Jean,
psicoterapeuta newyorkese, si divide tra casa e lavoro. Ha un marito avvocato, che flirta con la giovane segretaria, e una figlia ribelle. Il suo matrimonio non è così solido,
la sua casa scricchiola. E lei, lucida e saggia, in realtà nasconde
sotto gli abiti eleganti un animo gitano. Gypsy,
anticipato da una serie di foto promozionali che ammiccavano ai baci
saffici di Mullholland Drive,
parla di una coppia in crisi che la gelosia potrebbe o separare o
rinsaldare. Protagonista sensuale ma misurata, una Naomi Watts in
ruolo coraggioso per un'attrice matura – al contrario dell'amica
Nicole Kidman, colei che a malincuore è l'unico pregio dell'ultima serie
Netflix (bene anche Crudup, un altro a cui invecchiare porta bene)
non ha ceduto alle tentazioni della chirurgia plastica. Il suo personaggio,
mosso da un segreto desiderio di onnipotenza, si intromette nella
vita dei pazienti: una giovane tossicodipendente, una mamma messa da
parte, un uomo tormentato da una vecchia relazione (come in Love, anche qui Karl Glusman è innamorato pazzo). Le prime due pazienti
portano Jean a riallacciare i rapporti con la figura materna; l'ex
ragazza dell'ultimo, invece, diventa la sua ossessione amorosa. La situazione le sfuggirà di mano.
Psicothriller al femminile, di Gypsy sfuggono
il senso e gli alibi. Cos'è: un Closer dalla
scrittura non all'altezza? Un In Treatment che
viola il codice deontologico? Blando, sbrodolato, senza appeal,
appare intimidito dal sesso – tocca aspettare otto episodi per un
bacio appassionato, e il resto sono amplessi brutti e interrotti da
tagli da boia: il pilot diretto da Sam Taylor-Johnson prometteva
l'erotismo, eppure, per quanto patinato – e irrisolto. Finisce in
sospeso, con un passato confusionario e un futuro in forse. La
presenza della Watts costa, di potenziale inespresso non se ne vede.
Lo scorso anno, lo stesso avvenne con The Path:
grandi nomi, un'idea interessante su carta, e poi? Gypsy è
un viaggio ai confini della
sessualità e dei suoi misteri. Se non sei Ozon, rischi di smarrirti. (5)venerdì 14 luglio 2017
I ♥ Telefilm: BoJack Horseman | Gypsy | Glow
Jean,
psicoterapeuta newyorkese, si divide tra casa e lavoro. Ha un marito avvocato, che flirta con la giovane segretaria, e una figlia ribelle. Il suo matrimonio non è così solido,
la sua casa scricchiola. E lei, lucida e saggia, in realtà nasconde
sotto gli abiti eleganti un animo gitano. Gypsy,
anticipato da una serie di foto promozionali che ammiccavano ai baci
saffici di Mullholland Drive,
parla di una coppia in crisi che la gelosia potrebbe o separare o
rinsaldare. Protagonista sensuale ma misurata, una Naomi Watts in
ruolo coraggioso per un'attrice matura – al contrario dell'amica
Nicole Kidman, colei che a malincuore è l'unico pregio dell'ultima serie
Netflix (bene anche Crudup, un altro a cui invecchiare porta bene)
non ha ceduto alle tentazioni della chirurgia plastica. Il suo personaggio,
mosso da un segreto desiderio di onnipotenza, si intromette nella
vita dei pazienti: una giovane tossicodipendente, una mamma messa da
parte, un uomo tormentato da una vecchia relazione (come in Love, anche qui Karl Glusman è innamorato pazzo). Le prime due pazienti
portano Jean a riallacciare i rapporti con la figura materna; l'ex
ragazza dell'ultimo, invece, diventa la sua ossessione amorosa. La situazione le sfuggirà di mano.
Psicothriller al femminile, di Gypsy sfuggono
il senso e gli alibi. Cos'è: un Closer dalla
scrittura non all'altezza? Un In Treatment che
viola il codice deontologico? Blando, sbrodolato, senza appeal,
appare intimidito dal sesso – tocca aspettare otto episodi per un
bacio appassionato, e il resto sono amplessi brutti e interrotti da
tagli da boia: il pilot diretto da Sam Taylor-Johnson prometteva
l'erotismo, eppure, per quanto patinato – e irrisolto. Finisce in
sospeso, con un passato confusionario e un futuro in forse. La
presenza della Watts costa, di potenziale inespresso non se ne vede.
Lo scorso anno, lo stesso avvenne con The Path:
grandi nomi, un'idea interessante su carta, e poi? Gypsy è
un viaggio ai confini della
sessualità e dei suoi misteri. Se non sei Ozon, rischi di smarrirti. (5)martedì 18 febbraio 2020
I ♥ Telefilm: The New Pope | BoJack Horseman S06
Morto
un papa se ne fa un altro? E se finisce in coma, invece? All’indomani
dell’infarto del più bello dei pontefici, i fedeli sono riuniti in
preghiera. Risorgerà, si domandano, mentre il fanatismo raggiunge
picchi pericolosi e gli altoparlanti trasmettono i respiri del
dormiente? Le novizie, tutt’intorno, improvvisano danze ammiccanti
nella sigla già cult. Tocca correre ai ripari, e nel giro di poco si
succedono due sostituti: il primo, troppo ribelle, ha vita breve;
l’atro, abbastanza fragile da risultare manipolabile, sembra essere
perfetto. Il nuovo pontefice, affascinante e glorioso come John
Malkovich, ha un passato da punk, gli occhi bistrati di mascara e
contatti telefonici d’eccezione: Meghan gli chiede consigli
di moda alla cornetta; Manson e la Stone, in cameo esilaranti, sono
protagonisti di udienze con tutti i sacri crismi. Nonostante intrighi
e pericoli sparsi – lo sciopero delle suore, lo scandalo pedofilia,
i matrimoni omosessuali, il terrorismo e l’immigrazione –, le
attese erano per il ritorno di Lennie. Ci vorrà più del previsto,
però, per vederlo avanzare dalle acque con un Speedo bianco a metà
tra un modello d’intimo e una divinità marina. Non aspettatevi una
lotta all’ultimo sangue. Non aspettatevi
un Law protagonista: fino al sesto
episodio giace in un letto immacolato, nella venerazione delle masse,
e per via del carisma del collega non se ne sente nemmeno grande
mancanza. Sempre d’altissimo livello, ma più pasticciata del
previsto, la serie di Sorrentino ha questa volta intenti meno a
fuoco. E affastella sottotrame, argomenti, scene madri – spiegatemi
il senso, per favore, del personaggio della Sagnier – per poi
tirare rapidamente le fila nei titoli di coda del nono episodio. The
New Pope si prende i suoi tempi, si concede sequenze folli e
ritmi lenti, ma gli episodi – il primo e il settimo sono i migliori
–, con il senno di poi, sembrano soltanto un lungo preambolo per un
epilogo piuttosto insoddisfacente. Con il rischio che il papa del
titolo, purtroppo, appaia un semplice tappabuchi. A spadroneggiare,
allora, è l’irresistibile Silvio Orlando: burattinaio scaltro e
manipolatore, che a sorpresa commuove in uno struggente elogio
funebre. Che fumata bianca sia, grazie allo splendore della
fotografia di Bigazzi; grazie a una regia al solito funambolica. Ma, nel paragone, gli si preferisce l’alchimia dei Due papi di
Netflix – a colloquio, in lotta, in equilibrio. (7)mercoledì 3 ottobre 2018
I ♥ Telefilm: Maniac | BoJack Horseman s05
Lei,
ribelle ma vulnerabile, cerca di superare la
morte della sorella. Lui, schizofrenico, è
chiamato a testimoniare il falso in tribunale per salvaguardare la
reputazione della stessa famiglia che lo ha ripudiato, mentre
tutt'intorno crede di scorgere i segni di un complotto da
sventare. Come i protagonisti strampalati di un boy
meets girl del Sundance, si scopriranno complici in un contesto
dei più particolari: la sperimentazione di un nuovo farmaco per
elaborare e combattere, fase dopo fase, il malessere che li accomuna.
Siamo in un futuro minimalista alla Spike Jonze, con gli uffici
arredati come in quegli anni Ottanta tornati noiosamente in voga e
un'intelligenza artificiale dai desideri di donna che, ammalatasi un
giorno di malinconia, s'impunta per sabotare i piani di Justin
Theroux, scienziato sopra le righe con questioni irrisolte con mamma
Sally Field – adorabile al solito, è sempre lei a prestare la voce
a un processore che fa i conti con i lati
oscuri del lutto. Ma se i farmaci sperimentali prevedono la
somministrazione delle pillole di Matrix, per
le cavie si spalancano scenari inimmaginabili soltanto in teoria –
vedasi i sogni a occhi aperti di Gondry e Nolan, o perfino i viaggi
tra generi cinematografici di un Capatonda in cerca d'autore. I
protagonisti a volte sono due coniugi che salvano un roditore
dall'essere ridotto in pelliccia, e a volte ladri imbucati a una
seduta spiritica dei ruggenti anni Venti; alcune elfi mitici verso un
lago miracoloso, altre membri di clan mafiosi in cui il sangue è
legge; infine, agenti segreti allo scoppio di
un'invasione aliena. Nei loro sogni fanno coppia, anche se non
dovrebbero; salvano l'universo, salvando frattanto loro stessi.
Un'affinità dettata dal fato o dai piani alternativi di un
processore irascibile? Qual è la costante, caos a parte, delle danze
da un'esistenza all'altra? A spiegarcelo è Maniac,
la serie più attesa dell'anno accanto al già deludente Sharp Objects: commedia terapeutica
che di folle, di nuovo, in realtà ha solo qualche nome vincente nel
cast. A ben vedere, tolta la confusione degli episodi introduttivi,
l'originalità manca. Manca la sostanza, da me preferita alla forma.
Manca il cuore, a cui in fase di sceneggiatura si è preferito il
cervello. Tanto rumore per nulla? Se non per nulla, comunque
per poco. E quel poco lo si deve ai toni da commedia indie, alle
citazioni mai rinfrescate a dovere, ai piani sequenza di Cary
Fukunaga pasticciati stavolta
con lo splatter e la computer grafica. Alle smorfie di Emma Stone, a
tratti bella e a tratti bruttissima, a tratti troppa;
alla bravura di quello sottovalutato del duo, Jonah Hill, che sembra
tristissimo anche quando su di giri. Sarà per questo che si storce
il naso, in una chiusa che altrimenti avrei adorato: davanti alla
banalità di una risposta – indovinate, coraggio, meglio l'illusione o la
vita reale? – che cozza contro la fittizia autorialità del
progetto. I motivi che mi hanno reso la visione insospettabilmente
leggera e godibile, insomma, sono gli stessi che non hanno elevato la
serie in mezzo a un garbuglio di storie già lette, di esperienze già
fatte, di film già amati. Maniac non
è all'altezza di voci di corridoio che ce lo raccontavano geniale.
Piace, a modo suo, ma non da impazzire. (6,5)lunedì 11 novembre 2019
I ♥ Telefilm: BoJack Horseman S06 | The Kominsky Method S02 | Shameless S09 | Extravergine
Scoperta
appena qualche anno fa, si è imposta subito come una delle serie del
cuore. BoJack Horseman, infatti, non è soltanto l’ennesimo
esempio di un’animazione per adulti che parla alla maniera dei
grandi autori. È uno stato d’animo. È uno stile di vita. Tutto
finisce, e a volte è sacrosanto così: la parentesi della serie
Netflix, destinata a concludersi in un secondo arco di episodi
previsto per gennaio, sta per chiudersi. Degnamente? Difficile dirlo,
dal poco che si è visto; bello sperarlo. La visione di questi otto
episodi non è stata particolarmente consolante, anzi, costituiscono
l’intermezzo più trascurabile di un colpo di fulmine lungo sei
stagioni. Cos’è successo? Purtroppo niente di che. Il nostro
anti-eroe sta cercando di fare ammenda: ormai in riabilitazione,
rivanga gli sbagli passati e soprattutto il giallo della scomparsa di
Sarah Lynne. Ma il suo piangersi addosso, questa volta, irrita e
annoia. Le cose vanno meglio per Princess Carolyne e Todd, che
insieme si prendono cura di un’adorabile cucciolo di porcospino:
tenerezza a parte, però, le svolte narrative latitano. Allora ci si
consola con Diane e Mr. Peanutbutter: benché non più in coppia, i
due rubano la scena con i momenti più appassionanti – lei a
Chicago con un nuovo compagno. lui in attesa di convolare a nozze. Il
resto? Scenette giustapposte in cui la scrittura si rivela a digiuno
di guizzi, con personaggi fuori forma e un’emozione che – fatta
eccezione per il settimo episodio, per me il degno finale di questa
midseason – ci si nega. Non dispero. In quel di
Holliwoo siamo abituati agli scoop, ai colpi di scena, ai rovesci di
fortuna. Ma l’amarezza di questa piccola delusione basta a farmi
dire: inutile compiangerlo, BoJack forse ha davvero esaurito gli
spunti.
Da
un decennio ho una costante. Vive nello squallore della periferia di
Chicago, risponde al nome di casa Gallagher. Ma ogni relazione
conosce momenti di riflessioni, crisi, attimi che attentano al
desiderio. Tra me e Shameless è successo con la nona
stagione. Ho iniziato a vederla seguendo la programmazione americana
e l’ho abbandonata presto, cosa mai accaduta. Colpa di attori
importanti che abbandonavano il cast. Colpa, soprattutto,
dell’impressione che non avessero tutti i torti: questa banda di
matti, ormai, si trascina. Ma con un anno di ritardo sono tornato
alla loro porta. Da dirmi avevano poco ugualmente, già, ma la verità
è che mi mancavano da morire. Ian, il primo del cast a tagliare la
corda, esce presto di scena e indossa la divisa da carcerato; Lip
cerca l’equilibrio interiore e le solite ragazze già impegnate;
Frank esagera al solito con trovate strampalate e raggiri – questa
volta ha una terapeuta bipolare da ingravidare –, e assieme a lui
fanno altrettanto Veronica e Kevin. Vere mattatrici della scena sono
allora Debbie e Fiona. Se la prima, matura e volitiva, si
assume le responsabilità che spetterebbero al capofamiglia, l’altra
ci ricasca: uomini bastardi, piani fallimentari, alcol e droghe.
Degna erede di suo padre, si copre di ferite e ridicolo; diventa
insopportabile. Ma permette a Emmy Rossum, altra colonna della serie
che ci dice addio, di congedarsi con una performance ingiustamente
passata in sordina. La decima stagiona va in onda in questi giorni in
patria, con una nuova sigla e qualche posto in meno a tavola. Pace è
stata fatta, forse, ma non ho fretta. Che la fine sia vicina o meno –
sarebbe auspicabile salutare i Gallagher al decimo anniversario –,
tornerò in periferia non per curiosità ma per nostalgia. (7)
Si
chiama Dafne Amoroso, ha trent’anni e lavora in una redazione alla
moda. Vorrebbe scrivere di libri, ma pare che in una Milano tinta di
rosa nessuno legga più. Il sesso, al contrario, incuriosisce e
solletica. Galeotto un equivoco a tinte bollenti, la protagonista
cambia disciplina: dalle novità in libreria ai segreti della camera
da letto, senza prima passare dal via. Dafne ha un segreto di cui si
vergogna un po’. È ancora vergine. La conoscenza di un bel
fotografo potrebbe rendere semplice colmare l’imbarazzante lacuna,
ma una ragazza romantica e di sani principi può forse dare cuore e
corpo al primo arrivato? Un appuntamento ogni settimana, venti minuti
a episodio, volti freschi e la regia di una professionista scoperta
con il visionario Riccardo va all’inferno. Capitanato
dall’adorabile Lodovica Comello e diretto da Roberta Torre,
appassionata di simmetrie ipnotiche e tinte lisergiche, Extravergine
avrebbe potuto essere la commedia d’autore che mancava
all’Italia. Annunciata come un incrocio tra Bridget Jones e
Sex and The City, non ha né l’ironia della single londinese
né la sfacciataggine delle amiche di New York. Si lascia seguire,
soprattutto per le trovate visive della Torre e le smorfie della
bella conduttrice TV – il rischio che stufino entrambe, però,
spesso c’è –, ma in dieci episodi leggerissimi troviamo un’idea
piacevole e nessuna identità precisa. Il genere chick-lit infatti
neanche a puntate, nemmeno in Italia, può permettersi tutto questo
candore o una scrittura dai ritmi svogliati. Riuscirà Dafne a perde
la verginità, magari incontrando anche il principe azzurro? Dopo
aver trovato risposta alla domanda – comunque non abbastanza solida
per costituire le fondamenta di una serie TV –, niente ci impedirà
di cambiare canale. (5,5)mercoledì 27 settembre 2017
I ♥ Telefilm: BoJack Horseman IV | The Sinner
Fuggiva
via dalle costrizioni e dagli impegni, nel finale della scorsa
stagione: al galoppo. Metteva la macchina in folle e, da lontano,
ammirava le corse degli altri cavalli nel deserto. In quel sogno
di libertà impossibile, in quella finestra sospesa, BoJack – star degli anni Novanta condannata
all'oblio – ha vissuto per un anno. Ha ignorato i messaggi
in segreteria. Ha lasciato che i pettegoli sparlassero. Al suo
rientro, all'alba di un nuovo ciclo di episodi, trova la
casa a soqquadro, un'adolescente ribelle che cerca suo padre e una città in sollucchero per
l'elezione del prossimo governatore (è testa a testa tra Mr.
Peanutbutter e un'esilarante Jessica Biel). Restano
l'accuratezza dei colori pastello, le gioie di un nonsense
affidato a un Todd dichiaratamente asessuale, quel realismo che lascia ancora
attoniti e commossi. A Holliwoo ci sono insegne monumentali a cui
manca la consonante finale; personaggi dello show business con
nient'altro che una notorietà insoddisfacente. Cosa conta, se un
ruolo da Oscar non aiuta a dormire meglio? Di cosa mettersi in cerca,
quando i copioni prendono polvere in un angolo della nostra villetta
con piscina? In una stagione intergenerazionale meno cinica e più
femminile, insospettabilmente delicata, gli autori esplorano l'arte del
racconto e del farsi da parte. Messe un po' ai margini, perciò, quelle
spalle comiche di cui non sentiamo troppo nostalgia. Forse
meno vanesio, meno egocentrico, perfino un attore in lotta con le
sue radici familiari, per una volta, e non con il ruolo della rivalsa. Si
riparte, così, dal bilancio di un viaggio in solitaria che non ha portato la pace
sperata. E si decide che è tempo di comportarsi da adulti,
anche se belli che cresciuti. Per venire a patti, come Diane e
Peanutbutter, con i pregi e i difetti della vita in due. Per appendere
un fiocco azzurro o rosa alla porta, ed è il caso di una Princess
Carolyn in attesa di una cucciolata. Per riscoprirsi figli (da lacrime il penultimo episodio:
struggente retrospettiva sulla vita di mamma Horseman, affetta da
demenza senile) e improvvisarsi genitori, in attesa dei risultati del
test dei DNA e delle fitte dei colpi di scena. (8)
Il
sole brilla. Splendida giornata per darsi a una gita al lago. Due innamorati si mettono le mani dappertutto e
ascoltano ad alto volume una canzone. Perché, tutta
intenta a sbucciare una pera, una tranquilla casalinga si avventa contro il lui della coppia e lo
pugnala sette volte? Cora, una sottovalutata Jessica Biel tornata all'intensità dei Bambini di Cold Rock, giura di non saperlo. C'è la
scena del crimine. Ci sono i testimoni. C'è la colpevole, che in tribunale non grida invano la propria innocenza. Indaga un ritrovato Bill Pullman, detective in crisi
matrimoniale dalle segrete tendenze sadomasochistiche. L'assassina è
già in manette, nel thriller antologico ispirato al romanzo di Petra Hammesfahr. Sulle braccia ha i buchi dei
tossicodipendenti, ma non saprebbe cosa farsene, dell'eroina. Negli
attimi in cui il suo lato bestiale ha la meglio, complice un innocuo brano da falò, commette gesti inconsulti. Si viaggia nei ricordi rimossi di lei –
primogenita in un'angosciante famiglia cattolica, con una sorellina
confinata a letto a cui spiegare l'amore e il mondo in differita –
e lungo i sentieri battuti ora dal marito Cristopher Abbott, ora dallo stesso Pullman, che non si accontentano dell'apparenza delle cose. Inquietanti uomini
mascherati, un cadavere scarnificato, i ghirigori di una carta da parati, sesso, un blackout
della memoria lungo due mesi. Storia torbida e sanguinosa, mai
eccessiva ma affatto edulcorata, The Sinner ha
un mistero e una morbosa forma di curiosità (per le perversioni
dell'agente di turno e le prime esperienze di una giovane Biel
fuori dal nido) da appagare. I contro: scarsa visibilità, in
un'estate che ha portato a una disattenzione generale; il fumo negli
occhi di una scrittura che rivela trucchi e limiti
a un passo da una conclusione in cui, in ballo, c'è poco meno di
quanto ci si saremmo aspettati. I pro: le ottime prove
dei protagonisti, un sottovalutato caratterista e un'ex icona adolescenziale non più al “settimo cielo”;
otto episodi che sanno come non disperdere la suspance e quando
fermarsi; il giusto equilibrio
tra giallo e viaggio della psiche, tra eleganza e abiezione. (7)mercoledì 22 aprile 2026
Coppie stellari: Cime tempestose | The Drama | È l'ultima battuta? | Song Sung Blue
Bisbetico come i suoi protagonisti,
si è divertito a lasciarsi odiare. Ma dopo un inizio maleducatissimo,
con una vistosa erezione nei pantaloni di un condannato, Cime
tempestose si rivela un melodramma più classico del previsto. E
l'ennesima conferma, tra opulenza e fetish, del cinema di Emerald
Fennell. Laureata in Letteratura, la regista è devota a Brontë, ma
soprattutto ai sogni sognati da adolescente. Una volta
pubblicato, un romanzo appartiene più a chi lo legge che a chi l'ha
scritto. La relazione con Isabella, allora, assume sfumature BDSM; i
muri ricordano la carne viva; l'albume d'uovo gocciola come liquido
pre-eiaculatorio. Inquieto, sensuale, giocoso, potrebbe non piacere
per la patina estetizzante e per quei protagonisti troppo belli per
essere veri – qualche dubbio permane per Robbie, ma Elordi divora la scena con un magnetismo
da vecchia Hollywood. È il cuore del romanzo a restare immutato.
Nero, cattivissimo, intossicante: tanto da farci sperare e arrabbiare
dopo duecento anni. Io credo in Fennell. E in questo cinema fatto di
gemiti soffocati, carni tremule e umori viscosi, in cui i classici
ottocenteschi tremano – magari poco prima di tornare tra noi, come
la Creatura di Frankenstein dopo la scintilla. (7,5)
mercoledì 19 settembre 2018
I ♥ Telefilm: Disincanto | Rick e Morty | Final Space
C'era
una volta una principessa ribelle che, come le colleghe femministe
Elsa e Merida, rifiuta velo nuziale e corona. Solitaria e coraggiosa, con una
mamma morta misteriosamente e un papà presto convolato a nozze con
un rettile di matrigna (letteralmente!), si sottrae al destino
prestabilito di moglie e sovrana, si impunta, ma non sa quali
alternative la aspettino. Giusto un po' più brilla, ma non per
questo più audace delle recenti colleghe Disney, cerca sé stessa e
un posto nel mondo con i classici viaggi non lontani dalle classiche
metafore esistenziali. Non si imbatte né in un lieto fine né nella morale
dell'ultimo rigo, ma in due strani aiutanti – un buffo elfo
alle prese per la prima volta con la vita vera e un demone custode, che qualche volta la induce in tentazione – che le fanno da spalla
comica nell'ultima creazione dell'autore cult dei Simpson e
Futurama. Nonostante le aspettative inizialmente alle stelle,
le novità scarseggiano. Meglio i rutti rumorosi dell'orco
Shrek, meglio le principesse a New York di Come d'incanto,
meglio le gustosissime variazioni sul tema dello sfortunato Galavant.
Disincanto, infatti, lo si segue ma non brilla di luce propria. Avrebbe
potuto prendere e modificare canzoni e motivetti, per farsi beffe
della stucchevolezza delle favole per l'infanzia. Avrebbe potuto in
alternativa calcare la mano con gli intrecci, il sangue e il sesso,
se Il trono di spade è
diventato il fantasy per antonomasia. Purtroppo non giovano la durata
ingiustificata degli episodi, i ritmi dilatati; situazioni e
personaggi abbozzati, in vista di una compattenza narrativa
riscontrabile appena dall'ottavo episodio in avanti. No, non ci si lascia
incantare a colpo d'occhio. Questo Disincanto poco
omaggia, non parodia affatto e, almeno per ora, diverte l'indispensabile. (6)
Siamo
sempre nello spazio, sempre in uno sci-fi, sempre a cartoni. Questa
volta, però, in una serie animata Netflix di cui poco ho letto in
giro, vista su consiglio prima di mio fratello Diego, poi di un
coinquilino che ha preferito rivederla con me anziché aspettarmi. La
storia è quella di Gary, delinquente da poco ed eroe per caso,
condannato a scontare cinque anni di detenzione in solitaria in una
prigione galattica su misura in cui patisce la mancanza di altri
esseri umani – ad animare le sue giornate, soltanto l'irritante
robot Kevin e un'intelligenza artificiale che lo guida e lo consiglia
con benevolenza – nonché la crudele penuria di biscotti al
cioccolato. La sorte e la sceneggiatura lo chiameranno ad affiancare
una bella Guardia dell'Infinito di cui è innamorato perso e a
sabotare i pianti del temibile ma cagionevole Lord Comandante – in
lingua originale, doppiato da un eccezionale David Tennat –, che
vorrebbe aprire un varco per liberare i leggendari
Titani, diventando così uno di loro. La chiave sembra essere
l'insospettabile e dolcissimo Mooncake: pallina tutta sorrisi, verde
e fluttuante, con una fama improbabile di distruttore di pianeti. Finale
Space ha musiche indovinate,
disegni pieni di colori che accolgono volentieri più di qualche
guizzo artistico di CGI e un equipaggio francamente adorabile che
intrattiene per dieci episodi, strappa sorrisi e perfino lacrime. Con
i suoi sacrifici d'obbligo. Con le canzoni che sottolineano gli stati
d'animo loro e nostri. Con un'irresistibile mascotte da proteggere,
una coraggiosa ribelle da far sospirare, qualcuno di importante da
vendicare sporcandosi le mani di sangue e qualcosa di buono, di vero,
da imparare di puntata in puntata. Ci sono ingenuità grandi e piccole; troppi abbracci e troppi discorsi di
incoraggiamento; una struttura, a lungo andare, ripetitiva. Ma uno
spunto abusato, mai come in questo caso, si rivela vincente con
poco senza scontentare né gli appassionati – riconosceranno
all'interno l'ironia e la bontà dei Guardiani della galassia – né gli aspiranti
nerd dell'ultima ora. Gli si vuol bene
all'istante, e Gary e gli altri li si riconosce amici a un primo
sguardo, come succedeva a ricreazione, a scuola: benché teneri e sfortunati,
i protagonisti provano a fare la differenza – a salvare l'universo –,
o almeno ci provano. Dalla nostra, li ringraziamo per il
tentativo. (6,5)martedì 28 dicembre 2021
[2021] Top 10: Le mie letture
10. La figlia oscura: In attesa dell'omonimo film di Maggie Gyllenhaal, una Ferrante in pillole amarissime. Misteriosa, erotica e perturbante come non mai, l'autrice della leggendaria tetralogia scandaglia il cuore femminile con la coerenza spietata di chi ha stretto amicizia coi propri demoni. Ci si può realizzare come esseri umani ed essere, al contempo, madri esemplari?
9. Latte arcobaleno: Energico, vitale e leggerissimo, il debutto di Mendez rischia di venire appesantito dalle pagine finali. Ma nemmeno allora, per fortuna, tradisce l'amore per i colori saturi, le citazioni pop, i corpi ansanti. Basso e magrolino, il protagonista avrebbe bisogno di una terapeuta o di un abbraccio. Nel frattempo canta in playback le hit del momento, lasciandosi alle spalle le tracce dell'avvenuta muta: pelle di serpente, pelle nera.
8. Le stanze buie: Ho voluto fortemente visitarle dal nuovo, queste famigerate stanze – apparse otto anni fa con Mursia Editore –, e le ho scoperte riarredate. Nonostante il mobilio mutato, ho constatato di sentirmi benaccetto come durante il primo soggiorno. La mia memoria olfattiva ricordava l'odore di cera calda e il profumo di Lucilla Flores; quella del cuore, invece, tutto il resto.
7. La casa vicino alle nuvole: Sporco eccezionalmente di sangue, l'ultimo Nickolas Butler – immancabile nelle mie classifiche di fine anno – racconta di un'amicizia che minaccia di erodersi. Come si erodono gli animi, se mangiati dalla cupidigia; come si erodono le montagne. È una lotta contro il tempo, contro la morte, contro la Natura stessa, per erigere un sogno su misura. O forse un incubo?
6. La nostra furiosa amicizia: Formazione inquieta e pericolosissima, questo young adult a tinte crime sorprende sin dalla prima pagina: in esergo, infatti, leggiamo citazioni tratte da Hannah Arendt e RuPaul. Come si possono conciliare una filosofa tedesca e un'icona della TV americana, celebre per la sua sfida tra drag queen? Scopritelo attraverso lo stile folle e immaginifico di Rufi Thorpe.
5. Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata: Esordio narrativo dello sceneggiatore di BoJack Horseman, mi ha fatto ridere, piangere e spinto a sottolineare le cose più urgenti. Giunto all'ultima pagina, ho avuto la sensazione di aver esagerato con i biscotti assortiti – ogni racconto è un dolcetto pescato da una scatola di latta – o di essermi preso una sbronza triste. Mi giravano forte lo stomaco e la testa; mi girava il cuore.
4. Il valore affettivo: Nicoletta Verna obbliga a uno stato di tensione imperituro. Il suo è un esordio di vertiginosa bellezza da leggere come fosse un noir. Disturbato e disturbante, richiama per eleganza il cinema di Haneke e si pianta in testa attraverso la voce di Bianca: un personaggio unico nel suo genere, che non sfigurerebbe nella galleria di quelli interpretati da Isabelle Huppert.
3. La promessa: Fresco vincitore del Booker Prize, il romanzo sui membri della sfortunata famiglia Swart (raccontati attraverso quattro funerali in quattro decenni) ha la fluidità e l'estro di quei film girati interamente in piano sequenza. Nonostante le 300 pagine scarse, la lettura risulta densissima: un caos tragicomico con un irresistibile cast sudafricano.
2. Un giorno questo dolore ti sarà utile: Non è mai troppo tardi per rivivere i propri tormenti adolescenziali, né per auscultarsi e scoprirsi degli adorabili disagiati. A diciotto anni lo avrei considerato uno dei miei romanzi preferiti. A ventisette anni, invece, vado dicendo di essermi imbattuto a scoppio ritardato in una di quelle storie-specchio che riflettono tutte le mie contraddizioni.
1. Una vita come tante: Quando ho iniziato questa bellissima impresa lunga oltre mille pagine, avevo bisogno di un brano triste che facesse pendant con il mio stato d'animo. Cercavo la catarsi. E l'ho trovata, sì, insieme all'armonia segreta che smussa perfino gli spigoli dei pentagrammi più tristi. Hey Jude: ti devo piangere, ti devo abbracciare, ti devo elaborare. Ti devo perdonare.
venerdì 29 dicembre 2017
[2017] Top 10: Le serie TV
lunedì 23 settembre 2019
I ♥ Telefilm: Undone | Marianne | Élite S02
Nel
primo autunno a corto di BoJack Horseman – a quando,
Netflix, la sesta stagione? –, gli sceneggiatori Kate Purdy e
Raphael Bob-Waksberg hanno unito le forze per una nuova serie animata. Lontani dai retroscena di Holliwoo, con Amazon a
produrre, passano al tema fin troppo abusato dei viaggi nel tempo;
dall’animazione tradizionale alla tecnica del rotoscope, già
sdoganata da Richard Linklater. Inutile dire, non ci si
aspettava semplicemente un bell’esordio: carico di aspettative,
alla luce dell’entusiasmo letto in rete, confidavo in una delle
serie dell’anno. Così non è stato, senza grandi rimpianti, e
spiego subito il perché. Undone racconta del tracollo
psicologico di Alma all’indomani di un incidente stradale:
risvegliatasi dal coma, la maestra d’asilo scopre di poter parlare
con il padre – scienziato morto in circostanze misteriose – e di
essere in grado di cambiare il corso degli eventi. Ma la
protagonista, interpretata dall’ottima Rosa Salazar, ha una nonna schizofrenica, cicatrici sui polsi,
medicinali che a un certo punto sceglie di non prendere. La sua è
una missione degna di un supereroe, o un’avvisaglia della malattia
mentale? Nel frattempo la sorella sta per convolare a nozze, la mamma
iperprotettiva per scoperchiare un vaso di Pandora colmo di rancore
verso il compagno defunto – un insopportabile Bob Odenkirk – e il
dolcissimo fidanzato Sam, come lei reduce da un’infanzia difficile,
tenta di assecondarla nonostante il dubbio che stia delirando.
Vicina all’estetica della coppia Kaufman-Gondry, ma anche al
romanticismo del nostro Valerio Mieli, la prima stagione di Undone
è tanto brillante dal punto di vista umano quanto derivativa
sotto l’aspetto fantascientifico. Le si riconoscono un’animazione
all’avanguardia, la solita grande scrittura – qui non lineare –,
quei personaggi adorabili e dolenti che funzionano soprattutto nelle
situazioni di tutti i giorni, lontani dallo sperimentalismo della
trama. Paradossalmente, è proprio la componente sci-fi – per quanto vicina
al cinema che piace a me, quello minimalista del Sundance – a non
far gridare al miracolo davanti a questa ricerca proustiana a metà
fra l’irrestistibile Fleabag e il dimenticato Maniac.
Per alcuni imperdibile, dal poco che si è visto appare sicuramente
una visione stimolante. Ma, per il momento, con lo stesso senso
d’irrisolto del titolo. (7)
Benvenuti
a Elden, sinistra ma bellissima città portuale sulle coste francesi.
L’unica attrazione turistica, all’inizio, era il vecchio faro. Ma
dopo la fama raggiunta da una delle sue abitanti, l’attenzione si è
spostata al mondo dei libri: quegli scenari sono stati d’ispirazione
alle creazioni dell’amata-odiata Emma, scrittrice horror di fama
mondiale di ritorno all’ovile in seguito a un evento preoccupante:
l’antagonista della sua storia, una strega in cerca di vendetta,
sembra essere sbucata fuori dalle pagine per ricattarla tirando in
ballo la famiglia, gli ex compagni di scuola, un lutto passato. La
colpa di Emma: aver messo un punto fermo alla saga di Lizzie Lark,
quando il mostro – Marianne, sposa di Satana condannata ai tempi
dell’Inquisizione – non voleva ancora essere dimenticata. In un
villaggio in cui male e mare fanno rima, quattro amici d’infanzia
si danno appuntamento per riabbracciare la ragazza e aiutarla. Ma
lei, tipino sarcastico e scontroso dotata della bellezza rockettara
di Victoire DuBois, è un buco nero che porta con sé sfortune e
tragedie. Fra vecchi amori e nuovi incubi, la serie d’oltralpe non
si lascia sfuggire elementi di sicuro raccapriccio: voci mostruose o
cantilenanti, figure nell’ombra, risate di bambini spettrali, cani
rabbiosi e denti strappati, anche se a ispirare
l’inquietudine maggiore è la performance di una strepitosa
Mireille Herbstmeyer. Non mancano gli inserti ironici, garantiti da un detective un
po’ sopra le righe, né l’effetto nostalgia quando si entra in
territori kinghiani: lo spunto è quello di un Misery in
chiave soprannaturale, infatti, ma la rimpatriata ricorda proprio
quella dei Perdenti di It. Tanto l’ultimo film di Muschietti
è fallimentare nella componente orrorifica, però, quanto questo
Marianne è riuscito. La serie, cosa rara, fa genuinamente
paura. Una paura generata dagli innumerevoli jumpscare alla James
Wan, ma anche dal fascino macabro delle tematiche e delle
ambientazioni. Di grande atmosfera, piena di citazioni letterarie e
sobbalzi, è consigliata a chi come me ha apprezzato l’ultimo
Laugier. Un carrozzone del terrore sì ammiccante e già visto, ma comunque invidiabile per cura e gestione della suspance: perfetto per
entrare nel mood di Halloween. (7+)
Erano
giovani, carini e bugiardi. Erano, a mani basse, il guilty pleasure
dello scorso anno. Sfacciatamente trash, un po’ Gossip Girl
e un po’ Le regole del delitto perfetto, Elite mi
aveva divertito da morire con il suo vortice di intrighi
adolescenziali, sangue e sesso spinto. Chi aveva ucciso Marina? Era
il grande dubbio della prima stagione. Quest’anno l’interrogativo
cambia: cos’è successo al povero Samuel, l’outsider sulla bocca
di tutti per via della sua borsa di studio e della parentela con
l’accusato? Le variazioni sul tema sono minime: i nuovi ingressi
sono un’arrampicatrice sociale, con una mamma pagata per fare le
pulizie fra i corridoi della scuola privata; una presunta vincitrice
della lotteria, in realtà coinvolta in un traffico di stupefacenti;
il fratellastro della subdola Lola, ovviamente legato a lei da
un’attrazione incestuosa alla Cruel Intentions. Scompaiono i
volti più noti – Jaime Lorente e Miguel Herràn, forse impegnati
sul set della Casa di carta – e la sorpresa è tutta per
l’evoluzione del personaggio di Guzmàn, il fratello della ragazza
assassinata, al centro di un cammino di vendetta e redenzione. Per
fortuna sempre incensurati e recidivi, i giovani spagnoli sono meno
divertenti e coinvolgenti che in passato, ma più maturi. La seconda
stagione ha un andamento maggiormente lineare e conserva, per far
presa garantita sui buoni amanti del trash, la sua natura di mancata soap
opera. Innumerevoli le relazioni proibite, le coppie che ora
scoppiano o si consolidano, le amicizie storiche messe in pericolo
dal sospetto. Le tinte torbide, eppure, in teoria sono quelle di una
moderna tragedia shakespeariana. Si parla nemmeno troppo fra le righe
di quanto logorino la corruzione, il senso di colpa, il potere. Ma ci
si distrae, se in un prodotto leggerissimo, alla maniera dei ricchi: fste grandi e rumorose, alcol a fiumi, cocaina sniffata nei bagni di lusso. Il non detto li rende tutti
spensierati, ma anche complici e assassini. Il non detto ci renderà
tutti curiosi, davanti all'idea di un rinnovo già annunciato. (6,5)lunedì 24 luglio 2017
Recensione: Il giovane Holden, di J.D. Salinger
Il Natale è vicino, e sempre indesiderato resta. I genitori, sempre, continuano a non sapere.
domenica 30 dicembre 2018
[2018] Top 10: Le serie TV
2. L'amica geniale
Miglior attrice non protagonista: Yvonne Strahovski (The Handmaid's Tale), Mandy Moore (This is us), Sissy Spacek (Castle Rock).
Nice to meet you: Elisa del Genio e Ludovica Nasti (L'amica geniale), Eliza Scanlen (Sharp Objects), Stephan James (Homecoming).















