venerdì 4 settembre 2026

Recensione: Skippy muore, di Paul Murray


 | Skippy muore, di Paul Murray. Einaudi, € 22, pp. 720 |

Mentre l'estate giungeva al termine, un romanzo mi ha riportato in anticipo tra i banchi di scuola e ho indossato, così, l'uniforme grigiastra del Seabrook College: un esclusivo collegio maschile di Dublino in cui, da centoquaranta anni, si formano i rampolli della futura classe dirigente. In questo microcosmo senza donne, scandito da un rigido coprifuoco e talora travolto dagli scandali sessuali del clero, Paul Murray ambienta un esordio in cui una violenta crisi dei valori è destinata a schiantarsi su tutto e tutti con conseguenze disastrose. Dopo la morte del vecchio preside, il collegio abbraccerà finalmente il capitalismo, i valori laici, la tecnologia?

È solo che questi sono ragazzi, capisci? E le persone che dovrebbero occuparsi di loro, e insegnargli a essere maturi e responsabili... noi siamo peggio di loro.

Come in Il giorno dell'ape, l'autore irlandese affronta di petto argomenti delicatissimi – bullismo, disturbi alimentari, dipendenze, abusi –, mescolando denuncia e commedia, folklore e scienza, in pagine pirotecniche anche se non esenti da lungaggini. A scuola, si vive come in trincea: il 99% noia, l'1% terrore. Convivono con questi sentimenti sia gli allievi che gli insegnanti, troppo presi da loro stessi per accorgersi che c'è qualcosa che non va in Skippy – un quindicenne fragile e sfuggente, star della squadra di nuoto, che sfortunatamente si innamora della ragazza del bullo della scuola. Il romanzo è spaccato in due. Prima della sua morte, c'è quello che non deve mancare mai: le feste a tema e le sbronze, le fantasie erotiche e il sogno di scoprire un'altra dimensione nello scantinato dell'istituto. Dopo la sua morte, attorno a quel posto vuoto lasciato in classe, si spalanca un buco nero di sensi di colpa e segreti. Ruprecht, il geniale migliore amico, si ingozza di ciambelle e fantastica di multiversi; Lori, la fidanzata, sviluppa una dipendenza dalle pillole dimagranti; Carl, il bullo autolesionista, pesta i piedi agli spacciatori sbagliati; Howard, il professore di Storia da sempre tacciato di codardia, è a un bivio amoroso e professionale.

Ma la storia, alla fine, è solo un tipo diverso di racconto, e i racconti non sono la verità. La verità è incasinata e caotica e non finisce mai. Spesso non ha un senso vero e proprio. I racconti invece hanno sempre un senso, ma quello che fanno è eliminare ciò che non calza. E spesso ce n'è tanto.

Nonostante le atmosfere possano ricordare i classici del cinema di formazione, al Seabrook non troverete Robin Williams in cattedra: la vocazione, lì, non appartiene né ai preti né agli insegnanti. Vario e asimmetrico, esagerato e romanticissimo, Skippy muore ha i sali-scendi delle montagne russe. Si può scendere dalla giostra? Si può fermare il futuro? Fino a qualche anno fa, questo romanzo “sulle stringhe invisibili che ci uniscono” mi avrebbe fatto struggere per il destino del protagonista, così come mi era successo, da ragazzo, per la Alaska del cult di John Green. Oggi, invece, mi sono sentito più toccato dalle vicende degli insegnanti che da quelle dei ragazzi. E il loro cinismo, la loro indifferenza, mi ha fatto paura. Per quanto ancora potrò dirmi più vicino - anagraficamente e non solo - ai miei studenti che ai colleghi? Quando mi scoprirò un giovane prof prigioniero di un vecchio sistema scolastico - dunque, dall'altra parte della barricata? Avere quindici anni è una guerra. Restare abbastanza candidi da ricordarlo, forse, è già un modo per non perdere.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: About Today – The National