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giovedì 16 luglio 2026

Recensione: Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates

 | Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates. La nave di Teseo, € 20, pp. 490 |

Come approcciarsi a una delle più grandi scrittrici viventi? L'indecisione, a lungo, mi ha tenuto lontano da Joyce Carol Oates: prolifica quanto Stephen King e, ogni anno, in odore di Premio Nobel. La conoscenza è avvenuta con un romanzo lungo, certo, ma meno sperimentale di altri. Una storia di formazione a metà tra Harper Lee e Ian McEwan, dove una dodicenne troppo curiosa scopre prematuramente le crepe del mondo adulto, il razzismo e altri mostri. Ultima di di sette figli, Violet Rue Kerrigan ama la sua famiglia. Al 388 di Black Rock Street, South Niagara, New York, vive questo affiatato clan di origine irlandese in cui la ragazzina vuole disperatamente essere accettata – soprattutto dai maschi, che più degli altri sembrano avere una vita segreta.

Una famiglia somiglia a un albero gigantesco. Può anche essere gravemente danneggiato, magari sta cominciando a morire e marcire, ma le sue radici sono aggrovigliate sottoterra, inestricabilmente.

L'irrequieta Violet incolla l'orecchio sulle porte chiuse e sulle assi del pavimento. Cerca di carpire i non detti, finché scopre qualcosa che tutti, compreso il sacerdote, le ordinano di omettere: i fratelli maggiori, senza motivo apparente, hanno ammazzato un giovane afroamericano. Lei è l'unica a sapere dov'è sepolta l'arma del delitto. Il titolo ce lo anticipa. Scissa tra senso di colpa e senso d'appartenenza, Violet farà la spia. Ma quella che sembra la fine è solo l'inizio di una storia che segue la protagonista dall'infanzia alla vita adulta, passando attraverso gli abusi di un insegnante, i lavori svilenti, le relazioni tossiche. Può la giustizia rovinare la vita? Uscita dalle grazie della famiglia, Violet imparerà che le parole sono irreparabili. E, davanti ai futuri predatori, avrà il terrore di perdere tutto, di nuovo, a causa di una sillaba di troppo.

La felicità non è affidabile. La malinconia sì.

Dopo una prima parte potentissima, la seconda sconta i difetti dei romanzi più lunghi del necessario. Gli stadi dell'esistenza della protagonista – fragile e provocatoria, vittima e carnefice – finiscono per somigliare a racconti sconnessi, quasi a sé. Anche quando il focus sembra perdersi, tuttavia, Oates resta straordinaria nel descrivere con asciuttezza la maturazione di Violet, il suo passare da una vita provvisoria all'altra, in attesa che la condanna dei fratelli – e, quindi, anche la sua – raggiunga il termine stabilito. Ma dove fare ritorno, se nel frattempo la casa d'infanzia è stata venduta per fronteggiare le spese giudiziarie? Ho fatto la spia è la storia di un esilio, di una ragazza con una cicatrice a forma di stella sotto l'attaccatura dei capelli e di un passato dolorosamente idealizzato, in cui le attese riempiono di speranza e terrore. Ogni famiglia è un microcosmo impenetrabile: la fedeltà è tutto, il silenzio è d'oro.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Chordettes – Mr. Sandman

giovedì 9 aprile 2026

Recensione: La vita sempre, di Elena Varvello

| La vita sempre, di Elena Varvello. Guanda,€ 20, pp. 336 |

Da quando i miei nonni non ci sono più, le telefonate tra me e mia madre si sono riempite di storie – a volte inedite, altre note – sulla loro vite. Com'erano prima che la malattia ne ammorbidisse i corpi, indurendo il carattere? Chi erano prima di diventare i suoi genitori? Alla cornetta, mi promette che prima o poi mi regalerà i loro vinili, le foto del matrimonio. E mi strappa, in cambio, un giuramento solenne: un giorno, dovrò scrivere di loro. Parla di ricordi, e di sangue, e di eredità, anche l'ultimo romanzo di Elena Varvello: una «questione privatissima». Apprezzata in precedenza per le tinte fosche di La vita felice e Solo un ragazzo, torna in libreria con un intreccio più classico, il cui valore storico e affettivo si rivela realmente nel capitolo conclusivo.

Essere vivi – a me non toccherà mai il contrario, solo la vita, sempre.

Siamo ad Alba, a ridosso della Seconda guerra mondiale. Un po' come il rione di Elena Ferrante, la cittadina di Fenoglio e Ferrero è un microcosmo in cui i cinegiornali fanno da sottofondo agli amori, agli scandali, ai piccoli crimini degli abitanti. L'Europa brucia. Ma i protagonisti hanno vent'anni e nessuna intenzione di rinunciare ai loro desideri. Lei, Teresa, è un'aspirante maestra: dev'essere perfetta per il padre, tornato disabile dal fronte, e per l'amica Clelia, che in lei vede la quintessenza della grazia. Lui, Francesco, è un universitario fuori corso bello come Rodolfo Valentino: cresciuto senz'amore, lo ha cercato dappertutto, flirtando con le vita come si fa con una bella ragazza. Tra case di ringhiera e bagni al fiume, feste patronali e cinema, i due sono i soggetti di istantanee rubate poco prima dell'inevitabile: le leggi razziali, la diserzione, i rastrellamenti, la resistenza partigiana, i lager.

Ciò che scompare – dovunque, in ogni momento – non scompare davvero: si somma a tutto il resto.

Qual è l'eco che la Storia ha sulla vita delle persone normali? Epico e ordinario insieme, illuminato da una scrittura di radiosa bellezza, La vita sempre è una lotta alla sopravvivenza in cui, alla costante ricerca di una libertà senza bandiere, Teresa e Francesco tentano di sgusciare tra le maglie del destino: anche a costo di scavare una via di fuga con un cucchiaio. Hanno il passo svelto, l'argento vivo addosso, un'intramontabile voglia di cantare d'amore. Varvello onora le loro vicende e, a tratti, le reinventa, in una narrazione che via via si fa più frammentaria: come i sogni, le poesie, le canzoni. Perché dove la vita dà e la Storia toglie, l'immaginazione risarcisce. Forse, è così che si tiene insieme ciò che la morte divide. Allora, al telefono, a mia madre ho detto di sì: un giorno scriverò dei miei nonni. Non tanto per la promessa che le ho fatto, ma per non lasciare che si perdano di nuovo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco De Gregori – Generale

martedì 10 marzo 2026

Recensione: Non scrivere di me, di Veronica Raimo

| Non scrivere di me, di Veronica Raimo. Einaudi, € 18, pp. 160 |

Si può essere vittima dell'amore che abbiamo a lungo inseguito? Dopo averci fatti sorridere con Niente di vero, Veronica Raimo torna in libreria con un romanzo caustico, sottile, brutale. La sua scrittura, chirurgica alle prese con l'onestà della prima persona, dà corpo e cervello al dolore più divorante: quello inespresso. La protagonista, una trentacinquenne senza nome, ha amato l'attore Dennis May - icona del cinema indie incapace di bissare il successo dell'esordio - dell'amore tenero e un po' patetico delle fan devote. Aveva perfino il suo poster sul letto. Ora è sepolto in cantina, insieme alle prove del crimine. E lui, da ciò che raccontano le testate online, è morto suicida.

Tutto quello che non ho mai fatto, tutto quello che non sono stata, è tutto quello che sono.

Dopo quattordici incontri nelle camere d'albergo, è legittimo percepire una specie di vedovanza? Quel gesto estremo nasconde il senso di colpa per quanto accaduto nell'ultimo di quegli incontri? Su Dennis, la protagonista avrebbe dovuto scrivere una tesi in Storia del cinema. Ma non si è mai laureata, di scrivere ha smesso, e non è nemmeno riuscita a farla finita: con le sue poesie vendute ai turisti si spacciava per Sylvia Plath, senza però averne né il talento né la fermezza. Eterna incompiuta, abita una Roma che pare un limbo e, tra egocentrismo e vergogna, fa una disamina degli atti mancati, delle frequentazioni discutibili, delle occasioni perse.

Posso tornare lì anche ora. È tutto presente, vivido, come le cose che non esistono più e per questo esistono sempre.

Per un'illusione di ordine, trova rifugio negli automatismi del lavoro di cameriera. Ma è soltanto Raimo a rassettare il suo caos interiore, restituendole consapevolezza delle violenze subite, dei disturbi ossessivi, delle attese. Lui pretendeva l'adorazione che gli negava la critica; lei, con un abito di lamè scoperto sulla schiena, si sognava il suo “più uno” a Venezia. Si può andare gelosi perfino dell'unicità di un trauma? Perfetto per chi al cinema ha amato Sorry, Baby, Non scrivere di me si muove nelle ferite mal rimarginate. E nelle contraddizioni di una donna che, al contempo, spera e ha paura che la memoria di Dennis sia infangata. Quando una favola alla Notting Hill diventa un incubo, però, non resta che asciugarsi le lacrime con un tovagliolo sporco di supplì. E scriverne. L'affrancamento passa dalla penna.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Angelica Bove – Mattone

giovedì 26 febbraio 2026

Recensione: La vita giovane, di Mattia Insolia


|La vita giovane, di Mattia Insolia. Mondadori, € 20, pp. 384 |

Serve più coraggio ad andarsene o a restare? L'ho chiesto ai miei studenti, introducendo il finale dei Malavoglia. In classe, con me, c'era una collega di sostegno: anche lei, che per forza di cose si è lasciata il sud alle spalle, ha accolto la domanda con un sussulto. Mentre i nostri ragazzi suonavano più decisi che mai – coraggio, per loro, è prendere e partire –, io e lei ci siamo rivolti un'occhiata incerta. Senza dircelo, abbiamo pensato ai nostri paesi, ormai spopolati; ai nostri genitori, più fragili e segnati ogni volta che torniamo; agli amici rimasti, a cui vorremmo urlare di non accontentarsi, ché il mondo non è tutto lì. Siamo stati coraggiosi. O soltanto più veloci a scappare?

Guarda che un'ultima possibilità possiamo averla tutti. Finché stiamo al mondo, possiamo ancora averla.

Ho trovato gli stessi tarli nell'ultimo romanzo di Mattia Insolia: l'inno di una generazione, la mia, che voleva fare i soldi e salvare il mondo, prima di arenarsi in una stanchezza esistenziale dove dormire è l'unico modo per continuare a sognare. Il protagonista, Teo, da dieci anni a Milano, torna alle origini per il matrimonio degli inseparabili Giorgio e Matilde. Un tempo, insieme a Tommaso (fedele all'autodistruzione), Marta (vittima degli amori sbagliati) e Sofia (il suo più grande atto mancato), formavano un gruppo indissolubile. Laggiù, nella terra di nessuno, i grilli sembrano urlare un lontano misfatto e tutto, benché uguale, è cambiato. Ancora una volta, la provincia italiana fa da sfondo alla ribellione giovanile: il mondo è un parco giochi di sballi facili e i protagonisti, aggrovigliati come cavi elettrici, si preparano a darci la scossa. Insolia, per fortuna, confina le trasgressioni nei flashback e cambia registro, in un romanzo di inedita delicatezza. 

La vita di ora, la vita giovane, mi sarebbe mancata, ma non era per quello che ero in pena. A farmi soffrire era ciò che non avevo mai avuto, o fatto. La vita, sempre di più, ci avrebbe chiuso in quello che saremmo stati, allontanandoci da quello che avremmo potuto essere.

La collera ha lasciato spazio a una bellissima malinconia e, leggendo, mi è passata l'esistenza davanti agli occhi. Di solito, dicono, succede quando muori. Qui, invece, tutto scoppia di vita, e le pagine fanno da cassa di risonanza a noi eterni irrisolti, cresciuti con la Melevisione, la riforma Gelmini, le restrizioni del Covid-19 – e sono talmente già grandi, i nostri dolori, che forse non serviva appesantirli ulteriormente con le dipendenze, gli abusi, il revenge porn, l'autolesionismo. A tratti, la carne al fuoco è troppa. Ma l'autore siciliano conserva la fame dell'esordio, pur mettendo un punto alla rabbia che fu. A differenza del suo Teo, infatti, non reagisce all'imponderabile facendo spallucce. E firma il suo lavoro più sincero, dove non si è mai abbastanza grandi per affrontare la paura del futuro. La vita giovane è un amarcord con il reflusso gastrico delle sbronze tristi. Occhi chiusi, calici alzati, e si balla – scoordinatissimi – per frenare il bisogno di piangere. Adesso, cazzo, rivoglio indietro i miei vent'anni.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro – Incoscienti giovani 

lunedì 22 dicembre 2025

Recensione: Destinazione errata, di Domenico Starnone

| Destinazione errata, di Domenico Starnone. Einaudi, € 17,50, pp. 152 |

Cosa succederebbe se inviassimo un ti amo alla persona sbagliata? E se la persona in questione ci spiazzasse, rispondendo prontamente: anch'io? È l'incipit dell'ultimo romanzo di Domenico Starnone. Un adorabile canaglia che, ancora una volta, a ottantadue anni, ci delizia con una commedia dagli equivoci dove serpeggiano le medesime inquietudini del thriller. Breve, chirurgico, divertentissimo, l'autore partenopeo torna al tema cardine di Lacci e Confidenza: il tradimento. Questa volta, il protagonista è un quarantenne con una moglie che ama alla follia e tre figli tanto belli quanto monelli. Nonostante una giovinezza turbolenta, si professa un uomo fedele – per quanto appagato solo in parte sul fronte lavorativo: è uno sceneggiatore televisivo, ma si sogna scrittore. Cosa lo spinge, in un giorno d'autunno, a uscire dalla routine e a dichiararsi alla collega Claudia – coetanea a cui, in anni di stretta collaborazione, non ha mai rivolto sguardi maliziosi? Il desiderio segue leggi imperscrutabili: lui la vuole perché lei vuole lui.

La casa brucia proprio quando ci pare di avere il controllo assoluto del fuoco.

Invulnerabili a tutto, perfino alla tramontana che fa tremare Roma, i due amanti vivono l'eccitazione e i dubbi degli adolescenti. Il messaggio è stato inviato per errore, o l'inconscio ci ha messo lo zampino? I rispettivi bambini, più assillanti che mai, sospettano qualcosa? Mentre gli interrogativi incalzano e la tensione erotica si fa così intensa da spingerci a trattenere il respiro, a vegliare sulla pantomima è Carlo: un azzeccagarbugli in là con gli anni, eloquente e sornione, identificabile in tutto e per tutto come l'alter-ego dell'autore. Dimenticate la scenata di Giovanna Mezzogiorno a Stefano Accorsi, le urla piene di rimostranze e gli schiaffi volanti. Non aspettatevi gli amplessi e le lenzuola spiegazzate di Alba Rohrwacher e Pierfrancesco Favino, tutti bassi istinti e corpi da abbrancare. Quello a opera dell'amorale Starnone è un “bordello esistenziale” che non parla di sesso, ma di desiderio: una questione di potere, mai di piacere. Interamente filtrato dallo sguardo del maschio, il romanzo trasforma le figure femminili in organismi ignoti e ogni soprabito, ogni gonna o camicetta, in sognante fantasticheria. Cosa farsene di una ridicola scappatella, infatti, se sei uno sceneggiatore in crisi creativa? Meglio la fantasia. Meglio Destinazione errata - in cui ogni scelta lessicale è un brivido, ogni intrigo godimento purissimo. Perché fare sesso quando puoi leggere Starnone?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ornella Vanoni – Ti voglio

giovedì 18 dicembre 2025

Recensione: Il cielo è dei violenti, di Flannery O'Connor

| Il cielo è dei violenti, di Flannery O'Connor. Minimum Fax, € 15, pp. 230 |

Beati gli ultimi, perché di essi il regno è dei cieli. Siamo sicuri, però, che sia un premio di consolazione? L'interrogativo, insidioso, ci bracca fino all'ultima pagina di questo gioiello del southern gothic. Caratterizzato da ritmi imperiosi e da una cupezza a cui è impossibile sottrarsi, ha il fascino crudele dei miti biblici e le atmosfere sospese della fiaba nera. Giovanissima e animata da una spaventosa furia incendiaria, Flannery O'Connor – leggenda della letteratura americana di cui recupererò presto la biografia romanzata – assilla e perturba con una storia sui lati più oscuri della fede. Tarwater ha quattordici anni e la stessa fame della sua autrice. Orfano di entrambi i genitori, è stato cresciuto in campagna da un prozio che gli ha negato l'istruzione scolastica e lo ha avviato al fanatismo religioso. Lui ha una missione divina: è l'eletto.

L'amore è tagliente come il vento gelido e la volontà di Dio è brutta come l'inverno. Dov'è l'estate della volontà di Dio? Dove sono le verdi stagioni della volontà di Dio? Dove sono la primavera e l'estate della volontà di Dio?

Rimasto solo, si ricongiunge all'unico parente ancora in vita, Rayber: un uomo di scienza libero e progressista, con un figlio disabile a carico. Il piccolo Bishop non è mai stato battezzato. Ha inizio una convivenza tesa, psicologicamente logorante. E un braccio di ferro in cui si sfidano due inconciliabili visioni del mondo. Tormentati da sentimenti viscerali, i personaggi di O'Connor danno il via a un gioco di sopraffazione psicologica in cui i cattivi maestri non smettono mai di sobillare, nemmeno da morti, e l'amore si confonde con la vergogna. Tarwater, in fondo, prova affetto per il suo nuovo tutore? Rayber vede forse in lui il sostituto sano, forte e robusto di quel figlio maledetto dalla malattia? Vicino alle atmosfere torride e viscose di Thomas Savage, Il cielo è dei violenti è il romanzo di formazione di un novello Malpelo che, a pagine alterne, un po' avversa e un po' abbraccia il suo destino. Tarwater fugge e ritorna, disobbedisce e si affranca. Cerca sé stesso, o forse la salvezza, lungo il cammino insidioso che conduce alla grazia. Ma anche una parabola tragica in cui il firmamento ci schiaccia sotto il suo peso immane e Dio parla la stessa lingua del demonio.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Little Peggy March – I Will Follow Him

venerdì 7 novembre 2025

Recensione: La notte devastata, di Jean-Baptiste Del Amo

 La notte devastata, di Jean-Baptiste Del Amo. Feltrinelli, € 20, pp. 432 |

È un grande anno per il cinema horror. Per non essere da meno, anche Feltrinelli si è messa al passo con un romanzo citazionista e dalle atmosfere vintage, che farà la gioia e il terrore degli amici cinefili. Ambientato nel cuore degli anni Novanta, in un sobborgo residenziale ormai in decadenza, racconta di una banda di amici con l'hobby dei film di genere e delle bravate. A sedici anni, la morte è un pensiero incidentale. Al TG: qualche incidente stradale, suicidi in sordina, la piaga dell'Aids. Medhi, membro dell'unica famiglia straniera del quartiere, è vittima del bullo della scuola. Alex ha da poco sepolto la madre, divorata dal cancro. Tom, ossessionato dagli insetti, vorrebbe aizzare una scolopendra contro il patrigno. Max, fidanzato con la bella del liceo, è attratto dal gemello di lei. Lena, l'ultima arrivata, è in fuga da un passato violento.

A volte era sembrato a Lena che lei e i suoi amici sarebbero stati in un certo modo eterni e che l'universo esistesse solo per loro, semplicemente perché erano là a posarvi lo sguardo. Ma ormai era consapevole della loro fugacità, fragilità e impermanenza, aveva acquisito quella consapevolezza del tempo che passa, preleva quello che gli devi e non offre in cambio che un po' di oblio.

Tutti hanno le proprie ombre. Tutti sono attratti dalla casa nell'impasse des Ormes. È lì che si manifestano le fobie e i desideri più sfrenati, in un budello infernale a metà tra il sonno e le veglia. Il folgorante Jean-Baptiste Del Amo, colpevolmente scoperto qui e ora, è la luce in un mondo prigioniero della penombra, dove gli incubi si mescolano ai sogni erotici e i bassi istinti prendono il sopravvento. In un angosciante gioco di specchi e doppelganger, sarà impossibile distinguere una dimensione dall'altra e arginare le conseguenze. Derivativo sin dalle premesse, appesantito da una cinquantina di pagine di troppo e non sempre fedele alla sua dimensione corale, La notte devastata resta comunque una lettura sinceramente spaventosa in cui riecheggiano le grida di It, Nightmare, Amityville Horror.

L'innocenza può essere un inferno.

A elettrizzare, tuttavia, non sono soltanto gli insetti giganti, i parti mostruosi, gli sfondi lovecraftiani, ma la descrizione di un'adolescente sensoriale e irrequieta che tanto somiglia a quella dei romanzi del connazionale Nicolas Mathieu. Divisi tra frustrazione, fumo e noia, i protagonisti si scoprono prigionieri di un film horror con la colonna sonora dei Nirvana, in cui l'incanto infantile è ormai spacciato e la consapevolezza del tempo, della diversità e dell'oblio, conducono sulla soglia del più spaventoso dei mondi: quello degli adulti. Si sopravvive alla morte dell'innocenza?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are 

martedì 30 settembre 2025

Recensione: Mysterious Skin, di Scott Heim

| Mysterious Skin, di Scott Heim. Playground, € 18, pp. 272 |

È possibile raccontare l'indicibile? Scott Heim — autore di culto, nonostante due soli romanzi all'attivo — non conosce tabù. Impavido, chirurgico, cinematografico, affronta a testa alta i trigger warning più destabilizzanti e reinventa il lessico del dolore in una storia che mostra due risposte diverse al medesimo trauma. Il cammino dell'elaborazione non è lineare. Ma lungo, dissestato, tortuoso. Qualcosa di terribile ha segnato per sempre l'infanzia di Brian e Neil. A Hutchinson, Kansas, giocavano nella stessa squadra di baseball. Come si è evoluta la loro sessualità? Quali risposte si sono dati per giustificare le famiglie disfunzionali, i ricordi inaffidabili, le esistente condannate a un eterno limbo? Brian soffre di epistassi e di vuoti di memoria. Fragile e ingenuo, consuma storie di fantascienza da quando ha visto qualcosa di misterioso fluttuare su un campo di cocomeri. Gli alieni esistono e, forse, lo hanno rapito quando aveva otto anni. Neil, da sempre più spregiudicato, ha presto imparato che il sesso è un'arma a doppio taglio — e lui la impugna dalla parte del manico.

A dodici anni avevo visto più tornado che gocce di sangue. Il suo rosso sembrava magnifico e sacro, come un rubino fatto a pezzi.

Sconsigliato ai lettori facilmente impressionabili, Mysterious Skin — diventato anche un film diretto da Gregg Araki — mette subito alla prova con tematiche scabrose e descrizioni di una violenza grafica. Provoca, scoraggia: è un fiume nero, torbido e pericoloso, che non sarà semplice guadare. Ma, dopo un impatto inizialmente scioccante, si apre a una polifonia di voci in cerca di speranza. E si trasforma in un trattato di psicologia, in un giallo, sul più grande dei misteri: la rimozione. I protagonisti hanno dimenticato il passato, ma i loro corpi ricordano — la luce blu di un portico, i lividi, la piovosa estate del 1981. Non tutti i punti di vista appaiono sempre funzionali alla narrazione e, a tratti, l'intensità rischia di disperdersi: sin dall'inizio, infatti, noi lettori sappiamo quanto accaduto. Aspettiamo così che i protagonisti scavino tra le macerie dell'infanzia, che maturino finalmente nuove consapevolezze, in un romanzo che oggi nessuno avrebbe osato né scrivere né pubblicare. Un oggetto non identificato. Una carogna da cui, nonostante le avvertenze di mamma e papà, non riesci a distogliere lo sguardo. 

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead - How to Disappear Completely

martedì 1 luglio 2025

Recensione: L'università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, di Goliarda Sapienza

|Autobiografia delle contraddizioni, di Goliarda Sapienza. Einaudi, € 20 |

È stata allevata in casa per sfuggire alla propaganda fascista. Staffetta partigiana, attrice, scrittrice, aspirante suicida, icona femminista, Goliarda Sapienza ha vissuto mille vite e flirtato spesso con la morte. A cent'anni dalla sua nascita, il mondo la sta riscoprendo tra letteratura e cinema. Dopo l'amore sconfinato per L'arte della gioia, ho recuperato L'università di Rebibbia e Le certezze del dubbio — entrambi hanno ispirato il film di Mario Martone presentato a Cannes.

Chi non sa che la bellezza è anche protezione dai mali della vita e dagli incubi della notte?

Due racconti autobiografici, brevi e armoniosi, guidati dallo sguardo acuto di Goliarda. In carcere per furto, descrive il suo soggiorno dietro le sbarre. Il silenzio innaturale dell'isolamento iniziale, il latte col brumoro, ma soprattutto la ritualità e i colori di un microcosmo femminile che sembra uscito da un salottino del sud. Le carcerate fumano, giocano a carte, parlano di amori e di delitti. Sciantose come uccelli esotici, si fondono in una voce sola. Disparate — disperate mai —, accolgono volentieri questa sofisticata cinquantenne che indossa camicie di seta e ringrazia per tutto. Il corso accelerato di vita di Goliarda, senza distinzioni di età né di censo, dura poco. Tornata presto in libertà, lotta contro il caldo romano e la nostalgia del “dentro”, dove le convenzioni sociali non contano e tutto è istinto. Tutto è natura. Può l'esperienza del carcere rivelarsi liberatoria? A partire da questa contraddizione, Goliarda — fuori posto nei salotti letterari italiani — rievoca con calore commovente l'intimità con le compagne di cella, la fame delle loro storie, gli andirivieni con Roberta: una detenuta politica sensuale e ipercinetica, molto simile all'indimenticabile modesta.

Perché scrivi, Goliarda?” “Per allungare di qualche attimo la vita delle persone che amo.” “E con loro anche la tua, eh, volpona?” “Certo. Chi odia a tal punto la vita da non desiderare di vederla allungata almeno per un po'?”

Benché attento al materiale di partenza, Martone ha costruito un biopic troppo lirico e frammentario, in cui la bravissima Golino interpreta una versione ben più arrendevole e naïf dell'autrice. Goliarda, invece, era ironica, indocile, a proprio agio sia con l'italiano aulico che col romanesco. Subito dopo l'arresto, dichiara la fantasia sua nemica: in cella, meglio non avere troppi grilli per la testa. Per fortuna, era bugiarda come nessuno. Innamorata della vita, innamorata degli altri, fantastica per tutto il tempo e immortala tra queste pagine un apprendistato lungo un verdetto. Ha rubato una collana. O, semplicemente, la sua parte di gioia?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Città vuota

venerdì 13 giugno 2025

Recensione: Amarsi in una casa infestata, di Matteo Cardillo

| Amarsi in una casa infestata, di Matteo Cardillo. Mercurio, € 19, pp. 264 |

In X, primo capitolo della trilogia cinematografica di Ti West, c'è una sequenza in cui la terrificante Pearl — ormai anziana, ma non per questo meno sanguinaria — si intrufola nel letto della pornodiva Maxine. È attratta dal suo calore, dalle sue carni sode ed elastiche, dalla sua giovinezza. Gli spettri del romanzo d'esordio di Matteo Cardillo provano la stessa fame struggente verso la vita che hanno lasciato. È per questo che si concentrano a Bologna, la città universitaria per antonomasia, al piano terra di un palazzone in stile Liberty aperto agli studenti. Mentre un'estate implacabile svuota le strade della città e i mandarini imputridiscono sui rami, nell'appartamento di Viale XII giugno si snodano le esistenze e le relazioni degli inquilini. Storie di sesso e tradimenti, di crisi personali e lavorative, che ben presto rianimano dal sonno eterno gli antichi abitatori. Il risveglio sensoriale di Amarsi in una casa intestata, a confine tra il romanzo di formazione e la ghost story, tra il desiderio e l'orrore, contagia anche i morti.

Ci saremmo di nuovo baciati con affetto come facevamo un tempo, sulle spalle, sulle clavicole, dicendoci ti amo, rispondendoci ti amo anch'io, perché in quello spazio fuori dal tempo, quel luogo della notte, nel tempo dei morti, tutto vale e tutto esiste ancora e non esiste più, e così anche i noi due di una volta.

Aggrappato a quel che resta dei vent'anni e a una relazione ormai al capolinea, il protagonista — per tutto il tempo senza nome — diventa un diapason per gli spiriti intrappolati dietro le pareti e, soprattutto, la voce di una generazione in cerca di risposte: la mia. Alle pareti ci sono poster di Argento. Le sorelle Morelli, le enigmatiche proprietarie di casa, somigliano alle dame velate dei film di Plaza e Balagueró. La campagna emiliana della medium Beniamina è la stessa del capolavoro di Avati. Con una scrittura personale e magmatica, Cardillo attinge a piene mani al cinema di genere, di cui è dichiaratamente fan, ma non dimentica che il linguaggio dell'horror ben si presta alla metafora. Tra le pagine, così, l'autore pugliese ospita un dolente giro di vite dove presente, passato e futuro si confondono e gli amanti abbandonati, insieme ai traumi rimossi, scivolano inesorabilmente nell'intercapedine dei nostri ricordi. Esiste forse tragedia peggiore della bellezza sciupata? I fantasmi ci spiano dalle porte a vetri, scavano nella carta da parati, picchiano contro i muri. Un po' ci tormentano e un po' ci consolano — vittime come siamo del precariato, della schiavitù delle app d'incontri, degli strascichi fisici e psicologici del Covid-19. Sarà proprio il loro fiato gelido a ricordarci che siamo caldi. E vivissimi. Tanto vale, allora, lasciare che i lamenti si confondano coi gemiti di piacere. E dormire insieme, popolando il buio di carezze, per scoprirsi meno estranei e spaventati di quanto non fossimo la notte prima.

Il mio voto:  ★★★★
Il mio consiglio musicale: Matia Bazar – Elettochoc

mercoledì 30 aprile 2025

Recensione: Il weekend, di Peter Cameron


| Il weekend, di Peter Cameron. Adelphi, € 18, pp. 177 |

Fine luglio, anni Novanta. Se bianchi, ricchi e privilegiati a New York, può apparire legittima la tentazione di ritirarsi dal mondo per un po'. Magari di trasferirsi in campagna? Lyle, un attempato critico d'arte, prende il treno per raggiungere John e Marian: legati da un'amicizia decennale, hanno in comune anche un lutto da elaborare. Tony, compagno del protagonista e fratellastro di John, è infatti morto di Aids l'anno prima. Un fine settimana di ricordi condivisi all'ombra dei gelsi e di nuotate al fiume è stravolto, però, da due ospiti dell'ultimo momento. Il primo, Robert, è l'ultima frequentazione di Lyle: meno inconsolabile del previsto, infatti, il vedovo si accompagna con un bel pittore con la metà dei suoi anni. La seconda, Laura Ponti, è un'italiana in vacanza: ai ferri corti con la figlia attrice, accetta volentieri l'invito a cena dei vicini di casa. Siamo nel più classico dei romanzi di Peter Cameron. E, con il senno di poi, nel più sottovalutato.

Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella copia carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi, ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore, ma non lo consuma: quello che il tempo si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai.

Sono tutti cinici, colti, snob. Parlano troppo, e a sproposito, alimentando aperte ostilità a dispetto del perbenismo diffuso. Per tutto il tempo serpeggia un disagio strisciante. Per fortuna, Cameron si riconferma l'artefice dei dialoghi più belli del mondo. Le lunghe contestazioni dell'esistenza dell'anima gemella, le frecciate al vetriolo contro la vacuità della narrativa contemporanea e le massime vibranti di spocchia — gli immobili sarebbero preferibili agli innamorati — suoneranno acide e assolutamente deliziose alle orecchie di coloro che hanno amato le vite segrete di Perfetti sconosciuti. All'apparenza meno caustico del film del nostro Paolo Genovese, Il weekend è una commedia umana densa di tensioni latenti, dove la vicinanza forzata cambierà per sempre dinamiche e relazioni. Possono due soli giorni essere percepiti come un secolo? Mentre la padrona di casa cerca di scongiurare i silenzi imbarazzanti con considerazioni a sproposito, mentre gli uomini si rifugiano in nuovi hobby per superare il lutto, gli ospiti faranno notare il disgustoso perbenismo dei protagonisti e, forse, troveranno una soluzione ai loro errori di percorso. Secondo Cameron, la vita è una vacanza. Ma chi, nel bel mezzo della villeggiatura, esaurito il divertimento di iniziale, non ha mai sperato di poter tornare immediatamente a casa?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Forth of July

martedì 8 aprile 2025

Recensione: Ava Anna Ada, di Ali Millar

| Ava Anna Ada, di Ali Millar. Sur, € 19, pp. 310 |

Cosa succederebbe se Yorgos Lanthimos dirigesse Saltburn, ma in chiave saffica e apocalittica? Lei, Anna, è una influencer con una ricca rete di follower e un lussuoso faro ristrutturato per casa. L'altra, Ava, è una prostituta adolescente, all'occorrenza anche babysitter. Si incontrano in circostanze scioccanti: Anna sta prendendo a calci il cadavere del suo cane, morto di overdose. Ava la raggiunge, nel suo impermeabile giallo, e il riconoscimento è immediato: quella ragazzina è la copia sputata di Ada, la figlia della protagonista. Ma mentre Ada si è lasciata morire di anoressia, Ava ha fame di tutto. Ha inizio un ménage fatto di collezioni macabre e sadomasochismo, di morsi sul seno e spine sotto pelle, mentre la natura minaccia di prendere il sopravvento: quell'estate elettrica preannuncia realmente tsunami?

Il tempo è una cosa da caderci dentro e attraversarlo, se uno sa come si fa.

Tre personaggi femminili sui generis, tre nomi palindromi, tre maschere che si divertono ad alternarsi e confonderci in un gioco delle parti senza inibizioni né regole. Si può far rivivere chi non c'è più? Nell'esordio di Ali Millar — imperdibile per i fan della letteratura weird di Schweblin, Awad, Rouopenian — tutti, perfino il fratellino minore che fantastica di avere una cerniera per cambiare pelle, vorrebbero essere la compianta Ada. Sullo sfondo della Punta, un non-luogo sospeso tra Inghilterra e Scozia, il romanzo è inscenato in una società distopica in cui le persone sono schedate sulla base del loro Valore: l'apparenza, allora come oggi, conta più di tutto.

La prima volta che io e Leo siamo usciti dopo la nascita di Adam, mi sono resto conto che me ne stavo seduta in mezzo a un pub dondolandolo leggermente, abituata com'ero a cullarlo per farlo addormentare. Una serie di minuscole follie: è questo che significa amare con quell'intensità. Che significava.

Popoloso di donne splendide e crudeli, nonché intriso di un umorismo nerissimo, Ava Anna Ada è una psichedelia sull'elaborazione del lutto, i lati oscuri della maternità e i misteri del piacere, a cui l'autrice scozzese conferisce l'andamento liquido delle onde e una sensorialità sorprendente. Morboso, oscuro, caleidoscopico, mostra la stessa scena da prospettive diverse e fa un uso brillante della prima persona plurale. Il Noi, così, è sintomatico del legame inscindibile tra le protagoniste — dove finisce l'una, dove inizia l'altra? Ma anche il punto di vista degli Dei, a volte annoiati, altre crudeli, davanti allo spettacolo catastrofico della nostra scompostezza. Quest'anno, scommetto, non leggerete niente di simile.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Abracadabra

lunedì 31 marzo 2025

Recensione: Gotico salentino, di Marina Pierri

Gotico salentino, di Marina Pierri. Einaudi, € 17, 50, pp. 240 | 

Cosa ci fanno Mary Shelley, Shirley Jackson e una giornalista in crisi creativa nella stessa casa infestata? Con una lingua onomatopeica e barocca, capace all'occorrenza di coloriture dialettali sorprendentemente divertenti, ce lo spiega Marina Pierri: come la sua protagonista, una salentina trapiantata a Milano, qui alle prese con il suo romanzo d'esordio. Di ritorno all'ovile dopo la morte del padre, Filomena Quarta, quarant'anni, non ha né soldi né un marito né un lavoro. Aspirante scrittrice, albergatrice apprendista, medium presunta, vorrebbe trasformare la residenza di famiglia in un B&B: peccato che il suggestivo casolare, ormai abbandonato a sé stesso in un intrico di pini marittimi e gramigna, sia considerato vittima della “malumbra”. I compaesani superstiziosi si segnano, e non hanno tutti i torti. Le finestre, infatti, si spalancano all'improvviso; i muri strillano sotto il trapano dei manovali; i corridoi vibrano di nenie inquietanti e il bosco ama confondere i viandanti.

Non devo avere timore di me stessa, né di questo luogo. È la ma famiglia ed è la mia storia. Ho letto abbastanza racconti del terrore per sapere come funziona.

Sardonica e sfrontata, Filomena si fa coraggio ospitando Alba, l'esilarante migliore amica non binaria, e Antonio, un tenero agricoltore in fuga dal cliché del maschio meridionale. Con loro, come già preannunciato, gli spettri delle autrici di Frakenstein e L'incubo di Hill House: chi meglio di loro potrebbe giudicare il manoscritto di Filomena e, soprattutto, fare i conti con le apparizioni agghiaccianti di una suora in cerca di vendetta? La resa dei conti, immancabilmente, avverrà la notte di Halloween. Erudita, brillante, citazionista, Pierri si rifà ai capostipiti del gotico senza prendersi troppo sul serio e confeziona un gioco metaletterario assolutamente delizioso, in cui Dimora Quarta diventa un rifugio per diseredati — noi, la generazione dei “se” — e una cassa di risonanza per l'orrore delle violenze di genere. L'amorevole Mary, curiosamente dipendente dai reel di Instagram, ricorda l'amore tossico con Shelley, gli aborti, i giorni della vedovanza a Lerici; Shirley, invece, anestetizza con l'alcol l'astio verso un marito editor che la considerava in primis una casalinga, poi un'autrice.

Scrivere non è un mestiere per vigliacchi.

Loro e altre donne senza voce, così, tornano sotto forma di fantasime per invadere le nostre stanze e le nostre coscienze. Il rombare della loro rabbia, mista però a una tenerezza disarmante, sormonterà per intensità il lugubre cigolio di qualsivoglia porta. Sullo sfondo: una Puglia autentica e lontana dal mare; la stessa in cui si è trasferita mia madre all'indomani di una separazione che, per anni, mi ha voluto rancoroso verso una regione che da qualche estate a questa parte, infine, ospita le mie vacanze. Gotico salentino è un prontuario per famiglie infestate perfetto anche per chi, come me, troppo pavido per elaborare, a lungo ha nutrito un'ingiustificata paura verso i propri fantasmi.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Doechii – Anxiety

martedì 18 marzo 2025

Recensione: Katie, di Michael McDowell

| Katie, di Michael McDowell. Neri Pozza, € 14,90, pp. 440 |

È divertentissimo, sanguinoso, improbabile. Fino all'ultima pagina, è stato un chiodo fisso: la mia nuova ossessione. Ambientato nella New York ottocentesca di Edith Warthon, fa il verso al romanzo d'appendice. Prima di smembrarlo, pezzo per pezzo, con una ascia affilata. Katie, piccolo e implacabile dietro la copertina d'altri tempi, è un gotico che confermerà ai fan il talento di Michael McDowell: scomparso ventisei anni anni fa e a lungo considerato dalla critica un autore di serie B, gode finalmente di un successo tardivo grazie a Neri Pozza. Lo leggo qui e ora per la prima volta. Da adolescente, quando guardavo vecchi slasher e consumavo soltanto romanzi di Stephen King, ne avrei amato alla follia la crudezza. Adesso, pur stordendo un po' il naso davanti alle svolte più rocambolesche della trama, mi sono goduto comunque la corsa a perdifiato su queste montagne russe: accanto a me, sedeva una cattiva di rara perfidia, a metà tra la Pearl di Mia Goth e la serial killer Lizzie Borden.

Ho giurato a me stessa di vederli tutti e tre morti. Mi trasformerò in un segugio, li braccherò nelle loro tane, li farò impiccare, e quella notte dormirò ai piedi della loro forca. Il tanfo di decomposizione dei loro cadaveri sarà un balsamo per me.

Cresciuta in una famiglia rozza, stolida e avara, Katie Slape è l'artefice di omicidio aberranti ai danni di uomini, donne, bambini, animali. Dotata di misteriose capacità premonitorie e attratta dalle ricchezze al pari di una gazza ladra, si appropria del patrimonio di Philo Drax: una ragazza virtuosa ma sfortunata, ingiustamente accusata della morte del nonno. Per ironia della sorte, le due si troveranno a vivere a poche strade di distanza l'una dall'altra. Sullo sfondo di una città sapientemente rievocata tra spiritismo e cabaret alla moda, investimenti fallimentari a Wall Street e lucidascarpe in ogni dove, McDowell annoda le mille trame — senza nessuna paura di sporcarsi le mani — di una favola nera sognante e terribile, dove le eroine vivono sciagure indicibili, pur mantenendo incorrotti i loro valori, e gli antagonisti vengono sempre puniti dalla sorte. Miete più vittime una lama, infatti, o il karma? Divertito e onnisciente, l'autore americano mette il suo sapere nella costruzione di un contesto storico credibile in ogni dettaglio, con un occhio di riguardo alla condizione femminile: Philo, all'inizio idealista, scoprirà presto i mezzi coi quali le sue coinquiline sopravvivono alla crisi economica. È possibile smaliziarsi senza mai perdere la dignità e, nel frattempo, trovate perfino un marito facoltoso? Il resto, che ovviamente non vi svelo, è intrattenimento impagabile e purissimo. Astenersi i deboli di cuore. Il martello di Katie non lascia superstiti, né fa sconti.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Meghan Trainor – Criminals

martedì 28 gennaio 2025

Recensione in anteprima: Splendeva l'innocenza, di Roberto Camurri

| Splendeva l'innocenza, di Roberto Camurri. NN Editore, € 17, pp. 192 |

Ci sono romanzi in grado di immortalare un momento, un'estate, come foto Polaroid. Lo scrivevo dell'ultimo Veronesi: un amarcord semplice e difficilissimo sul confine che separa l'infanzia dall'adolescenza. Quando accade, invece, di scoprirsi adulti? Crescere significa sopravvivere nel quarto romanzo di Roberto Camurri: scoperto otto anni, torna in libreria con il suo lavoro più memorabile, dopo i racconti dell'esordio e le sfumature horror dell'esperimento precedente. Alle prese con i sogni e le paure della meglio gioventù, firma un inno generazionale che sembra uscito da un ritornello degli 883. Questa volta non siamo a Fabbrico, ma a Monterosso, dove ho speso qualche giorno proprio al principio dell'anno nuovo. In questo borgo delle Cinque Terre stretto tra il mare e la montagna, il tempo sembra fermo. Soprattutto per Luca. Proprietario di un bar appartenuto ai genitori, si rifugia tra le braccia di una ragazza che ogni notte gli si intrufola in casa come una vampira. Presto compirà quarant'anni. Quando diventerà un adulto responsabile?

Le altre persone sparite, solo loro due, quella panchina e il profumo di lei, uno strano aroma di mele e vaniglia. Luca avrebbe voluto rimanere in silenzio, toccarla, baciarla. Restare su quella panchina per sempre.

Mente l'amico Pietro si è già sposato, c'è qualcun altro che gli dà da pensare: Alessio, mingherlino ma titanico, ha un animo vagabondo e sempre scarsa voglia di rincasare. Quale affinità lo inchioda al devoto Luca; quale colpa? Ormai magistrale nel ritrarre questi microcosmi sospesi e sonnolenti, sensibilissimo nella trattazione di una mascolinità spoglia di qualsiasi machismo, Camurri ci sussurra di genitori che invecchiano, ideali che scolorano, amicizie che durano. E mentre la natura minaccia alluvioni, preannunciando in anticipo il climax dell'epilogo, l'autore si barrica nell'eterno presente della giovinezza tramontata. Scritto a cavallo tra due linee temporali, Splendeva l'innocenza splende — letteralmente — nei suoi lunghi flashback. Il 2001 non è in bianco e nero. Coloratissimo, pieno di bandiere rosse e arcobaleno, ci mostra protagonisti socialmente impegnati, politicamente schierati, che all'indomani del diploma sognavano un altro mondo possibile. In una Genova a ferro e fuoco, in quei giorni, si teneva il G8.

Perché la nostalgia ha rotto il cazzo.

Nel caos delle manifestazioni, Camurri isola abilmente immagini di bellezza e devastazione. E con poche precise pennellate cristallizza la fiducia, la rabbia, il volto di un primo amore di nome Valentina. Che fine ha fatto quella novella partigiana che sognava soltanto di dire: «Io c'ero»? Tra attese in stazione, abbracci goffi e sigarette di troppo, Luca e gli altri si librano in una bollaoltre i confini del mondo. Quando scoppierà, le conseguenze faranno un male cane. Pervaso di una nostalgia balorda, questo Camurri sa di fumo e lacrimogeni. Il vento lo spettina, gli schizzi del mare lo raggiungono finanche in strada. È allerta meteo: l'alta marea ha trascinato a riva resti sparsi, ricordi. Speriamo che, quando le acque si ritireranno, avranno clemenza per le fantasticherie dei ventenni che furono. Dove finiscono le speranze? E le onde?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: 833 - Rotta per casa di Dio