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lunedì 4 marzo 2019

I ♥ Telefilm: La casa di carta | Unbreakable Kimmy Schmidt S04

Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Lo Stato, invece, fa l'opposto: ruba ai poveri per dare ai ricchi, generando in risposta scioperi, proteste e qualche vendetta miratissima. Succede questo nella Casa di carta: la serie spagnola di cui tutti parlavano e sparlavano e che al solito, annoiato a priori dal chiacchiericcio diffuso, ho recuperato soltanto ora. Possibile, mi sono domandato a fine visione, che in questo mondo si siano perse le mezze misure? Amato da qualcuno e detestato da altri, senza vie intermedie, questo heist movie a puntate ha in realtà pregi e difetti che tocca riconoscergli. Ventidue episodi ambientati in una manciata di giorni, un ambiente circoscritto e un genere che, su carta, neppure attirava particolarmente: come poteva reggersi la storia di una rapina epica – obiettivo, la Zecca di Stato: nessuna vittima da mietere, un assedio lungo quasi una settimana, una refurtiva di un migliaio di milioni –, senza annoiare? Ben pensato ma dallo spirito affatto serioso, realizzato per altro da spagnoli tanto esperti con il thriller quanto con la soap opera, La casa di carta unisce azione e introspezione, piani criminali e intrecci amorosi, in una formula vincente che soltanto nella seconda parte fa pesare le lungaggini. I rapinatori imbracciano mitragliatori potenti, portano nomi di città, indossano tute rosse e inquietanti maschere di Dalì, ma hanno storie personali da condividere: con lo spettatore, e con ostaggi a cui a volte ci si affeziona. Se la relazione fra gli insopportabili Tokyo e Rio, i giovani del gruppo, infastidisce per il bagaglio post-adolescenziale che porta con sé e le grane che genera, per fortuna ci si lascia coinvolgere dagli altri: Denver, tonto ma di buon cuore, che si invaghisce della donna che avrebbe dovuto freddare e fa i conti con il tenero papà Mosca; lo spietato Berlino, fascinoso e sardonico, con un tallone d'Achille da scoprire e nessuna voglia di dichiarare resa; il Professore e l'agente Raquel, soprattutto, che si avvicinano man mano in una romantica caccia con lui mente segreta dell'intera operazione, lei donna di potere vittima della misoginia dell'ambiente. Con un paio di interpretazioni di ottimo livello – su tutti, Alvaro Morte e Pedro Alonso – e più di qualche volto già scorto in Èlite, il mio recupero è filato liscio come l'olio benché, strada facendo, i piani della banda si complichino: mettete in conto voltafaccia, sacrifici, repentini cambi di rotta. Il soggiorno? L'ho apprezzato senza né amarlo né odiarlo, senza fare le ore piccole per scoprire quel che sarebbe stato di me e di loro, ma con tanta stima verso gli ideatori – qualcuno deve aver amato profondamente Breaking Bad: gli uomini qualunque trasformati in geni del crimine – e un orecchio di riguardo verso la colonna sonora già cult, con una sigla che passa anche in radio e la nostra Bella ciao, inno di una nuova forma di Resistenza. Mani in alto, questa è una rapina! Non opponete resistenza, collaborate, e tutto andrà per il verso giusto! Inutile fare gli eroi o gli alternativi, osteggiare con le azioni e le parole questi novelli Robin Hood soltanto perché di tendenza, nel bel mezzo di colpi pianificati nel dettaglio dove è cosa semplice scoprirsi affetti dalla Sindrome di Stoccolma. (7,5)

Conosciuta da poco e dopo poco, purtroppo, salutata. Con Unbreakable Kimmy Schmidt si era trattato dell'ennessimo recupero dell'ultimo momento, in previsione di un'ultima stagione che, appunto, alla fine non si è fatta attendere. Nel giro di un paio di mesi, così, ho conosciuto e detto addio a Kimmy: rossa tutto pepe in cerca del proprio posto nel mondo dopo quindici anni di prigionia. La protagonista, confinata in un bunker, scopriva in ritardo le meraviglie di New York. Sulla soglia dei trent'anni, poteva forse rivivere la spensieratezza che le avevano rubato? Sì, se in una comedy di quelle divertentissime e scritte a meraviglia, con tempi comici fuori dal comune e comprimari memorabili. Il momento dei saluti era inevitabile. Soprattutto se con il graduale procedere delle stagioni, quegli episodi più lunghi e sempre meno ispirati, quei protagonisti da sognare già felici e sistemati, avevano già fatto intuire la chiusura nell'aria. È stato meglio così. Unbreakable Kimmy Schmidt parte alla grande, si perde un po' a metà, ma recupera la verve nel congedo: cosa non da poco, sa quand'è meglio fermarsi. Le molestie dei produttori hanno sfiorato anche Titus, attore inoccupato che da anni e anni sogna le luci di Broadway: subirle o denunciare, oppure tacere e andarsene via? Jacqueline, non più la moglie trofeo degli inizi, è ormai la versione in carne e ossa della Princess Carolyn di BoJack Horseman: manager rampante, benché senza un ufficio tutto suo, qui al centro di un'appassionatissima lotta con il collega interpretato da un insospettabile Zachary Quinto. Lilian, invece, con quel misto di assurdità e struggimento che l'hanno resa subito il mio personaggio preferito, scopre che il suo palazzo sta per essere demolito: da lì la folle idea di abitarlo come fantasma, pur di non abbandonarlo mai. E Kimmy? Abbastanza sopra le righe da risultare potenzialmente il personaggio più antipatico dei quattro, chiude le danze con un nuovo obiettivo a lungo termine – diventare scrittrice per bambini – e senza una storia d'amore. Orpello inutile, in effetti, in una favola moderna in cui ci si salva da soli senza mai rinunciare alla magia delle giuste simmetrie: questo metaforico cerchio si chiude, così, con in sottofondo Il cerchio della vita e con un piccolo figurante che confessa a Kimmy di sentirsi meno solo quando c'è lei. Culmine ideale di un finale ordinato e ordinario, consolatorio, ad alto tasso emozionale, con tutto quello che i fan pretendevano e qualche guizzo aggiunto nella sceneggiatura. Sì, bambino, sì: con Kimmy a pranzo e a cena, mi sono sentito meno solo anch'io. (7)

sabato 3 novembre 2018

I ♥ Telefilm: Unbreakable Kimmy Schmidt | Big Mouth S02

Hanno vissuto per quindici anni in un bunker. Pensavano che la vita, fuori, fosse stata spazzata via dai venti di un'apocalisse biblica. Purtroppo per loro, si sbagliavano. Le Donne Talpa rivedono la luce del sole: liberate durante un'incursione militare di tutto rispetto, con il colpevole assicurato alla giustizia e un intero mondo da scoprire. Messa così, la storia di Kimmy potrebbe sembrare la stessa del Jack di Room: anche qui la claustrofobia, le bugie, la scoperta tardiva della libertà. Peccato che lei, più che all'adorabile Jacob Tremblay, somigli alla coinquilina trentenne di New Girl: candida, rumorosa, colorata. Devono essere state le somiglianze con un film e un sitcom da me molto amate a non farmi andare d'accordo, all'epoca, con i modi di questa Kimmy tutta pepe: sopravvissuta sopra le righe con uno sviluppo che pensavo già di conoscere e un'ironia non per tutti. Ci ho riprovato anni dopo, giacché di comedy intelligenti non si ha mai abbastanza, cercando la sua compagnia a pranzo e cena. Durante i pasti, tutti i giorni, per quattro stagioni e un po' – i restanti sette episodi, gli ultimi, andranno in onda il prossimo anno. Per un pelo mi sarei perso un gioiello del suo genere, con tempi comici pazzeschi, cameo d'eccezione – una doppia Tina Fey, la Laura Dern che non t'aspetti e, soprattutto, il predicatore truffaldino di Jon Hamm – e un cast senza un personaggio fuori posto, che spesso e volentieri, a suon di battute vincenti e stramberie nonsense, ha rischiato di farmi andare il boccone di traverso. Il merito, a detta dei più, va alla rivelazione Ellie Kemper, che cerca se stessa, il lavoro e l'amore in una Grande Mela la cui buccia luccica, sì, camuffando l'acidità e i vermi; o ancora alla spalla Tituss Burgess: appariscente coinquilino omosessuale che punta ai musical di Broadway e al cuore di un muratore italo-americano. Ovviamente, fatto a modo mio, pur riconoscendone il talento non mi sono affezionato tanto a loro quanto alle irresistibili comprimarie Jane Krakowski e Carol Kane: la prima moglie trofeo con appartamento con vista che, perso il brillante al dito, perso l'attico, si reinventa senza deporre mai le arie da bionda svampita; l'altra, affittuaria dalla fedina penale losca, rattristata per l'arrivo degli hipster in quartieri malfamati che andrebbero lasciati tali. Qualche calo, percepito però di sfuggita nella continuità del binge watching, è da segnalare giusto in una terza stagione con puntate che superano spesso la mezz'ora e passi un po' incerti. Per il resto, la verve contagiosa di Kimmy Schmidt, più che infrangibile, mi è parsa inarrestabile. Avrei voluto che le mie pause pranzo, così, fossero più lunghe; che non ci fosse il prossimo 25 gennaio come data di scadenza per questo tornado di buonumore che sfida la pioggia, la presidenza Trump e il rischio indigestione. Sarà che nel tempo speso a ridere e mangiar bene c'è sempre tanto, tutto, di guadagnato. (7,5)

Gli esami e l'adolescenza, si dice, non finiscono mai. E la pubertà? Non di certo in Big Mouth, serie animata giunta con straordinario successo alla seconda stagione e finita a sorpresa, lo scorso anno, nella fortuna decina delle mie serie del cuore – lo so, qui si parla di ben altri organi vitali, ma son dettagli. I giovani e smaliziati protagonisti, alla scoperta del proprio corpo e all'occorrenza di quello altrui, ci avevano parlato senza peli sulla lingua di masturbazione maschile e femminile, mestruazioni, omosessualità e genitori in crisi. A tredici anni, a un anno di distanza, meglio non aspettarsi grandi cambiamenti dall'oggi al domani. Né sul piano fisico, né tanto meno su quello della scrittura. Restano i soliti i protagonisti, il linguaggio colorito, le grasse risate. Questa volta si parla però di malattie veneree e contraccettivi, delle sabbie mobili della friendzone, della competizione spietata tra donne, e fa il suo ingresso un altro mostro spaventoso: la Vergogna. Quella con la lettera maiuscola, un mantello nero al seguito e un look alla Nosferatu. La stessa che semina imbarazzo fra coetanei, fa riflettere Jay sull'esistenza o meno della bisessualità, mette sotto la luce dei riflettori un'ultima arrivata con la voce di Jane The Virgin e un seno esplosivo. Si sfatano i luoghi comuni, o almeno si tenta con ritmo e ironia. Anche le ragazze si toccano, sognando a occhi aperti le generose profferte dell'attore Nathan Fillion. Anche i ragazzi cambiano: trovano il coraggio di dire grazie e scusa, in fatto di petting e batticuore. Nick, Andrew e i loro amici devono infatti capire che alla loro età ognuno vive gli stessi drammi, in preda alle stesse creature tentatrici. Come ci vedono gli altri è davvero inconciliabile rispetto a come ci vediamo noi? Se la bellezza della condivisione insegna durante una reunion scolastica alla Sausage Party che mal comune è mezzo gaudio, che si è tutti a bordo di una barca alla deriva tra i flutti della malizia, il rischio di ripetersi si è verificato senza grandi recriminatorie. Certo, alcuni meriti tocca riconoscerglieli: le stratificazioni e gli incastri del geniale quinto episodio, in cui le infezioni sono raccontate come in un horror, le cisti ovariche come in un film di fantascienza al femminile, la vasectomia in una commedia newyorkese alla Woody Allen; le figure eterogenee che popolano l'ultimo – un irrequieto demone in prova, ad esempio, o un gatto accomodante e tentatore che simboleggia la depressione, male affatto sconosciuto in giovane età –, prese in prestito da un Inside Out vietato ai minori. Sempre esilarante, sempre fresco e sincero, Big Mouth è tornato a farci ridere nonostante l'inevitabile venir meno della magia della prima volta insieme; dell'effetto sorpresa. Su Netflix. Sotto le lenzuola. (6,5)