pensa finalmente a sé stessi, anche se un deus ex machina – un'amica che è un architetto di felicità e buone intenzioni – pianifica disastrosi incontri su Tinder, lasciti scaramantici e case per cagnetti disabili.

Perché il cuore è sempre un ingenuo idiota, che crede che gli altri ti ameranno sempre anche se non ti hanno mai amato, che gli altri soffrano per te anche se non hanno mai sofferto, e soprattutto che chi ti ha fatto male non si rifarà mai e poi mai una vita, ma continuerà a scontare un'eterna fila di delusioni a catena come fossero una maledizione, finendo per rimpiangerti.
Ma questo non succede mai. Vanno tutti avanti proprio come vai avanti tu.

La Bosco ha una parola buona per tutti, infischiandosene del rischio di risultare banale. Frizzante e propositiva, non si piange addosso. Coi suoi alti e bassi, i suoi grandi momenti di sincerità e qualche esagerazione di troppo, ma un bene – il calore in pancia, in petto – che per fortuna ha la meglio sui difetti sparsi. Ci vediamo un giorno di questi è una commedia degli equivoci (e quanti ce ne riserva, quella bastarda impenitente della vita) che fa bene anche facendo male. Un album di ricordi lungo, vario, pieno zeppo, che non sbiadisce in fretta. Si riconoscono a colpo d'occhio i soggetti principali, infatti, e saranno sempre i soliti due. La mora e la rossa, quella istintiva e quella flemmativa: amiche, sorelle, contro l'inerzia e i rovesci di fortuna. Mi hanno ricordato Toni Collette e Drew Barrymore nel buffo e struggente Miss You Already, che sbronze e terrorizzate cantavano abbracciate i R.E.M. Capisci subito perché si vogliono tanto bene. Alla fine gliene ho voluto anch'io, in un anno in cui sto imparando ad aprirmi, a fidarmi. In cui, da solitario cronico, sto capendo che non poteva mancarmi quello che non avevo mai conosciuto. Ora mi manca.
Federica, ci rivediamo un giorno di questi: presto. Ora potresti mancarmi anche tu.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Abbi cura di te

lunedì 29 maggio 2017

Recensione: Non ditelo allo scrittore, di Alice Basso

La prego, prof, inizi a fare lezione. Ci porti con sé nel mondo della letteratura, perché per oggi della realtà ne ho veramente piene le palle.

Titolo: Non ditelo allo scrittore
Autrice: Alice Basso
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 316
Prezzo: € 16,90
Sinossi: A Vani basta notare un tic, una lieve flessione della voce, uno strano modo di camminare per sapere cosa c’è nella testa delle persone. Una empatia innata che Vani mal sopporta, visto il suo odio per qualunque essere vivente le stia intorno. Una capacità speciale che però è fondamentale nel suo mestiere. Perché Vani è una ghostwriter. Presta le sue parole ad autori che in realtà non hanno scritto i loro libri. Si mette nei loro panni. Un lavoro complicato di cui non può parlare con nessuno. Solo il suo capo sa bene qual è ruolo di Vani nella casa editrice. E sa bene che il compito che le ha affidato è più di una sfida: deve scovare un suo simile, un altro ghostwriter che si cela dietro uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana. Solo Vani può trovarlo, seguendo il suo intuito che non l’abbandona mai. Solo lei può farlo uscire dall’ombra. Ma per renderlo un comunicatore perfetto, lei che ama solo la compagnia dei suoi libri e veste sempre di nero, ha bisogno del fascino ammaliatore di Riccardo. Lo stesso scrittore che le ha spezzato il cuore, che ora è pronto a tutto per riconquistarla. Vani deve stare attenta a non lasciarsi incantare dai suoi gesti. Eppure ha ben altro a cui pensare. Il commissario Berganza, con cui collabora, è sicuro che lei sia l’unica a poter scoprire come un boss della malavita agli arresti domiciliari riesca comunque a guidare i suoi traffici. Come è sicuro che sia arrivato il momento di mettere tutte le carte in tavola con Vani. Con nessun’altra donna riuscirà mai a parlare di Chandler, Agatha Christie e Simenon come con lei. E quando la vita del commissario è in pericolo, Vani rischia tutto per salvarlo. Senza sapere come mai l’abbia fatto. Forse perché, come ha imparato leggendo La lettera scarlatta e Cyrano de Bergerac, ogni uomo aspira a qualcosa di più grande, che rompa ogni schema della razionalità e della logica.
                                        La recensione
Scoperta due anni fa di questi tempi, Alice Basso è diventata un'abitudine irrinunciabile – rimedio perfetto contro la sessione estiva, la bella stagione e altri mali. Strano, potreste dire, data la presenza di una protagonista che non è propriamente uno zuccherino. A una cena tra amici, però, io sarei quello che frena come può gli istinti omicidi verso l'immancabile simpaticone del gruppo. La gente che vuole spacciarsi per cordiale a tutti i costi no, non mi piace. Vani Sarca, giacché scostante e sarcastica, è invece il tipo di persona che entra subito nelle mie grazie. Sarà che a piacere non ci prova neanche un po', quindi conquistare la sua fiducia, farla sorridere, è una sfida personale. Pendo dalle sue labbra da un paio di romanzi a questa parte, e quanto ho aspettato che arrivasse questo maggio. Avevo bisogno che qualcuno con il mio pessimo senso dell'umorismo e la mia pigrizia, in un mese che è sinonimo di sbadigli tra i manuali, mi desse man forte. La ghostwriter investigatrice è tornata a colpire. Ha fatto il cambio di stagione, ma il suo armadio resta total black. 
Si tiene stretta il solito caratteraccio, qualche amico in più, nuove rogne. Fanno affidamento su di lei il commissario Berganza ("socio", o forse qualcosa di più) e le Edizioni L'Erica. Da un lato, un vecchio criminale ai domiciliari gestisce non si sa come preoccupanti traffici di droga. Dall'altro, il mondo dell'editoria è scosso da una colpo di scena: un romanzo italiano, letto e amato alla stregua di un classico, è in realtà un falso d'autore. Com'è possibile continuare a delinquere, se in un appartamento sorvegliatissimo? Chi meglio di una ghostwriter può riconoscere un altro ghostwriter e, una volta intercettatolo, tentarlo con promesse di gloria eterna? In Non ditelo allo scrittore la nostra eroina preferita ha due missioni parallele: aiutare le forze dell'ordine e trasformare un topo di biblioteca (scortese e offensivo, per di più: peggio di Insinna a telecamere spente) in un oratore provetto. Preceduto da rose rosse a profusione e regali esagerati, spunta però anche Riccardo. E, per quanto uno speri che Cupido faccia breccia nella corazza del rigido Berganza, tocca ammettere che quel ruffiano di un ex gli ruba spesso e volentieri la scena flirtando ad arte. 
A capitoli alterni, i flashback accendono i riflettori sui dolori della giovane Vani: un'adolescente curiosa e irrequieta nei tardi anni Novanta, che ha presto rinunciato a cercare il proprio posto nel mondo fingendo non fosse poi così importante. Per fortuna ci sono i libri che ti mettono sulla buona strada e che portano consiglio: l'ultima pagina, chissà, potrebbe svelarti la soluzione di un caso che sfugge o di un triangolo sentimentale dalle ore contate. Per fortuna ci sono i professori che amano quello che fanno, e la dedica alla loro professione in prima pagina è sacrosanta. E la musica, e la misantropia, e la scoperta del romanticismo. A rischio il giallo: eccessivamente sacrificato. L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome era la rivelazione; Scrivere è un mestiere pericoloso l'attesa conferma; quest'ultimo, invece, non stupisce troppo. Il terzo capitolo mi è piaciuto meno dei precedenti, sì, ma comunque quanto basta. Destino, forse, dei romanzi in serie? Colpa di piste che non si incrociano mai, di salti avanti e indietro che coinvolgono a metà, di una struttura più macchinosa del solito? Impercettibili cavilli, i miei, lo so. Scuse da poco per tentare di spiegare il parziale coinvolgimento più a me che a lei. Alice Basso, infatti, mi avrà sempre in pugno. Ma non ditelo alla scrittrice: potrebbe adagiarsi sugli allori, sapendosi pressoché indispensabile.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Vampire Weekend - Oxford Comma

mercoledì 26 aprile 2017

Recensione: Eppure cadiamo felici, di Enrico Galiano

Sai perché mi scrivo tutti i giorni sul braccio quelle parole, “la felicità è una cosa che cade”

Titolo: Eppure cadiamo felici
Autore: Enrico Galiano
Editore: Garzanti
Numero di pagine:
Prezzo: € 16,90
Numero di pagine: 384
Sinossi: Il suo nome esprime allegria, invece agli occhi degli altri Gioia non potrebbe essere più diversa. A diciassette anni, a scuola si sente come un’estranea per i suoi compagni. Perché lei non è come loro. Non le interessano le mode, l’appartenere a un gruppo, le feste. Ma ha una passione speciale che la rende felice: collezionare parole intraducibili di tutte le lingue del mondo, come cwtch, che in gallese indica non un semplice abbraccio, ma un abbraccio affettuoso che diventa un luogo sicuro. Gioia non ne hai mai parlato con nessuno. Nessuno potrebbe capire. Fino a quando una notte, in fuga dall’ennesima lite dei genitori, incontra un ragazzo che dice di chiamarsi Lo. Nascosto dal cappuccio della felpa, gioca da solo a freccette in un bar chiuso. A mano a mano che i due chiacchierano, Gioia, per la prima volta, sente che qualcuno è in grado di comprendere il suo mondo. Per la prima volta non è sola. E quando i loro incontri diventano più attesi e intensi, l’amore scoppia senza preavviso. Senza che Gioia abbia il tempo di dare un nome a quella strana sensazione che prova. Ma la felicità a volte può durare un solo attimo. Lo scompare, e Gioia non sa dove cercarlo. Perché Lo nasconde un segreto. Un segreto che solamente lei può scoprire. Solamente Gioia può capire gli indizi che lui ha lasciato. E per seguirli deve imparare che il verbo amare è una parola che racchiude mille e mille significati diversi.
                                                  La recensione
I romanzi young adult nelle mie corde li riconosco subito. Questione di allenamento, di letture per giovanissimi smistate con il lanternino: ora che il superlativo assoluto mi calza e non mi calza, come quel vecchio paio di jeans saltato fuori col cambio di stagione, sono diventato più selettivo nelle scelte. Eppure cadiamo felici faceva pendant con la mia vena malinconica sin dal titolo. Mi piacciono, si sa, protagonisti un po' così. Presi da hobby inconsueti, fuori posto, vestiti sempre nero su nero. Se non è chiedere troppo, magari, dotati di un'armatura superficiale di romanticismo difettoso, cinismo spiccio e inconsueto buon gusto. Nell'intimità perciò ci si chiama “Cosa” e “Articolo determinativo”, si impreca a suon di “Pianeta di merda”, suonano doverosi i riferimenti alle buste volanti di American Beauty e ai maiali (volanti anche quelli) dei Pink Floyd. Gioia, ribattezzata Maiunagioia, si imbatte nel cappuccio scuro di Lo una sera in cui vorrebbe scappare da tutto: i genitori che fanno tremare le palazzine popolari a forza di darsi addosso, il farfugliare di una nonna che solo la musica classica sa illuminare a sprazzi, un liceo in cui non è nel novero delle ragazze in. Lui si fa vedere di notte, temporeggiando quando si tratta di confidarsi. Hanno entrambi diciassette anni e sono strani, ognuno a modo suo. 
Lei colleziona termini intraducibili, se li appunta a penna sulle braccia e nei taccuini: la gente parla con il pilota automatico, filtra le conversazioni per colpa dell'insincerità, e Gioia resta fan delle parole intraducibili e delle persone limpide. Lui invece vaga con un barattolo pieno di pietre: un sasso per ogni posto importante in cui è stato; l'indizio di un dolore che minaccia di portarlo a fondo. Dove finisce il ragazzo quando a un certo punto scompare? E se per tutto il tempo fosse stato della stessa materia di cui sono fatti Tonia, sboccata amica immaginaria, e i sogni di una Gioia vittima del dubbio? Insomma, ci sono una ragazza sui generis che si innamora di un ragazzo sui generis. Sono felici finché dura. Ma c'è qualcosa che non va. Un segreto eluso, il mistero dell'assenza, il confine invisibile tra lucidità e palpitazioni. Qual è allora la differenza tra Eppure cadiamo felici e altri drammi del filone? L'autore, Enrico Galiano. Uno che dissemina poesie per la città riempiendo il mondo di bellezza. Uno che ama il suo mestiere sottopagato, e si vede. Un bel tipo davvero. Il professore che voleva essere John Keating fa il suo esordio nella narrativa, e ci mette la passione, la giusta profondità e gli adolescenti in carne e ossa a cui deve avere prestato ascolto tra i banchi. La lettura di Eppure cadiamo felici fila a meraviglia nonostante le quattrocento pagine – è intelligente, immediata, piena di spunti di riflessione vincenti.
Assenti: la furbizia del collega D'Avenia, i toni da grillo parlante, le frasi a effetto che ammiccano a Facebook. Purtroppo o per fortuna, ché dipende dai punti di vista, anche il dolore di un Raccontami di un giorno perfetto. Ho sorriso spesso, sperato forte, ma a un certo punto l'emozione avrebbe avuto bisogno di una spinta decisiva per prendere il largo. Discreto e di indole poetica, Galiano sceglie per i suoi personaggi bellissime fisse – le fotografie scattate ai passanti di spalle, un glossario unico nel suo genere – e ritaglia per sé un alter ego, il prof di filosofia, che risponde di buon grado ai buongiorno e alle domande a proposito della paura, dell'incomunicabilità, di un mondo contro. Ma, accoppiati dal destino, la guerra non è persa. In due si fa meno fatica a parare i colpi. A scuola da Galiano i sentimenti hanno le parole delle favole di Apuleio, e il mito parla proprio di Gioia e Lo. Psiche sposa Amore, ci dorme assime, ma non può guardarlo neanche alla luce di una candela: rotto il buio, volerebbe via. Perché non incontrarsi in pubblico e passeggiare sotto il sole? Il primo amore, quello lento e totalizzante, dev'essere per forza perdita di raziocinio? In Eppure cadiamo felice somiglia tanto alla via maestra scorta lungo un sentiero di sassolini. A un qualcosa di intraducibile, anche se l'autore ci prova. “Abbacinare” emagari”, mi ha insegnato, sono alcune delle parole care a Gioia Spada. Esistono solo in italiano. Prova a spiegarla a uno straniero, la storia di due che si attraggono e si accecano insieme; che l'interiezione deriva da un aggettivo greco, “felice”, e che insieme esprime il desiderio irrealizzabile che in fondo è, appunto, la felicità stessa. Una cosa che cade. Il punto preciso in cui hai perso le chiavi di casa. Un termine da coniare dal nuovo, per voi che alla felicità avevate rinunciato – come la volpe del proverbio con l'uva acerba. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: James Bay – Let it go


sabato 24 settembre 2016

Recensione: L'uomo che inseguiva i desideri, di Phaedra Patrick

Non mi sono mai chiesto se fosse quella giusta, perché in realtà non c'era nessun'altra. Adoravo la semplicità della vita assieme a lei. Era come se stessi seguendo un sentiero invisibile che qualcuno aveva già tracciato per me.

Titolo: L'uomo che inseguiva i desideri
Autrice: Phaedra Patrick
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 288
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Da un anno, ogni mattina, Arthur Pepper si sveglia alle sette e compie con esattezza gli stessi gesti. Si veste seguendo un ordine preciso, mangia una fetta di pane tostato, poi alle otto e mezzo si mette a sistemare il giardino. Questo è l'unico modo per superare il dolore per la perdita dell'amata moglie, Miriam, dopo tutta una vita passata insieme. Solo così gli sembra di poter fingere che lei sia ancora con lui. Ma il giorno del primo anniversario della sua scomparsa, Arthur prende coraggio e decide di riordinare gli oggetti di Miriam. Nascosta tra gli stivali, vede improvvisamente una scatolina. Dentro c'è un braccialetto con dei ciondoli: sono a forma di tigre, fiore, elefante, libro e altri piccoli oggetti. L'uomo sulle prime è perplesso; la moglie non indossava gioielli. Ma poi guarda con più attenzione e si accorge che su un ciondolo è inciso un numero di telefono, che Arthur non può fare a meno di chiamare subito. È l'inizio della ricerca e delle sorprese. Seguendo i ciondoli Arthur compie un viaggio che lo porta su un'assolata spiaggia di Goa che ha visto la donna giocare con un bambino indiano, a Londra da un famoso scrittore, in un'accademia d'arte dove è custodito un ritratto di Miriam da giovane, a Parigi in una raffinata boutique, in un castello della campagna inglese dove incontra una tigre, e in tanti altri luoghi che non aveva mai visitato. Un viaggio che gli fa scoprire una Miriam sconosciuta, ma che ha ancora tanto da insegnargli. E gli ricorda che l'amore è sorprendersi ogni giorno, per tutta la vita e anche oltre.
                                               La recensione
Arthur, metodico e fedele, ha il duro compito di riscrivere dal nuovo la sua routine nel momento in cui Miriam, la prima e l'ultima donna della sua vita, lo abbandona per l'aggravarsi di una brutta e improvvisa polmonite. Non saprebbe dire come, ma il tempo è passato: è già vedovo da un anno quando, dopo la colazione alla solita ora con il solito toast, decide di mettere via le cose della moglie scomparsa. 
Una busta per i rifiuti, un'altra per i capi da dare in beneficenza. Finché, sul fondo di un paio di stivali dismessi, non trova un oggetto di cui non conosceva l'esistenza. Un bracciale, di certo troppo appariscente per i gusti di una Miriam che spiccava per eleganza e discrezione, con otto ciondoli – alcuni vecchi, altri recenti. Sembra costoso. Sembra importante. Un pendente rimanda all'India, un altro a Parigi, un altro a Londra. E tutti, soprattutto, rimandano a una vita prima di Arthur, che pensava di essere stato, in cinquant'anni di matrimonio, il solo al mondo. Perché non sapeva niente della Miriam avventurosa, ribelle, spezzacuori? Perché alla fine ha scelto lui, un timido fabbro di provincia dalle abitudini rassicuranti, anziché il brivido dell'ignoto? I dubbi lo tormentano e non sa con chi condividerli: i figli sono altrove – Ben in Australia, Lucy alle prese con un matrimonio fallito -, e non vuole cancellino l'idea che hanno della madre; una vicina di casa, l'invadente e generosa Bernadette, lo rimpinza di manicaretti e attenzioni, ma forse non è la confidente migliore in quell'occasione. Così, come in una caccia al tesoro, il vedovo solitario mette insieme i tasselli e dà a ognuno di quei ninnoli un significato, una collocazione geografica. Si mette in viaggio sulla scia dell'intuizione, in coda alla malinconia. E la vita, dopo tanto dolore, nonostante le sorprese belle e brutte che Miriam ha in serbo per lui, lo stupirà ancora. L'uomo che inseguiva i desideri, esordio da inserire nel filone con vecchietti a bordo, buoni sentimenti e viaggi fuori porta, è un'esperienza di cui non mi sono pentito. Una lettura rilassante, ottimista e leggera, che all'inizio non mi ispirava granché e poi, complici le recensioni delle amiche blogger, ha trovato invece posto sul mio comodino e in mezzo ai rinnovati impegni universitari. 
Onestamente, mi aspettavo però qualcosa in più. La storia di Phaedra Patrick, per quanto fresca e scorrevole, con dalla sua anche la bella copertina italiana, mi è sembrata tutt'altro che insolita. Le tappe e i simboli di Lo strano viaggio di un oggetto smarritoil cui protagonista, mio omonimo, era giovanissimo, ma in cerca - , i vecchietti indomiti di Piccole sorprese sulla strada della felicità in cui la sinergia tra l'ultracentenaria Ona e il suo sfortunato amico boy scout, in unione alla tragedia di due genitori e alle risposte talora brusche di lei, facevano l'autentica differenza. I tre romanzi hanno in comune i colori pastello della copertina, lo stile trasognato, tutti i chilometri fatti per riappropriarsi di qualcosa che si è perso – una mamma, un ricordo, le verità insepolte di una compagna sepolta. Il difetto di Arthur è che l'ho messo in coda, l'ho letto poco dopo. E alle storie dei suoi amici in là con gli anni, ugualmente curiosi e romantici, non ha nulla di significativo da aggiungere, né nulla di particolare da invidiare. Le soste del suo girovagare, ben presto, si confonderanno con quelle di chi è arrivato prima e di chi, inevitabilmente, arriverà dopo. In un allegro affaccendarsi di rughe, capelli bianchi e sogni da rispolverare, da cui forse mi tirerò un po' fuori. In libreria o al cinema, mi piacciono le storie sui pensionati che non si arrendono agli affanni dell'età e alle case di riposo – e la cieca fedeltà di Arthur, la vita segreta di Miriam e il loro quieto ménage domestico, qui e lì, sfiorano le corde giuste. Meno, poi, l'ormai inevitabile senso di già letto. C'è una seconda gioventù. 
Quella del simpatico Arthur Pepper comincia a sessantanove anni.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: KT Tunstall – Suddenly I See

mercoledì 31 agosto 2016

Recensione: L'imperfetta, di Carmela Scotti

Non mi faceva male il dolore alle ossa ammaccate, non mi faceva male il male alla testa, ai denti, all'orecchio ferito dal pugno. Mi facevano male i libri perduti, le pagine mangiate, strappate, diventate cenere.

Titolo: L'imperfetta
Autore: Carmela Scotti
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 194
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Per Catena la notte è sempre stata un rifugio speciale. Un rifugio tra le braccia di suo padre, per disegnare insieme le costellazioni incastonate nel cielo, imparare i nomi delle stelle più lontane e delle erbe curative, leggere libri colmi di storie fantastiche. Ma da quando suo padre non c’è più, Catena ha imparato che la notte può anche fare paura e può nascondere ombre oscure. L’ombra delle mani della madre che la obbligano al duro lavoro nei campi e le impediscono di leggere, quella degli occhi gelidi e inquieti dello zio che la inseguono negli angoli più remoti della casa. Le sue sorelle sembrano non vederla più, ormai è la figlia imperfetta e il ricordo del calore dell’amore di suo padre non basta a riscaldare il gelo nelle ossa. Catena ha solo sedici anni e decide che non vuole più avere paura. E l’ultima notte nella sua vecchia casa si colora del rosso della vendetta. Poi, la fuga nel bosco, dove cerca riparo con la sola compagnia dei suoi amati libri. È grazie a loro e agli insegnamenti del padre che Catena riesce a sopravvivere nella foresta. Ma nel suo rifugio, fatto di un cielo di foglie e di rami intrecciati, la ragazza non è ancora al sicuro. La stanno cercando e per salvarsi Catena deve ridisegnare la sua vita, la vita di una bambina che è dovuta crescere troppo in fretta, ma che può ancora amare di un amore, forse imperfetto, ma forte come il vento. Con questo romanzo potente, finalista al prestigioso Premio Calvino, Carmela Scotti ci guida al cuore di una storia antica e insieme attualissima, illuminata da un’intensa e affilata voce femminile. La storia di una ragazza coraggiosa e troppo sola. Della sua voglia di vivere contro tutti e tutti. Di una stella che continua a brillare anche in un cielo coperto di nuvole.
                                               La recensione
All'indomani della morte del padre, che l'ha istruita sulle letture costruttive e i sogni belli, Catena si ritrova sola al mondo. Anche se la sua casa è piena come non mai, anche se sono rimaste in vita la madre e le sorelle. Fugge con le mani sporche di sangue, all'alba, da quella casa di cui lo zio, dopo la scomparsa del capofamiglia, si è impossessato con un colpo di stato a cui nessuno si è opposto. Insieme a quelle quattro assi, il parente le ha rubato le attenzioni del genitore che le resta, una mamma con la testa altrove, e le ha alienato le confidenze delle sorelle minori. 
Oltre l'uscio, non si parla più di un papà esemplare. Il suo ricordo, morto e sepolto. Sotto terra. Ma non per Catena. Messa alla prova, spinta allo stremo e, infine, istigata alla violenza. A capitoli alterni, leggiamo della scoperta della libertà prima; del soggiorno infernale in un carcere femminile poi, mentre sul monte Pellegrino spirano i venti del colera e a Palermo si bruciano cadaveri infetti e sospetti untori. Dietro le sbarre, al buio, l'adolescente rievoca il padre, il figlio neonato e il suo amor proprio. Cosa è andato storto, nella fuga? Chi le ha tarpato di nuovo le ali? Il romanzo di Carmela Scotti, siciliana di nascita e milanese di adozione, si legge in un giorno esatto. Le 180 pagine totali lo consentono. E le 180 pagine totali sono giuste, sì. La storia trova svolgimento, inizio e fine. Ma smaltirla in un giorno è troppo. Ha un effetto devastante sui nervi e, dopo un po', ne risente anche la pazienza. Centellinarlo, spezzarlo, leggerlo a spizzichi e bocconi per non fare indigestione di tutta questa vita, di tutto questo dolore? Siate saggi, se e quando vorrete leggerlo: io non ci ho pensato. I capitoli erano di una pagina, il volume era leggerissimo tra le mani. Ingannevole. All'interno, infatti, una storia pesante, che ho finito per leggere tutta d'un fiato: anche se. Anche se mi è risalito come un senso d'acidità in gola. 
Anche se ci sono troppe ingiustizie, troppe sofferenze, per una quindicenne sola nel bosco; per un romanzo solo. Anche se, dopo l'ennesimo abuso, dopo un'altra parola infamante, al dispiacere sopraggiunge la rassegnazione. La monotonia, nell'Imperfetta. E, perfino, un vago moto di noia. Finiranno mai le catene di Catena, ci si domanda? In un viaggio dentro e fuori di sé, l'amica solitudine, i consigli e i libri che ci salvano dall'agonia, un randagio che non molla e uomini viscidi, minuscoli, che pensano solo a una cosa. Carmela Scotti, meritata finalista al Premio Calvino, descrive nelle pieghe più oscure la Sicilia retrograda del tardo Ottocento e le protagoniste tribolate di Giovanni Verga – ho pensato, in particolare, alla “povera Nedda”, la cui sfortuna aveva effetti drammatici anche sulla sua prole. Gli stessi travagli, lo stesso sole a picco, ma il tutto trasfigurato da una scrittura a confine con la poesia. La Scotti è elaborata, preziosa, delicata, in contrapposizione a una parabola esistenziale secca e animalesca. Tragedia moderna, la sua, con una ricostruzione storica che ricorda Vanessa Roggeri - anche qui, una società maschilista e donne ai margini, streghe presunte - e una scrittura lirica, studiata, che fa di L'imperfetta un esordio interessantissimo e che, purtroppo, al tempo stesso, non fa totalmente per me. Amante degli autori che vanno diritti al punto e di letture che, in materia di soprusi e crudeltà, impiegano minore labor limae nella forma e maggiore cura nella retribuzione dei carichi di tristezza.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – No Light, No Light

giovedì 25 agosto 2016

Coming This Fall [2016] - Parte II

Buongiorno, amici lettori. Come state? Spero bene, all'indomani di una tragedia che ci fa tremare tutti (dalle mie parti, letteralmente: i letti hanno ballato nel cuore della notte e, al mattino, i telegiornati ci hanno messi faccia a faccia con le drammatiche conseguenze del sisma, a poche regione di distanza). Ci si distrae, per quanto possibile, parlando di quello che ci tira su. I libri: in particolare, quelli di prossima uscita. Nella seconda carrellata, romanzi per ragazzi – e ci sono young adult e saghe storiche, trasposizioni cinematografiche imminenti e nuovi talenti – e scampoli della narrativa straniera che mi è saltata all'occhio sul web. Felice, in particolar modo, per quel Fangirl di cui vi ho tradotto la trama alla bell'e meglio. Una data d'uscita non c'è, ma la Piemme, dopo Per una volta nella vita, curerà per la terza volta la traduzione di un'autrice irresistibile che, di nome, fa “arcobaleno”. Harry Potter e la maledizione dell'erede, invece, puzza di bruciato sin da qui; o no? La parola a voi. Un abbraccio. M. 

                                                         Narrativa per ragazzi
Titolo: Harry Potter e la maledizione dell'erede
Autore: J.K. Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
Editore: Salani
Numero di pagine: 352
Prezzo: € 19,80
Data di pubblicazione: 24 settembre
Sinossi: È sempre stato difficile essere Harry Potter e non è molto più facile ora che è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro, marito e; padre di tre figli in età scolare. Mentre Harry Potter fa i conti con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il secondogenito Albus deve lottare con il peso dell'eredità famigliare che non ha mai voluto. Il passato e il presente si fondono minacciosamente e padre e figlio apprendono una scomoda verità: talvolta l'oscurità proviene da luoghi inaspettati.
Basato su una nuova storia originale scritta da J.K. Rowling, Jack Thorne e John Tiffany, Harry Potter and the Cursed Child, una nuova opera teatrale di Jack Thorne, è la prima storia ufficiale di Harry Potter rappresentata a teatro.

Titolo: Nerve
Autore: Jeanne Ryan
Editore: Newton Compton
Numero di pagine: 320
Prezzo: € 9,90
Data di pubblicazione: 29 settembre
Sinossi: Quando Vee viene selezionata come concorrente per il gioco in diretta online Nerve, scopre che il gioco la conosce. Gli organizzatori l’hanno attratta e convinta a partecipare con premi allettanti e con la promessa di fare coppia con il ragazzo perfetto, il brillante e sensuale Ian. In un primo momento Nerve si rivela incredibilmente divertente: i fan di Vee e Ian tifano per loro e li spingono ad alzare la posta con imprese sempre più rischiose. Ma il gioco ha una svolta poco chiara quando i partecipanti vengono indirizzati verso una località segreta con altri cinque giocatori per il round del Grand Prize. Improvvisamente stanno giocando il tutto per tutto e in palio c’è la loro vita. Fino a che punto il sangue freddo di Vee la sosterrà per andare avanti?

Titolo: Antiche voci da Salem
Autore: Adriana Mather
Editore: Giunti
Numero di pagine: 320
Prezzo: € 16,00
Data di pubblicazione: 31 Agosto
Sinossi: Salem, ai giorni nostri: Samantha Mather si trasferisce nell'antica casa avita per stare vicina al padre, inspiegabilmente in coma, ma la città non è disposta ad accoglierla a braccia aperte. Oltre tre secoli prima Cotton Mather è stato protagonista del processo alle streghe, firmando il trattato usato a fondamento delle condanne, e i rancori che hanno spaccato la comunità sono ancora terribilmente vivi. Samantha si trova isolata, avvolta dall'ostilità gelida degli Eredi, discendenti dalle presunte streghe. Passato e presente si intrecciano in un groviglio pericoloso. Neppure Jaxon, figlio della migliore amica del padre e segretamente attratto da Samantha, è immune al rancore e le cose si complicano ancor più quando lei entra in contatto con l'affascinante Elijah, uno spirito tragicamente coinvolto nelle antiche vicende storiche. Samantha scopre un modello ricorrente nei secoli, in base al quale le famiglie dei perseguitati e dei persecutori pagano periodicamente un terribile tributo di morti. C'è solo una speranza per evitare che la storia si ripeta: svelare i segreti del passato fra odi antichi e passioni, e rinunciare a qualcosa di sé per aprirsi a un sentimento nuovo.

Titolo: Fangirl
Autore: Rainbow Rowell
Editore: Piemme
Numero di pagine: 480
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: ottobre
Sinossi (tradotta da me): Cath è una fan di Simon Snow. Okay: tutti sono fan di Simon Snow. Ma per Cath essere una fan è tutta la sua vita. Lei e la sua gemella, Wren, sono rimaste folgorate dalla serie di Simon Snow quando erano solo delle bambine: a modo suo, le ha aiutate a superare l'abbandono della madre. La sorella di Cath si è ormai allontanata dal fandom e, con l'università, le comunica di non voler dividere la stanza con lei. Cath è sola: fuori posto. Ha una compagna di stanza scontrosa, un bel ragazzo che le ronza sempre attorno, un prof di scrittura creativa che guarda alle fanfiction come a una piaga dell'era moderna, un compagno di classe bellissimo e amante delle parole. E lei non riesce a smettere di pensare al padre, fragile e gentile, che non è rimasto mai davvero solo prima d'ora. La domanda è: Cath può farcela senza Wren che le tiene la mano? E' pronta a vivere la propria vita? Scrivere le proprie storie? E vuole,  soprattutto, se ciò significa scordarsi di Simon Snow?

Titolo: La biblioteca delle anime
Autore: Ransom Riggs
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 280
Prezzo: € 18,00
Data di pubblicazione: ottobre 
Sinossi (tradotta da me): Un adolescente dai poteri straordinari. Un'armata di mostri. Un'epica battaglia per il futuro della “peculiarità”. L'avventura che è iniziata con La casa per bambini speciali di Miss Peregrine e che è proseguita, poi, in Hollow City, giunge alla sua elettrizzante conclusione. Jacob, 16 anni, scopre di possedere un'abilità tutta nuova, e presto inizia a viaggiare attraverso la storia per salvare i suoi compagni speciali da immani pericoli. Ad accompagnarlo, questa volta, Emma Bloom, la ragazza che sprigiona fiamme dai polpastrelli, e Addison MacHenry, un cane da tartufo che fiuta bambini perduti. 


Titolo: Quello che non sai di me
Autore: Meg Wolitzer
Editore: Il Castoro – Hot Spot
Numero di pagine: 276
Prezzo: € 15,50
Data di pubblicazione: 29 settembre
Sinossi: Hai mai sperato di poter tornare indietro nel tempo, all’esatto istante prima che tutto cambiasse per sempre?Attraverso un’avvincente esplorazione della psiche umana, Meg Wolitzer racconta che cosa significa perdere qualcuno, o qualcosa, che ami. E poi perderlo un’altra volta.

                                                            Romanzi d'importazione
Titolo: Le solite sospette
Autore: John Niven
Editore: Einaudi – Stile Libero
Numero di pagine: 350
Prezzo: € 18,50
Data di pubblicazione: 23 agosto
Sinossi: Quando Susan - a causa dei vizi nascosti del marito - si ritrova vedova e con la casa pignorata, insieme ad alcune amiche decide di compiere una rapina. Contro ogni probabilità, il colpo va a buon fine, e alle «cattive ragazze» non resta che raggiungere la Costa Azzurra, riciclare il denaro e sparire. Nulla che possa spaventarle, dopo tutto hanno piú di un motivo per riuscire nella loro impresa: andare in crociera e fuggire il brodino dell'ospizio.

Titolo: Quando eravamo immortali
Autore: Charlotte Roth
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 432
Prezzo: € 18,90
Data di pubblicazione: 30 agosto
Sinossi: «Non puoi perderti la notte più folle della tua vita»: è con queste parole che Alexandra si lascia trascinare fuori di casa dall'amica del cuore. Fosse stato per lei, se ne sarebbe rimasta tra quelle quattro mura anguste, insieme alla nonna che l'ha cresciuta, Momi, in mezzo alle poche cianfrusaglie che non bastano a svelare un lontano passato di cui la nonna è molto gelosa. Invece, in quella notte che sta per cambiare la Storia, Alex si ritrova catapultata nel cuore della vita, quella vita di cui, nei suoi ventitré anni, ha sempre avuto paura, senza sapersi spiegare il perché. Travolta dal mare di folla che si sta riversando da Berlino Est alla parte opposta della città, fino ad allora inaccessibile, Alex viene letteralmente spinta tra le braccia di un ragazzo dell'Ovest: Oliver. Con lui, scoprirà non solo un mondo dai confini più vasti, colorato da cibi sconosciuti, profumi stranieri, nomi dal suono irresistibile, ma scoprirà soprattutto per la prima volta l'amore, quello capace di infrangere ogni paura...

Titolo: Dispetti di famiglia
Autore: Jill Sooley
Editore: Giunti
Numero di pagine: 384
Prezzo: € 12,90
Data di pubblicazione: 7 settembre
Sinossi: Un marito che se la dà a gambe e una figlia da crescere da sola: a quarant'anni Marie non si aspetta certo altre sorprese dalla vita, e la piccola Floss è tutto quello che le rimane. Almeno fino al giorno in cui, su un autobus, non cade letteralmente tra le braccia di Ray, un giovane vedovo dai folti capelli neri, e Lolly, una ragazzina ribelle di undici anni che ha appena perso la mamma. Ed ecco che in un batter d'occhio la famiglia si allarga, perché Marie e Ray, travolti dalla passione, convolano a seconde nozze e tutti si ritrovano a vivere amorevolmente – o quasi – sotto lo stesso tetto. Un autentico manicomio, e saranno le voci di Marie, Floss e Lolly a raccontarlo, ognuna dal suo particolarissimo punto di vista. Marie sempre più impegnata nel suo doppio ruolo di madre-matrigna, Floss ai ferri corti con il patrigno, e Lolly che non riesce proprio a mandar giù il secondo matrimonio di papà. Tra dispetti, malintesi e riconciliazioni, in una miscela a dir poco esplosiva, chi sarà a trionfare alla fine: l’amore o i legami di sangue?

Titolo: L'uomo che inseguiva i desideri
Autore: Patrick Phaedra
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 288
Prezzo: € 16,90
Data di pubblicazione: 1 settembre
Sinossi: Da un anno, ogni mattina, Arthur Pepper si sveglia alle sette e compie con esattezza gli stessi gesti. Questo è l’unico modo per superare il dolore per la perdita dell’amata moglie, Miriam, dopo tutta una vita passata insieme. Solo così gli sembra di poter fingere che lei sia ancora con lui. Ma il giorno del primo anniversario della sua scomparsa, Arthur prende coraggio e decide di riordinare gli oggetti di Miriam. Nascosta tra gli stivali, vede improvvisamente una scatolina. Dentro c’è un braccialetto con dei ciondoli: sono a forma di tigre, fiore, elefante, libro e altri piccoli oggetti. L’uomo inizialmente è perplesso; la moglie non indossava gioielli. Ma poi inizia a guardare con più attenzione e si accorge che su un ciondolo è inciso un numero di telefono, che Arthur non può fare a meno di chiamare subito. È l’inizio della ricerca e delle sorprese. Un viaggio che gli fa scoprire una Miriam sconosciuta, ma che ha ancora tanto da insegnargli. E gli ricorda che l’amore è sorprendersi ogni giorno, per tutta la vita e anche oltre.

Titolo: Ricettario amoroso di una pasticciera in fuga
Autore: Louise Miller
Editore: Sonzogno
Numero di pagine: 352
Sinossi: A Boston, Livvy è una rinomata pasticciera (e pasticciona) che lavora per il club più esclusivo della città. Ma i successi professionali non sempre si accompagnano con una vita privata all'altezza, tanto più che la donna ha una storia sentimentale col proprietario (sposato) del locale. Durante la festa di celebrazione dei 150 anni del club, infatti, le cose precipitano e Livvy decide di abbandonare tutto e scappare in un paesino del Vermont. Per una cittadina come lei, la vita di provincia non è proprio un toccasana. Eppure, tra amicizie sorprendenti, gare per la miglior torta di Natale e serate col banjo, e grazie a un insolito visitatore, Livvy scoprirà che le soluzioni arrivano quando meno te le aspetti.


Titolo: Un figlio
Autore: Aljenadro Palomas
Editore: Neri Pozza
Numero di pagine: 288
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 22 settembre
Sinossi: Guille non ha niente in comune con i suoi compagni di quarta elementare. Sarà perché non si è ancora ambientato nella nuova scuola, dice suo padre, Manuel Antúnez, quando la maestra Sonia lo convoca d’urgenza in aula docenti. Sonia, però, scuote la testa. Quella mattina, prima dell’intervallo, ha chiesto agli alunni che cosa avrebbero voluto fare da grandi. Guille ha risposto... Mary Poppins.
Nessuno dei due adulti ha, però, intuito il vero motivo della risposta di Guille. Avere i poteri magici di Mary Poppins significa per il bambino risolvere d’incanto tutti i suoi problemi. Gli basterebbe, infatti, cantare Supercalifragilistichespiralidoso e sua madre tornerebbe a casa, suo padre smetterebbe di passare le sere a piangere e la sua amica Nazia non sarebbe costretta ad andare in Pakistan a sposare un signore anziano che neppure conosce. Guille è stufo che tutto il mondo continui a ripetergli che è soltanto un bambino e che i bambini non possono capire certe cose. Lui, invece, le capisce benissimo.

Titolo: Lo stradivari perduto
Autore: John Meade Falkner
Editore: Neri Pozza
Numero di pagine: 160
Prezzo: € 14,50
Data di pubblicazione: settembre
Sinossi: Nel 1842, John Maltravers frequenta l’Università di Oxford, iscritto a uno dei più antichi college inglesi, il Magdalen Hall. Nelle ore libere dagli studi coltiva la sua grande passione: la musica. Valente violinista, si esercita spesso nel suo appartamento, accompagnato al pianoforte da William Gaskell, studente al New College ed eccellente pianista. In una notte insolitamente calda, quando Gaskell ha appena lasciato il Magdalen Hall, sfogliando gli spartiti lasciati sul tavolo dall’amico, John è attratto da una copia manoscritta di alcune suite, redatta a Napoli nel 1744. Seguendo uno di quei misteriosi impulsi che sfuggono al controllo della ragione, posa lo spartito sul leggio, toglie il violino dalla custodia e comincia a suonare. Alle battute iniziali di un’aria piena di brio, sente dietro di sé un cigolio proveniente da una vecchia poltrona di vimini.
Qualche tempo dopo, alle prime luci dell’alba di una notte insonne, attaccando di nuovo quell’aria, John riavverte quel rumore sinistro. Volge lo sguardo e, nella luce argentea del mattino, scorge, seduta sulla poltrona di vimini, la sagoma di un uomo…