A
prima vista sembrano “le vergini suicide” del film di Sofia
Coppola. Pallide, bellissime, inquietanti: senza paura. Hanno nomi di
quattro lettere ciascuno e un legame viscerale, che misteriosamente
va al di là del sangue. Le hanno unite il bosco e il trauma. Sparite
durante la notte di Capodanno quando erano bambine, furono trovate un
mese dopo nello stesso luogo in cui erano scomparse: nude, con una
cicatrice a mezzaluna alla base del collo. Sane, non salve. Crescendo
si sono allontanate. Grey, bellissima e spregiudicata, posa sulle
copertine di Vogue e mescola l'alta sartoria con l'imbalsamazione;
Vivi, bassista in un gruppo rock, sciupa la sua avvenenza con
piercing e tatuaggi e provoca continuamente; infine c'è Iris, la
minore, che vorrebbe passare disperatamente inosservata ma deve
convivere con i non detti della madre e l'eredità ingombrante delle
sorelle. Di loro si dice che siano sirene, streghe, alieni.
Esercitano una misteriosa fascinazione su uomini e donne. Hanno una
fame vorace, insaziabile. Vengono realmente da mondo ultraterreni, o
hanno forse ereditato la follia del padre, morto suicida?
Eravamo
sorelle. Sentivamo il dolore delle altre. Provocavamo dolore alle
altre. […] Ci difendevamo. Ci mentivamo. Fingevamo di essere più
grandi, diverse: travestirci era un gioco per noi. Ci spiavamo. Ci
possedevamo come oggetti luccicanti. Ci amavamo con furia ardente e
intensa. Furia animale. Furia mostruosa. Le mie sorelle. Il mio
sangue. La mia pelle. Che legame raccapricciante condividevamo.
Dopo
due bellissimi romanzi sulle fragilità del cuore adolescente, una
irricoscibile Krystal Sutherland sposa l'horror a sfondo esoterico e
le atmosfere crepuscolari di Shirley Jackson. Il suo ritorno in
libreria è mellifluo e respingente, bello e spaventoso: un intreccio
di ghirlande e incubi, fanciulle incantevoli e uomini-bestie, che
diventa un'ossessione irrinunciabile una pagina dopo l'altra.
Ambientato tra l'Inghilterra e la Scozia, prende avvio dalla
scomparsa della sorella maggiore alla stregua di un giallo e si
snoda, poi, in una caccia al tesoro senza esclusione di svolte
spiazzanti. A tratti, mette una paura matta. Cosa finisce nella
fessura del divano, dove si annidano monetine e briciole di popcorn?
Cosa si nasconde nelle intercapedini della nostra realtà? È stata
una lettura lontana dalla mia comfort zone soltanto all'apparenza. Le
sorelle Hollow
è un ritorno alle coccole e agli orrori della mia adolescenza. A
quando vivevo per storie così e, in segreto, ne scrivevo di mio
pugno (una l'ho perfino pubblicata).
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Lana Del Rey - Gods & Monsters
|Bones and All, di Camilla DeAngelis. Mondadori, € 15, pp. 312 |
“A
diciassette anni ho iniziato a morire di fame”, canta Florence
Welch. “Pensavo che l'amore fosse una specie di vuoto nella
pancia”. Per Maren e Lee, a quell'età, l'amore altro non è che
sazietà sconsiderata e bulimica. Cannibalismo. Sono venuti presto a
capo della loro natura. Lei, ad esempio, l'ha scoperta mangiando la
sua babysitter: la madre l'ha trovata infante o poco più in una
pozza di sangue, con un osso della donna per ciuccio. È da allora
che Maren fugge, sapendo che è destinata a distruggere tutto ciò
che ama. Abbandonata dalla madre e in cerca del padre, la
protagonista incrocia un proprio simile in viaggio verso il
Minnesota. E se ne innamora. Accanto a Lee scoprirà la fallibilità
degli adulti, il turbamento del sesso e, soprattutto, i lati oscuri
di una America degradante zeppa di stazioni di servizio abbandonate e
alienanti centri commerciali. Novelli senzatetto, invisibili agli
occhi dei più, i protagonisti viaggiano con il pollice teso per fare
l'autostop – i bagagli leggeri, i cuori pesanti. Stare insieme è
un misto inestricabile di paura e tenerezza. Il loro percorso,
sprovvisto di particolari scene madri, è una strada dritta ma
dall'asfalto sbeccato; un intreccio che non punta mai ai colpi di
scena, ma all'universalità di una storia che parte dall'horror per
raccontare la violenza delle prime volte. Crescere è uno strappo.
C'è chi li braccherà, chi invidierà la loro sintonia al punto da
implorare di essere mangiato pur di divenire finalmente parte di
qualcosa di grande e significativo, chi al luna park riceverà in
regalo un peluche di ET – L'extraterrestre. Il loro
sentimento, acerbo, è al centro di un romanzo che acerbo lo è
altrettanto. L'esordio di Camille DeAngelis ricorda le contaminazioni
di Lasciami entrare e Non mi uccidere, ma perde poi la
bussola in un epilogo monco e sospeso.
Quella sera ho scoperto che ci sono due
tipi di fame. Ce n'è uno che posso soddisfare con gli hamburger e il
latte al cioccolato, ma c'è un'altra parte di me che resta in
attesa. Può aspettare per mesi, magari anche anni, ma prima o poi
dovrò cederle. È come se ci fosse una voragine dentro di me, e
quando assume quella forma là c'è soltanto una cosa che la possa
riempire.
Per
fortuna, pur non traendone il capolavoro decantato da alcuni, Luca
Guadagnino ha setacciato i pregi del romanzo Young Adult e li ha
potenziati. In una calda estate italiana, d'altronde, un adolescente
si masturbava con una pesca mentre la radio cantava Battiato. Ci può
forse stupire che l'autore di Chiamami col tuo nome sappia
raccontare con delicatezza una storia d'amore e cannibalismo
destinata a un pubblico adolescenziale? Senza mai scivolare nel
ridicolo a dispetto della sceneggiatura un po' lacunosa, questo
Guadagnino non sorprende ma perturba. Ibrido non sempre equilibrato
(aveva già fatto qualcosa di simile, e meglio, il francese Raw),
Bones and All usa lo splatter
per scavare a mani nude tra le incertezze della crescita e tra i
segreti di un Paese in cerca di autoaffermazione. I protagonisti, due
romantici serial killer, seminano per due ore sospiri, raccapriccio e
vittime straziate. Russell, con i suoi grandi occhi da cerbiatto, si
lascia condurre dal più smaliziato Chalamet: in sintonia, i due si
intrattengono con gli irriconoscibili Stuhlberg e Sevigny mentre
fuggono via da un gigioneggiante Rylance. Si leccano a vicenda labbra
e ferite. Ma, ancora una volta, si ha la sensazione di conoscere in
anticipo le tappe di questo viaggio chiamato crescita; risvolti shock
compresi. Restano la bellezza dei movimenti di macchina e quella
della gioventù; la fame di pesche, che batte prevedibilmente quella
di carne umana; il sole negli occhi, il vento nei capelli. E il
sangue sulla faccia.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Hunger
Da
bambino mi teneva compagnia due volte al giorno. La mattina a
cartoni, il pomeriggio con le risate registrate delle sitcom. Me la
ricordavo diversa: frizzante e pasticciona, con l'aiuto del petulante
gatto nero di cui cantava la sigla e una casa coloratatissima da
spartire con le zie. Sabrina Spellman è tornata a Greendale. Se
anagraficamente non sembra essere cresciuta – sta per compiere
sedici anni, l'età in cui scegliere da che parte schierarsi –,
hanno subito una rivoluzione drastica il suo armadio e il senso
dell'umorismo. A metà tra l'ingenuo e il seducente, complice il
candore di una Kiernan Shipka perfetta per il ruolo, popola una serie
Netflix dalle marcate tinte fosche ed esplora in profondità una
doppia natura che la espone a scelte fatali. Nata da un mago e da
un'umana, vive sempre sotto la stretta sorveglianza delle zie paterne
– una delle due, Zelda, è una splendida Miranda Otto –, ha
sempre l'ignaro Harvey per eterno fidanzato, ma prima dei pasti eleva
una preghiera al Signore Oscuro e per il suo compleanno gli venderà
l'anima in una foresta infernale. Qualche nostalgico ha
storto il naso davanti alla violenza inaspettata, agli spruzzi di
sangue, all'ironia macabra: gli amanti dell'horror lo hanno trovato
un po' troppo teen, gli amanti del teen un po' troppo horror. Qualcun
altro, invece, ne ha sottolineato le imprecisioni e le incongruenze:
ebbene sì, ci sono chiese sataniste di tutto rispetto là fuori, e
gli adepti non perdonano le libertà creative del team di Roberto
Aguirre-Sacasa. Delle Terrificanti avventure di Sabrina si
è parlato e sparlato sotto Halloween: lo speciale natalizio è già
alle porte e la seconda stagione, confermata a scatola chiusa, è
attesa per il prossimo aprile. In pochi però, nelle chiacchiere
generali, mi hanno detto come fosse. Spalmato in un mese di visione,
senza la minima esigenza di darmi al binge watching, il ritorno di
questa Sabrina non ha creato dipendenza ma mi ha stupito per il
coraggio di osare. Nonostante la trama non riservi niente di nuovo –
un po' di Streghe, un
po' di Buffy, con
tanto di accademia magica che ricorda una Hogwarts gotica –, ne ho
apprezzato l'ottima fattura rétro, la mancanza di cerimonie nel
parlare di sesso e morti violente, piccoli brividi comunque
preferibili a quelli dell'ultimo American Horror Story.
Sabrina si spoglia, taglia gole, pratica esorcismi, assiste ad
orrendi rituali cannibali, sfida la paura del cappio in riti d'iniziazione che vorrebbero farne una martire. Nel quinto episodio, un
autentico gioiellino del filone, un demone del sonno alla Freddy
Krueger gioca con le fobie e le fragilità dei membri della famiglia.
Negli ultimi, invece, gli spettri delle vittime dell'Inquisizione
minacciano vendette trasversali e non sono al sicuro neppure i
coetanei della protagonista – oltre al fidanzato, hanno ruoli
chiave una medium affetta da cecità progressiva e un'aspirante
transgender nelle mire dei bulli. A scuola si consigliano vecchi
film e romanzi proibiti, si fondano club per sole studentesse dove
celebrare il potere della diversità. In poltrona si accolgono
volentieri ammiccamenti, omaggi splatter e suggestioni, con il solo
appunto verso un Salem in sordina e la mancanta leggerezza. Più
spaventosa che magica, la Sabrina per bambini cresciuti non incanta
all'istante, ma l'efficacia del suo filtro d'amore – che vuole
fidelizzarci, stregarci – potrebbe sortire a breve il suo effetto. (7)
È
il giallo meglio costruito in cui vi imbatterete quest'anno.
Originale nella struttura, pieno di suspance e depistaggi,
imprevedibile fino all'ultimo. Ma una serie come American
Vandal – tanto sperimentale da
meritarsi purtroppo due stagioni e basta prima della cancellazione
ufficiale – lì per lì può non chiamare. È
presentata infatti come un falso documentario, ha interpreti
sconosciuti che potrebbero lasciare a torto intendere troppa
amatorialità, presenta spunti assurdi pronti però a farti
ricredere. L'ambiente è quello dei licei americani. L'indagine, che
parte dai confini scolastici e strada facendo arriva lontanissimo, è
svolta dai membri di un club audiovisivo con una telecamera in spalla
e la presunzione di diventare virali durante la ricerca della verità.
Ci illuminano le loro ricostruzioni a tavolino, le lavagne
riassuntive, le congetture a fantasia di chi guarda tanto cinema
d'inchiesta. Ci parlano i testimoni, le vittime e i sospettati in
confessioni formato intervista con la profondità degli studi
antropologici: al vaglio, così, i vizi e le virtù di un'intera
generazione. E l'amara consapevolezza, in una serie che tra le righe
si fa anche politica, di come il paese dei sogni abbia bisogno di
eroi e capri espiatori – alle stesse conclusioni giungeva anche la
caccia alle streghe contro Tonya Harding. Difficile aspettarsi un
simile impegno su carta: American Vandal sceglie
la burla, il paradosso, un'ingannevole leggerezza. Il primo caso
riguarda uno scherzo nel parcheggio degli insegnanti: chi ha
deturpato venti automobili con una bomboletta spray? Nel secondo, più
in grande e forse per questo meno spontaneo, ci si sposta in un
istituto cattolico: i nostri detective per caso sono diventati famosi
nel mentre, possono permettersi attrezzature sofisticate e appoggi
maggiori, ma in fondo li si preferiva alle prime armi. Il caso tuttavia scotta, e seguirlo al solito a cena non è stata affatto un'idea
vincente. Perché qualcuno a mensa ha messo i lassativi nella
limonata? Fra falli scarabocchiati sulle fiancate delle macchine e
diarrea a spruzzi in quantità, le piste di American Vandal
non smettono mai di sorprendere.
Cosa mostriamo agli altri e cosa teniamo per noi? Perché spacciarsi
per qualcuno di diverso su social che la vita sociale,
paradossalmente, l'hanno cancellata a colpi di Mi piace? Quando sposare
in pieno il luogo comune, quando rifiutarlo a beneficio dell'onestà?
Le risposte in un thriller con le problematiche dei nostri ragazzi e
gli incastri studiati di Agatha Christie. Un esperimento sociale che
schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei
mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi
osceni, dai purulenti virus intestinali, far nascere i germi di una
piccola rivoluzione. (7,5)
|Sei ancora qui, di Daniel Waters. Sperling Kupfer, € 17,90, pp.
324 |
Immaginate
un'esplosione pari, per perdite e conseguenze, a quelle di Hiroshima
e Nagasaki. All'attentato al World Trade Center. I sopravvissuti e i
mass media, a distanza di sei anni, ne parlano con un nome generico:
l'Evento. Cosa sia successo esattamente, quanto grandi siano stati i
danni, non lo sapremo mai. Ma immaginate, appunto, un'onda d'urto
così potente, così distruttiva, da strappare il velo fra una
dimensione e l'altra. È da quel momento che i morti camminano tra
noi. Presenze onnipresenti e impalpabili, benché non sempre
sinistre, che popolano i giardini, le biblioteche e i cinema
d'essai. Qualcuno le ignora, qualcuno le teme, qualcuno le studia per
scoprire da un'osservazione diretta tutti gli sporchi segreti
dell'aldilà, fra spiegazioni ora metafisiche, ora scientifiche.
Veronica Calder, sedici anni e un look da aspirante ribelle, era
soltanto una bambina ai tempi ma, proprio come i suoi coetanei, ha
perso qualcosa nell'esplosione: il padre, che ogni mattina sotto
forma di ectoplasma appare al tavolo della cucina con il suo giornale
tra le mani; l'innocenza. Spregiudicata e disincantata, preferisce
perciò vivere il presente con tanto di relazioni occasionali, al
contrario di una mamma affetta da disturbo post-traumatico, e
indagare insieme al curioso amico Kirk sul motivo di quelle
apparizioni in aumento. Alcuni redivivi sono intrappolati negli
schemi della routine, altri cercano pur nel loro limbo di sbrogliare
le immancabili questioni irrisolte, altri ancora tentano invece di
illuminare i superstiti sui pericoli imminenti. Cosa cerca di
comunicare Ben, il fantasma che popola il bagno di una Veronica senza
più privacy al risveglio? Perché un serial killer che colpisce ogni
ventinove febbraio vorrebbe fare di lei, nata proprio in un anno
bisestile, la prossima vittima? Sei ancora qui, young
adult dotato su carta di uno spunto vincente e di una polifonia di
punti di vista – accanto a quello della sedicenne, ben più
interessanti risultano essere quello del fugace Ben e di un assassino
di cui si conoscono immediatamente identità e moventi –, è
un'arma a doppio taglio. La grande originalità dell'idea, se non
dallo sviluppo in sé, è stata purtroppo tradita dalla forte
antipatia dei giovani personaggi, al centro di relazioni affatto
plausibili e di un'indagine sul campo che, nel finale, li conduce
dritti dritti nella tela dell'omicida; da una coppia di aspiranti investigatori piuttosto male assortita, consolidatasi per una ragione
piuttosto risibile e innamoratasi in un momento imprecisato senza un
preciso perché, con cui è stato difficile entrare in sintonia. Alle
mosse irrazionali degli adolescenti, per fortuna, sanno
controbilanciare gli stati d'animo e le nostalgie degli adulti. Poco
attratti dagli spauracchi e dai misteri pericolosi, dagli amori
istantanei, ragionano piuttosto sull'inviolabilità dei ricordi e sul
senso del lutto. A volte da elaborare piano, attraverso una routine
da cui sganciarsi a malincuore e a piccolissimi passi; altre da
ingannare con l'omicidio rituale, se un caro estinto, in quello
stesso errare di anime, ha modo di reincarnarsi attraverso il
sacrificio di un'innocente.
La
vita è breve. E la morte è per sempre.
Delicato
o più probabilmente indeciso sul da farsi, scrive un Daniel Waters
che funziona molto meglio in sala. Dalla
ricerca delle cause dell'Evento ai silenzi assennati sul ruolo
dell'assassino – fra le pagine, ribadisco, ne conoscevamo in
anticipo il nome –, passando poi per la caratterizzazione di una
protagonista meno popolare e disinibita, le differenze tra romanzo e
film abbondano. Dopo il mediocre Midnight Sun,
il regista Scott Speer firma un altro adattamento per un pubblico
adolescenziale, con un altro ruolo clou per la prezzemolina Bella
Thorne – bella di nome e di fatto, sì, sotto il frangettone scuro
da outsider e le canottiere semitrasparenti: per le spettatrici,
invece, occhio a Thomas Elms, enigmatica presenza in boxer attillati,
o al professore di un Dermot Mulroney felicemente invecchiato. Questa
volta, oltre a un'attrice feticcio dall'indiscreto appeal, Speer può
contare anche su un accattivante lato visivo e su una fotografica
gotica, che si compiace della gran quantità di comparse macabre e
delle continue interazioni con le scenografie nevose. Per l'ottima
foggia e il predominio delle tinte orrorifiche, così, gli si perdona
senza rancori anche quel finale sentimentale e aperto, troppo simile
a quello del recente Dark Hall.
Modifica più, modifica meno, la trasposizione sul filo
dell'ambiguità di Sei ancora qui è
l'eccezione alla regola che vorrebbe i romanzi sempre e comunque
superiori ai rimaneggiamenti. Da recuperare per un Halloween in
leggerezza, sempre che lo troviate ancora lì, in sala.
L'isola
ai confini della realtà di The Wicker Man, la
comunità ortodossa di The Village,
la superstizione a confine con il paranormale di The Witch.
Apostle, punto
d'approdo dopo un lungo e turbolento viaggio della fede, racconta
l'inquietudine di uno Stevens dallo sguardo allucinato – e il
passato tragico del personaggio, simile per dubbi e vissuto al
Garfield dell'ultimo Scorsese, poco giustifica gli occhi, i vezzi e i
sussurri di un interprete che, ancora una volta, trovo l'anello
debole di una produzione altrimenti interessantissima –, in
missione per salvare la sorella minore: prigioniera di una setta
legata a una misteriosa entità femminile e con a capo Michael Sheen, non
così al sicuro sul suo scranno di profeta. L'isola sta morendo, un
po' per un colpo di stato già nell'aria, un po' perché l'aridità
minaccia di consumare i campi e i cuori dei fedeli. Se in un horror
esoterico, con una morale ecologista piuttosto vicina a quella di
Aronofsky, non mancheranno i sacrifici umani per placare un'anziana
dea – agghiaccianti e rare le sue apparizioni, fra rovi
d'improvviso fioriti –, sacrificando sull'altare della
superstizione compaesani ribelli, fanciulle vittime di amori proibiti
e ultimi arrivati. Ecco, allora, le teste trapanate e le mani monche,
i laghi di melma che portano verso direzioni sconosciute, le streghe
oscure e affascinanti di una mitologia quasi argentiana. Per fortuna,
benché sia il nostro primo incontro ufficiale, a dirigere c'è il
regista cult Gareth Evans: il gore del survival si tempra così con
l'angoscia claustrofobica dei thriller psicologici, il lerciume dei
contenuti si raffina grazie all'indiscutibile bellezza della regia, i risvolti fantastici parlano
in realtà tra le righe dei mali della colonizzazione e di
un proselitismo militante che miete vittime innocenti. In nome di un
Dio, in definitiva, schiavo degli uomini. E di una fede cieca che,
insieme, unisce e divide. Il risultato: una delle produzioni di
genere più dense di quest'anno e, accanto adAnnientamento, a oggi,
probabilmente il miglior film Netflix. La parabola oscura, eppure non
senza speranza finale, non senza purificazione, di un autore con un
disegno registico che non avrà del divino, no, eppure tanto basta.
Per mietere, da qui in avanti, nuovi proseliti. (7,5)
Si
apre con una dedica al genio di Lovecraft l'ultimo film del francese
Laugier. Il regista dell'acclamato
Martyrs, da me invece
apprezzato giusta in teoria, torna con stile grazie a un
horror che attinge impunemente dal genere – all'appello, maniaci, burattini,
spettri e streghe, cannibalismo – e non si può dire che questa
volta vada tanto per il sottile. Sconcertante per chiasso,
efferatezza e sovrabbondanza, Ghostland è
un campionario di luoghi comuni rozzo e disordinato, urlante e sempre
in fuga. La storia: quella di due sorelle prigioniere di una coppia
di psicopatici. Non sarà facile dimenticare, soprattutto quando una
delle due – laCrysal
Reeddi Teen
Wolf, diventata scrittrice dopo
l'accaduto – torna a casa per sostenere la problematica Taylor
Hickson, gravemente sfregiata proprio durante le riprese. Le
protagoniste, ragazzine amanti delle storie dell'orrore, diventano loro malgrado parte di una di esse. In un'ora e trenta si sgolano,
vengono picchiate e inseguite, si divincolano: infine, ricominciano
da capo. Altre giovani donne prigioniere, dunque; altre martiri di un
autore che si diverte a tormentarle, a tormentarci, con un film
fragile ma efficace. Kitsch, zeppo di eccessi e cianfrusaglie come lo
è, d'altronde, la casa del titolo italiano, questo baraccone di
sevizie, cliché e salti in poltrona paura non ne fa, ma affascina.
Grazie ai toni fiabeschi e al colpo di scena a metà, per quanto
intuibile, che celebra il potere immaginifico della scrittura – e,
insieme, del cinema – contro l'impedimento di qualsiasi gabbia. (7)
Un
meccanico e sua moglie vengono aggrediti in un quartiere malfamato:
la donna muore e lui, ridotto a un vegetale, vive per vendicarsi.
Messa così, nulla di nuovo sotto il sole. Ma Upgrade,
che a sorpresa in rete colleziona medie esagerate e spettatori già
fan, ha dalla sua le ambientazioni: non siamo negli anni Settanta del
Giustiziere della notte,
ma in un futuro distopico alla Black Mirror in
cui la tecnologia ci ha superati e i miracoli della medicina hanno un
nuovo volto. Quello di giovani scienziati che al vedovo propongono una soluzione prodigiosa: un microchip per
dargli finalmente mobilità. Guidato da un'intelligenza artificiale,
il protagonista e il suo sistema operativo si danno a una canonica
caccia al colpevole. Le luci al neon sono le stesse di Refn, i
commenti ironici quelli degli ibridi più tamarri, le mosse –
scontate, in un finale pieno di tentati colpi di scena – quelle di
un giallo già visto. Non è nemmeno l'originalità degli sfondi,
dunque, a giustificare la popolarità del fanta-thriller a tinte
splatter con Logan Marshall Green: non troppo a suo agio, a onor del
vero, con un personaggio sarcastico e manesco in stile Bruce Willis.
Perché allora tanti plausi per l'ennesima riscrittura del mito di
Frankenstein, che qui attinge da RoboCop
a Ex Machina divertendo
nel mentre, sì, ma senza innovazione? Vendicarsi, nel futuro, sarà
infatti più semplice ma non meno letale. Per un upgrade
del revenge movie – qualcuno ha fatto il nome della Fargeat? –, meglio tuttavia cercare altrove. (6,5)
Era
stata la visione di Veronica e Marrowbone a ispirarmi
in tempi recenti una piccola ode all'horror d'importazione iberica.
In un panorama a corto di idee che ormai poco ha da offrire, quando
il mistero e la paura parlano spagnolo le sorprese sono spesso
garantite. Avrebbe forse fatto eccezione il veterano Balaguerò?
La critica, insoddisfatta,
scriveva amaramente di sì: La settima musa
non piaceva ai più. Come accade in questi casi, l'ho visto allora
per amore di completezza: le aspettative ridimensionate per forza di
cose. È bastata la lettura di Alighieri in apertura per lasciarmi
affascinare da una storia che di letteratura parla, e che dunque non
poteva non piacere a uno studente di Lettere che crede nel potere
delle parole, nella bellezza di una Irlanda battuta da pioggia e
vento, nella purezza di un filone che sa stupire senza inganni sulla
scia di dame velate, case buie e manicomi abbandonati. Cosa conduce
un professore in lutto e una mamma stripper sulla scena di un
omicidio rituale? Quale entità animava la penna di Shakespeare? Cosa speravano di ottenere prima di andare
incontro a morte certa i membri del Cerchio Bianco, lettori con il
pallino dell'esoterismo? Le incarnazioni delle mitiche muse si
muovono in mezzo a noi. Ingannano, ammaliano, uccidono. Due
personaggi dall'ambiguo ruolo chiave si fanno strada così in un horror
punta-e-clicca, che prende in prestito qualche immagine dalla
triologia di Argento e, grazie alle atmosfere natualmente lugubri e a
colpi di scena indovinati in un epilogo agrodolce, fa dimenticare i
difetti di uno spunto destinato presto a essere semplificato, assieme
alla recitazione incerta del cast seminoto – in ruoli di supporto,
citiamo la Potente e Lloyd. I segreti stanno, al solito, nei buoni
sentimenti, nella presenza di bambini da preservare, nello stupore un
po' infantile al cospetto di horror a cui mancherà senz'altro
qualcosa ma non, complice stavolta lo zampino delle figlie di Zeus e
Mnemosyne, l'ispirazione. (6,5)
Ho
varcato le porte della Blackwood leggendo il romanzo di un'autrice da
noi poco celebrata. Lois Duncan, eppure, ha una produzione di tutto
rispetto e pioniera del genere, maestra del guilty plesure, al cinema
ha regalato già un cult negli anni Novanta: chi non ricorda,
infatti, l'uomo uncinato e il cast di So cosa hai fatto?
Senza sorprese, Dark Hall –
atteso senza aspettative, nonostante la regia di un Cortés che dai
tempi di Buried insegue
invano un altro film vincente – non rischia di bissare il successo
del teen horror scorso ma, purtroppo o per fortuna, nemmeno di
avvicinarsi ai batticuori in salsa gotica di Stephanie Meyer.
Rispetto al romanzo, piccolo Young Adult degli anni Settanta
debitamente aggiornato, abbiamo una protagonista più problematica;
cinque e non quattro studentesse prodigio; una scuola meno
prestigiosa, alternativa giusto al carcere minorile, gestita con il
polso di ferro e l'accento francese da una carismatica Thurman. Il
soggiorno, all'insegna di una educazione fatale per qualcuna delle
protagoniste, regalerà paura e ispirazione. Mentre il romanzo non
calcava la mano sulla natura diabolica della Blackwood, il film
arricchisce, modifica e migliora quando serve: si andrà perciò di
frequente incontro a destini cruenti; non mancheranno gli sprazzi
horror, relegati però ai soli incubi; si amplia quell'epilogo
tutt'oggi poco all'altezza, ma senz'altro meno frettoloso, tra
flashback aggiunti e fiamme realizzate in una discutibile computer grafica. Buona la
regia, nonostante la modestia del progetto; bella la ex bambina
prodigio di Un ponte per Terabithia,
nelle vesti di una protagonista invischiata in un'indagine meno
macchinosa che su carta. Ma al cinema, pur aumentano i piccoli
brividi e la conta delle vittime, tocca fare i conti con un pubblico ormai smaliziato. Perfino davanti a una ghost story non così classica, non
così adolescenziale, ma dalle implicazioni ampiamente sorpassate.
(5,5)
A
prima vista non gli daresti più di quarant'anni. Immaginalo, infatti, snello, ordinato, distinto – in un film di prossima uscita,
leggevo, potrebbe avere il fascino di
Benedict Cumberbatch. Dietro i modi eleganti e la conoscenza
enciclopedica di Tom, attualmente professore di storia in un modesto
liceo di Londra, si nasconde un segreto a cui il resto del mondo
farebbe fatica ad abituarsi, senza scomodare almeno esorcisti o
scienziati. Anagraficamente, ha quattrocentotrentasei anni. Nato in Francia da una mamma uccisa sotto
i suoi occhi con l'accusa di stregoneria, non ha sempre avuto quel nome, quella professione, quel
domicilio. Da eterno migrante, patisce la solitudine, il jet lag e la
paura del futuro: invecchia di un anno ogni quindici, ed è
impossibilitato a soffermarsi in un posto per più di un decennio.
Così ordina la Società degli Albatros: sindacato per pochi eletti
che, con le buone e con le cattive, tiene all'oscuro i mortali – le
Effimere – dai misteri dell'anageria.
Una
nave alla fine si deve fermare. Deve raggiungere un porto, un riparo,
una destinazione, nota o ignota. Deve arrivare da qualche parte e
fermarsi lì, altrimenti qual è lo scopo di una nave? [...] Non sono una persona. Sono una folla racchiusa in un unico corpo.
Sono stato uomini che ammiravo e uomini che detestavo. Sono stato
eccitante e noioso, felice e infinitamente triste. Sono stato sia
dalla parte giusta sia da quella sbagliata della storia. Per dirla in
breve, mi sono perso.
Nel
Curioso caso di Benjamin Button si
viveva a rovescio, venendo al mondo anziani e andandosene poi
neonati; in Vita dopo vita
e Reincarnation Bluesla
caducità dei protagonisti non impediva comunque il loro eterno
ritornare; tra le pagine di Anne Rice e Audrey Niffenegger, invece,
in un caso un vampiro irrequieto e nell'altro un viaggiatore del
tempo senza radici mettevano in rima identità ed eternità. Ultimo
ma non ultimo, grazie a una bellissima variazione sul tema in fondo
nemmeno particolarmente innovativa, si aggiunge a questo intenso
filosofeggiare di massimi sistemi, amore e morte, il protagonista di
un Matt Haig letto adesso per la prima volta. Il suo Tom passa
attraverso gli anni con la leggerezza e l'autoironia di chi ha
imparato che fa male al cuore prendersi inutilmente sul serio.
Garbato, mai saccente, vincolato dal peso del proprio segreto ma
amante della condivisione e infatuato dell'idea stessa di amore, non
metteva piedi in Inghilterra dal Seicento. Quando c'erano il puzzo delle concerie, gli orsi ballerini per attrazione turistica e
opportunità sorprendenti per i suonatori di strada – liutaio
squattrinato, senza arte né parte, era stato reclutato nella
compagnia teatrale di William Shakespeare per mettere in musica Come
vi piace. Quando c'erano,
soprattutto, Rose e Marion: la moglie morta di peste e l'unica
figlia, con gli stessi geni del padre e un destino da fuggitiva.
Sulle sue tracce da allora, il professore centenario – nelle
esistenze precedenti marinaio, pianista, sicario – combatte
invano l'insonnia e l'attrazione per Camille, collega con la quale è
tutto un doloroso déjà vu.
Mi
sono innamorato una volta sola in vita mia. Immagino che, in un certo
senso, questo faccia di me un romantico. L'idea che noi tutti abbiamo
un unico vero amore, e che dopo la sua scomparsa nessun altro possa
reggere il confronto. È un'idea dolce, ma la realtà è terrore
puro. Dover affrontare innumerevoli anni di solitudine dopo. Esistere
quando il senso della propria vita non c'è più.
A
stargli con il fiato sul collo, oltre alla strana malattia
genetica, è Hendrich: mandante millenario e dalla dubbia moralità,
che subodora complotti dappertutto e assicura al romanzo di Haig
svolte spionistiche, a onor del vero, poco necessarie. Cosa possono
le sue minacce, le sue trame, contro la viralità dei social, dei
siti d'incontro, dei trend di YouTube? Come si può scegliere
deliberatamente la segretezza, se un vecchio akita salvato dal
canile, la compagnia di una donna che legge grandi classici sulle
panchine o le domande di uno studente brillante ti invogliano dopo
secoli alle passeggiate nel parco, a sorseggiare Martini mai provati,
a correre il rischio di essere coraggioso? Ho avuto la sfortuna di
leggere Come fermare il tempo in
un periodo in cui ne avevo poco, di tempo. L'ho fatto durare una
settimana. La fortuna, così, è stata quella di sfogliarlo a piccole
dosi: godendomelo appieno. Passato e futuro dialogano per
dichiarare di comune accordo che a esistere sia soltanto il
presente, l'attimo. Si viaggia verso le terre selvagge
scoperte da Cook, si offre da bere a Francis e Zelda
Fitzgerald in un music hall dei ruggenti anni Venti, si assiste a un
concerto con Tchaikovsky come direttore d'orchestra al cospetto dell'esimio Andrew Carnegie in persona.
Ogni
volta che vedo qualcuno leggere un libro, specialmente se si tratta
di una persona da cui non me lo aspetterei, sento che la civiltà è
un po' più al sicuro.
Il
secolo corrente è la rozza copia del precedente, innamorarsi è
vietato ai membri della Società, l'orologio gira e ticchetta
inesorabilmente. Cosa ci suggerisce la nostra inossidabile bussola
morale? Come ingannare quel divenire che riduce in cenere coloro che
non riescono a stare al passo del longevo Tom? Le risposte non stupiscono, le conoscevamo già, eppure non si
può fare a meno di volere bene a Matt Haig, che qui e lì ci regala
frasi da incorniciare, e al suo simpatico viaggiatore solitario.
Quattrocento pagine, quattrocento anni, il dono e la maledizione di
un'eterna nostalgia. L'autore ce ne rende partecipi con la famosa
verve britannica, carpendone la vastità senza renderci mai schiavi della
pesantezza. Senza commettere l'errore di imbrigliarlo mai, un tempo
ora galantuomo e ora tiranno, che ogni giorno ci rende partecipi di un
gioco di magia lungo tutta la vita.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Harry Styles – Sign of the Times
Il
romanzo è sempre meglio del film, o così sostiene qualche lettore. Cosa succede però se i nomi coinvolti sono troppo
importanti per non ammettere un'eccezione alla regola? Cosa succede
se non è di un film ma di un telefilm che si parla e se, cosa nota
di questi tempi, sul piccolo schermo si è soliti aumentare il numero
dei capitoli, la qualità, l'intensità? Inizialmente pubblicato con
il titolo Sulla pellee poi
protagonista di innumerevoli ristampe, tra lo straordinario successo
ottenuto al cinema da Gone Girl e
quello di questa miniserie HBO già sulla bocca di tutti, l'esordio
di Gillian Flynn – a quando un nuovo romanzo, mi domando, e quando
decidersi a rinunciare a vivere di rendita? – non convinceva: un
trio di magnetiche protagoniste femminili, infatti, faceva carta
straccia di una trama che stentava a reggersi. Una
giornalista dal corpo ricoperto di tagli autoinflitti che torna a
casa in cerca di scoop, il ritrovamento di due adolescenti con i
denti cavati di bocca, i segreti di una famiglia che vive di
apparenze e quelli di una provincia americana arricchitasi conducendo
maiali al macello o rievocando antiche battaglie. I sospettati: un
padre e un fratello maggiore che reagiscono male al lutto, e ancora
peggio alla pressione pubblica. Gli oggetti contundenti con cui
marchiarsi a sangue il corpo, non soltanto quelli del delitto, bensì
le lingue affilate di una matriarca gelida e di una sorellastra
arrivista; la relazione passeggera con un detective dalle buone
intenzioni, forse troppo gentile per un'anima nera come lo è in
fondo la problematica Camille. Trattandosi di una trasposizione
fedelissima, nel bene e nel male, il destino di banalità e
confusione di Shap Objects vive
un'immancabile replica in tivù: ecco palesarsi gli stessi
contro riscontrati su carta, e con una divisione in episodi – otto
di un'ora ciascuno, dunque tanti – che li esacerba allo sfinimento. I
ritmi diventano dilatatissimi, il giallo un pensiero
incidentale e le protagoniste, distrazioni eccellenti, uno specchietto per le allodole. Ci si prova a convincere del contrario, allora, con un
montaggio a regola d'arte che rende la struttura un puzzle; con una colonna sonora lisergica, in cui sono le note dei Led Zepelin a far da padrone; con la regia indie di un Vallée
con il pallino per le storie al tempo del metoo
e per le donne con gli attributi. L'abuso della telecamera a mano mi ha
innervosito, a lungo andare, e proprio non mi sono fatto bastare
l'impegno di un'apatica Amy Adams che, colta fuori dalla sua comfort
zone, si fa rubare la scena da Patricia Clarkson superba e
dalla rivelazione Eliza Scanlen. Rinnovare il copione di un giallo
non particolarmente ispirato rendendolo, più che d'autore, pretenzioso? Sharp Objects con
me ha ingranato a fatica e dopo essersi preso tutto il tempo del
mondo, troppo, accelera all'inverosimile nel frettolosissimo finale –
stralci di spiegazione, pensate, sono relegati in flashback lampo
dopo i titoli di coda, alla stregua di un horror di infima categoria.
È una penna scarica, un coltello spuntato. Una serie, annunciata in
anticipo come l'evento dell'estate, che non graffia un lettore coriaceo. Farà senz'altro
faville durante la prossima stagione dei premi, mieterà consensi e
mi sottoporrà a più di qualche critica, ma per me rimarrà un
mistero. Meno scontato e più fitto ancora di quelli nascosti nel
cuore della sordida, sonnacchiosa Wind Gap. (5,5)
Si
conoscono a scuola. Candidi e innocenti come da titolo, June e Harry
sono una specie da salvaguardare in una generazione che brucia in
fretta le tappe e veicola modelli sbagliati. Lei cresciuta
nell'inganno, con un patrigno che l'ha protetta con le buone e con le
cattive dalle domande su una madre scappata lontano da loro dopo una
notte di cui in giro ancora si mormora; lui, più
intraprendente, alle prese con un genitore catatonico che necessita
di attenzioni continue. Si innamorano presto ma di nascosto,
scoprendosi ugualmente fragili e in cattività, e pianificano la fuga
su una Fiat sgangherata. Meta: una Londra mai così distante da quella provincia senza prospettive. Il viaggio in macchina, già
consolidata metafora giovanile di per sé, svela in fretta la natura nascosta
della protagonista: è una mutaforma, creatura sbucata direttamente da una
leggenda scandinava. Scopriranno insieme che ci sono altri come lei,
identici nella natura ma opposti nei desideri: possedere qualcun
altro è erotico, infatti, sa di onnipotenza. Soprattutto, si
accorgeranno insieme allo spettatore che c'è una trama parallela
alla loro che conduce a un'isola in Norvegia: una casa di
donne, portatrici dello stesso inspiegabile gene, sedotte e
controllate da uno psichiatra con il volto del sempre fascinoso Guy
Pearce. Questi novelli Romeo e Giulietta, accomunati dallo stesso
finale (di stagione) tragico, rischiano di perdere innocenza e
alchimia strada facendo, confusi sui loro stessi sentimenti. Rischia
di perdersi lei, June, nel riflesso di quella mamma che non si è
mai raccontata con limpidezza e di un dubbio che intanto logora la
coppia. Non bisogna perdere il controllo: la protagonista ha sperimentato che basta
un tocco anche fugace, quando è fuori di sé, per risvegliarsi in un
corpo che non le appartiene e, suo malgrado, per profanarlo, lasciando
lungo la strada uomini e donne come gusci vuoti. E
l'amore, invece: ha effetti collaterali oppure ti salva? Di teen drama a
tinte fantasy si tratta, sì, e con passioni salvifiche, famiglie
preoccupate e cattivi annunciati ci si intrattiene per otto episodi.
Fortunatamente, non siamo nei territori post Twilight:
vuoi i protagonisti sconosciuti e acqua e sapone, che insieme formano
una coppia tenerissima; vuoi i grigi acquosi e la pacatezza delle
produzioni britanniche; vuoi una storia semplice ma ad alto tasso
emozionale, complice la colonna sonora indie rock, che agli
adolescenti parla di identità metaforicamente e non. Romanzo di
formazione sci-fi, delicatissimo tanto nella componente sentimentale
quanto in quella mitologica, The Innocents è la serie di cui
nessuno sta parlando: perché piccola, comunque più di quanto ci si
aspetterebbe da una coproduzione internazionale, ma piena di grazia.
(7)
|Dark Hall, di Lois Duncan. Mondadori, € 17, pp. 204 |
Si
erge come un castello centenario alla fine del sentiero alberato. Per
un gioco prospettico sembra ingrandirsi man mano che la macchina si
avvicini. Sembra prepararsi a divorarla. I portoni istoriati come
fauci. La consapevolezza che ci sia qualcosa di storto a
Blackwood, esclusiva scuola femminile ai confini dello stato di New
York, colpisce Kit – sedici anni, una madre pronta a scaricarla lì
per un secondo viaggio di nozze in Europa – con la forza di un
infausto presagio. Saranno le giornate corte, lo scudo degli alberi tutt'intorno, il rigore del corpo docenti a suggerirle
forse un aggettivo: malvagio. Siamo in un teen horror su un
gruppo di adolescenti e una magione in cui certe notti si
fanno labili i confini fra il nostro mondo e l'aldilà. La direttrice
dello stabile, l'altera Madame Duret, ha un vago accento francese e
l'aria di chi cova tra sé e sé qualcosa di sinistro. Il dormitorio
si affaccia su un dedalo lungo e buio per corridoio, le chiavi
possono chiudere le camere da letto dall'esterno ma non dall'interno:
impossibile, pertanto, dormire sonni tranquilli. Sappiamo insomma che
la protagonista – privata della possibilità di tornare a casa
prima della vacanze di Natale, senza cellulare, senza internet e
senza una migliore amica – non si sbaglia. Qualcosa di strano
serpeggia fra le pagine di una compianta pioniera del genere e i
cunicoli di un istituto che no, non è la versione vintage di
Hogwarts. Nel personale di servizio sembra resistere soltanto una
ragazza poco più grande di Kit, addetta alle cucine, che a volte ha
il pericoloso vizio di parlare troppo: come spiegare il fuggifuggi dei domestici? I cancelli puntuti separano le
studentesse dal resto del paese: protezione o isolamento? Ci sono,
soprattutto, tre professori per sole quattro allieve: tanto spietata,
ci si domanda, la selezione? Fatta eccezione per Ruth, bruttina con
un fiuto eccezionale per le scienze, in classe le altre ragazze non
brillano di certo. Madame Duret è stata attratta da qualcos'altro:
abilità in erba, soprannaturali, che Kit e le comprimarie devono
ancora mettere a fuoco. Le stesse che, amaramente, potrebbero
rappresentare la loro distruzione.
C'è
qualcosa di strano a Blackwood, qualcosa di sinistro. Lo percepiamo
tutte, ma è impossibile da descrivere a parole. Succedono delle
cose.
Gli
ambienti sono circoscritti, i personaggi elencabili sulle dita delle
mani, il fascino è quello sempiterno di atmosfere gotiche che da
queste parti fan sempre breccia. L'orrore è nello sfacelo del
passato tenutario, chiacchierato misantropo braccato dalla tragedia?
La morte, con tanto di falce e cappuccio come nella splendida
copertina illustrata, è un'inquietante coinquilina da temere?
L'autrice, Lois Duncan, è la stessa dello slasher cult So cosa
hai fatto. Ma dimenticate spargimenti di emoglobina o coltellate
a destra e a manca. Dark Hall, pubblicato negli anni Settanta
e tradotto per la prima volta in Italia in
occasione della trasposizione cinematografica
tiepidamente accolta, vive – e muore – proprio delle sue
ambientazioni. Nessuna vittima, nessuna goccia di sangue versato,
tantissime stranezze. Tra incubi, inappetenza e gelori ad agosto, le
allieve si scopriranno infatti improvvisamente portate per la musica,
la poesia, il disegno e la matematica. Le giovani menti, ricettive
agli stimoli e al male, sono delle spugne. Quali sono gli effetti di
una cattiva educazione che vorrebbe cambiarci nel profondo, non di
certo migliorarci? Kit così si fa coraggio. Ricerca la propria
indipendenza, il diritto di avere voce in capitolo, in un
piano di studio personalizzato nel dettaglio. Magari, una via
d'uscita dal peggio in agguato. Quarant'anni dopo, a sorpresa,
l'atipica ghost story della Duncan – l'originalità dello spunto di
base, infatti, si rivelerà in tutto il suo potenziale a un passo
dalla conclusione – si difende piuttosto bene. Evitando le furberie
di una storia d'amore proibita (Kit fantastica proprio sul figlio della
direttrice, prodigio del conservatorio). Creando una suspance che
terrà senz'altro sull'attenti lettori più giovani e suggestionabili
di me (spiace a tal proposito per la piega finale, frettolosa e non
all'altezza). Proponendo una prosa godibile e immediata, che non
dissimula tuttavia il vecchio amore per le descrizioni
particolareggiate e gli spauracchi di classe. Dove il mistero è di
casa, ma non la memorabilità.
Per un pomeriggio estivo da consacrare ai piccoli brividi.
|Jonas e il Mondo Nero, di Francesco Carofiglio. Il Battello a
Vampore, € 16, pp. 333 |
Da
bravo superficiale quale sono, non avrei saputo resistere.
All'illustrazione in copertina che prima ancora del passo di It citato
a pagina uno faceva respirare atmosfere alla Stephen King. Al nome di
uno scrittore molto prolifico – non si
tratta di omonimia: Francesco è il fratello minore di Gianrico, altra garanzia di bestseller –, qui alle prese con un
romanzo per ragazzi.
Com'era
perciò prevedibile non ho opposto resistenza, no, e mi sono concesso
con una punta di nostalgia un viaggio lungo una metafora assieme all'ultimo volume del
“Battelo a Vapore” – intorno agli otto anni non una semplice
branca della Piemme, bensì la mia migliore amica. Con il protagonista,
d'altronde, sarei andato d'accordo anche ai tempi. Balbuziente e
occhialuto, non brilla né a scuola né negli sport, e a casa, quando
non può perdersi in qualche romanzo o nell'inusuale catalogazione
dei coleotteri, fa i conti con una mamma che c'è e non c'è, un papà
a rischio cassa integrazione, una sorella maggiore che vive di
rotocalchi. Nemmeno i bulli, gli stessi che in una segheria
abbandonata usano i randagi del quartiere per il barbecue, si curano di lui: anonimo com'è, non ispira grandi angherie.
Si chiama come l'eroe della serie distopica di Lois Lowry, sogna
mondi sottosopra degni di una puntata di Stranger Things e
in una anonima città degli Stati Uniti – tra cenni a fotoromanzi,
sceneggiati radiofonici e vecchi tram, non sappiamo bene se
collocarla nel presente o nel passato – vede succedere strane cose.
Non esistono le ombre di cui parla: i genitori si sono
accertati che avesse tutte le rotelle al posto giusto in tempi non
sospetti, portandolo a colloquio da uno psichiatra infantile. Non
vogliono dirgli niente gli indovinelli alla Lewis
Carroll e i regali enigmatici che riceve in dono da conoscenti vicini
e lontani. Come convincersene se all'orizzonte non gli si prospetta un bianco Natale,
bensì nerissimo? Come fare spallucce, se nella sua stanza compare Melampo, una specie di elfetta
biondo platino che viene da una dimensione intermedia?
Ci
sono vari modi di sentirsi soli. Non poter raccontare i propri
segreti era uno di quelli.
Jonas
era un dodicenne normale, per quanto sui generis: una spasimante di
cui non contraccambiava le gentilezze, un compagno di banco
che nascondeva i lividi di un genitore manesco, l'amore igenuo per Nina (figlia di pasticcieri,
incantevole e spiritata: non vedente). Certo, aveva un nugolo di
parenti finiti a picco nell'oceano o in una camera dalle pareti
imbottite, ma nel suo microcosmo di hobby, routine e manie ci
stava ignaro e contento. Si è arreso: la stranezza sembrava una condanna vita natural durante. Tutto è destinato a
cambiare. Ha letto spesso di straordinarie avventure per mari e per monti, di verità che sfuggono e bambini scelti per sbrogliare
equilibri instabili: non pensava che i fantasy che ha divorato sotto
le coperte, con la neve fuori, parlassero di lui. Che è la chiave
della porta che apre il bene e taglia fuori il male, pronta a
spalancarsi pericolosamente ogni trentatré anni. Che
nell'intercapedine della nostra realtà esiste Extramondo, una Isola
che non c'è popolata dai
Ragazzi Ombra. Che a mezzanotte le due dimensioni nemiche si
incontreranno, e una soccomberà all'altra, fulminandosi come una
lampadina in esaurimento. Come può lui avere potere decisionale, se
grigiore e malumore diffusi, se l'impressione tutta contemporanea di
poter fare a meno di essere felici, testimoniano che il male è un'infiltrazione che non ci abbandona?
Alcune
cose, a volte, riescono meglio a occhi chiusi.
Jonas
e il Mondo Nero, più
vicino al racconto fantastico che all'horror,
è un romanzo strano, in parte, come strano ci si presenza il suo
adorabile protagonista (i dialoghi superano le descrizioni e, fra le pagine, si
respira una durezza del vivere che non ti aspetteresti). Chiariamolo
subito: l'originalità non è di casa, di qualche guizzo ironico ho
proprio sentito la mancanza, e la risoluzione finale appare
piuttosto approssimativa. Non mi sono piaciuti gli “appunto” di
troppo, l'esagerare coi puntini di sospensione nelle parti
dialogiche, il fatto che molti personaggi – i vicini, la
spasimante, il migliore amico – fossero introdotti per poi rimanere
sullo sfondo. Mi è piaciuto il resto (gli ex manicomi, i passaggi
segreti dappertutto, le stazioni abbandonate), ma soltanto con il
senno di poi. Perché Jonas e il Mondo Nero fa
parte di quei romanzi che decollano tardi amando la malinconia della
partenza, che sono soprannaturali ma non così tanto. Quelli che si
accontentano di essere semplici, di cuore, e in cui l'elemento fiabesco resta
una scusa per cominciare a raccontare. Troppo, qui?
Dove
vanno a finire le cose dell'infanzia? Tipo la collezione dell'Uomo
Ragno, le corse a perdifiato, e i racconti di tuo nonno d'estate,
all'ombra della grande quercia. Dove vanno a finire le voci, gli
odori, la sensazione precisa di essere nell'istante perfetto, che
durerà per sempre? Che non finirà mai. Non dura per sempre. E tutta
quella roba, a un certo punto, sparisce. La memoria si inghiotte i
fumetti, le corse e i racconti di tuo nonno. E improvvisamente sei
solo. E improvvisamente, non sei più bambino.
Da
piccoli poteri derivano grandi responsabilità. C'è sempre il tempo
per ogni cosa: scoprire che le guerre non si vincono mai in
solitaria, ad esempio, oppure cambiare. E c'è un ragazzetto cupo per natura
che paradossalmente, eppure, fa abbastanza luce da illuminare un viaggio al
centro della terra, e della notte, di cui ho percepito a metà
l'importanza di quel che c'era in ballo. Crescere, racconta l'adulto
Carofiglio con una punta di tristezza a chi adulto si appresta a
diventarlo, significa dimenticare la magia. Nell'Extramondo, nell'età
di confine tra l'infanzia e l'adolescenza, qualcosa passa di mente e
qualcosa no. Restano un origami a forma di suricato (la sentinella
del mondo animale) sulla scrivania di una cameretta che si è fatta
d'un tratto troppo piccola. Gli ammonimenti, durante una partita decisiva, di chi ci consigliava di colpire la palla di
piatto, non di punta. Per abbandonare la panchina e fare goal in una
vita nuova. Esultando sotto un cielo che ha smesso di pioverci addosso, e di
fare male cane.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Shawn Mendes – In My Blood
Vivendo
in una città di provincia, con librerie scarsamente fornite che per
forza di cose tagliano fuori i piccoli editori, ho scoperto Las Vegas
edizioni soltanto lo scorso inverno. Quando un'amica già citata sul
blog, la solita Elisabetta, mi parlava di Carlotta Borasio e Andrea
Malabaila – moglie e marito con un progetto editoriale comune e una
figlia in arrivo – e mi consigliava di dare uno sguardo al sito
della loro casa editrice. Dopo il post dedicato alla gradevolissima
scoperta di Green Park Serenade, il suo autore – lo stesso
Malabaila, appunto – ha suggerito a Carlotta di inserirmi nella
newsletter. Ormai qualche tempo fa, mi sono arrivati due
romanzi del catalogo. Ho sperimentato così la piacevolezza della
loro brossura e gli autori sui quali
hanno scommesso. Uno di questi, il giovane Lorenzo
Vargas, lo conoscevo già di vista: della prima e unica edizione del
talent Masterpiece, infatti,ricordavo
l'antipatia viscerale per il giudice De Carlo e, grossomodo, lui.
Una più del Diavolo è
il suo secondo romanzo e lo scopro qui, con una commedia nera di
divinità e mostri, ambientata tra i locali underground di Napoli e
l'inferno dantesco. Dalle parti di Dogma e
Preacher, la storia
segue le disavventure di Giovanni Archei: musicista trentenne senza
arte né parte, che fa i conti con il tradimento della fidanzata
storica, una rock band che le etichette discografiche ignorano
placidamente e, dulcis in fundo, una missione divina. Gli si parano
davanti Raziel, l'arcangelo dei segreti, e un tribolato collaboratore
dai boccoli biondi. Siamo in missione per conto di Dio,
gli dicono, e gli amanti dei Blues Brothers fanno
già la ola. Peccato che loro, con il vestiario di due agenti segreti
e i genitali del marito di Barbie, siano davvero chi dicono di
essere: pennuti portavoce.
Si
era preso finalmente qualche responsabilità. Certo, salvare il mondo
poteva semprare un po' esagerato, ma comunque era un inizio.
Il Diavolo è fuggito, Dio sbarella (ha
raso al suolo piazza San Pietro, in un momento no) e tocca agli
uomini, gli unici a disporre del libero arbitrio, ripristinare
l'equilibrio. Senza il Male (che ha le fattezze di un gatto persiano:
insomma, sono dalla sua parte a prescindere), l'anarchia è un
contagio. I demoni gozzovigliano in giro e al Grande Capo, che
comunque non ha tutti i torti, stiamo antipatici a morte: propende
per l'estinzione. Quello che in principio divertiva, purtroppo,
stanca un po' nella seconda parte. Sempre divertente, ma pasticciata. Il
romanzo umoristico, il fantasy, piace quando dura poco. E per me, che
com'è noto sono di una specie assai annoiabile, duecento pagine e
passa sono parse forse troppe. Ci sono lo stile, i comprimari
irresistibili (un papa elettricista, letteralmente folgorato sulla
via di Damasco; un romantico travestito come padrone di casa) ma
manca la napoletanità nel linguaggio e, nella seconda parte, uno
svolgimento all'altezza del bizzarro spunto di partenza. Esperimento
arguto sì, ma non dissacrante come vorrebbe: perché il sorriso,
materia deperibile, non dura. Archei si imbarca in un viaggio ultramondano, alla
ricerca dei segreti della Creazione e della rima che manca alla sua
ultima canzone. Deve trovare il villain per antonomasia e, a tu per
tu, scongiurarlo di riprendersi il soglio vacante. Documenti da
scartabellare e cavilli tecnici. L'immortalità sfida la furbizia
tutta partenopea, e chi vincerà? Occhio alle clausole minute,
all'inghippo. Apprezzabile per la grande inventiva e l'energia
della scrittura, Una più del Diavolo resta
una riflessione sull'importanza degli opposti e la scaltrezza dei
nostri simili. Cosa possono l'immortalità e la creazione del cosmo
da un pugno di polvere, se qui tocca far i conti tutti i giorni con i
sentimenti, i sogni infranti, i meteoriti in rotta di collisione e il
dopo sbronza?
Tu
eri il sole, Simon, e prima o poi ti sarei finito addosso. Mi
svegliavo ogni mattina e pensavo: “Finirà tutto in fiamme”.
Titolo:
Carry On
Autrice:
Rainbow Rowell
Editore:
Piemme
Numero
di pagine: 538
Prezzo:
€ 17,00
Sinossi:
«Mi fissa ancora negli occhi.
Inchiodandomi con lo sguardo come ha fatto con quel drago, con il
mento in alto, immobile. «Io non sono il Prescelto.» Ricambio il
suo sguardo e sorrido. Il mio braccio lo stringe. «Be', io ti
scelgo, Simon Snour.»
Simon
Snow è il peggior prescelto di sempre. Questo è ciò che sostiene
Baz, il suo compagno di stanza. Baz potrà anche essere un vampiro e
un nemico, ma ha probabilmente ragione. Per la maggior parte del
tempo infatti Simon non sa far funzionare la sua bacchetta, oppure
non sa controllare il suo inestinguibile potere mandando tutto a
fuoco. Il suo mentore lo evita, la sua ragazza lo ha lasciato, e un
mostro con la sua faccia si aggira per Watford, la scuola di magia in
cui frequentano l'ultimo anno. Allora perché Baz non riesce a fare a
meno di stargli sempre intorno?
La recensione
Ricordo
il mese di novembre. La tesi da scrivere in quattro e quattr'otto,
l'acqua alla gola. La sensazione di affogarci, negli impegni, nelle
scadenze, nelle cose da fare. Per fortuna avevo Fangirl. Un
mattoncino il cui dorso verde smeraldo, neanche troppo a sorpresa,
faceva capolino nella foto di gruppo in cui avevo impilato le mie
letture preferite di un anno di libri. C'erano le saghe familiari e
la Trilogia della Pianura, la scoperta tardiva di
Philip Roth, ma le risate di Rainbow Rowell non avrei mai potuto rineggarle. Pena per i traditori: un temporale senza fine sopra la testa. Quand'è che un romanzo si merita il nostro
stupidissimo entusiasmo? Sentirsi bene, forse, ha meno valore che
riflettere leggendo? L'effetto benefico di Fangirl,
una commedia brillante sull'identità e l'amore smisurato per la
finzione letteraria, aveva lasciato strascichi e tanta curiosità per
i piani della protagonista, Cath. L'universitaria misantropa, al
centro di un triangolo sentimentale non pianificato e di una
starordinaria notorietà sul web, aveva una cotta mostruosa per le
storie di Simon Snow. Un personaggio fittizio, incensurato fac-simile
di Harry Potter, protagonista di otto romanzi che per Cath erano il
mondo. La protagonista trattava i personaggi come fossero amici, li chiamava
per nome; scriveva per loro nuovi sviluppi, intrecci alternativi,
svolte liete. Tutto per non crescere. Tutto per far sì che, almeno
nella sua versione della storia, Simon e Baz – suo coinquilino e
nemico giurato – fossero una coppia. Il mondo delle fanfiction,
forse lo saprete, mi ha sempre trovato scettico. Da ragazzino trovavo
strana questa tendenza ad accoppiare personaggi a caso – ricordo
il divertito sconcerto quando scoprii che c'erano spettatrici che
fantasticavano su una inquietante relazione incestuosa tra i fratelli
di Supernatural – e
se saltava fuori il termine “shippare” il pensiero andava alle vecchiette speronate all'uscita dell'ufficio postale per
arraffarne la pensione. Questo Carry On è
il romanzo nel romanzo. La fanfiction a cui Cath lavorava giorno e
notte, lasciandocene sbirciare qualche passaggio nel mentre. I suoi
pensieri segreti poteva leggerli solo la Rowell, che conosce bene i propri polli: compreso quel Simon Snow abbozzato
lì per lì e spunto, infine, per un romanzo autoconclusivo.
Carry On è in teoria l'ottavo
capitolo di una saga ambientata in quel di Watford: in realtà,
sappiamo noi, è il primo e anche l'ultimo. Cosa ci siamo persi, se
la narrazione ha inizio in medias res e delle puntate precedenti è a
conoscenza solo Cath? Ci si affida a occhi chiusi a chi ha
l'arcobaleno nel nome.
E dalla porta principale si entra in una
scuola di magia in cui si aggirano con occhi tristi i diplomandi:
dispiace abbandonarla, infatti, e c'è una preoccupazione diffusa per
le sorti di quel mondo sconosciuto ai Normali. La minaccia è il
Tedio Insidioso, ma anche il dissidio in corso tra l'Arcimago e le Antiche Famiglie dà da pensare.
Simon Snow, orfano troppo pasticcione per essere il Prescelto,
ha perso il sonno a furia di rimuginare sulle sorti altrui. Ci si
mette, a inizio anno, anche l'assenza di Baz: il vampiro
doppiogiochista che ha lasciato un letto vuoto e che, forse
dall'altra parte della barricata, medita complotti. Gli ha
già soffiato la ragazza e, stando all'amica Penelope, è
diventato il loro solo argomento di conversazione. Finché Baz non
fa il suo ingresso plateale a mensa, pallido e inquieto,
coinvolgendolo in una caccia ai beoti, al mostro che
sta divorando l'incanto, alla verità. Quella sulle loro
madri, che dall'aldilà sussurrano. Quella su di loro, che si beccano
nascondendo la sconsiderata voglia di baciarsi per non implodere.
Rainbow Rowell è una personcina intelligente e adorabile, poco da
fare. Non conosce gli insuccessi o il cattivo tempo. Nei suoi romanzi
è tutto una schiarita, una lunga primavera. Speravo di rileggerla
prima di subito ma, in fondo, non troppo. Parlandone, infatti, ho la
tendenza a ripetermi come una radio scassata.
A sorpresa, Carry
On è un romanzo diversissimo
dai precedenti. Affiorano ugualmente i cuoricini, sì, e il
raziocinio si scioglie davanti a una tenerezza che non conosce
eguali, però l'avventura e gli amori di Simon Snow sono al centro di
un fantasy – genere che non apprezzo, chiusa la parentesi Rowling –
avvincente e solido. Ci sono i colpi di scena, le grandi emozioni,
perfino i draghi sputafuoco. I punti di vista,
innumerevoli, si alternano come in una partita a ping pong. Insomma,
lo si prende sul serissimo. Più istintivo e colloquiale del suo
modello di riferimento, più vulnerabile, Carry On ha
vacanze di Natale passate in case stregate, una scuola in cui vige una specie di comunismo, locali notturni alla Guy Ritchie frequentati da fratelli ripudiati. Come ci si sente a essere l'erede dell'Arcimago e a
non essere all'altezza del ruolo? Come si vive la propria sessualità,
le zanne acuminate e la scortesia innata, se troppo presi a farsi
temere nel nome dei Pitch? In aula si studia tanto, soprattutto
dizione. L'efficacia dei sortilegi sta nell'intenzione. Gli incantesimi sono infatti filastrocche, tormentoni
di vecchi film (A qualcuno piace caldo è
meglio del microonde per scaldare in fretta gli avanzi della cena
prima), ritornelli di canzoni (U can't touch this
come protezione e Bohemian Rhapsody,
a cui il titolo stesso allude, per amuleto). Simon e Baz si passano
la magia toccandosi le mani: insieme fanno scintille. All'unisono gli incantesimi risuonano
potenti, la magia è parola. E la Signora Arcobaleno, a proposito di parole magiche, la sa lunga, la canzone.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Queen – Bohemian Rhapsody
Come
si può convivere con il fantasma di ciò che è stato e lo
spettro di ciò che non sarà mai? Non si può, ecco perché si
muore. Non invecchiamo a forza di vivere la vita, ma a furia di
ricordarla.
Titolo:
Il ladro di nebbia
Autrice:
Lavinia Petti
Editore:
Longanesi
Numero
di pagine: 426
Prezzo:
€ 14,90
Sinossi:
Antonio
M. Fonte è uno scrittore di enorme successo, ma per lui fama e
ricchezza non hanno alcun significato. Stralunato e sociopatico, vive
in una vecchia casa dei Quartieri Spagnoli di Napoli con la gatta
Calliope, e se non ci fosse il suo agente letterario a ricordargli
scadenze e doveri sarebbe incapace di distinguere ciò che è reale
da ciò che forse non lo è. Ma un giorno, in mezzo alle migliaia di
lettere dei suoi ammiratori, Antonio ne riceve una che non può
ignorare. Datata quindici anni prima, è indirizzata a una donna che
Antonio non crede di avere mai conosciuto. Solo il nome del mittente
gli è familiare, perché è il suo. Quella lettera l'ha scritta lui,
senza alcun dubbio. Quelle parole accennano a un ricordo smarrito e a
un uomo che è stato ucciso, forse da lui stesso. Ma Antonio di tutto
questo non ricorda nulla. Il giorno del suo cinquantesimo compleanno,
si perde nei vicoli di Napoli e in un palazzo mai visto prima
incontra uno strano personaggio che ha la mania di raccogliere tutto
ciò che gli uomini perdono: nel suo Ufficio Oggetti Smarriti non si
trovano solo mazzi di chiavi, libri o calzini spaiati, ma anche
ricordi di giochi infantili, amori giovanili, speranze e sogni
dimenticati. Antonio intuisce che è da lì che deve partire per
ritrovare il filo del suo passato e risolvere l'enigma della lettera.
Ma quell'enigma nasconde arcani ancora più insondabili: il segreto
di una città che cambia forma e aspetto, l'avventura di un viaggio
imprevedibile...
La recensione
Mi
è sempre piaciuto mettermi nei panni degli altri: sarà per questo
che ho cominciato a leggere. Da bambino, ad esempio, mi immaginavo
dall'altra parte della cattedra quando arrivava la bella stagione e,
a scuola, ci si doveva dire arrivederci. A volte buona estate, a
volte buona vita. Si sentivano tristi per un po', gli insegnanti,
quando una classe - e gli alunni che avevano conosciuto attraverso
quei pensieri segreti messi a nudo nelle tracce libere - abbandonava
le medie per le superiori o, ancora, le superiori per l'università,
sempre che la voglia di studiare non si fosse esaurita strada
facendo? Soffiavano spifferi o vento di tempesta all'alba di un
altro rinnovo generazionale? Ma sapete poi che noia imparare i nomi e
i cognomi, decifrare le calligrafie, aguzzare i sensi per conoscere i
ritmi e i tempi di ogni testa pensante? Ma sapete che gioia
passeggera, eppure, quando il dubbio ti faceva sognare e, al momento
dell'appello, cominciavi ad associare i nomi ai volti - e se quel
Simone aveva tutta l'aria di un Paolo, pazienza - e a fantasticare su
chi avesse la stoffa giusta per farcela? Mi sono sempre piaciuti i
primi giorni per la magia delle cose che nascono. Bisogna esserci col
brutto anatroccolo, il girino, il bruco, il primo passo mosso su un
pianeta ritrovato: sarà per questo che, da quando c'è il blog, ho
cominciato a seguire come un'ombra amica gli esordienti italiani. Se
mi piacciono, mi ci affeziono e non li mollo più. Come è successo
con Carrisi (che mi inquieta), la D'Urbano (che mi ferisce) e la
Gazzola (che mi fa bene), di cui ho parlato così tanto, ma così
tanto che alla fine neanche loro hanno saputo ignorarmi più. A
partire da oggi, succederà lo stesso con Lavinia Petti (che se in
futuro ci regalerà un libro bello anche solo la metà di Il
ladro di nebbia avrà le mie
attenzioni, purtroppo per lei, fino alla pensione). E dire che ero
scettico sul romanzo che, per dispetto, mi avrebbe strappato, di lì
a qualche giorno, le prime cinque stelle dell'anno corrente. Troppo
presente l'ombra di Zafòn - e del vento - nel titolo e in quella
copertina rosa antico con gli stormi in volo e i ladri di storie in
fuga; troppa pubblicità, e io che non sono mai stato bravo a distinguire se c'è l'imbroglio oppure no; devo sbatterci la
testa per accorgermene. Invece, sin da quando l'ho iniziato a
sfogliare in treno e per un pelo non stavo per scendere alla fermata
sbagliata, Il ladro di nebbia
mi si è piantato qui, nella mia testa perdutamente tra le nuvole.
Uno scrittore misantropo, il ritratto di una donna misteriosa, una
Napoli labirinto splendida come nell'ultimo Garrone, una torre
campanaria che compare dal nulla quando perdiamo la memoria insieme
alla retta via: cinquanta pagine e la fascinazione aveva già avuto
la meglio. Anche se per il meglio c'erano ancora quattrocento pagine
d'avventure e un mondo straordinario da scoprire al capitolo
successivo. Stravedevo per i piccoli dettagli sul brusco Antonio M.
Fonte, quando non avevo ancora visto la grandezza sorprendente del
disegno finale. Come quella volta in cui avevo perso la scatola del
puzzle e avevo assemblato le tessere alla cieca: tanta fatica per
scoprire che non era un pezzo dell'impressionismo francese, ma era
stato emozionante uguale il lento arrivo alla conclusione che
fosse una natura morta da niente e non un capolavoro da museo. Un po'
succede così con Il ladro di nebbia,
però al contrario. Partire dal pregiudizio che sia il lavoro di una
brava falsaria e approdare alla conclusione che di Zafòn – per
anni, tra i miei scrittori preferiti – ci sia la benedizione e poco
altro; il fantasy della Città delle Sirene, come quel caffè che
sul a Napule sanno fa', ha un gusto da
provare. Nei Quartieri Spagnoli, al sesto piano di un palazzo che ne
ha solo cinque, c'è il portale per il regno di Tirnaìl. Un
ascensore che conduce sulla terrazza che non c'è e conoscere Edgar,
un pittore in cerca d'ispirazione che dipinge le sue tele con tutte
le sfumature del bianco.
Un salto a Vanesia, città in cui si vendono
e acquistano sogni, e cercare di comprare all'Asta delle Illusioni
l'amore di una ragazza dai capelli verdi conosciuta in un'altra vita,
Gèneve: quando sul bordo di un fiume la notte dei cristalli
produceva il suono più struggente e ci si era lasciati al tramonto,
prima della scelta consapevole dell'oblio. E, mi raccomando, occhi
aperti: i Nox del Conte Vampiro – con l'ausilio della notte –
potrebbero desiderare il tuo sangue dolce e i tuoi ricordi felici! Ma
i numeri sull'orologio stanno svanendo, il tempo sta per finire: e,
con lui, stai per finire
anche tu. Gatti che spiano i nostri sogni, nomi barattati per un
sorriso, pescatori in cerca dell'odore del mare, ballerine che hanno
scordato i passi base, treni da prendere al volo e vite che – in
girotondi che non finiscono più – tornano a bussare alla porta
travestite da quello che non sono. Rincontrarsi, se tutto va bene,
alla fine del mondo. Dirsi ti amo
ma anche buon viaggio.
Riuscirà lo scrittore più scorbutico, Antonio, a salvare la storia
più importante, la sua? L'erba della collina di Mnemosia quale
doloroso ricordo gli sussurrerà? Quante domande, quante storie in
una e, soprattutto, quanta bravura. L'arzigogolata e romantica “storia
infinita” di Lavinia ha i toni surreali - e i capelli multicolore,
e i "se mi lasci ti cancello" - del cinema di Gondry; i mondi
fatati di papà geniali, come in Big Fish
e Al di là dei sogni;
paesi delle meraviglie e maghi di Oz in gran quantità. Viaggia un
po' sulle ali del buio, un po' sua una Fiat Panda scassata, quando è
stanca. Dovrebbe
essere, perciò, uno di quei romanzi con all'interno una cartina
disegnata a mano. Una favola di libro - in tutti i sensi - con bambini di cinquant'anni come protagonisti. E se la dimenticanza di chi in
un anno legge troppo dovesse minacciarlo, sarei pronto – come Orlando sulla luna, con il suo senno disperso – a cercarlo
nell'Ufficio Oggetti Smarriti; oltre le mie colonne d'Ercole.
Il
mio voto: ★★★★★
Il
mio consiglio musicale: Paolo Conte – Vieni via con me (It's
Wonderful)