Ciao,
amici! Oggi, recensione "in coppia" per la duologia di Daniel
Glattauer: Le ho mai raccontato del vento del Nord e La
settima onda. Una lettura bella e inaspettata, per coloro che
vogliono qualcosa di diverso, ma autentico. Ho apprezzato moltissimo
il primo, leggermente di meno il secondo: e perché? A lungo andare,
l'impostazione mi è sembrata monotona, quindi vi lascio con un
consiglio. Non leggeteli, come ho fatto io, tutti di seguito. Aspettate un
attimo. Vedrete che sarà un piacere ritrovare due vecchie
conoscenze come Emmi e Leo. Un abbraccio. M. Scrivere è come baciare, ma senza le labbra. Scrivere è come baciare, ma con la mente.
Titolo:
Le ho mai raccontato del vento del Nord
Autore:
Daniel Glattauer
Numero
di pagine: 192
Prezzo:
€ 8,50
Editore:
Feltrinelli – Universale Economica
Il
mio voto: ★★★★½
Sinossi:
Un'email
all'indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la
scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l'impaccio
iniziale, tra Emmi Rothner - 34 anni, sposa e madre irreprensibile
dei due figli del marito - e Leo Leike - psicolinguista reduce
dall'ennesimo fallimento sentimentale - si instaura un'amicizia
giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca,
e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente,
che rischia di travolgere entrambi. Romanzo d'amore epistolare
dell'era Internet, "Le ho mai raccontato del vento del Nord"
descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia
non è, ma lo diventa virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà
mai sopravvivere a un vero incontro?
Titolo:
La settima onda
Autore:
Daniel Glattauer
Numero
di pagine: 190
Prezzo:
€ 8,00
Editore:
Feltrinelli – Universale Economica
Il
mio voto: ★★★
Sinossi:
Emmi
e Leo: per chi ancora non li conosce, sono i protagonisti di un amore
virtuale appassionante, che ha vissuto ogni sorta di emozione, a
parte quella dell'incontro vero. Sì, perché dopo quasi due anni,
Leo ha deciso di tagliare definitivamente i ponti con Emmi e partire
per Boston, per ricominciare una nuova vita. Emmi non si dà però
per vinta, e riesce nell'impresa di riallacciare i rapporti con Leo.
Mentre lei è ancora felicemente sposata con Bernhard, per Leo in
nove mesi le cose sono cambiate, eccome: in America ha conosciuto
Pamela e finalmente ha iniziato la storia d'amore che ha sempre
sognato. Si sa, però, l'apparenza inganna. Ritornano le schermaglie
via e-mail che hanno tenuto col fiato sospeso i lettori di "Le
ho mai raccontato del vento del Nord", e anche stavolta
promettono scintille.
La recensione
“Quanti
anni ha? Com'è fatta? Non ne ho idea. Tra i 30 e i 40. Bionda,
castana, oppure rossa. Mi scuote nel profondo, mi emoziona, a volte
vorrei mandarla a quel paese, ma altrettanto volentieri me la vado a
riprendere. Ho bisogno che sia nei paraggi.”
Come
Theodore e Samantha, i protagonisti viaggiano su dimensioni
parallele. La tecnologia li unisce, li fa chiacchierare a cuore
aperto, ma quella lontananza elettronica è una barriera
insormontabile. Vivono nella stessa città, ma non conosco il loro
reciproco aspetto fisico: solo parole in chat, voci timide sussurrate
nella segreteria telefonica. L'esordio di Daniel Glatteur è un Her
in una dimensione possibile, ma fantascientifico neanche un po'.
Come Jesse e Celine, i narratori sono un uomo e una donna che vengono
da pianeti diversi. Giurano di incontrarsi in un caffè, un anno, il
successivo e l'altro ancora. Si promettono amore eterno, ma qualcuno
si presenterà davvero a quel fatidico appuntamento ai tavolini di un
bar affollato? Avranno la forza di guardarsi in faccia? C'erano Prima
dell'alba, Prima del tramonto, Prima della mezzanotte: vent'anni,
tre film, due amanti invecchiati sotto gli occhi del regista Richard
Linklater. A questo scrittore austriaco - che io ero testardamente
convinto fosse francese e che immaginavo attorniato da due affiatati
attori dalla regale cadenza british - bastano due libricini:
quattrocento pagine. Infine, testardi e ciechi, migliori amici e
confidenti, innamorati ed egocentrici, ci sono gli Emma e Dexter di
Un giorno e, dove soffia un
ventaccio che fa restare svegli, giusto al di là del mare, ecco
spuntare Leo ed Emmi. Conoscevo quei due personaggi da dieci pagine e
già mi andavano a genio: mi facevano pensare naturalmente a coppie
irresistibili del cinema e della letteratura contemporanea, ed era
cosa buona e giusta. Non sapevo com'erano fatti, eppure li avrei
riconosciuti in un incontro al buio. Loro si conoscono per errore.
Come quando, chissà perché, c'è un gioco strano di indici e
anulari e, in una frase battuata al computer, ecco spuntare una
lettera di troppo. Una cosa che non va. Leo è l'errore di Emmi. Lo
conosce un po' per il gioco del destino, un po' per la rivalità tra
due delle nostre dita preferite: l'anulare, dove va la fede nuziale;
l'indice, con cui additiamo – sin dall'asilo nido – quello che ci
piace o non ci piace. Si fanno gli auguri di Natale per email, si
punzecchiano, e chiacchierano, chiacchierano, chiacchierano.
Leo, un professore
universitario, vive di parole e di ex ragazze che vanno e vengono.
Emmi, progettatrice di siti Internet, ha un pianoforte in camera da
letto e un marito, due figli e un gatto al piano di sopra. La
duologia del sorprendente Daniel Glattauer è un originale monologo
in forma epistolare che diventa dialogo.
Parlare, per loro, tra loro,
è come parlare all'orecchio della coscienza. Le previsioni meteo: le
tirano in ballo quando, bambini, girano intorno a un argomento
importante. I segreti dell'altro sesso: giocano ad indovinarli. Le
sveglie, abolite: si addormentano con il portatile accanto e, al
mattino, è l'arrivo di una nuova email a destarli; un trillo che fa
brillare loro gli occhi. Si danno il buon giorno e la buona notte. Si
sognano intensamente. Pensieri fissi; pensieri erotici. Fare l'amore
con una sconosciuta, al buio, bendati, come in un film di Bertolucci.
Il loro sentimento telematico è costruito per bene nell'arco di due
romanzi che ho letto d'un fiato. Li confondo. Non so dove finisca
l'uno e inizi l'altro, giuro. Vediamo... Passano dal “lei” al
“tu”. Dalla galanteria attempata al linguaggio di sempre. Da
creature senza tempo, conoscono anche loro la quotidianità: la noia,
il ripensamento, il rimpianto, l'instabilità. Quelle prime
dichiarazioni alla Jane Austen, quasi, cedono il passo a
conversazioni per punti in cui si dimentica a casa la poesia, ma non
l'esistenza dell'altro. Redigono liste interminabili: lei usa i
numeri, lui le lettere. Nel primo, lei glielo chiede: le ho
mai raccontato del vento del Nord?
Soffia
fuori dalla sua finestra, e non si riesce a dormire, quand'è così.
Il consiglio di Leo, tempestivo, è provare a coricarsi obliquamente.
E come fare, poi, con la lampada? A Emmi serve per leggere, e senza
leggere non riesce a prendere sonno. Lui le invia una prolunga, per
scherzo, in formato doc: ci sono regali e regali. Nel secondo,
allontanandosi, hanno cercato invano di dirsi addio. Emmi, in un
luogo esotico e distante, sente gli abitanti del posto parlare di
un'onda leggendaria, la settima, che è la più alta. Mangia la riva,
contrasta l'acqua cheta, ti porta su. Arriverà mai? I due capitoli
della loro relazione epistolare hanno uno stile che riconosceresti a
colpo sicuro. Un realismo che, quando lo trovi, crea scintille di
magia. Le loro conversazioni sono irriverenti, sagge, maliziose,
dinamiche: terapia di coppia gratuita di una... non-coppia. Fanno
ridere e fanno arrabbiare. Il romanzo ti tocca, tu provi a toccare il
romanzo. A entrarci dentro. A raggiungerli e ghermirli, per far
cozzare forte le loro teste dure: Vi piacete, ragazzi. Dai,
datevi una mossa. Coraggio! Questo,
forse, è il problema di La settima onda:
averlo letto subito, mi ha reso intollerante nei confronti delle
tante schermaglie che, sommate a quelle buffissime del precedente,
sembravano ininterrotte. Io cracco i codici nascosti. Hackero i loro
pensieri. Li ammanetto con il mouse, li lego a quel cordoncino che li
incatena alla tastiera. Il laptop è una bocca spalancata in uno
sproloquio da canaglia. I tasti sono i denti. E, da qualche parte, ci
sarà anche un passaggio segreto che porta all'esile perfezione di Le
ho mai raccontato del vento del Nord.
Daniel Glattauer, con una sensibilità da fuoriclasse, ti fa credere
a quello che leggi: carismatico affabulatore. Innaffia il
romanticismo con whisky (per Emmi) e vino rosso (per Leo) e, anziché
sulla scena del crimine del coma etilico, ti porta a osservare la
proverbiale cecità dell'amore. Avete mai visto quei disegni che si
compongono con le sole lettere dell'alfabeto, o anche con i numeri –
perché l'arte mette pace tra la letteratura e la matematica? Piogge
torrenziali di codici e sigle alla Matrix? Ditemi di sì. Chiudete l'occhio destro, poi il sinistro. Vedete?
Formano le sagome di un lui e di una lei. Alla fine, pare si bacino.
Con le parole. Con le labbra.
Il
mio consiglio musicale: Robbie Williams & Nicole Kidman - Something Stupid
Ciao
a tutti, amici. Oggi nuovo appuntamento con I Love Telefilm,
in cui vi parlo delle ultime cose che ho visto e di qualche bella serie che
ho concluso. Orange is the new black, show dello scorso anno, è
stato bello esattamente come mi avevano assicurato; Hemlock Grove,
dopo una prima stagione sorprendente, prosegue più che bene lungo il
suo lugubre e spoglio sentiero notturno; l'ultima, The 7:39, è
invece una miniserie. Solo due puntate per una storia d'amore
completa e delicata. Ah, il mondo quest'oggi piange il mio Kobo:
usato un paio di volte e morto. Sì, l'ho fatto cadere a terra:
indovinato. Ed ero a metà del seguito del fantastico Le ho mai
raccontato del vento del nord. Argh!
Orange is the new black Stagione I Sono
stato bravo. In questi ultimi giorni d'estate, ho fatto tesoro dei
consigli dei miei amici. Sto seguendo Breaking
Bad (ma
questa è un'altra storia) e, cosa rimandata per tre lunghi anni, mi
godo piacevolmente la compagnia di New
Girl (altra
storia pure questa.) Soprattutto, ho recuperato la prima stagione
di Orange
is the new black:
per molti, la serie rivelazione dello scorso palinsesto. Sapevo di
stare per guardare qualcosa di notevole. Me lo dicevano le opinioni
degli altri, poi l'ho capito dopo i primi minuti. Quando la
protagonista, passata dal pensiero del matrimonio a quello di un anno
da scontare in carcere, si siede sul gabinetto, fa pipì e piange in
silenzio. A dirotto. Di là c'è il Jim di American
Pie -
sempre eccitato, sempre un po' infantile - con il quale vuole passare
l'ultima notte di libertà e di sesso. Piper è la ragazza perfetta:
bella, gentile, naturalmente bionda, fedele. Il suo passato è un bel
casino, però. Stava insieme a una focosa trafficante - sì, una
donna - e, dopo dieci anni, le tocca scontare i crimini di gioventù.
La giustistizia pare non averla dimenticata. Il passo dalla felicità
alla galera è breve. Com'è la vita in carcere? Orange
is the new black, tratto da una curiosa storia vera, è uno
spettacolo contro i luoghi comuni; totalmente interessante, sempre
vero. Un microcosmo senza sbavature. Al centro esatto della commedia
e del dramma. Sexy, ironico, cattivello, è fatto di singolari
minacce di morte, scandali e gravidanze, nascite e suicidi. Baci
saffici e imprevisti amplessi rubati. Poi: le feste, i regali dolci,
i pacchi bomba. Le passioni fatali. Ampio, illimitato, anche se
chiuso a doppia mandata, è fatto di donne ferme, ma con la mente che
vaga, tra ricordi, sogni, crimini violenti. Red, il boss della
cucina, vendicativa e spietata, ma con un tosto cuore d'oro;
un'inquietante e manesca fanatica religiosa, dipendente da Dio e
dall'eroina; quella che si innamora del nuovo, romantico secondino,
poi; e quella che subisce le sgradite attenzioni di una guardia con
mani lunghe e ossessioni striscianti; il transessuale con moglie,
figli e un sesso nuovo che ha bisogno di ormoni e comprensione; tanti altre figure da scoprire da zero... A
guardare come si muovono, come reagiscono, come sopravvivono, il
complicato personaggio della bravissima Taylor Shilling, che a volte
odi, a volte ami: tentata dalla sua amante di un tempo, che è la
causa della sua condanna; confortata a telefono da un ragazzo tenero
ma stupidotto, a cui - con la distanza di mezzo - finisce per pensare
poco, a volte. Le attrici, sconosciute, spiccano per la loro infinita
naturalezza. Portano in tv la normalità. E vedetele, sui Red Capert,
per scoprire quanto sono belle, lontano dalla divisa arancio. Nel
musical Chicago c'era il Cell Block Tango -
ve lo ricordate, sì? Orange is the new black è la
danza delle galeotte dietro le sbarre: macabra, tragicomica,
coloratissima anche con l'incolore guardaroba che si ritrova. Le
protagoniste sono ballerine con la divisa identica o la camicia di
forza. La tredicesima puntata, con un montaggio perfetto, si chiude
con un concerto improvvisato da pelle d'oca. Un presepe vivente
blasfemo e male assortito, ma che emoziona. Non è diventato la mia
dipendenza estiva, perché è intenso, lungo e merita attenzione, un
certo rispetto: non guardavo più di qualche episodio a settimana,
personalmente. A un certo punto scatta un pensiero tremendamente egoista.
Devono stare lì; si meriterebbero tutte una pena più lunga. Per
farti divertire e riflettere ancora. (7,5)
Hemlock Grove Stagione II Hemlock
Grove. Dove il soprannaturale è di casa. I lupi mannari si
trasformano, spezzandosi le ossa e strappandosi la pelle di dosso. I
vampiri non si chiamano vampiri e, al prezzo del sangue, sono a capo
di clan secolari. Le industrie, con torri alte fino alle nuvole,
fabbricano corpi e tengono sirene in bicchiere. Gli esseri deformi,
dotati di un animo buono, giocano con i bambini infelici. Una bestia
e un Upir – un tempo amici, adesso rivali – mettono da parte le
loro divergente per diventare papà di una bella bambina con lo
sguardo di fuoco. La fortunata serie prodotta da Eli Roth, lo scorso
anno, era sbucata dal nulla. Talmente bizzarra da lasciare
esterefatti. Avevo seguito gli episodi, all'epoca, con un misto di
curiosità e diffidenza: capivo poco, ma non riuscivo a smettere di
guardare. Tutto era mistero. Intricati nodi da soap opera, una
mitologia da scoprire, legami da mettere a fuoco, una spirale di
violenza che ti risucchiava, portandoti via. Indubbiamente, era stata
la più grande sorpresa del 2013. Ho iniziato a desiderare la seconda
stagione sul finire della prima. Cast confermato; dieci episodi
assicurati e rilasciati, sulla rete, in un unico giorno. Che fortuna,
e che guaio. L'ho vista d'un fiato e il caloroso bentornato a
Hemlock Grovenon ha
fatto altro che darmi gradite, graditissime conferme. Come si fa
quando si ha a che fare con cose lunghe, complesse, ambigue, del
finale di stagione – a un anno e qualcosa di distanza – ricordavo
davvero l'essenziale. Senza preoccuparmi troppo, ho subito notato la
grande differenza. Rispetto alla prima stagione, questo Hemlock
Grove è più facile da seguire.
Lineare. Con un intreccio che presenta colpi di scena, ma nessuna
parentesi che distrae. Da una parte, ciò permette di ricordarlo di
più e di goderselo senza sofferenze. Dall'altra, quel fascino
assicurato dalle cose che stenti a cogliere sfuma, fino a perdersi.
Comunque, non preoccupatevi: non diventa mai qualcosa di scarso. La
qualità, rozza e corposa, risulta intatta. Tra Netflix e The CW, un
abisso. Le creature di questa cittadina sono credibili, complicate,
dipinte con tutti i toni di grigio possibili. Roman e Peter, così
diversi, dopo una rivalità amorosa non dimenticata, si avvicinano
nuovamente soltanto da metà stagione in poi. E alla serie la loro
amicizia fa bene. Il primo, con una mamma che va e viene e una folle
cugina strega; il secondo, con il padre nella tomba, una mamma
immortale e cattivissima, una sorella tanto mostruosa quanto dolce.
Famke Janssen, più seducente con gli anni che passano, impara la
compassione e l'abilità di un buon genitore. I punti di sutura sulla
lingua le avranno fatto bene? Commoventela
sua figlia diseredata, Shelley: vaga, si nasconde nelle cantine. Vive
al buio per paura di spaventare le persone con il suo orribile
aspetto. E se potesse cambiare la sua esteriorità e mantenere la sua
anima? Se, nelle industrie Godfrey, fosse possibile spegnerla e
caricare la sua coscienza in un corpo artificiale, nuovo di zecca?
Una novità: la bionda Madeleine Brewer. Lei è nuova in città e, in
una notte di tempesta, trova rifugio a casa di Roman, ignara del suo
segreto e della neonata al piano di sopra. Glielo rivelerà il suo
corpo: i suoi seni, pieni di latte per miracolo o maledizione, la
renderanno una madre. Un difetto: Hemlock
Grove
mantiene l'ironia, ma perde il suo potenziale sex appeal. Troppo
ripulito, non “fa sangue”, come si dice. La notevole tensione
sentimentale che c'è non viene sfogata. Clamorosamente coinvolgenti
gli ultimi due episodi. Un tripudio di violenza, trovate originali,
emozione, con quel finale magistrale, all'orizzonte, e troppo troppo aperto. (7,5)
The 7:39 miniserie tv (2 episodi) Quant'è
brutto essere schiavi della routine. Carl è prigioniero delle stesse
cose da quindici anni. Ha figli grandi, una moglie di cui non si è
mai stancato, un impiego che lo porta a stare lontano da casa tutta
la giornata. Usa la sua villetta in periferia come un appoggio. Lì
va a dormire e lì si risveglia. Il cellulare vibra ed è già ora di
svegliarsi. Vestirsi, dare da mangiare al gatto, concedersi una
colazione veloce e poi il treno. Quello delle 7:39: il solito. Sally
fa la pendolare da qualche mese e si è stufata dopo poco di quella
vita da eterna passeggera. Lavora in una palestra, ha un
bell'appartamento, un fidanzato muscolosissimo e galante con cui
parla di ricevimenti, matrimoni e bambini. Anche lei va a Londra con
il treno delle 7:39 e succede che così conosce Carl. Qualche
gentilezza, due chiacchiere, le confidenze, le previsioni meteo e
l'uno entra nella routine dell'altro. Hanno un appuntamento fisso che
nessuno conosce. Il vagone di quel treno pieno di uomini stanchi e
armati di ventiquattrore diventa il territorio neutrale in cui i due
si incontrano, per alimentare quel timido rapporto che non ha nome.
Fanno gli stessi pensieri e, in quel mondo ad alta velocità,
iniziano a pensare alla stessa cosa. Decidono di provarci. Di
incontrarsi all'esterno, lontani dai binari, e di visitare la città
come due turisti adolescenti che ridono, si danno ai selfie, prendono
una stanza d'albergo per una notte di sciopero dei mezzi. Se non
avete niente da fare, in un pomeriggio di pioggia tra tanti, e
sull'agenda avete un corposo buco di due ore da riempire, recuperate
The 7:39. Una miniserie inglese, composta da due puntate di
un'ora ciascuna, sceneggiata da David Nicholls, meraviglioso autore
di Un giorno. Che vi piace ve l'ho detto, una volta... o
duemila. Be', mai troppe. Il tocco della sua penna si vede, anche
filtrato dal piccolo schermo. Firma, infatti, una commedia romantica
delle sue. Umana, ben scritta, autentica e un tantino struggente. La
storia di un lui e di una lei che s'incrociano alla stessa ora tutti
i giorni. Poi si parlano e, anche se entrambi impegnati, scoprono che
forse è possibile che il nostro cuore, tanto grande, s'innamori di
due persone contemporaneamente. Giusto o sbagliato? Una fotografia
limpida che cattura bei momenti. Dialoghi lunghi e brillanti che sono
tutto. Un cast impeccabile, in cui si distinguono – accanto
all'intensa Olivia Colman (Broadchurch) – due protagonisti
separati da quindici anni di differenza, ma armoniosi e intimi. La
bella Sheridan Smith (Hysteria) e un David Morrisey (The
Walking Dead) affascinante e ineditamente buono. La BBC, garanzia
di qualità, produce un film grazioso e agrodolce – solo diviso in
due tempi e due momenti. (7)
Ho
imparato che tutto ha un prezzo e che quella dolce quiete che mi
sembrava noia... è quella la serenità. Bisognerebbe pensarci prima
di gettarla nel piatto, in una partita a carte con la sorte, al
prezzo di un'emozione che non vale nulla.
Titolo:
Le ossa della principessa
Autrice:
Alessia Gazzola
Editore:
Longanesi
Numero
di pagine: 346
Prezzo:
€ 17,60
Data
di pubblicazione: 16 Gennaio 2014
Sinossi:
Benvenuti
nel grande Santuario delle Umiliazioni. Ossia l’istituto di
medicina legale dove Alice Allevi fa di tutto per rovinare la propria
carriera di specializzanda. Se è vero che gli amori non corrisposti
sono i più strazianti, quello di Alice per la medicina legale li
batte tutti. Sembrava quasi che la sua tormentata esistenza in
Istituto le avesse concesso una tregua, quanto bastava per provare a
mettere ordine nella sua sempre più disastrata vita amorosa, ma
ovviamente non era così. Ambra Negri della Valle, la bellissima,
brillante, insopportabile e perfetta Ape Regina, è scomparsa.
Difficile immaginare una collega più carogna di lei, sempre pronta a
mettere Alice in cattiva luce con i superiori, come se non ci
pensasse lei stessa a infilarsi nei guai, con tutti i pasticci che
riesce a combinare. Per non parlare della storia di Ambra con Claudio
Conforti, medico legale affermato e tanto splendido quanto perfido,
il sogno proibito di ogni specializzanda… E forse anche di Alice.
Ma per quanto detesti Ambra, Alice non arriverebbe mai ad augurarle
la morte. Così, quando dalla procura chiamano lei e Claudio
chiedendo di andare a identificare un cadavere appena ritrovato in un
campo, Alice teme il peggio. Non appena giunta sulla scena del
ritrovamento, però, mille domande le si affollano in mente: a chi
appartengono quelle povere ossa? E cosa ci fa una coroncina da
principessa accanto al corpo?
La recensione
“La
gente sbaglia, sbaglia di continuo. Si può perdonare, finché non
uccide.”
Se
c'è una cosa bella della fine delle vacanze di Natale - quando
riponiamo il nostro albero spelacchiato nel ripostiglio, e chiudiamo
in uno scatolone palline, ghirlande e la nostra solita serie di
lucine Led, e lasciamo che le statuine sbeccate del presepe dormano
tutte insieme, per dodici mesi ancora, nella stessa busta (le
Sacre Scritture condannerebbero questa promiscuità,
ma amen!) – è il ritorno alla pace. Perché, sebbene a Natale
siano tutti più buoni e le pubblicità dei Panettoni mostrino
bambini di Paesi diversi tenersi allegramente per mano e girare in
tondo fino al mal di mare, le feste sono l'occasione perfetta per
cantare senza ritegno alcuno le canzoni di Michael Bublé e Mariah
Carey, ospitare in città inquietanti orde di Babbi Natale armati di
trombetta e barba sintetica, chiamare amici a cui per 365 giorni non
avevi mai pensato e far sgradite viste a sorpresa a
familiari, strizzati in imbarazzanti pigiamoni, che - l'elegante mise
lo dimostra - non aspettavano te. La Befana, quest'anno, messa con le
spalle al muro insieme al nostro Paese in gran completo, non mi ha
portato niente di niente, ma – come dicono le frasi da cartolina –
ha portato via con sé, al suo frettoloso passaggio, le feste in gran
completo. Almeno quelle. E i telefoni che squillano per le chiamate
di nonni un po' lontani, i postini che recapitano cartoline arrivate
in ritardo, le visite di cortesia di adulti che non conosci, ma a cui
sorridi con accondiscendenza, anche se l'unica cosa che vorresti fare
è cedere al raptus omicida che, in cruciali momenti,
ti suggerirebbe di pugnalarli con una stecca di torrone al
limoncello: colpa di osservazioni inopportune su una fidanzatina
che non c'è, sul mancato 100
all'esame di maturità, sull'impressionante differenza d'altezza tra
te, nano da giardino in incognito, e il tuo pantagruelico fratello
minore. Da tre anni a questa parte, ho una cara amica che mi viene a
far visita. Per due anni, l'ha portata con sé la primavera: guance
rosse, occhi limpidi, frangetta al vento, fiori di pesco
tutt'intorno. In Sindrome da cuore in sospeso,
invece, è venuta a trovarmi, inaspettatamente, sotto l'albero di
Natale. Quest'anno è in anticipo. Bussa alla porta quando non
aspettavo più anima viva. L'epifania è passata da un paio di giorni
appena e il silenzio tanto sperato è durato, alla fine, meno del
Governo Prodi. Alice Allevi entra, ma non mi saluta. Mi schiva; ha
una borsa più pesante del solito, i capelli più spettinati di
sempre, gli occhi più vecchi di secoli. Lei, che è sempre stata
golosa, non vuole il dolcificante nel suo tè: lo beve amaro, quasi
per punire piano sé stessa, rinunciando a quelle zollette di
zucchero che, come insegnava la saggia Mary Poppins, potrebbero
cancellare ogni amarezza. O questa sua risoluta rinuncia è forse da
attribuire a una qualche nuova variante della dieta Dukan che le ha
rifilato la melodrammatica Cordelia, sua coinquilina, nonché sua
ex-quasi-futura-cognata? Non le ho chiesto se era quel
periodo del mese e, giuro, non
ho fatto collegamenti di nessun tipo – sebbene sia contro la mia
idiotissima natura – sulla concomitanza dell'arrivo suo e della
Befana, quest'anno. Cosa c'è che non va, Ali? Mi
rivela che è triste, e divento triste anch'io: il malumore, grigio,
non è tra i suoi colori. Mi avverte di stare attento a quello che
desidero, perché potrebbe avverarsi, un giorno: i moniti,
paternalistici, non fanno parte della sua personale filosofia di
vita. Ambra Negri Della Valle – la sua rivale in amore, il braccio
destro della Wally, la sua più acerrima nemica - è scomparsa nel
nulla: questo è il guaio.
Tante volte, in ispirate invettive piene
di fantasia, Alice le ha augurato di andare a cogliere fiori in un
campo minato, di essere colpita da un fulmine a ciel sereno, di
cadere nella tana senza fondo del Bianconiglio e di essere
giustiziata, nel Bronx del Paese delle Meraviglie, dalla simpatica
Regina di Cuori. Ma lei è l'immortale Ambra e quelle sono solo
parole. Senza le sue chiacchiere e la sua voce da orticaria regna il
silenzio, all'Istituto, e Alice non ha più muse che la ispirino
nella coniazione di inespressi e nuovi insulti, o scuse per isolarsi
con le sue cuffiette buone e ascoltare i Coldplay anche a lavoro.
Senza Ambra, con la mano dalle unghie smaltate sempre
alzata e la risposta sempre
pronta, Alice – tragedia delle tragedie - è, indifesa e sola, nel
mirino di una Wally che, puntualmente, perde la pazienza e che,
crudelmente, con i suoi richiami lunghi e noiosi come sermoni
domenicali, fa perdere ad Alice quei begli stivali in saldo,
adocchiati in una vetrina del centro, di sfuggita, con il medesimo
fiuto infallibile di un'eroina di Sophie Kinsella. L'Istituto è un
regno. Lo spietato e affascinante Claudio Conforti è il principe, il
dottor Malcomess è il vegliardo re, Arthur è un Lancilotto in
visita ufficiale, la Wally è la matrigna brutta e cattiva. E Alice,
un tempo, avrebbe voluto per sé il ruolo di principessa, ma i suoi
piccoli disastri le hanno valso, suo malgrado, il pittoresco cappello
del giullare di corte: colpa di quella volta in cui ha
accidentalmente smarrito un cadavere, o quasi raso al suolo un bosco
protetto con una sigaretta, o divelto la portiera dell'auto di
Claudio, o risolto fortunosamente due casi e mezzo. In
quell'autentico microcosmo, tra il tavolo autoptico e la macchina del
caffè, gerarchie e lotte per il potere, passioni e tradimenti,
dittature lampo e misteri sepolti.
Anche se nessun mistero è
abbastanza grande per l'allieva
e nessun segreto è destinato, come Alessia Gazzola ci ha insegnato,
al per sempre. Quel regno moderno, costruito sotto il reale sigillo
di Ippocrate e che ha, per segrete, camere mortuarie con prigionieri
destinati a non avere più libertà, è scosso dal ritrovamento dei
resti di una principessa senza nome. Ossa dimenticate, sepolte
secondo un antico rituale proveniente da lontano, di cui restano
giusto brandelli di un maglione rosso, una moneta per pagare Caronte,
una macabra coroncina di plastica. Quel cadavere, un tempo, era una
ragazza, con ricordi in comune con l'enigmantica Ambra e una vita
sentimentale similissima a quella di Alessia: stessi amori sbagliati,
stesse indecisioni, stessi cuori ulcerati e sospesi. Una ragazza che
sognava il lavoro di Lara Croft, la felicità, l'Oriente. Questo
nuovo caso - immancabile la supervisione del mitico ispettore
Calligaris, ovvio - farà vivere ad Alice un'altra vita, diversa
dalla sua, ma non troppo. Aprendo dispersivi messaggi di posta
elettronica e le pagine di un'agenda piena di criptici indizi, la
protagonista lascerà che le parole della vittima e i suoi occhi
d'innamorata ormai chiusi, la guidino verso la verità, in un
funzionale intreccio a più voci che si snoda tra dune, scavi
archeologici e grandi ed infelici amori, dove colpi di scena, di
testa e di cuore fan da padroni assoluti.
Questo Le ossa
della principessa è l'ultima
avventura semi-seria di Alice Allevi: il risultato di una mattina, un
pomeriggio e poco più trascorsi meravigliosamente in sua compagnia.
Un resoconto - ora avventuroso, ora esilarante, ora insolitamente
mesto – di un lungo anno trascorso lontano da noi lettori. Lontano
da me. Ci siamo trovati cresciuti, cambiati: più adulti, ma con lo
spirito amichevole e cordiale di sempre. La vita, nel frattempo, le
ha portato tanti amici e qualche nemico; un po' di saggezza aggiunta,
consapevolezze agrodolci, altri baci dati per colpa del cuore a un
immaturo ranocchio che non è pronto ancora a diventare il suo
personale principe azzurro. Misteri nuovi. Scoprire se i più
sfuggenti siano quelli sulle scene del crimini o quelli
raggomitolati, con cura grande, nel suo petto, richiederebbe la più
approfondita delle indagini. E caccia spietata a Cupido sia! Alice,
davanti a quel famoso té amaro, mi ha raccontato questo e altro, ma
non dopo essersi alzata, aver aperto il mobiletto sopra il lavandino,
messo a soqquadro biscotti, succhi e pacchi di cereali, e agguantato
– tra pollice e indice – una zolletta di zucchero. Minuscola, ma
in grado di far ingoiare aspre pillole. La Allevi è un po' così:
stempera il giallo con una dolcezza che non fa danni, arriva senza
invito, si muove tra le tue stanze come se fossero parte di casa sua,
va via quando il suo compito è giunto al termine: magica,
inaspettata, buffa, leggiadra come un elefante in un negozio di
fragili bomboniere. L'ho adorata incondizionatamente, ancora una
volta. Per i capitoli che, con grande originalità, hanno – per
titolo - frammenti di canzoni di Adele, Mika, De André, Gotye,
perfino Britney Spears; per nonna Amalia e le sue intuizioni,
Cordelia e la sua “vuotite” acuta, Yukino e le sue comiche
traduzioni dal giapponese, Claudio che le dà un'autopsia come regalo
di compleanno e Arthur che, invece, non le regala proprio nulla. E ho
adorato, ancora una volta, Alessia Gazzola. Non l'ho dimenticata. E'
che finisco per confondere il nome del suo personaggio con il suo, la
verità e la finzione. Le adoro per questo. Soprattutto per questo.
Mi era mancata Alice. Mi eri mancata, Alessia.“E io
non riesco a resistere all'impulso di approfondire: è come una forma
di cleptomania intellettuale. O di incontinenza emotiva. O entrambe.”
|Le stanze buie, di Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 18,
pp. 304 |
Ho
varcato la soglia di queste stanze buie otto anni fa. Ero una matricola avvinta dai misteri e, nel perlustrare la residenza della
sventurata famiglia Flores, cercavo gli spettri nascosti negli angoli
più imprevedibili; l'oscuro. Preceduta da una fama sinistra, la
villa – considerata infestata – ospitava il ricordo di un
grande struggimento e le presunte apparizioni di una dama vestita di
bianco. Mi aveva fatto da guida Francesca Diotallevi, già
talentuosissima, che di quella villa nelle Langhe era stata
architetto eccezionale nonché abitatrice. Cresciuta con il culto dei
gotici inglesi, l'autrice esordiente aveva fatto sua la lezione delle
sorelle Brontë:
ogni storia d'amore è una storia di fantasmi.
Una
vecchia casa è piena di rumori, Fubini. Se doveste badare a ogni
singolo scricchiolii, a ogni fruscio, impazzireste. Credetemi,
impazzireste.
È
strano ritrovarsi dove tutto ha avuto inizio – compresa l'amicizia
telematica tra me e Francesca – quasi un decennio dopo. Questa
volta, ben consapevole dei colpi di scena
in agguato, ho prestato attenzione alla verosimiglianza del contesto
storico-sociale e alla grazia di una scrittura elegante nella sua
linearità. In fase di riscrittura è mutata la relazione tra i
protagonisti, qui platonica, mentre l'elemento horror è stato
ridimensionato: ho apprezzato la prima scelta, meno la seconda. Questo romanzo, tuttavia, oggi somiglia ben più che in passato alla sensibilità
d'altri tempi di Diotallevi e, soprattutto, all'indimenticato
Vittorio Fubini: un maggiordomo rigoroso e pragmatico, estraneo ai
sentimentalismi, al centro di un uragano di emozioni. Cosa possono i
suoi guanti bianchi contro il rosso dell'omicidio; cosa, ancora,
contro la polvere del tempo? Arrivato in provincia dalla mondana
Torino per volere dello zio, Vittorio crede che una casa
vada sempre giudicata dalla lucentezze delle posate. Presso la
residenza dei conti Flores, assai grossolani nonostante il titolo
nobiliare, ci sono molte cose fuori posto: dal personale troppo
invadente ai vizi del padrone di casa, fino ad arrivare alle
bizzarrie di Lucilla Flores. Niente affatto ospitale, con i capelli
scompigliati e le mani indurite dal duro lavoro, la donna viene spesso
meno ai propri doveri e si rifiuta di affidare l'educazione della
figlioletta a un'istitutrice. Assoldato per essere il cane da guardia
che ne arginerà le fughe, Vittorio si scoprirà combattuto tra il
desiderio di biasimarne il ribellismo e quello, indecoroso, di
proteggerla. Entrambi prigionieri di un ruolo, la padrona e il
servitore – la vittima e il carceriere – si scopriranno complici
durante le sortite notturne in cucina o nel rifugio di Lucilla, un laboratorio in cui la donna trasforma i fiori in profumi.
Gli
spettri non esisterebbero se non fossimo noi, con i nostri desideri,
col nostro amore, col nostro dolore, a trattenerli qua. Gli spettri
vino dentro di noi. Gli spettri, talvolta, siamo noi.
Laggiù le scale scricchiolano macabramente, i campanelli tintinnano suonati da
mani invisibili, le porte chiuse si spalancano su celle di dolore.
Quali sono le ragioni per restare, quali quelle per andare via?
L'infelice Lucilla vorrebbe scappare lontano da qualcuno, o forse da
qualcosa? È braccio di ferro tra ragione e sentimento nell'arco di questo bellissimo romanzo fatto di esistenze interrotte e passioni mai
consumate, storie che ritornano e rimpianti che restano.
Raccontato a ritroso da un protagonista ormai anziano, Le stanze
buie rinnova incanto e
struggimento. Pubblicato inizialmente da Mursia e riportato in
libreria da Neri Pozza, nell'edizione di pregio che si sarebbe sin
dall'inizio meritato, mi ha investito con immutata potenza e, come
capita davanti a un film già visto ma mai metabolizzato del tutto,
mi ha indotto a sperare in un epilogo che fosse uguale e diverso al
tempo stesso. Ho voluto fortemente visitarle dal nuovo, queste famigerate stanze, le ho scoperte parzialmente riarredate. Nonostante il mobilio
fosse mutato, privo di chincaglierie e barocchismi, ho constatato, stupito, di sentirmi benaccetto come durante il
primo soggiorno. La mia memoria olfattiva ricordava per fortuna
l'odore di cera calda e il profumo floreale di Lucilla; quella del
cuore, invece, tutto il resto. Entro i confini di questa «casa
stregata» sapevo orientarmi anche al buio.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Nicole Kidman – One Day I'll Fly Away
Ciao
a tutti, amici! Come state? Ferragosto è arrivato e finito e spero
l'abbiate passato nel migliore dei modi. Qui da me il tempo è stato
bellissimo, quindi ce lo siamo goduti, una volta tanto. Purtroppo, è
arrivato il momento di mettersi sotto e studiare, va be' che lo dico sempre. Ho un esame molto
impagnativo, i primi di settembre, e devo ripetere tutto, da zero. E,
soprattutto, non dimenticare di prenotarne un altro per il venti del
mese prossimo: che gioia, che gioia. Cercherò di farmi vivo, dal
momento che ho una serie di post già scritti, ma mi vedrete e non mi
vedrete. Oggi ci sono, sì, e vi lascio la recensione della mia
ultima lettura e del mio ultimo John Green. Questa volta, devo
ringraziare di cuore Sonia che, dal profondo del suo Cuore d'inchiostro, mi ha regalato il libro. Si arrabbierà un casino: avevo promesso
di non ringraziarla più.
Ho sempre avuto la sensazione che le Catherine mi mollassero appena
cominciavano a vedere com'ero fatto dentro. Ma io me lo chiedo
sempre. Se gli altri potessero vedermi come mi vedo io... se
potessero vivere nei miei ricordi... Ci sarebbe uno, dico uno, che mi
vuole bene?
Titolo:
Teorema Catherine
Autore:
John Green
Edizione:
Rizzoli
Numero
di pagine: 335
Prezzo:
€ 14,00
Sinossi:
Da
quando ha l'età per essere attratto da una ragazza, Colin, ex
bambino prodigio, forse genio matematico forse no, fissato con gli
anagrammi, è uscito con diciannove Catherine. E tutte l'hanno
piantato. Così decide di inventare un teorema che preveda l'esito di
qualunque relazione amorosa. E gli eviti, se possibile, di farsi
spezzare il cuore un'altra volta. Tutto questo nel corso di un'estate
gloriosa, passata con l'amico Hassan, a scoprire posti nuovi, persone
bizzarre di tutte le età, ragazze speciali che hanno il gran pregio
di non chiamarsi Catherine.
La recensione
“Ecco
come ricordo io le cose. Ricordo le storie. Unisco i punti e viene
fuori una storia. E i punti che non stanno bene nella storia magari
scivolano via. Come quando trovi una costellazione. Guardi il cielo e
non vedi tutte le stelle. Le stelle sembrano tutte le stesso immenso
cacchio di caos che sono. Ma tu vuoi vedere delle forme; vuoi vedere
delle storie, così le isoli nel cielo. Vedi connessioni ovunque,
quindi, alla fine della fiera, tu sei un narratore nato.”
Ognuno
ha in testa l'idea del partner ideale. Un appuntamento galante a San
Valentino e, dall'altro capo del tavolo, una persona alta o bassa,
estoversa o introversa, bionda o bruna, sportiva o sedentaria,
possessiva o libertina. Una che ami i tulipani e detesti le rose
rosse; una allargica ai fiori; una che, a casa, ha serre tropicali,
con asfodeli e piante carnivore. Quando dite “no, non è il mio
tipo”, quindi, cos'è che intendete voi? Il tipo di Colin
Singleton, diciassette anni, sono le Catherine. Lui non
guarda all'aspetto fisico, solo al nome. Nove lettere e la certezza
matematica di farsi spezzare il cuore per la ventesima volta. Se ti
chiami Cathy, Katrina o Katherine, mi dispiace, ma non avrai
successo. Prendi in considerazione un cambio di nome, piuttosto;
sempre che imbrogliare funzioni. E' questione di “Catherinanza”.
Le altre ragazze non danno due di picche con lo stesso savoir faire,
né hanno la possibilità di entrare a far parte, per diritto di
nascita, della nutrita schiera di ex di quello che un tempo fu un
bambino prodigio. Sfruttando le sue disavventure sentimentali, nella
speranza che un bambino prodigio possa anche diventare un adolescente
prodigio, Colin studia notte e giorno per elaborare il teorema che
spera possa far di lui un premio Nobel per la pace. Per la pace, sì:
grazie a lui, niente più cattive sorprese. Il destino di una
relazione, riassunto con matematica certezza, prima che essa cominci
o finisca. Poi premio Nobel... che figata. Chi mollerebbe mai un
generoso benefattore dell'umanità, come quello smilzo ragazzetto con
gli occhi verdi verdi e i capelli cespugliosi alla Einstein?
Trascinato in un viaggio rocambolesco, approdato in una sperduta
cittadina americana, piena di abitanti indimenticabili e assurdi,
Colin e il suo amico Hassan – cicciottello, irsuto, esilarante e
troppo musulmano per i suoi gusti, anche se ci tiene a specificare di non essere un terrorista, nonostante le apparenze – raccoglieranno vecchie memorie,
andranno a caccia di maiali selvatici, saranno inseguiti dagli stessi
esotici maiali che volevano cacciare e da sciami inferociti di vespe
assassine, conosceranno l'adorabile Lindsey Lee Wells e i colpi di
scena che il destino, anche se non sembra, ha in serbo per tutti noi.
Teorema Catherine, quinto libro di John Green che leggo, è
anche l'ultimo dell'autore che rimaneva nella mia nutrita wishlist.
Finiti. Letti tutti.
E adesso mi sento un po' solo, sapendo che
quando avrò bisogno di lui – per il momento – non ci sarà;
proprio lui, che c'è sempre stato. Questo breve e fresco young adult
ha un Green meno ispirato del solito, ma ugualmente coinvolgente.
Sarà per il distacco in più dato dall'utilizzo dell'insolita terza
persona, sarà per la mia totale ignoranza dell'ambito matematico:
Teorema Catherine mi ha fatto sorridere spesso, però non è
mai esplosa... quella cosa. Me ne sono accorto, per esempio,
dal numero di frasi belle belle che ho appuntato. Un gruzzoletto
esiguo ma significativo di riflessioni in cui specchiarsi, nudi.
Senza maschere, senza artifici. John Green è uno che non giudica.
Curiosissime le frequenti note a bordo pagina con le informazioni
sulle vite assurde di presidenti rimasti incastrati nella vasca da
bagno, uomini di scienza innamorati alla follia di piccioni, modi di
dire non so cosa in nove lingue: curiosissime, per un libro
carinissimo. Sempre che sappiate accontentarvi. Io l'ho fatto, e
senza troppa amarezza: non posso parlare di delusione, perché il
romanzo non mi ha deluso affatto. Per due giorni, è stato bene tra
le mie mani e sotto l'ombrellone. Compratelo, per godervi in
compagnia quel che resta dell'estate: Ferragosto, come fa l'Epifania
con le feste, minaccia di portarci via il sole. I protagonisti, più
lineari e meno ombrosi del solito, vi ricorderanno che è bello
ridere, prendere la macchina e girare a vuoto. Si viaggia in una
minuscola bolla di vetro. Il mondo che si capovolge, la neve che cade
nelle stagioni sbagliate, la gente che si urta e si chiede scusa. Una
bomboniera a buon prezzo in cui spicca la croce lignea più grande
del mondo, una fabbrica che produce stoppini per tampax, un obelisco
che fa ombra sui presunti resti dell'arciduca Francesco Ferdinando.
Colin e Hassan sono scemo e più scemo, ma con un quoziente
intellettivo vertiginoso. Logorroici e imbarazzanti, fanno
associazioni di pensiero assurdamente buffe, anagrammi sgrammaticati,
discorsi su argomenti decisamente inadatti alla conversazione tra
liceali.
E poi c'è Lindsey, che ha il pregio e il difetto di non
essere un'altra Catherine. E sta insieme a un altro Colin. Una
ragazza sveglia e sensibile, che si pone il problema di essere
egoista e si dà della bugiarda, perché con altri che non siano
Colin – ma quello vero, non LAC (L'altro Colin) - non riesce ad
essere sé stessa. Essere sé stessi, il romanzo ci insegna, è
mangiarsi le unghie come se l'altro non ci fosse: come se l'altro
fosse un altro noi. Parlando su Facebook con una ragazza che non lo
apprezzava, ho riflettutto sul perché mi piacesse Green, nei giorni
scorsi. Avevo davanti una frase che parlava di me. Allora ho
realizzato: lui dice certe cose, e in certi modi, che mi fanno dire “be',
eccomi qui”. Non è accontentarmi, convinto non ci sia altro di
meglio. E' aspettare di ritrovarmi in prima persona, prima o poi,
nelle cose di un altro autore. E io, da ragazzo non geniale, mi
faccio bastare anche libri non geniali, finchè il semplice ricordare
come sono stato non molto tempo fa, e rivedermi un poco, sarà tutto
quello che vorrò. Il protagonista vuole cercare un disegno, vuole
una morale per le sue fallimentari storie. Storie... piuttosto che
riassumerle attraverso schemi impersonali, meglio raccontarle. Con
quelle parole che, anche quando non ci saremo, stravolte e
modificate, rimaranno nell'aria. In trecentoventi pagine, spazio per
una scena da Guiness. Il miglior bacio al buio. Non mostrato, non
raccontato: reso con una serie di battute che hanno i punti di
sospensione e basta. Un genio matematico che si rende conto che
sapere le basi di nove lingue, il nome di colui che fu primo ministro
del Canada nel 1871 e le dipendenze segrete di Thomas Edison è meno
interessante del sapere fare conversazione e, raccontando,
raccontarsi. La scienza salva il mondo, ma la letteratura salva
l'uomo. La prima è importante per tutti, la seconda per noi. Ed è
carino fare qualcosa per noi, di tanto in tanto. Dolce e genialoide,
l'inconsapevole Colin segna l'armistizio nello scontro secolare tra
artisti e uomini di scienza. Si può essere l'una e l'altra cosa. I
capolavori di vite sono splendidi da guardare, tanto quanto le
stelle. Il diagramma finale avrà una forma variabile. Una faccina
sorridente, un cuore. Un romanzo simpatico e senza drammi, che non
deride i ragazzi e le loro nevrosi. Ride insieme a loro.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Barry White – My first, My last, My
everything
Ciao
a tutti, amici. Come state? Indigestione da panettoni? Ire funeste
per il regalo sbagliato? Io mi mantengo in linea e calmo: più o
meno. C'è la preparazione in corso del tostissimo esame di Letteratura Latina e potrei morire prima di finire tutto il programma. No, non sono calmo. Scherzavo. Chi mi segue sulla pagina Facebook comunque lo sa: non dite, dunque, che
non vi avevo preparati a dovere all'invasione di post prima di
Capodanno. Dopo gli ultimi appuntamenti con Mr Ciak e I
love telefilm, con in mente tante e stupide idee per parlarvi dei
film e dei serial del mio tortuoso 2014, oggi si torna a parlare dei
libri. Precisamente, dei libri che mi sono piaciuti di più tra i
novantatrè letti dal primo gennaio ad ora. Pensavo sarebbe stato
difficile, pensavo mi ci sarebbe voluto più tempo, e invece no. Le
letture davvero imperdibili, come sempre accade, si contano sulle
dita di una mano, ma non posso dirmi deluso. Ci sono state belle
scoperte, sorprese impreviste e gradittissimi ritorni. Occupati da
tempo immemore, sinceramente, i primi tre (anzi, quattro: lo so ho
imbrogliato!) posti di questa Top10 che, se vogliamo essere proprio
pignoli, in realtà è una Top11: i titoli restanti li ho scelti
ripescando dalla mia memoria i ricordi più belli, le recensioni più
sentite, quelli con il numero di stelline più numerose. Non sono proprio in ordine di preferenza. Sapete che non sono bravo a dare i numeri! Qualcuno
l'ho dovuto escludere, qualcuno l'ho dovuto invece inserire, in onore
di quanto stupidamente felice o orribilmente triste mi abbia fatto
sentire al tempo della lettura – magari mesi e mesi fa, magari solo
la settimana scorsa. Alla fine del post, però, menzione speciale per
quegli autori che ci sono stati, per le cover splendide e per quelle storie di genere che
spiccano anche al buio. E i vostri romanzi preferiti, invece, quali
sono stati? Ditemi un po', ché sapete sono curioso. Un abbraccio, M.
10.
Arrivano i pagliacci: “Parlava
Allegra e mi è venuta in mente nonna che, quando beve un sorso di
limoncello in più, inizia a straparlare e a costruire per l'aria
alberi genealogici. Stasera la chiamo e glielo dico che ho pensato a
lei: la prossima volta, porto con me il libro di Chiara.”
9.Noi siamo grandi come la vita:
“Noi siamo
infinito apprezzerebbe.
Per la scrittura semplice, i passaggi delicati, i fiori nell'asfalto
e la colonna sonora pazzesca, i personaggi sfocati in cerca di un
loro infinito in un'età che infinita non è. I giovani e la morte.
Un mistero guardato in faccia da occhi timidi.”
8.
Le ho mai
raccontato del vento del Nord:
“La tecnologia li unisce, li fa chiacchierare a cuore aperto, ma
quella lontananza elettronica è una barriera insormontabile. Sono parole in chat, voci timide sussurrate nella segreteria
telefonica. Un Her in
una dimensione possibile.”
7.
La misura della felicità: “La
sensazione che tanti pensieri siano in rima con i tuoi spiega il tuo sentirti meglio al mondo. Non è
vero che i libri ci isolano. Guarda quanta gente che c'è. Vivi e
lascia vivere. Leggi e lascia leggere.”
6.
Città di carta: “Scanzonato, toccante, pieno di vita dalla pianta
dei piedi alla cima dei capelli, il
romanzo è tanto tanto simile a Cercando Alaska.
E siccome quello l'ho amato tanto tanto, amo tanto tanto anche
questo. Non fa una piega.”
5.
Noi: “Un bellissimo pronome personale che, a lungo andare, si fa
aggettivo possessivo. Noi è
tutto ciò che è nostro.”
4.
La vendetta del diavolo: “Un vangelo apocrifo di Giuda ballerini,
figli che uccidono le madri, passioni che fanno male più
dell'inferno, autori dalle voci sempre più riconoscibili. Satana
diverte, emoziona e non fa paura.”
3.
Shotgun Lovesongs: “vuole
essere cantato e basta. Richiede un giro di do,
falsetti strozzati e dolenti che ti escono dalla gola come
singhiozzi. Dove non arriva la voce, sopraggiunge l'emozione. Quella
dice tutto. Quella compensa a una nota troppo tremula. Quella ti
libera e ti imprigiona.”
2.
L'amore bugiardo: “Uno dei libri più misogni e femministi mai
scritti. Divertentissimo, acuto e diabolico, con un esemplare
alternarsi del doppio punto di vista – da mettere in lista (nozze).”
“Venuto
al mondoè
un romanzo bellissimo. Senz'altro più bello e perfetto diSplendore.
E' più facile che piaccia. Gemma si scopre una protagonista con la
forza incredibile delle donne. Gli uomini della Mazzantini, invece,
sono tutti come Diego - il fotografo di pozzanghere. Vedono la vita
scorrere tra le fessure delle loro dita, non agiscono, si nascondono.
Quando gli uomini sono due, tutto è più difficile e triste ancora.
Quando è un amore omosessuale quello di cui si parla, tutto è un
campo minato. La prima era
una storia spezzata dalla guerra. Non te la spieghi, la guerra. In
Splendore
poteva
essere tutto più semplice. L'amore malinconico tra questi due uomini
ha un inizio e ha una fine. Non ha tregue, ma avrebbe potuto averne.
Sarebbe bastata una legge, legalizzare un semplice sì, un po' di
coraggio (...) Libri
da leggere a voce alta, libri che ti sbudellano il cuore.”
PREMI DI (S)CONSOLAZIONE.
Il
miglior horror: NOS4A2
– Ritorno a Christmasland
Il
miglior new adult: Hopeless
– Le coincidenze dell'amore
Il
miglior urban fantasy/distopico/sci-fi: La
quinta onda
Il
romanzo più... boh: Un
bravo ragazzo, Breaktime, Agnes
Risate
assicurate: Geek
Girl, La prima cosa bella
Leggere con gli occhi lucidi: Quella vita che ci manca, Promettimi che ci
sarai, Sette minuti dopo la mezzanotte
Autori
che ho stalkerato: Bianca
Marconero, Donato Carrisi,Chiara
Gamberale, Alessia Gazzola
Romanzi
che sono piaciuti a tutti, ma a me no: Dio
di illusioni, Vita dopo Vita, Io che amo solo te, L'estate dei
segreti perduti
Il
romanzo più brutto, quello scritto peggio, quello più inutile:
Black Ice
Ti
ho letto una volta, non ti leggerò mai più:
Kerstin Gier, Becca Fitzpatrick
Meglio
al cinema che in libreria:
The Giver – Il mondo di Jonas; Colpa delle stelle
Guarda
un po' chi si rivede – i sequel belli:
Alice
Allevi in
Le ossa della principessa; Lena
e Ethan
in La diciottesima Luna; Jack e Danny Torrence in Doctor Sleep
Be',
dai, ci siamo visti – i sequel meno belli:
Requiem, Multiversum – Utopia, Allegiant
L'abito
(non) fa il monaco - le cover più belle:
Noi siamo grandi come la vita, Doctor Sleep, Utopia, Shotgun Lovesongs, Lo
straordinario mondo di Ava Lavender
Guilty
pleasure: molto “guilty” e poco “pleasure”: Black Ice, Un disastro è per sempre, Le sintonie dell'amore “Stai
senza pensier” - un libro soft:
Il profumo del pane alla lavanda La
recensione più idiota: Black Ice, Silver La
recensione più originale: L'amore bugiardo, Noi siamo grandi come la
vita
Buongiorno
a tutti, amici. Come state? Qui tutto bene. In questo weekend di
solitudine, lontano da casa, credo che coglierò l'opportunità per
recuperare qualche episodio della cara, vecchia Veronica Mars:
ieri ho visto il film – e ve ne parlerò al più presto – e mi è
proprio piaciuto. Carinissimo! Oggi, comunque, vi parlo della mia
ultima lettura. Un romanzo indubbiamente interessante, un tema
importante, ma su cui – tuttavia – ho avuto qualcosina da ridire.
Augurandovi buona domenica e ringraziando la gentilissima casa
editrice, vi abbraccio. M.
I
pensieri necessitano di parole. Le parole necessitano di una voce. Io
amo il profumo dei capelli di mamma appena lavati. Io amo la
sensazione della barba di papà prima di rasarsi. Ma io non
sono mai stata capace di raccontare tutto questo ai miei genitori.
Titolo:
Out of my mind – Ho 11 anni e non ho mai parlato
Autrice:
Sharon M. Draper
Editore:
Edizioni Anordest
Numero
di pagine: 240
Prezzo:
€ 13,90
Sinossi:
Melody
non è come gli altri bambini. Non può camminare, né parlare, ma ha
una formidabile memoria fotografica; si ricorda ogni minimo dettaglio
di tutto ciò che vive. È più intelligente della maggior parte
degli adulti che provano a curarla e più intelligente dei suoi
compagni di scuola. La maggior parte del tempo, però, Melody si
sente come un uccellino in gabbia; è in grado di osservare il mondo
intorno, ma non riesce ad interagire con esso. Sono tante le parole e
i sentimenti che si accumulano e restano intrappolati dentro di lei.
Ma Melody si rifiuta di essere definita cerebralmente paralizzata. Ed
è determinata a farlo sapere a tutti... in qualche modo. L'autrice
conosce bene l'argomento in quanto anche sua figlia Wendy è
paralizzata cerebralmente. E anche se Melody non è Wendy, la
veridicità della storia è lampante. Raccontato dalla voce di
Melody, questo romanzo commovente da subito fa risaltare la sua
intelligenza e la sua determinazione a superare quegli ostacoli che
paiono insormontabili.
La recensione
“La
normalità non esiste.” Noi viviamo di parole. Adesso,
immaginate se non le avessimo. Non potremmo dire alla persona che ci
piace quanto sia bello il suo sorriso, non potremmo dire ai nostri
genitori quanto profondamente li amiamo, non potremmo vivere nel
mondo. Semplicemente, moriremmo dentro. Le parole sono vita, in
fondo. Melody ha undici anni e non ha mai parlato. Conosce milioni e
milioni di vocaboli e lemmi, gioca a memorizzare a tempo record i
numeri verdi delle pubblicità, sa a memoria i versi delle sue poesie
preferite, ama la musica e le emozioni uniche che le note
trasmettono. Eppure niente, le sue labbra rimangono mute. E'
prigioniera della malattia, mentre il mondo le esplode dentro. Boati,
scosse sismiche, eruzioni emotive che all'esterno non arrivano.
Nascono dentro, riecheggiano dentro. Melody ha un nome che è
musica, ma il destino ha una grottesca ironia. Lei è l'opposto della
musica. Lei è un film muto, pellicola consumata. Un soprammobile
pieno di difetti di fabbrica. I suoi pensieri, tuttavia, dicono
altro. Perché lei pensa e, in questo romanzo, sono i suoi pensieri a
parlare in sua vece. Il lettore non può che immaginare una bambina
come tante, perfino più sveglia della media – i vestiti abbinati
alle scarpe, lo zaino delle Barbie, il primo cellulare, la danza
ritmica, il primissimo fidanzatino. La sua voce lieve, buffa, onesta
abbozza i tratti tondeggianti di una bimba felice. E' un peccato
avere undici anni ed essere tristi: la vita è lunga, infatti, e per
il dolore e il rimpianto c'è sempre tempo. Invece no. La verità è
un'altra. Melody è una di quelle persone che sono nate
all'improvviso, mentre Dio non guardava. Venuta al mondo senza la
benedizione dell'Altissimo. Non è solo autistica, come inizialmente
immaginavo, ma è paraplegica. Una di quelle bambine scomposte, dalle
ossa fragili, accartocciate sulla loro sedia a rotelle come
gamberetti. Un filo di bava sulla bocca, lo sguardo vuoto,
l'incapacità di mangiare senza sporcarsi e di usare il bagno da
soli, senza accompagnatori. Lei sa che chi la guarda pensa a un
guscio vuoto. Lì dentro, in quel corpo strano, non c'è nessuno.
Toc, toc... Melody è in
casa, ma non può andare alla porta e lasciare che qualcuno entri nel
suo universo. Mamma e papà sono due ordinari supereroi e hanno
creato, nonostante la paura di un altro sbaglio genetico, un'altra
figlia, Penny, che è piccola, profumata, colorata e perfetta. Le
hanno comprato un computer che parla e perfino un'amica vera, che da
semplice baby-sitter è diventata il personale guru della porta
accanto della nostra protagonista. Ma in questa storia ci sono adulti
affettuosi e adulti inensibili, persone buone e persone cattive. Le
maestre e i dottori guardano Melody con occhio clinico. La scuola è
un zoo e lei è l'esemplare più strano che ci sia: in gabbia da
quando è nata, si è nutrita di parole e si è resa conto di non
avere i mezzi necessari per condividerle.
Vive l'età in cui i
bambini sono cattivi, come pappagalli indiscreti e scimmie curiose.
Non hanno peli sulla lingua, sono egoisti e, ingenuamente, ripetono
tutto quello che sentono. Non hanno opinioni loro, ma vanno formando
le loro coscienze di futuri adulti. Out of my mind è
una storia che si sviluppa tra tenerezza e crudeltà. Un'idea interessante, per un intreccio elementare, ma tutt'altro che
stucchevole ed edulcorato. Coraggioso, drammatico, ma – a volte –
non abbastanza. Ha incredibili picchi di sincerità, pagine che
trapelano commozione, ma – in alcuni momenti – ho trovato il
piglio di Sharon M. Draper un po' statico. Scarico. Mi aspettavo che
questo romanzo sapesse scuotermi nel profondo, invece è così breve,
così scorrevole, così veloce che i tremolii sono solo superficiali
e i solchi non sono destinati a rimanere aperti poi tanto a lungo. Mi
aspettavo che mi artigliasse lo stomaco forte. Sensazioni, necessità,
queste, che sono state, purtroppo, deluse. La Draper, che ha un
figlio nelle condizioni della piccola Melody, ci va cauta: ha la
scrittura cristallina delle autrici di romanzi per bambini di una
volta e sembra essere legata a un certo tipo di narrativa. Mette
tanto di personale, probabilmente, nelle descrizioni delle giornate
della protagonista – tra scuola, studio, famiglia - ; personalità,
però, che manca nella più intima essenza di Out of my
mind. Un romanzo che ha tanta
anima, ma poca sostanza, secondo me. E mi struggo al pensiero di
quanto indimenticabile potesse, invece, essere. Bastavano pochi
accorgimenti nel plot; bastava uno stile incisivo, accattivante,
sperimentale. Non una cosetta da nulla, e lo so.
Ma
quanto sarebbe stato bello se al posto dei pensieri semplici semplici
della Draper ci fosse stato un meraviglioso caos di sensazioni,
pulsioni, frasi, parole? Melody non parla. Melody è arrabbiata.
Melody urla, piange, fa facce strane quando vorrebbe comunicare a chi
le è accanto qualcosa di importante. In Out of my mind
– che dovrebbe avere la sua voce – non c'è quel naturale
scompiglio, quel fare battagliero di eroina confusa e costretta a
forza alla cattività. Il tutto è molto sobrio, molto... "americano".
I quiz a premi, le gare di spelling le battaglie tra piccoli geni e i
laboratori pomeridiani ricordano vecchi film - Il mio
piccolo genio, Una
parola per un sogno, Il
quiz dell'amore. A un certo
punto, inevitabilmente, si è creata una scissione tra com'era il
romanzo e tra come avrei voluto, invece, che fosse stato. Educativo e a modo,
comunque, fa riflettere su come reagiamo davanti alla malattia.
Quando incontriamo una persona con degli handicap fisici, le cediamo
il nostro posto a sedere o evitiamo il loro sguardo, come si fa con
gli animali morti lungo l'autostrada? Che possiamo offrire loro:
pietà o indifferenza? Out of my mind invita
ad offrire amicizia. Semplicemente. Ad accontenarci di quello che
abbiamo, anche se ci sembra poco. A guardare il bicchiere, sul bordo
del tavolo, e a considerarlo mezzo pieno.