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giovedì 13 giugno 2024

Recensione: Triste tigre, di Neige Sinno

| Triste tigre, di Neige Sinno. Neri Pozza, € 18, pp. 240 |

C'era una volta una bambina con il nome di una principessa delle fiabe. Prima di quattro figli, Neige vive un'infanzia avventurosa in una famiglia di alpinisti un po' hippy. La sua innocenza finisce a sette anni: il nuovo marito della madre, un giovane uomo vigoroso e imprevedibile, comincia ad abusare ripetutamente di lei. Neige lo denuncerà soltanto negli anni dell'università: troppo grande la paura che una parola senza ritorno, “stupro”, possa sconvolgere l'idillio. Costretta al silenzio, allevata nella menzogna, rifiuta la psicoterapia e la saggistica: si rifugia in un'appassionata vita interiore; nei mondi della narrativa. Triste tigre, autobiografia di un abuso, è la storia di una bambina che non c'è più. Agghiacciante ma illuminato da una scrittura di radiosa bellezza, vario e metaletterario, il testo vincitore del Premio Strega Europeo affronta un argomento scabroso da innumerevoli prospettive. Abilissima nel dire l'indicibile, l'autrice rinuncia a qualsivoglia pietismo e indaga con audacia, ferocia e lirismo l'intimità improvvisa fra padri e figli, vittime e carnefici; le zone di grigio in cui si impantanano i pensieri intrusivi, la malagiustizia, l'ironia del destino.

Ho una vita interiore. Una grande, un'infinita vita segreta e interiore e totalmente mia. Ricordo me da piccola, mentre mi dico che, con quello che vivevo, avrei potuto essere rinchiusa dentro una cassa per anni e riuscire comunque a vivere all'interno dei miei pensieri. Io posso vivere qualsiasi cosa e riuscire comunque a prendere un momento per me, a portarmi a passeggio nel mio mondo, quello di dentro.

È più facile ammettere di essere state vittime di un tiranno o di un patetico uomo medio? Ha senso parlare di consenso o piacere, quando a essere oggetto di attenzioni è un bambino? È possibile mettersi nei panni del nostro aguzzino? Sinno, contraria alle narrazioni che umanizzano gli stupratori e rendono astratti i dolori delle vittime, si muove tra attrazione e repulsione in un regno di tenebre: legge avidamente Nabokov; ama uomini di trent'anni più grandi e il sesso orale; accarezza sua figlia e pensa, per una frazione di secondo, a quanto sarebbe semplice lasciare scivolare poco più giù la mano. Tigre e agnello, citando Blake, condividono il medesimo creatore. Chi, potendo scegliere, non si preferirebbe predatore? Neige Sinno è una scrittrice di razza: non una vittima che scrive libri. Offesa dai personaggi letterari sublimati dal sacrificio, rivendica in queste pagine la sua unicità: il diritto di essere vittima. L'autofiction, così, diventa una scelta etica ed estetica che potrebbe spiazzare lettori abituati a narrazioni, e dolori, più lineari. Equilibrista sull'abisso, Sinno veste una camicia di ortica e, a dispetto delle vertigini, non cade mai. Non per questo, però, è incolume. La letteratura non ti salva dal passato: nulla lo fa. Ma può rievocare, oltre al buio viscoso di uno scantinato, la libertà della pioggia in estate. È allora, in un tempo sorprendente perché ciclico, che la nostra piccola principessa può inseguire lucertole e bagnarsi, libera, sotto un acquazzone che lavi via l'afa. E il sangue.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tracy Chapman - Behind the Wall

mercoledì 24 aprile 2024

Recensione: L'ultimo mago, di Francesca Diotallevi

| L'ultimo mago, di Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 18, pp. 240 |

Tutte le storie d'amore infelici sono storie di fantasmi. Lo sa bene Francesca Diotallevi che, giunta al quinto romanzo, chiama un medium d'eccezione per far dialogare due innamorati separati dalle circostanze: Gustavo Rol. Benché morto trent'anni fa, il sensitivo resta un enigma in una città già piena di enigmi: Torino. Per alcuni santo, per altri ciarlatano, nel suo appartamento al quarto piano di Via Pellico chiamava la crème de la crème – Fellini, Einstein, Kennedy – a testimoniare i suoi prodigi. Sapeva realmente mutare il seme delle carte? Fu interpellato dal Duce in persona per presagire la caduta del Fascismo? Quando dipingeva, a guidargli la mano era il defunto Monet? Coltivò il suo talento, pare, con l'aiuto di uno sconosciuto incontrato a Marsiglia. E per tutta la vita si difese dagli scettici parlando non di fantasmi, ma di spiriti intelligenti; non di sedute spiritiche, ma esperimenti. Affascinata dai personaggi nell'ombra, l'autrice – che proprio qualche anno fa pubblicò una biografia romanzata su Vivian Maier, fotografa lontana dai flash – ci conduce nei luoghi di Rol. Torino, mai stata così bella, fa da sfondo a un noir dell'anima che ho amato figurarmi in bianco e nero. È lì, abbigliato come Bogart, che si muove il vero protagonista del romanzo: l'immaginario Nino Giacosa è un ex prigioniero di guerra assillato dai creditori e ossessionato dalle chimere di Cinecittà.

Ci sono le storie che raccontiamo agli altri, e poi ci sono quelle con cui convinciamo noi stessi. A volte accade che le due versioni coincidano, ma non era quello il caso.

Tra le nebbie del capoluogo piemontese, infatti, cerca una storia da trasformare in una sceneggiatura di successo. Tormentato dai pensieri suicidi sulle rive del Po, non sa che ne vivrà una. È Miriam, vecchia fiamma andata in moglie al migliore amico, a condurlo al cospetto di Rol. Nino, avido, vorrebbe smascherarlo. Cambierà idea davanti a un uomo controverso ma segretamente fragile, logorato dalla solitudine degli incompresi? Con la sua penna notoriamente sopraffina, Diotallevi torna ai contesti storici particolareggiati, ai personaggi realmente esistiti, agli amori interrotti – questa volta il pensiero corre al triangolo di Beppe Fenoglio. Nell'impossibilità di comprendere appieno l'enigma Rol, tuttavia, raggira parzialmente l'ostacolo. Gustavo diventa un deus ex machina; un eccezionale caratterista che ruba la scena a un attore protagonista, per me, non irresistibile come spererebbe. Il magnifico avviene fuori scena. Molto viene rievocato, non mostrato. Indagato senza voyeurismo, Rol viene raccontato attraverso la prospettiva dei suoi fedelissimi. Volutamente, Diotallevi indugia sulla soglia e scrive in punta di penna un romanzo ben attento a non banalizzare il personaggio – la famiglia Rol può tirare un sospiro di sollievo –, ma in cui l'eccessiva accortezza verso la materia trattata mina il gusto per l'intrattenimento. Verisimile ma senza sorprese, l'intreccio è al servizio del magnetismo del personaggio. Nonostante qualche riserva verso l'esile cornice narrativa, L'ultimo mago non è un bluff. Diotallevi architetta un gioco di prestigio sul potere affabulatorio della parola, in cui l'arte della narrazione – come la magia, d'altronde, genera illusioni – pone maghi e scrittori sul medesimo piano. Su Gustavo Rol pende un velo. Disinteressato a squarciarlo, Diotallevi si concentra sulle pieghe più minute, i vedo-non vedo e le ombreggiature, come fece Giuseppe Sanmartino quando scolpì il Cristo velato. Denudare gli idoli: perché mai? L'arida verità: a chi basta?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Jimmy Fontana – Il mondo

venerdì 14 aprile 2023

Recensione: Daisy Jones and The Six, di Taylor Jenkins Reid

| Daisy Jones & The Six, di Taylor Jenkins Reid. Sperling & Kupfer, € 16,90, pp. 352 |

È la band sulla bocca di tutti. Passata dalle biografie di carta e inchiostro al menu delle novità di Amazon Prime Video, appassiona e fidelizza generazioni lontane. Impossibile che le ragazze non traggano ispirazione da Daisy: bellissima, volitiva e appassionata, sfoggia una voce roca alla Janis Joplin e cerchi dorati alle orecchie subito iconici; peccato che i suoi pessimi vizi, tra alcol e amfetamine, la rendano imprevedibile. Impossibile che i ragazzi non confidino di intraprendere la stessa scalata sociale di Billy Dunne: venuto dalla monotona Pennsylvania con l'amata compagna Camila al seguito, si infiamma quando canta la vergogna delle dipendenza e le gioie della recente paternità. All'apparenza inconciliabili, Daisy e Billy (insieme agli altri cinque membri della band di lui) sono stati accoppiati per una trovata di marketing come tante. Ma una collaborazione occasionale li ha resi presto squadra, all'indomani dello straordinario successo radiofonico del loro primo feauting. In quell'occasione hanno condiviso lo stesso microfono e, pare, occhiate infraintendibili. Correvano gli anni Settanta. Ci voleva poco a diventare icone; meno ancora meteore. Che fine hanno fatto ora Daisy Jones e i Six, scomparsi poco dopo il successo? Hanno minato al loro equilibrio i complessi di inferiorità degli altri musicisti, confinati nell'ombra da un leader tanto carismatico quanto prepotente? È stata colpa di Karen, la tastierista, che in nome degli ideali femministi rinunciò all'amore? O la passione platonica tra Daisy e Billy, fiutata dalla moglie di quest'ultimo, avrebbe infine portato le due primedonne allo scontro?

Essere la musa di qualcuno non mi interessava. Io non sono una musa. Io sono quel qualcuno. Fine della storia.

Investiga Taylor Jenkins Reid, già fortunatissima autrice dei Sette mariti di Evelyn Hugo. Dopo averci svelato i segreti della Golden Age hollywoodiana attraverso le relazioni di un'intramontabile diva del muto, questa volta passa dal cinema ai concerti rock; dagli anni Venti all'era di Woodstock. Ah, sì: Daisy e gli altri, al pari di Evelyn, sono personaggi di finzione. Falsa biografia, raccontata sotto forma di interviste ai membri della band, il romanzo rinuncia a una narrazione classica: ne guadagna in credibilità, ma ne perde in ritmo. È una canzone senza il groove. Un ritornello che inizialmente cattura, poi annoia. La colpa è principalmente del taglio narrativo, a lungo andare stancante, e della caratterizzazione stereotipata di luoghi e personaggi. L'autrice mette in un frullatore tutti gli aneddoti e le sciagure delle star amatissime, i costumi e le scenografie occhieggiate su Pinterest; immagina per le sua band perfino un repertorio (leggere le canzoni, forse, è la parte più sorprendente). Ma il tutto, laccatissimo, ha una patina di finzione che non convince. Manca il sesso; di droga ce n'è quanto basta; il rock 'n roll, ingentilito, farà storcere il naso agli appassionati. Venuta meno le credibilità, lo si finisce di leggere soltanto per la curiosità salottiera con cui si seguono alcuni servizi di Verissimo alla TV. E il perché dello scioglimento dell'iconica band, francamente, non è poi questo gran mistero. Domandatelo ai Beatles.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Daisy Jones & The Six - Aurora

mercoledì 2 febbraio 2022

Recensione: Niente di vero, di Veronica Raimo

| Niente di vero, di Veronica Raimo. Einaudi, € 18, pp. 163 |

Ci sono copertine, buffe e dolenti, che sembrano raccontare di per sé una storia. Quella di Niente di vero, in libreria dal 1° febbraio, sfoggia una smorfia irresistibile. Cosa increspa il viso della ragazza in primo piano: una risata incipiente, un dolore soffocato oppure un sentimento sfuggente, a metà tra la pazza gioia e lo struggimento? Perfetta sintesi delle contraddizioni di Veronica Raimo, questa fotografia in bianco e nero è il lasciapassare per il mondo segreto dell'autrice: una donna cresciuta in una famiglia non più disfunzionale di tante altre, che qui racconta a cuore aperto un lutto (mai elaborato), la maternità (indesiderata), il sesso (una scoperta sconcertante), l'editoria (una favola a cui prestare scarsa fede).

Possono toglierci tutto tranne i ricordi, si dice. Ma chi mai sarebbe interessato a questa espropriazione? La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori, in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo. La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato.

Romanziera, sceneggiatrice e traduttrice, non sognava di fare la scrittrice: da bambina voleva diventare una rockstar. Peccato che non abbia mai imparato a leggere l'orologio analogico, ad andare in bicicletta, a nuotare: figurarsi, dunque, a suonare il basso. Tutta colpa della pigrizia, che sin dall'adolescenza ha trasformato in fugaci pensieri astratti qualsiasi speranza di fuga. Tutta colpa della famiglia, che ha educato lei e il fratello Christian – a sua volta scrittore – all'hobby della noia. Cresciuta in un appartamento romano mutevole quanto una scenografia teatrale, senza privacy né bidet, Veronica si allontana presto dal nido, ma non c'è città abbastanza remota per sfuggire alle telefonate di mamma Francesca: una vedova pressante e un po' offensiva, strenuamente legata ai ricordi idealizzati del marito defunto, di cui cito en passant le ipocondrie legate al disastro di Cernobyl' e il pallino per lo scatolame. Veronica soffre d'insonnia. Veronica soffre di stitichezza. Veronica ha il seno piccolo, ma tutti le regalano reggiseni. Veronica non vuole bambini, ma tutti le rifilano anzitempo tutine per neonati. Tagliata fuori dal mondo degli adulti responsabili, proprio come da bambina le succedeva con i passatempi dei coetanei, firma il suo personale romanzo di formazione a quarantaquattro anni. D'altra parte, c'è forse una scadenza?

Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita, si dice. In realtà la famiglia se la caverà alla grande, come è sempre stato dall'alba dei tempi, mentre sarà lo scrittore a fare una brutta fine nel tentativo disperato di uccidere madri, padri e fratelli, per poi ritrovarseli inesorabilmente vivi.

Brutale senza risultare respingente, brilla per la nonchalance con cui ricorre al turpiloquio e per la leggerezza con cui riduce le tragedie in freddure. Accusata da un anonimo collega di essere una narratrice troppo algida, si reinventa grazie a questo spassoso flusso di coscienza in grado ora di intenerire, ora di amareggiare. Dimenticate la prosa intricata e oscura di Ciabatti: quando si racconta, benché senza un filo logico, Raimo è una boccata d'aria fresca. Un'amica scherzosa e linguacciuta che elenca il male di cui è stata capace – atti mancati, bugie, sbagli, lacune – inconsapevole del bene ispirato, nel frattempo, nell'interlocutore. Perennemente inadeguata, preferisce farsi fotografare di spalle e, alla maniera dei camaleonti, cambia colori per non farsi riconoscere nemmeno dai parenti. Ma nella sua voce, bella anche se tormentata, risuona la pace di chi è venuto a patti con sé stesso. Una storia è un concetto ambiguo, dice a un certo punto uno dei personaggi secondari. Ambigua lo è soprattutto questa – piena zeppa di ricordi falsificati, di finali alternativi e abbellimenti di sorta, di amanti immaginari. La nostra memoria è un quadro contraffatto, un gioco truccato. La vita, dunque, non è che una bugia che raccontiamo a beneficio del prossimo. Troveremo, prima o poi, il coraggio di diventare le persone che fingiamo di essere agli occhi altrui?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: La rappresentante di Lista - Resistere

giovedì 30 settembre 2021

Recensione: I sette mariti di Evelyn Hugo, di Taylor Jenkins Reid

| I sette mariti di Evelyn Hugo, di Taylor Jenkins Reid. Mondadori, € 20, pp. 413 |

«Io sono grande, è il cinema che è diventato piccolo». Con questa frase, una delle battute più famose della storia del cinema, il film Viale del tramonto dava voce allo struggimento di una diva del muto: tagliata fuori dopo l'avvento del sonoro, si rifugiava nella follia. Biografia immaginaria di un'attrice degli anni Cinquanta, I sette mariti di Evelyn Hugo mi ha ricordato a tratti il capolavoro di Wilder: disamina impietosa dello star system, descrive gli aspetti più oscuri di Hollywood e si articola come una lunga confessione. In un salotto dell'Upper East Side, Monique – giornalista inesperta e sfortunata in amore – annota le memorie di una star sulla soglia degli ottanta. Le unisce un segreto: Evelyn ha tanto da dire, e qualcosa di orribile da farsi perdonare. Sempre sulla cresta dell'onda, in grado di passare dal rigore dei film in costume ai nudi della Nouvelle Vague, è diventata iconica per il suo seno prosperoso e per la chiacchierata vita sentimentale.

Hollywood ha proprio questo, di speciale: è sia un luogo sia uno stato d'animo.

Originaria di Cuba ma cresciuta a Hell's Kitchen, si è resa protagonista di un'ascesa impareggiabile. I suoi partner non sono stati altro che i gradini della sua scalata. Ambiziosa, manipolatrice e potente, ha rifiutato le etichette di moglie e madre, anteponendo la carriera al privato. Ha fatto sesso in cambio di ingaggi, ha abortito per non avere intralci, si è prestata ai matrimoni di facciata e alle strategie. Continuamente prigioniera di un ruolo, ormai anziana, si domanda come sarebbe stata un'esistenza normale. Ha dimenticato lo spagnolo e sé stessa. E ha tentato di ritrovarsi, infine, mentre affioravano le prime rughe, i capelli bianchi, i ruoli mediocri, il desiderio di un ritocco estetico, i ricordi. Quali sono state le sue rinunce? Soprattutto, chi è stato il suo vero e unico amore? Incalzante e scorrevole come una sceneggiatura, il romanzo di Taylor Jenkins Reid è una lettura lontana dalle mie, ma che proprio per questo mi ha portato lontano: fino alla Los Angeles degli anni d'oro. Distante dall'agiografia, propone un ritratto che a torto immaginavo più adolescenziale, più blando. Evelyn, invece, è un'antieroina di rara complessità: uno squalo dal forte spirito imprenditoriale, capace di abbracciare ruoli controversi e posizioni scomode.

Se è vero che esistono tanti tipi di anime gemelle, allora tu sei una delle mie.

Ambigua, così com'è ambiguo il rapporto che si instaura con la sua biografa, vive la solitudine straziante di chi ha assistito alla dipartita di tutti i propri cari. È sopravvissuta agli amici e agli amori, e ogni uscita di scena – per quanto annunciata – è un puntuale colpo al cuore. Costellata di trionfi, tragedie e bugie, la sua storia parla con coraggio anche di identità sessuale: nella carrellata di personaggi proposta dall'autrice, infatti, spiccano Harry, un produttore da salvare dallo stigma dell'omosessualità, e Celia, compagna di set unita a Evelyn da molto più di una buona amicizia. Rock Hudson, intanto, muore di AIDS; Elton John fa coming out. Ci si può nascondere pur restando sotto gli occhi di tutti? È stata forte la tentazione di cercare notizie aggiuntive su Evelyn e gli altri. Appaiono così realistici, infatti, che rattrista il pensiero che le pellicole citate siano pura invenzione. Dopo aver riposto il romanzo con un groppo in gola, avrete voglia di rispolverare i film di Marilyn Monroe (suoi i capelli biondi), Liz Taylor (suoi i matrimoni turbolenti) e Jean Seberg (sua la parentesi francese con Godard), nonché di suggerire la conoscenza di questi sette mariti agli appassionati della settima arte.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Holiday – Strange Fruits

martedì 27 luglio 2021

Recensione: Due vite, di Emanuele Trevi

 
| Due vite, di Emanuele Trevi. Neri Pozza, € 15, pp. 128 |

Somigliava al suo nome, Rocco Carbone. Ruvido e scuro, originario di Reggio Calabria, pareva l'eroe tormentato di un romanzo di Jack London. In trasferta nella labirintica Roma, rifuggì la vita accademica per rifugiarsi nella scrittura: non un piacere, bensì un'ossessione. Bipolare, Rocco cercava disperatamente di opporsi al caos attraverso la parola scritta e di scorgere una fuga dalla propria infelicità. Morì nel 2008, in un incidente stradale, senza ottenere mai il successo sperato. Pia Pera, scrittrice e traduttrice dal russo, aveva invece l'aria di una madama inglese d'altri tempi. Limpida, discreta, ma sostanzialmente inconoscibile, coglieva talora in contropiede con descrizione di sesso particolareggiate o con progetti destinati a scontentare: riscrivere il capolavoro di Nabokov, ad esempio, attraverso il punto di vista dell'oggetto del desiderio. Masochista, si legava agli uomini sbagliati. Fu uno di loro a farle notare impietosamente che zoppicava: erano i primi segni della SLA. Sarebbe morta nel 2016, curandosi degli affetti e del giardino in un incantevole podere di Lucca.

Io non credo, non ammetterò mai che un dolore o una malattia servano a qualcosa, è solo una consolazione moralistica, e comunque rinuncerei volentieri a questi famosi frutti della sofferenza. Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.

Diametralmente opposti – maestro del risentimento lui, leggerissima lei –, questi autori a me sconosciuti rivivono per magia nei ricordi di un amico comune. Alla maniera di Plutarco, Emanuele Trevi intreccia esistenze parallele ricercando analogie e differenze: non aspettatevi un romanzo canonico. Due vite è una doppia biografia, è un saggio di scrittura creativa e critica letteraria, è una seduta spiritica. Rocco e Pia si materializzano nel nostro salotto e, per mano, ci conducono con commovente delicatezza tra nevrosi e piccole premonizioni. Razionale eppure pieno di sentimento, attraverso una prosa d'arte che l'amico avrebbe giudicato forse un po' antiquata, Trevi firma un elogio funebre mirabile, sofisticato, misuratissimo. Vince il premio Strega. Lettura lontana da me, intrapresa soltanto per sbirciare sul proverbiale carro del vincitore, Due vite non mi ha fatto ricalcolare d'un fiato i confini della mia comfort zone – preferisco la narrativa all'autofiction –, ma merita comunque tutti gli onori. Ci sono, infatti, opere mosse da un'innegabile urgenza interiore: quelle scritte più per sé stessi che per gli altri.

Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.

Trevi piace per la sua sincerità e, al contempo, coglie in contropiede: ho avuto l'impressione di sbirciare una corrispondenza privata, un lascito testamentario, e mi scopro incapace di formulare giudizi radicali davanti a qualcosa di tanto intimo. Rubando le parole all'autore, il suo libro è come un dipinto impressionista. A seconda del nostro punto di vista, potrebbe apparire o troppo confuso – un insieme di macchie – o troppo comune – un album di foto in bianco e nero. Alla giusta distanza, tutto cambia. Gli occhi saettano dal particolare al generale. E aguzzando lo sguardo, nell'universalità del dipinto, potremmo vederci a nostra volta ritratti. Abbiamo un po' di Rocco, abbiamo un po' di Pia. Ma abbiamo qualcuno, accanto a noi, che somigli a Emanuele? Un amico, un confessore, un custode? Mi auguro di sì, in modo da avere in regalo una seconda opportunità, due vite: una vissuta – spesso derelitta – , una rimembrata – bella come un romanzo da palmarès –. 

lunedì 30 novembre 2020

Recensione: Harvey, di Emma Cline

| Harvey, di Emma Cline. Einaudi, € 12, pp. 104 |

È proprio lui, quello sulla bocca di tutti. Non serve il cognome a identificarlo. Produttore cinematografico dalle intuizioni vincenti, più volte entrato nelle grazie dell'Academy per aver investito sui film giusti, all'improvviso è diventato un bersaglio umano. Un'attrice – una sua protetta, una sua vittima – gli ha puntato il dito contro. E sulla scia della prima donna hanno fatto eco le altre dell'harem, in un coro che a suon di Tweet ha denunciato gli abusi di potere, i provini succinti, i massaggi, le camere d'albergo. #Metoo, per confessare al mondo: ho subito anch'io; a Hollywood non è bastato il talento. Travolto dalle onde dello scandalo, l'uomo trova riparo dallo tsunami nella villa in Connecticut di un amico. L'indomani un giudice lo dichiarerà o colpevole o innocente. Queste imperdibili novanta pagine raccontano il suo ultimo giorno di libertà. Qual è lo stato d'animo di un uomo che sta per perdere tutto? Come investe il tempo in attesa del verdetto finale? La giornata comincia all'alba, in un letto madido di sudore, con piccoli malesseri. Prosegue a colazione poi: succo di pompelmo, muffin ipocalorici, una sbirciata ai quotidiani col suo nome in grassetto. Harvey è sempre al telefono. Cerca notizie su di sé su Google, sperando in un commento solidale; fa telefonate; ne rifiuta altre. Attende le visite del personale medico, che propone cure alternative per i suoi dolori cronici, e l'arrivo di figlia e nipote: purtroppo non si fermeranno dopo cena. In sottofondo, il ticchettio dell'orologio: nella casa semivuota aleggia insopportabile; sembra un frastuono supersonico.

Benvenuto, disse il vuoto. Ti stavamo aspettando.

Annoiabile ed estraniato, Harvey non sa di essere spregevole. Anzi: per la classica inconsapevolezza del male, si sente un capro espiatorio. Nel corso della sua routine sonnacchiosa, l'ho immaginato come un incrocio tra il Billy Murray della migliore Sofia Coppola – sornione ma profondamente malinconico – e il cavallo antropomorfo di BoJack Horseman, tutto genio e sregolatezza. Ho letto delle manie, dei tic nervosi, delle piccole pratiche disgustose che tutti noi sbrighiamo quando non visti. Barricata dietro un'algida terza persona, Emma Cline sorprende con il suo piglio caustico, asciutto, lineare. Apparso per la prima volta sul New York Times, il racconto non è la filippica che a giusta ragione ci saremmo potuti aspettare dall'autrice delle Ragazze: una delle narratrici più interessanti di una nuova gioventù femminista e battagliera. Ancora più a fuoco che nel suo bestseller, da me apprezzato a metà, Cline sa muoversi brillantemente nei confini ristretti di questo formato e nelle pieghe di un punto di vista scomodo: capace di grande empatia, eppure mai indulgente, l'autrice emoziona con il ritratto di uno degli uomini più odiati al mondo. In una storia di prevaricazione, sesso e potere, si focalizza eccezionalmente sui postumi. Il risultato è la dipintura di un self-made man rovesciato a forza dal suo trono, che all'improvviso perde sudditi e giullari. Ma non un'ottusa, ingiustificata forma di speranza. Più che spaventato, Harvey è ansioso di tornare in tribunale: confida nell'assoluzione, e allora tormenta in anticipo colleghi, segretarie, investitori. Culla l'idea di un ritorno in pieno stile con l'adattamento cinematografico di Rumore bianco: un romanzo considerato infilmabile. 

Quando le sensazioni iniziarono ad attenuarsi e la stanza cominciò a ricomporsi, provò un dispiacere ben noto, come la tristezza di quando, da piccolo, sentiva avvicinarsi la conclusione di un film, sapendo che presto sarebbe tornato alla dura realtà del mondo. Nel cinema si accendevano le luci, rivelando i popcorn caduti sotto le sedie, le tappezzerie lise, gli spettatori che raccattavano i cappotti scadenti. Perché Harvey non poteva stare così per sempre?

Da un lato mecenate e dall'altro boia, da un lato scaltro e dall'altro puerile, questo Harvey sul viale del tramonto indossa gli stessi calzini rossi di papa Francesco sul rigonfiamento della cavigliera elettronica, ma nasconde magliette sdrucite sotto le ascelle e una carie a cui rimediare quanto prima. Dimagrito bruscamente in seguito a un accidente, ha scoperto che l'annientamento è la dieta migliore contro i chili di troppo. Ha problemi con il correttore automatico, cita a sproposito incipit di cui non ricorda gli autori, suona goffo e pretenzioso alla cornetta, si ingozza di cioccolatini e pasticche guardando Chernobyl in binge watching: ciò che ingerisce potrebbe indurlo al soffocamento o alla disfunzione erettile. Quanti nello show business sapevano davvero delle sue compulsioni? Quanti, nonostante tutto, avevano distolto lo sguardo pur di salire a brindare sul carro del vincitore? Si festeggia insieme, ma ci si lecca le ferite soli. Simbolo del decadimento fisico e morale di una certa America, Harvey è una creatura bifronte. Mantiene integra la sua infida voce da serpente a sonagli, ma si copre di ridicolo involontario con i sogni a occhi aperti sul conto del vicino di casa. Se Gatsby fantasticava sulla luce verde oltre la baia – simbolo dell'irraggiungibile, del futuro, di un'ambizione motivante –, Weinstein spia le mosse di un presunto fuoriclasse al di là di una staccionata bianca. È Don DeLillo? È lui la luce di cui, Harvey come noi, ha bisogno per non spegnersi?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Cola

lunedì 31 agosto 2020

Recensione: Tutto chiede salvezza, di Daniele Mencarelli

|Tutto chiede salvezza, di Daniele Mencarelli. Mondadori, € 19, pp. 193 |

A volte la mia testa è un brutto posto dove soggiornare. Dentro, proprio sotto questa zazzera di capelli rossiccia sfuggita al mio controllo, sento una polveriera. Basterebbe una scintilla per scoppiare in mille pezzi. Materia cerebrale dappertutto, pugni chiusi, denti serrati. Le mezzelune delle lune impresse sulla pelle tenera dei palmi e la mascella che, a ogni risveglio, scricchiola puntualmente di malessere. Perché a volte anche il corpo fa male di conseguenza, sta male: quando mi dico che non è giornata – anzi, non è vita – e mi trovo a rimpiangere la stasi della quarantena, quegli arresti domiciliari che mi ero fatto stare comodi. Per telefono lo nascondo. Devo proteggere mia madre. Ma a me, invece, chi mi protegge? Nella speranza di stare meglio, ho letto nel buio della mia mente e in quella di Daniele Mencarelli. Per venire a capo di certi pensieri di rabbia e sconforto; per ridimensionarli, senza il bisogno di una diagnosi.

Magari lo spiego male, ma lì ho capito che la scrittura non è un gioco, ‘na noia come me l’avevano sempre insegnata, ho capito a che serve veramente e che è l’unico mezzo che può racconta’ quello che vedo, che m’esplode dentro.
Nel torrido giugno del 1994, anno della mia nascita nonché dei mondiali di calcio, l’autore  viene sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio. Gli amici sono all’oscuro di tutto. Per una settimana Daniele semplicemente sparisce, ricoverato in mezzo ai reietti. A differenza degli altri degenti, lui ha vent’anni, una famiglia comprensiva, il tempo e la speranza di una pronta guarigione. Ma esiste forse una cura alla malinconia di cui si ammala ogni autunno per poi fiorire nuovamente in primavera? Hanno parlato di bipolarismo, di disturbo borderline, di depressione. È colpa della serotonina, che pare che in lui scarseggi. Stanco di star male, Daniele – studente di Giurisprudenza in pausa dagli studi, che intanto installa climatizzatori – ha cercato soluzioni tanto nelle droghe pesanti quanto nella terapia, con mezzi illeciti e leciti. Tutto pur di riuscire ad accettare la vita così com’è: fragile e imprevedibile, talora ingiusta. Perché siamo nati per morire? Dotato del forte sentire tipico delle anime belle, tenero e disperato, cerca salvezza negli antidepressivi e nella poesia. Plateale sia nella disperazione che nella gioia, con il TSO scoprirà la ricchezza dell’ascolto e della condivisione. Fortemente provato nel momento del ricovero, a sorpresa, lo sarà ancora di più in quello delle dimissioni.

Salvezza. Questa parola non la dico a nessuno oltre me. Ma la parola eccola, e con lei il suo significato più grande della morte. Salvezza. Per me. Per mia madre all’altro capo del telefono. Per tutti i figli e tutte le madri. E i padri. E tutti i fratelli di tutti i tempi passati e futuri. La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo?
Mario è un maestro in pensione ghiotto di mele cotte, imbabolato a guardare gli uccellini alla finestra. Alessandro è un manovale in stato catatonico. Giorgio è un grande gigante gentile, con le braccia percorse dalle cicatrici dell’autolesionismo, che di notte desidera soltanto che qualcuno gli stringa la mano. Madonnina prega e se la fa nel pannolone. Gianluca, sboccato e a corto d’amore, è una ragazza prigioniera in un corpo maschile. 
Sono questi i compagni d’avventura di Daniele Mencarelli. Sono i buoni, quelli meno pericolosi. Dall’altra parte del corridoio, invece, si levano le urla strazianti dei casi gravi: fanno venir voglia di coprirsi anche col caldo, alla ricerca vana di protezione. Dietro le sbarre e durante i viavai estenuanti i protagonisti sognano un ghiacciolo, una relazione peccaminosa, una nave da crociera sulla quale esibirsi come star d’eccezione. Mentre i medici si appisolano vergognosamente o confondo un paziente con l’altro, tra i matti – per sfidare l’insonnia comune a tutti – si sviluppa un dolcissimo senso di fratellanza. Parlano la stessa lingua dell’autore. La libertà è con loro, o fuori da lì?

Io credo che gli artisti, come certi matti, abbiano dentro di sé il seme di un ricordo lontanissimo, qualcosa avvenuto prima di tutte le storie. È la bellezza la scintilla di tutto. Io, ecco, credo che in certi uomini sia rimasto un ricordo, sgranato, finito nel subcosciente. Questi uomini guardano tutto per come era veramente, prima di quella cosa che è successa, e che ha cambiato tutto.
Il vincitore del premio Strega Giovani ribalta prigionia e libertà, malattia e sanità. I folli sono i veri saggi? Qual è il discrimine tra la malattia mentale e una personalità sopra le righe? Guarire, se si può, significa uniformarsi agli altri? Per gusto personale, avrei preferito una cronaca più asciutta e immediata, meno didascalica. A tratti, non che sia un difetto, mi è sembrata la tipica lettura che un insegnante di religione o filosofia assegnerebbe ai suoi studenti per le vacanze. Commovente, delicato e soprattutto mai pesante, proprio come mi si assicurava, allevia però gli animi con una galleria di personaggi variopinti e con la simpatia contagiosa dell’accento romanesco. Ventisei anni di distanza dagli avvenimenti rievocati, inoltre, hanno permesso alla scrittura di filtrare i disagi grandi e piccoli – il magna dell’inquietudine di Daniele – per farne poesia. 
Tutto chiede salvezza è stato il romanzo giusto nel mio momento sbagliato. E sì, me ne ha data di salvezza, insieme alla speranza che tutto passerà; che perfino questa frustrazione che provo un giorno potrà tornarmi utile. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Samuele Bersani – En e Xanax

giovedì 27 agosto 2020

Recensione in anteprima: Un uomo a pezzi, di Francesco Muzzopappa

| Un uomo a pezzi, di Francesco Muzzopappa. Fazi, € 15, pp. 142 |

Arriva oggi in libreria l’ultima fatica di Francesco Muzzopappa. Scoperto qualche anno fa e da allora frequentato assiduamente, è riuscito a farmi sorridere in giorni in cui per risollevarmi l’umore sarebbe servita una gru. Nel segno dell’immediatezza e della sincerità, scegliendo una dimensione più intimista del solito, questa volta lascia da parte gli intrecci romanzeschi per mettersi in ballo in prima persona. Il risultato è una lettura personale, leggera, scacciapensieri, che diverte senza mai scadere nel triviale grazie a sketch su sketch: a volte riuscitissimi, altre meno. È un Muzzopappa a pezzi, in pillole: anzi, a puntate, perché i racconti che compongono questo libro dalla copertina pastello somigliano un po’ agli episodi di una sit-com. Come vive un pugliese trapiantato a Milano, per di più nell’ambiente radical chic della pubblicità? Com’è la convivenza con Carmen, libraia “Biancaneve” con il malaugurato pallino del cibo salutare? Tutto diventa aneddoto.

Quando tutti i ragazzi della mia età cominciavano a prendere confidenza con gli indumenti intimi del sesso opposto, io facevo selezione musicale. Quella radio era scalcagnata: non era insonorizzata, non aveva il riscaldamento e quando mi capitava di parlare al microfono vedevo la condensa del mio fiato spalmarsi sul vetro che separava la sala speaker dalla sala regia. Quello, per me, era il senso stesso dell’amore: dedicare il tuo tempo migliore a chi fa di tutto per mostrarti solo i suoi difetti.
I mercatini dell’usato, le mailing list, i ristoranti a chilometro zero, i tagli di capelli, i concorsi pubblici, una gioventù oscura schiacciata nel guscio di un busto ortopedico. Alcuni racconti, di stampo decisamente social, mi hanno fatto pensare ai modi di Matteo Bussola: non li ho preferiti.
Un uomo a pezzi trova infatti la sua dimensione perfetta nella rievocazione di un’infanzia anni Ottanta; di un amarcord caratterizzato da bottiglie di sugo fatto in casa, primi sospiri appresso alle forme procaci della bella Lamù, incontenibile euforia davanti all’arrivo delle giostre assemblate in onore del Santo Patrono.

Sapevo che L’incantevole Creamy era, forse, irraggiungibile, ma non quanto Lamù. Lamù io non avrei mai potuto averla. Lamù era inarrivabile, letteralmente di un altro pianeta. Ma Creamy non era un ripiego, anzi. La amavo sul serio anche se lei non ne era, ovviamente, al corrente. In verità da piccolo ho avuto migliaia di ragazze, quasi tutte inconsapevoli del fatto che le amassi. Molte di loro erano vere, altre disegnate, ma a me non importava. Il sentimento, quando è forte e autentico, basta per entrambi. Che l’altra partecipasse non era richiesto, anzi, a volte mi avrebbe anche dato fastidio.
Ho un problema con l’autofiction. Anche in questo caso, perciò, ho finito per preferire comunque le prove narrative precedenti. Ma è stata una buona occasione per conoscere meglio Francesco: dopo quattro romanzi umoristici, non era forse arrivata l’ora di capire meglio l’uomo dietro il personaggio? Nato sotto il segno dello scorpione, bonario e di sanissimi principi, l’autore mi somiglia un bel po’ nel look – campiamo col peggio di Zara e H&M –, abitudini alimentari – caffè al mattino e abbondante olio di palma nel resto della giornata –, negli inattesi attimi di malinconia in cui il famigerato sarcasmo se ne va a dormire. Dice di tramare vendette sotterranee. Di nutrire tra sé e sé una certa perfidia. Ma a ben vedere è come le friselle della sua terra: sembra tutto d’un pezzo, ma non lo è. Questa lettura è l’equivalente di una chiacchierata informale. Prima o poi, speriamo di farcela di persona! 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco Gabbani – Viceversa

mercoledì 11 settembre 2019

Recensione [Strega 2019]: La straniera, di Claudia Durastanti

| La straniera, di Claudia Durastanti. La nave di Teseo, € 18, pp. 285 |

Hello, stranger. Erano queste le parole con cui i comprimari, negli episodi di Beverly Hills 90210 – cult degli anni Novanta da me conosciuto soltanto di sfuggita –, accoglievano ogni volta il ritorno in scena del compianto Luke Perry. Era il personaggio più sfuggente e avventuroso della serie, un vero rubacuori. Era il personaggio più amato dalle adolescenti. Sarà per questo che l’autrice, all’epoca liceale sospesa fra mondi e culture agli antipodi, è diventata una straniera: soprattutto agli occhi di sé stessa. Claudia Durastanti – finalista al premio Strega, giornalista, traduttrice: un curriculum lunghissimo, e all’anagrafe trent’anni o poco più – apre per noi le cerniere della sua valigia, sempre carica per un volo dell’ultimo minuto, e le porte di una casa di cui un po’ va fiera, un po’ si vergogna. Se in cerca delle proprie radici, meglio partire da dove tutto è iniziato: due genitori strampalati usciti da una commedia di Boris Vian, eternamente litigiosi ma d’accordo su un fatto fondamentale: comunque sia andata, si sono salvati la vita. La madre, cresciuta come una monella di strada, rimase sorda da piccola: la colpa fu presumibilmente di una meningite fulminante. Il padre, sordo sin dalla nascita, era un uomo bizzoso e bellissimo: un piantagrane irresponsabile che trascinava i figli a vedere i film vietati ai minori e, qualche volta, fingeva di rapirli per attirare invano le attenzioni della ex. 
Rifiutano tutt’oggi di imparare il linguaggio dei segni e preferiscono parlare a voce alta, compensando ai fraintendimenti con i gesti tipici del Sud.

Ma quando penso alle somiglianze tra i miei genitori nei pomeriggi malinconici e rabbiosi della loro adolescenza, entrambi isolati, valuto la possibilità che l’incontro tra due persone non abbia a che fare con la predestinazione quanto con una mappa biologica che si rivela mentre ci si innamora l’uno dell’altra, e si scopre che c’era un’intelligenza primitiva che governava i nostri corpi e rilasciava particelle elementari nell’aria ancora prima di incontrarsi, in modo che queste attraversassero città, pareti di cemento e membrane di pelle per entrare in contatto con sostanze simili e sviluppare una forma di resistenza comune, una difesa contro le offese del mondo: i miei genitori si sono incontrati per i riverberi simili a quelli di una foresta prima di un incendio, non perché era scritto; il loro futuro non era impresso nella filigrana di una Bibbia o di un vecchio oroscopo, era solo una vibrazione particolare nell’aria, un allarme invisibile che invitava alla sopravvivenza.

Fanno nascere la secondogenita a Brooklyn, ma presto la costringono alla ritirata in Basilicata: una regione poco conosciuta al pari del mio Molise – di grotte di tufo, trivelle instancabili, tramonti iniettati di sangue – con poche strade d’asfalto sbeccato e troppi campi incolti. Pregi e difetti, questi, di una famiglia allargata, scombinata, che abbina lunghe trasferte a un’esistenza per il resto modestissima; cantanti neomelodici da storpiare in italoamericano e tagliatelle al ragù; vignette di Topolino e manifesti della Beat Generation, da leggere di nascosto in soffitta dopo aver marinato di nuovo la scuola. Claudia ci racconta i suoi parenti, e allora incanta e diverte; i suoi viaggi innumerevoli – non soltanto quegli Stati Uniti sorprendentemente all’altezza del sogno americano, ma anche l’India e l’Inghilterra: con un’irrinunciabile attitudine punk e le cuffiette calcate nelle orecchie, l’autrice è interessata ai luoghi clou della controcultura, cimiteri, cinema d’essai, parchi di skater –; la fine lenta e amara della relazione con il ragazzo del liceo, i primi lavori da freelance, le avvertenze dell’oroscopo per i nati sotto il segno dei gemelli.  
Come ha vissuto il crollo delle Torri Gemelle, gli attentati dell’Isis, la Brexit e l’ascesa di Donald Trump un’eterna passeggera? Quali sono le letture, i film e le serie TV che l’hanno accompagnata? Quando alzare o abbassare la voce, perché mai impuntarsi, in una famiglia che faceva letteralmente orecchie da mercante davanti alle sue rimostranze?

La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato.

Le risposte sono state pronunciate in confessione tutte d’un fiato e racchiuse qui, in un best-seller dall’irresistibile copertina rosso fuoco. Equilibrista provetta com’è – fra mondi diversi, vuoti e pieni, rumori e silenzi – la Durastanti brilla per una delle scritture più espressive e originali incontrate quest’anno. Quanto è straordinaria la sua prosa, quant’è potente: al punto che, ammirato, ho finito di leggere il romanzo in pochi giorni. Con il senno di poi, grosso errore. All’inizio autobiografia pittoresca nello stile della Più amata, da metà in poi assume toni più vicini alla saggistica – ho ripensato all’Invenzione occasionale; a Parla, mia paura. La narrazione si frantuma e s’assottiglia. Si sparpaglia. D’un tratto diventano troppe le citazioni, troppe le digressioni, troppe le riflessioni. I capitoli sembrano articoli giornalistici a sé. E il rischio corso è stato quello di distrarsi, di perdersi per sempre, in una prosa che ha il pregio e il difetto delle canzoni ben musicate: concentrati sulla bellezza della melodia, non si presta attenzione al messaggio finale. Il mio consiglio per non guastarselo è quello di non fare come me, ma di piluccarlo poco alla volta, di leggerlo pianissimo. Figlia di genitori sordi, Claudia Durastanti dev’essersi abituata sin dall’infanzia a usare le parole perfette anche per raggiungere loro. A padroneggiare i segreti delle figure retoriche e dell’ironia anche per conto di mamma e papà, che nella loro routine fuori sincrono purtroppo ignoravano metafore e battute salaci. Da bambina, costretta sul divano, la protagonista seguiva Sanremo soltanto per i testi. Poco più grande, invece, avrebbe conosciuto Bob Dylan prima sui libri e poi attraverso i dischi – il Nobel per la letteratura, quindi, non l’ha mai stupita.

Possiamo fallire una storia d’amore, il rapporto con una madre. Ma quando una città ci respinge, quando non riusciamo a entrare nei suoi meccanismi più profondi e siamo sempre dall’altra parte del vetro, subentra una sensazione frustrata di merito, che può farsi malattia. Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo; il resto del tempo, è solo il sinonimo di una mutilazione, è un colpo di pistola che ci siamo sparati da soli.

Tutt’altro che restia alla magia sguaiata del dialetto, abituata a parlare forte e chiaro per farsi comprendere, l'autrice cresce ben consapevole del potere della lingua e orgogliosissima nel profondo. Non è soltanto il frutto acerbo di un’infanzia a tinte dickensiane. Non è semplicemente la ragazza delle borse di studio, l’elemosinante delle graduatorie da far scorrere. La sua questione privata, in libreria, diventa il pretesto per un gioco circense di infinita bravura, anche se qui e lì i nodi dell’albero genealogico, i sentieri della mappa topografica e il punto della situazione si perdono di vista. Ma bugiarda inguaribile per sua stessa ammissione, Claudia forse voleva semplicemente accontentare la mamma – che preferisce le storie reali ai racconti di fantasia, e ingenuamente è portata a  prendere tutto per vero. Restarci straniera, per preparare, così, la prossima fuga lontano dalla normalità.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Iggy Pop – Passenger

venerdì 28 giugno 2019

Mr. Ciak: La mia vita con John F. Donovan | Beautiful Boy | Serenity

Il cinema, la sessualità, le mamme. Alla luce del mio recente recupero, impossibile non pensare alla poetica di Pedro Almodòvar: uno dei pochi registi stranieri a non avere mai ceduto alle sirene delle major. Nell'errore, al contrario, è incappato l'adoratissimo Xavier Dolan: il ragazzo prodigio, ormai cresciuto, sognava Hollywood sin dall'infanzia. Il suo sogno americano, non a caso, contiene tracce innumerevoli di lui. Attore bambino con la cameretta tappezzata di poster, tormentato a scuola al suon di insulti omofobici, fa dell'ambizioso Jacob Tremblay il suo alter-ego; trova rifugio, per fortuna, nell'intrattenimento – vengono citati Jumanji, Il giardino segreto, la saga di Harry Potter – e nella venerazione di un teen idol sulla cresta dell'onda. Come starà vivendo il suo mito i giorni di gloria? Partito per l'estero ma sempre nella sua comfort zone, Dolan cerca compromessi che non lo accontentano fino in fondo. Ma la stessa frustrazione, diciamolo subito, non è vissuta anche dagli spettatori. Lontano dal disastro descritto dagli statunitensi, La mia vita con John F. Donovan non è forse l'opera della maturità che si domandava a un regista trentenne ma, benché mainstream, mostra un Dolan che non si tradisce. A differenza dei classici tranche de vie della provincia canadese, il suo ultimo film è un triplice melodramma: macchinoso giacché scrittissimo, scricchiola a causa di una scrittura romanzesca che nel bene e nel male limita i colpi di testa dell'autore. Rivestito di tutto punto, il regista in trasferta porta con sé la coperta di Linus dei temi cari pur rivestendoli con la patina attraente del cinema a stelle e strisce. Mentre la giornalista Thandie Newton prende appunti, assistiamo alla biografia fittizia di una stella emergente che vendette l'anima al successo. Particolarmente coraggiosa, allora, appare la scelta di un Kit Harington a un passo dall'implodere: la star della HBO polemizza con il suo ruolo di mentore del piccolo schermo e, con amara ironia, anticipa le dipendenze che di recente lo hanno condotto in rehab fra un pettegolezzo all'altro. Omosessuale represso, si ritrova nelle canzoni a squarciagola alla radio o nella vasca di mamma: una Saradon invadente quanto la miglior Dorval, a cui si contrappone dall'altra parte una Portman fredda e disattenta. La sceneggiatura è un taglia e cuci a cui neanche il montaggio funambolico riesce a star dietro. Per questioni di minutaggio sono stati tagliati personaggi e passaggi: su tutti, imperdonabile, quello a proposito della nascita di una scandalosa amicizia epistolare che nei fatti non c'è, quando dovrebbe essere invece il cuore della storia. Ma restano quel paio di scene madri da pelle d'oca; una colonna sonora che spazia da Florence ad Adele, dai Verve ai Green Day; un cast esageratamente assortito, con piani narrativi che combaciano purtroppo a fatica con il resto. Il regista canadese fa i conti con le aspettative altrui, la fama precoce e il bullismo subito, in un'altra questione privata che somiglia tanto a una seduta psicoanalitica. In poltrona, emozionati, vogliamo bene alla perseveranza e alla schiettezza mostrate. Peccato che a rendergliene merito, al cinema, fossimo appena in tre. Somigliassero tutti a questo Dolan fuori fuoco, i flop annunciati. (7)

Cosa significa essere il genitore di un tossicodipendente che non vuole lasciarsi salvare? Ispirato alle memorie del giornalista David Sheff, Beautiful Boy racconta la sua coraggiosa odissea accanto al figlio Nic: accettato da sei college alla fine del liceo, in cerca dello svago meritato, il diciassettenne ricade nel tunnel delle dipendenze. Se un dolcissimo Carrell regala ormai più soddisfazioni come attore serio che nei passati ruoli comici, il coprotagonista Chalamet sfoggia lacrime di coccodrillo che vengono presto a noia. Gli ambienti luminosi e confortevoli delle ville alto-borghesi, distanti dai ghetti malfamati dell'immaginario collettivo, incorniciano le levatacce del primo e le notti in bianco del secondo; le ansie, i sospetti innumerevoli e le bugie impenitenti di un adolescente carismatico ma difficile da amare. L'amore di un padre, così, ispira una ricerca sul campo in una tragedia comune a tante, troppe famiglie, con un epilogo per una volta eccezionalmente fortunato. Ma la guarigione, scontata e didascalica, passa attraverso lunghi abbracci, discorsi motivazionali e ricadute snervanti in quanto continue. Depotenziando un dramma familiare già compassato, nonostante i duetti da Actor's Studio, la cui maggiore delusione è attribuibile al lavoro del regista. Dopo il meraviglioso Alabama Monroe, Felix Van Groening usa il marchio di fabbrica di un montaggio frammentario – nel film precedente una poesia contemporanea, qui fonte perenne di sconcentrazione – per girare senza un piano costruttore, al suon dell'invadente colonna sonora indie, un brutto episodio di This is us. In quale vicolo sudicio ripescare Nic; in quale clinica ricoverarlo? Molto meno affannosa, al contrario, la domanda che ci ponevamo all'inizio, sapendo Beautiful Boy tagliato fuori dalla stagione dei premi: perché il cuore freddo di critici e giurati, davanti a un caso di coscienza che – a torto, su carta – ci sembrava struggente? (5,5)

Lui è un lupo di mare con un'amante focosa in ogni porto. Lei, femme fatale poco convincente sin dalla tinta bionda, è una ex in cerca di aiuto contro il marito manesco. Potrebbe sembrare un giallo hitchcockiano, se non fosse per la presenza di un personaggio secondario che proprio non ci si spiega: un omino occhialuto e bizzarro, così fuori posto e dal ruolo così imprevedibile. Su una bellissima isola che non c'è, dove tutti sanno tutto di tutti, si muovono con il pilota automatico personaggi in crisi: irrisolti, incompresi, si consolano ora con il rum a fiumi, ora con i tuffi spericolati dalle scogliere a picco. Nel mentre, pianificano il delitto perfetto o aspettano l'arrivo delle mareggiate. Se la collega Anne Hathaway, qui al suo peggio, è un pesce fuor d'acqua, Matthew McConaughey ha sprezzo dei suoi cinquant'anni portati alla grande: fuma e trinca, praticando l'amore libero, e concede più del solito a favor di telecamera un lato B estraneo alla forza di gravità. La fotografia assolata e il sex appeal dei protagonisti, comunque, non distraggono: il bastonatissimo Serenity, altro film sabotato dalla critica, a volte incappa in scivoloni grossolani o buchi di sceneggiatura grandi quanto voragini; altre nella stranezza di colpi di scena talmente campati in aria da risultare quasi degni di stupore. Alla deriva, senza una meta condivisibile, Steve Knight – altro che ha perso la bussola, dopo il successo di Locke – si dà a una risoluzione tanto inattesa quanto surreale, incoerente con il resto ma toccante a modo suo, in cui il McConaughey nudista sembra tornare a indossare la tuta spaziale del padre di Intestellar. Un po' thriller erotico anni Ottanta, un po' videogioco avventuroso, Serenity finisce per essere un divertente nulla di fatto. Un incrocio bizzarro, difficile da incasellare nel cinema dello sceneggiatore americano e, soprattutto, nella carriera di due premi Oscar. Come hanno potuto abboccare? (5)

lunedì 11 marzo 2019

Recensione: Vita segreta della bambola solitaria, di Jean Nathan

| Vita segreta della bambola solitaria, di Jean Nathan. E/O, € 19, pp. 368 |

Come scindere contenuto e forma? Come potersi dire conquistati da una storia, sulla carta affascinante e torbida al pari di un romanzo gotico, se scritta con un piglio poco accattivante? Come venire a patti con biografie che fino all'ultimo tali scelgono di restare, cronache puntuali e distaccate di vite al limite, che rinunciano con l'amaro in bocca allo slancio vitale della narrativa? Queste stesse incertezze, sotto forma di domande fitte e ondivaghe, mi hanno accompagnato dalla seconda metà di Vita segreta della bambola solitaria in poi. Una lettura iniziata in anteprima e sotto i migliori auspici, che al pari del memoir Boy Erased purtroppo mi ha convinto più in teoria che in pratica. Se il lato di me che ama indistintamente le vicende morbose è stato accontentato, ho trovato purtroppo che la piacevolezza della lettura non fosse assicurata. Tutto prende avvio nei primi anni Duemila: la giornalista Jean Nathan, in nome della nostalgia, si mette in cerca della scrittrice che ha segnato la sua infanzia. Che fine ha fatto Dare Wright, autrice di storie giudicate freudiane con il senno di poi e di scatti, soprattutto, in cui inconsapevolmente si mescolavano candore e sadomasochismo?

Ogni biografia è in qualche modo un'operazione di salvataggio, anche se non sempre disinteressata. A volte, nei miei tentativi di catturare la storia di Dare prima che andasse perduta, ero convinta che sarei riuscita in qualche modo a liberare la sua protagonista. Non avrei mai pensato che scriverla potesse essere un modo per liberare anche me.

In Italia, forse, pochi la ricorderanno. Di certo non io, nato un paio di generazioni successive e non a conoscenza prima d'ora delle avventure tenere e terribili della bambola Edith: una figura inconsolabile e un po' ammiccante, la cui solitudine è salvata dall'arrivo di due orsetti di peluche. Guai a disobbedire, però, se a ogni malefatta minacciano di abbandonarla. Cinquant'anni dopo di Dare – attrice, modella, fotografa e icona della narrativa per l'infanzia – resta un corpo sfiorito in un letto d'ospedale. È in coma, con due grotteschi pupazzi sottobraccio e una stanza che ricorda una scenografa teatrale dismessa. Non può più svelarsi, confessarsi, né far luce su una vita fuori dagli schemi. La ricerca dell'instancabile Jean Nathan parte da lontano: difficilissima per l'atteggiamento laconico di Dare e per voci di corridoio in cui la verità si confonde spesso con l'invenzione, fra viaggi, cocktail party, frequentazioni illustri e matrimoni sabotati a un passo dall'altare. Quand'è che l'autrice è arrivata a somigliare alle sue bambole tutte imbellettate? Si comincia dalla relazione burrascosa vissuta dai genitori – Ivan, critico teatrale con un passato inglorioso nel cinema, e Edie, ritrattista di grido responsabile del sostentamento dell'intera famiglia –, e presto si individuano i traumi e le mancanze di Dare in una fanciullezza spesa in un folle andirivieni a opera di genitori velleitari che trattavano i figli come bagagli. La protagonista viene separata dal fratello Blaine, che incontrerà soltanto venticinque anni dopo, e crescerà all'ombra della tirannica Edie: una mamma da compiacere, imitare, accudire, diventando la sua eterna bambina. I capelli bruni tinti dello stesso biondo delle Barbie, il sopraggiungere della bulimia per non crescere né ingrassare ulteriormente, bugie e travestimenti in quantità per fingersi altre persone – persone migliori? – nella grigia e industriale Cleveland. 

In quanto ritrattista Edie “creava” le persone, lo stesso campo d'azione, amava sottolineare, di Dio. In questo c'era una forma di potere, anche se le creature di Edie erano inanimate. Era meglio così. Le persone inanimate non potevano ferirti. E potevano essere controllate.

In cerca di una sua identità, Dare punterà invano all'indipendenza di New York e farà mormorare qualcuno per i nudi integrali in spiaggia, l'attaccamento quasi incestuoso verso Edie, il desiderio non di un uomo bensì di un compagno di giochi. 
Nelle bellissime foto in bianco e nero che corredano il volume la vediamo discinta e appariscente, un'autentica vamp con sprezzo del tabù, eppure arriverà illibata alla terza età. A metà fra l'eroina di un dramma teatrale di Ibsen e la stella cadente di una puntata di Feud, Dare Wright era la firma di una versione politicamente scorretta e inquietante del caposaldo di un'altra generazione, Toy Story. Una Alice lontana dalla tana del Bianconiglio, un'infiltrata fra i i bambini perduti di Peter Pan. 
Inadatta al mondo, ormai allo sbando, negli ultimi anni della sua carriera avrebbe fatto i conti con i morsi della solitudine: le bottiglie vuote dappertutto, la compagnia delle domestiche e dei clochard pescati a Central Park. Quanto è terribile l'incanto al tempo della disillusione? 

Lo sai, il mondo è diventato troppo reale per me. Non appartengo a questo posto. 

Scoprirlo seduce e disturba, in una biografia altrimenti sin troppo densa e rigorosa. Una dettagliata ricerca sul campo con in appendice dieci pagine per i riferimenti bibliografici, un'infinità di nomi luoghi e date, le stesse note a pie' di pagina della mia tesi specialistica, dove la scrittura scorre ma non dà valore aggiunto alla storia. Le parole della Nathan interessano molto meno di Dare, e finiscono per appiattire personaggi dall'incredibile appeal – si vociferava di un film con Naomi Watts e Jessica Lange nel cast –, che avrei preferito immortalate con un piglio diverso da quello cronachistico. 
I processi di ricostruzioni a ritroso non sono sempre disinteressati: quanto è servito questo testo alla memoria di Dare Wright, quanto al lettore, quanto all'autrice? 
La biografa ha conosciuto la vera Bambola solitaria quando era già spacciata. È stata un po' un'infermiera improvvisata, un po' un'amica spirituale da chiamare in caso di emergenza. Sorella di un ragazzo affetto da un grave disturbo cognitivo, la Nathan si è rifugia nelle storie per mestiere e per legittima difesa. E si è rifugiata, un giorno, in quella di Dare. Una casa di bambole a opera di artigiani finissimi – che stoffe pregiate, che infissi, che deliziose porte in ciliegio, che colori pastello! – dove, a dispetto delle accoglienti abitatrici, qualche lettore si sentirà stretto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola