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venerdì 29 agosto 2014

Recensione: Le ho mai raccontato del vento del Nord e La settima onda, di Daniel Glattauer

Ciao, amici! Oggi, recensione "in coppia" per la duologia di Daniel Glattauer: Le ho mai raccontato del vento del Nord e La settima onda. Una lettura bella e inaspettata, per coloro che vogliono qualcosa di diverso, ma autentico. Ho apprezzato moltissimo il primo, leggermente di meno il secondo: e perché? A lungo andare, l'impostazione mi è sembrata monotona, quindi vi lascio con un consiglio. Non leggeteli, come ho fatto io, tutti di seguito. Aspettate un attimo. Vedrete che sarà un piacere ritrovare due vecchie conoscenze come Emmi e Leo. Un abbraccio. M. 
Scrivere è come baciare, ma senza le labbra. Scrivere è come baciare, ma con la mente.

Titolo: Le ho mai raccontato del vento del Nord
Autore: Daniel Glattauer
Numero di pagine: 192
Prezzo: € 8,50
Editore: Feltrinelli – Universale Economica
Il mio voto: ★★★★½
Sinossi: Un'email all'indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l'impaccio iniziale, tra Emmi Rothner - 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito - e Leo Leike - psicolinguista reduce dall'ennesimo fallimento sentimentale - si instaura un'amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi. Romanzo d'amore epistolare dell'era Internet, "Le ho mai raccontato del vento del Nord" descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventa virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?

Titolo: La settima onda
Autore: Daniel Glattauer
Numero di pagine: 190
Prezzo: € 8,00
Editore: Feltrinelli – Universale Economica
Il mio voto: ★★★
Sinossi: Emmi e Leo: per chi ancora non li conosce, sono i protagonisti di un amore virtuale appassionante, che ha vissuto ogni sorta di emozione, a parte quella dell'incontro vero. Sì, perché dopo quasi due anni, Leo ha deciso di tagliare definitivamente i ponti con Emmi e partire per Boston, per ricominciare una nuova vita. Emmi non si dà però per vinta, e riesce nell'impresa di riallacciare i rapporti con Leo. Mentre lei è ancora felicemente sposata con Bernhard, per Leo in nove mesi le cose sono cambiate, eccome: in America ha conosciuto Pamela e finalmente ha iniziato la storia d'amore che ha sempre sognato. Si sa, però, l'apparenza inganna. Ritornano le schermaglie via e-mail che hanno tenuto col fiato sospeso i lettori di "Le ho mai raccontato del vento del Nord", e anche stavolta promettono scintille.
                             La recensione
“Quanti anni ha? Com'è fatta? Non ne ho idea. Tra i 30 e i 40. Bionda, castana, oppure rossa. Mi scuote nel profondo, mi emoziona, a volte vorrei mandarla a quel paese, ma altrettanto volentieri me la vado a riprendere. Ho bisogno che sia nei paraggi.”
Come Theodore e Samantha, i protagonisti viaggiano su dimensioni parallele. La tecnologia li unisce, li fa chiacchierare a cuore aperto, ma quella lontananza elettronica è una barriera insormontabile. Vivono nella stessa città, ma non conosco il loro reciproco aspetto fisico: solo parole in chat, voci timide sussurrate nella segreteria telefonica. L'esordio di Daniel Glatteur è un Her in una dimensione possibile, ma fantascientifico neanche un po'. Come Jesse e Celine, i narratori sono un uomo e una donna che vengono da pianeti diversi. Giurano di incontrarsi in un caffè, un anno, il successivo e l'altro ancora. Si promettono amore eterno, ma qualcuno si presenterà davvero a quel fatidico appuntamento ai tavolini di un bar affollato? Avranno la forza di guardarsi in faccia? C'erano Prima dell'alba, Prima del tramonto, Prima della mezzanotte: vent'anni, tre film, due amanti invecchiati sotto gli occhi del regista Richard Linklater. A questo scrittore austriaco - che io ero testardamente convinto fosse francese e che immaginavo attorniato da due affiatati attori dalla regale cadenza british - bastano due libricini: quattrocento pagine. Infine, testardi e ciechi, migliori amici e confidenti, innamorati ed egocentrici, ci sono gli Emma e Dexter di Un giorno e, dove soffia un ventaccio che fa restare svegli, giusto al di là del mare, ecco spuntare Leo ed Emmi. Conoscevo quei due personaggi da dieci pagine e già mi andavano a genio: mi facevano pensare naturalmente a coppie irresistibili del cinema e della letteratura contemporanea, ed era cosa buona e giusta. Non sapevo com'erano fatti, eppure li avrei riconosciuti in un incontro al buio. Loro si conoscono per errore. Come quando, chissà perché, c'è un gioco strano di indici e anulari e, in una frase battuata al computer, ecco spuntare una lettera di troppo. Una cosa che non va. Leo è l'errore di Emmi. Lo conosce un po' per il gioco del destino, un po' per la rivalità tra due delle nostre dita preferite: l'anulare, dove va la fede nuziale; l'indice, con cui additiamo – sin dall'asilo nido – quello che ci piace o non ci piace. Si fanno gli auguri di Natale per email, si punzecchiano, e chiacchierano, chiacchierano, chiacchierano. Leo, un professore universitario, vive di parole e di ex ragazze che vanno e vengono. Emmi, progettatrice di siti Internet, ha un pianoforte in camera da letto e un marito, due figli e un gatto al piano di sopra. La duologia del sorprendente Daniel Glattauer è un originale monologo in forma epistolare che diventa dialogo. 
Parlare, per loro, tra loro, è come parlare all'orecchio della coscienza. Le previsioni meteo: le tirano in ballo quando, bambini, girano intorno a un argomento importante. I segreti dell'altro sesso: giocano ad indovinarli. Le sveglie, abolite: si addormentano con il portatile accanto e, al mattino, è l'arrivo di una nuova email a destarli; un trillo che fa brillare loro gli occhi. Si danno il buon giorno e la buona notte. Si sognano intensamente. Pensieri fissi; pensieri erotici. Fare l'amore con una sconosciuta, al buio, bendati, come in un film di Bertolucci. Il loro sentimento telematico è costruito per bene nell'arco di due romanzi che ho letto d'un fiato. Li confondo. Non so dove finisca l'uno e inizi l'altro, giuro. Vediamo... Passano dal “lei” al “tu”. Dalla galanteria attempata al linguaggio di sempre. Da creature senza tempo, conoscono anche loro la quotidianità: la noia, il ripensamento, il rimpianto, l'instabilità. Quelle prime dichiarazioni alla Jane Austen, quasi, cedono il passo a conversazioni per punti in cui si dimentica a casa la poesia, ma non l'esistenza dell'altro. Redigono liste interminabili: lei usa i numeri, lui le lettere. Nel primo, lei glielo chiede: le ho mai raccontato del vento del Nord? 
Soffia fuori dalla sua finestra, e non si riesce a dormire, quand'è così. Il consiglio di Leo, tempestivo, è provare a coricarsi obliquamente. E come fare, poi, con la lampada? A Emmi serve per leggere, e senza leggere non riesce a prendere sonno. Lui le invia una prolunga, per scherzo, in formato doc: ci sono regali e regali. Nel secondo, allontanandosi, hanno cercato invano di dirsi addio. Emmi, in un luogo esotico e distante, sente gli abitanti del posto parlare di un'onda leggendaria, la settima, che è la più alta. Mangia la riva, contrasta l'acqua cheta, ti porta su. Arriverà mai? I due capitoli della loro relazione epistolare hanno uno stile che riconosceresti a colpo sicuro. Un realismo che, quando lo trovi, crea scintille di magia. Le loro conversazioni sono irriverenti, sagge, maliziose, dinamiche: terapia di coppia gratuita di una... non-coppia. Fanno ridere e fanno arrabbiare. Il romanzo ti tocca, tu provi a toccare il romanzo. A entrarci dentro. A raggiungerli e ghermirli, per far cozzare forte le loro teste dure: Vi piacete, ragazzi. Dai, datevi una mossa. Coraggio! Questo, forse, è il problema di La settima onda: averlo letto subito, mi ha reso intollerante nei confronti delle tante schermaglie che, sommate a quelle buffissime del precedente, sembravano ininterrotte. Io cracco i codici nascosti. Hackero i loro pensieri. Li ammanetto con il mouse, li lego a quel cordoncino che li incatena alla tastiera. Il laptop è una bocca spalancata in uno sproloquio da canaglia. I tasti sono i denti. E, da qualche parte, ci sarà anche un passaggio segreto che porta all'esile perfezione di Le ho mai raccontato del vento del Nord. Daniel Glattauer, con una sensibilità da fuoriclasse, ti fa credere a quello che leggi: carismatico affabulatore. Innaffia il romanticismo con whisky (per Emmi) e vino rosso (per Leo) e, anziché sulla scena del crimine del coma etilico, ti porta a osservare la proverbiale cecità dell'amore. Avete mai visto quei disegni che si compongono con le sole lettere dell'alfabeto, o anche con i numeri – perché l'arte mette pace tra la letteratura e la matematica? Piogge torrenziali di codici e sigle alla Matrix? 
Ditemi di sì. Chiudete l'occhio destro, poi il sinistro. Vedete? Formano le sagome di un lui e di una lei. Alla fine, pare si bacino. Con le parole. Con le labbra. 
Il mio consiglio musicale:  Robbie Williams & Nicole Kidman - Something Stupid 

mercoledì 27 agosto 2014

I ♥ Telefilm: Orange is the new black, Hemlock Grove, The 7:39

Ciao a tutti, amici. Oggi nuovo appuntamento con I Love Telefilm, in cui vi parlo delle ultime cose che ho visto e di qualche bella serie che ho concluso. Orange is the new black, show dello scorso anno, è stato bello esattamente come mi avevano assicurato; Hemlock Grove, dopo una prima stagione sorprendente, prosegue più che bene lungo il suo lugubre e spoglio sentiero notturno; l'ultima, The 7:39, è invece una miniserie. Solo due puntate per una storia d'amore completa e delicata. Ah, il mondo quest'oggi piange il mio Kobo: usato un paio di volte e morto. Sì, l'ho fatto cadere a terra: indovinato. Ed ero a metà del seguito del fantastico Le ho mai raccontato del vento del nord. Argh!

Orange is the new black
Stagione I
Sono stato bravo. In questi ultimi giorni d'estate, ho fatto tesoro dei consigli dei miei amici. Sto seguendo Breaking Bad (ma questa è un'altra storia) e, cosa rimandata per tre lunghi anni, mi godo piacevolmente la compagnia di New Girl (altra storia pure questa.) Soprattutto, ho recuperato la prima stagione di Orange is the new black: per molti, la serie rivelazione dello scorso palinsesto. Sapevo di stare per guardare qualcosa di notevole. Me lo dicevano le opinioni degli altri, poi l'ho capito dopo i primi minuti. Quando la protagonista, passata dal pensiero del matrimonio a quello di un anno da scontare in carcere, si siede sul gabinetto, fa pipì e piange in silenzio. A dirotto. Di là c'è il Jim di American Pie - sempre eccitato, sempre un po' infantile - con il quale vuole passare l'ultima notte di libertà e di sesso. Piper è la ragazza perfetta: bella, gentile, naturalmente bionda, fedele. Il suo passato è un bel casino, però. Stava insieme a una focosa trafficante - sì, una donna - e, dopo dieci anni, le tocca scontare i crimini di gioventù. La giustistizia pare non averla dimenticata. Il passo dalla felicità alla galera è breve. Com'è la vita in carcere? Orange is the new black, tratto da una curiosa storia vera, è uno spettacolo contro i luoghi comuni; totalmente interessante, sempre vero. Un microcosmo senza sbavature. Al centro esatto della commedia e del dramma. Sexy, ironico, cattivello, è fatto di singolari minacce di morte, scandali e gravidanze, nascite e suicidi. Baci saffici e imprevisti amplessi rubati. Poi: le feste, i regali dolci, i pacchi bomba. Le passioni fatali. Ampio, illimitato, anche se chiuso a doppia mandata, è fatto di donne ferme, ma con la mente che vaga, tra ricordi, sogni, crimini violenti. Red, il boss della cucina, vendicativa e spietata, ma con un tosto cuore d'oro; un'inquietante e manesca fanatica religiosa, dipendente da Dio e dall'eroina; quella che si innamora del nuovo, romantico secondino, poi; e quella che subisce le sgradite attenzioni di una guardia con mani lunghe e ossessioni striscianti; il transessuale con moglie, figli e un sesso nuovo che ha bisogno di ormoni e comprensione; tanti altre figure da scoprire da zero... A guardare come si muovono, come reagiscono, come sopravvivono, il complicato personaggio della bravissima Taylor Shilling, che a volte odi, a volte ami: tentata dalla sua amante di un tempo, che è la causa della sua condanna; confortata a telefono da un ragazzo tenero ma stupidotto, a cui - con la distanza di mezzo - finisce per pensare poco, a volte. Le attrici, sconosciute, spiccano per la loro infinita naturalezza. Portano in tv la normalità. E vedetele, sui Red Capert, per scoprire quanto sono belle, lontano dalla divisa arancio. Nel musical Chicago c'era il Cell Block Tango - ve lo ricordate, sì? Orange is the new black è la danza delle galeotte dietro le sbarre: macabra, tragicomica, coloratissima anche con l'incolore guardaroba che si ritrova. Le protagoniste sono ballerine con la divisa identica o la camicia di forza. La tredicesima puntata, con un montaggio perfetto, si chiude con un concerto improvvisato da pelle d'oca. Un presepe vivente blasfemo e male assortito, ma che emoziona. Non è diventato la mia dipendenza estiva, perché è intenso, lungo e merita attenzione, un certo rispetto: non guardavo più di qualche episodio a settimana, personalmente. A un certo punto scatta un pensiero tremendamente egoista. Devono stare lì; si meriterebbero tutte una pena più lunga. Per farti divertire e riflettere ancora. (7,5)

Hemlock Grove
Stagione II
Hemlock Grove. Dove il soprannaturale è di casa. I lupi mannari si trasformano, spezzandosi le ossa e strappandosi la pelle di dosso. I vampiri non si chiamano vampiri e, al prezzo del sangue, sono a capo di clan secolari. Le industrie, con torri alte fino alle nuvole, fabbricano corpi e tengono sirene in bicchiere. Gli esseri deformi, dotati di un animo buono, giocano con i bambini infelici. Una bestia e un Upir – un tempo amici, adesso rivali – mettono da parte le loro divergente per diventare papà di una bella bambina con lo sguardo di fuoco. La fortunata serie prodotta da Eli Roth, lo scorso anno, era sbucata dal nulla. Talmente bizzarra da lasciare esterefatti. Avevo seguito gli episodi, all'epoca, con un misto di curiosità e diffidenza: capivo poco, ma non riuscivo a smettere di guardare. Tutto era mistero. Intricati nodi da soap opera, una mitologia da scoprire, legami da mettere a fuoco, una spirale di violenza che ti risucchiava, portandoti via. Indubbiamente, era stata la più grande sorpresa del 2013. Ho iniziato a desiderare la seconda stagione sul finire della prima. Cast confermato; dieci episodi assicurati e rilasciati, sulla rete, in un unico giorno. Che fortuna, e che guaio. L'ho vista d'un fiato e il caloroso bentornato a Hemlock Grove non ha fatto altro che darmi gradite, graditissime conferme. Come si fa quando si ha a che fare con cose lunghe, complesse, ambigue, del finale di stagione – a un anno e qualcosa di distanza – ricordavo davvero l'essenziale. Senza preoccuparmi troppo, ho subito notato la grande differenza. Rispetto alla prima stagione, questo Hemlock Grove è più facile da seguire. Lineare. Con un intreccio che presenta colpi di scena, ma nessuna parentesi che distrae. Da una parte, ciò permette di ricordarlo di più e di goderselo senza sofferenze. Dall'altra, quel fascino assicurato dalle cose che stenti a cogliere sfuma, fino a perdersi. Comunque, non preoccupatevi: non diventa mai qualcosa di scarso. La qualità, rozza e corposa, risulta intatta. Tra Netflix e The CW, un abisso. Le creature di questa cittadina sono credibili, complicate, dipinte con tutti i toni di grigio possibili. Roman e Peter, così diversi, dopo una rivalità amorosa non dimenticata, si avvicinano nuovamente soltanto da metà stagione in poi. E alla serie la loro amicizia fa bene. Il primo, con una mamma che va e viene e una folle cugina strega; il secondo, con il padre nella tomba, una mamma immortale e cattivissima, una sorella tanto mostruosa quanto dolce. Famke Janssen, più seducente con gli anni che passano, impara la compassione e l'abilità di un buon genitore. I punti di sutura sulla lingua le avranno fatto bene? Commovente la sua figlia diseredata, Shelley: vaga, si nasconde nelle cantine. Vive al buio per paura di spaventare le persone con il suo orribile aspetto. E se potesse cambiare la sua esteriorità e mantenere la sua anima? Se, nelle industrie Godfrey, fosse possibile spegnerla e caricare la sua coscienza in un corpo artificiale, nuovo di zecca? Una novità: la bionda Madeleine Brewer. Lei è nuova in città e, in una notte di tempesta, trova rifugio a casa di Roman, ignara del suo segreto e della neonata al piano di sopra. Glielo rivelerà il suo corpo: i suoi seni, pieni di latte per miracolo o maledizione, la renderanno una madre. Un difetto: Hemlock Grove mantiene l'ironia, ma perde il suo potenziale sex appeal. Troppo ripulito, non “fa sangue”, come si dice. La notevole tensione sentimentale che c'è non viene sfogata. Clamorosamente coinvolgenti gli ultimi due episodi. Un tripudio di violenza, trovate originali, emozione, con quel finale magistrale, all'orizzonte, e troppo troppo aperto. (7,5)

The 7:39
miniserie tv (2 episodi)
Quant'è brutto essere schiavi della routine. Carl è prigioniero delle stesse cose da quindici anni. Ha figli grandi, una moglie di cui non si è mai stancato, un impiego che lo porta a stare lontano da casa tutta la giornata. Usa la sua villetta in periferia come un appoggio. Lì va a dormire e lì si risveglia. Il cellulare vibra ed è già ora di svegliarsi. Vestirsi, dare da mangiare al gatto, concedersi una colazione veloce e poi il treno. Quello delle 7:39: il solito. Sally fa la pendolare da qualche mese e si è stufata dopo poco di quella vita da eterna passeggera. Lavora in una palestra, ha un bell'appartamento, un fidanzato muscolosissimo e galante con cui parla di ricevimenti, matrimoni e bambini. Anche lei va a Londra con il treno delle 7:39 e succede che così conosce Carl. Qualche gentilezza, due chiacchiere, le confidenze, le previsioni meteo e l'uno entra nella routine dell'altro. Hanno un appuntamento fisso che nessuno conosce. Il vagone di quel treno pieno di uomini stanchi e armati di ventiquattrore diventa il territorio neutrale in cui i due si incontrano, per alimentare quel timido rapporto che non ha nome. Fanno gli stessi pensieri e, in quel mondo ad alta velocità, iniziano a pensare alla stessa cosa. Decidono di provarci. Di incontrarsi all'esterno, lontani dai binari, e di visitare la città come due turisti adolescenti che ridono, si danno ai selfie, prendono una stanza d'albergo per una notte di sciopero dei mezzi. Se non avete niente da fare, in un pomeriggio di pioggia tra tanti, e sull'agenda avete un corposo buco di due ore da riempire, recuperate The 7:39. Una miniserie inglese, composta da due puntate di un'ora ciascuna, sceneggiata da David Nicholls, meraviglioso autore di Un giorno. Che vi piace ve l'ho detto, una volta... o duemila. Be', mai troppe. Il tocco della sua penna si vede, anche filtrato dal piccolo schermo. Firma, infatti, una commedia romantica delle sue. Umana, ben scritta, autentica e un tantino struggente. La storia di un lui e di una lei che s'incrociano alla stessa ora tutti i giorni. Poi si parlano e, anche se entrambi impegnati, scoprono che forse è possibile che il nostro cuore, tanto grande, s'innamori di due persone contemporaneamente. Giusto o sbagliato? Una fotografia limpida che cattura bei momenti. Dialoghi lunghi e brillanti che sono tutto. Un cast impeccabile, in cui si distinguono – accanto all'intensa Olivia Colman (Broadchurch) – due protagonisti separati da quindici anni di differenza, ma armoniosi e intimi. La bella Sheridan Smith (Hysteria) e un David Morrisey (The Walking Dead) affascinante e ineditamente buono. La BBC, garanzia di qualità, produce un film grazioso e agrodolce – solo diviso in due tempi e due momenti. (7)

martedì 14 gennaio 2014

Recensione in anteprima: Le ossa della principessa, di Alessia Gazzola

Ho imparato che tutto ha un prezzo e che quella dolce quiete che mi sembrava noia... è quella la serenità. Bisognerebbe pensarci prima di gettarla nel piatto, in una partita a carte con la sorte, al prezzo di un'emozione che non vale nulla.

Titolo: Le ossa della principessa
Autrice: Alessia Gazzola
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 346
Prezzo: € 17,60
Data di pubblicazione: 16 Gennaio 2014
Sinossi: Benvenuti nel grande Santuario delle Umiliazioni. Ossia l’istituto di medicina legale dove Alice Allevi fa di tutto per rovinare la propria carriera di specializzanda. Se è vero che gli amori non corrisposti sono i più strazianti, quello di Alice per la medicina legale li batte tutti. Sembrava quasi che la sua tormentata esistenza in Istituto le avesse concesso una tregua, quanto bastava per provare a mettere ordine nella sua sempre più disastrata vita amorosa, ma ovviamente non era così. Ambra Negri della Valle, la bellissima, brillante, insopportabile e perfetta Ape Regina, è scomparsa. Difficile immaginare una collega più carogna di lei, sempre pronta a mettere Alice in cattiva luce con i superiori, come se non ci pensasse lei stessa a infilarsi nei guai, con tutti i pasticci che riesce a combinare. Per non parlare della storia di Ambra con Claudio Conforti, medico legale affermato e tanto splendido quanto perfido, il sogno proibito di ogni specializzanda… E forse anche di Alice. Ma per quanto detesti Ambra, Alice non arriverebbe mai ad augurarle la morte. Così, quando dalla procura chiamano lei e Claudio chiedendo di andare a identificare un cadavere appena ritrovato in un campo, Alice teme il peggio. Non appena giunta sulla scena del ritrovamento, però, mille domande le si affollano in mente: a chi appartengono quelle povere ossa? E cosa ci fa una coroncina da principessa accanto al corpo?
                                                        La recensione
“La gente sbaglia, sbaglia di continuo. Si può perdonare, finché non uccide.”
Se c'è una cosa bella della fine delle vacanze di Natale - quando riponiamo il nostro albero spelacchiato nel ripostiglio, e chiudiamo in uno scatolone palline, ghirlande e la nostra solita serie di lucine Led, e lasciamo che le statuine sbeccate del presepe dormano tutte insieme, per dodici mesi ancora, nella stessa busta (le Sacre Scritture condannerebbero questa promiscuità, ma amen!) – è il ritorno alla pace. Perché, sebbene a Natale siano tutti più buoni e le pubblicità dei Panettoni mostrino bambini di Paesi diversi tenersi allegramente per mano e girare in tondo fino al mal di mare, le feste sono l'occasione perfetta per cantare senza ritegno alcuno le canzoni di Michael Bublé e Mariah Carey, ospitare in città inquietanti orde di Babbi Natale armati di trombetta e barba sintetica, chiamare amici a cui per 365 giorni non avevi mai pensato e far sgradite viste a sorpresa a familiari, strizzati in imbarazzanti pigiamoni, che - l'elegante mise lo dimostra - non aspettavano te. La Befana, quest'anno, messa con le spalle al muro insieme al nostro Paese in gran completo, non mi ha portato niente di niente, ma – come dicono le frasi da cartolina – ha portato via con sé, al suo frettoloso passaggio, le feste in gran completo. Almeno quelle. E i telefoni che squillano per le chiamate di nonni un po' lontani, i postini che recapitano cartoline arrivate in ritardo, le visite di cortesia di adulti che non conosci, ma a cui sorridi con accondiscendenza, anche se l'unica cosa che vorresti fare è cedere al raptus omicida che, in cruciali momenti, ti suggerirebbe di pugnalarli con una stecca di torrone al limoncello: colpa di osservazioni inopportune su una fidanzatina che non c'è, sul mancato 100 all'esame di maturità, sull'impressionante differenza d'altezza tra te, nano da giardino in incognito, e il tuo pantagruelico fratello minore. Da tre anni a questa parte, ho una cara amica che mi viene a far visita. Per due anni, l'ha portata con sé la primavera: guance rosse, occhi limpidi, frangetta al vento, fiori di pesco tutt'intorno. In Sindrome da cuore in sospeso, invece, è venuta a trovarmi, inaspettatamente, sotto l'albero di Natale. Quest'anno è in anticipo. Bussa alla porta quando non aspettavo più anima viva. L'epifania è passata da un paio di giorni appena e il silenzio tanto sperato è durato, alla fine, meno del Governo Prodi. Alice Allevi entra, ma non mi saluta. Mi schiva; ha una borsa più pesante del solito, i capelli più spettinati di sempre, gli occhi più vecchi di secoli. Lei, che è sempre stata golosa, non vuole il dolcificante nel suo tè: lo beve amaro, quasi per punire piano sé stessa, rinunciando a quelle zollette di zucchero che, come insegnava la saggia Mary Poppins, potrebbero cancellare ogni amarezza. O questa sua risoluta rinuncia è forse da attribuire a una qualche nuova variante della dieta Dukan che le ha rifilato la melodrammatica Cordelia, sua coinquilina, nonché sua ex-quasi-futura-cognata? Non le ho chiesto se era quel periodo del mese e, giuro, non ho fatto collegamenti di nessun tipo – sebbene sia contro la mia idiotissima natura – sulla concomitanza dell'arrivo suo e della Befana, quest'anno. Cosa c'è che non va, Ali? Mi rivela che è triste, e divento triste anch'io: il malumore, grigio, non è tra i suoi colori. Mi avverte di stare attento a quello che desidero, perché potrebbe avverarsi, un giorno: i moniti, paternalistici, non fanno parte della sua personale filosofia di vita. Ambra Negri Della Valle – la sua rivale in amore, il braccio destro della Wally, la sua più acerrima nemica - è scomparsa nel nulla: questo è il guaio. 
Tante volte, in ispirate invettive piene di fantasia, Alice le ha augurato di andare a cogliere fiori in un campo minato, di essere colpita da un fulmine a ciel sereno, di cadere nella tana senza fondo del Bianconiglio e di essere giustiziata, nel Bronx del Paese delle Meraviglie, dalla simpatica Regina di Cuori. Ma lei è l'immortale Ambra e quelle sono solo parole. Senza le sue chiacchiere e la sua voce da orticaria regna il silenzio, all'Istituto, e Alice non ha più muse che la ispirino nella coniazione di inespressi e nuovi insulti, o scuse per isolarsi con le sue cuffiette buone e ascoltare i Coldplay anche a lavoro. Senza Ambra, con la mano dalle unghie smaltate sempre alzata e la risposta sempre pronta, Alice – tragedia delle tragedie - è, indifesa e sola, nel mirino di una Wally che, puntualmente, perde la pazienza e che, crudelmente, con i suoi richiami lunghi e noiosi come sermoni domenicali, fa perdere ad Alice quei begli stivali in saldo, adocchiati in una vetrina del centro, di sfuggita, con il medesimo fiuto infallibile di un'eroina di Sophie Kinsella. L'Istituto è un regno. Lo spietato e affascinante Claudio Conforti è il principe, il dottor Malcomess è il vegliardo re, Arthur è un Lancilotto in visita ufficiale, la Wally è la matrigna brutta e cattiva. E Alice, un tempo, avrebbe voluto per sé il ruolo di principessa, ma i suoi piccoli disastri le hanno valso, suo malgrado, il pittoresco cappello del giullare di corte: colpa di quella volta in cui ha accidentalmente smarrito un cadavere, o quasi raso al suolo un bosco protetto con una sigaretta, o divelto la portiera dell'auto di Claudio, o risolto fortunosamente due casi e mezzo. In quell'autentico microcosmo, tra il tavolo autoptico e la macchina del caffè, gerarchie e lotte per il potere, passioni e tradimenti, dittature lampo e misteri sepolti.
Anche se nessun mistero è abbastanza grande per l'allieva e nessun segreto è destinato, come Alessia Gazzola ci ha insegnato, al per sempre. Quel regno moderno, costruito sotto il reale sigillo di Ippocrate e che ha, per segrete, camere mortuarie con prigionieri destinati a non avere più libertà, è scosso dal ritrovamento dei resti di una principessa senza nome. Ossa dimenticate, sepolte secondo un antico rituale proveniente da lontano, di cui restano giusto brandelli di un maglione rosso, una moneta per pagare Caronte, una macabra coroncina di plastica. Quel cadavere, un tempo, era una ragazza, con ricordi in comune con l'enigmantica Ambra e una vita sentimentale similissima a quella di Alessia: stessi amori sbagliati, stesse indecisioni, stessi cuori ulcerati e sospesi. Una ragazza che sognava il lavoro di Lara Croft, la felicità, l'Oriente. Questo nuovo caso - immancabile la supervisione del mitico ispettore Calligaris, ovvio - farà vivere ad Alice un'altra vita, diversa dalla sua, ma non troppo. Aprendo dispersivi messaggi di posta elettronica e le pagine di un'agenda piena di criptici indizi, la protagonista lascerà che le parole della vittima e i suoi occhi d'innamorata ormai chiusi, la guidino verso la verità, in un funzionale intreccio a più voci che si snoda tra dune, scavi archeologici e grandi ed infelici amori, dove colpi di scena, di testa e di cuore fan da padroni assoluti. 
Questo Le ossa della principessa è l'ultima avventura semi-seria di Alice Allevi: il risultato di una mattina, un pomeriggio e poco più trascorsi meravigliosamente in sua compagnia. Un resoconto - ora avventuroso, ora esilarante, ora insolitamente mesto – di un lungo anno trascorso lontano da noi lettori. Lontano da me. Ci siamo trovati cresciuti, cambiati: più adulti, ma con lo spirito amichevole e cordiale di sempre. La vita, nel frattempo, le ha portato tanti amici e qualche nemico; un po' di saggezza aggiunta, consapevolezze agrodolci, altri baci dati per colpa del cuore a un immaturo ranocchio che non è pronto ancora a diventare il suo personale principe azzurro. Misteri nuovi. Scoprire se i più sfuggenti siano quelli sulle scene del crimini o quelli raggomitolati, con cura grande, nel suo petto, richiederebbe la più approfondita delle indagini. E caccia spietata a Cupido sia! Alice, davanti a quel famoso té amaro, mi ha raccontato questo e altro, ma non dopo essersi alzata, aver aperto il mobiletto sopra il lavandino, messo a soqquadro biscotti, succhi e pacchi di cereali, e agguantato – tra pollice e indice – una zolletta di zucchero. Minuscola, ma in grado di far ingoiare aspre pillole. La Allevi è un po' così: stempera il giallo con una dolcezza che non fa danni, arriva senza invito, si muove tra le tue stanze come se fossero parte di casa sua, va via quando il suo compito è giunto al termine: magica, inaspettata, buffa, leggiadra come un elefante in un negozio di fragili bomboniere. L'ho adorata incondizionatamente, ancora una volta. Per i capitoli che, con grande originalità, hanno – per titolo - frammenti di canzoni di Adele, Mika, De André, Gotye, perfino Britney Spears; per nonna Amalia e le sue intuizioni, Cordelia e la sua “vuotite” acuta, Yukino e le sue comiche traduzioni dal giapponese, Claudio che le dà un'autopsia come regalo di compleanno e Arthur che, invece, non le regala proprio nulla. E ho adorato, ancora una volta, Alessia Gazzola. Non l'ho dimenticata. E' che finisco per confondere il nome del suo personaggio con il suo, la verità e la finzione. Le adoro per questo. Soprattutto per questo. Mi era mancata Alice. Mi eri mancata, Alessia.“E io non riesco a resistere all'impulso di approfondire: è come una forma di cleptomania intellettuale. O di incontinenza emotiva. O entrambe.”
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lorde – Royals

lunedì 29 novembre 2021

Recensione: Le stanze buie, di Francesca Diotallevi

| Le stanze buie, di Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 18, pp. 304 |

Ho varcato la soglia di queste stanze buie otto anni fa. Ero una matricola avvinta dai misteri e, nel perlustrare la residenza della sventurata famiglia Flores, cercavo gli spettri nascosti negli angoli più imprevedibili; l'oscuro. Preceduta da una fama sinistra, la villa – considerata infestata – ospitava il ricordo di un grande struggimento e le presunte apparizioni di una dama vestita di bianco. Mi aveva fatto da guida Francesca Diotallevi, già talentuosissima, che di quella villa nelle Langhe era stata architetto eccezionale nonché abitatrice. Cresciuta con il culto dei gotici inglesi, l'autrice esordiente aveva fatto sua la lezione delle sorelle Brontë: ogni storia d'amore è una storia di fantasmi.

Una vecchia casa è piena di rumori, Fubini. Se doveste badare a ogni singolo scricchiolii, a ogni fruscio, impazzireste. Credetemi, impazzireste.

È strano ritrovarsi dove tutto ha avuto inizio – compresa l'amicizia telematica tra me e Francesca – quasi un decennio dopo. Questa volta, ben consapevole dei colpi di scena in agguato, ho prestato attenzione alla verosimiglianza del contesto storico-sociale e alla grazia di una scrittura elegante nella sua linearità. In fase di riscrittura è mutata la relazione tra i protagonisti, qui platonica, mentre l'elemento horror è stato ridimensionato: ho apprezzato la prima scelta, meno la seconda. Questo romanzo, tuttavia, oggi somiglia ben più che in passato alla sensibilità d'altri tempi di Diotallevi e, soprattutto, all'indimenticato Vittorio Fubini: un maggiordomo rigoroso e pragmatico, estraneo ai sentimentalismi, al centro di un uragano di emozioni. Cosa possono i suoi guanti bianchi contro il rosso dell'omicidio; cosa, ancora, contro la polvere del tempo? Arrivato in provincia dalla mondana Torino per volere dello zio, Vittorio crede che una casa vada sempre giudicata dalla lucentezze delle posate. Presso la residenza dei conti Flores, assai grossolani nonostante il titolo nobiliare, ci sono molte cose fuori posto: dal personale troppo invadente ai vizi del padrone di casa, fino ad arrivare alle bizzarrie di Lucilla Flores. Niente affatto ospitale, con i capelli scompigliati e le mani indurite dal duro lavoro, la donna viene spesso meno ai propri doveri e si rifiuta di affidare l'educazione della figlioletta a un'istitutrice. Assoldato per essere il cane da guardia che ne arginerà le fughe, Vittorio si scoprirà combattuto tra il desiderio di biasimarne il ribellismo e quello, indecoroso, di proteggerla. Entrambi prigionieri di un ruolo, la padrona e il servitore – la vittima e il carceriere – si scopriranno complici durante le sortite notturne in cucina o nel rifugio di Lucilla, un laboratorio in cui la donna trasforma i fiori in profumi.

Gli spettri non esisterebbero se non fossimo noi, con i nostri desideri, col nostro amore, col nostro dolore, a trattenerli qua. Gli spettri vino dentro di noi. Gli spettri, talvolta, siamo noi.

Laggiù le scale scricchiolano macabramente, i campanelli tintinnano suonati da mani invisibili, le porte chiuse si spalancano su celle di dolore. Quali sono le ragioni per restare, quali quelle per andare via? L'infelice Lucilla vorrebbe scappare lontano da qualcuno, o forse da qualcosa? È braccio di ferro tra ragione e sentimento nell'arco di questo bellissimo romanzo fatto di esistenze interrotte e passioni mai consumate, storie che ritornano e rimpianti che restano. Raccontato a ritroso da un protagonista ormai anziano, Le stanze buie rinnova incanto e struggimento. Pubblicato inizialmente da Mursia e riportato in libreria da Neri Pozza, nell'edizione di pregio che si sarebbe sin dall'inizio meritato, mi ha investito con immutata potenza e, come capita davanti a un film già visto ma mai metabolizzato del tutto, mi ha indotto a sperare in un epilogo che fosse uguale e diverso al tempo stesso. Ho voluto fortemente visitarle dal nuovo, queste famigerate stanze, le ho scoperte parzialmente riarredate. Nonostante il mobilio fosse mutato, privo di chincaglierie e barocchismi, ho constatato, stupito, di sentirmi benaccetto come durante il primo soggiorno. La mia memoria olfattiva ricordava per fortuna l'odore di cera calda e il profumo floreale di Lucilla; quella del cuore, invece, tutto il resto. Entro i confini di questa «casa stregata» sapevo orientarmi anche al buio.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Nicole Kidman – One Day I'll Fly Away

sabato 16 agosto 2014

Recensione: Teorema Catherine, di John Green

Ciao a tutti, amici! Come state? Ferragosto è arrivato e finito e spero l'abbiate passato nel migliore dei modi. Qui da me il tempo è stato bellissimo, quindi ce lo siamo goduti, una volta tanto. Purtroppo, è arrivato il momento di mettersi sotto e studiare, va be' che lo dico sempre. Ho un esame molto impagnativo, i primi di settembre, e devo ripetere tutto, da zero. E, soprattutto, non dimenticare di prenotarne un altro per il venti del mese prossimo: che gioia, che gioia. Cercherò di farmi vivo, dal momento che ho una serie di post già scritti, ma mi vedrete e non mi vedrete. Oggi ci sono, sì, e vi lascio la recensione della mia ultima lettura e del mio ultimo John Green. Questa volta, devo ringraziare di cuore Sonia che, dal profondo del suo Cuore d'inchiostro, mi ha regalato il libro. Si arrabbierà un casino: avevo promesso di non ringraziarla più.
Ho sempre avuto la sensazione che le Catherine mi mollassero appena cominciavano a vedere com'ero fatto dentro. Ma io me lo chiedo sempre. Se gli altri potessero vedermi come mi vedo io... se potessero vivere nei miei ricordi... Ci sarebbe uno, dico uno, che mi vuole bene?

Titolo: Teorema Catherine
Autore: John Green
Edizione: Rizzoli
Numero di pagine: 335
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Da quando ha l'età per essere attratto da una ragazza, Colin, ex bambino prodigio, forse genio matematico forse no, fissato con gli anagrammi, è uscito con diciannove Catherine. E tutte l'hanno piantato. Così decide di inventare un teorema che preveda l'esito di qualunque relazione amorosa. E gli eviti, se possibile, di farsi spezzare il cuore un'altra volta. Tutto questo nel corso di un'estate gloriosa, passata con l'amico Hassan, a scoprire posti nuovi, persone bizzarre di tutte le età, ragazze speciali che hanno il gran pregio di non chiamarsi Catherine.
                                             La recensione
“Ecco come ricordo io le cose. Ricordo le storie. Unisco i punti e viene fuori una storia. E i punti che non stanno bene nella storia magari scivolano via. Come quando trovi una costellazione. Guardi il cielo e non vedi tutte le stelle. Le stelle sembrano tutte le stesso immenso cacchio di caos che sono. Ma tu vuoi vedere delle forme; vuoi vedere delle storie, così le isoli nel cielo. Vedi connessioni ovunque, quindi, alla fine della fiera, tu sei un narratore nato.”
Ognuno ha in testa l'idea del partner ideale. Un appuntamento galante a San Valentino e, dall'altro capo del tavolo, una persona alta o bassa, estoversa o introversa, bionda o bruna, sportiva o sedentaria, possessiva o libertina. Una che ami i tulipani e detesti le rose rosse; una allargica ai fiori; una che, a casa, ha serre tropicali, con asfodeli e piante carnivore. Quando dite “no, non è il mio tipo”, quindi, cos'è che intendete voi? Il tipo di Colin Singleton, diciassette anni, sono  le Catherine. Lui non guarda all'aspetto fisico, solo al nome. Nove lettere e la certezza matematica di farsi spezzare il cuore per la ventesima volta. Se ti chiami Cathy, Katrina o Katherine, mi dispiace, ma non avrai successo. Prendi in considerazione un cambio di nome, piuttosto; sempre che imbrogliare funzioni. E' questione di “Catherinanza”. Le altre ragazze non danno due di picche con lo stesso savoir faire, né hanno la possibilità di entrare a far parte, per diritto di nascita, della nutrita schiera di ex di quello che un tempo fu un bambino prodigio. Sfruttando le sue disavventure sentimentali, nella speranza che un bambino prodigio possa anche diventare un adolescente prodigio, Colin studia notte e giorno per elaborare il teorema che spera possa far di lui un premio Nobel per la pace. Per la pace, sì: grazie a lui, niente più cattive sorprese. Il destino di una relazione, riassunto con matematica certezza, prima che essa cominci o finisca. Poi premio Nobel... che figata. Chi mollerebbe mai un generoso benefattore dell'umanità, come quello smilzo ragazzetto con gli occhi verdi verdi e i capelli cespugliosi alla Einstein? Trascinato in un viaggio rocambolesco, approdato in una sperduta cittadina americana, piena di abitanti indimenticabili e assurdi, Colin e il suo amico Hassan – cicciottello, irsuto, esilarante e troppo musulmano per i suoi gusti, anche se ci tiene a specificare di non essere un terrorista, nonostante le apparenze – raccoglieranno vecchie memorie, andranno a caccia di maiali selvatici, saranno inseguiti dagli stessi esotici maiali che volevano cacciare e da sciami inferociti di vespe assassine, conosceranno l'adorabile Lindsey Lee Wells e i colpi di scena che il destino, anche se non sembra, ha in serbo per tutti noi. Teorema Catherine, quinto libro di John Green che leggo, è anche l'ultimo dell'autore che rimaneva nella mia nutrita wishlist. Finiti. Letti tutti. 
E adesso mi sento un po' solo, sapendo che quando avrò bisogno di lui – per il momento – non ci sarà; proprio lui, che c'è sempre stato. Questo breve e fresco young adult ha un Green meno ispirato del solito, ma ugualmente coinvolgente. Sarà per il distacco in più dato dall'utilizzo dell'insolita terza persona, sarà per la mia totale ignoranza dell'ambito matematico: Teorema Catherine mi ha fatto sorridere spesso, però non è mai esplosa... quella cosa. Me ne sono accorto, per esempio, dal numero di frasi belle belle che ho appuntato. Un gruzzoletto esiguo ma significativo di riflessioni in cui specchiarsi, nudi. Senza maschere, senza artifici. John Green è uno che non giudica. Curiosissime le frequenti note a bordo pagina con le informazioni sulle vite assurde di presidenti rimasti incastrati nella vasca da bagno, uomini di scienza innamorati alla follia di piccioni, modi di dire non so cosa in nove lingue: curiosissime, per un libro carinissimo. Sempre che sappiate accontentarvi. Io l'ho fatto, e senza troppa amarezza: non posso parlare di delusione, perché il romanzo non mi ha deluso affatto. Per due giorni, è stato bene tra le mie mani e sotto l'ombrellone. Compratelo, per godervi in compagnia quel che resta dell'estate: Ferragosto, come fa l'Epifania con le feste, minaccia di portarci via il sole. I protagonisti, più lineari e meno ombrosi del solito, vi ricorderanno che è bello ridere, prendere la macchina e girare a vuoto. Si viaggia in una minuscola bolla di vetro. Il mondo che si capovolge, la neve che cade nelle stagioni sbagliate, la gente che si urta e si chiede scusa. Una bomboniera a buon prezzo in cui spicca la croce lignea più grande del mondo, una fabbrica che produce stoppini per tampax, un obelisco che fa ombra sui presunti resti dell'arciduca Francesco Ferdinando. Colin e Hassan sono scemo e più scemo, ma con un quoziente intellettivo vertiginoso. Logorroici e imbarazzanti, fanno associazioni di pensiero assurdamente buffe, anagrammi sgrammaticati, discorsi su argomenti decisamente inadatti alla conversazione tra liceali. 
E poi c'è Lindsey, che ha il pregio e il difetto di non essere un'altra Catherine. E sta insieme a un altro Colin. Una ragazza sveglia e sensibile, che si pone il problema di essere egoista e si dà della bugiarda, perché con altri che non siano Colin – ma quello vero, non LAC (L'altro Colin) - non riesce ad essere sé stessa. Essere sé stessi, il romanzo ci insegna, è mangiarsi le unghie come se l'altro non ci fosse: come se l'altro fosse un altro noi. Parlando su Facebook con una ragazza che non lo apprezzava, ho riflettutto sul perché mi piacesse Green, nei giorni scorsi. Avevo davanti una frase che parlava di me. Allora ho realizzato: lui dice certe cose, e in certi modi, che mi fanno dire “be', eccomi qui”. Non è accontentarmi, convinto non ci sia altro di meglio. E' aspettare di ritrovarmi in prima persona, prima o poi, nelle cose di un altro autore. E io, da ragazzo non geniale, mi faccio bastare anche libri non geniali, finchè il semplice ricordare come sono stato non molto tempo fa, e rivedermi un poco, sarà tutto quello che vorrò. Il protagonista vuole cercare un disegno, vuole una morale per le sue fallimentari storie. Storie... piuttosto che riassumerle attraverso schemi impersonali, meglio raccontarle. Con quelle parole che, anche quando non ci saremo, stravolte e modificate, rimaranno nell'aria. In trecentoventi pagine, spazio per una scena da Guiness. Il miglior bacio al buio. Non mostrato, non raccontato: reso con una serie di battute che hanno i punti di sospensione e basta. Un genio matematico che si rende conto che sapere le basi di nove lingue, il nome di colui che fu primo ministro del Canada nel 1871 e le dipendenze segrete di Thomas Edison è meno interessante del sapere fare conversazione e, raccontando, raccontarsi. La scienza salva il mondo, ma la letteratura salva l'uomo. La prima è importante per tutti, la seconda per noi. Ed è carino fare qualcosa per noi, di tanto in tanto. Dolce e genialoide, l'inconsapevole Colin segna l'armistizio nello scontro secolare tra artisti e uomini di scienza. Si può essere l'una e l'altra cosa. I capolavori di vite sono splendidi da guardare, tanto quanto le stelle. Il diagramma finale avrà una forma variabile. Una faccina sorridente, un cuore. Un romanzo simpatico e senza drammi, che non deride i ragazzi e le loro nevrosi. 
Ride insieme a loro.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Barry White – My first, My last, My everything

lunedì 29 dicembre 2014

2014 Book Awards - Cosa ho letto e cosa (forse) non avrei dovuto leggere

Ciao a tutti, amici. Come state? Indigestione da panettoni? Ire funeste per il regalo sbagliato? Io mi mantengo in linea e calmo: più o meno. C'è la preparazione in corso del tostissimo esame di Letteratura Latina e potrei morire prima di finire tutto il programma. No, non sono calmo. Scherzavo. Chi mi segue sulla pagina Facebook comunque lo sa: non dite, dunque, che non vi avevo preparati a dovere all'invasione di post prima di Capodanno. Dopo gli ultimi appuntamenti con Mr Ciak e I love telefilm, con in mente tante e stupide idee per parlarvi dei film e dei serial del mio tortuoso 2014, oggi si torna a parlare dei libri. Precisamente, dei libri che mi sono piaciuti di più tra i novantatrè letti dal primo gennaio ad ora. Pensavo sarebbe stato difficile, pensavo mi ci sarebbe voluto più tempo, e invece no. Le letture davvero imperdibili, come sempre accade, si contano sulle dita di una mano, ma non posso dirmi deluso. Ci sono state belle scoperte, sorprese impreviste e gradittissimi ritorni. Occupati da tempo immemore, sinceramente, i primi tre (anzi, quattro: lo so ho imbrogliato!) posti di questa Top10 che, se vogliamo essere proprio pignoli, in realtà è una Top11: i titoli restanti li ho scelti ripescando dalla mia memoria i ricordi più belli, le recensioni più sentite, quelli con il numero di stelline più numerose. Non sono proprio in ordine di preferenza. Sapete che non sono bravo a dare i numeri! Qualcuno l'ho dovuto escludere, qualcuno l'ho dovuto invece inserire, in onore di quanto stupidamente felice o orribilmente triste mi abbia fatto sentire al tempo della lettura – magari mesi e mesi fa, magari solo la settimana scorsa. Alla fine del post, però, menzione speciale per quegli autori che ci sono stati, per le cover splendide e per quelle storie di genere che spiccano anche al buio. E i vostri romanzi preferiti, invece, quali sono stati? Ditemi un po', ché sapete sono curioso. Un abbraccio, M.

10. Arrivano i pagliacci: “Parlava Allegra e mi è venuta in mente nonna che, quando beve un sorso di limoncello in più, inizia a straparlare e a costruire per l'aria alberi genealogici. Stasera la chiamo e glielo dico che ho pensato a lei: la prossima volta, porto con me il libro di Chiara.” 
9. Noi siamo grandi come la vita: “Noi siamo infinito apprezzerebbe. Per la scrittura semplice, i passaggi delicati, i fiori nell'asfalto e la colonna sonora pazzesca, i personaggi sfocati in cerca di un loro infinito in un'età che infinita non è. I giovani e la morte. Un mistero guardato in faccia da occhi timidi.”
8. Le ho mai raccontato del vento del Nord: “La tecnologia li unisce, li fa chiacchierare a cuore aperto, ma quella lontananza elettronica è una barriera insormontabile. Sono parole in chat, voci timide sussurrate nella segreteria telefonica. Un Her in una dimensione possibile.” 

7. La misura della felicità: “La sensazione che tanti pensieri siano in rima con i tuoi spiega il tuo sentirti meglio al mondo. Non è vero che i libri ci isolano. Guarda quanta gente che c'è. Vivi e lascia vivere. Leggi e lascia leggere.”
6. Città di carta: “Scanzonato, toccante, pieno di vita dalla pianta dei piedi alla cima dei capelli, il romanzo è tanto tanto simile a Cercando Alaska. E siccome quello l'ho amato tanto tanto, amo tanto tanto anche questo. Non fa una piega.”
5. Noi: “Un bellissimo pronome personale che, a lungo andare, si fa aggettivo possessivo. Noi è tutto ciò che è nostro.” 
4. La vendetta del diavolo: “Un vangelo apocrifo di Giuda ballerini, figli che uccidono le madri, passioni che fanno male più dell'inferno, autori dalle voci sempre più riconoscibili. Satana diverte, emoziona e non fa paura.” 
3. Shotgun Lovesongs: “vuole essere cantato e basta. Richiede un giro di do, falsetti strozzati e dolenti che ti escono dalla gola come singhiozzi. Dove non arriva la voce, sopraggiunge l'emozione. Quella dice tutto. Quella compensa a una nota troppo tremula. Quella ti libera e ti imprigiona.”
2. L'amore bugiardo: “Uno dei libri più misogni e femministi mai scritti. Divertentissimo, acuto e diabolico, con un esemplare alternarsi del doppio punto di vista – da mettere in lista (nozze).” 

“Venuto al mondo è un romanzo bellissimo. Senz'altro più bello e perfetto di Splendore. E' più facile che piaccia. Gemma si scopre una protagonista con la forza incredibile delle donne. Gli uomini della Mazzantini, invece, sono tutti come Diego - il fotografo di pozzanghere. Vedono la vita scorrere tra le fessure delle loro dita, non agiscono, si nascondono. Quando gli uomini sono due, tutto è più difficile e triste ancora. Quando è un amore omosessuale quello di cui si parla, tutto è un campo minato. La prima era una storia spezzata dalla guerra. Non te la spieghi, la guerra. In Splendore poteva essere tutto più semplice. L'amore malinconico tra questi due uomini ha un inizio e ha una fine. Non ha tregue, ma avrebbe potuto averne. Sarebbe bastata una legge, legalizzare un semplice sì, un po' di coraggio (...) Libri da leggere a voce alta, libri che ti sbudellano il cuore.”
PREMI DI (S)CONSOLAZIONE.
Il miglior horror: NOS4A2 – Ritorno a Christmasland
Il miglior new adult: Hopeless – Le coincidenze dell'amore
Il miglior urban fantasy/distopico/sci-fi: La quinta onda
Il romanzo più... boh: Un bravo ragazzo, Breaktime, Agnes
Risate assicurate: Geek Girl, La prima cosa bella
Leggere con gli occhi lucidi: Quella vita che ci manca, Promettimi che ci sarai, Sette minuti dopo la mezzanotte
Autori che ho stalkerato: Bianca Marconero, Donato Carrisi, Chiara Gamberale, Alessia Gazzola
Romanzi che sono piaciuti a tutti, ma a me no: Dio di illusioni, Vita dopo Vita, Io che amo solo te, L'estate dei segreti perduti
Il romanzo più brutto, quello scritto peggio, quello più inutile: Black Ice
Ti ho letto una volta, non ti leggerò mai più: Kerstin Gier, Becca Fitzpatrick
Meglio al cinema che in libreria: The Giver – Il mondo di Jonas; Colpa delle stelle
Guarda un po' chi si rivede – i sequel belli: Alice Allevi in Le ossa della principessa; Lena e Ethan in La diciottesima Luna; Jack e Danny Torrence in Doctor Sleep 
Be', dai, ci siamo visti – i sequel meno belli: Requiem, Multiversum – Utopia, Allegiant
L'abito (non) fa il monaco - le cover più belle: Noi siamo grandi come la vita, Doctor Sleep, Utopia, Shotgun Lovesongs, Lo straordinario mondo di Ava Lavender
Guilty pleasure: molto “guilty” e poco “pleasure”: Black Ice, Un disastro è per sempre, Le sintonie dell'amore 
“Stai senza pensier” - un libro soft: Il profumo del pane alla lavanda 
La recensione più idiota: Black Ice, Silver
La recensione più originale: L'amore bugiardo, Noi siamo grandi come la vita

domenica 16 marzo 2014

Recensione: Out Of My Mind - Ho 11 anni e non ho mai parlato, di Sharon M. Draper

Buongiorno a tutti, amici. Come state? Qui tutto bene. In questo weekend di solitudine, lontano da casa, credo che coglierò l'opportunità per recuperare qualche episodio della cara, vecchia Veronica Mars: ieri ho visto il film – e ve ne parlerò al più presto – e mi è proprio piaciuto. Carinissimo! Oggi, comunque, vi parlo della mia ultima lettura. Un romanzo indubbiamente interessante, un tema importante, ma su cui – tuttavia – ho avuto qualcosina da ridire. Augurandovi buona domenica e ringraziando la gentilissima casa editrice, vi abbraccio. M.
I pensieri necessitano di parole. Le parole necessitano di una voce. Io amo il profumo dei capelli di mamma appena lavati. Io amo la sensazione della barba di papà prima di rasarsi. Ma io non sono mai stata capace di raccontare tutto questo ai miei genitori.

Titolo: Out of my mind – Ho 11 anni e non ho mai parlato
Autrice: Sharon M. Draper
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 240
Prezzo: € 13,90
Sinossi: Melody non è come gli altri bambini. Non può camminare, né parlare, ma ha una formidabile memoria fotografica; si ricorda ogni minimo dettaglio di tutto ciò che vive. È più intelligente della maggior parte degli adulti che provano a curarla e più intelligente dei suoi compagni di scuola. La maggior parte del tempo, però, Melody si sente come un uccellino in gabbia; è in grado di osservare il mondo intorno, ma non riesce ad interagire con esso. Sono tante le parole e i sentimenti che si accumulano e restano intrappolati dentro di lei. Ma Melody si rifiuta di essere definita cerebralmente paralizzata. Ed è determinata a farlo sapere a tutti... in qualche modo. L'autrice conosce bene l'argomento in quanto anche sua figlia Wendy è paralizzata cerebralmente. E anche se Melody non è Wendy, la veridicità della storia è lampante. Raccontato dalla voce di Melody, questo romanzo commovente da subito fa risaltare la sua intelligenza e la sua determinazione a superare quegli ostacoli che paiono insormontabili.
                                                  La recensione
“La normalità non esiste.” Noi viviamo di parole. Adesso, immaginate se non le avessimo. Non potremmo dire alla persona che ci piace quanto sia bello il suo sorriso, non potremmo dire ai nostri genitori quanto profondamente li amiamo, non potremmo vivere nel mondo. Semplicemente, moriremmo dentro. Le parole sono vita, in fondo. Melody ha undici anni e non ha mai parlato. Conosce milioni e milioni di vocaboli e lemmi, gioca a memorizzare a tempo record i numeri verdi delle pubblicità, sa a memoria i versi delle sue poesie preferite, ama la musica e le emozioni uniche che le note trasmettono. Eppure niente, le sue labbra rimangono mute. E' prigioniera della malattia, mentre il mondo le esplode dentro. Boati, scosse sismiche, eruzioni emotive che all'esterno non arrivano. Nascono dentro, riecheggiano dentro. Melody ha un nome che è musica, ma il destino ha una grottesca ironia. Lei è l'opposto della musica. Lei è un film muto, pellicola consumata. Un soprammobile pieno di difetti di fabbrica. I suoi pensieri, tuttavia, dicono altro. Perché lei pensa e, in questo romanzo, sono i suoi pensieri a parlare in sua vece. Il lettore non può che immaginare una bambina come tante, perfino più sveglia della media – i vestiti abbinati alle scarpe, lo zaino delle Barbie, il primo cellulare, la danza ritmica, il primissimo fidanzatino. La sua voce lieve, buffa, onesta abbozza i tratti tondeggianti di una bimba felice. E' un peccato avere undici anni ed essere tristi: la vita è lunga, infatti, e per il dolore e il rimpianto c'è sempre tempo. Invece no. La verità è un'altra. Melody è una di quelle persone che sono nate all'improvviso, mentre Dio non guardava. Venuta al mondo senza la benedizione dell'Altissimo. Non è solo autistica, come inizialmente immaginavo, ma è paraplegica. Una di quelle bambine scomposte, dalle ossa fragili, accartocciate sulla loro sedia a rotelle come gamberetti. Un filo di bava sulla bocca, lo sguardo vuoto, l'incapacità di mangiare senza sporcarsi e di usare il bagno da soli, senza accompagnatori. Lei sa che chi la guarda pensa a un guscio vuoto. Lì dentro, in quel corpo strano, non c'è nessuno. Toc, toc... Melody è in casa, ma non può andare alla porta e lasciare che qualcuno entri nel suo universo. Mamma e papà sono due ordinari supereroi e hanno creato, nonostante la paura di un altro sbaglio genetico, un'altra figlia, Penny, che è piccola, profumata, colorata e perfetta. Le hanno comprato un computer che parla e perfino un'amica vera, che da semplice baby-sitter è diventata il personale guru della porta accanto della nostra protagonista. Ma in questa storia ci sono adulti affettuosi e adulti inensibili, persone buone e persone cattive. Le maestre e i dottori guardano Melody con occhio clinico. La scuola è un zoo e lei è l'esemplare più strano che ci sia: in gabbia da quando è nata, si è nutrita di parole e si è resa conto di non avere i mezzi necessari per condividerle. 
Vive l'età in cui i bambini sono cattivi, come pappagalli indiscreti e scimmie curiose. Non hanno peli sulla lingua, sono egoisti e, ingenuamente, ripetono tutto quello che sentono. Non hanno opinioni loro, ma vanno formando le loro coscienze di futuri adulti. Out of my mind è una storia che si sviluppa tra tenerezza e crudeltà. Un'idea interessante, per un intreccio elementare, ma tutt'altro che stucchevole ed edulcorato. Coraggioso, drammatico, ma – a volte – non abbastanza. Ha incredibili picchi di sincerità, pagine che trapelano commozione, ma – in alcuni momenti – ho trovato il piglio di Sharon M. Draper un po' statico. Scarico. Mi aspettavo che questo romanzo sapesse scuotermi nel profondo, invece è così breve, così scorrevole, così veloce che i tremolii sono solo superficiali e i solchi non sono destinati a rimanere aperti poi tanto a lungo. Mi aspettavo che mi artigliasse lo stomaco forte. Sensazioni, necessità, queste, che sono state, purtroppo, deluse. La Draper, che ha un figlio nelle condizioni della piccola Melody, ci va cauta: ha la scrittura cristallina delle autrici di romanzi per bambini di una volta e sembra essere legata a un certo tipo di narrativa. Mette tanto di personale, probabilmente, nelle descrizioni delle giornate della protagonista – tra scuola, studio, famiglia - ; personalità, però, che manca nella più intima essenza di Out of my mind. Un romanzo che ha tanta anima, ma poca sostanza, secondo me. E mi struggo al pensiero di quanto indimenticabile potesse, invece, essere. Bastavano pochi accorgimenti nel plot; bastava uno stile incisivo, accattivante, sperimentale. Non una cosetta da nulla, e lo so.
Ma quanto sarebbe stato bello se al posto dei pensieri semplici semplici della Draper ci fosse stato un meraviglioso caos di sensazioni, pulsioni, frasi, parole? Melody non parla. Melody è arrabbiata. Melody urla, piange, fa facce strane quando vorrebbe comunicare a chi le è accanto qualcosa di importante. In Out of my mind – che dovrebbe avere la sua voce – non c'è quel naturale scompiglio, quel fare battagliero di eroina confusa e costretta a forza alla cattività. Il tutto è molto sobrio, molto... "americano". I quiz a premi, le gare di spelling le battaglie tra piccoli geni e i laboratori pomeridiani ricordano vecchi film - Il mio piccolo genio, Una parola per un sogno, Il quiz dell'amore. A un certo punto, inevitabilmente, si è creata una scissione tra com'era il romanzo e tra come avrei voluto, invece, che fosse stato. Educativo e a modo, comunque, fa riflettere su come reagiamo davanti alla malattia. Quando incontriamo una persona con degli handicap fisici, le cediamo il nostro posto a sedere o evitiamo il loro sguardo, come si fa con gli animali morti lungo l'autostrada? Che possiamo offrire loro: pietà o indifferenza? Out of my mind invita ad offrire amicizia. Semplicemente. Ad accontenarci di quello che abbiamo, anche se ci sembra poco. A guardare il bicchiere, sul bordo del tavolo, e a considerarlo mezzo pieno.
Il mio voto: ★★+
Il mio consiglio musicale: Cyndi Lauper – True Colors (Glee Version)