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martedì 28 marzo 2023

Recensione: Le sorelle Hollow, di Krystal Sutherland

 
| Le sorelle Hollow, di Krystal Sutherland. Rizzoli, € 17, pp. 360 |

A prima vista sembrano “le vergini suicide” del film di Sofia Coppola. Pallide, bellissime, inquietanti: senza paura. Hanno nomi di quattro lettere ciascuno e un legame viscerale, che misteriosamente va al di là del sangue. Le hanno unite il bosco e il trauma. Sparite durante la notte di Capodanno quando erano bambine, furono trovate un mese dopo nello stesso luogo in cui erano scomparse: nude, con una cicatrice a mezzaluna alla base del collo. Sane, non salve. Crescendo si sono allontanate. Grey, bellissima e spregiudicata, posa sulle copertine di Vogue e mescola l'alta sartoria con l'imbalsamazione; Vivi, bassista in un gruppo rock, sciupa la sua avvenenza con piercing e tatuaggi e provoca continuamente; infine c'è Iris, la minore, che vorrebbe passare disperatamente inosservata ma deve convivere con i non detti della madre e l'eredità ingombrante delle sorelle. Di loro si dice che siano sirene, streghe, alieni. Esercitano una misteriosa fascinazione su uomini e donne. Hanno una fame vorace, insaziabile. Vengono realmente da mondo ultraterreni, o hanno forse ereditato la follia del padre, morto suicida?

Eravamo sorelle. Sentivamo il dolore delle altre. Provocavamo dolore alle altre. […] Ci difendevamo. Ci mentivamo. Fingevamo di essere più grandi, diverse: travestirci era un gioco per noi. Ci spiavamo. Ci possedevamo come oggetti luccicanti. Ci amavamo con furia ardente e intensa. Furia animale. Furia mostruosa. Le mie sorelle. Il mio sangue. La mia pelle. Che legame raccapricciante condividevamo.

Dopo due bellissimi romanzi sulle fragilità del cuore adolescente, una irricoscibile Krystal Sutherland sposa l'horror a sfondo esoterico e le atmosfere crepuscolari di Shirley Jackson. Il suo ritorno in libreria è mellifluo e respingente, bello e spaventoso: un intreccio di ghirlande e incubi, fanciulle incantevoli e uomini-bestie, che diventa un'ossessione irrinunciabile una pagina dopo l'altra. Ambientato tra l'Inghilterra e la Scozia, prende avvio dalla scomparsa della sorella maggiore alla stregua di un giallo e si snoda, poi, in una caccia al tesoro senza esclusione di svolte spiazzanti. A tratti, mette una paura matta. Cosa finisce nella fessura del divano, dove si annidano monetine e briciole di popcorn? Cosa si nasconde nelle intercapedini della nostra realtà? È stata una lettura lontana dalla mia comfort zone soltanto all'apparenza. Le sorelle Hollow è un ritorno alle coccole e agli orrori della mia adolescenza. A quando vivevo per storie così e, in segreto, ne scrivevo di mio pugno (una l'ho perfino pubblicata).

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey - Gods & Monsters

venerdì 30 dicembre 2022

Recensione [romanzo e film]: Bones and All, di Camille DeAngelis

 | Bones and All, di Camilla DeAngelis. Mondadori, € 15, pp. 312 |

“A diciassette anni ho iniziato a morire di fame”, canta Florence Welch. “Pensavo che l'amore fosse una specie di vuoto nella pancia”. Per Maren e Lee, a quell'età, l'amore altro non è che sazietà sconsiderata e bulimica. Cannibalismo. Sono venuti presto a capo della loro natura. Lei, ad esempio, l'ha scoperta mangiando la sua babysitter: la madre l'ha trovata infante o poco più in una pozza di sangue, con un osso della donna per ciuccio. È da allora che Maren fugge, sapendo che è destinata a distruggere tutto ciò che ama. Abbandonata dalla madre e in cerca del padre, la protagonista incrocia un proprio simile in viaggio verso il Minnesota. E se ne innamora. Accanto a Lee scoprirà la fallibilità degli adulti, il turbamento del sesso e, soprattutto, i lati oscuri di una America degradante zeppa di stazioni di servizio abbandonate e alienanti centri commerciali. Novelli senzatetto, invisibili agli occhi dei più, i protagonisti viaggiano con il pollice teso per fare l'autostop – i bagagli leggeri, i cuori pesanti. Stare insieme è un misto inestricabile di paura e tenerezza. Il loro percorso, sprovvisto di particolari scene madri, è una strada dritta ma dall'asfalto sbeccato; un intreccio che non punta mai ai colpi di scena, ma all'universalità di una storia che parte dall'horror per raccontare la violenza delle prime volte. Crescere è uno strappo. C'è chi li braccherà, chi invidierà la loro sintonia al punto da implorare di essere mangiato pur di divenire finalmente parte di qualcosa di grande e significativo, chi al luna park riceverà in regalo un peluche di ET – L'extraterrestre. Il loro sentimento, acerbo, è al centro di un romanzo che acerbo lo è altrettanto. L'esordio di Camille DeAngelis ricorda le contaminazioni di Lasciami entrare e Non mi uccidere, ma perde poi la bussola in un epilogo monco e sospeso.

Quella sera ho scoperto che ci sono due tipi di fame. Ce n'è uno che posso soddisfare con gli hamburger e il latte al cioccolato, ma c'è un'altra parte di me che resta in attesa. Può aspettare per mesi, magari anche anni, ma prima o poi dovrò cederle. È come se ci fosse una voragine dentro di me, e quando assume quella forma là c'è soltanto una cosa che la possa riempire.

Per fortuna, pur non traendone il capolavoro decantato da alcuni, Luca Guadagnino ha setacciato i pregi del romanzo Young Adult e li ha potenziati. In una calda estate italiana, d'altronde, un adolescente si masturbava con una pesca mentre la radio cantava Battiato. Ci può forse stupire che l'autore di Chiamami col tuo nome sappia raccontare con delicatezza una storia d'amore e cannibalismo destinata a un pubblico adolescenziale? Senza mai scivolare nel ridicolo a dispetto della sceneggiatura un po' lacunosa, questo Guadagnino non sorprende ma perturba. Ibrido non sempre equilibrato (aveva già fatto qualcosa di simile, e meglio, il francese Raw), Bones and All usa lo splatter per scavare a mani nude tra le incertezze della crescita e tra i segreti di un Paese in cerca di autoaffermazione. I protagonisti, due romantici serial killer, seminano per due ore sospiri, raccapriccio e vittime straziate. Russell, con i suoi grandi occhi da cerbiatto, si lascia condurre dal più smaliziato Chalamet: in sintonia, i due si intrattengono con gli irriconoscibili Stuhlberg e Sevigny mentre fuggono via da un gigioneggiante Rylance. Si leccano a vicenda labbra e ferite. Ma, ancora una volta, si ha la sensazione di conoscere in anticipo le tappe di questo viaggio chiamato crescita; risvolti shock compresi. Restano la bellezza dei movimenti di macchina e quella della gioventù; la fame di pesche, che batte prevedibilmente quella di carne umana; il sole negli occhi, il vento nei capelli. E il sangue sulla faccia.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Hunger

venerdì 7 dicembre 2018

I ♥ Telefilm: Le terrificanti avventure di Sabrina | American Vandal

Da bambino mi teneva compagnia due volte al giorno. La mattina a cartoni, il pomeriggio con le risate registrate delle sitcom. Me la ricordavo diversa: frizzante e pasticciona, con l'aiuto del petulante gatto nero di cui cantava la sigla e una casa coloratatissima da spartire con le zie. Sabrina Spellman è tornata a Greendale. Se anagraficamente non sembra essere cresciuta – sta per compiere sedici anni, l'età in cui scegliere da che parte schierarsi –, hanno subito una rivoluzione drastica il suo armadio e il senso dell'umorismo. A metà tra l'ingenuo e il seducente, complice il candore di una Kiernan Shipka perfetta per il ruolo, popola una serie Netflix dalle marcate tinte fosche ed esplora in profondità una doppia natura che la espone a scelte fatali. Nata da un mago e da un'umana, vive sempre sotto la stretta sorveglianza delle zie paterne – una delle due, Zelda, è una splendida Miranda Otto –, ha sempre l'ignaro Harvey per eterno fidanzato, ma prima dei pasti eleva una preghiera al Signore Oscuro e per il suo compleanno gli venderà l'anima in una foresta infernale. Qualche nostalgico ha storto il naso davanti alla violenza inaspettata, agli spruzzi di sangue, all'ironia macabra: gli amanti dell'horror lo hanno trovato un po' troppo teen, gli amanti del teen un po' troppo horror. Qualcun altro, invece, ne ha sottolineato le imprecisioni e le incongruenze: ebbene sì, ci sono chiese sataniste di tutto rispetto là fuori, e gli adepti non perdonano le libertà creative del team di Roberto Aguirre-Sacasa. Delle Terrificanti avventure di Sabrina si è parlato e sparlato sotto Halloween: lo speciale natalizio è già alle porte e la seconda stagione, confermata a scatola chiusa, è attesa per il prossimo aprile. In pochi però, nelle chiacchiere generali, mi hanno detto come fosse. Spalmato in un mese di visione, senza la minima esigenza di darmi al binge watching, il ritorno di questa Sabrina non ha creato dipendenza ma mi ha stupito per il coraggio di osare. Nonostante la trama non riservi niente di nuovo – un po' di Streghe, un po' di Buffy, con tanto di accademia magica che ricorda una Hogwarts gotica –, ne ho apprezzato l'ottima fattura rétro, la mancanza di cerimonie nel parlare di sesso e morti violente, piccoli brividi comunque preferibili a quelli dell'ultimo American Horror Story. Sabrina si spoglia, taglia gole, pratica esorcismi, assiste ad orrendi rituali cannibali, sfida la paura del cappio in riti d'iniziazione che vorrebbero farne una martire. Nel quinto episodio, un autentico gioiellino del filone, un demone del sonno alla Freddy Krueger gioca con le fobie e le fragilità dei membri della famiglia. Negli ultimi, invece, gli spettri delle vittime dell'Inquisizione minacciano vendette trasversali e non sono al sicuro neppure i coetanei della protagonista – oltre al fidanzato, hanno ruoli chiave una medium affetta da cecità progressiva e un'aspirante transgender nelle mire dei bulli. A scuola si consigliano vecchi film e romanzi proibiti, si fondano club per sole studentesse dove celebrare il potere della diversità. In poltrona si accolgono volentieri ammiccamenti, omaggi splatter e suggestioni, con il solo appunto verso un Salem in sordina e la mancanta leggerezza. Più spaventosa che magica, la Sabrina per bambini cresciuti non incanta all'istante, ma l'efficacia del suo filtro d'amore – che vuole fidelizzarci, stregarci – potrebbe sortire a breve il suo effetto. (7)

È il giallo meglio costruito in cui vi imbatterete quest'anno. Originale nella struttura, pieno di suspance e depistaggi, imprevedibile fino all'ultimo. Ma una serie come American Vandal – tanto sperimentale da meritarsi purtroppo due stagioni e basta prima della cancellazione ufficiale – lì per lì può non chiamare. È presentata infatti come un falso documentario, ha interpreti sconosciuti che potrebbero lasciare a torto intendere troppa amatorialità, presenta spunti assurdi pronti però a farti ricredere. L'ambiente è quello dei licei americani. L'indagine, che parte dai confini scolastici e strada facendo arriva lontanissimo, è svolta dai membri di un club audiovisivo con una telecamera in spalla e la presunzione di diventare virali durante la ricerca della verità. Ci illuminano le loro ricostruzioni a tavolino, le lavagne riassuntive, le congetture a fantasia di chi guarda tanto cinema d'inchiesta. Ci parlano i testimoni, le vittime e i sospettati in confessioni formato intervista con la profondità degli studi antropologici: al vaglio, così, i vizi e le virtù di un'intera generazione. E l'amara consapevolezza, in una serie che tra le righe si fa anche politica, di come il paese dei sogni abbia bisogno di eroi e capri espiatori – alle stesse conclusioni giungeva anche la caccia alle streghe contro Tonya Harding. Difficile aspettarsi un simile impegno su carta: American Vandal sceglie la burla, il paradosso, un'ingannevole leggerezza. Il primo caso riguarda uno scherzo nel parcheggio degli insegnanti: chi ha deturpato venti automobili con una bomboletta spray? Nel secondo, più in grande e forse per questo meno spontaneo, ci si sposta in un istituto cattolico: i nostri detective per caso sono diventati famosi nel mentre, possono permettersi attrezzature sofisticate e appoggi maggiori, ma in fondo li si preferiva alle prime armi. Il caso tuttavia scotta, e seguirlo al solito a cena non è stata affatto un'idea vincente. Perché qualcuno a mensa ha messo i lassativi nella limonata? Fra falli scarabocchiati sulle fiancate delle macchine e diarrea a spruzzi in quantità, le piste di American Vandal non smettono mai di sorprendere. Cosa mostriamo agli altri e cosa teniamo per noi? Perché spacciarsi per qualcuno di diverso su social che la vita sociale, paradossalmente, l'hanno cancellata a colpi di Mi piace? Quando sposare in pieno il luogo comune, quando rifiutarlo a beneficio dell'onestà? Le risposte in un thriller con le problematiche dei nostri ragazzi e gli incastri studiati di Agatha Christie. Un esperimento sociale che schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi osceni, dai purulenti virus intestinali, far nascere i germi di una piccola rivoluzione. (7,5)

venerdì 26 ottobre 2018

Recensione [Romanzo e film]: Sei ancora qui, di Daniel Waters

| Sei ancora qui, di Daniel Waters. Sperling Kupfer, € 17,90, pp. 324 |

Immaginate un'esplosione pari, per perdite e conseguenze, a quelle di Hiroshima e Nagasaki. All'attentato al World Trade Center. I sopravvissuti e i mass media, a distanza di sei anni, ne parlano con un nome generico: l'Evento. Cosa sia successo esattamente, quanto grandi siano stati i danni, non lo sapremo mai. Ma immaginate, appunto, un'onda d'urto così potente, così distruttiva, da strappare il velo fra una dimensione e l'altra. È da quel momento che i morti camminano tra noi. Presenze onnipresenti e impalpabili, benché non sempre sinistre, che popolano i giardini, le biblioteche e i cinema d'essai. Qualcuno le ignora, qualcuno le teme, qualcuno le studia per scoprire da un'osservazione diretta tutti gli sporchi segreti dell'aldilà, fra spiegazioni ora metafisiche, ora scientifiche. Veronica Calder, sedici anni e un look da aspirante ribelle, era soltanto una bambina ai tempi ma, proprio come i suoi coetanei, ha perso qualcosa nell'esplosione: il padre, che ogni mattina sotto forma di ectoplasma appare al tavolo della cucina con il suo giornale tra le mani; l'innocenza. Spregiudicata e disincantata, preferisce perciò vivere il presente con tanto di relazioni occasionali, al contrario di una mamma affetta da disturbo post-traumatico, e indagare insieme al curioso amico Kirk sul motivo di quelle apparizioni in aumento. Alcuni redivivi sono intrappolati negli schemi della routine, altri cercano pur nel loro limbo di sbrogliare le immancabili questioni irrisolte, altri ancora tentano invece di illuminare i superstiti sui pericoli imminenti. Cosa cerca di comunicare Ben, il fantasma che popola il bagno di una Veronica senza più privacy al risveglio? Perché un serial killer che colpisce ogni ventinove febbraio vorrebbe fare di lei, nata proprio in un anno bisestile, la prossima vittima? Sei ancora qui, young adult dotato su carta di uno spunto vincente e di una polifonia di punti di vista – accanto a quello della sedicenne, ben più interessanti risultano essere quello del fugace Ben e di un assassino di cui si conoscono immediatamente identità e moventi –, è un'arma a doppio taglio. La grande originalità dell'idea, se non dallo sviluppo in sé, è stata purtroppo tradita dalla forte antipatia dei giovani personaggi, al centro di relazioni affatto plausibili e di un'indagine sul campo che, nel finale, li conduce dritti dritti nella tela dell'omicida; da una coppia di aspiranti investigatori piuttosto male assortita, consolidatasi per una ragione piuttosto risibile e innamoratasi in un momento imprecisato senza un preciso perché, con cui è stato difficile entrare in sintonia. Alle mosse irrazionali degli adolescenti, per fortuna, sanno controbilanciare gli stati d'animo e le nostalgie degli adulti. Poco attratti dagli spauracchi e dai misteri pericolosi, dagli amori istantanei, ragionano piuttosto sull'inviolabilità dei ricordi e sul senso del lutto. A volte da elaborare piano, attraverso una routine da cui sganciarsi a malincuore e a piccolissimi passi; altre da ingannare con l'omicidio rituale, se un caro estinto, in quello stesso errare di anime, ha modo di reincarnarsi attraverso il sacrificio di un'innocente.

La vita è breve. E la morte è per sempre.

Delicato o più probabilmente indeciso sul da farsi, scrive un Daniel Waters che funziona molto meglio in sala. Dalla ricerca delle cause dell'Evento ai silenzi assennati sul ruolo dell'assassino – fra le pagine, ribadisco, ne conoscevamo in anticipo il nome –, passando poi per la caratterizzazione di una protagonista meno popolare e disinibita, le differenze tra romanzo e film abbondano. Dopo il mediocre Midnight Sun, il regista Scott Speer firma un altro adattamento per un pubblico adolescenziale, con un altro ruolo clou per la prezzemolina Bella Thorne – bella di nome e di fatto, sì, sotto il frangettone scuro da outsider e le canottiere semitrasparenti: per le spettatrici, invece, occhio a Thomas Elms, enigmatica presenza in boxer attillati, o al professore di un Dermot Mulroney felicemente invecchiato. Questa volta, oltre a un'attrice feticcio dall'indiscreto appeal, Speer può contare anche su un accattivante lato visivo e su una fotografica gotica, che si compiace della gran quantità di comparse macabre e delle continue interazioni con le scenografie nevose. Per l'ottima foggia e il predominio delle tinte orrorifiche, così, gli si perdona senza rancori anche quel finale sentimentale e aperto, troppo simile a quello del recente Dark Hall. Modifica più, modifica meno, la trasposizione sul filo dell'ambiguità di Sei ancora qui è l'eccezione alla regola che vorrebbe i romanzi sempre e comunque superiori ai rimaneggiamenti. Da recuperare per un Halloween in leggerezza, sempre che lo troviate ancora lì, in sala.
Il romanzo: ★★½ Il film: 6,5
Il mio consiglio musicale: Unions – Close My Eyes

sabato 20 ottobre 2018

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Apostle, Ghostland, Upgrade, La settima musa, Dark Hall

L'isola ai confini della realtà di The Wicker Man, la comunità ortodossa di The Village, la superstizione a confine con il paranormale di The Witch. Apostle, punto d'approdo dopo un lungo e turbolento viaggio della fede, racconta l'inquietudine di uno Stevens dallo sguardo allucinato – e il passato tragico del personaggio, simile per dubbi e vissuto al Garfield dell'ultimo Scorsese, poco giustifica gli occhi, i vezzi e i sussurri di un interprete che, ancora una volta, trovo l'anello debole di una produzione altrimenti interessantissima –, in missione per salvare la sorella minore: prigioniera di una setta legata a una misteriosa entità femminile e con a capo Michael Sheen, non così al sicuro sul suo scranno di profeta. L'isola sta morendo, un po' per un colpo di stato già nell'aria, un po' perché l'aridità minaccia di consumare i campi e i cuori dei fedeli. Se in un horror esoterico, con una morale ecologista piuttosto vicina a quella di Aronofsky, non mancheranno i sacrifici umani per placare un'anziana dea – agghiaccianti e rare le sue apparizioni, fra rovi d'improvviso fioriti –, sacrificando sull'altare della superstizione compaesani ribelli, fanciulle vittime di amori proibiti e ultimi arrivati. Ecco, allora, le teste trapanate e le mani monche, i laghi di melma che portano verso direzioni sconosciute, le streghe oscure e affascinanti di una mitologia quasi argentiana. Per fortuna, benché sia il nostro primo incontro ufficiale, a dirigere c'è il regista cult Gareth Evans: il gore del survival si tempra così con l'angoscia claustrofobica dei thriller psicologici, il lerciume dei contenuti si raffina grazie all'indiscutibile bellezza della regia, i risvolti fantastici parlano in realtà tra le righe dei mali della colonizzazione e di un proselitismo militante che miete vittime innocenti. In nome di un Dio, in definitiva, schiavo degli uomini. E di una fede cieca che, insieme, unisce e divide. Il risultato: una delle produzioni di genere più dense di quest'anno e, accanto ad Annientamento, a oggi, probabilmente il miglior film Netflix. La parabola oscura, eppure non senza speranza finale, non senza purificazione, di un autore con un disegno registico che non avrà del divino, no, eppure tanto basta. Per mietere, da qui in avanti, nuovi proseliti. (7,5)

Si apre con una dedica al genio di Lovecraft l'ultimo film del francese Laugier. Il regista dell'acclamato Martyrs, da me invece apprezzato giusta in teoria, torna con stile grazie a un horror che attinge impunemente dal genere – all'appello, maniaci, burattini, spettri e streghe, cannibalismo – e non si può dire che questa volta vada tanto per il sottile. Sconcertante per chiasso, efferatezza e sovrabbondanza, Ghostland è un campionario di luoghi comuni rozzo e disordinato, urlante e sempre in fuga. La storia: quella di due sorelle prigioniere di una coppia di psicopatici. Non sarà facile dimenticare, soprattutto quando una delle due – la Crysal Reed di Teen Wolf, diventata scrittrice dopo l'accaduto – torna a casa per sostenere la problematica Taylor Hickson, gravemente sfregiata proprio durante le riprese. Le protagoniste, ragazzine amanti delle storie dell'orrore, diventano loro malgrado parte di una di esse. In un'ora e trenta si sgolano, vengono picchiate e inseguite, si divincolano: infine, ricominciano da capo. Altre giovani donne prigioniere, dunque; altre martiri di un autore che si diverte a tormentarle, a tormentarci, con un film fragile ma efficace. Kitsch, zeppo di eccessi e cianfrusaglie come lo è, d'altronde, la casa del titolo italiano, questo baraccone di sevizie, cliché e salti in poltrona paura non ne fa, ma affascina. Grazie ai toni fiabeschi e al colpo di scena a metà, per quanto intuibile, che celebra il potere immaginifico della scrittura – e, insieme, del cinema – contro l'impedimento di qualsiasi gabbia. (7)

Un meccanico e sua moglie vengono aggrediti in un quartiere malfamato: la donna muore e lui, ridotto a un vegetale, vive per vendicarsi. Messa così, nulla di nuovo sotto il sole. Ma Upgrade, che a sorpresa in rete colleziona medie esagerate e spettatori già fan, ha dalla sua le ambientazioni: non siamo negli anni Settanta del Giustiziere della notte, ma in un futuro distopico alla Black Mirror in cui la tecnologia ci ha superati e i miracoli della medicina hanno un nuovo volto. Quello di giovani scienziati che al vedovo propongono una soluzione prodigiosa: un microchip per dargli finalmente mobilità. Guidato da un'intelligenza artificiale, il protagonista e il suo sistema operativo si danno a una canonica caccia al colpevole. Le luci al neon sono le stesse di Refn, i commenti ironici quelli degli ibridi più tamarri, le mosse – scontate, in un finale pieno di tentati colpi di scena – quelle di un giallo già visto. Non è nemmeno l'originalità degli sfondi, dunque, a giustificare la popolarità del fanta-thriller a tinte splatter con Logan Marshall Green: non troppo a suo agio, a onor del vero, con un personaggio sarcastico e manesco in stile Bruce Willis. Perché allora tanti plausi per l'ennesima riscrittura del mito di Frankenstein, che qui attinge da RoboCop a Ex Machina divertendo nel mentre, sì, ma senza innovazione? Vendicarsi, nel futuro, sarà infatti più semplice ma non meno letale. Per un upgrade del revenge movie – qualcuno ha fatto il nome della Fargeat? –, meglio tuttavia cercare altrove. (6,5)

Era stata la visione di Veronica e Marrowbone a ispirarmi in tempi recenti una piccola ode all'horror d'importazione iberica. In un panorama a corto di idee che ormai poco ha da offrire, quando il mistero e la paura parlano spagnolo le sorprese sono spesso garantite. Avrebbe forse fatto eccezione il veterano Balaguerò? La critica, insoddisfatta, scriveva amaramente di sì: La settima musa non piaceva ai più. Come accade in questi casi, l'ho visto allora per amore di completezza: le aspettative ridimensionate per forza di cose. È bastata la lettura di Alighieri in apertura per lasciarmi affascinare da una storia che di letteratura parla, e che dunque non poteva non piacere a uno studente di Lettere che crede nel potere delle parole, nella bellezza di una Irlanda battuta da pioggia e vento, nella purezza di un filone che sa stupire senza inganni sulla scia di dame velate, case buie e manicomi abbandonati. Cosa conduce un professore in lutto e una mamma stripper sulla scena di un omicidio rituale? Quale entità animava la penna di Shakespeare? Cosa speravano di ottenere prima di andare incontro a morte certa i membri del Cerchio Bianco, lettori con il pallino dell'esoterismo? Le incarnazioni delle mitiche muse si muovono in mezzo a noi. Ingannano, ammaliano, uccidono. Due personaggi dall'ambiguo ruolo chiave si fanno strada così in un horror punta-e-clicca, che prende in prestito qualche immagine dalla triologia di Argento e, grazie alle atmosfere natualmente lugubri e a colpi di scena indovinati in un epilogo agrodolce, fa dimenticare i difetti di uno spunto destinato presto a essere semplificato, assieme alla recitazione incerta del cast seminoto – in ruoli di supporto, citiamo la Potente e Lloyd. I segreti stanno, al solito, nei buoni sentimenti, nella presenza di bambini da preservare, nello stupore un po' infantile al cospetto di horror a cui mancherà senz'altro qualcosa ma non, complice stavolta lo zampino delle figlie di Zeus e Mnemosyne, l'ispirazione. (6,5)

Ho varcato le porte della Blackwood leggendo il romanzo di un'autrice da noi poco celebrata. Lois Duncan, eppure, ha una produzione di tutto rispetto e pioniera del genere, maestra del guilty plesure, al cinema ha regalato già un cult negli anni Novanta: chi non ricorda, infatti, l'uomo uncinato e il cast di So cosa hai fatto? Senza sorprese, Dark Hall – atteso senza aspettative, nonostante la regia di un Cortés che dai tempi di Buried insegue invano un altro film vincente – non rischia di bissare il successo del teen horror scorso ma, purtroppo o per fortuna, nemmeno di avvicinarsi ai batticuori in salsa gotica di Stephanie Meyer. Rispetto al romanzo, piccolo Young Adult degli anni Settanta debitamente aggiornato, abbiamo una protagonista più problematica; cinque e non quattro studentesse prodigio; una scuola meno prestigiosa, alternativa giusto al carcere minorile, gestita con il polso di ferro e l'accento francese da una carismatica Thurman. Il soggiorno, all'insegna di una educazione fatale per qualcuna delle protagoniste, regalerà paura e ispirazione. Mentre il romanzo non calcava la mano sulla natura diabolica della Blackwood, il film arricchisce, modifica e migliora quando serve: si andrà perciò di frequente incontro a destini cruenti; non mancheranno gli sprazzi horror, relegati però ai soli incubi; si amplia quell'epilogo tutt'oggi poco all'altezza, ma senz'altro meno frettoloso, tra flashback aggiunti e fiamme realizzate in una discutibile computer grafica. Buona la regia, nonostante la modestia del progetto; bella la ex bambina prodigio di Un ponte per Terabithia, nelle vesti di una protagonista invischiata in un'indagine meno macchinosa che su carta. Ma al cinema, pur aumentano i piccoli brividi e la conta delle vittime, tocca fare i conti con un pubblico ormai smaliziato. Perfino davanti a una ghost story non così classica, non così adolescenziale, ma dalle implicazioni ampiamente sorpassate. (5,5)

lunedì 1 ottobre 2018

Recensione: Come fermare il tempo, di Matt Haig

Come fermare il tempo, di Matt Haig. Edizioni E/O, € 18, pp. 368 |

A prima vista non gli daresti più di quarant'anni. Immaginalo, infatti, snello, ordinato, distinto – in un film di prossima uscita, leggevo, potrebbe avere il fascino di Benedict Cumberbatch. Dietro i modi eleganti e la conoscenza enciclopedica di Tom, attualmente professore di storia in un modesto liceo di Londra, si nasconde un segreto a cui il resto del mondo farebbe fatica ad abituarsi, senza scomodare almeno esorcisti o scienziati. Anagraficamente, ha quattrocentotrentasei anni. Nato in Francia da una mamma uccisa sotto i suoi occhi con l'accusa di stregoneria, non ha sempre avuto quel nome, quella professione, quel domicilio. Da eterno migrante, patisce la solitudine, il jet lag e la paura del futuro: invecchia di un anno ogni quindici, ed è impossibilitato a soffermarsi in un posto per più di un decennio. Così ordina la Società degli Albatros: sindacato per pochi eletti che, con le buone e con le cattive, tiene all'oscuro i mortali – le Effimere – dai misteri dell'anageria.

Una nave alla fine si deve fermare. Deve raggiungere un porto, un riparo, una destinazione, nota o ignota. Deve arrivare da qualche parte e fermarsi lì, altrimenti qual è lo scopo di una nave? [...] Non sono una persona. Sono una folla racchiusa in un unico corpo. Sono stato uomini che ammiravo e uomini che detestavo. Sono stato eccitante e noioso, felice e infinitamente triste. Sono stato sia dalla parte giusta sia da quella sbagliata della storia. Per dirla in breve, mi sono perso.

Nel Curioso caso di Benjamin Button si viveva a rovescio, venendo al mondo anziani e andandosene poi neonati; in Vita dopo vita e Reincarnation Blues la caducità dei protagonisti non impediva comunque il loro eterno ritornare; tra le pagine di Anne Rice e Audrey Niffenegger, invece, in un caso un vampiro irrequieto e nell'altro un viaggiatore del tempo senza radici mettevano in rima identità ed eternità. Ultimo ma non ultimo, grazie a una bellissima variazione sul tema in fondo nemmeno particolarmente innovativa, si aggiunge a questo intenso filosofeggiare di massimi sistemi, amore e morte, il protagonista di un Matt Haig letto adesso per la prima volta. Il suo Tom passa attraverso gli anni con la leggerezza e l'autoironia di chi ha imparato che fa male al cuore prendersi inutilmente sul serio. Garbato, mai saccente, vincolato dal peso del proprio segreto ma amante della condivisione e infatuato dell'idea stessa di amore, non metteva piedi in Inghilterra dal Seicento. Quando c'erano il puzzo delle concerie, gli orsi ballerini per attrazione turistica e opportunità sorprendenti per i suonatori di strada – liutaio squattrinato, senza arte né parte, era stato reclutato nella compagnia teatrale di William Shakespeare per mettere in musica Come vi piace. Quando c'erano, soprattutto, Rose e Marion: la moglie morta di peste e l'unica figlia, con gli stessi geni del padre e un destino da fuggitiva. Sulle sue tracce da allora, il professore centenario – nelle esistenze precedenti marinaio, pianista, sicario – combatte invano l'insonnia e l'attrazione per Camille, collega con la quale è tutto un doloroso déjà vu.

Mi sono innamorato una volta sola in vita mia. Immagino che, in un certo senso, questo faccia di me un romantico. L'idea che noi tutti abbiamo un unico vero amore, e che dopo la sua scomparsa nessun altro possa reggere il confronto. È un'idea dolce, ma la realtà è terrore puro. Dover affrontare innumerevoli anni di solitudine dopo. Esistere quando il senso della propria vita non c'è più.

A stargli con il fiato sul collo, oltre alla strana malattia genetica, è Hendrich: mandante millenario e dalla dubbia moralità, che subodora complotti dappertutto e assicura al romanzo di Haig svolte spionistiche, a onor del vero, poco necessarie. Cosa possono le sue minacce, le sue trame, contro la viralità dei social, dei siti d'incontro, dei trend di YouTube? Come si può scegliere deliberatamente la segretezza, se un vecchio akita salvato dal canile, la compagnia di una donna che legge grandi classici sulle panchine o le domande di uno studente brillante ti invogliano dopo secoli alle passeggiate nel parco, a sorseggiare Martini mai provati, a correre il rischio di essere coraggioso? Ho avuto la sfortuna di leggere Come fermare il tempo in un periodo in cui ne avevo poco, di tempo. L'ho fatto durare una settimana. La fortuna, così, è stata quella di sfogliarlo a piccole dosi: godendomelo appieno. Passato e futuro dialogano per dichiarare di comune accordo che a esistere sia soltanto il presente, l'attimo. Si viaggia verso le terre selvagge scoperte da Cook, si offre da bere a Francis e Zelda Fitzgerald in un music hall dei ruggenti anni Venti, si assiste a un concerto con Tchaikovsky come direttore d'orchestra al cospetto dell'esimio Andrew Carnegie in persona.

Ogni volta che vedo qualcuno leggere un libro, specialmente se si tratta di una persona da cui non me lo aspetterei, sento che la civiltà è un po' più al sicuro.

Il secolo corrente è la rozza copia del precedente, innamorarsi è vietato ai membri della Società, l'orologio gira e ticchetta inesorabilmente. Cosa ci suggerisce la nostra inossidabile bussola morale? Come ingannare quel divenire che riduce in cenere coloro che non riescono a stare al passo del longevo Tom? Le risposte non stupiscono, le conoscevamo già, eppure non si può fare a meno di volere bene a Matt Haig, che qui e lì ci regala frasi da incorniciare, e al suo simpatico viaggiatore solitario. Quattrocento pagine, quattrocento anni, il dono e la maledizione di un'eterna nostalgia. L'autore ce ne rende partecipi con la famosa verve britannica, carpendone la vastità senza renderci mai schiavi della pesantezza. Senza commettere l'errore di imbrigliarlo mai, un tempo ora galantuomo e ora tiranno, che ogni giorno ci rende partecipi di un gioco di magia lungo tutta la vita. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Harry Styles – Sign of the Times

mercoledì 5 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Sharp Objects | The Innocents

Il romanzo è sempre meglio del film, o così sostiene qualche lettore. Cosa succede però se i nomi coinvolti sono troppo importanti per non ammettere un'eccezione alla regola? Cosa succede se non è di un film ma di un telefilm che si parla e se, cosa nota di questi tempi, sul piccolo schermo si è soliti aumentare il numero dei capitoli, la qualità, l'intensità? Inizialmente pubblicato con il titolo Sulla pelle e poi protagonista di innumerevoli ristampe, tra lo straordinario successo ottenuto al cinema da Gone Girl e quello di questa miniserie HBO già sulla bocca di tutti, l'esordio di Gillian Flynn – a quando un nuovo romanzo, mi domando, e quando decidersi a rinunciare a vivere di rendita? – non convinceva: un trio di magnetiche protagoniste femminili, infatti, faceva carta straccia di una trama che stentava a reggersi. Una giornalista dal corpo ricoperto di tagli autoinflitti che torna a casa in cerca di scoop, il ritrovamento di due adolescenti con i denti cavati di bocca, i segreti di una famiglia che vive di apparenze e quelli di una provincia americana arricchitasi conducendo maiali al macello o rievocando antiche battaglie. I sospettati: un padre e un fratello maggiore che reagiscono male al lutto, e ancora peggio alla pressione pubblica. Gli oggetti contundenti con cui marchiarsi a sangue il corpo, non soltanto quelli del delitto, bensì le lingue affilate di una matriarca gelida e di una sorellastra arrivista; la relazione passeggera con un detective dalle buone intenzioni, forse troppo gentile per un'anima nera come lo è in fondo la problematica Camille. Trattandosi di una trasposizione fedelissima, nel bene e nel male, il destino di banalità e confusione di Shap Objects vive un'immancabile replica in tivù: ecco palesarsi gli stessi contro riscontrati su carta, e con una divisione in episodi – otto di un'ora ciascuno, dunque tanti – che li esacerba allo sfinimento. I ritmi diventano dilatatissimi, il giallo un pensiero incidentale e le protagoniste, distrazioni eccellenti, uno specchietto per le allodole. Ci si prova a convincere del contrario, allora, con un montaggio a regola d'arte che rende la struttura un puzzle; con una colonna sonora lisergica, in cui sono le note dei Led Zepelin a far da padrone; con la regia indie di un Vallée con il pallino per le storie al tempo del metoo e per le donne con gli attributi. L'abuso della telecamera a mano mi ha innervosito, a lungo andare, e proprio non mi sono fatto bastare l'impegno di un'apatica Amy Adams che, colta fuori dalla sua comfort zone, si fa rubare la scena da Patricia Clarkson superba e dalla rivelazione Eliza Scanlen. Rinnovare il copione di un giallo non particolarmente ispirato rendendolo, più che d'autore, pretenzioso? Sharp Objects con me ha ingranato a fatica e dopo essersi preso tutto il tempo del mondo, troppo, accelera all'inverosimile nel frettolosissimo finale – stralci di spiegazione, pensate, sono relegati in flashback lampo dopo i titoli di coda, alla stregua di un horror di infima categoria. È una penna scarica, un coltello spuntato. Una serie, annunciata in anticipo come l'evento dell'estate, che non graffia un lettore coriaceo. Farà senz'altro faville durante la prossima stagione dei premi, mieterà consensi e mi sottoporrà a più di qualche critica, ma per me rimarrà un mistero. Meno scontato e più fitto ancora di quelli nascosti nel cuore della sordida, sonnacchiosa Wind Gap. (5,5)

Si conoscono a scuola. Candidi e innocenti come da titolo, June e Harry sono una specie da salvaguardare in una generazione che brucia in fretta le tappe e veicola modelli sbagliati. Lei cresciuta nell'inganno, con un patrigno che l'ha protetta con le buone e con le cattive dalle domande su una madre scappata lontano da loro dopo una notte di cui in giro ancora si mormora; lui, più intraprendente, alle prese con un genitore catatonico che necessita di attenzioni continue. Si innamorano presto ma di nascosto, scoprendosi ugualmente fragili e in cattività, e pianificano la fuga su una Fiat sgangherata. Meta: una Londra mai così distante da quella provincia senza prospettive. Il viaggio in macchina, già consolidata metafora giovanile di per sé, svela in fretta la natura nascosta della protagonista: è una mutaforma, creatura sbucata direttamente da una leggenda scandinava. Scopriranno insieme che ci sono altri come lei, identici nella natura ma opposti nei desideri: possedere qualcun altro è erotico, infatti, sa di onnipotenza. Soprattutto, si accorgeranno insieme allo spettatore che c'è una trama parallela alla loro che conduce a un'isola in Norvegia: una casa di donne, portatrici dello stesso inspiegabile gene, sedotte e controllate da uno psichiatra con il volto del sempre fascinoso Guy Pearce. Questi novelli Romeo e Giulietta, accomunati dallo stesso finale (di stagione) tragico, rischiano di perdere innocenza e alchimia strada facendo, confusi sui loro stessi sentimenti. Rischia di perdersi lei, June, nel riflesso di quella mamma che non si è mai raccontata con limpidezza e di un dubbio che intanto logora la coppia. Non bisogna perdere il controllo: la protagonista ha sperimentato che basta un tocco anche fugace, quando è fuori di sé, per risvegliarsi in un corpo che non le appartiene e, suo malgrado, per profanarlo, lasciando lungo la strada uomini e donne come gusci vuoti. E l'amore, invece: ha effetti collaterali oppure ti salva? Di teen drama a tinte fantasy si tratta, sì, e con passioni salvifiche, famiglie preoccupate e cattivi annunciati ci si intrattiene per otto episodi. Fortunatamente, non siamo nei territori post Twilight: vuoi i protagonisti sconosciuti e acqua e sapone, che insieme formano una coppia tenerissima; vuoi i grigi acquosi e la pacatezza delle produzioni britanniche; vuoi una storia semplice ma ad alto tasso emozionale, complice la colonna sonora indie rock, che agli adolescenti parla di identità metaforicamente e non. Romanzo di formazione sci-fi, delicatissimo tanto nella componente sentimentale quanto in quella mitologica, The Innocents è la serie di cui nessuno sta parlando: perché piccola, comunque più di quanto ci si aspetterebbe da una coproduzione internazionale, ma piena di grazia. (7)

lunedì 13 agosto 2018

Recensione: Dark Hall, di Lois Duncan

| Dark Hall, di Lois Duncan. Mondadori, € 17, pp. 204 |

Si erge come un castello centenario alla fine del sentiero alberato. Per un gioco prospettico sembra ingrandirsi man mano che la macchina si avvicini. Sembra prepararsi a divorarla. I portoni istoriati come fauci. La consapevolezza che ci sia qualcosa di storto a Blackwood, esclusiva scuola femminile ai confini dello stato di New York, colpisce Kit – sedici anni, una madre pronta a scaricarla lì per un secondo viaggio di nozze in Europa – con la forza di un infausto presagio. Saranno le giornate corte, lo scudo degli alberi tutt'intorno, il rigore del corpo docenti a suggerirle forse un aggettivo: malvagio. Siamo in un teen horror su un gruppo di adolescenti e una magione in cui certe notti si fanno labili i confini fra il nostro mondo e l'aldilà. La direttrice dello stabile, l'altera Madame Duret, ha un vago accento francese e l'aria di chi cova tra sé e sé qualcosa di sinistro. Il dormitorio si affaccia su un dedalo lungo e buio per corridoio, le chiavi possono chiudere le camere da letto dall'esterno ma non dall'interno: impossibile, pertanto, dormire sonni tranquilli. Sappiamo insomma che la protagonista – privata della possibilità di tornare a casa prima della vacanze di Natale, senza cellulare, senza internet e senza una migliore amica – non si sbaglia. Qualcosa di strano serpeggia fra le pagine di una compianta pioniera del genere e i cunicoli di un istituto che no, non è la versione vintage di Hogwarts. Nel personale di servizio sembra resistere soltanto una ragazza poco più grande di Kit, addetta alle cucine, che a volte ha il pericoloso vizio di parlare troppo: come spiegare il fuggifuggi dei domestici? I cancelli puntuti separano le studentesse dal resto del paese: protezione o isolamento? Ci sono, soprattutto, tre professori per sole quattro allieve: tanto spietata, ci si domanda, la selezione? Fatta eccezione per Ruth, bruttina con un fiuto eccezionale per le scienze, in classe le altre ragazze non brillano di certo. Madame Duret è stata attratta da qualcos'altro: abilità in erba, soprannaturali, che Kit e le comprimarie devono ancora mettere a fuoco. Le stesse che, amaramente, potrebbero rappresentare la loro distruzione.

C'è qualcosa di strano a Blackwood, qualcosa di sinistro. Lo percepiamo tutte, ma è impossibile da descrivere a parole. Succedono delle cose.

Gli ambienti sono circoscritti, i personaggi elencabili sulle dita delle mani, il fascino è quello sempiterno di atmosfere gotiche che da queste parti fan sempre breccia. L'orrore è nello sfacelo del passato tenutario, chiacchierato misantropo braccato dalla tragedia? La morte, con tanto di falce e cappuccio come nella splendida copertina illustrata, è un'inquietante coinquilina da temere? L'autrice, Lois Duncan, è la stessa dello slasher cult So cosa hai fatto. Ma dimenticate spargimenti di emoglobina o coltellate a destra e a manca. Dark Hall, pubblicato negli anni Settanta e tradotto per la prima volta in Italia in occasione della trasposizione cinematografica tiepidamente accolta, vive – e muore – proprio delle sue ambientazioni. Nessuna vittima, nessuna goccia di sangue versato, tantissime stranezze. Tra incubi, inappetenza e gelori ad agosto, le allieve si scopriranno infatti improvvisamente portate per la musica, la poesia, il disegno e la matematica. Le giovani menti, ricettive agli stimoli e al male, sono delle spugne. Quali sono gli effetti di una cattiva educazione che vorrebbe cambiarci nel profondo, non di certo migliorarci? Kit così si fa coraggio. Ricerca la propria indipendenza, il diritto di avere voce in capitolo, in un piano di studio personalizzato nel dettaglio. Magari, una via d'uscita dal peggio in agguato. Quarant'anni dopo, a sorpresa, l'atipica ghost story della Duncan – l'originalità dello spunto di base, infatti, si rivelerà in tutto il suo potenziale a un passo dalla conclusione – si difende piuttosto bene. Evitando le furberie di una storia d'amore proibita (Kit fantastica proprio sul figlio della direttrice, prodigio del conservatorio). Creando una suspance che terrà senz'altro sull'attenti lettori più giovani e suggestionabili di me (spiace a tal proposito per la piega finale, frettolosa e non all'altezza). Proponendo una prosa godibile e immediata, che non dissimula tuttavia il vecchio amore per le descrizioni particolareggiate e gli spauracchi di classe. Dove il mistero è di casa, ma non la memorabilità. Per un pomeriggio estivo da consacrare ai piccoli brividi.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Paramore – Decode

martedì 29 maggio 2018

Recensione: Jonas e il Mondo Nero, di Francesco Carofiglio

| Jonas e il Mondo Nero, di Francesco Carofiglio. Il Battello a Vampore, € 16, pp. 333 |

Da bravo superficiale quale sono, non avrei saputo resistere. All'illustrazione in copertina che prima ancora del passo di It citato a pagina uno faceva respirare atmosfere alla Stephen King. Al nome di uno scrittore molto prolifico – non si tratta di omonimia: Francesco è il fratello minore di Gianrico, altra garanzia di bestseller –, qui alle prese con un romanzo per ragazzi.
Com'era perciò prevedibile non ho opposto resistenza, no, e mi sono concesso con una punta di nostalgia un viaggio lungo una metafora assieme all'ultimo volume del “Battelo a Vapore” – intorno agli otto anni non una semplice branca della Piemme, bensì la mia migliore amica. Con il protagonista, d'altronde, sarei andato d'accordo anche ai tempi. Balbuziente e occhialuto, non brilla né a scuola né negli sport, e a casa, quando non può perdersi in qualche romanzo o nell'inusuale catalogazione dei coleotteri, fa i conti con una mamma che c'è e non c'è, un papà a rischio cassa integrazione, una sorella maggiore che vive di rotocalchi. Nemmeno i bulli, gli stessi che in una segheria abbandonata usano i randagi del quartiere per il barbecue, si curano di lui: anonimo com'è, non ispira grandi angherie. Si chiama come l'eroe della serie distopica di Lois Lowry, sogna mondi sottosopra degni di una puntata di Stranger Things e in una anonima città degli Stati Uniti – tra cenni a fotoromanzi, sceneggiati radiofonici e vecchi tram, non sappiamo bene se collocarla nel presente o nel passato – vede succedere strane cose. Non esistono le ombre di cui parla: i genitori si sono accertati che avesse tutte le rotelle al posto giusto in tempi non sospetti, portandolo a colloquio da uno psichiatra infantile. Non vogliono dirgli niente gli indovinelli alla Lewis Carroll e i regali enigmatici che riceve in dono da conoscenti vicini e lontani. Come convincersene se all'orizzonte non gli si prospetta un bianco Natale, bensì nerissimo? Come fare spallucce, se nella sua stanza compare Melampo, una specie di elfetta biondo platino che viene da una dimensione intermedia?

Ci sono vari modi di sentirsi soli. Non poter raccontare i propri segreti era uno di quelli.

Jonas era un dodicenne normale, per quanto sui generis: una spasimante di cui non contraccambiava le gentilezze, un compagno di banco che nascondeva i lividi di un genitore manesco, l'amore igenuo per Nina (figlia di pasticcieri, incantevole e spiritata: non vedente). Certo, aveva un nugolo di parenti finiti a picco nell'oceano o in una camera dalle pareti imbottite, ma nel suo microcosmo di hobby, routine e manie ci stava ignaro e contento. Si è arreso: la stranezza sembrava una condanna vita natural durante. Tutto è destinato a cambiare. Ha letto spesso di straordinarie avventure per mari e per monti, di verità che sfuggono e bambini scelti per sbrogliare equilibri instabili: non pensava che i fantasy che ha divorato sotto le coperte, con la neve fuori, parlassero di lui. Che è la chiave della porta che apre il bene e taglia fuori il male, pronta a spalancarsi pericolosamente ogni trentatré anni. Che nell'intercapedine della nostra realtà esiste Extramondo, una Isola che non c'è popolata dai Ragazzi Ombra. Che a mezzanotte le due dimensioni nemiche si incontreranno, e una soccomberà all'altra, fulminandosi come una lampadina in esaurimento. Come può lui avere potere decisionale, se grigiore e malumore diffusi, se l'impressione tutta contemporanea di poter fare a meno di essere felici, testimoniano che il male è un'infiltrazione che non ci abbandona?

Alcune cose, a volte, riescono meglio a occhi chiusi.

Jonas e il Mondo Nero, più vicino al racconto fantastico che all'horror, è un romanzo strano, in parte, come strano ci si presenza il suo adorabile protagonista (i dialoghi superano le descrizioni e, fra le pagine, si respira una durezza del vivere che non ti aspetteresti). Chiariamolo subito: l'originalità non è di casa, di qualche guizzo ironico ho proprio sentito la mancanza, e la risoluzione finale appare piuttosto approssimativa. Non mi sono piaciuti gli “appunto” di troppo, l'esagerare coi puntini di sospensione nelle parti dialogiche, il fatto che molti personaggi – i vicini, la spasimante, il migliore amico – fossero introdotti per poi rimanere sullo sfondo. Mi è piaciuto il resto (gli ex manicomi, i passaggi segreti dappertutto, le stazioni abbandonate), ma soltanto con il senno di poi. Perché Jonas e il Mondo Nero fa parte di quei romanzi che decollano tardi amando la malinconia della partenza, che sono soprannaturali ma non così tanto. Quelli che si accontentano di essere semplici, di cuore, e in cui l'elemento fiabesco resta una scusa per cominciare a raccontare. Troppo, qui?

Dove vanno a finire le cose dell'infanzia? Tipo la collezione dell'Uomo Ragno, le corse a perdifiato, e i racconti di tuo nonno d'estate, all'ombra della grande quercia. Dove vanno a finire le voci, gli odori, la sensazione precisa di essere nell'istante perfetto, che durerà per sempre? Che non finirà mai. Non dura per sempre. E tutta quella roba, a un certo punto, sparisce. La memoria si inghiotte i fumetti, le corse e i racconti di tuo nonno. E improvvisamente sei solo. E improvvisamente, non sei più bambino.

Da piccoli poteri derivano grandi responsabilità. C'è sempre il tempo per ogni cosa: scoprire che le guerre non si vincono mai in solitaria, ad esempio, oppure cambiare. E c'è un ragazzetto cupo per natura che paradossalmente, eppure, fa abbastanza luce da illuminare un viaggio al centro della terra, e della notte, di cui ho percepito a metà l'importanza di quel che c'era in ballo. Crescere, racconta l'adulto Carofiglio con una punta di tristezza a chi adulto si appresta a diventarlo, significa dimenticare la magia. Nell'Extramondo, nell'età di confine tra l'infanzia e l'adolescenza, qualcosa passa di mente e qualcosa no. Restano un origami a forma di suricato (la sentinella del mondo animale) sulla scrivania di una cameretta che si è fatta d'un tratto troppo piccola. Gli ammonimenti, durante una partita decisiva, di chi ci consigliava di colpire la palla di piatto, non di punta. Per abbandonare la panchina e fare goal in una vita nuova. Esultando sotto un cielo che ha smesso di pioverci addosso, e di fare male cane.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Shawn Mendes – In My Blood

venerdì 21 luglio 2017

Recensione: Una più del Diavolo, di Lorenzo Vargas

|Una più del Diavolo, Lorenzo Vargas. Las Vegas edizioni, € 15, pp. 280|


Vivendo in una città di provincia, con librerie scarsamente fornite che per forza di cose tagliano fuori i piccoli editori, ho scoperto Las Vegas edizioni soltanto lo scorso inverno. Quando un'amica già citata sul blog, la solita Elisabetta, mi parlava di Carlotta Borasio e Andrea Malabaila – moglie e marito con un progetto editoriale comune e una figlia in arrivo – e mi consigliava di dare uno sguardo al sito della loro casa editrice. Dopo il post dedicato alla gradevolissima scoperta di Green Park Serenade, il suo autore – lo stesso Malabaila, appunto – ha suggerito a Carlotta di inserirmi nella newsletter. Ormai qualche tempo fa, mi sono arrivati due romanzi del catalogo. Ho sperimentato così la piacevolezza della loro brossura e gli autori sui quali hanno scommesso. Uno di questi, il giovane Lorenzo Vargas, lo conoscevo già di vista: della prima e unica edizione del talent Masterpiece, infatti, ricordavo l'antipatia viscerale per il giudice De Carlo e, grossomodo, lui. Una più del Diavolo è il suo secondo romanzo e lo scopro qui, con una commedia nera di divinità e mostri, ambientata tra i locali underground di Napoli e l'inferno dantesco. Dalle parti di Dogma e Preacher, la storia segue le disavventure di Giovanni Archei: musicista trentenne senza arte né parte, che fa i conti con il tradimento della fidanzata storica, una rock band che le etichette discografiche ignorano placidamente e, dulcis in fundo, una missione divina. Gli si parano davanti Raziel, l'arcangelo dei segreti, e un tribolato collaboratore dai boccoli biondi. Siamo in missione per conto di Dio, gli dicono, e gli amanti dei Blues Brothers fanno già la ola. Peccato che loro, con il vestiario di due agenti segreti e i genitali del marito di Barbie, siano davvero chi dicono di essere: pennuti portavoce. 


Si era preso finalmente qualche responsabilità. Certo, salvare il mondo poteva semprare un po' esagerato, ma comunque era un inizio.

Il Diavolo è fuggito, Dio sbarella (ha raso al suolo piazza San Pietro, in un momento no) e tocca agli uomini, gli unici a disporre del libero arbitrio, ripristinare l'equilibrio. Senza il Male (che ha le fattezze di un gatto persiano: insomma, sono dalla sua parte a prescindere), l'anarchia è un contagio. I demoni gozzovigliano in giro e al Grande Capo, che comunque non ha tutti i torti, stiamo antipatici a morte: propende per l'estinzione. Quello che in principio divertiva, purtroppo, stanca un po' nella seconda parte. Sempre divertente, ma pasticciata. Il romanzo umoristico, il fantasy, piace quando dura poco. E per me, che com'è noto sono di una specie assai annoiabile, duecento pagine e passa sono parse forse troppe. Ci sono lo stile, i comprimari irresistibili (un papa elettricista, letteralmente folgorato sulla via di Damasco; un romantico travestito come padrone di casa) ma manca la napoletanità nel linguaggio e, nella seconda parte, uno svolgimento all'altezza del bizzarro spunto di partenza. Esperimento arguto sì, ma non dissacrante come vorrebbe: perché il sorriso, materia deperibile, non dura. Archei si imbarca in un viaggio ultramondano, alla ricerca dei segreti della Creazione e della rima che manca alla sua ultima canzone. Deve trovare il villain per antonomasia e, a tu per tu, scongiurarlo di riprendersi il soglio vacante. Documenti da scartabellare e cavilli tecnici. L'immortalità sfida la furbizia tutta partenopea, e chi vincerà? Occhio alle clausole minute, all'inghippo. Apprezzabile per la grande inventiva e l'energia della scrittura, Una più del Diavolo resta una riflessione sull'importanza degli opposti e la scaltrezza dei nostri simili. Cosa possono l'immortalità e la creazione del cosmo da un pugno di polvere, se qui tocca far i conti tutti i giorni con i sentimenti, i sogni infranti, i meteoriti in rotta di collisione e il dopo sbronza?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Bluvertigo – Iodio

venerdì 24 marzo 2017

Recensione: Carry On, di Rainbow Rowell

Tu eri il sole, Simon, e prima o poi ti sarei finito addosso. Mi svegliavo ogni mattina e pensavo: “Finirà tutto in fiamme.

Titolo: Carry On
Autrice: Rainbow Rowell
Editore: Piemme
Numero di pagine: 538
Prezzo: € 17,00
Sinossi: «Mi fissa ancora negli occhi. Inchiodandomi con lo sguardo come ha fatto con quel drago, con il mento in alto, immobile. «Io non sono il Prescelto.» Ricambio il suo sguardo e sorrido. Il mio braccio lo stringe. «Be', io ti scelgo, Simon Snour.»
Simon Snow è il peggior prescelto di sempre. Questo è ciò che sostiene Baz, il suo compagno di stanza. Baz potrà anche essere un vampiro e un nemico, ma ha probabilmente ragione. Per la maggior parte del tempo infatti Simon non sa far funzionare la sua bacchetta, oppure non sa controllare il suo inestinguibile potere mandando tutto a fuoco. Il suo mentore lo evita, la sua ragazza lo ha lasciato, e un mostro con la sua faccia si aggira per Watford, la scuola di magia in cui frequentano l'ultimo anno. Allora perché Baz non riesce a fare a meno di stargli sempre intorno?

                                            La recensione
Ricordo il mese di novembre. La tesi da scrivere in quattro e quattr'otto, l'acqua alla gola. La sensazione di affogarci, negli impegni, nelle scadenze, nelle cose da fare. Per fortuna avevo Fangirl. Un mattoncino il cui dorso verde smeraldo, neanche troppo a sorpresa, faceva capolino nella foto di gruppo in cui avevo impilato le mie letture preferite di un anno di libri. C'erano le saghe familiari e la Trilogia della Pianura, la scoperta tardiva di Philip Roth, ma le risate di Rainbow Rowell non avrei mai potuto rineggarle. Pena per i traditori: un temporale senza fine sopra la testa. Quand'è che un romanzo si merita il nostro stupidissimo entusiasmo? Sentirsi bene, forse, ha meno valore che riflettere leggendo? L'effetto benefico di Fangirl, una commedia brillante sull'identità e l'amore smisurato per la finzione letteraria, aveva lasciato strascichi e tanta curiosità per i piani della protagonista, Cath. L'universitaria misantropa, al centro di un triangolo sentimentale non pianificato e di una starordinaria notorietà sul web, aveva una cotta mostruosa per le storie di Simon Snow. Un personaggio fittizio, incensurato fac-simile di Harry Potter, protagonista di otto romanzi che per Cath erano il mondo. La protagonista trattava i personaggi come fossero amici, li chiamava per nome; scriveva per loro nuovi sviluppi, intrecci alternativi, svolte liete. Tutto per non crescere. Tutto per far sì che, almeno nella sua versione della storia, Simon e Baz – suo coinquilino e nemico giurato – fossero una coppia. Il mondo delle fanfiction, forse lo saprete, mi ha sempre trovato scettico. Da ragazzino trovavo strana questa tendenza ad accoppiare personaggi a caso – ricordo il divertito sconcerto quando scoprii che c'erano spettatrici che fantasticavano su una inquietante relazione incestuosa tra i fratelli di Supernatural – e se saltava fuori il termine “shippare” il pensiero andava alle vecchiette speronate all'uscita dell'ufficio postale per arraffarne la pensione. Questo Carry On è il romanzo nel romanzo. La fanfiction a cui Cath lavorava giorno e notte, lasciandocene sbirciare qualche passaggio nel mentre. I suoi pensieri segreti poteva leggerli solo la Rowell, che conosce bene i propri polli: compreso quel Simon Snow abbozzato lì per lì e spunto, infine, per un romanzo autoconclusivo. Carry On è in teoria l'ottavo capitolo di una saga ambientata in quel di Watford: in realtà, sappiamo noi, è il primo e anche l'ultimo. Cosa ci siamo persi, se la narrazione ha inizio in medias res e delle puntate precedenti è a conoscenza solo Cath? Ci si affida a occhi chiusi a chi ha l'arcobaleno nel nome. 
E dalla porta principale si entra in una scuola di magia in cui si aggirano con occhi tristi i diplomandi: dispiace abbandonarla, infatti, e c'è una preoccupazione diffusa per le sorti di quel mondo sconosciuto ai Normali. La minaccia è il Tedio Insidioso, ma anche il dissidio in corso tra l'Arcimago e le Antiche Famiglie dà da pensare. Simon Snow, orfano troppo pasticcione per essere il Prescelto, ha perso il sonno a furia di rimuginare sulle sorti altrui. Ci si mette, a inizio anno, anche l'assenza di Baz: il vampiro doppiogiochista che ha lasciato un letto vuoto e che, forse dall'altra parte della barricata, medita complotti. Gli ha già soffiato la ragazza e, stando all'amica Penelope, è diventato il loro solo argomento di conversazione. Finché Baz non fa il suo ingresso plateale a mensa, pallido e inquieto, coinvolgendolo in una caccia ai beoti, al mostro che sta divorando l'incanto, alla verità. Quella sulle loro madri, che dall'aldilà sussurrano. Quella su di loro, che si beccano nascondendo la sconsiderata voglia di baciarsi per non implodere. Rainbow Rowell è una personcina intelligente e adorabile, poco da fare. Non conosce gli insuccessi o il cattivo tempo. Nei suoi romanzi è tutto una schiarita, una lunga primavera. Speravo di rileggerla prima di subito ma, in fondo, non troppo. Parlandone, infatti, ho la tendenza a ripetermi come una radio scassata. 
A sorpresa, Carry On è un romanzo diversissimo dai precedenti. Affiorano ugualmente i cuoricini, sì, e il raziocinio si scioglie davanti a una tenerezza che non conosce eguali, però l'avventura e gli amori di Simon Snow sono al centro di un fantasy – genere che non apprezzo, chiusa la parentesi Rowling – avvincente e solido. Ci sono i colpi di scena, le grandi emozioni, perfino i draghi sputafuoco. I punti di vista, innumerevoli, si alternano come in una partita a ping pong. Insomma, lo si prende sul serissimo. Più istintivo e colloquiale del suo modello di riferimento, più vulnerabile, Carry On ha vacanze di Natale passate in case stregate, una scuola in cui vige una specie di comunismo, locali notturni alla Guy Ritchie frequentati da fratelli ripudiati. Come ci si sente a essere l'erede dell'Arcimago e a non essere all'altezza del ruolo? Come si vive la propria sessualità, le zanne acuminate e la scortesia innata, se troppo presi a farsi temere nel nome dei Pitch? In aula si studia tanto, soprattutto dizione. L'efficacia dei sortilegi sta nell'intenzione. Gli incantesimi sono infatti filastrocche, tormentoni di vecchi film (A qualcuno piace caldo è meglio del microonde per scaldare in fretta gli avanzi della cena prima), ritornelli di canzoni (U can't touch this come protezione e Bohemian Rhapsody, a cui il titolo stesso allude, per amuleto). Simon e Baz si passano la magia toccandosi le mani: insieme fanno scintille. All'unisono gli incantesimi risuonano potenti, la magia è parola. E la Signora Arcobaleno, a proposito di parole magiche, la sa lunga, la canzone. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Queen – Bohemian Rhapsody 

martedì 30 giugno 2015

Recensione: Il ladro di nebbia, di Lavinia Petti

Come si può convivere con il fantasma di ciò che è stato e lo spettro di ciò che non sarà mai? Non si può, ecco perché si muore. Non invecchiamo a forza di vivere la vita, ma a furia di ricordarla.


Titolo: Il ladro di nebbia
Autrice: Lavinia Petti
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 426
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Antonio M. Fonte è uno scrittore di enorme successo, ma per lui fama e ricchezza non hanno alcun significato. Stralunato e sociopatico, vive in una vecchia casa dei Quartieri Spagnoli di Napoli con la gatta Calliope, e se non ci fosse il suo agente letterario a ricordargli scadenze e doveri sarebbe incapace di distinguere ciò che è reale da ciò che forse non lo è. Ma un giorno, in mezzo alle migliaia di lettere dei suoi ammiratori, Antonio ne riceve una che non può ignorare. Datata quindici anni prima, è indirizzata a una donna che Antonio non crede di avere mai conosciuto. Solo il nome del mittente gli è familiare, perché è il suo. Quella lettera l'ha scritta lui, senza alcun dubbio. Quelle parole accennano a un ricordo smarrito e a un uomo che è stato ucciso, forse da lui stesso. Ma Antonio di tutto questo non ricorda nulla. Il giorno del suo cinquantesimo compleanno, si perde nei vicoli di Napoli e in un palazzo mai visto prima incontra uno strano personaggio che ha la mania di raccogliere tutto ciò che gli uomini perdono: nel suo Ufficio Oggetti Smarriti non si trovano solo mazzi di chiavi, libri o calzini spaiati, ma anche ricordi di giochi infantili, amori giovanili, speranze e sogni dimenticati. Antonio intuisce che è da lì che deve partire per ritrovare il filo del suo passato e risolvere l'enigma della lettera. Ma quell'enigma nasconde arcani ancora più insondabili: il segreto di una città che cambia forma e aspetto, l'avventura di un viaggio imprevedibile...
                                          La recensione
Mi è sempre piaciuto mettermi nei panni degli altri: sarà per questo che ho cominciato a leggere. Da bambino, ad esempio, mi immaginavo dall'altra parte della cattedra quando arrivava la bella stagione e, a scuola, ci si doveva dire arrivederci. A volte buona estate, a volte buona vita. Si sentivano tristi per un po', gli insegnanti, quando una classe - e gli alunni che avevano conosciuto attraverso quei pensieri segreti messi a nudo nelle tracce libere - abbandonava le medie per le superiori o, ancora, le superiori per l'università, sempre che la voglia di studiare non si fosse esaurita strada facendo? Soffiavano spifferi o vento di tempesta all'alba di un altro rinnovo generazionale? Ma sapete poi che noia imparare i nomi e i cognomi, decifrare le calligrafie, aguzzare i sensi per conoscere i ritmi e i tempi di ogni testa pensante? Ma sapete che gioia passeggera, eppure, quando il dubbio ti faceva sognare e, al momento dell'appello, cominciavi ad associare i nomi ai volti - e se quel Simone aveva tutta l'aria di un Paolo, pazienza - e a fantasticare su chi avesse la stoffa giusta per farcela? Mi sono sempre piaciuti i primi giorni per la magia delle cose che nascono. Bisogna esserci col brutto anatroccolo, il girino, il bruco, il primo passo mosso su un pianeta ritrovato: sarà per questo che, da quando c'è il blog, ho cominciato a seguire come un'ombra amica gli esordienti italiani. Se mi piacciono, mi ci affeziono e non li mollo più. Come è successo con Carrisi (che mi inquieta), la D'Urbano (che mi ferisce) e la Gazzola (che mi fa bene), di cui ho parlato così tanto, ma così tanto che alla fine neanche loro hanno saputo ignorarmi più. A partire da oggi, succederà lo stesso con Lavinia Petti (che se in futuro ci regalerà un libro bello anche solo la metà di Il ladro di nebbia avrà le mie attenzioni, purtroppo per lei, fino alla pensione). E dire che ero scettico sul romanzo che, per dispetto, mi avrebbe strappato, di lì a qualche giorno, le prime cinque stelle dell'anno corrente. Troppo presente l'ombra di Zafòn - e del vento - nel titolo e in quella copertina rosa antico con gli stormi in volo e i ladri di storie in fuga; troppa pubblicità, e io che non sono mai stato bravo a distinguire se c'è l'imbroglio oppure no; devo sbatterci la testa per accorgermene. Invece, sin da quando l'ho iniziato a sfogliare in treno e per un pelo non stavo per scendere alla fermata sbagliata, Il ladro di nebbia mi si è piantato qui, nella mia testa perdutamente tra le nuvole. 
Uno scrittore misantropo, il ritratto di una donna misteriosa, una Napoli labirinto splendida come nell'ultimo Garrone, una torre campanaria che compare dal nulla quando perdiamo la memoria insieme alla retta via: cinquanta pagine e la fascinazione aveva già avuto la meglio. Anche se per il meglio c'erano ancora quattrocento pagine d'avventure e un mondo straordinario da scoprire al capitolo successivo. Stravedevo per i piccoli dettagli sul brusco Antonio M. Fonte, quando non avevo ancora visto la grandezza sorprendente del disegno finale. Come quella volta in cui avevo perso la scatola del puzzle e avevo assemblato le tessere alla cieca: tanta fatica per scoprire che non era un pezzo dell'impressionismo francese, ma era stato emozionante uguale il lento arrivo alla conclusione che fosse una natura morta da niente e non un capolavoro da museo. Un po' succede così con Il ladro di nebbia, però al contrario. Partire dal pregiudizio che sia il lavoro di una brava falsaria e approdare alla conclusione che di Zafòn – per anni, tra i miei scrittori preferiti – ci sia la benedizione e poco altro; il fantasy della Città delle Sirene, come quel caffè che sul a Napule sanno fa', ha un gusto da provare. Nei Quartieri Spagnoli, al sesto piano di un palazzo che ne ha solo cinque, c'è il portale per il regno di Tirnaìl. Un ascensore che conduce sulla terrazza che non c'è e conoscere Edgar, un pittore in cerca d'ispirazione che dipinge le sue tele con tutte le sfumature del bianco. 
Un salto a Vanesia, città in cui si vendono e acquistano sogni, e cercare di comprare all'Asta delle Illusioni l'amore di una ragazza dai capelli verdi conosciuta in un'altra vita, Gèneve: quando sul bordo di un fiume la notte dei cristalli produceva il suono più struggente e ci si era lasciati al tramonto, prima della scelta consapevole dell'oblio. E, mi raccomando, occhi aperti: i Nox del Conte Vampiro – con l'ausilio della notte – potrebbero desiderare il tuo sangue dolce e i tuoi ricordi felici! Ma i numeri sull'orologio stanno svanendo, il tempo sta per finire: e, con lui, stai per finire anche tu. Gatti che spiano i nostri sogni, nomi barattati per un sorriso, pescatori in cerca dell'odore del mare, ballerine che hanno scordato i passi base, treni da prendere al volo e vite che – in girotondi che non finiscono più – tornano a bussare alla porta travestite da quello che non sono. Rincontrarsi, se tutto va bene, alla fine del mondo. Dirsi ti amo ma anche buon viaggio. Riuscirà lo scrittore più scorbutico, Antonio, a salvare la storia più importante, la sua? L'erba della collina di Mnemosia quale doloroso ricordo gli sussurrerà? Quante domande, quante storie in una e, soprattutto, quanta bravura. L'arzigogolata e romantica “storia infinita” di Lavinia ha i toni surreali - e i capelli multicolore, e i "se mi lasci ti cancello" - del cinema di Gondry; i mondi fatati di papà geniali, come in Big Fish e Al di là dei sogni; paesi delle meraviglie e maghi di Oz in gran quantità. Viaggia un po' sulle ali del buio, un po' sua una Fiat Panda scassata, quando è stanca. Dovrebbe essere, perciò, uno di quei romanzi con all'interno una cartina disegnata a mano. Una favola di libro - in tutti i sensi - con bambini di cinquant'anni come protagonisti. E se la dimenticanza di chi in un anno legge troppo dovesse minacciarlo, sarei pronto – come Orlando sulla luna, con il suo senno disperso – a cercarlo nell'Ufficio Oggetti Smarriti; oltre le mie colonne d'Ercole.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Paolo Conte – Vieni via con me (It's Wonderful)