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martedì 25 novembre 2025

Ritorni di fiamma: Wicked 2 | After the Hunt | Una battaglia dopo l'altra | Bugonia | Materialists

Aspettare il ritorno di Wicked ha scandito il mio anno in maniera precisa. Un'emozione infantile, lieve, che si è rinnovata in una sala con i cosplayer all'ingresso e un pubblico abbigliato a tema. Il prosieguo della storia ha un difetto: anche a teatro, il secondo atto è meno memorabile e più ingenuo. Le canzoni da cantare a squarciagola sono poche. I colpi di scena non mancano, ma, come spesso succede a Broadway, è un deus ex machina — non il Mago di Oz — ad alimentare i triangoli, a trasformare i comprimari in cattivi, a scaraventare Dorothy giù dal cielo. Epico, ma con un eccezionale amore per i dettagli, Chu omaggia il talento delle maestranze — scenografi e costumisti su tutti — e quello di un cast perfetto. Se la forza di Erivo ha già brillato, qui si ha la consacrazione di Grande: incantevole, frivola e fragilissima, punta all'Oscar con una favola politica che ne fa ora una pedina, ora un simbolo. L'attesa di Wicked: For Good è stata più emozionante del film in sé? Forse. Ma perfino l’esplosione di una bolla di sapone finisce per suonare assordante — e magica, come le rivoluzioni. (7,5)

Dopo Queer, Guadagnino torna e divide. Yale trema per un'accusa di molestie. Nella caccia alle streghe, gli interrogativi incalzano. E tutti, pur di proteggere la propria reputazione, diventano capaci di tutto. Roberts, di bianco vestita ma moralmente in chiaroscuro, giganteggia accanto a Stulhbarg in un thriller senza vincitori né vinti. L'istrionico Garfield è davvero un predatore? Adebiri, mai all'altezza del resto del cast, usa la propria vulnerabilità per occultare un plagio? E cosa spinge la Roberts a schierarsi, o a non farlo? Citando Allen - il maggiore regista vittima della cancel culture -, Guadagnino provoca con un film sontuoso e ambiguo. Smaschera le ipocrisie della Gen Z dell'inclusione e dei trigger warning, ma anche l'omertà dei Boomer mai scesi a patti coi loro scheletri nell'armadio. Lo scontro avviene lasciando fuori i corpi: questa volta solo il pomo della discordia in un cinema dove i non detti, come in Anatomia di una caduta, feriscono più dei dialoghi o degli stridori della colonna sonora. «Di' tutta la verità», scriveva Dickinson, «ma dilla obliqua». After the Hunt la dice così, sbieca e tagliente, fino a confondere giusto e corretto. (8)

Chase Infiniti è una figlia che non ha mai conosciuto la madre. Leonardo DiCaprio è una padre sempre in hangover, con un passato da sovversivo per amore. Sean Penn è un militare repubblicano che, a dispetto dei segreti feticismi sessuali, vorrebbe sedere fra i suprematisti bianchi. Ambientato in una polveriera a ridosso del confine messicano, Una battaglia dopo l'altra è un film tra il thriller e la commedia nera, l'impegno politico e il grande intrattenimento, i fratelli Coen e Breaking Bad. Esilarante a dispetto dell'urgenza delle tematiche, frenetico nonostante la durata fiume, adatta Vineland di Thomas Pynchon ai giorni nostri e, in mezzo ad assalti, guerriglie e inseguimenti, non dimentica di indirizzare una lettera di speranza alle nuove generazioni: la meglio gioventù che erediterà dai padri il gusto della disobbedienza civile, ma non la mascolinità tossica. Se l'antieroe DiCaprio è un boomer lontano dai cliché action, l'Oscar sembra brillare per un Penn iconico come non mai. Il cinema è una cosa meravigliosa, soprattutto quello di un Paul Thomas Anderson in forma smagliante. Quando fa la rivoluzione, di più. (9)

Emma Stone (in sala anche con il brutto 
Eddington) è un'aliena sotto copertura con l'obiettivo di portare il genere umano all'estinzione? È la teoria del complotto di un imprevedibile Jesse Plemons, che insieme al cugino autistico progetta un rapimento in cui l'emergenza ambientale si mescola alla vendetta. Con un pugno di attori fidati, Yorgors Lanthimos torna con una commedia nera dalle derive splatter in cui mancano i suoi vezzi stilistici (grandangoli, fish-eye, campi lunghi o lunghissimi) e, soprattutto, il graffio vero nella scrittura. Sarà perché, questa volta, si tratta del remake di un piccolo cult coreano? O forse è per via della vaga noia per i soliti nomi, i soliti registi che sfornano un film all'anno, i soliti film appesantiti da venti minuti troppo? Nel dubbio che ci accompagna fino a fine visione, si sorride comunque al pensiero di ciò che i protagonisti sarebbero capaci di fare. Bugonia - il cui titolo spoilererà il finale ai secchioni del classico - è il Lanthimos meno disturbante e più sopra le righe. Ma anche quello inedito, perché finalmente divertente. (6,5)

Che fine hanno fatto le commedie romantiche: quelle leggere e patinate, a lieto fine, tipiche degli anni Novanta? Celine Song, reduce dal successo dell'intenso ma sopravvalutato Past Lives, risponde con un triangolo sentimentale degno dei classici di Jane Austen. La splendida Dakota Johnson è una novella Emma divisa tra lo scapolo d'oro Pedro Pascal e il cameriere di belle speranze Chris Evans, ragione e sentimento, in un film ambientato nell'inferno del dating, degli algoritmi e del consumismo sfrenato. I soldi non faranno la felicità, forse, ma garantiscono una serena vita di coppia. È la tesi di un film classico, ma diversissimo da come gli spot promozionali e il discutibile titolo italiano ce lo hanno raccontato. Cinico, contemporaneo e calcolatore, Materialists fa del matrimonio un contratto e dell'amore merce di scambio. La nostra affascinante eroina newyorkese troverà il suo principe azzurro, o rischierà il burnout? Inevitabile, a fine visione, sentirsi un po' più brutti, soli, poveri e bassi rispetto all'inizio. Celine, diccelo, per favore: cosa ti hanno fatto di male gli uomini alti soltanto uno e settanta? (7)

lunedì 12 dicembre 2022

I bellissimi dell'ultimo periodo: Pinocchio | Blonde | Everything Everywhere All at Once | Cha Cha Real Smooth | The Batman

Nella prima edizione della storia, Pinocchio moriva impiccato e irredento: Italo Calvino lo considerava il protagonista dell'unico romanzo horror italiano. Al centro di innumerevoli trasposizioni (questa è la terza in tre anni), il piccolo bugiardo di Collodi trova finalmente la sua dimensione ideale nelle mani di Del Toro. E diventa inquietante, politico, dolcissimo, proprio come ci si aspetterebbe dal regista del Labirinto del fauno. Ambientata in un borgo dell'Italia in guerra e destinata a concludersi tra le acque insidiose dello Stretto, la trasposizione Netflix è una riscrittura brillante e personalissima in cui manca Mangiafuoco, la fata turchina ha una spaventosa gemella che veglia sui vivi e i morti, il Paese dei balocchi è un casermone dove plasmare la gioventù fascista. Lucignolo è il figlio del podestà, Geppetto intaglia crocifissi e piange il figlio perso nei bombardamenti, l'immortale Pinocchio fa gola tanto agli impresari senza scrupoli quanto al regime. Mussolini in persona non si divertirebbe forse a vederlo cantare e ballare? Ma questo burattino senza i fili e con un cuore grandissimo (nell'incavo del suo petto dorme il Grillo parlante) sfida il Duce e il mare pieno di bombe, insegnando che i genitori nutrono talora aspettative da smentire e che le bugie possono salvare la vita. Per il resto: sappiamo tutti come va a... O forse no? In lacrime, mi sono scoperto turbato per lo struggimento scorto sui volti in stop motion dei protagonisti e per la (non) morale di questo capolavoro della buonanotte. Una fiaba inedita, per bambini ribelli. E antifascisti. (8,5)


«Non sono una stella, sono soltanto una bionda». È abituata a sminuirsi, anche se legge Dostoevskij e Cechov; a nascondersi dietro un cliché, cosicché il mondo non la bracchi. Norma Jeane lo affronta con gli occhi di un cerbiatto abbagliato dai fari. E con gli stessi occhi si guarda da fuori con lucidità spaventosa. Si scolla da sé e allo specchio, sullo schermo, vede materializzarsi Marilyn: a volte alleata, altre nemica, è reclamata come un supereroe. Dove comincia una e finisce l'altra? Quale delle due ammortizza al meglio le violenze fisiche e psicologiche, gli aborti e i voltafaccia di quattro uomini tutti uguali ma tutti diversi? Dominik adatta Oates, e trasforma un flusso di coscienza in un'opera d'arte destinata a farsi amare e odiare su una piattaforma di consumo. Divisivo, Blonde metterà d'accordo per l'audacia del comparto tecnico e per la scommessa vinta da Ana De Armas, splendida e vulnerabile; scontenterà per tutto il resto. Ma questa via crucis lunga tre ore resta uno degli esempi di cinema più fulgidi di quest'anno accanto a Spencer: ancora una volta, un horror psicologico con un'icona tormentata dai ghigni dei paparazzi. Diana, però, si riappropriava perfino del suo cognome originario. Marilyn, invece, resta “la bionda”: è una prigionia senza fine, la sua, raccontata da un falso biopic terribile e bellissimo al contempo. A disagio, ho chiesto scusa a un fantasma vergognandomi di me stesso: mia Norma (anzi, al bando i possessivi: non “mia”, ma finalmente di te stessa), se puoi, per favore, perdonaci tutti. L'unico difetto di questo film è renderci complici, di nuovo, dalla sua autodistruzione, grazie a (o a causa di) un cinema che è voyeurismo e requiem solenne. Sono in difetto, poiché inerme e maschio. E, per questo e altro, sono colpevole anch'io. Perdonaci. Perdonami. (8,5)

Evelyn è la direttrice di una lavanderia a gettoni. Sull'orlo del divorzio, sommersa dalle richieste dei creditori, amareggiata per i dissapori con il padre anziano e la figlia omosessuale, rischia di perdere la testa. E di trascinarci tutti nel suo caos interiore, in un film pazzo e irresistibile che la vede protagonista di un'avventura senza precedenti: proteggere gli equilibri del multiverso, minacciato da una forza maligna di cui lei stessa è artefice. Ci sono innumerevoli Evelyn, con innumerevoli abilità a carico: ogni Evelyn ha imboccato, però, una direzione diversa. Quella che abita il nostro universo farà davvero da ago della bilancia in un conflitto millenario? Siamo nel nuovo film dei Daniels. Reduci dai fasti del sottovalutato Swiss Army Man, questa volta puntano agli Oscar con un piccolo film destinato a grandi incassi. Se lo stanno amando tutti, in lungo e in largo, c'è un perché. Nella sceneggiatura, geniale, ci sono: arti marziali, sassi parlanti, procioni da salvare, dita a forma di hot dog, marsupi che diventano nunchaku e butt plug che diventano trofei. Nel corso della visione i corpi esplodono in cascate di coriandoli e la bravissima Michelle Yeoh, qui al centro di un tripudio di colori e metamorfosi, è una padrona di casa cazzuta e perfetta. Al centro di un cast un po' cinese e un po' americano, incarna le faticose contraddizioni di una madre straniera in terra straniera: questo, infatti, è un film che parla di conflitti fisici e conflitti generazionali; di migrazioni concrete e metaforiche, al termine delle quali le identità dei protagonisti si scoprono in bilico. Chi saremmo senza i nostri errori e i nostri rimpianti, senza i nostri viaggi? La pazienza, la gentilezza e l'amore, all'ultimo, ci salveranno. Sempre. Ogni giorno, e in ogni universo parallelo, anche quando un gigantesco buco nero a forma di bagel minaccerà di divorarci tutti. Ho riso tra le lacrime per due ore e dieci. Viva le famiglie infelici a modo loro. Viva i Daniels. (9)

Lui, ventidue anni, ha appena finito l'università ed è tornato a casa dai genitori con la coda tra le gambe. Ha mamma e fratello minore per migliori amici e vive una doppia vita: di giorno commesso in un fast food, di notte animatore di feste per bambini ebrei. Lei, di una decina d'anni più grande, è madre di un'adolescente autistica e si sforza a tutti i costi di impegnarsi come genitrice e compagna. Ma, tra crisi di pianto e flirt, non riesce a rispettare il buon proposito di crescere. Chi vorrebbe diventare un'adulta responsabile, infatti, con accanto qualcuno come Cooper Raiff? Classe 1997, attore, sceneggiatore e regista, presta il suo sorriso pieno di candore a un Peter Pan infantile e straordinariamente maturo insieme. Goffo, dolcissimo e fuori luogo, è il cuore di una commedia romantica in stile Sundance nonché l'insospettabile interesse amoroso di Dakota Johnson. A fuoco come mai prima, la star di Cinquanta sfumature di grigio è un incanto con quelle smorfie un po' ironiche, un po' sensuali: nel cinema indie ha definitivamente trovato la sua isola felice. Uniti da un'alchimia palpabile e dalle perle di una sceneggiatura brillante nella sua semplicità, i due regalano un nuovo e prezioso spaccato di quella “quarter-life crisis” che tanto mi fa penare. Per fortuna ci sono film così, piccoli ma dal grande cuore, che ci fanno sentire tutti meno incompresi. Per fortuna, combattuti a giorni alterni tra gioia infantile e struggimento post-adolescenziale, possiamo fare come Cooper e Dakota: ballare, sbagliare, ricominciare. E, ancora e ancora, ballare. (8)

Mentre una Kristen Stewart da Oscar ha dato corpo alla “principessa triste”, Robert Pattinson ha prestato la sua mascella scolpita al “cavaliere oscuro”. Stranamente simmetrici, gli ex protagonisti di Twilight sono cresciuti. Bellissimi, arrabbiati e nevrotici, si confermano icone generazionali: negli occhi hanno l'inquietudine dei trentenni di oggi. In una Gotham derelitta e pericolosa, Batman semina il terrore: basta la sola apparizione del suo simbolo per far tremare i criminali. Isolato nella sua torre d'avorio, raramente getta via la maschera e mai, soprattutto, si lascia andare a gesti di gentilezza: cerca vendetta. È proprio questa stessa sete, inappagata, a legarlo a Catwoman (Zoe Kravitz: da infarto) e ai tranelli dell'Enigmista (Paul Dano, uno dei giovani attori più straordinari su piazza): come lui, i comprimari sono orfani alle prese con le promesse della generazione precedente. I figli erediteranno le colpe dei padri. E quante storture abbiamo ereditato noi? Quanti debiti, quante macerie, quanta immondizia? The Batman è un neo-noir denso e fluviale, alla David Fincher. È un una riflessione sul potere, che in ogni epoca e in ogni dove gronda sangue e bile come in Machiavelli. È la storia di un lutto mai elaborato. Oltre al mantello, Pattinson si trascina dietro una tristezza atavica e contemporanea al tempo stesso. Gli invidiamo l'armatura scintillante: nasconde quel disagio esistenziale in virtù del quale, per la prima volta, è stato possibile identificarsi con un supereroe del grande schermo. (7,5)

mercoledì 15 maggio 2019

Mr. Ciak: Pet Sematary, The Prodigy, Climax, 7 Sconosciuti a El Royale, Escape Room

Citando un altro dei suoi successi, a volte ritornano. È successo prima alle liceali vessate, poi ai pagliacci assassini, infine ai membri della famiglia Creed. I remake, negli anni, hanno dato nuova linfa agli incubi di Stephen King. A trent'anni dal film originale, Pet Sematary ha seguito l'esempio di Carrie e It. Il risultato, poco clamoroso ma comunque godibile, è nella media. All'attenzione filologica della prima parte – notevole l'interesse per l'inconscio dei protagonisti, i fantasmi di lui e i sensi di colpa di lei, insieme agli effetti mortiferi di una terra maledetta che supera i confini della radura e tormenta la famiglia in gran completo – seguono le canoniche concessioni al mainstream della seconda, con tanto di bambine possedute appostate in cantina e vedute di un cimitero gotico a livelli caricaturali. Il cambio di rotta dell'epilogo, nerissimo e perfino più tragico, seminerà un certo disappunto nei lettori più fedeli ma, nel mio caso, è stato una felice variazione sul tema: un aggiornamento con i tratti della riscrittura, che non stravolge il messaggio complessivo. I problemi del film, purtroppo, non stanno tanto nei limiti di una sceneggiatura non abbastanza rimodernata quanto nell'assenza di un protagonista sfaccettato o di un regista degno di questo titolo: Jason Clarke, inespressivo come il peggiore Affleck, appare talmente monolitico da non riuscire mai a comunicare la sofferenza di un medico alle prese con una scelta impossibile – insomma, non ha l'intensità richiesta a Toni Collette in Hereditary –; i registi chiamati a sbrigare il compito sono ben due, ma sembrano aver dato forfait. I risvolti agghiaccianti non impediscono allo spettatore di nascondersi qui e lì il viso fra le mani. Il gatto Churchill e la sua spiritata padroncina, Ellie, potrebbero diventare presenze fisse nella galleria dei personaggi inquietanti. Ma chi l'ha letta lo sa: quella di King, in realtà, era una tragedia inesorabile. Purtroppo centrava meglio l'obiettivo il televisivo 1922, e non l'ennesimo horror mordi e fuggi, per quanto decoroso appaia. A volte la morte è meglio. Ma il remake? (6,5)

Le abbiamo festeggiate la seconda domenica di maggio, le mamme. Cosa non farebbero per proteggere i loro figli? È lo sguardo amorevole a distogliere la convincente Taylor Schilling dalle stranezze del piccolo Miles, bambino dall'intelligenza precoce e dagli incubi inenarrabili. Mentre lui veniva al mondo, in un'altra città moriva un serial killer. Spirando, il mostro ha lasciato in eredità al nascituro un occhio di colore diverso rispetto all'altro e una questione di morte ancora irrisolta. Si parlerà allora di doppie personalità. Di reincarnazioni, a cavallo fra Oriente e Occidente. Un po' Omen, un po' La bambola assassina, The Prodigy – giunto in sala fuori stagione, con a bordo lo stesso sceneggiatore di Pet Sematary – appartiene al classico filone del bambino crudele. Non supera i modelli di riferimento, non ambisce a diventare pietra miliare, ma per essere un prodotto d'intrattenimento uscito durante le vacanze pasquali sa difendersi discretamente senza sfoggiare l'artiglieria pesante dei film di serie B. Ritratto di una convivenza infernale e di un genitore sull'orlo di una crisi di nervi, ha alle spalle luoghi comuni solidissimi e qualcosa di buono, fra interpreti in parte e ritmi accattivanti. Ne viene fuori un thriller paranormale di buona foggia, che sgomita con eleganza in un sottobosco di pellicole ormai intercambiabili fra loro e che, a colloquio con l'infido Jackson Robert Scott, trova un antagonista da brivido. Pur al servizio di una storia che, strano ma vero, senza nessuna novità da proporre, non è ancora venuta a noia. (6)

Ci ha raccontato l'amore in Love, lo scandaloso porno d'autore che aveva diviso Cannes. È tornato, ora, per raccontarci la morte: con la grazia selvaggia della danza contemporanea e tutta la bellezza perturbante del suo cinema. Gaspar Noé, il Lars Von Trier argentino, non balla da solo né tanto meno in punta di piedi. Siamo in una sala piena di ballerini professionisti. La danza è il loro lavoro, il loro hobby, la loro vita. Non fanno altro, e di danza parlano in tutte le lingue del mondo. Climax mostra la loro ultima sera dopo nove mesi di lavoro a stretto contatto. Proiettati nel bel mezzo di relazioni, tradimenti e alleanze, carpiamo qualche informazione dalle chiacchiere altrui. E capiamo che c'è qualcosa che non va. La sangria a fiumi li rende su di giri: chi l'ha drogata? Se in Suspiria il movimento era armonia, qui conduce invece allo sfacelo. A incesti, aborti, stupri, aggressioni. In un rito bacchico durante il quale tutto è lecito, tutto è possibile, la compagnia garantisce orrori indicibili e un'esperienza visiva eccezionale. Le prove stesse sono l'esibizione. Il resto, invece, è un flashmob lunghissimo su cui giganteggia la bandiera francese e l'onnipotenza di Noé. Un regista che inserisce i titoli di coda all'inizio del suo film e quelli di testa a metà, dopo quarantasei minuti di visione. Un portento alla macchina da presa che si concede ora piroette da capogiro, ora interminabili piani sequenza: la telecamera, fissa, mentre i protagonisti diventano invasati. All'esagerato virtuosismo di fondo, però, corrisponde simmetricamente l'inutilità della trama; atmosfere psichedeliche che nella prima parte entusiasmano e poi, pian piano, vengono a noia. Mancando d'un passo l'acme del titolo, mentre nel dramma precedente – fra contenuto e forma, provocazione e commozione – la pienezza dell'orgasmo era assicurata. (7)

Sette sconosciuti dal passato criminoso, un hotel da cui fuggire. Il giallo e il pulp, sposalizio già vincente nel sopravvalutato The Hateful Eight, chiamati a raccolta insieme a un cast di sole stelle per renderci partecipi di una vicenda di bulli e pupe, sangue in quantità e soldi sporchi. El Royale sorge a cavallo fra due stati e, nella classica note buia e tempestosa, ci assicura scenografie sopraffine, splendide canzoni al juke-box e una manciata di sequenze degne di nota: quel piano sequenza lungo un sordido corridoio segreto, ad esempio, o l'esibizione canora della grandissima Cynthia Erivo intervallata ai piani imperscrutabili di Jeff Bridges. La compagnia, data la portata degli ospiti, sarà di quelle con cui rifarsi gli occhi – che bombe sexy Dakota Johnson e Chris Hemsworth! –, anche se nel cuore mi è rimasto l'imprevedibile portinaio di Lewis Pullman. Strabordante, sfacciato e autoironico, il ritorno al cinema di Drew Goddard è un nuovo omaggio, dopo i fasti di Quella casa nel bosco: lì omaggiava l'horror, qui il thriller. Non vuole lasciarsi prendere troppo sul serio, e ci saranno allora la stessa leggerezza, la stessa passione, lo stesso tocco promettente. Nonostante una superba prima parte e un prosieguo all'insegna della fatalità, è sempre bello far congetture e vederle smantellate: si sfoderano le armi pesanti, infatti, e senza troppi rancori vengono meno l'aplomb iniziale e attori il cui ruolo, a torto, era considerato chiave. Scoraggiato dalle oltre due ore di durata e dalle recensioni tiepide, rischiavo di perdermi un soggiorno pericoloso ma confortevole in mezzo alla bellezza kitsch e ai deliri metacinematografici di Goddard: un piccolo Tarantino che fa simpatia, per le grandi ambizioni e un cognome da Nouvelle Vague. (7,5)

Cinque sconosciuti dal passato traumatico, un complesso da cui fuggire per salvarsi la pelle. Il giallo all'inglese di Agatha Christie incontra i morti ammazzati di Saw e i grattacapi di The Cube. A ogni scenario (fra i tanti: un forno crematorio, un cottage sotto zero, un salotto distorto dalle droghe, una biblioteca pronta a schiacciarti) corrispondono un indizio e una dipartita violenta. Qual è il filo rosso che unisce i protagonisti? Chi li manipola dall'alto? Soprattutto, chi avrà la meglio in questo purissimo gioco di sopravvivenza senza trucchi né inganni? Il survival – genere tipicamente estivo, questa volta elegante nella resa e piuttosto ben assortito – a sorpresa potrebbe divertire più gli amanti dei grattacapi che quelli dello splatter gratuito, grazie alla sintesi fresca e dinamica delle sue influenze da cardiopalma. Invito a cena con delitto multiplo, cavalca la moda delle escape room già diffusa nelle grandi città e rinuncia all'efferatezza, intrattenendo con l'ingegno delle scritture a incastro; gli ambienti vari e insidiosi; una chiusa aperta ma non troppo, in vista di un papabile seguito che, qui lo ammetto e qui lo nego, in futuro mi concederei di volata. (6,5)

venerdì 4 gennaio 2019

Mr. Ciak: Suspiria | Bird Box | Un piccolo favore

Come riproporre un cult se non stravolgendone i connotati? Come bissare il successo di Chiamami col tuo nome se non cambiando pelle? Luca Guadagnino, atteso con ansia e po' di scetticismo al varco, sceglie di spiazzare appassionati e detrattori. Dopo le estati assolate in quel di Crema, si passa al rigore dell'autunno tedesco: luci fioche, piogge incessanti e, se nel pieno degli anni Settanta, sconvolgimenti che riguardano la rivoluzione sessuale, il terrorismo e i conti in sospeso con il Reich. Lo sbalzo di temperatura si avverte. Tocca indossare una sciarpa di lana e condividere con Dakota Johnson, americana in fuga dalla famiglia mennonita, i brividi di freddo e lo smarrimento. Non eravamo abbastanza preparati alle escursioni termiche di un microcosmo diverso da ciò che avevamo immaginato decifrando carte o recensioni. Non eravamo abbastanza preparati a questa operazioneche porta un titolo importante e il pregiudizio del remake, e al suo essere altro da sé. Dimenticate i colori pastello, le mezzepunte e le protagoniste sprovvedute: questa Susie, spavalda e desiderosa di primeggiare, rimpiazza presto le colleghe scomparse e pende dalle labbra della Swinton, magnetica Pina Bausch ai vertici di un'arcana congrega. A spadroneggiare è il pallore claustrofobico del grigio e, mentre nell'altra stanza i movimenti della nuova arrivata hanno effetti magici sulla fanciulla sventrata di cui tutti parleranno all'uscita dalla sala, riconosceremo come protagonista morale lo struggente psichiatra tanto tranchant nel diagnosticare l'isteria della paziente Moretz quanto incapace di elaborare la sparizione della moglie Jessica Harper, deportata in un campo di sterminio nel clou del Nazismo (paradossalmente a interpretare l'unico personaggio maschile è sempre la Swinton, trasformista da Oscar la cui espressività fa per tre). Nel grembo dell'accademia Markos riecheggiano i suoni bellissimi di Thom Yorke, sussurro fra i sussurri, e si sperimenta tutta la complessità dell'essere donne: ora complici, ora rivali, le usurpatrici bugiarde e le aspiranti stelle di Guadagnino si danno a un'insana competizione e a sacrifici disumani. Lì vigono una dieta ferrea, sonni brevi e tormentati, e le esistenze delle allieve ci appaiono fragili e incantevoli come quelle delle farfalle. Conturbante dall'inizio alla fine, discutibili punte kitsch a parte, Suspiria somiglia alle coreografie tribali e irrequiete che mostra; a quella danza contemporanea non per tutti, fatta di torsione dei polsi, piedi battuti, sospiri parlanti. Destinato a farsi amare o odiare, come le recenti fatiche di RefnAronofsky Aster insegnano, è un trip lungo e densissimo per coloro che sanno che l'intreccio non è tutto, che i guanti di sfida vanno raccolti, che credono nella fascinazione a scoppio ritardato. Poco sangue, nessun sobbalzo in poltrona e i temi su temi di chi troppo vuole e nulla stringe. O forse no? Le serpi della Markos ti ipnotizzano, ti avviluppano nelle loro spire e ti ingoiano. Hanno tradito lo spirito comunitario degli inizi, dedicandosi a corruzione, sadismo e balletto. Ma una buona madre non è soltanto severità, ma anche misericordia. Non è soltanto sangue a fiumi, ma anche fettine di pere dolcissime a colazione. Alzate le luci, per favore, questo cielo uggioso mi opprime. Alzate la voce, questi sussurri nel cuore della notte – riflessioni concitate sulla sete di potere e gli effetti deleteri degli “ismi”: sì, femminismo compreso – assillano. Il regista palermitano mi scontenta e va oltre. Anche a rischio che il passo sia più lungo della gamba. Per fortuna intervengono l'agilità felina delle danzatrici e il tocco dei migliori della classe con la signorilità per marchio di fabbrica. E questo passo, per quanto affrettato, per quanto folle sia, non troppo a sorpresa gli riesce: passaggio chiave in una coreografia di corpi, di morti, in cui bellezza e repulsione ballano gomito a gomito il loro sabba della fertilità. (7,5) 

Ho ripensato al romanzo La morte avrà i tuoi occhi lo scorso marzo, quando nel descrivere il mondo post-apocalittico del tesissimo A Quiet Place mi ero dato ai confronti con l'odissea di Josn Malerman. Se nell'esordio alla regia di John Krasinski si viveva infatti in un religioso silenzio, fra le pagine dell'autore americano vigeva la mortificazione di un senso alternativo: la vista. Una storia ben più originale su carta che trasposta – altro modello di riferimento, E venne il giorno – doveva farsi inevitabilmente film cavalcando le mode. Un intrattenimento funzionale e senza grandi pretese, già record sulla piattaforma streaming, di cui nessuno piangerà il mancato passaggio in sala. Fiori all'occhiello: Susan Bier, regista premio Oscar ben prima del buonismo successivo al #metoo, affatto ispirata lontana dalla sua impegnata Danimarca; un'ottima Sandra Bullock, insolita eroina colta in contropiede e in tarda età da una gravidanza indesiderata. La collaborazione, perdonate il gioco di parole, non regala niente di mai visto. Se la regia sprovvista di guizzi e la lunghezza ingiustificata denunciano un'attitudine spiccatamente telefilmica – vedasi la prima ora, soggiorno in una casa stipata di sopravvissuti all star al pari di episodio di The Walking Dead –, la seconda compensa con una palpabile tensione. Un viaggio della speranza lungo due giorni, sfidando le rapide e la cecità, in cui una mamma per caso – il machete in una mano, due bambini da proteggere nell'altra – sfida creature per fortuna mai svelate, pazzi all'ultimo stadio e la propria inadeguatezza. Bird Box non mostra niente, come nelle volontà iniziali del suo autore, e non procede alla cieca: fedele alla consolidata tradizione dei survival horror e alle energie di un'attrice che accetta il terrore, e la genitorialità, con consapevolezza crescente. In un giorno infrasettimanale seguite pure a occhi chiusi il canto degli uccelli, il moto delle onde, i suggerimenti di Netflix. (6,5)

Introdotte da una compilation di vezzose canzoni francesi, elegantissime con le loro gonne a campana o quegli smoking sorprendentemente sexy, Anna Kendrick e Blake Lively sono un'improbabile coppia al centro di un'amicizia tutt'altro che disinteressata: tanto imbranata e social la prima, quanto seducente e introversa la seconda, si conoscono a scuola accompagnando i figli piccoli e proseguono la conoscenza nella casa di Blake, dotata di una cucina da catalogo e dell'aitante Henry Golding per marito. Il piccolo favore del titolo si trasforma in un ingarbugliato mistero all'indomani della scomparsa della donna con tutto (da nascondere). Seguirne le tracce significa imparare a conoscerla, somigliarle nei modi e nel vestire: rimpiazzarla. La Kendrick, tra un'investigazione e l'altra, ruba candidamente alla collega villa e compagno, mentre l'assenza dell'altra comincia a farsi inquietante. Di cosa si tratterà: spiritismo, disturbo post-traumatico, oppure una congiura? Liberamente tratto dal romanzo di Darcey Bell e campione di incassi in patria, complice il traino di due splendide e autoironiche padrone di casa, la commedia nera dell'incostante Paul Feig cita espressamente il noir Les diaboliques, ma vorrebbe seguire piuttosto la scia di Big Little Lies: nomi risonanti, scenari lussuosi, sporchi segreti. Come da programma innumerevoli sono i cambi d'abito per la gioia delle spettatrici più glamour – e di cambi di punti di vista tanto repentini da risultare purtroppo inverosimili –, le infornate industriali di brownies e i morti ammazzati, nell'ennesima declinazione dell'ormai famosa complicità femminile. Il risultato, meno soddisfacente del previsto, è un film giocoso e intelligente i cui piani criminali sono sabotati tuttavia dal brutto finale. Poteva venire fuori l'ibrido innovativo lodato dalla critica americana, ma non lo permette una scrittura che va facendosi approssimativa né un'aria patinata con cui stentano a fare pendant le tinte fosche. Poco male. Resta infatti un cocktail rinfrescante, sorseggiato da due mattatrici affiatate e sempre in ghingheri. Un dissetante guilty pleasure che senza troppi rimpianti tale rimane, lì dove avrebbe potuto trasformarsi nello chick lit fra il rosa e il noir che ancora mancava all'appello. (6)