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lunedì 31 dicembre 2018

[2018] Top 10: Mr. Ciak



10. Figlia mia
Un selvaggio melodramma al femminile dai colori accesi e gli impressionanti piani sequenza. Un romanzo di formazione purtroppo passato in sordina, con affascinanti sprazzi kitsch e interpreti al loro meglio. In terre, in film, in cui raddoppiano l'emozione, le mamme e l'amore.

9. Lontano da qui – The Kindergarten Teacher
Insieme alla Bispuri, il grande outsider della rassegna. L'amicizia tra un'insegnante e un piccolo poeta di cui salvaguardare il talento (anche appropriandosene), in un dramma pedagogico fra due estremi: la disattenzione degli adulti e le pressioni morbose di chi sogna un futuro migliore. Sullo sfondo, un mondo troppo distratto per i geni incompresi e le maestre con una missione, che fa orecchie da mercante davanti alla poesia del cinema indie.

8. Tonya
L'ascesa e la caduta – soprattutto, i chiacchierati misfatti – di un nemico pubblico col vestito glitterato e il fiocco fra i capelli. Il risultato è la biografia politicamente scorretta che non ti aspettavi. L'altro lato della medaglia. 

7. Hereditary – Le radici del male
La prima parte è una logorante tragedia domestica, la seconda una libbra di carne da pagare alle logiche di mercato. I pro bilanciano i contro, se a dirigere c'è un esordiente con la mano dei miniaturisti. Tutte uguali le famiglie felici, infatti, a modo loro quelle le maledette.

6. Dogman
Storia di cure affettuose e violenza barbara, è un noir che si affranca grazie al cuore grande del cinema d'autore. Emoziona, intenerisce, spossa, con una vicenda a briglia sciolta legata all'orgoglio di un omino con un soprannome da anti-eroe da fumetto. Complice quale sei, ti salvi soltanto se corri più forte, lontano, del cane che abbaia e che morde.

5. Roma
Piccola grande ode alla tenacia delle donne, alla quiete delle case in ordine, alle infanzie da non rinnegare mai, in cui si ricercano con successo l'arte e la poesia dappertutto. Assieme alla bellezza di una nuova meta, una seconda Roma, dove darsi appuntamento con la puntualità dei ricordi.

4. Il filo nascosto
Bello in ogni suo orlo, occhiata e increspatura, l'ultimo Paul Thomas Anderson è la dimostrazione di come la perfezione stilistica possa risultare respingente. Come un abito preso in prestito, al di fuori della nostra portata, che abbiamo paura di sgualcire. Ma che, nel mio caso almeno, non ha avuto il cuore di restituire al legittimo proprietario.

3. Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Un bagno di male da cui si esce annaspanti, grati, toccati: colpiti in pieno petto. Si perdona, ci si vendica. Si piantano i fiori, e una donna in tuta da meccanico se ne prende cura, perché ha un cuore nero ma il pollice verde. Si aspetta che un cerbiatto – un segno del destino, diremmo – torni a brucare. Alle porte di Ebbing, Missouri, finché c'è rabbia c'è speranza.

2. La forma dell'acqua
Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La Bella e la Bestia a spasso nel Favoloso mondo di Amélie è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di fulmine per la settima arte. Quindi tuffatevi a recuperare quella scarpetta che se ne va alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi sentire battere e rombare il mare.

1. Chiamami col tuo nome
Con un indefinibile senso di meraviglia, Guadagnino ci lascia assistere al risveglio della natura di Elio e Oliver. In un melodramma intriso di classicismo e grazia, epidermico ma angelico insieme, che spiazza, spezza e spazza via. Partecipano Madre Natura in persona, i cinque sensi, e uno spettatore che non vorrebbe cacciare mai gli innamorati da quel Paradiso su misura. Le persone che si vogliono bene sono tutte belle. Queste, un po' di più.

I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome), Harry Dean Stanton (Lucky), Marcello Fonte (Dogman);
Miglior attrice protagonista: Diane Kruger (Oltre la notte), Margot Robbie (Tonya), Tony Collette (Hereditary);
Miglior attore non protagonista: Michael Stuhulbarg (Chiamami col tuo nome), Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), Alessandro Nivola (Disobedience);
Miglior attrice non protagonista: Allison Janney (Tonya), Elena Sofia Ricci (Loro), Claire Foy (First Man).




Muchacha sexy: Matilda Lutz (Revenge), Ophélie Bau (Mektoube, My Love: Canto Uno), Lily James (Mamma mia! Ci risiamo);
Bello e impossibile: Henry Golding (Crazy Rich Asians, Un piccolo favore), Armie Hammer (Chiamami col tuo nome), Alessandro Borghi (Napoli velata);
La coppia più bella del mondo: Chalamet-Hammer (Chiamami col tuo nome), Blunt-Krasinski (A Quiet Place), McAdams-Weisz (Disobedience);
Nice to meet you: Lady Gaga (A Star is Born), Alex Wolff (Hereditary), Adriano Tardiolo (Lazzaro felice).


Sing it back: Shallow (A Star is Born), Mystery of Love (Chiamami col tuo nome), Never Enough (The Greatest Showman);
Psycho Killer: Blake Lively (Un piccolo favore), Michael Shannon (La forma dell'acqua), Edoardo Pesce (Dogman);
Will you recognize me?: Robbie-Jenney (Tonya), Alessandro Borghi (Sulla mia pelle), Toni Servillo (Loro).
Let's talk about sex: La pesca (Chiamami col tuo nome), Il bagno-acquario (La forma dell'acqua), Mezzogiorno-Borghi (Napoli velata).
Cry me a river: Il ballo (La forma dell'acqua), I titoli di coda (Chiamami col tuo nome), Il ritrovamento del corpo (Searching). 



lunedì 11 luglio 2016

Recensione: Chiamami col tuo nome, di André Aciman

E ci verrà da chiamarla invidia, perché chiamarlo rimpianto ci spezzerebbe il cuore.

Titolo: Chiamami col tuo nome
Autore: André Aciman
Editore: Guanda
Prezzo: € 12,00
Numero di pagine: 271
Sinossi: Vent'anni fa, un'estate in Riviera, una di quelle estati che segnano la vita per sempre. Elio ha diciassette anni, e per lui sono appena iniziate le vacanze nella splendida villa di famiglia nel Ponente ligure. Figlio di un professore universitario, musicista sensibile, decisamente colto per la sua età, il ragazzo aspetta come ogni anno "l'ospite dell'estate, l'ennesima scocciatura": uno studente in arrivo da New York per lavorare alla sua tesi di post dottorato. Ma Oliver, il giovane americano, conquista tutti con la sua bellezza e i modi disinvolti. Anche Elio ne è irretito. I due condividono, oltre alle origini ebraiche, molte passioni: discutono di film, libri, fanno passeggiate e corse in bici. E tra loro nasce un desiderio inesorabile quanto inatteso, vissuto fino in fondo, dalla sofferenza all'estasi. "Chiamami col tuo nome" è la storia di un paradiso scoperto e già perduto, una meditazione proustiana sul tempo e sul desiderio, una domanda che resta aperta finché Elio e Oliver si ritroveranno un giorno a confessare a se stessi che "questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta".

                                             La recensione
"Avevamo trovato le stelle, tu ed io".
Elio, diciassette anni, aspetta l'estate tutto l'anno e, quando la bella stagione arriva, finisce poi per desiderare l'inverno. Così, in una spirale continua di irrequietezza, insoddisfazione e tedio. Ma arriverà un'estate che gli farà cambiare idea sul tempo, sulla sessualità e su sé stesso. Quella in cui Oliver, pallido e sbrigativo, bello come attore, scivolerà giù da un taxi con zaino in spalla e camicia che si gonfia al vento e, ostentando indifferenza, gli ruberà la stanza e il sonno. Questa estate qui. Figlio unico di un professore universitario e di una donna accogliente e di mente aperta, Elio ha sempre patito un po' gli ospiti importanti a cui i genitori, per tre mesi, aprono le porte di casa: una splendida villa con piscina in Riviera, che accoglie fogli volanti, bozze dai margini larghi, discussioni colte, giovani scrittori di belle speranze. Il protagonista è abituato agli andirivieni, alla gente che va e alla gente che viene, ma l'ultimo arrivato – ventiquattrenne americano – lo mette a disagio come nessuno prima di allora. Nonostante la differenza d'età, tra i due si generano competizione e dissapori: a volte si cercano sempre, a volte non si rivolgono la parola per giorni interi. Nonostante la generosità delle amiche Marzia e Chiara, disinibite con il sesso e fiorite all'improvviso, c'è qualcosa che Elio e Oliver non sanno ammettere a loro stessi: a volte si sognano, a occhi aperti e chiusi. Sullo sfondo, una Italia vacanziera, gli anni Ottanta e la cultura classica, che colorano le loro foto ricordo, li rendono curiosi davanti alle sperimentazioni e animano i lunghi pasti e le sconfinate notti di poesia e suggestioni. Citano Dante e Leopardi, parlano fluentemente lingue vive e morte e, girandoci abilmente attorno, ingannano il tempo e, sperano, il desiderio che nutrono l'uno dell'altro. Se è vero che amor, c'a nullo amato amar perdona, lo scostante Oliver ricambierà, per un meccanismo di causa-effetto, forse, un abbraccio, un pensiero proibito, un bacio del timoroso Elio? 
Avranno tre mesi appena per dirsi e darsi; una vita separati, spesa alla ricerca del tempo perso, per ricordarsi oziosi e stupidi. Quando erano giovani dai balconi confinanti e dalla lingua sciolta, alla deriva nell’azzurro mare di agosto. Sembra un film di Bertolucci, Chiamami col tuo nome: un Io ballo da sola al maschile, in cui un narratore raffinatissimo come André Aciman, qui al suo esordio, ci racconta senza censure i migliori anni, le vacanze al mare, le passioni all’improvviso. La parola a Elio, acculturato e precoce, su cui gravano i dubbi esistenziali, gli ormoni e le temperature canicolari. Attorno a lui, una natura dannunziana – gli uomini e la vegetazione sono grovigli inestricabili, l’afa stimola la sonnolenza e gli istinti, i frutti maturi hanno forme di capezzoli e sederi – e un’orgia di sensazioni, che stimolano i cinque sensi e permettono il nudismo. Si aprono in segreto i gelsomini notturni, le imposte, le porte, e nasce così una relazione breve e formativa, che indolenzisce, forma e strugge. Letto in un giorno e recuperato dal fondo di una pila di romanzi che facevano a gara per essere sfogliati, Chiamami col tuo nome è diventato priorità nel momento in cui mi è saltata all’occhio la notizia di un film attualmente in lavorazione, con la sceneggiatura del signor James Ivory, un cast internazionale e la regia dell’esteta Luca Guadagnino, da cui – a modo mio – sono voluto ritornare all’indomani del freschissimo A Bigger Splash. Anche in quel caso, liaison sconvenienti, tanta bellezza – nei protagonisti, così come nei paesaggi - e conversazioni un po’ pretenziose a bordo piscina. 
Aciman si presenta con un romanzo vagamente autobiografico, intriso d’arte e letteratura, che sorprende per uno stile straordinario e la puntualità delle citazioni: malinconico e colto, l’autore dà voce a due personaggi simili a lui, che qui e lì possono suscitare noie e antipatie per i toni sospirosi, i dibattiti filosofici e le ambizioni accademiche. Qualche pagina melensa e troppa ostentazione di superiorità: troppa pesantezza, sotto l’ombrellone. Colpa della dissimulazione iniziale, però; della timidezza cronica. Colpiscono nel segno, in seguito, i passaggi più profondi, la resa perfetta di un’estate che sta loro con il fiato sul collo, gli stornelli romaneschi e i canti napoletani, in attimi cruciali in cui ci si rende conto a denti stretti dell’amore e che oggi, in definitiva, è già domani. Il troppo storpia, in Chiamami col tuo nome, ma sa trovare redenzione, infine, assumendo la forma di una lettera aperta, non pensata per le orecchie indiscrete, e nell’impensata potenza dei sentimenti a cui il titolo, bellissimo, allude. Chiamami col tuo nome significa scambiamoci i costumi e le identità, annulliamoci, indossiamoci come una seconda pelle, rispondiamo soltanto a chi indovina che – in clandestinità – siamo diventati altro ma, allo stesso tempo, più noi stessi. Lo esemplifica la copertina, in cui si svanisce in un tuffo, in un riflesso, e lo approfondisce uno scrittore onesto e talentuoso che a volte è lento, sì, ma altre cattura con scatti rubati le luci, le prurigini e i rimpianti di amanti che inevitabilmente invecchiano e sfortunatamente si separano. Puoi non prenderli a cuore, puoi perfino non comprenderli. Ma come ha detto papà quando alla radio, una volta, è passata una canzone di Adele - complici acuti che sembravano singhiozzi e toni elegiaci: intenzioni inequivocabili -, capirò una parola su cento ma, chi lo sa, a me viene da piangere.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – When We Were Young

mercoledì 24 gennaio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Chiamami col tuo nome (2017), Luca Guadagnino

Le persone che si vogliono bene sono tutte belle. 
Ho ribattuto così, una volta, a un'affermazione convinta di non suonare discriminatoria soltanto perché estrapolata in una chiacchierata da bar. Me l'hanno insegnato i cinque anni al liceo classico, in cui ho scoperto che Achille amava Patrocolo e che, nella storia delle anime gemelle secondo Platone, l'uomo – all'alba dei tempi, un tutt'uno con quattro gambe, quattro braccia, due teste e un unico cuore – poteva trovare la propria metà soltanto in un altro uomo. Me l'ha cantato Your Song, forse la canzone d'amore più onesta mai scritta. Me l'hanno raccontato, fra gli altri, romanzi come quello di André Aciman: l'autobiografia di un colpo di fulmine, di un'estate italiana, pronta a farsi cinema nell'anno in cui Moonlight trionfava agli Oscar per i motivi sbagliati – vinceva infatti la politica anti-trumpiana fra le righe, non la delicatezza di due uomini che in una Miami difficile, in una vita difficile, sapevano bastarsi. Dirige un Luca Guadagnino a proprio agio con le star, a bordo piscina, che finalmente trova pienezza nella sceneggiatura del veterano James Ivory – in passato mancava la sostanza, vero, ma il cinema dell'esteta siciliano era comunque apprezzatissimo da queste parti. 
Presentato dappertutto, bello senza misteri, l'atteso Chiamami col tuo nome dipinge un'altra famiglia, un altro luogo di villeggiatura sospeso nella canicola, un'altra passione che sconvolge corpo e mente. Nell'Italia del miglior Bertolucci, il sole picchia forte, il cloro si incrosta nei capelli, il sesso è negli occhi di chi guarda. Elio, diciassettenne prodigio, si scopre attratto dai modi di Oliver, studente universitario in ritiro – si parla sempre di privilegiati, si parla ancora di innamorati. Hanno camere adiacanti, balconi confinanti, un bagno in comune. Non c'è privacy e, in pieno agosto, tanta pelle in vista – un efebo pallidissimo il primo, un marcantonio in costume giallo il secondo. Ma si sta a distanza di sicurezza, non ci si tocca direttamente per paura di prendere la scossa (a un certo punto, i due si porgono però la mano che resta di una statua sommersa; un ramoscello d'ulivo). C'è la curiosità iniziale, sporgersi dalla finestra e spiare il nuovo arrivato. Poi l'astio, perché tutti pendono dalle sue labbra. Infine la rassegnazione, ammetterlo a denti stretti: quella tensione non è invidia, ma gelosia. L'amore, come il lutto, ha le sue tappe: è un'esperienza universale. Richiede elaborazione. Uno straordinario Timothée Chalamet, giovane e sconosciuto padrone di casa, si masturba con una pesca, balla come un pazzo, piange inconsolabile. Quel suo viso ancora imberbe, protagonista assoluto dei minuti conclusivi. Puoi leggerci tutto Aciman lì: il rimpianto, e l'illusione delle stelle.
Armie Hammer, affascinante invasore americano, ha il compito non da poco di insegnare l'essenziale al ragazzo che pensava di sapere tutto. E di metterci l'assennatezza e la pazienza, di fare piano. Nonostante la differenza d'età, l'imbarazzo degli inizi, si baciano con la tenerezza di chi si ama davvero. Si abbracciano come chi sa che prima o poi dovrà perdersi. In una casa di campagna che è una comune anni Ottanta, sfilano le domestiche e i giardinieri, i commensali inferociti con Craxi, le adolescenti francesi che promettono altra bellezza aggiunta, papà dai monologhi commoventi come l'intenso Michael Stulhbarg. Con un indefinibile senso di meraviglia, Guadagnino ci lascia allora assistere al risveglio della loro natura. In un melodramma intriso di classicismo e grazia, epidermico ma angelico insieme, che spiazza, spezza e spazza via. Partecipano Madre Natura: lussureggiante per non sfigurare, complice accorta. I cinque sensi: la testa contro il petto, i piedi e le mani che si sfiorano in strada, le echimosi di primi dolori che non si scordano mai. Lo spettatore, che non vorrebbe cacciarli mai da quel Paradiso su misura indicando la prima nuvola di pioggia nel cielo; dire che l'autunno, la fine, sta per arrivare. 
Le persone che si vogliono bene sono tutte belle. Queste, un po' di più. (8,5)

venerdì 10 agosto 2018

I film che leggeremo: Oscar-Friendly

Il primo uomo 
31 ottobre 2018
Dalle stelle di City of Stars alla luna. Dal musical al biopic a tinte action, sempre facendo tappa presso quel Festival di Venezia, a fine agosto, che già aveva portato fortuna la prima volta. Ryan Gosling è Neil Armostrong, nel film ispirato all'omonimo bestseller di James R. Hansen. La curiosità, onestamente, questa volta vola bassa. Genere abbastanza consolidato da essere venuto a noia, cast che poco osa – la moglie di Armstrong è Claire Foy: guarda caso, compagna di vita del sofferente Andrew Garfield in Ogni tuo respiro – e, unico grandissimo pro, un instancabile Chazelle che punta al firmamento e all'en plein.


Se la strada potesse parlare
30 novembre 2018
Chazelle e Jenkins sono destinati ancora a incontrarsi. Dopo la clamorosa gaffe di due anni fa, si spera vivamente che a fare da arbitri non saranno Beatty e Faye Dunaway. Il regista di Moonlight torna, e un trailer montato ad arte lascia intuire che in ballo abbia stile, impegno e forti emozioni. Adatta un romanzo di James Baldwin, prossimamente in ristampa grazie a Fandango Libri, ma abbandona il mondo LGBT – lo scrittore afroamericano, eppure, è noto soprattutto per il cult gay La stanza di Giovanni – senza tralasciare il razzismo, gli amori proibiti, le strade. Che parlano, sì, e in anteprima al Festival di Toronto forse ci racconteranno una storia destinata a far breccia.


Suspiria
2 novembre 2018 (USA)
In principio c'era Suspiria De Profundis. Romanzo-confessione del giornalista Thomas de Quincey che da un viaggio nell'Italia dell'Ottocento portava con sé un lungo incubo e la conoscenza delle tre Madri. Dario Argento aveva dedicato un film a ognuna di loro. Il primo, a cui avrebbero seguito gli imperfetti Inferno e La terza madre, era Suspiria: cult irripetibile, pronto a farsi remake. Non si storce il naso, però, se a occuparsene è l'esteta Guadagnino. I personaggi mantengono i nomi originali, il cameo di Jessica Harper appare quanto mai doveroso ma, titolo a parte, i due film sembrano avere poco altro in comune. Cambia il taglio – freddissimo, alla Von Trier –, cambia la durata – sfiorerà, pare, le tre ore complessive – e cambia il pubblico, se le streghe di Suspiria sono pronte non troppo a sorpresa a infestare festival solitamente chiusi al genere. Getterà un incantesimo sulla Laguna? E sull'Academy, pronta nel 2019 a mettersi in gioco con una categoria aggiuntiva: quella dei film popolari?


Beautiful Boy
12 ottobre 2018 (USA)
Com'è che si dice? Stagione dei premi che vai, Timothée Chalamet che trovi. Lo straordinario Elio di Chiamami col tuo nome, vincitore morale agli Oscar, non vuole diventare una meteora di passaggio. Tanti progetti nel cassetto – Allen, Villeneuve, Gerwig – e altrettanta voglia di lasciarsi nuovamente stupiti e commossi davanti al primo film americano del regista dello struggente Alabama Monroe. Una storia vera, di padri figli e dipendenze da stupefacenti, in cui Chalamet è il bellissimo (e problematico) ragazzo del titolo, mentre il versatile Carrell è il genitore imperturbabile che vorrebbe ricondurlo sulla retta via: quella che porta a casa. I fortunati lo vedranno sempre a Toronto. Gli altri, aspettando l'uscita italiana, lo leggeranno in libreria con Sperling Kupfer.


Mary Queen of Scots
8 novembre 2018
Si sono incrociate in tempi recenti sul Red Carpet: nominate l'una per Lady Bird, l'altra per Tonya. Bionde, giovani e bravissime, Saoirse Ronan e Margot Robbie condividono il set e la corona nel dramma in costume Mary Queen of Scots. Cugine, amiche-nemiche, rivaleggiano per il regno e per l'Oscar: si trasformano. Se a Soirse donano la treccia rossa e la fierezza dell'appassionata Mary, la bellissima Margot raccoglie il testimone di Cate Blanchett, s'imbruttisce e diventa Elisabetta I. Il romanzo di John Guy porta il nome della prima, ma a giudicare almeno dall'intensità del trailer – con quella sovrana inedita: stempiata, incompresa, sterile – potrebbero spuntarla a sorpresa le fragilità della Non protagonista.


Boy Erased
22 novembre 2018
Adolescenti omosessuali da convertire in nome della fede nell'Altissimo. Se ne era già parlato in The Miseducation of Cameron Post, coming of age vincitore dell'ultimo Sundance Film Festival. Il tema shock sarà lo stesso nel ritorno alla regia dell'attore-regista Joel Edgerton, che per l'occasione adatta di proprio pugno le memorie di Garrard Conley in uscita per le Edizioni Black Coffee e guida un cast stellare con Nicole Kidman e Russel Crowe, gentitori preoccupati, e un Lucas Hedges che alla verde età di ventidue anni indovina come un rabdomante ruoli su ruoli. Teniamolo d'occhio anche nel dramma Ben is Back, in cui è diretto dal padre John e affiancato da una ritrovata Julia Roberts.


The Wife - Vivere nell'ombra
4 ottobre 2018
Le proverbiali donne dietro i grandi uomini. Le attrici fuori classe, sfortunatamente nell'ombra. Colpa dell'età che avanza e di Hollywood che fa di conseguenza marcia indietro, o semplicemente dei progetti sbagliati? Glenn Close e Joan, la protagonista dell'omonimo romanzo di Meg Wolitzer a ottobre in libreria per Garzanti, hanno più di qualche tratto in comune. Che The Wife, un Big Eyes ambientato tuttavia nello spietato mondo della letteratura, possa essere il loro canto del cigno come giura già qualche bookmaker? 

venerdì 22 febbraio 2019

Recensione: Perduti nei Quartieri Spagnoli, di Heddi Goodrich

| Perduti nei Quartieri Spagnoli, di Heddi Goodrich. Giunti, € 19, pp. 460 |

Alcune prose ti portano lontano, nonostante storie e luoghi vicinissimi a te. Quando pensavi di sapere già tutto di un amore dal finale annunciato o di una regione in cui hai trascorso le estati d'infanzia, fino ad apprendere a dovere i segreti della parlata di nonna o del suo ragù speciale, a prenderti in contropiede sono le guide turistiche con le referenze sbagliate; con nomi stranieri che, all'apparenza, poco hanno da spartire con l'eredità e le contraddizioni di certi angoli di paradiso, sfuggenti perfino per chi ci è cresciuto. Manco a Napoli da un po', colpa di rapporti familiari diventati negli anni più facili da ignorare che altro, e mi aspettavo di farvi ritorno a breve con il terzo romanzo dell'Amica geniale. Alcune gite fuori porto, tuttavia, non le programmi. Arrivano biglietti omaggio dell'ultimo minuto, occasioni da afferrare al volo, o esordi che non sapevi di voler leggere fino a quanto non li hai stretti fra le mani. Mi è successo con Perduti nei Quartieri Spagnoli: poche pagine e, come da titolo, era troppo tardi. Mi ero perso: avevo scelto deliberatamente di farlo, nonostante non fosse un momento opportuno per darsi all'avventura, ai viavai, ai romanzi impegnativi. Ci ho messo una settimana abbondante a uscire da questo dedalo e, a fine lettura, la nostalgia superava il sollievo: io che eppure patisco i vicoli stretti e la gente rumorosa, i titoli di tendenza, e di solito non vedo l'ora di far ritorno nel porto sicuro di casa mia. È stato merito di un romanzo di formazione a confine con il memoir, dove a rivelarti le scorciatoie strategiche e gli scorci da immortalare in fotografia è un Cicerone straordinario: leggete bene, sì, Heddi Goodrich. Americana senza radici, girovaga per deformazione caratteriale, che in Campania aveva gettato gli ormeggi in nome dell'amore: correvano gli anni Novanta.

La città era acqua che mi colava dalle mani, e il solo amarla mi intristiva, soprattutto di notte. Era una malinconia che non riuscivo né a scacciare né a capire. Mi ero data a lei tutta quanta, forse anche a tradimento di me stessa, eppure dopo tutti questi anni Napoli mi teneva sempre a distanza. Vir' Napule e po' muor', si dice. Frase abusata che non avrei mai inserito in una conversazione ma che quella sera bisbigliai alla notte in quanto verità.

Ventitreenne iscritta a Lingue orientali, la studentessa fuori sede aveva una famiglia a Washington e una cerchia di amici stretti nei Quartieri: si cantavano tanto i Pearl Jam quanto i classici di Renato Carosone; ci si stringeva in appartamenti abusivi belli e pericolanti affacciati sul Vesuvio; si andava alla scoperta della Napoli sotterranea, del Cimitero delle Fontanelle, attratti irrimediabilmente da quei racconti folkloristici di gnomi dispettosi, teschi senza nome e vecchie indovine con lo sguardo al futuro. Lo scirocco sornione soffia, ti accarezza e t'importuna. Il vulcano, addormentato, tra sé e sé deve ribollire così come ribolle la giovane Heddi davanti alle gentilezze di Pietro. A una festa universitaria le ha regalato una cassetta con i successi musicali di quegli anni, e la protagonista non riesce a togliersi dalla testa i ritornelli della Franklin, degli U2, né lo spasimante: la bocca carnosa come un frutto proibito, le Marlboro nel taschino a dispetto dei polmoni fragili, un attaccamento alla terra difficile da comprendere fino in fondo – la stessa che esamina nei suoi studi di Geologia, la stessa che coltiva in una fattoria modesta in provincia di Avellino. Prendete Chiamami col tuo nome: quella passione viscerale sullo sfondo di una penisola coltissima, il suo epilogo agrodolce, e descrizioni di odori e sapori tanto suggestive da appagare i cinque sensi. Aggiungete all'incanto di Aciman il rione, reso lussuosissimo dal tocco di Elena Ferrante: il codice d'onore delle famiglie partenopee, i pregi e i difetti di culture affascinanti soltanto alla giusta distanza, i bagordi di veglioni di Capodanno che fanno schiantare dai balconi pallottole e lavatrici volanti. Il meglio che la nostra Italia è stata in grado di ospitare, fra cinema e letteratura, trova un incastro perfetto in un esordio che farà vendere e parlare: per fortuna, non l'operazione commerciale che qualcuno potrebbe supporre. Perduti nei Quartieri Spagnoli prende avvio dallo scambio di e-mail fra i protagonisti cresciuti: Heddi ha visto l'alba del nuovo millennio in Nuova Zelanda, Pietro ha lavorato su una piattaforma petrolifera per un po' prima di tornarsene al punto di partenza.

Ci mettemmo di nuovo come angeli dell'erba, stesi mano nella mano, abbandonati alla felicità. Nemmeno una nuvola. C'era soltanto uno strato di azzurro, uno strato di verde, e noi in mezzo come angeli caduti. Mi sembrò di vedere nel mondo, e nell'amore, la sua semplicità di base. Ed ebbi la sensazione che, invece di stare incollati alla terra, ce ne fossimo sradicati, che ci fossimo liberati perfino della gravità. Come piume.

Sappiamo in anticipo che li hanno separati il rapporto di amore-odio con Napoli, il peso dei vincoli, la differenza che passa fra voler bene e amare. Lei sempre in volo, lui che non ha mai preso un aereo; lei che lo invita ad Atene a conoscere la sua moderna famiglia allargata, lui che al contrario la porta in visita nell'angusta Vallesaccarda. Un paesino di provincia, devastato ancora dalle conseguenze del terremoto dell'Irpinia, in cui per la prima volta Heddie si sente una forestiera – colpa di una suocera dalle parole sporadiche e sentenziose e di un pronome personale, “edda”, che la bolla spietatamente come altro da loro. La Goodrich, eppure, parla un italiano perfetto e conosce sfumature dialettali che perfino a me, di mamma e padre casertani, talora sfuggono. Ha una dialettica fuori dall'ordinario e, durante la lettura, sorprende grazie a una lingua di cui è padrona esemplare e a pennellate precisissime. Scrive meravigliosamente bene, e noi abbiamo la fortuna di non leggerla in traduzione: impressiona realizzarlo, ma tant'è. Quest'autrice scrive in italiano e pensa in napoletano. Testimoni di un tale imprinting, mi sono scoperto commosso: gli occhi bruciavano qui e lì, e non soltanto per lo smog che evoca. Erano gli anni del servizio militare, della fiducia nel futuro, delle immagini da cartolina da smantellare. Di un'euforia involontaria, di un'anarchia che riguardava tanto il sesso quanto la politica, in cui si tremava di ingiustizia e grandi speranze. Non bastava rifugiarsi sotto il vano della porta per sfuggire al terremoto in agguato. La protagonista, così, si è resa irraggiungibile per non soffrire più. Da scambi iniziali in stile Le ho mai raccontato del vento del Nord, infatti, sappiamo che vive dove lui non potrà mai raggiungerla né dimenticarla. Colpa delle lingue diverse, degli stili di vita agli antipodi, dei mondi inconciliabili che passano fra chi torna e chi parte. Perduti nei Quartieri Spagnoli raccoglie tutto quello che resta. La bellezza di un accento riconoscibile fra mille, un briciolo di rimpianto, un odore che si insinua nei capelli o sui vestiti. Come olio per friggere le cotolette, i crocchè, la pasta di pane lievitata. 
Non basteranno i lavaggi. Non basterà l'impegno di scordarsi. Qualche parola in dialetto persiste, e resiste anche un po' d'amore. In un incredibile lessico sentimentale che supera con eleganza il tempo, lo spazio, l'intrico inestricabile delle viuzze, e punta con un colpo d'ala al cielo aperto. Un ritaglio di azzurro stentato, fra le lenzuola che sventolano, le sinfonie ritmiche di piatti e bicchieri, lo sfrigolare profumato del soffritto sul gas.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio: Arisa – Vasame 

giovedì 29 dicembre 2016

[2016] Top 10: Le mie letture

La via del male: Tanto in ballo: l'incolumità, il lavoro, gli amori platonici. La "via" è lastricata di personaggi buoni e cattive intenzioni.
Palazzokimbo: Parlo di radici e penso alla Ferrante. Dico che qui c'è molta più Napoli. E c'è che per l'autrice, che di cognome fa Ventre, la scrittura è questione di pancia.
Chi manda le onde: A me le onde le ha mandate Fabio Genovesi, e ci ho camminato incontro e in mezzo senza temerle. L'impressione di affogare, superata al cavallone successivo. Le alghe impigliate nei capelli e i sorrisi tra i denti. 
La figlia sbagliata: Quattro personaggi fragili e sgradevoli che, come ospiti spettrali, infestano un salotto e i capitoli di un romanzo bellissimo, che si legge la sera, con il fresco, in cambio di un letto scomodo e una notte piena di pensieri.
Sei come sei: Come se la cavano due uomini con la monogamia, i pannolini sporchi e il pregiudizio? Come cresce una bambina con due padri? In un romanzo di formazione toccante, spigliato e con un cuore grosso così, stupisce la meravigliosa normalità della risposta.
Fangirl: Ci sono i libri belli, quelli brutti e, ancora, quelli adorabili. Questo, con un'universitaria che preferisce i romanzi alle persone, la teoria alla pratica, la lettura alla vita sociale, fa parte dell'ultima, ristretta categoria. Sarà che l'autrice, leggerissima, di nome fa arcobaleno?
La tristezza ha il sonno leggero: La tristezza avrà pure il sonno leggero, ma la mano di Lorenzo è più leggera ancora. E la felicità, ospite che mancava all'appello, ti tenta ancora nelle pieghe di una giornata, e di una vita, no.
3. La confessione di Roman Markin: Avete presente quella sensazione di imbrogliare il tempo al suo stesso gioco, allungare le giornate a dismisura e, nei pochi grammi di un romanzo, rintracciare i ventuno dell'anima umana e i quintali di sessant'anni di vita vissuta? Il gioiello di Marra è un mare senza fondo.
2. Benedizione - Canto della pianura: Haruf rimette i debiti e, nelle intime confessioni che sono i suoi discorsi indiretti liberi, assolve i suoi personaggi dal peccato dell'egoismo. C'è una bontà d'animo che non sembra eccessiva. E tu, che eppure non credi nel prossimo tuo e in Dio chi lo sa, non la condanni – reputandola magari troppa – ma gliela invidi profondamente. 
1. Indignazione: L'ultima lettura dell'anno: a sorpresa la più memorabile. Philip Roth, disincantato e mordace, affida alla pagina – e sono pagine rade ed esaltanti, le sue, zeppe di scontri e struggenti soliloqui – la formazione di un diciottenne genuino ed esasperante, che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto e non sa godersi la quiete dei giorni pari. Uguale a me, nella sua storia di ordinaria ribellione. Presto, la recensione.

Premi di (s)consolazione
Thriller/Horror: I custodi di Slade House – Sorella - E' così che si uccide
Fantasy/Distopico: Wolf
Young adult: Brucio – Quello che non sai di me
Romanzo storico: Dentro soffia il vento

La migliore storia d'amore: Chiamami col tuo nome – Noi due e gli altri
I fazzoletti non basteranno: La luce sugli oceani – Io non sarò come voi
On the road: Lo strano viaggio di un oggetto smarrito 
L'occhio vuole la sua parte: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine

Guilty Pleasure: Maestra – Unrivaled
Sta' senza pensier: Qualcosa di vero
Guarda un po' chi si rivede – i sequel più belli: Scrivere è un mestiere pericoloso
Be', dai, ci siamo visti – i sequel (o i ritorni) meno belli: Non aspettare la notte 
Tanto rumore per nulla – la sòla suprema: Adesso

mercoledì 13 novembre 2019

Recensione: Cercami, di André Aciman

| Cercami, di André Aciman. Guanda, € 18, pp. 278 |


Elio e Oliver. Tutti fanno cenno alla loro storia d’amore, nessuno li ha dimenticati. Ma per tre quarti di Cercami, il romanzo che avrebbe dovuto riunirli, non condividono mai la stessa pagina. Forse, e dico forse, soltanto l’epilogo li vedrà insieme: difficile, tuttavia, prevedere se sarà felice o meno. Questo sequel che tale non è, a ben vedere, prenderà in contropiede gli eterni romantici che aspettavano un ritorno di fiamma in linea con i toni della prima volta. Diversissimo e spiazzante, ambientato a decenni da quella famosa estate italiana, l’ultimo romanzo di André Aciman è una caccia a Cupido che sconsiglio a coloro che erano interessati unicamente a conoscere la sorte dei due innamorati dopo il crepacuore dei titoli di coda. Mal sopportando i romanzi autoreferenziali e il fanservice – insomma, gli strascichi fuori tempo massimo –, non ho potuto fare a meno di accogliere a braccia aperte la virata a sorpresa dell’autore di Chiamami col tuo nome: un ritorno costituito da storie dentro storie, in cui i personaggi interpretati al cinema da Thimotée Chalamet e Armie Hammer hanno all’apparenza ruoli secondari. Basta forse questo a precludere la lettura di un romanzo, per il resto, intensissimo e narrato con grazia estrema? Si può attualizzare il passato, o limitarsi a vivere in funzione di esso? Se lo chiedono attanti vecchi e nuovi, mentre leggono le inquietudini di un giovane Dostoevskij e si struggono nella bellezza degli amori istantanei: speciali perché impossibili.

Eppure ci dev’essere almeno una piccola gioia nello scoprire che ognuno di noi si trova nella posizione di completare le vite di altri, di chiudere il libro mastro che hanno lasciato aperto e di giocare l’ultima carta al posto loro. Che cosa potrebbe esserci di più gratificante di sapere che spetterà sempre ad altri completare e concludere la nostra vita? A qualcuno che abbiamo amato e ci ama abbastanza per farlo. Nel mio caso, mi piacerebbe pensare che sarai tu, anche se non staremo più insieme. È come sapere chi sarà a persona che verrà a chiudermi gli occhi. Voglio che sia tu, Elio.
Samuel, il padre di Elio, siede su un Freccia per Roma. Prepara l’intervento per un convegno, rimugina su un incontro di famiglia mandato a monte, condivide convenevoli con una vicina di posto di nome Miranda: una fotografa con il look da maschiaccio che in teoria ama la solitudine, ma in pratica ricerca il dialogo; va da sé l’invito a filosofeggiare anche a pranzo, a rivedersi con una scusa da poco, nonostante ci siano trent’anni di differenza a dividerli e la tappa nel capoluogo laziale non sia di piacere. Sui luoghi della sua giovinezza, fra chiese, caffè ed enoteche, Samuel si accorge di non essere mai stato felice e, come ricorderete dal commovente monologo del romanzo precedente, non contempla una vita senza amore.
Elio, alle prese con un’altra tappa della sua formazione, si esibisce come pianista a Parigi. Rimasto fragile e bisognoso, attratto dall’abbraccio di uomini potenti, a un concerto conosce l’anziano Michel. Trattato ora come un figlio, ora come un oggetto del desiderio, il ventenne gode dei comfort di un appartamento alto-borghese e delle attenzioni di un nuovo Pigmalione. Insieme s’imbatteranno nel mistero di un assolo per pianoforte – eredità del padre di Michel –, e la ricerca li metterà sulle tracce di un musicista ebreo morto ai tempi della Seconda guerra mondiale.
Oliver, invece, in un loft affacciato sulle sponde dell’Hudson, festeggia con fiumi di prosecco il suo ultimo giorno a New York. Gli ospiti, i brindisi e il dramma della retrocessione in un’università del New Hampshire semineranno risentimenti tra lui e la moglie: soprattutto se due degli invitati, Erica e Paul, lo spingono a fantasticare su plausibili mènage a trois e sullo spettro di un adolescente coi pantaloncini corti, amato segretamente vent’anni prima. Un pianoforte inutilizzato e un pezzo di Bach creeranno un ponte per scappare, si spera, dalle costrizioni di una non-vita.

La musica non è altro che il suono dei nostri rimpianti tradotto in una cadenza che stimola l’illusione del piacere e della speranza. È la cosa che ci ricorda con maggiore evidenza che siamo qui per un brevissimo lasso di tempo e che abbiamo trascurato o ingannato le nostre vite o, peggio ancora, non le abbiamo vissute. La musica è la vita non vissuta. 
Questi tre racconti apparentemente a sé stanti, ambientati in tre diverse città del mondo, sono destinati a incrociarsi con un po’ di pazienza e di magia. Ogni storia risolve la precedente, infatti, in pagine dai ritmi cinematografici – quanti dialoghi fiume; quanta attenzione verso l’erotismo degli sfioramenti casuali o dei lembi di pelle sbirciati sovrappensiero – in cui rintracciare gli stessi dialoghi ai limiti dell’artificiosità, la stessa resa affascinante di mondi colti e irraggiungibili. Dediti ai rossi corposi, alle cene prelibate e ai discorsi sui massimi sistemi, i protagonisti di Aciman flirtano semplicemente aprendo bocca e nelle relazioni sfoggiano una naturalezza che va a braccetto con la libertà. Sapiosessuali – definizione perfetta per chi come loro si lascia sedurre soprattutto dai fuochi d’artificio di una testa pensante, non da un corpo scolpito –, vantano uomini e donne nella schiera degli amanti e popolano una bolla elitaria che ispira sincera invidia.
Dall’estate calda e vitale del capitolo introduttivo, però, sono passati a autunni uggiosi e contemplativi degni di un quadro di Corot. Parlano per tutto il tempo, come i turisti di Prima dell’alba. Non smettono di credere nei giochi del destino o nell’esistenza del colpo di fulmine. Trascorro notti in bianco, quando su di giri, o rubano l’oro in bocca alle mattine del nostro proverbio. Provengono da ambienti signorili, condividono radici ebraiche, sperimentano l’intimità sempre incuranti delle differenze anagrafiche.

«Quando vengo qui, che sia da solo o con altra gente, con voi per esempio, sono sempre con lui. Se restassi qui un’ora a fissare questo muro, starei con lui per un’ora. Se parlassi con questo muro, mi risponderebbe.»
[...] 
«Che cosa mi direbbe? Semplice: “Cercami, trovami”.»
«E tu che cosa risponderesti?»
«La stessa cosa. “Cercami, trovami”. E siamo entrambi felici. Adesso lo sapete.»
Ognuno tira le fila di un’altra esistenza lasciata in sospeso. Ognuno, seguendo il filo conduttore del rimpianto, cerca qualcosa fino a venire a capo del bandolo della matassa: il vicolo in cui Elio e Oliver hanno bevuto fino al vomito, le motivazioni di un lascito enigmatico, la classica seconda possibilità. 
Cerca qualcosa anche il lettore affezionato – sul Lungotevere, o fra le note di un pentagramma criptato. In questo romanzo troverà ciò che non si sarebbe aspettato all’inizio. È il bello della serendipità: una delle mie parole preferite. Imbattersi in qualcosa, e in qualcuno, che non stavamo cercando. Ma simili gite fuori porta, quando ben accolte, rendono un piacere perfino smarrirsi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lucio Battisti – E penso a te 

martedì 24 marzo 2020

Recensione: Agostino, di Alberto Moravia

| Agostino, di Alberto Moravia. Bompiani, € 12, pp. 182 |

Mi mancano molte cose con la quarantena. Su tutte, il mare. Fino a due settimane fa bruciavo i miei diecimila passi giornalieri sul bagnasciuga, d’inverno come d’estate, e lasciavo sbollire l’insofferenza lì. Dove il cielo era più alto e il vento più pungente. Anche il ritmo delle mie letture, all’inizio, ha sofferto per l’osservanza di questa nostra nuova sedentarietà. Bloccato in un quartiere di palazzine grigie tutte uguali, senza cantanti sui balconi né grandi scorci naturali, mi sono spento in fretta negli andirivieni tra la cucina e il soggiorno; ho camminato soltanto quando c’era da liberare il vialetto dalle foglie secche. Per fortuna, dopo una serie di romanzi sfogliati a tempo perso e riposti intonsi in libreria, sono tornato a leggere grazie al  mio primo Alberto Moravia. Sarà che con lui ho corso all’aria aperta; sarà che mi ha portato fino al mare. Un inchiostro limpido e rigenerante come acqua salata mi ha guidato nel cuore in subbuglio dell’irrequieto Agostino.

Ora provava un vago, disperato desiderio di varcare il fiume e allontanarsi lungo il litorale, lasciando alle sue spalle i ragazzi, il Saro, la madre e tutta la vecchia vita. Chissà che forse, camminando sempre diritto davanti a sé, lungo il mare, sulla rena bianca e soffice, non sarebbe arrivato in un paese dove tutte quelle brutte cose non esistevano. In un paese dove sarebbe stato accolto come voleva il cuore, e dove gli sarebbe stato possibile dimenticare tutto quanto aveva appreso, per poi riapprenderlo senza vergogna né offesa, nella maniera dolce e naturale che pur doveva esserci e che, oscuramente, presentiva.
Tredici anni, orfano di padre, si gode la villeggiatura in compagnia della madre: una donna bellissima e senza nome – figuratevela come la Loren: bruna, le gambe chilometriche, uno scandaloso due pezzi –, che a bordo del pattino flirta con un baldo giovine del luogo. Costretto suo malgrado a reggere il proverbiale moccolo, Agostino sviluppa una gelosia fortissima verso la genitrice. Pur non conoscendo ancora il sesso, il desiderio carnale, l’amore, intuisce l’ascendente che lei ha sui maschi di ogni età. Iperprotettivo, si sorprende a spiarla dalla soglia della porta: nel riflesso polveroso dello specchio, in deshabillé, per la prima volta la vede come una donna; non come una madre.
Crescere significa anche questo, accorgersi che i genitori sono persone con bisogni e debolezze, e tagliare il cordone ombelicale con ordinari atti di ribellione. Entrando a far parte, ad esempio, della cricca di monelli del bagno Vespucci. Fra falò, piccoli furti e tramonti infuocati in compagnia di Berto e degli altri, Agostino si guadagnerà un soprannome – Pisa – e l’iniziale scetticismo degli spregiudicati compagni di giochi. Cos’ha da spartire con loro, se in città può vantare una casa con venti stanze, un autista e un cameriere? Come testare la propria virilità messa in dubbio, se non con le parolacce, le zuffe, le prostitute?

Tuttavia sentiva con dolore che non era neppure simile ai ragazzi della banda. Troppa delicatezza restava in lui; se fosse stato simili, pensava talvolta, non avrebbe sofferto tanto della loro rudezza, delle loro sguaiataggini e della loro ottusità. Così si trovava ad avere perduto la primitiva condizione senza per questo essere riuscito ad acquistarne un’altra.
In questo piccolo classico ho trovato il voyeurismo incantato del film Malena, le prurigini universali di Chiamami col tuo nome, i soggiorni isolani tanto amati di recente in L’isola di Arturo e Storia del nuovo cognome; l’amarezza e le ansie di una “straziante età” che somiglia, in Moravia, a un torbido paese dei balocchi. Il pedaggio va pagato attraverso la rottura simbolica dell’immancabile salvadanaio di ceramica: quanto è alto, tuttavia, il rischio di essere imbrogliati all’ingresso e poi tagliati fuori? Né grande né piccolo, né carne né pesce, il ragazzino rifugge le pose dei coetanei della propria estrazione sociale ma fatica comunque ad amalgamarsi ai monelli indigeni. È destinato a fare la spola tra due stabilimenti balneari, così, alla scoperta dei segreti della malizia. 
Agostino è un sempreverde perturbante e modernissimo, meno memorabile del romanzo di formazione di Elsa Morante ma altrettanto anticipatore. Un racconto freudiano sull’eros e la pubertà, dove al calare del sole s’intravedono le ombre torve della pedofilia e dell’incesto; ma anche i simbolismi, gli attimi e le rivoluzioni tipiche dei migliori narratori. Non temetene la fama. Appassionato e scorrevole, in realtà, porta senza rughe i suoi settantacinque anni e stupisce tutt’oggi per il coraggio di infrangere i tabù più taciuti risparmiandoci la morale dell’ultima riga. All’interno, per fortuna, ci troverete i miei cieli sterminati, il vento e il mare; la nostalgia della libertà e dell’adolescenza, che in giorni come i nostri mi sorprendo a cercare dappertutto. Nell’attesa spasmodica di un’altra estate.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – Sapore di sale