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lunedì 13 aprile 2026

Recensione: Cuore l'innamorato, di Lily King

| Cuore l'innamorato, di Lily King. Fazi, € 18,50, pp. 228 |

È un romanzo che si diverte a bluffare, questo: sarà che, a partire dal titolo, cita un gioco di carte inventato dai protagonisti? Cuore l'innamorato non è quello che sembra, e contiene più storie in una – diversissime per ambientazioni, toni, colori. Arrivato in Italia con una veste grafica degna del più frivolo dei romanzi chick lit, in realtà è una storia arguta, colta e piena di storie: se non fosse stato per il passaparola dei lettori, non l'avrei mai saputo. Diviso in tre parti, racconta tre fasi della vita della narratrice: senza nome, è ribattezzata Jordan come uno dei personaggi femminili del Grande Gatsby.

Senza il tempo, l'eternità fa meno paura.

Nella prima parte, è universitaria con due genitori divorziati, un solo fidanzato nel curriculum e un debito studentesco da capogiro: mentre medita di trattenersi lì per un trimestre in più, dice addio alla giovinezza accanto a Sam e Yash. Migliori amici e cocchi dei prof, hanno una citazione pretenziosa per tutto e, proprio come Jordan, vorrebbero fare gli scrittori. Ne nascerà un'affinità elettiva, dove l'amore, tuttavia, ci metterà lo zampino. Nella seconda parte, ambientata vent'anni dopo, la protagonista ha realizzato i suoi sogni, ha una casa piena di figli e animali, ma non si è sposata con nessuno dei due pretendenti: cos'è successo dopo un'esperienza da ragazza alla pari nei luoghi di Proust, Mann, Celine? Nella terza e ultima parte, il passato - a lungo, ripudiato per legittima difesa - diventerà l'unico rifugio davanti a una rimpatriata col sapore degli addii.

Ti ho amato per tutta la vita. Ci vediamo dopo il prossimo Bang.

La sorpresa è che Lily King è bravissima. Ma, forse, non è una sorpresa: classe 1963, precedentemente pubblicata da Adelphi, ha una lunga gavetta alle spalle e tutta la naturalezza possibile nell'alternare riflessioni etiche ad amplessi in letti minuscoli, la tragedia classica alle vibes di Sally Rooney. Ambiziosi e cerebrali, brillanti e ciarlieri, i suoi protagonisti filosofeggiano come nelle commedie di Allen e danno voce alle loro emozioni esclusivamente nei racconti a cui lavorano. All'inizio, ho amato tutto. A metà, ho storto il naso per i risvolti luttuosi. Alla fine, però, ho pianto: complice una riflessione conclusiva sull'amore, l'esistenza e il tempo sottolineata a penna sulla mia copia. Cuore l'innamorato, insomma, è meglio di quanto suggerisca la copertina e peggio di quel che giurano gli entusiasti. Ma resta una lettura emozionante, capace di riportarti all'età delle grandi scelte e di infonderti nostalgia per un tempo passato senza avvisare. Quando le amicizie sembravano eterne, i sogni a portata di mano e la felicità, tanto che era grande, faceva quasi spavento.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Sei tu

mercoledì 30 luglio 2025

Recensione: La mia ultima storia per te, di Sofia Assante

| La mia ultima storia per te, di Sofia Assente. Mondadori, € 20, pp. 384 |

Com'eravate quindici anni fa? Io somigliavo proprio ad Andrea, il protagonista del romanzo d'esordio di Sofia Assante. Bassino e poco loquace, avido lettore di narrativa americana sin da allora, mi innamoravo dei personaggi femminili di John Green, ascoltavo in macchina Jason Mraz e Avicii, fantasticavo di opportunità di lavoro internazionali e feste esclusive da teen drama. Ambientato tra il presente e il primo decennio degli anni Duemila, questo romanzo è un tuffo negli anni della mia adolescenza a cui, soprattutto se nostalgici, è difficile non volere bene. Conosciamo davvero chi abbiamo accanto? Cosa si nasconde dietro la famiglia perfetta? Sono le domande che riportano Andrea a Roma, dopo il dottorato a New York. Non è bastato mettere un oceano di distanza tra sé e il passato per scordare Elettra, la migliore amica di cui è sempre stato innamorato, e il resto della famiglia Alfieri. Fasciati in abiti di lino pregiato, colti ma inclusivi, belli come stelle del cinema.

Certi eventi, come certi amori, semplicemente non si possono sradicare. Mi passa per la testa questo pensiero: la vera bellezza, il vero amore, hanno sempre qualcosa di terribile.

A metà tra un antropologo e un cavaliere servente, Andrea li ho osservati a lungo, come Nick Carraway contempla l'opulenza di Gatsby tra le pagine del capolavoro di Fitzgerald. Fino, almeno, alla loro caduta. Abbagliato dal loro fascino, non ha mai intuito la tragedia in agguato. Brillante, a tratti perfino divertentissima, quella di Assante è un'avventura post-adolescenziale dal retrogusto malinconico dove partire è solo una scusa per poter tornare. Nonostante qualche pagina di troppo e comprimari dal potenziale non sempre approfondito (i mitici zia Mimì e Arman meriterebbero uno spin-off tutto loro), ha i sospiri delle commedie romantiche e la struttura di un thriller dei sentimenti, con tanto di colpo di scena conclusivo. Imperfetto e strabordante, ma generosissimo, scoppia di storie e passa in maniera sorprendente da un tono all'altro. A volte sembra perdere di vista l'obiettivo. Ma l'autrice, per fortuna, interviene a sciogliere dubbi e nodi, in un finale ambientato nel futuro che verrà tra cinquant'anni. E ci mostra irriconoscibili, invecchiati. Allora avremo forse dimenticato i ritornelli dell'indimenticabile estate del 2008, trascorsa a bere latte e zenzero sul lago d'Orta. Ma il primo amore della Mia ultima storia per te no, mai.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Avicii - Without You
 

lunedì 12 maggio 2025

Recensione: Scelgo tutto, di Valerio Mieli

| Scelgo tutto, di Valerio Mieli. La Nave di Teseo, € 22, pp. 432 |

La vita, spesso, ci pone davanti a un bivio. Ecco biforcarsi due strade destinate a non incrociarsi mai. Come sarebbe percorrerle contemporaneamente anziché scegliere? Può sperimentarlo Cosimo — diciannove anni, da sempre fidanzato con Sabina —, che cova il sogno di una vita sbadabam. Accontentarsi? Una parolaccia. Davanti a sé ha due opzioni: restare nella periferia romana, oppure spiccare il volo. Il regista di Dieci inverni e Ricordi?, questa volta in veste di scrittore, ci mostra in un montaggio alternato le vite potenziali del suo protagonista. Perfino l'impaginazione si adegua, per rendere ancora più cinematografico questo novello Sliding Doors. In una vita, così, Cosimo si ritrova padre di due gemelli e impiegato comunale, con un rudere nei boschi da ristrutturare. Nell'altra, parte per Parigi con lo zaino in spalla e frequenta i cenacoli culturali più elitari. Ci sono, ovviamente, delle costanti: è destino, infatti, che una tragedia metta tutto in forse; che la natura preservi un rifugio segreto in cui nascondersi a leccarsi le ferite; che, in un caso come nell'altro, faccia capolino una nuova donna. A metà tra Mary Poppins e Amèlie, Giacoma diventa un personaggio fisso nella seconda parte del romanzo: avventurosa e un po' mistica, figura ora come babysitter e ora come barista, diventando l'alter-ego di Cosimo. Ma mentre lui osa soltanto immaginare vite diverse, lei ne crea in prima persona, collezionando così esperienze e viavai.

Sai una cosa: invece la realtà non è tanto male. Dagliela, una possibilità.

Da Valerio Mieli mi aspettavo qualcosa di simile e di opposto. Nella lettura ho trovato il passo sognante e frammentario del suo cinema — in particolare del secondo film, che mostrava la stessa storia d'amore dalle prospettive di Luca Marinelli e Linda Caridi —, ma anche un gusto per l'accumulo di dettagli e storie, aneddoti e immagini, che hanno reso la lettura troppo prolissa. Felice o infelici, affollate o ascetiche, le vite di Cosimo hanno le gioie e i dolori delle nostre, ma anche piccoli momenti miracolosi che potrebbe ricordare Sandro Veronesi. Irrequieto come Il colibrì, il protagonista si affanna inseguendo l'eccezionalità. Ingegnere con la vocazione dell'architetto, vorrebbe fare della sua esistenza un capolavoro. Ma è impossibile opporsi al caso, al caos, e all'amara consapevolezza che il nostro destino influenzerà anche quello altrui. Esiste davvero il libero arbitrio? Siamo protagonisti del nostro film, o spettatori inconsapevoli? Davanti al famoso bivio, dunque, Mieli posizione una macchina da presa. E la punta sul mondo. Il tempo scorre in presa diretta, incerto e dolcissimo, ma senza un vero plot né un regista a salvare gli attori dall'empasse. Cercavo il cinema, ho trovato la vita.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Olly – Balorda Nostalgia

mercoledì 5 febbraio 2025

Recensione: Avete presente l'amore?, di Dolly Alderton

| Avete presente l'amore?, di Dolly Alderton. Rizzoli, € 18, pp. 370 |

A quindici anni ho visto 500 giorni insieme. Ricordo distintamente la gioia e la rabbia, lo schermo spaccato in due da un indimenticabile split screen: la realtà contro le aspettative, lui contro lei. Ho ripensato spessissimo all'anti-commedia romantica di Marc Webb — e ad Ahia, l'album dei Pinguini Tattici Nucleari consumato in pandemia —, mentre leggevo della rottura tra Andy e Jen. Dopo quattro anni di relazione, appena rientrati da un viaggio nella città dell'amore, si lasciano: anzi lei, rigorosa assicuratrice, lascia lui, comico che non fa ridere. Mi aspettavo una lettura brillante, leggera, divertente. A sorpresa, ho trovato un manuale bellissimo sulla scienza del crepacuore in cui finalmente è svelato il supremo tabù: anche gli uomini piangono. Possibile che la disamina più profonda sulla vulnerabilità maschile sia opera di una donna?

Non lasci andare qualcuno tutto in una volta. Dici addio nell'arco di una vita intera. Magari puoi non pensare a lei per dieci anni, poi senti una canzone che te la ricorda o finisci in un posto dove una volta siete stati insieme, ed ecco che qualcosa che avevi completamente dimenticato riaffiora in superficie. E dici un altro addio. Devi essere pronto a lasciarla andare un migliaio di volte.

Credibilissima, l'inglese Dolly Alderton fa di Andy l'archetipo del trentacinquenne medio: spaventato dalla calvizie e dalla solitudine, si rifugia nelle chat e rinuncia ai carboidrati, si strugge con Bon Iver e sperimenta la convivenza con coinquilini sconosciuti. La gente si lascia in continuazione, lo consolano. Ma queste parole, intanto, arrivano da coetanei troppo impegnati per fare un salto al pub. Quand'è successo di trovarsi in un'età più vicina ai cinquanta che ai venti? Com'è possibile guarire se tutto, perfino un profumo o una fantasia masturbatoria, ci ricorda lei? Questa storia, però, appartiene anche a Jen. Siamo sicuri, infatti, che nel film Zoey Deschanel fosse una stronza senza cuore? Pur non tradendo mai il punto di vista di Andy, fallito nel lavoro e nell'amore, Alderton ricorda anche le difficoltà dell'essere donna oggi: l'orologio biologico, le pressioni sociali, l'angoscia di trovarsi in un vicolo cielo se senza figli né anello al dito.

Qualche volta è piacevole non essere una cosa che cerca disperatamente di essere una persona.

Mentre si accumulano gli episodi esilaranti — la notte in una casa galleggiante, la convivenza con un vecchio complottista, la frequentazione con una ragazza della generazione Z che giudica tutto “cringe” —, Andy prende nota. Spera che, prima o poi, possa condividere ogni dettaglio con la sua Jen, nel frattempo bloccata su Instagram. E che, magari, la sua alienazione, le sue lagnanze, il suo dolore possano ispirare uno spettacolo più convincente dei suoi sketch triti. Se pensate che l'arte imiti la vita e che autocommiserarsi sia un diritto inalienabile del maschio, troverete un po' di voi tra queste pagine. I coniugi di Storia di un matrimonio scrivevano una lettera dove il lutto rimava con la celebrazione del passato. Dolly Alderton, destinata a restare una sorpresa delle sorprese letterarie del 2025, ne fa un irresistibile spettacolo di stand-up.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Islanda

giovedì 16 gennaio 2025

Recensione: Tu sei qui, di David Nicholls


| Tu sei qui, di David Nicholls. Neri Pozza, € 20, pp. 384 |

Lei, Marnie, è un'editor di città. Sposata e divorziata ancora prima dell'arrivo dei trent'anni, patisce il fatto che i protagonisti dei libri che corregge facciano più sesso di lei. Lui, Michael, è un professore di geografia. Ferito nel fisico e nei sentimenti, nasconde sotto i maglioni infeltriti i dolori per il matrimonio naufragato a causa dei problemi di infertilità. Uguali ma diversi, faticano entrambi a riprendersi e, come animali feriti, preferiscono rifugiarsi nella solitudine. Hanno realmente chiuso con l'amore, o l'hanno soltanto offerto alla persona sbagliata? David Nicholls, da sempre un fuoriclasse in materia di commedie romantiche, torna in libreria con un'altra storia perfetta per diventare un film. I dialoghi sono brillantissimi, i toni nostalgici, lo spunto cinematografico: spinti da amici comuni, infatti, i protagonisti si metteranno alla prova con un trekking costa a costa. Trecento chilometri, puntando dritti al mare.

C’è una sorta di tirannia anche in questo, nell’idea che la vita debba essere piena, come se fosse un buco che devi continuare a riempire, un secchio che perde, e non basta riempirla, devi anche farti vedere che la riempi. Devo per forza avere hobby, progetti, amanti? Devo per forza eccellere?

Tra piogge torrenziali e schiarite, laghi gelati e paesini sommersi, stanze da incubo e playlist condivise, passeggeranno nei luoghi di Wordsworth e delle sorelle Brontë parlando di amore, sesso, vita, morte. Benché il lieto fine appaia questa volta dietro l'angolo, vietato dubitare del tocco inconfondibile dell'autore di Un giorno. Anche se non destinati alla tragedia, Marnie e Michael appaiono struggenti coi loro ordinati dispiaceri: la genitorialità mai arrivata, l'ansia sociale peggiorata con il lockdown, la difficoltà di stringere rapporti sinceri dopo i quaranta. Ma a furia di camminare i calcagni si induriscono, il passo si fa più svelto, la lingua si scioglie. Anche la socialità è un muscolo che va allenato, per scongiurare l'atrofia? Ambientato in una natura aspra ma mozzafiato, Tu sei qui ha per colonna sonora i No Doubt e il picchiettare della pioggia sul cappuccio cerato. Soprattutto, la medesima gentilezza degli escursionisti che, quando ti incrociano, ti salutano sempre. Sul finire dell'anno appena passato, così, ho sognato anch'io la crisi di mezza età e un viaggio coast to coast.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Joni Mitchell – Blue

mercoledì 13 novembre 2024

L'amore secondo Netflix: Nobody Wants This | Heartstopper S03 | One Day

Lui è un rabbino da poco uscito da una lunga relazione e in attesa della promozione della vita. Lei, invece, è l’autrice eternamente single di un popolare podcast sul sesso. Come nel più classico dei boy meets girl degni di questo titolo, i due – per quanto siano agli antipodi – si incontrano e fanno le scintille promesse. Le famiglie e gli amici, intanto, borbottano. Facendo leva sull’ormai abusato effetto nostalgia, Nobody Wants This è giù un successo rinnovato in tempi record per una seconda stagione. La formula, semplice ed efficace, si limita a far innamorare due degli attori più iconici di una generazione fa – e a farci innamorare nuovamente di loro, ormai bellissimi e spiegazzati quarantenni. Peccato che, a dispetto del talento del redivivo Adam Brody e della prezzemolina Kristen Bell, la loro serie sia una comedy innocua, antiquata, alquanto noiosetta (userei gli stessi aggettivi per il film Tutti tranne te, similmente accolto alla stregua di classico istantaneo), che fa parlare di sé soltanto perché i leggendari Seth Cohen e Veronica Mars si scambiano per la prima volta tenerezze. Più che a una serie Netflix di ultima generazione, somiglia a uno di quegli show dei primi anni Duemila rubati agli oziosi pomeriggi adolescenziali di Italia Uno. Che il titolo avesse ragione? (5,5)

Nick e Charlie stanno crescendo. Ormai sedicenni, iniziano a porsi i primi problemi dei grandi: disturbi alimentari, sesso e università tra cui scegliere. Dolcissimi come sempre, anche se più provati che in passato, continuano a essere l’anima di una commedia romantica surreale ma bella, che poco somiglia, purtroppo o per fortuna, all’adolescenza odierna. In un mondo senza bullismo né discriminazioni, questa volta appare eccessivamente forzata la dimensione corale: pur di includere in ogni puntata quei comprimari variopinti, amichevoli, queer, salta puntualmente fuori una festa, un campeggio, un concerto. Non c’erano modi meno macchinosi, mi domando, per riunirli? Nella stagione più ripetitiva e monotona, però, si nasconde a sorpresa anche l’episodio più prezioso delle tre: un gioiello di scrittura e sensibilità – due punti di vista complementari, lo struggimento della lontananza, un corto sperimentale girato la notte di Halloween – che si termina con gli occhi lucidi e il sincero bisogno di averne altrettanti di così ispirati. Sarebbe stato un finale di stagione ben più memorabile da quello scelto dagli sceneggiatori. Per Kit Connor e Joe Locke, nel frattempo, si prospettano carriere in crescita. Quanto toccherà aspettare per ritrovarli? (7)

Li ho conosciuti all'età di quindici anni. Li ho incontrati nuovamente dopo aver spento trenta candeline. Emma e Dexter – una delle mie coppie preferite di sempre – tornano a un decennio di distanza dall'omonimo film. Ci pensa Netflix, che promette maggiore aderenza al romanzo e offre un ottimo trampolino di lancio a due interpreti che faranno strada: Leo Woodal e Amika Mod. Fedelissima al materiale di partenza – a tratti anche troppo –, questa seconda trasposizione ripropone tutti gli elementi del libro cult: meno, purtroppo, la magia tra i protagonisti. Bravi ma troppo acerbi, gli attori mancano di chimica e fanno rimpiangere  Jim Sturgess e Anne Hathaway. Non aiuta il pressappochismo della messa in scena. Nonostante una storia d'amore lunga vent'anni, Emma e Dexter non sembrano invecchiare mai: Woodal, ad esempio, conserverà il ciuffo biondo del primo episodio per tutto il tempo. Nonostante l'iconicità degli anni Ottanta-Novanta, inoltre, non sono riuscito a respirarli: l'algoritmo  appiattisce tutto sotto un'aria patinata e, in nome dell'inclusività, regala al personaggio femminile origini indiane. Ho preferito il romanzo? Assolutamente. E il film – sì sintetico, ma capitanato da un eccezionale duo attoriale? Sì. Ho pianto comunque, arrivando a un epilogo arcinoto? Inutile chiedermelo. Non mi riprenderò mai da questa cotta, né dal crepacuore che ne consegue. (6,5)

martedì 29 ottobre 2024

Recensione: Figlia del temporale, di Valentina D'Urbano

Figlia del temporale, di Valentina D’Urbano. Mondadori, € 20, pp. 312|

L'amore, per Valentina D'Urbano, è una cosa seria. In un mondo editoriale in cui parlare di sentimenti è guardato con pregiudizio, lei osa storie di amori assoluti, totalizzanti, tragici. Questa volta, a oltre dieci anni dal suo esordio, ci porta nell'Albania degli anni Settanta, su un altopiano popolato da uomini col fucile e donne al focolare. C'è un valico proibito a separare l'Albania dal resto del mondo. È possibile sconfinare? L'autrice, che nell'insuperato Isola di Neve aveva inventato con dovizia di particolari la geografia di un'isola che non c'era, è chiamata a rievocare i rituali di un piccolo mondo antico con l'approccio documentaristico del cinema di Maura Delpero. Le descrizioni sono meticolose come non mai. I costumi albanesi ci si svelano nel loro fascino e nelle loro contraddizioni: si legge il futuro nei fondi di caffè, durante le nozze le spose vestono di rosso e gli sposi ricevono in dote una cartuccia di fucile, e qualche volta le donne possono sfuggire a un destino prestabilito rinunciando per sempre alla loro femminilità. Le chiamano vergini giurate. La protagonista, Hira, è una di loro. 

La natura la puoi nascondere, però non la puoi fermare.

Quand'è che una ragazza di città come lei, figlia di un comunista prezzolato, si è trasferita sulle Montagne Maledette? Perché si è rasata i capelli, si è trasferita in un tugurio e ha fatto suo un nome di lupo, un nome di maschio: Mael? Prima del rifiuto di essere sposa o madre, sono necessarie duecento pagine in cui la natura è la protagonista incontrastata: anche a discapito della trama. È lì, tra gelate, miseria e retate, che Hira si scopre attratta dal cugino Astrit: un ragazzo silenzioso come uno spettro, per il quale la montagna non ha segreti e il cui lessico sentimentale è fatto di morsi e grugniti, di tenerezza mista a ritrosia. Più trattenuta, D'Urbano fa sua la reticenza di un'altra cultura. L'intreccio si assottiglia, e si ha la sensazione che troppo sia stato riassunto in quarta di copertina. Lo sguardo, sempre riconoscibile, è fisso su un personaggio talmente forte che le sue scelte, a tratti, appaiono radicali, troppo repentine. Il tema delle vergini giurate, centrale in un bel film di Laura Bispuri, ha un potenziale non completamente sfruttato.

Anche le bestie a volte non sono capaci di stare da sole. 

Si sarebbe potuto parlare di rapporti di genere, perfino di omosessualità o disforia all'occorrenza. L'amore tra Hira e Astrit ricalca invece quello tra Alfredo e Beatrice, Celeste e Nadir, lasciando che l'aderenza ai precetti del Kanun diventi poco più che un espediente: il giuramento, infatti, è il mezzo per rendere ancora più ostacolato un amore già impossibile. Ma la natura, per fortuna, è inarrestabile. Anche quella umana. E il seno strepita, anche quando compresso nelle bende. E il sangue mestruale scorre, anche in calzoni maschili. Allo stesso modo appare contro natura arrestare il desiderio, in un romanzo in cui c'erano i prerequisiti per parlare più approfonditamente di dinamiche rimaste inedite.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Beyoncé - If I Were A Boy

venerdì 3 maggio 2024

“Un giorno”, tre lustri dopo: il cult di David Nicholls riletto a trent'anni

| Un giorno - One Day, di David Nicholls. Beat, € 15, pp. 489 |

Ho detto addio per sempre ai miei vent'anni in compagnia di David Nicholls. Avrei voluto rileggerlo da un po'. Il bisogno, poi, si è fatto urgenza con l'avvicinarsi del mio compleanno. Lo avrei festeggiato lontano da casa. Alla mia tavola, intento a soffiare sulla trentesima candelina, avrei avuto soltanto facce nuove; gli amici di oggi. E quelli storici? E il mio passato? Nell'impossibilità di averli con me, ho fatto posto a Emma Morley e Dexter Mayhew: li conosco come le mie tasche, in fondo, dalla metà esatta della mia vita. Quando li ho incontrati per la prima volta, al ginnasio, erano più grandi di me: con il loro odore di vino e sigarette, con il sogno di cambiare il mondo, mi sembravano irraggiungibili. Lei con una citazione letteraria per ogni occasione, lui con le Oxford ai piedi anche nelle scarpinate; lei con gli occhiali a fondo di bottiglia sfoggiati come una medaglia al merito, lui perennemente in posa come una stella del cinema italiano. Non sapevo ancora che avrei vissuto le stesse crisi, gli stessi strappi, le stesse frustrazioni. Non sapevo ancora che, soprattutto a venticinque anni, ci si sente tutti persi. Me lo sono ripetuto come un mantra dopo la laurea (insieme a un'altra frase cult: «Ti amo, ma non mi piaci più»), quando la cruda luce del giorno ha mostrato la spaventosa fragilità dei miei ideali: in balia del precariato, ho seguito le tracce di Emma. Come lei, insegno Lettere e vado al cinema per le rassegne di Kieslowski. Ma, sempre come lei, non smetto di sognare una mansarda parigina in cui rifugiarmi a scrivere in attesa del mio sudato lieto fine. Cosa ne sa invece Dexter: un bellimbusto che lavora in TV ed è sempre troppo brillo per aggiornare la lista delle sue amanti? A questa ennesima rilettura, mi è parso meno superficiale che in passato; non mi ci sono rivisto, ma ho visto in controluce quel suo cuore buono massacrato dagli eccessi, dai rovesci di fortuna, dalle coincidenze mancate.

Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”, di solito il consiglio era questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva o eri di cattivo umore? Molto meglio cercare di essere buoni e coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio cambiare il mondo, ma il pezzettino di mondo intorno a te. Esci allo scoperto con la tua passione e la tua macchina da scrivere e impegnati al massimo per… qualcosa. Magari cambia la vita degli altri con l’arte. Coltiva le amicizie, non tradire i tuoi principi, vivi intensamente, appassionatamente. Apriti alle novità. Ama e fatti amare, se ti capita la fortuna.

Emma si piega, ma non si spezza: ha dalla sua la costanza di chi continua a innaffiare perfino un'amicizia che, a volte, somiglia a un bouquet appassito. Dexter, restio a lasciarsi istruire con letture impegnate, resta incastrato sotto una maschera che fatica a calzargli una volta sfumato l'ardore giovanile: in crisi d'identità, chi è quando né i riflettori né l'adorazione di Emma lo illuminano più? Adorabili, affiatati e frustranti, ormai al centro di ben due adattamenti, sono ricordarti a torto come i protagonisti di una storia strappalacrime. Un giorno, in realtà, è una commedia brillantissima nello stile di Harry ti presento Sally, animata dal ritmo perfetto dei dialoghi cinematografici e da una scrittura pervasa dalla stessa malinconia di certe Polaroid. Più che a un'istantanea, però, questo romanzo somiglia alle foto in movimento di Harry Potter: in 500 pagine ecco che tutto cambia, ecco che tutti cambiano. Si passa dalla leggerezza degli anni Ottanta alla tragedia degli attentati terroristici, dai messaggi in segreteria ai primi cellulari, dalle lauree ai matrimoni; arrivano poi i figli, i mutui da pagare, le separazioni, il metabolismo rallentato, le rughe d'espressione. I corpi si inflaccidiscono, le volontà si infiacchiscono. L'irrequietezza iniziale lascia spazio al consolante trantran della mezza età: soltanto litigare di politica estera, allora, garantirà alla coppia annoiata un sussulto inatteso.

Forse era condannata a essere una di quelle persone che passano la vita a provarci.

In Nicholls mi sono visto come attraverso uno specchio deformante. Contemporaneamente e di colpo, ho avuto la consapevolezza di chi ero, sono, sarò. È troppo presto per immaginarmi a quarant'anni; ma intanto sorrido già ai bambini per strada, scorro le inserzioni degli appartamenti in vendita, ingollo pasticche di Bioscaline per prevenire la stempiatura. Scommetto che Emma e Dexter ci saranno anche allora, pronti a saltare fuori come una lettera d'amore dimenticata in India tra le pagine di Casa Howard; come un ritornello di musica leggera che, sparato di ritorno dalla gita scolastica, a sorpresa legherà me e i miei studenti in un canto intergenerazionale. Sono nato il 4 aprile: un detto popolare dice che, se piove quel giorno, pioverà per quaranta giorni. Il “giorno” di Nicholls cade il 15 luglio: i goccioloni a San Swithin sono sintomatici di un'estate piovosa. Coincidenze, dite? A quindici anni credevo che i film, i libri, le canzoni cambiassero la vita. A ventinove, mi davo dell'illuso. A trenta ho espresso un desiderio: non svilire mai la meraviglia degli adolescenti che siamo stati. A giudicare dalla sommessa euforia di questa rimpatriata, ho sempre avuto ragione. Ho riposto l'ombrello, piantato le candeline col numero trenta alla base della mia pianta grassa: sarà una primavera serena. Em e Dex, mancate sempre. Mancate già.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Smiths - There Is a Light That Never Goes Out

lunedì 18 marzo 2024

Recensione: Le nostre mogli negli abissi, di Julia Armfield

| Le nostre mogli negli abissi, di Julia Armfield. Bompiani, € 18, pp. 250 |

Il sangue e il mare hanno una composizione chimica simile. Le prime forme di vita sono nate dall'acqua: nelle nostre ossa abbiamo un po' del sale dell'oceano. Leah, biologa, è cresciuta ascoltando questi e altri aneddoti. Intrigata dai misteri degli abissi, li ha raccontati anche a Miri, sua moglie, facendone fiabe della buonanotte piene di zanne e tentacoli. Parimenti incantevole e sinistro, il primo romanzo di Julia Armfield è un diario di bordo su una coppia e un sottomarino condannati alla deriva. A capitoli alterni ci spingiamo nei pensieri delle due protagoniste, con il desiderio inquieto di assemblare una a una le tessere di un puzzle dal disegno confuso. Leah, partita per una missione a diecimila metri di profondità, torna a casa dopo cinque mesi di assenza: costretta in uno spazio ristretto con altri due scienziati, disorientata dal buio pesto e dalle istruzioni dei capispedizione, si è spinta in un luogo infestato in cui, contro ogni pronostico, c'era vita. Fragile e ipocondriaca, tormentata dal pensiero della malattia genetica che ha recentemente ucciso la madre, Miri elude invece l'attesa fantasticando sui vicini di casa rumorosi e visitando forum su ragazze scomparse.

Sai, mi piace entrare al cinema quando c'è ancora luce e uscire quando fuori è buio. Mi fa pensare al fatto che la città non è mai la stessa. Cioè, al fatto che tutto cambia. Ogni sera, ogni minuto, qualcosa finisce e non sarà più come prima.

Quando Leah viene tratta in salvo, Miri la aspetta a braccia aperte all'uscita del Centro. Ma l'altra, elusiva, non ricambia la stretta: rifiuta cibo e carezze, soffre di epistassi, ha un colorito insalubre, fa scorrere l'acqua della vasca per tutta la notte. Irraggiungibile, sembrerebbe essere divorata dalla nostalgia. Ma di cosa? Perché Leah, così prodiga di storie in passato, glissa proprio sull'ultima che ha vissuto? Ai primi appuntamenti si scambiavano baci al gusto popcorn, guardando i classici di Bava, Cronenberg e Spielberg. Alle feste indossano vestiti che le avvolgono come bozzoli di una crisalide. Nei loro incubi perdono i denti e ospitano larve nell'incavo delle guance. Sul pannello di controllo del sottomarino, immancabile, troneggia un portafortuna a forma di Chtulu. Le nostre mogli negli abissi ha le caratteristiche dei sad hot girls, ma padroneggia il lessico dei body horror. Perfino con il peggio in atto le protagoniste cercano disperatamente di ripristinare l'antica normalità. Stavolta in bagno, utilizzando il water come base d'appoggio, continuano a rifugiarsi in film di serie B che trattano di invasioni, scuoiamenti, metamorfosi.

Il problema non è che è stata via, è che durante la sua assenza non c'era niente di normale. Non è dura perché è tornata, è che non sono sicura che sia tornata davvero.

Servono gli horror per ricordarsi di un amore totalizzante, a tratti violentissimo nei litigi. Servono gli horror per raccontarsi i corpi fusi nel culmine del sesso o la miracolosa banalità del tenersi per mano: quando si è vicini, infatti, l'arto del partner sembra un'escrescenza spuntata direttamente dai nostri tessuti. Ho letto di loro in apnea, sul chi vive. Affascinato dalla voce di sirena dell'autrice e angosciato dall'andamento di un romanzo in cui, anche a poche pagine dalla fine, si resta in attesa di un guizzo sotto il pelo dell'acqua. All'apparenza non succede niente di rilevante; in superficie non si intravedono che lievi increspature. Cosa accade però negli abissi? Tra le righe? È laggiù che si agitano i significati di una storia lugubre e quiescente, dal linguaggio cifrato, in cui i giorni perdono di senso e l'amore coniugale minaccia di sciogliersi in una massa cangiante a causa di una convivenza forzata. Niente è più lo stesso. Nessuna è più la stessa. Al centro di una terapia di coppia su come elaborare le diverse consapevolezze maturate in una relazione a distanza, le due mogli osservano i loro anniversari da un oblò e, dopo averlo sfidato controcorrente nel tentativo di opporsi al divenire naturale della vita (e della morte), assecondano il moto delle onde. E rompono la veglia a cui hanno condannato i loro lettori, ormai commossi, con una parabola in cui non è importante che gli amori siano eterni, purché ci insegnino a nuotare.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Olivia Rodrigo - Vampire 

venerdì 1 marzo 2024

Recensione: Estranei - All of Us Strangers, di Taichi Yamada

| Estranei, di Taichi Yamada. Nord, € 16, pp. 216 |

Uno sceneggiatore in crisi sentimentale e creativa, pessimo nel gestire i rapporti interpersonali – in particolare con le moglie, fidanzatasi nel frattempo con il migliore amico, e con il figlio universitario –, sperimenta gli scherzi delle solitudine nel torrido agosto di Tokyo. La città, calda e trafficata, sembra essersi svuotata. Il condominio di cui occupa un appartamento al settimo piano, stipato di uffici, si spopola al calare della sera. Siamo in un romanzo giapponese degli anni Ottanta, a cui l'omonimo di Andrew Haigh (al cinema da ieri) si è soltanto liberamente ispirato. Siamo in una storia di fantasmi, a tratti sorprendentemente horror, in cui la soglia tra vivi e morti sa farsi labile. Il giorno del compleanno del protagonista coincide con una festività buddista chiamata O-bon: una ricorrenza in cui, un po' come il due novembre, si è soliti celebrare i propri defunti. E parlarci? Tornato a quarant'anni di distanza nel quartiere in cui è cresciuto, ormai zeppo di cinema dismessi e lotti abbandonati, il protagonista è ospite di una giovane coppia: dopo un pomeriggio passato a bere birra e whisky, si congeda da loro e, sul taxi del ritorno, piange di malinconia. L'uomo e la donna sono i suoi genitori, morti quando lui aveva dodici anni appena. È la fantasia del protagonista ad animarli, o c'è qualcosa di soprannaturale in atto? Una forza mortifera che minaccia di strapparlo alla realtà, all'insegna di un passato idealizzato in cui può atteggiarsi a figlio devoto?

Non sparire, adesso.

Considerato un maestro del genere in patria, Yamada punta tutto sulla fascinazione delle atmosfere e su una scrittura lineare, ma capace di sensazioni ambigue. Vietato aspettarsi lo stesso struggimento del film omonimo, che già con il trailer ci ha miseramente ridotti in lacrime. Resta, tuttavia, una profonda tenerezza nel figurarsi il protagonista bearsi delle mille premure dei familiare; godersi la quieta gioia mai sperimentata da bambino. Ma qui ci si domanda costantemente: i genitori redivivi sono spiriti benevoli o demoni sanguinari? In un limbo su misura dove l'immaginazione viene preferita alla realtà, l'ossessione per i morti rischierà di allontanarlo da Kei: una vicina di casa segnata da profonde cicatrici che, come nel mito di Amore e Psiche, domanda di non essere osservata alla luce dell'abat-jour. Fiaba cupa e minimalista sulle leggi imperscrutabili dell'aldilà, la controparte letteraria di Estranei è come un lungo corridoio angusto. A seconda del nostro stato d'animo, può ispirare smarrimento o terrore.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Pet Shop Boys – Always On My Mind

lunedì 19 febbraio 2024

Recensione: Cuore nero, di Silvia Avallone

| Cuore nero, di Silvia Avallone. Rizzoli, € 20, pp. 368 |

Nelle ultime settimane ho recuperato Mare fuori. L'ho visto in apnea. Ne ho parlato a lezione con i miei studenti, citando ora gli amanti rivali di Shakespeare e ora Manzoni, con quella testa calda di Renzo in fuga da Milano. L'ho divorato, ma criticato, facendo riflettere i più giovani sulla romanticizzazione della criminalità, sull'approssimazione della sceneggiatura e della recitazione, ma soprattutto sulla pecca maggiore: perfino nella furia compulsiva del binge watching non può sfuggire la completa assenza di speranza in una produzione pensata per un target adolescenziale. Per i beniamini del pubblico non c'è riscatto: quando escono dall'IPM di Napoli sono destinati o a ritornarci, o a moririre. Ho alternato alla visione l'ultimo romanzo di Silvia Avallone: provvidenzialmente, un'altra storia che similmente parla di carcere minorile, amicizie fatali, giovinezze interrotte. Qui, tuttavia, c'è ciò che manca alla produzione Rai: una riflessione sulla fatica di ricominciare. Non altrove, bensì da sé stessi. Dopo un'adolescenza spesa nel minorile di Bologna, c'è chi non riesce a riscattarsi e si toglie la vita; c'è chi non soltanto si reinventa, ma nel frattempo si è diplomato o finanche laureato; infine c'è Emilia, la protagonista, che in fuga dalla gogna mediatica si rifugia in un eremo irraggiungibile ai confini del Piemonte. A Sassaia non ci sono strade percorribili in macchina, televisori, persone che possano ricordare i dettagli di cronaca. Quel borgo fantasma che ha ospitato streghe, eretici e partigiani conta due abitanti appena: con l'arrivo di Emilia, tre.

Ora ti sembrerà impossibile. Ma io ti garantisco che tutto passa. E, se non può passare, cambia.

La donna, ormai trentunenne, è disabituata al silenzio, alla tecnologia, a uomini che non siano suo padre. Ferma all'estate dei suoi quindici anni, ai poster di DiCaprio e Britney Spears, è la caricatura di una teenager controcorrente, tutta sigarette e scarponi. Reagisce alla libertà come un cerbiatto accecato dagli abbaglianti. Diffidente, non si fida nemmeno di Bruno: un solitario maestro elementare che lascia le castagne migliori in dono ai defunti genitori e combatte l'analfabetismo della valle nell'impossibilità di fare altrettanto coi propri dolori. Leggerà poesie per fare addormentare Emilia. Ci andrà a letto prima di conoscere il suo nome: troppa la fame di calore umano. Si innamorerà di lei, ricambiato, senza conoscerne l'oscurità interiore. Cosa penserebbe lui, vittima dell'ingiustizia, della relazione con lei, carnefice? A raccontarci la loro storia è Bruno, a lungo ignaro, che costruisce la nuova routine di coppia su una fragile bugia in cui hanno entrambi il disperato bisogno di credere. Ma Cuore nero non è soltanto il resoconto di un incontro vissuto con l'entusiasmo febbrile di una seconda adolescenza. È soprattutto l'esame di una coscienza sporca, logora, che per trovare rattoppi ha dovuto conoscere la detenzione: con le sue privazioni, con le sue amicizie e inimicizie, con l'autolesionismo e gli psicofarmaci, ma anche con l'istruzione carceraria.

Ti dicono: “Vai, sei prosciolta”, ma è solo una parola. Come troia e ti odio nel diario dei sedici anni. La verità è che non ti puoi sciogliere da te stessa, che non c'è modo di tornare indietro, sistemare le cose, tirare un sospiro di sollievo e, finalmente, andare avanti.

Grazie alla prof giusta, le detenute scoprono Dante e Dostoevskij. Sostengono la maturità da privatiste, commosse dall'opportunità di mimetizzarsi per una volta con i loro coetanei. «Stronze, troie e regine», corrono perfino alle urne. Tra un romanzo e l'altro, l'autrice ha insegnato scrittura creativa in carcere. Ha dialogato con detenuti, educatori, giudici. È nata così una vicenda sì d'immaginazione, ma attentissima ai sogni e agli incubi dei diseredati. Com'è la neve vista da dietro le sbarre? Cosa significa scoprire il sesso a trent'anni? Quanto è profondo l'abisso, quanto difficile coltivare fiori sul suo bordo vertiginoso? Tragico, commovente e realistico, questo ritorno in libreria colpisce e affonda grazie a due protagonisti chiaroscurati e al calore di una scrittura che infonde quiete. Avallone non è più l'autrice arrabbiata degli inizi. È cresciuta, e la ribellione dell'esordio ha lasciato spazio a maturità e consapevolezza. La leggo e la immagino in pace. In Emilia è possibile scorgere traccia dei vecchi spigoli di Silvia, dei prefabbricati industriali e dei sentimenti morbosi di Acciaio, ma il meglio di lei è in Bruno: un omone a cui dona grazia, pacatezza, empatia. È lui a spiegare si suoi alunni che la nostra lingua è viva: cambia, si evolve. Gli errori di ortografia sono legittimi. Si impara a furia di sbagli, e c'è speranza anche per Martino Fiume, un discolo che proprio non vuol saperne di applicarsi. Ha sbagliato anche Emilia: un'anima smarrita da ricondurre sulla retta via dell'auto-assoluzione. E in discoteca, nella notte Capodanno, in un passo a due sulle note di un tormentone di Gigi D'Agostino. Il male dietro. Il mare fuori, certo, ma a un passo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gigi D'Agostino – L'Amour Toujours

giovedì 1 febbraio 2024

Recensione: Il nostro grande niente, di Emanuele Aldrovandi

| Il nostro grande niente, di Emanuele Aldrovandi. Einaudi, € 17, pp. 200 |

Avete mai immaginato il vostro funerale? I volti dei parenti contratti dalle lacrime, i discorsi commemorativi, la piccola foto sulla lapide. Avete mai fantasticato su come la vita andrebbe avanti, nonostante voi? Matrimoni, nascite, altri funerali ancora. Vi siete mai chiesti, sentendovi soli e incompresi: se io morissi qui, sul colpo, a chi mancherei davvero? L'esordio di Emanuele Aldrovandi è una storia d'amore e perdita costruita su questi interrogativi: nel corso della lettura, diventeranno un'ossessione. Da quando il protagonista è morto in un incidente stradale, la sua compagna sta lentamente venendo a capo del letto disfatto, della libreria disordinata, delle briciole accanto al computer, della mancata maratona di Star Wars. Lui autore teatrale, lei editor, si conoscevano sin dagli anni del liceo. Giovani, affiatati, ironici, avevano un soprannome per ogni amico; la passione per gli Smiths e i Radiohead; l'hobby di passeggiare nei cimiteri. A raccontarceli è il protagonista stesso, che come Casey Affleck in A Ghost Story continua ad aleggiare nella casa che gli è appartenuta. Mentre lui è cristallizzato nel tempo, l'esistenza altrui scorre velocemente: anche quella della sua vedova, che dopo un po' riprende a mangiare, sorridere, amare.

Sarebbe bello poter piegare il tempo in due, come se fosse un foglio di carta, farci un buco e congiungere il presente con il passato. Io potrei essere ancora vivo, nel passato. Attraverso quel buco potrei allungare la mano e stringere la tua, nel presente.

Non vi rivelo come né perché, ma questo insopportabile struggimento, purtroppo o per fortuna, dura poco. Quando lo spunto narrativo sembrerebbe essersi in fretta esaurito, infatti, tutto cambia. Il romanzo si riavvita su sé stesso in un tuffo carpiato e nella seconda metà assume un'altra connotazione, nuova vita (anche a rischio di scontentare qualche lettore). Ma gli interrogativi restano, pronti a tormentarci e a tormentare anche questi amanti per tutto il tempo senza nome. Scritto in seconda persona, privo di una grande evoluzione ma al contempo denso e stratificato, Il nostro grande niente ci riserva salti indietro e in avanti, sogni lucidi e universi paralleli alla La La Land, più domande aperte che risposte preconfezionate. Forte di dialoghi profondamente cinematografici per nitidezza e citazioni, mescola filosofia e fede, sacro e profano. E, seppure nella tragedia, riesce anche a divertire grazie a un narratore polemico e nichilista, intrigato sin dall'infanzia dai come e dai perché, ma disposto a mettere tutto in discussione per le nuove, brucianti consapevolezza che morire gli ha donato: siamo tutti sostituibili, l'attrazione è una reazione chimica, la vita è meccanicismo. Perfino l'amore disperato delle prime pagine, così, viene messo al vaglio: dietro la coppia felice degli inizi c'era predestinazione o soltanto casualità?

Come avevo fatto ad arrivare fino a trent'anni senza impazzire? Voi come fate?

Leggero ma pieno degli interrogativi che tutti noi ci siamo posti, almeno una volta nella vita, Aldrovandi è la voce dei trentenni a un bivio. Quale traccia lasceremo del nostro passaggio su questa terra? Siamo preoccupati dagli sconvolgimenti climatici e dal precariato: non vogliamo figli e, in fondo, speriamo che il mondo smetta di battere insieme al nostro cuore. Siamo cinici, ma sentimentali. Siamo atei, ma affamati d'eterno. Ad aprile farò trent'anni. Se interrogato, risponderei che non credo in niente. Ma ci spero. Ecco, questo romanzo è così: un po' di speranza contro il terrore della nostra finitezza.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Pearl Jam - Just Breathe

mercoledì 11 ottobre 2023

Recensione: Polveri sottili, di Gianluca Nativo

| Polveri sottili, Gianluca Nativo. Mondadori, € 18,50, pp. 228 |

Cosa sarebbe successo se, in uno dei momenti più struggenti di Persone normali, Marianne avesse seguito Connell? Il secondo romanzo di Gianluca Nativo, quasi a prendere le mosse dal cult generazione di Sally Rooney, parte lì dove molti amori sospesi hanno fine: dal bivio delle relazioni a distanza. Eugenio e Michelangelo, giovani e per questo fiduciosi, credono che saranno l'eccezione alla regola. Continueranno a volersi anche lontani, così come si sono voluti nel corso di un'estate che credevano eterna. Si sono conosciuti in una Napoli deserta, nel limbo dei neolaureati. Nel momento più giusto; in quello più sbagliato. In attesa che il futuro bussasse alla porta, si sono goduti con la lentezza dei pensionati un incanto ischitano fatto di arte e gite fuori porta. La carezzevole lentezza della bella stagione lascia presto il posto alla frenesia dei sobborghi inglesi, lontani dallo spettacolo dei fuochi artificiali e dagli spritz sul mare.

A te in fondo le periferie piacciono. A te piaceva Michelangelo.

Eugenio, specializzando in Medicina, si trasferisce a Londra. Michelangelo decide di seguirlo, ma dopo un po' partirà per Milano, assistente editor presso una brutta casa editrice. Dopo averci raccontato l'iniziazione di un giovane nel mondo delle app d'incontri, Nativo ritorna e fa centro con un romanzo sincero, spietato e universale, scritto con la stessa sincerità di certe canzoni indie. Per stare insieme, oggi, basta amarsi? Vittime di un brutale shock culturale, destinati ai dolori dell'incomunicabilità, i protagonisti sperimentano nuove routine, lunghi silenzi e l'idillio sporadico delle rimpatriate. Più che con le parole, si parlano con le foto WhatsApp. E, di notte, in attesa dei messaggi dell'altro, si addormentano con i cellulari alla mano. Nella mia vita sono stato sia Eugenio che Michelangelo. Ho provato a dimenticare, a dimenticarmi, camuffando invano l'accento e rifugiandomi in un nevrotico schematismo da primo della classe; ma mi sono spesso sentito anche fragile e bisognoso, mediocre, troppo spaesato per rinunciare a farmi guidare.

Non devi seguirmi sempre, vorrei essere io per una volta a seguire te.

Una relazione richiede pazienza, cura, attenzione. Quando si diventa adulti, tocca scegliere: o noi stessi, o gli altri. Questa vita ci vuole distratti e ambiziosi per restare a galla. Questa vita, forse, ci vuole soli. Fra rotture e ritorni di fiamma, i novelli “spatriati” fanno timidi tentativi per essere felici insieme. Simmetrici nell'inquietudine, nei giorni pari si rifugeranno in un nido di lenzuola e dimenticheranno tutto: perfino il Capodanno. In quelli dispari, invece, la nostalgia e la frustrazione li porteranno in aeroporto. Dall'aereo appare tutto più piccolo, sospeso. Sulle nuvole il mondo sottostante è un presepe nascosto da una cortina di smog. È forse possibile non atterrare mai, per eludere questa domanda che incalza: «Dov'è realmente casa?».

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Marco Mengoni – Caro amore lontanissimo

lunedì 4 settembre 2023

Recensione: Cleopatra e Frankenstein, di Coco Mellors


 | Cleopatra e Frankenstein, di Coco Mellors. Einaudi, € 19, pp. 488 |

Si conoscono in ascensore a Capodanno. Lei sta per lasciare la festa di amici di amici, lui per andare a comprare il ghiaccio. Scherzano per un po' dell'età di lui, pubblicitario sulla quarantina, e dell'accento inglese di lei, artista aspirante con il permesso studio in scadenza. Flirtano parlando fittamente di sesso, ruoli di potere, antidepressivi. New York, tutt'intorno, è una città dal passo veloce. Loro si adeguano e si sposano sei mesi dopo, con un venditore di hot dog come testimone e una vestaglia vintage per abito nuziale. Come il genere comanda, frequentano vernissage e open bar, bevono fiumi di champagne, fanno le vacanze a Cannes, detengono illegalmente petauri dello zucchero e li rinominano Gesù. Tutto è bello, tutti sono belli. Tutto è brillante, tutti sono brilli. 

Quando la parte più oscura di te incontra la parte più oscura di me, si crea la luce.

L'esordiente Coco Mellors, con una scrittura cinematografica ma intimista, non indugia sulla soglia. Ma ci fa entrare a gamba tesa nel loro mondo artificioso, a tratti soffocante come una serra tropicale. Cleo, ossessionata dal suicidio materno, reclama l'aria aperta; Frank, affetto da esibizionismo molesto, annega nei superalcolici. L'autrice seziona le liti e le nevrosi di due amanti pieni di mancanze, che insieme pretendono illusoriamente di completarsi. Sempre con l'argento vivo addosso, sempre fasulli, scivolano a passo di tip tap tra allegria febbrile e solitudine divorante. Accanto a loro ci sono: un cuoco a dieta, una sorella in bolletta, un dongiovanni danese, un amico nel vortice dei gay bar e, soprattutto, la caustica e disincantata Eleanor, che adotta la prima persona per raccontare la malattia del padre e le occhiate innamorate al suo irraggiungibile capo. Non vogliono altro che la confortante normalità. Qualcuno che li ami quotidianamente, ferocemente, come i loro cuori affamati pretendono. O che, quando la solitudine incalza, scendano spontaneamente nel “pozzo” con loro. 

Non capisco questa ossessione per la felicità. E’ come l’insegna di Hollywood: enorme, irraggiungibile; e se poi riesci ad arrivarci, cosa ti resta da fare se non scendere?

Basta poco per amarli oppure odiarli. Perché Cleo, Frank e gli altri non sono personaggi, ma persone: di quelle caustiche, sopra le righe, oneste fino alla brutalità, che vivono la vita alla stregua di un gioco dissacrante e godono nel mettere sottilmente a disagio gli interlocutori. È lecito che non piacciano. Ma io li ho amati dalla prima pagina, ancora prima di conoscerne gli eccessi e i tradimenti. Era merito delle loro voci, talmente vive e irresistibili che durante la lettura ho creduto di poterle perfino sentire nelle orecchie. Come si smette di ricercare i morsi degli aspidi e fabbricare mostri? Come si impara a vivere felici? Lo insegnano le coppie di Craigslist. Le famiglie numerose ai check-in in aeroporto. Gli stormi simmetrici nei cieli romani del bellissimo finale.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish - What Was I Made For?