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giovedì 4 giugno 2026

Recensione: La cronologia dell'acqua, di Lidia Yuknavitch

 | La cronologia dell'acqua, di Lidia Yuknavitch. Nottetempo, € 17, pp. 334 |

Con quanta grazia è possibile nuotare nell'abisso? In acqua, Lidia Yuknavitch si muove come un pesce. Ha le spalle larghe, i capelli odorosi di cloro, gli occhi blu piscina. Ma mentre macina gare su gare, intanto, annega in sé stessa: tre matrimoni, due arresti per guida in stato d'ebbrezza, un'infanzia spesa accanto a un padre orco e a una madre troppo assuefatta agli abusi per reagire. Senza il kajal sugli occhi e gli anfibi ai piedi, si dedica allo sport quattro ore al giorno tutti i giorni. E, nei ritagli, legge Mary Shelley al posto della Bibbia. E folleggia. Sempre in hangover, sprezzante e arrabbiata, colleziona compulsivamente sogni di fuga, ciocche di capelli, aborti, uomini e donne. La storia della sua vita ha ispirato anche l'esordio alla regia di Kristen Stewart che, dopo la première a Cannes, arriverà in Italia il prossimo 11 giugno con Wanted Cinema.

Nell'acqua, come nei libri – puoi abbandonare la tua vita.

In questo memoir controcorrente, capace della turpitudine e del lirismo più devastanti, i ricordi emergono in ordine sparso. L'autrice getta il sasso, e le immagini affiorano come onde sul pelo dell'acqua: ecco le mani oscene di suo padre sulle sue, le ceneri sparse nell'oceano in un cappotto rosso, la rottura dell'imene in bicicletta, il brivido del sadomasochismo. Ma anche le lezioni di scrittura creativa con l'autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, l'ascesa nel mondo accademico dopo le sperimentazioni della controcultura, le gioia della maternità, la resurrezione attraverso il perdono. Niente podi né inni nazionali, ma soltanto una piscina anonima in un piccolo resort, accanto a un figlio che ha ancora paura di immergersi.

L'immagine di Giovanna d'Arco sul rogo bruciò dentro di me come una nuova religione. Il viso rivolto al cielo. La fede irrobustita come una guerra santa. E sempre la voce di un padre nella testa. Come me. Gesù. Che cos'è un uomo smagrito appeso a un pezzo di legno accanto all'immagine di una donna guerriera tra le fiamme?

Raramente, o forse mai, ho letto di così tanta carne; di così tanta pelle - pelle abrasa, lacera, spasimata. Yuknavitch è in fiamme. Come una Giovanna D'Arco queer, trasforma il fuoco che si porta dentro in un canto tribale: genera energia geotermica. Yuknavitch nuota. Verso un obiettivo, o lontano da qualcosa? Immancabile per chi ha divorato Neige Sinno, Tiffany McDaniel, Goliarda Sapienza – e si è lasciato da loro divorare –, La cronologia dell'acqua è una lettura talmente immersiva da farci scordare la terraferma. Yuknavitch è maestra dell'apnea. Con il tempo, ha domato la frenesia per mezzo della disciplina: le mani scattanti sia tra le corsie che sulla tastiera del PC. Si immerge, e porta tutto in superficie. Finalmente a galla. Senza peso.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Dido – White Flag

mercoledì 27 maggio 2026

Recensione: Principio metà fine, di Valeria Luiselli

| Principio metà fine, di Valeria Luiselli. Einaudi, € 20, pp. 368|

Lei è un'autrice affermata. Nata a Città del Messico, vive a New York, ma ha origini siciliane. Al termine di un lungo tour promozionale e di una separazione dolorosissima, cerca un centro di gravità permanente nella città da cui nel primo Novecento partì la sua famiglia di immigrati: Catania. Ha con sé un portatile su cui abbozzare una biografia di famiglia (l'obiettivo: preservare i ricordi della madre, un'ambientalista radicale forse vittima della demenza), un antico mosaico cartaginese tramandato di generazione in generazione (raffigura Proteo: un dio mutaforma che conosce il futuro), una figlia dodicenne piena di domande (le risposte: vanno cercate alla cieca nei classici della letteratura latina).

Inizio e fine sono sempre confusi: sembrano scritti in un alfabeto straniero.

A dispetto del titolo bugiardo, Principio metà fine non è una lettura lineare. Ondivago, frammentario e un po' magico, si muove a confine tra Esiodo e Virgilio, realtà e invenzione. Siamo così sicuri si tratti di autofiction? La narratrice coincide con l'autrice? Quello che parte come il memoir di Valeria Luiselli si trasforma presto in uno sgangherato viaggio a bordo di una Panda rossa: riportare il mosaico di Proteo al sito archeologico di appartenenza significa combattere l'oblio. Sullo sfondo, una Sicilia degna di un film di Alice Rohrwacher: una terra in cui è ancora possibile confondere la vita coi romanzi, in cui convivono Dio e Giove, fanatici del complotto e tombaroli, accoglienza e xenofobia. All'improvviso, però, cambia il vento. E mentre l'Etna minaccia catastrofi, la narrazione trova nuova voce – Plinio il Vecchio che passa, quasi, il testimone a suo nipote –, diventando un'avventura ad altezza bambino che si affida a Polaroid e cartoline per raccontare i fili invisibili che tengono tutto insieme.

Mentre pensiamo di scrivere e leggere il mondo per loro, anche i nostro figli, in ogni momento, ci leggono e ci scrivono.

Qui lontana dai libri di denuncia sociale che l'hanno resa nota, Luiselli firma uno Zibaldone tanto misterioso quanto incantevole sul mito fondativo della propria famiglia: farà la gioia dei classicisti. Gli altri, forse, dichiareranno confusione davanti all'ennesima citazione di troppo. Ma perfino loro, scommetto, custodiranno nel cuore l'immagine di una donna e una bambina di ritorno dal mercato: portano una testa di pesce spada incartata come un mazzo di fiori.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Rosalia – Focu 'ranni

venerdì 12 luglio 2019

Recensione: Un certo Paul Darrigrand, di Philippe Besson

| Un certo Paul Darrigrand, di Philippe Besson. Guanda, € 16, pp. 192 |

Philippe amava Thomas. Erano gli anni del liceo, entusiasmanti e pieni di dubbi. Tanto dipendente il primo quanto riottoso il secondo, non andava a finire come avremmo sperato. Dopo l'exploit di Chiamami col tuo nome, dalla Francia arrivano altri sospiri e altri rimpianti; un'altra storia autobiografica su uno struggimento color seppia, rievocato a decenni di distanza. Il motore di Non mentirmi: un incontro inaspettato nella hall di un albergo di lusso e il conseguente tuffo in un fiume a ritroso – quello della giovinezza. Questa volta, nel secondo capitolo di un'educazione sentimentale di cui non contemplavo ulteriori tappe, la rievocazione parte da uno scatolo stipato di fotografie. Una ritrae il solito Philippe – l'autore stesso – accanto a un ragazzo più grande, con i ricci castani e il fisico da nuotatore. In basso si legge una data. Mancava qualche giorno all'arrivo del Natale e, in compagnia di amici di amici, erano entrambi in vacanza sull'isola di Ré. All'epoca dello scatto c'era già stato del tenero? Un certo Paul Darrigrand è ambientato sul finire degli anni Ottanta.
Lasciati il liceo e Thomas, il ventenne fresco di laurea in marketing si prepara a trascorrere nove mesi a Bordeaux: ha scelto di proseguire con un master, ma specializzarsi significa soprattutto riempire il tempo libero. Ingannarsi con un'occupazione come un'altra, in attesa di diventare adulto. Timido e un po' saccente, al primo giorno di corso incrocia lo sfrontato Paul: che gli si siede davanti in mensa e fa il diavolo a quattro per accompagnarlo sotto casa. Philippe fraintende. Il presunto corteggiatore, infatti, è sposato da ormai quattro anni con l'infermiera Isabelle.

Perché ogni estate finisce. E ogni volta la sensazione è straziante. Quando ero piccolo il segnale me lo dava la morte dei girasoli, il momento in cui le loro teste gialle si annerivano e si inclinavano verso la terra secca, capivo che si avvicinava il ritorno a scuola, che il sole e l'ozio erano ormai agli sgoccioli, e precipitavano in un abisso di malinconia. Ho scritto spesso, dopo, sui fine stagione, sulla scomparsa dell'estate; viene tutto da lì.

Il protagonista, a sorpresa, diventa un ospite fisso in casa loro. Cosa sta cercando di fare l'altro: rassicurare la partner sospettosa o, al contrario, testare l'adorazione del compagno di studi? Ma quell'attrazione all'apparenza tramontata sul nascere ha più di qualche speranza di concretizzarsi, nonostante il lieto fine sia fuori portata. L'amicizia al maschile diventa altro assecondando una provocazione di troppo; il possibile si trasforma in inevitabile. E ci si trova, così, a interpretare un ruolo scomodo: quello dell'amante. Cos'è Philippe: un capriccio? Quella di Paul è omosessualità repressa, o un sentimento elettivo che si nutre dell'intelligenza dell'altro? Lo scrittore è il primo uomo della sua vita o l'ennesimo? 
Il nostro Luca Guadagnino aveva intenzioni simili. Riprendere le avventure amorose di Elio Perlman, in un sequel già annunciato, raccontandocene il destino al college. Reduce dalla lettura del mio secondo Besson, per quanto appassionante sia il risultato, mi sentirei comunque di scoraggiarlo in partenza. Un certo Paul Darrigrand, infatti, non ha né la memorabilità né la magia del capitolo introduttivo: un romanzo di formazione dalla morale universale, al contrario, che profumava di malinconia.

È vero, avevo perso la testa per un uomo irraggiungibile e avevo giocato pericolosamente con la morte. Ma potevo dire che avevo amato ed ero ancora vivo.

Con lo stesso espediente, non contento, l'autore francese ci racconta lo stesso amore in forse: se le bugie del fragile Thomas però commuovevano, la nuova fiamma – un surfista che, dominando le onde, cerca contemporaneamente l'equilibrio personale – non suscita simpatia. Per quanto disconosca qualsiasi moralismo, la mia correttezza rende spesso difficoltoso entrare in storie che parlano con leggerezza di tradimenti coniugali e terzi incomodi – la moglie di lui, Isabelle – condannati a vivere nell'ombra. La cronaca nera, inoltre, ci mette frequentemente lo zampino: l'Aids preoccupa, dando falsi allarmi, ma a Philippe non viene risparmiata in ogni caso una lunghissima degenza. La seconda parte, interamente ambientata nella stanza di un ospedale, segue un protagonista passivo nell'affrontare tanto i sentimenti quanto la malattia; i cicli di cortisone e una lontananza fisica che, da un lato e dall'altro, gli amanti non fanno nessuno sforzo per colmare.
Lo scorcio di mare in copertina mi aveva ingannato. Più pesante e meno spontaneo, il romanzo riesce bene quando racconta l'intimità dei corpi e delle parole. Sa usarne davvero di bellissime, Besson. E sa custodire i segreti. Leccarsi da solo le ferite. Ma non sa, non ancora, che l'amore può essere anche sereno se corrisposto. A differenza della magia della sua prima volta, tuttavia, quest'ultima la si scorderà.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Dalida – Je suis malade 

venerdì 31 maggio 2019

Recensione: L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante

| L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante. E/O, € 18, pp. 113 |

Cercava l'anonimato, ma il passaparola ha fatto presto di quel nome di penna un mistero. La stampa, uscendo spesso fuori dal seminato, ha tentato di venirne a capo con mezzi leciti e non. Chi è Elena Ferrante? Un uomo, una donna, la creazione a tavolino di un assortimento di autori bravissimi? Rispettoso della discrezione altrui, confesso di non essermi mai posto domande. 
Le supposizioni mi hanno raggiunto, certo, ma cosa farsene? Tutto quello che c'è da sapere è contenuto fra le righe di quei romanzi che sto volutamente centellinando per paura di un domani senza l'amicizia delle geniali Lila e Lenù. Qualcos'altro, qualcosa di più immediato e personale, si scorge invece qui: in un bellissimo volume illustrato da Andrea Ucini, dove si registra un evento assai raro. Elena Ferrante si racconta in prima persona. A ruota libera, brutalmente sincera giacché non messa sotto torchio, mescola aneddoti autobiografici, riflessioni linguistiche, politica e attualità, ospite presso il Guardian. Una volta a settimana, sfidando l'ansia da prestazione, ha risposto così agli stimoli del giornale statunitense. Non si sentiva all'altezza, ma a sorpresa è stato semplice scrivere una rubrica su richiesta. Non le piace parlare di sé, tende a specificarlo qui e lì, ma non è una sorpresa se le parole – quelle scelte, argute, illuminatissime – puntualmente contravvengono alla sua proverbiale timidezza.

La realtà non riesce a stare dentro gli stampi eleganti dell'arte, tracima sempre scompostamente.

Preferisce i gatti ai cani, ha il pollice verde. Ama la lingua italiana e la forza viscerale del dialetto, non il campanilismo. Odia esclamazioni e puntini di sospensione, spesso inseriti a tradimento nelle traduzioni dei suoi romanzi, meno il candore dei luoghi comuni. 
Non è una mangiatrice vorace di pizza o spaghetti, dal momento che trova entrambi poco digeribili. Al cinema va a vedere i film con Daniel Day-Lewis; se potesse proporrebbe in sala una rassegna su Tarkovskij; mette bocca sul destino delle sue trasposizioni soltanto quando teme di essere fraintesa nel passaggio – di Maggie Gyllenhaal, che esordirà alla regia con La figlia oscura, ammette già di fidarsi ciecamente. 
La preoccupano l'ascesa inarrestabile di Matteo Salvini, gli sconvolgimenti climatici che le hanno rubato la gioia delle mezze stagioni, i lati oscuri delle Sacre Scritture, la banalizzazione del desiderio al tempo di YouPorn. Fumava, ma ora ha smesso. Usa il caffè come carburante e talismano. Sente nostalgia del vizio del fumo, mai del passato, ed è una di quelle persone che nelle foto e nei video si schermano con la mano per vergogna. Ha un senso dell'ironia per pochi, la memoria corta e, reduce da un apprendistato lungo e fatico, ha appreso la rarità delle amicizie elettive, l'importanza di caratterizzare protagonisti talora sgradevoli, l'urgenza del racconto. Ha sviluppato un'opinione per tutto, a furia di informarsi, ma raramente la impone al prossimo. È una donna contro, in tutto e per tutto, e la generosità di questo monologo che diventa magicamente colloquio, in fondo, ci rende onorati dall'inizio alla fine. 

Sognare il ritorno del passato è la negazione della gioventù e mi addolora quando scopro che a sognare quei sogni sono anche giovani donne. Amo invece i ragazzi che pretendono una vita buona per l'intero genere umano e si battono per dare al loro tempo una forma mai vista prima. Mi auguro che le mie figlie siano così a lungo. Poi – è nell'ordine naturale delle cose – invecchiando faranno posto a un po' di passato, e mi ritroveranno dentro di loro, scopriranno dettagli fisici, guizzi caratteriali, pensieri miei, mi accoglieranno con affetto. Come è successo a me con mia madre, non avranno più paura di essere se stesse, pur essendo anche un po' me.

Finestra aperta sulla routine delle sue stanze, interessante tanto dal punto di vista documentario quanto per la cura ineccepibile dell'edizione E/O, L'invenzione occasionale è bello da leggere e altrettanto da rimirare. Nel mentre l'ho sottolineato a matita e riempito di post-it colorati. Elena Ferrante, che alle interviste risponde soltanto per iscritto, dopo opportuna meditazione, è una persona un po' burbera, educata ma con distacco. Schietta e poco compiacente, non crede né nel Padreterno né negli psicoanalisti, ma nelle sue figlie – l'orgoglio di tutta una vita – sì. La curiosità intellettuale le toglie il sonno, vuole leggere e scrivere senza orari, a oltranza, e le storie che prende in prestito è poi incapace di riportarle senza taglia e cuci, aggiustamenti grandi o piccoli. Tutto diventa narrazione, così: anche la vita stessa. Anche, forse, questa intervista impossibile. Quanta invenzione c'è nella verità? Quanta verità, invece, nell'invenzione?

martedì 23 aprile 2019

Recensione: Bye bye vitamine!, di Rachel Khong

| Bye bye vitamine!, di Rachel Khong. NN Editore, € 17, pp. 185 |

Le feste in famiglia sono una trappola per topi. L'ho sperimentato in prima persona io, in queste vacanze di Pasqua in cui i miei piani di fuga sono stati smantellati da una reunion che, nell'insofferenza generale, ormai si protrae ininterrottamente dal giorno della mia laurea. L'ha realizzato Ruth, trent'anni da poco compiuti, che con la scusa del Natale nell'aria ha viaggiato da San Francisco a Los Angeles per fare compagnia ai genitori solitari. La sua pausa dal lavoro durerà più a lungo del previsto: resterà con mamma e papà anche una volta giunto il tempo di mettere via decorazioni e luminarie. Per tutto l'anno successivo. Il motivo? Il brillante Howard, professore di storia con qualche macchia sulla reputazione, sta perdendo sé stesso. L'Alzheimer mangia cellule cerebrali, dignità, ricordi, e alla primogenita spetta un compito tanto ingrato quanto sentito: prendersene cura per un po', restituendogli il favore di averla cresciuta suscettibile e orgogliosa. La convivenza forzata, prevedibilmente, avrà alti e bassi. L'uomo qualche volta smarrisce la via di casa e i vestiti; a volte è in vena di tenerezze, altre di cattiverie gratuite. Non esce dal suo studio, al punto che tocca passargli tranci di pizza da sotto la porta. Non ricorda il primo appuntamento galante con la moglie – donna prosciugata dalle richieste del marito, anche se clinicamente sana – e confonde candidamente la madre dei suoi figli con le amanti frequenti, collezionate fra colleghe e studentesse. Come ignorare le carte di divorzio già firmate nel cassetto della scrivania? Come dar torto a Linus, fratello minore che dice di non voler sapere nulla di loro, se durante l'adolescenza si è sorbito liti furiose e tradimenti reiterati? Come far sì che Howard si senta ancora utile per la comunità, quando i problemi con l'alcol lo avevano già reso un insegnante inaffidabile all'università?

Che oggetti d'amore imperfetti siamo, e che imperfetti donatori. I motivi per cui ci prendiamo cura l'uno dell'altro possono non avere niente a che fare con la persona di cui ci prendiamo cura. C'entra solo come eravamo noi insieme a quella persona – cosa sentivamo per quella persona.

Bye bye vitamine! è la dichiarazione programmatica della famiglia Young: per metà cinese e per metà americana, durante la lettura se ne va in cerca di una dieta equilibrata e di una routine tranquilla. Il rosmarino ha proprietà benefiche, i broccoli e i semi di lino contengono antiossidanti, le meduse surgelate del minimarket orientale sono ricchissime di proteine, le pentole d'alluminio sono l'incubo di ogni salutista che si rispetti! In città potresti incontrare John Travolta e Brad Pitt. Al dipartimento di Storia, invece, un assistente con il potere di far dimenticare gli sgarbi di un ex storico, Joel. Le visioni di reality show e televendite potrebbero essere disturbate da incendi o terremoti. In casa, come si fa in presenza di bambini troppo curiosi, vanno nascosti gli oggetti contundenti, chiuse a doppia mandata le porte e schermate le prese della corrente. Dopo Meglio sole che nuvole, quasi a scatola chiusa, mi sono trovato mio malgrado a leggere un'alta autobiografia travestita da romanzo. Il diario giorno per giorno di una convivenza difficile e inevitabile, che poco mi ha entusiasmato nel mentre – colpa di una scrittura cronachistica, aneddotica –, nonostante a fine lettura gli riconosca una straordinaria delicatezza.

Darei:
Tutti i soldi che ho. Tutti i miei denti. Quello speciale dollaro d'argento che mi ha dato tuo nonno, dicendo che avrebbe avuto un valore di 300.000 dollari quando tu saresti andata al college. Darei tutto, qualsiasi cosa, pur di tenerti qui.

L'esordio di Rachel Khong non ha i tecnicismi di Still Alice, le lacrime copiose di In viaggio contromano, le risate leggerissime di Heidi. Ho trovato, insomma, che poco aggiungesse al tema della dimenticanza. Ma quanta dolcezza, quanta violenza, in questo dialogo a parti invertite! Una collezione di momenti quotidiani, di attimi ora preziosi e ora superflui, sulle mancanze dei figli e la vulnerabilità dei nostri genitori. Il tutto, dal punto di vista di una figliol prodiga che vuole superare una delusione amorosa rendendosi utile per il prossimo. Che, per sdebitarsi, vuole assumere provvisoriamente il ruolo di tutrice dei suoi stessi genitori. Mettersi a dieta, infatti, è un toccasana per corpo e mente. Rendersi indispensabili fa sentire meno inutili. Tornare a dormire nella stanzetta in cui siamo cresciuti, la nostra esistenza ormai ferma a un bivio, ci trasforma in bambini.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Calcutta – Paracetamolo

venerdì 22 febbraio 2019

Recensione: Perduti nei Quartieri Spagnoli, di Heddi Goodrich

| Perduti nei Quartieri Spagnoli, di Heddi Goodrich. Giunti, € 19, pp. 460 |

Alcune prose ti portano lontano, nonostante storie e luoghi vicinissimi a te. Quando pensavi di sapere già tutto di un amore dal finale annunciato o di una regione in cui hai trascorso le estati d'infanzia, fino ad apprendere a dovere i segreti della parlata di nonna o del suo ragù speciale, a prenderti in contropiede sono le guide turistiche con le referenze sbagliate; con nomi stranieri che, all'apparenza, poco hanno da spartire con l'eredità e le contraddizioni di certi angoli di paradiso, sfuggenti perfino per chi ci è cresciuto. Manco a Napoli da un po', colpa di rapporti familiari diventati negli anni più facili da ignorare che altro, e mi aspettavo di farvi ritorno a breve con il terzo romanzo dell'Amica geniale. Alcune gite fuori porto, tuttavia, non le programmi. Arrivano biglietti omaggio dell'ultimo minuto, occasioni da afferrare al volo, o esordi che non sapevi di voler leggere fino a quanto non li hai stretti fra le mani. Mi è successo con Perduti nei Quartieri Spagnoli: poche pagine e, come da titolo, era troppo tardi. Mi ero perso: avevo scelto deliberatamente di farlo, nonostante non fosse un momento opportuno per darsi all'avventura, ai viavai, ai romanzi impegnativi. Ci ho messo una settimana abbondante a uscire da questo dedalo e, a fine lettura, la nostalgia superava il sollievo: io che eppure patisco i vicoli stretti e la gente rumorosa, i titoli di tendenza, e di solito non vedo l'ora di far ritorno nel porto sicuro di casa mia. È stato merito di un romanzo di formazione a confine con il memoir, dove a rivelarti le scorciatoie strategiche e gli scorci da immortalare in fotografia è un Cicerone straordinario: leggete bene, sì, Heddi Goodrich. Americana senza radici, girovaga per deformazione caratteriale, che in Campania aveva gettato gli ormeggi in nome dell'amore: correvano gli anni Novanta.

La città era acqua che mi colava dalle mani, e il solo amarla mi intristiva, soprattutto di notte. Era una malinconia che non riuscivo né a scacciare né a capire. Mi ero data a lei tutta quanta, forse anche a tradimento di me stessa, eppure dopo tutti questi anni Napoli mi teneva sempre a distanza. Vir' Napule e po' muor', si dice. Frase abusata che non avrei mai inserito in una conversazione ma che quella sera bisbigliai alla notte in quanto verità.

Ventitreenne iscritta a Lingue orientali, la studentessa fuori sede aveva una famiglia a Washington e una cerchia di amici stretti nei Quartieri: si cantavano tanto i Pearl Jam quanto i classici di Renato Carosone; ci si stringeva in appartamenti abusivi belli e pericolanti affacciati sul Vesuvio; si andava alla scoperta della Napoli sotterranea, del Cimitero delle Fontanelle, attratti irrimediabilmente da quei racconti folkloristici di gnomi dispettosi, teschi senza nome e vecchie indovine con lo sguardo al futuro. Lo scirocco sornione soffia, ti accarezza e t'importuna. Il vulcano, addormentato, tra sé e sé deve ribollire così come ribolle la giovane Heddi davanti alle gentilezze di Pietro. A una festa universitaria le ha regalato una cassetta con i successi musicali di quegli anni, e la protagonista non riesce a togliersi dalla testa i ritornelli della Franklin, degli U2, né lo spasimante: la bocca carnosa come un frutto proibito, le Marlboro nel taschino a dispetto dei polmoni fragili, un attaccamento alla terra difficile da comprendere fino in fondo – la stessa che esamina nei suoi studi di Geologia, la stessa che coltiva in una fattoria modesta in provincia di Avellino. Prendete Chiamami col tuo nome: quella passione viscerale sullo sfondo di una penisola coltissima, il suo epilogo agrodolce, e descrizioni di odori e sapori tanto suggestive da appagare i cinque sensi. Aggiungete all'incanto di Aciman il rione, reso lussuosissimo dal tocco di Elena Ferrante: il codice d'onore delle famiglie partenopee, i pregi e i difetti di culture affascinanti soltanto alla giusta distanza, i bagordi di veglioni di Capodanno che fanno schiantare dai balconi pallottole e lavatrici volanti. Il meglio che la nostra Italia è stata in grado di ospitare, fra cinema e letteratura, trova un incastro perfetto in un esordio che farà vendere e parlare: per fortuna, non l'operazione commerciale che qualcuno potrebbe supporre. Perduti nei Quartieri Spagnoli prende avvio dallo scambio di e-mail fra i protagonisti cresciuti: Heddi ha visto l'alba del nuovo millennio in Nuova Zelanda, Pietro ha lavorato su una piattaforma petrolifera per un po' prima di tornarsene al punto di partenza.

Ci mettemmo di nuovo come angeli dell'erba, stesi mano nella mano, abbandonati alla felicità. Nemmeno una nuvola. C'era soltanto uno strato di azzurro, uno strato di verde, e noi in mezzo come angeli caduti. Mi sembrò di vedere nel mondo, e nell'amore, la sua semplicità di base. Ed ebbi la sensazione che, invece di stare incollati alla terra, ce ne fossimo sradicati, che ci fossimo liberati perfino della gravità. Come piume.

Sappiamo in anticipo che li hanno separati il rapporto di amore-odio con Napoli, il peso dei vincoli, la differenza che passa fra voler bene e amare. Lei sempre in volo, lui che non ha mai preso un aereo; lei che lo invita ad Atene a conoscere la sua moderna famiglia allargata, lui che al contrario la porta in visita nell'angusta Vallesaccarda. Un paesino di provincia, devastato ancora dalle conseguenze del terremoto dell'Irpinia, in cui per la prima volta Heddie si sente una forestiera – colpa di una suocera dalle parole sporadiche e sentenziose e di un pronome personale, “edda”, che la bolla spietatamente come altro da loro. La Goodrich, eppure, parla un italiano perfetto e conosce sfumature dialettali che perfino a me, di mamma e padre casertani, talora sfuggono. Ha una dialettica fuori dall'ordinario e, durante la lettura, sorprende grazie a una lingua di cui è padrona esemplare e a pennellate precisissime. Scrive meravigliosamente bene, e noi abbiamo la fortuna di non leggerla in traduzione: impressiona realizzarlo, ma tant'è. Quest'autrice scrive in italiano e pensa in napoletano. Testimoni di un tale imprinting, mi sono scoperto commosso: gli occhi bruciavano qui e lì, e non soltanto per lo smog che evoca. Erano gli anni del servizio militare, della fiducia nel futuro, delle immagini da cartolina da smantellare. Di un'euforia involontaria, di un'anarchia che riguardava tanto il sesso quanto la politica, in cui si tremava di ingiustizia e grandi speranze. Non bastava rifugiarsi sotto il vano della porta per sfuggire al terremoto in agguato. La protagonista, così, si è resa irraggiungibile per non soffrire più. Da scambi iniziali in stile Le ho mai raccontato del vento del Nord, infatti, sappiamo che vive dove lui non potrà mai raggiungerla né dimenticarla. Colpa delle lingue diverse, degli stili di vita agli antipodi, dei mondi inconciliabili che passano fra chi torna e chi parte. Perduti nei Quartieri Spagnoli raccoglie tutto quello che resta. La bellezza di un accento riconoscibile fra mille, un briciolo di rimpianto, un odore che si insinua nei capelli o sui vestiti. Come olio per friggere le cotolette, i crocchè, la pasta di pane lievitata. 
Non basteranno i lavaggi. Non basterà l'impegno di scordarsi. Qualche parola in dialetto persiste, e resiste anche un po' d'amore. In un incredibile lessico sentimentale che supera con eleganza il tempo, lo spazio, l'intrico inestricabile delle viuzze, e punta con un colpo d'ala al cielo aperto. Un ritaglio di azzurro stentato, fra le lenzuola che sventolano, le sinfonie ritmiche di piatti e bicchieri, lo sfrigolare profumato del soffritto sul gas.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio: Arisa – Vasame