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lunedì 25 novembre 2019

Recensione [romanzo e film]: Dove la terra trema, di Susanna Jones

Dove la terra trema, di Susanna Jones. Harper Collins, € 18, pp. 204 |

In un Giappone di grattacieli vertiginosi e abbaglianti luci al neon, luogo d’ispirazione per le indimenticabili scenografie di Blade Runner, nasce e muore la storia di Lucy Fly. Straniera in terra straniera, l’enigmatica inglese in trasferta si trova coinvolta in un mistero degno del suo passato. È a Tokyo da dieci anni, lavora come traduttrice. Ormai ha imparato a confondersi tra lo sfarfallare delle luci e la pioggia fitta. Al punto che, probabilmente, un passionale fotografo di pozzanghere chiamato Teiji la prima volta deve averla fotografata scambiandola per un dettaglio del paesaggio. Da un semplice scatto ha avuto inizio una passione laconica e telepatica, terminata con la scomparsa del giovane uomo e l’omicidio di un’altra espatriata: Lily, originaria dello Yorkshire come la protagonista, in fuga da un fidanzato possessivo. Non è stato abbastanza per la sfortunata infermiera nascondersi in un bar dall’altra parte del mondo? O, come insinua la polizia all’indomani di un macabro ritrovamento – un busto ripescato nella baia di Tokyo –, la compatriota sotto torchio potrebbe aver avuto un ruolo cruciale nel fatto di sangue?
Dove la terra trema, dramma psicologico di Susanna Jones tornato in libreria grazie all’arrivo dell’omonimo film Netflix, è il romanzo che avrei voluto leggere al liceo. Quando un thriller tirava l’altro e, reduce dalla lettura dello straordinario Memorie di una geisha, sognavo di trasferirmi nel Sol Levante. Ma la lunghezza del viaggio, le difficoltà della lingua e una sensibilità troppo diversa da quella occidentale, a ben vedere, incantavano e terrorizzavano.

«Non abito in Inghilterra da tanti anni».
«Ma le radici sono importanti».
«I fiori e gli alberi hanno radici. Gli esseri umani hanno le gambe».
Come si vive in Oriente? Ci si ambienta? Ci si abitua mai ai risucchi rumorosi delle zuppe, ai condomini abitati soltanto da stranieri, alle caparre salate e agli agenti immobiliari diffidenti, alle minuzie del rito del tè o alle bellezze naturali dell’isola di Sado e del monte Fuji? Ultima di una nidiata di figli maschi, taciturna ai limiti del mutismo, Lucy – nel resoconto di un’infanzia a tinte burtoniane – racconta dell’attrazione magnetica verso il planisfero e del bisogno di appropriarsi di un linguaggio segreto. Distante chilometri e chilometri dal provincialismo inglese, ha realizzato il desiderio della bambina che in vacanza si era spinta col materassino in alto mare puntando alle coste norvegesi: isolarsi. Burbera e solitaria, benché i suoi occhi di corvo la rendano irresistibile per il sesso maschile, ha un’intensa vita notturna e un passato inframmezzato d’accidenti e catastrofi. Si immedesima nelle storie di finzione del teatro kabuki. Inventa esistenze per gli sconosciuti in foto. Scivola dalla prima persona alla terza. Sempre propensa a mettersi in pericolo, cammina sui binari di una città che somiglia a una giungla urbana. E talora si perde.
Narrato da una voce assolutamente conturbante, il triangolo erotico dell’autrice è un intrigo di amore e morte dall’intreccio basico – gelosie, stalking, ossessione –, con due grandi pregi: la scrittura della Jones, ipnotica e delirante per stare al passo con la confusione della protagonista; le ambientazioni giapponesi vividissime, che tenteranno ogni otaku a prendere il primo aereo e partire. Leggendolo senza particolari aspettative, mi sono trovato per le mani un romanzo di grande atmosfera ma con un finale sbrigativo, non all’altezza del resto. La tensione accumulata, infatti, si sgonfia come un palloncino nelle pagine conclusive. E una trama che scricchiola, qui e lì, si assesterà soltanto imparando a portare pazienza.

Guardandola, potrei pensare: è questo il momento esatto in cui qualcosa ha cominciato ad andare storto, il punto in cui ormai i giochi erano fatti. Prima dello scatto dell’otturatore. Dopo lo scatto dell’otturatore. Una frazione di secondo tra i due istanti, quando si verificò uno scorrimento sismico non registrato dalla crosta terrestre. Le sue conseguenze si sarebbero manifestato con il tempo sotto forma di un movimento tellurico talmente intenso da non poter essere misurato sulla scala Richter né con il sismografo giapponese.
Potrei dire lo stesso della trasposizione di Wash Westmoreland: fedelissima, pro e contro compresi, se non fosse per l’ambientazione anni Ottanta, il trattamento del protagonista maschile – un personaggio più ordinario e prevedibile rispetto alla controparte letteraria, dunque già sospetto a colpo d’occhio – e la retrocessione di Tokyo, cuore pulsante del tutto, a patinata protagonista secondaria. Da vedere esclusivamente per l’ennesima grande prova di Alicia Vikander, alle prese qui con un copione sdrucciolevole  e con le difficoltà dei monologhi in giapponese, il film può contare anche sulla freschezza dell’esuberante Riley Keough. Il terremoto resta una metafora dell’instabilità mentale della protagonista accusata e l’interrogatorio il mezzo per eccellenza per scoprire cosa, ieri come oggi, spinga una ragazza di belle speranze a preferire l’ignoto rispetto ai vincoli di casa propria. Preferibili l’arresto – benché in alcuni luoghi viga ancora la pena di morte per impiccagione – o il rimpatrio forzato? C’è differenza tra essere non colpevoli e incolpevoli? Dimenticherò presto la trama, forse. Non questa Tokyo inedita, inquadrata al buio e sotto un acquazzone perenne. Non lo smarrimento di un’apolide senza bussola e senza equilibrio, che sulla propria pelle sperimenta la curiosità e la tristezza di una versione noir di Lost in translation.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tycho - Japan

giovedì 1 agosto 2019

Mr. Ciak ad agosto: la mia ultima volta al cinema con Pensieri Cannibali e White Russian

Salve, amici. Come state? Il caldo bestiale di quest'inizio di agosto è tantissimo, sì, ma comunque non abbastanza da impedire le rimpatriate in sala. Sapete chi ho incontrato di nuovo? Gli amici-nemici Cannibal Kid e James Ford che, come già accaduto qualche anno fa, hanno aperto le porte dei loro blog per commentare insieme le uscite cinematografiche: non di questa settimana, ma dell'intero mese. Sarà davvero la nostra ultima volta insieme? Sperando di vederne delle belle – e di trovarli, soprattutto, belli carichi –, vi lascio con la carrelata di un agosto che, almeno sul grande schermo, promette al solito qualche ventata di freschezza, fra commedie generazionali, horror "a mollo", titoli festivalieri da rispolverare.

Una famiglia al tappeto (1 agosto)
Mr. Ink: Per anni e anni, da ragazzino, sono stato un patito di wrestling. Non sono più aggiornato da un po’. Accanto a The Rock, Triple H e John Cena, però, ricordo loro: le Divas. Bionde e sexy come le conigliette di Playboy. Qualcuna se le dava di santa ragione. Qualcuna – per esempio Stacy Keibler, ex fiamma di George Clooney – era più interessata alle paparazzate che al ring. Fare un film sulla giovane Paige, lottatrice atipica con il look da rocker e il nome di una delle sorelle Halliwell, poteva essere interessante: mio fratello mi parla di uno scandalo sessuale che l’ha vista coinvolta e di un infortunio, purtroppo, che l’ha costretta presto al ritiro. Restando su toni più superficiali, invece, il film è un’innocua favoletta femminista sulla scia di Glow con la prezzemolina Florence Pugh. Già visto, se ne scriverà a breve.
Cannibal Kid: Mr. Ink era un patito di wrestling?!? Questa non me l'aspettavo. Questo sì che è un colpo basso! Che Mr. Ink e Mr. Ford in realtà siano la stessa persona? Se non altro, come chiunque abbia superato gli 8 anni di età, Ink ha smesso di seguire questo “sport”. Anche io comunque ho già visto questo film e devo dire che... mi è piaciuto un sacco. Sorpresa! Dopo Glow, il wrestling femminile mi ha messo di nuovo al tappeto. Quello maschile invece continua a sembrarmi una fordianata pazzesca.
Ford: sapevo della passione di Ink, che ovviamente sostengo e che anzi, sul buon esempio del fratello, gli consiglio di rispolverare. Non ho ancora visto il film - ma è tra le visioni obbligate delle vacanze -, ma quello che posso dire è che la figura di Paige è stata senza dubbio una delle più importanti per il cambiamento avvenuto nel wrestling femminile degli ultimi anni: la ragazza è sempre stata parecchio turbolenta - le sue relazioni sentimentali ed i gossip conseguenti ne sono la prova -, ma sul ring era un vero talento, e l'infortunio che l'ha costretta al ritiro giovanissima è stato uno dei più grandi torti al wrestling che il destino abbia giocato nel passato recente. Ad ogni modo, aspetto di essere messo al tappeto.

Hotel Artemis (1 agosto)
Mr. Ink: Un trafficante, un assassino, due ladri e un poliziotto s’incontrano in un ospedale privato. Sembrerebbe proprio l’inizio di una barzelletta triste, di quelle che raccontano gli zii alticci (o Ford, anticipando la battuta del Cannibale) alle cene di Natale. Si tratta, in realtà, di un thriller futuristico con un cast decisamente popoloso, che medie disastrose e un poster italiano realizzato con gli scart di Paint hanno reso a malapena adatto per una timida distribuzione estiva. Neanche il piacere di rivedere Jody Foster, di recente regista di film e serie TV tutt’altro che memorabili, può spingermi a fare il check-in all’Artemis.
Cannibal Kid: Film che latita nell'hard-disk da mesi, la sua uscita italiana mi ha ricordato della sua esistenza. E ora che me ne sono ricordato, posso dimenticarmene di nuovo. Di cosa stavamo parlando?
Ford: altro film che mi pare sinceramente scarso e che non intendo recuperare neppure alla vigilia delle ferie, quando la serata film diventa una vera e propria goduria, specie sapendo che il giorno dopo ci attende il mare invece che il lavoro. Passo oltre senza troppi patemi.

Fast & Furious – Hobbs & Shaw (8 agosto)
Mr. Ink: The Rock e Jason Statham chi? Ospitato da due boss come Ford e Cannibal Kid, esperti in risse (verbali) da orbi, mi sembra una scortesia grande preferire la compagnia dei protagonisti dell’ennesimo Fast & Furious (reboot, prequel, boh: non so cosa sia) alla loro. Lo salterò per questo motivo perciò, e non perché non abbia mai visto in vita mia un capitolo della serie action.
Cannibal Kid: Mr. Ink, non hai mai visto manco un Fast & Furious? Devi recuperare il primo, un caposaldo della tamarraggine dei primi anni zero, mentre il resto della saga è più che altro trascurabile. Curiosamente, a introdurre Ford alla visione di questa serie cinematografica ero stato proprio io. Riuscirò a convincere pure il poco tamarro autore del blog letterario Diario di una dipendenza? Tutto può succedere, tranne che questo non necessario spin-off dedicato alla versione action-hero di Ford & Me, ovvero Hobbs & Shaw interpretati da Dwayne Johnson & Jason Statham, si riveli un capolavoro.
Ford: questo spin off di un franchise partito decisamente male e divenuto interessante con l'arrivo di The Rock e del suo livello oltre misura di tamarraggine promette di essere uno dei guilty pleasure fordiani dell'estate: botte, casino, The Rock, Statham, altre botte, esplosioni, altre botte. E, sempre in tema di wrestling, la comparsata di un parente dello stesso Dwayne Johnson, considerato da molti come il "nuovo John Cena", Roman Reigns. Direi che non posso perderlo.

Il sole è anche una stella (8 agosto)
Mr. Ink: Lui, asiatico, incontra lei, giamaicana con il visto in scadenza. Hanno un giorno insieme, New York e pochissime speranze di lieto fine. Sembra tutto talmente teen e adorabile, ovviamente, che lo conosco già. Lo scorso anno ho letto infatti l’omonimo romanzo di Nicola Yoon, giù autrice del passabile Noi siamo tutti, con un coinvolgimento che non mi sarei aspettato. Un po’ Serendipity, un po’ Prima dell’alba, come risulterà in sala un genere che, di solito, preferisco leggere sotto l’ombrellone anziché guardare?
Cannibal Kid: Finalmente Mr. Ink rivela il suo lato più cannibale, e finalmente la programmazione cinematografica di agosto mi regala una youngadultata strappalacrime come si deve. A piangere mi sa però che sarà più che altro Ford. Dal terrore.
Ford: in effetti, questo promette di essere l'horror più terrificante dell'estate. E di fronte ad una cannibalata tale, giro bene al largo.

Crawl – Intrappolati (15 agosto)
Mr. Ink: Gli animalisti devono essersi rotti i cosiddetti. Squali intrappolati negli uragani del trash, squali che nuotano nei supermercati sommersi, squali alle prese con le grazie di Blake Lively o Mandy Moore strizzate in drammatici bikini colorati. Insomma, non soltanto Steven Spielberg. E alla lobby dei coccodrilli giganti, invece, chi pensa? Il francese Alexandre Aja, dopo avermi divertito da morire con Alta tensione, Le colline hanno gli occhi e Piranha, ci porta in uno scantinato allagato. Una trappola mortale, in cui la suddetta belva assassina può tormentare Kaya Scodelario: piuttosto misera a livello di curve, vero, la fanciulla britannica di Skins è comunque una bellezza da non sottovalutare. Produce Sam Raimi.
Cannibal Kid: Una robaccia survival trash con i coccodrilli giganti? Ma questa è una fordianata gigante che non guarderò mai!
Ah, la protagonista è Kaya Scodelario? Corro subito a guardarlo!
Ford: Aja è piuttosto incostante, ma il suo livello di trash abbastanza elevato da farmi considerare questo survival con coccodrillo gigante annesso come un altro dei guilty pleasures da ombrellone che mi sa tanto dovrò cercare di recuperare, immaginando una delle future battaglie con il Cannibale con me nella parte del rettile mangiatutto e lui in quello della damigella in pericolo.

Il re leone (21 agosto)
Mr. Ink: Margo Mengoni ed Elisa sono le versioni italiane di Donald Glover e Beyoncé. Doppieranno Simba e Nala, tanto nel cantato quanto nel parlato, nel’ennesimo live action non richiesto. Ripeto, signore e signori, Mengoni ed Elisa: e c’è chi, con anni d’anticipo, osa lamentarsi se la prossima Ariel sarà impersonata da un’attrice di colore? Di questo passo attendiamo Crudelia doppiata da Alessandra Amoroso: i dalmata, così, si ammazzeranno direttamente da sé, per la gioia delle pelliccerie di ogni dove.
Cannibal Kid: Considerando che già la versione originale a livello musicale non è niente di che, per quella italiana c'è proprio da aver paura. Anche se la scelta di Elisa non mi sembra così malvagia. Considerando inoltre che già ero stato tra i pochi al mondo a non aver sopportato la ruffianissima e fordianissima pellicola animata, questa “nuova” versione, non richiesta soprattutto da me, me la sbranerò. Se mai la guarderò.
Ford: la Disney, in evidente crisi di idee, continua a propinare al pubblico live action dei suoi film d'animazione più noti e amati. E, a meno di pressioni insostenibili dei Fordini, farò come ho già fatto con Dumbo e compagnia bella. Finta che non siano neppure usciti.

La rivincita delle sfigate (21 agosto)
Mr. Ink: Inaspettato successo di critica in patria, Booksmart – esordio alla regia dell’attrice Olivia Wilde – arriva in Italia storpiato da un titolo a misura di Giffoni. Ritratto adolescenziale annunciato come fresco e divertente, per alcuni già iconico, potrebbe essere una delle maggiori sorprese di una stagione dichiaratamente fiacca. Dopo Eight Grade (se vi manca, recuperatelo!) ho lasciato un posto vuoto per un altro romanzo di formazione, sperando che quest’opera prima sia proprio il diamante grezzo di cui si legge in anteprima.
Cannibal Kid: Dai, dai, dai. Un film teen che si preannuncia come il Lady Bird di quest'anno e che si prenota un posto tra i miei nuovi cult personali. Alla faccia di quello sfigato di Ford, uahaha!
Ford: nonostante le apparenze cannibalesche - paurosamente cannibalesche - questo film potrebbe rivelarsi la sorpresa del mese e forse dell'estate, considerato che incuriosisce perfino un tamarro senza ritegno come il sottoscritto. Speriamo bene.

Submergence (22 agosto)
Mr. Ink: Nomen omen. Sumbergence, dramma romantico con a bordo una coppia di belli e bravi da paura (Michael Fassbender, nella fantasia di qualche fan, probabilmente si è spupazzato entrambi), è stato sommerso e superato dagli altri titoli girati nel mentre da Alicia Vikander e James McAvoy. Io stesso me l’ero procurato in lingua per poi dimenticarlo presto e senza rimpianti sul mio Hard Disk. C’è da aggiungere l’aggravante, poi, che il cielo non brilli da un po’ sulla filmografia ondivaga del regista Wim Wenders... Meriterà finalmente una rispolverata, e il recupero?
Cannibal Kid: Se manco a un fan di Alicia Vikander come me è mai venuta voglia di guardare questo potenziale polpettone che ha già due anni sul groppone, dubito che verrà a qualcun altro. Forse giusto a quel tenerone di Ford, uno dei pochi al mondo a cui quell'altro polpettone con la Vikander, alias La luce sugli oceani, era piaciuto ancora più che a me.
Ford: La luce sugli oceani era stato una grande e inaspettata sorpresa, ma c'è da dire che in quel periodo ero a casa per il mio anno sabbatico dal lavoro ed avevo le energie fisiche e mentali per affrontare polpettoni di ogni genere. Ora mi pare più difficile, dunque penso che lascerò Wenders ancora per un pò in standby.

Charlie Says (22 agosto)
Mr. Ink: Il famigerato Charles Manson si contende il titolo di cattivo dell’anno con il nostro Matteo Salvini. Spunto prima per un orribile film di serie Z con la rediviva Hilary Duff nei panni di Sharon Tate, poi per l’ultimo attesissimo Quentin Tarantino, il carismatico sussurratore dallo sguardo infernale ha questa volta il volto di uno dei Doctor Who più noti nel ritorno in sala di Mary Harron. Sia per il passaggio in Laguna, sia per la regista che – a proposito di squinternati da manuale di psicologia – firmò il cult American Psycho, ci si fida.
Cannibal Kid: Come antipasto per il film di Tarantino ci potrebbe stare. Anche perché pure io di Mary Harron mi fido, così come non mi fido di James Ford, Charles Manson e Matteo Salvini. I tre cattivi dell'anno. E di sempre.
Ford: Manson è un personaggio che mi ha sempre infastidito, un pò come Cannibal, e parlando di psicopatici e serial killers non è mai stato tra i miei favoriti. Eppure, non fosse altro che per fare da anticamera a Tarantino, una visione ci potrebbe stare. Potrebbe.

Attacco al potere 3 – Angel Has Fallen (28 agosto)
Mr. Ink: Perché, ne hanno fatto pure altri due? Gerard Butler, accusato del tentato omicidio del Presidente degli Stati Uniti (no, non Donald Trump: la storia allora sarebbe molto diversa), si vendica insieme a papà Nick Nolte. L’attore protagonista, per l’occasione, rispolvera in parte il canovaccio di Giustizia privata – thriller tamarro che, a sorpresa, mi era piaciuto parecchio ai tempi – e ruba il ruolo all’ormai intercambiabile Liam Neeson. Gerard, che mi combini: la precedenza agli anziani!
Cannibal Kid: La precedenza agli anziani non viene data nemmeno in questa rubrica. Ford infatti è sempre l'ultimo a commentare. Mentre sarà il primo (e unico) a guardare questo nuovo inutile capitolo di una saga che per me poteva tranquillamente finire già al trailer del primo film.
Ford: Gerardone Butler è uno dei fordiani più fordiani degli ultimi anni, anche se ammetto che la saga di Attacco al potere è quasi troppo perfino per me. Avendo visto gli altri due ed essendo in agosto potrebbe scapparci anche questo numero tre, ma non garantisco. A meno che il Gerardo non mi prometta di darle a Trump, Cannibal o entrambi.

The Rider – Il sogno di un cowboy (29 agosto)
Mr. Ink: Tante cose possono dirsi del Cannibale, belle e brutte, ma non che non abbia un certo gusto per i colpi di teatro: me lo conceda a cuor leggero anche Ford. Chi non legge le sue classifiche di fine anno per sapere quale film di nicchia, all’ultimo momento, ha tirato fuori dal cilindro? Nel 2018, fra gli altri, è stato il turno di The Rider. Dramma western alla Kent Haruf, acclamatissimo nel circuito indie, che potrebbe regalare gioie e lacrime di commozione anche su White Russian. E quando un piccolo film mette d’accordo il Gatto e la Volpe, diciamolo, non può che essere grande.
Cannibal Kid: Sono felice che i miei colpi di teatro siano apprezzati, almeno da qualcuno. Un altro colpo di teatro è l'annuncio che questa sarà l'ultima puntata della rubrica sulle uscite cinematografiche. Però se non altro si chiude alla grande. The Rider a me è piaciuto decisamente, ma credo che Ford potrebbe trovarlo addirittura uno dei più bei film del decennio. E una pellicola gradita da entrambi è un altro colpo di scena clamoroso.
Ford: non mi ricordavo di questo colpo di teatro del Cannibale, e dunque mi segno di recuperare questo The Rider - che promette benissimo - in modo da poterne parlare appena tornerò dalle vacanze, anche se sarà durissima farlo rischiando di essere d'accordo con il Cucciolo Eroico, così come è stata dura essere d'accordo con lui nel decidere di chiudere questa rubrica.

Teen Spirit – A un passo dal sogno (29 agosto)
Mr. Ink: Ha il titolo che fa pendant con una canzone dei Nirvana ma, nella colonna sonora interamente cantata dalla protagonista, si scorgono a colpo d’occhio alcuni dei successi pop più trasmessi di questi anni. In attesa di vedere Natalie Portman in Vox Lux ed Elisabeth Moss in Your Smell, ci si godrà con gli occhi a cuoricino il talento e la bellezza della mia sorella Fanning preferita. Benché il sottotitolo suggerisca un musical in stile Disney Channel, meglio fidarsi della fotografia cupa alla Refn e della prova alla regia di Max Minghella, figlio d’arte conosciuto come attore (è Nick, l’autista innamorato) in The Handmaid’s Tale. Off topic: su YouTube, intanto, cercate il duetto fra Elle e Woodkid e alzate il volume a palla.
Cannibal Kid: Per chiudere alla grandissima per sempre questa rubrica, dopo il gioiellino The Rider ecco un altro potenziale nuovo cult assoluto. Per abbassare un po' le aspettative devo ricordarmi della cocente delusione provocata di recente da Vox Lux. Questa volta spero comunque che tutto vada per il verso giusto. Elle Fanning in versione popstar è già la mia nuova popstar preferita e un film del genere qui su Pensieri Cannibali già solo dal titolo è a un passo dal sogno. E a un passo dal cult.
Quanto alla fine della nostra rubrica sulle uscite cinematografiche, rappresenta invece la fine di un incubo. Almeno per un po' potrò starmene beato senza le opinioni spesso discutibili, e ancor più spesso detestabili, di Mr. James Ford. Tranquilli però che la nostra rivalità continuerà ancora. Cannibal VS Ford, la sfida prosegue. Coming soon su Pensieri Cannibali e WhiteRussian.
Ford: si chiude questa puntata - e la rubrica - con un potenziale cult cannibale che spero sinceramente di poter massacrare alla grande, più che altro perchè, ora che un capitolo è alle spalle, la rivalità più lunga della blogosfera ha bisogno di nuove sfide, e nuova benzina gettata sul fuoco. Non sia mai che si lasci questo spazio troppo vacante, del resto.

venerdì 27 luglio 2018

Mr. Ciak: Oltre la notte, Unsane, Amiche di sangue, Euphoria, Quello che non so di lei

Fanno tenerezza i ribelli che si accasano in nome della famiglia. Fanno tenerezza Katja e suo marito: lei tatuatatissima, sotto i vestiti di tutti i giorni; lui ex spacciatore turco, ex galeotto, che ha scelto infine il posto fisso e un figlio da crescere. Il loro sogno di normalità, purtroppo, è pronto a a scoppiare all'improvviso al tempo degli attentati dappertutto. Una bomba imbottita di chiodi ha ammazzato padre e figlio. Restano una mamma che piange, strepita e non sa andare avanti; un'elaborazione che passa dallo stordimento degli oppiacei alle lamette sui polsi. Oltre la notte, vincitore del Golden Globe per il Miglior Film Straniero e misteriosamente mai arrivato alla prestigiosa cinquina da Oscar, è una tragedia in tre atti: ci sono prima il lutto e le indagini, in una Amburgo piovosa e piena di pericoli (fondamentalisti, neonazisti, usurai, pusher); poi il processo contro la diabolica coppia omicida, che amaramente mette al vaglio il ricordo delle vittime innocenti e non i colpevoli; alla fine un viaggio in Grecia, al mare, in cerca di giustizia quando la giustizia fallisce. Ho pianto lacrime di rabbia insieme a un'incredibile Diane Kruger, confusa e pazza di dolore. E mi sono lasciato scuotere e spossare da un thriller devastante, che si muove fra le notizie allarmanti della cronaca nera e pensieri di vendetta, avendo dalla sua l'intelligenza e lo sguardo del cinema d'autore. La Kruger, così, non diventa mai un'eroina bad-ass in lotta contro il sistema corrotto. L'occhio per occhio, dente per dente resta uno sbocco da film hollywoodiano. Il revenge movie secondo Fatih Akin procede invece inesorabile. Oltre la notte non ci sono schiarite o assoluzioni, non c'è mai pace. Neanche quando il sole a picco del Mar Ionio sembra brillare perfino sulle nostre sciagure. (7,5)

Un film girato con l'iPhone. Dopo Sean Baker, chi era l'ondivago Steven Soderbergh (che senza un preciso disegno passa dagli spogliarellisti ai trafficanti, dai casinò all stars ai biopic di successo) per non provarci a sua volta? Per non mettersi in gioco, e per di più con la complessità del thriller? Nasce così Unsane. Una giovane donna perseguitata, sette giorni di ricovero forzato in un istituto psichiatrico, la scoperta che il suo infallibile stalker si sia infiltrato fra i membri del personale. La vittima e il carnefice si confonderanno nel finale, passando dalla parte del torto. Dalla parte del folle. Chi va con il pazzo, parafrasando il famoso proverbio, impazzisce? Stalking e malasanità: la carne al fuoco è in realtà così poca da non saziare. Ma Soderbergh è una volpe, e sa affascinare e distrarre con un incubo sotto psicofarmaci dai ritmi ossessivi. Bastano uno smartphone. Un'attrice sulla buona strada per diventare grandissima. Un'idea che avrebbe senz'altro avuto bisogno di maggiore appeal. Il mezzo, Claire Foy e la fama del regista, dunque, ora motivano, ora sovrastano un film altrimenti fragile, canonico e frammentario, che sorprende soltanto per l'eleganza e la fermezza della direzione. Unsane, alias lo spot per iPhone più lungo mai realizzato, angoscia e mantiene sempre il controllo, mentre la Foy al contrario sbarella da manuale. Peccato per la banalità della sceneggiatura: scritta con il T9, per amore di coerenza. (6)

Ha uno scioglilingua per titolo. La distribuzione italiana, per una volta non troppo a torto, ha ribattezzato così Thoroughbreds semplicemente Amiche di sangue. La trama, con quel titolo nostrano che no, non fa misteri di sorta, è presto detta: una casa da rivista, una vicinanza all'inizio poco gradita, un piano criminale un po' per vendetta e un po' per capriccio. Al centro di lunghi piani sequenza che ne accentuano bellezza e bravura, Anya Taylor-Joy e Olivia Cooke sono due diciassettenni al limite. Algide come le vergini del cinema di Sofia Coppola, irrequiete e imprevedibili quanto la strana coppia del recente The End of the Fucking World, scoprono un hobby comune: l'omicidio. Per fortuna, da che costrette a frequentarsi per qualche ripetizione pagata profumatamente, si ritrovano complici contro l'antipatia gratuita del padrigno della Taylor-Joy. Ne abusa, chiederete voi? In una commedia nera che fa il verso a Schegge di follia ma nel mentre sfoggia a sorpresa la raffinatezza di Stoner, gli alibi mancano e lo spunto di partenza è un pretesto come un altro per godersi dialoghi a sangue freddo, l'ultima interpretazione del sicario Anton Yelchin e la prima volta alla regia di Cory Finley, che sa fare la differenza a colpi di innata eleganza. Si desidera la morte di un parente acquisito perché fa un rumore infernale allenandosi in una stanza adibita a palestra. Si confida nella fermezza di una Cooke in cerca di un senso, di un'opera buona, a cui svelarsi a tratti nella verità del pianto o nel bisogno di una compagna sincera. Ma in un ibrido al vetriolo, curato nel dettaglio, le imperfezioni sono mal tollerate. E concedersi un'amicizia elettiva ti rende vulnerabile, ti rende debole: meglio invece restare pazzi, solitari, come dettano rigorosamente la moda e il black humor. (7)

Cosa hanno in comune Alicia Vikander ed Eva Green? Sono entrambe bellissime, bravissime e, europee, hanno conquistato Hollywood a colpi di interpretazioni – moglie da Oscar la prima, femme fatale dal fascino alieno l'altra. Riposto il glamour, sono sorelle ai ferri corti nel primo dramma internazionale di Lisa Langseth. La scusa per riunirsi: un viaggio dalla meta misteriosa. Hanno sei giorni appena per ritrovarsi, magari per ripensarci, in una clinica presso cui trovare ora l'ispirazione, ora la solitudine. Il degente Charles Dance e la direttrice Charlotte Rampling assistono insieme allo spettatore alle liti, alle confessioni, alla ricerca del tempo perso. Sui piatti della bilancia, le responsabilità dei primogeniti e l'egoismo dei figli minori; la verità su una mamma morta suicida. Al centro, e non è uno spoiler, il tema del suicidio assistito: perché in questa ricchezza illusoria, fra orchestre, feste e presunzioni di felicità, ogni giorno suona una campana e le persone sofferenti sono invitate a prendere un pezzo di dolce e un cocktail mortale. La Green, con i suoi famosi seni devastati dalla mastectomia, vuole dire basta e commuove con un intensità che forse soltanto Penny Dreadful aveva rivelato. La Vikander, che ancora una volta conferma la sua sensibilità artistica, pretende di avere voce in capitolo: non vuole abbandonarla, non di nuovo. Il soggiorno farà bene e male a entrambe queste amiche-nemiche, meno allo spettatore: il melodramma esistenzialista, calato nel verde e con un cast tutto al femminile, verrà infatti pure dalla Norvegia, ma ha il rigore della Gran Bretagna. Seduta terapeutica che non manca dunque di dolcezza, che non manca di pena, in cui l'euforia del titolo rima con eutonasia, e la grande discrezione del tutto impedisce che in un certo far cinema si intrufoli controversia alcuna. (6,5)

Lo hanno prima pubblicizzato con malizia a Cannes e poi gli hanno cambiato titolo, fancendo sì Da una storia vera diventasse inspiegabilmente Quello che non so di lei. Al centro, poi, sono arrivate le vecchie accuse per un Polanski forse recidivo, ma qui impegnato a riadattare senza convinzione il brillante thriller di Delphine De Vigan. Una lettura talmente particolare, avevo notato, da non sembrare adatta a farsi film. Posso dirlo? Come volevasi dimostrare. Trasposto, infatti, perde l'originalità, la bellezza conturbante degli incastri metaletterari, i cognomi autentici. Quel gusto perverso ma affascinante nel mescolare forme, registri, storie dentro storie. Resta l'impalcatura, di per sé banalissima. Una scrittrice di best-seller in crisi creativa, il rapporto insano con la sua fan numero uno, una convivenza forzata che vorrebbe ispirare la stesura di capolavori ma regala alla svogliata Seigner soltanto una nuova inquietudine: la musa spettrale di una Eva Green che merita sempre il prezzo del biglietto. Il risultato, a malincuore, è pari a un mystery di Rai Due. Né brutto né bello, compassato, con un regista assente e attrici che possono tanto, ma non i miracoli. Certo, non tutto è carta straccia, ma proprio non gli si perdona il già visto, se la De Vigan al contrario mi aveva fatto sperimentare il mai letto. La delusione è tripla: Polanski non decolla, l'efficacia dell'adattamento fallisce e la sceneggiatura di Assayas, regista di quel mezzo capolavoro che è stato Sils Maria, lascia la sua proverbiale ambiguità per l'immediatezza dei finali copia-incolla. Il collega Ozon, sia in Swimming Pool che in Nella casa, aveva comunque detto già tutto, e per di più molto meglio. Perché non voltare pagina? (5)

giovedì 28 giugno 2018

Mr. Ciak: Ogni giorno, Stronger, La terra di Dio, Tulip Fever

Un altro Young Adult sceglie il grande schermo. Questa volta, però, tocca a una storia che qualche anno fa avevo consigliato in lungo e in largo: Ogni giorno, diventato un piccolo film da un momento all'altro, in sala trova il regista della Memoria del cuore e l'autore di Quel fantastico peggior anno della mia vita. Nonostante l'affidabilità dei nomi coinvolti e un cast freschissimo, l'impresa era difficile se non impossibile. A conti fatti, non è stata persa in partenza. Scoprire al suono della sveglia di essersi svegliati in un corpo diverso: spunto abusatissimo. Ogni giorno, eppure, fa eccezione. Perché A. è un'anima antica che si sveglia ogni giorno, appunto, in un corpo estraneo. Qualche male intenzionato parla di lui come di uno spirito demoniaco, ma il protagonista non ha cattive intenzioni. Soltanto tanta voglia di restare, quando osa innamorarsi di Rhiannon, diciassettenne con due genitori in crisi e un fidanzato che la dà per scontata. All'inizio è arduo credere alle parole di uno sconosciuto che a volte è il ragazzo dell'armadietto accanto, altre un'aspirante suicida; a volte un orientale obeso, altre un'adolescente transessuale; alcune maschio, altre femmina. Quanto è difficile, infatti, andare oltre il guscio esterno per ricordarsi che lì sotto c'è chi ci ha regalato momenti perfetti? Quando è difficile pensare un dramma sentimentale in cui il protagonista cambia faccia a ogni stacco di montaggio? Sucsy e la sua squadra di attori – segnaliamo Lucas Zumann da 20th Century Women – ci provano, prediligendo la prospettiva del personaggio femminile e facendo una cernita doverosa delle infinite storie di A. Ne viene fuori una produzione forse non all'altezza dello spunto vincente, ma d'impatto. Il film sceglie la via più onesta. Non strappa lacrime con furberia, non si concede effetti speciali o una chiusa meno agrodolce, e ci ricorda con delicatezza il suo messaggio. Da dove nasce l'attrazione? Dalle tracce dei vecchi innamorati che ricerchiamo nelle fotografie, negli hashtag, nel gesto di riavviare una ciocca di capelli. Come ti rapporteresti con il prossimo, se l'empatia fatta sostanza ti avesse fatto soggiornare per un po' nella sua esistenza? Considerando tutto il mondo casa, ribadisce David Levithan, e l'amore un'esperienza trasversale. (6,5)

Ha promesso di aspettarla al traguardo. Voleva farsi perdonare le mancanze, i ritardi. Sostenerla con un cartellone impiastricciato alla maratona di Boston. Fra i due è tutto un tira e molla. Colpa di lui, che non è pronto a crescere, a impegnarsi, ad abbandonare il pollaio. Perciò Erin corre e Jeff, che non sta mai fermo, che si sbraccia e si sgola come un bambino cresciuto, la aspetta come prova di fiducia. Un'esplosione. Il fumo. La caccia istantanea agli attentatori. Jeff li ha visti e sopravvive: può denunciare. Jeff si sveglia nel sangue e non ha più gli arti inferiori: tranciati di netto sotto il ginocchio. Stronger, ritorno al cinema e alla serietà di David Gordon Green, ne racconta la caduta e la risalita. Biografia di un uomo e di un Paese – patriottica alla Eastwood maniera, ma piuttosto onesta; commovente ma lieve –, restituisce la verità, l'energia, gli sbagli, a un trentenne trasformato dai media in simbolo istantaneo. Uscito dall'ospedale, il protagonista ha le telecamere sbattute in faccia: due occhi che dicono tanto, un sorriso tirato, il pollice all'insù. L'America, come lui, è forte. Non viene vinta, non si arrende. Spente le luci, il ragazzo era soltanto un sopravvissuto bocconi, che reclamava il suo spazio per soffrire e guarire. Il bambinone irrequieto dell'inizio, a cui toccava dipendere dalla pietà degli altri; a cui toccava dare l'esempio che non era in grado di offrire. Un Gyllenhaal straordinario si strugge in solitudine, si ubriaca coi compagni di merende, si trascina nella polvere per scongiurare Tatiana Maslany – stanca delle sue continue bizze, di mamma Richardson che deve metter sempre bocca –, e infine si rialza. Lui, molto meglio di un ritratto a modo, godibile, a cui manca la spinta decisiva. Per imporsi presso un Academy che non troppo a sorpresa l'ha ignorato, e all'inizio ci si chiedeva il perché. Per metterci in ginocchio con la sua tragedia, e poi tenderci la mano. (6,5)

La storia di un amore omosessuale tra le nebbie dello Yorkshire. Si parla di braccianti e mandriani, di bestie da far nascere o macellare, e la cupezza delle atmosfere e l'alta quota richiamano subito Brokeback Mountain. Si parla di giovani uomini sporchi, incolti, laconici, agli antipodi rispetto agli innamorati elitari di Chiamami col tuo nome. Lassù ci si capisce con il linguaggio dei gesti, o così sembra. Sullo sfondo di paesaggi mozzafiato, la regia spartana dell'inglese Francis Lee – vincitore a sorpresa agli scorsi Satellite Awards accanto a Tre manifesti a Ebbing, Missouri – segue la routine di due personaggi ridotti all'osso, che passano dal reciproco fastidio all'attrazione senza quasi bisogno di parlarsi. Lo scapestrato Josh O'Connor e il solerte Alec Secareanu si trovano a collaborare fianco a fianco per mandare avanti l'azienda agricola del primo: nonna Gemma Jones che sa tutto ma non dice, un padre disabile in fondo interessato alla felicità dell'unico figlio, la difficoltà immane di farsi andar bene una vita imposta da qualcun altro. Quella terra non può domarla nessuno, se non il Padreterno. Il piccolo God's Own Country, approdato anche in qualche coraggioso cinema italiano con il titolo La terra di Dio, è un'educazione alla natura e ai sentimenti. I corpi pelosi, nudi, che nell'unica scena di sesso si limitano a toccarsi. I parenti che tacitamente acconsentono. Una discrezione scambiata per indifferenza soltanto in principio: non ci si chiede scusa, lì, e non si dice né grazie né prego. Manca loro, purtroppo, la testardaggine che una fattoria da mandare avanti e una relazione sentimentale inevitabilmente presuppongono; non di certo la tenerezza che non ti aspetteresti, benché agli agnelli e agli amanti si riservino le stesse cure spicce. God's Own Country è lento, crudo, secco. Sarà per questo che sorprende in punta di piedi quell'intensità finale, quel trasporto emotivo fortissimo, in un melodramma bucolico per il resto pieno di spifferi e violenza. Il lieto fine, raro e meritato dopo una giovinezza di compromessi e sacrifici. I colpi di testa e di cuore, i sorrisi stentati, in terre a picco in cui gli innamorati fan da padroni, andandosene via, infine, perfino il Creatore. (7)

Nella cornice dell'Olanda seicentesca, una serva impertinente – Holliday Grainger, innamorata del pescatore Jack O'Connell – racconta con un inglese perfetto la corsa all'oro, anzi ai tulipani, e le sfortune della famiglia Sandvoort. Lei moglie bambina, lui scafato mercante, in attesa di un erede o di una tentazione da cogliere: a strappare una Vikander bellissima e annoiata dal cupo castello di Waltz, cattivo al solito ma con qualche sfumatura in più, arriva così il pittore di un anonimo DeHaan. La loro passione clandestina: fragile quanto quei fiori di cui qualcuno vive e qualcuno muore. Tulip Fever si poggia sull'intrigo, sull'inganno, sul malinteso. Dramma della gelosia e della sorte, ha un clima ben reso – la regia moderna e il montaggio concitato suggeriscono il fervore, il respiro affannoso della corsa e del sesso – ma svolte macchinose e dialoghi a tratti ridicoli. Se non fosse per la scarsa fretta nel trovargli una distribuzione in Italia e per la fredda accoglienza, se non fosse per il romanzo piacevole e poco più alla base, sarebbe stato lecito nutrire alte aspettative. Con quel ricco cast, tra protagonisti e figuranti (ci sono anche la badessa Dench, il giullare Galifianakis e la prostituta Delevingne). Con quell'aria giusta, a scatola chiusa, da film assai caro all'Academy. Ma, guardando il bicchiere mezzo pieno, l'ultimo film di Chatwin poteva risultare altresì noioso, pesante, ingessato. Leggero e sensuale, dai ritmi vorticosi e caotici, Tulip Fever è invece una visione che si affronta con leggerezza e con altrettanta leggerezza si dimentica. Una febbre lunga un pomeriggio appena, con i sintomi di una sfarzosa mise-en-scène, di un inutile impiego di nomi e mezzi, di una bellezza formale (nei costumi, nei luoghi, nei nudi) che a malincuore subito sfiorisce. (5,5)

mercoledì 30 agosto 2017

Recensione: Tulip Fever - La tentazione dei tulipani, di Deborah Moggach

| Tulip Fever, Deborah Moggach. Sperling & Kupfer, € 17,90, pp. 265 |

Olanda, XVII secolo. Non si bada alla razza, al credo, all'estrazione sociale: nella libertina Amsterdam, basta confidare in te stesso e in Madama Fortuna per diventare qualcuno. Si commerciano bulbi di tulipani e allo stelo di un fiore in boccio, di per sé cosa fragile e innocente, sono legati a doppio nodo patrimoni, eredità e vite umane. Qualcuno ha scommesso sul cavallo vincente. Può permettersi allora una casa e una moglie invidiabili, un ritratto sul caminetto costato la bellezza di ottanta fiorini. I pittori del tempo immortalavano ambienti domestici, famiglie in posa, piccoli gesti rituali. Su un ritratto, con un teschio e una bilancia bene in vista (simboli di fugacità ed equilibrio), capeggiano in abiti formali i coniugi Sandvoort. Lui, anziano mercante calvinista, ha i baffi impomatati e un'espressione severa: ha sepolto due figli, la prima moglie, e ora lo turba il mancato arrivo di un erede a cui affidare quel suo piccolo impero sul mare. Lei, orfana di padre e prima di una nidiata sorelle, indossa un abito blu e un sorriso tirato: gli occhi sfarfallano. Parlano di un matrimonio combinato, della ricerca disperata di un'uscita di emergenza, della noia di un'esistenza che non calza. A coglierne le incomprensioni e le tensioni nascoste, un pittore avventuroso e povero in canna: Jan Van Loos, artista minore della scuola olandese, si innamorerà dell'inquieta Sophia e proverà, con mezzi leciti e non, a portarla via da lì. Un cupo palazzo signorile che, senza sole, rischia di far morire di stenti il suo fiore all'occhiello.

Sophia è là, immobile. Sospesa fra passato e presente. E' come un colore, che attende di essere mescolato; come un dipinto, pronto a ricevere la vita del pennello. Lei è un istante, che attende di essere fissato per sempre sotto la lacca lucida trasparente.

Nella “seconda Venezia”, già ammirata durante la lettura del Miniaturista, nasce e si estingue una storia d'amore e dannazione che sfida i cattivi presagi e le alte maree. Amsterdam, di notte, ha un volto segreto. Si alza la nebbia e nei canali galleggiano gli animali annegati e i suicidi, il legno delle navi alla deriva. I profumi speziati, le grandi speranze, fanno continuamente il filo agli schiamazzi della folla; ai contro della tulipomania dilagante. Intrattenimento seducente e scorrevole, il romanzo della Moggach (pubblicato in precedenza da Garzanti, con il titolo Il sogno dei tulipani) ha il piglio di una tragicommedia shakespeariana fatta di qui pro quo, doppie identità, simulazioni truffaldine. Sophia, convincente Emma Bovary di turno, racconta languori e bugie in prima persona. Capitolo dopo capitolo, però, i punti di vista si ampliano fino a includere gli uomini che se la contendono (risulta interessantissimo il marito, Cornelis, al contrario dello stilizzato personaggio del terzo incomodo) e le godibili sottotrame di serve impertinenti e apprendisti ingrati, in ruoli tutt'altro che subordinati. 

Dipingere è un atto di possesso.

Tulip Fever, senza mai dimenticare la grazia dello stile, ha i ritmi di una sceneggiatura cinematografica in cui le dinamiche dell'intreccio, a tratti, fan da padrone: l'autore premio Oscar di Shakespeare in Love e Anna Karenina, che ha adattato il romanzo per un film di prossima uscita con Alicia Vikander e Cristoph Waltz nel cast, questa volta ha avuto gioco facile. Gli avvenimenti storici – quelli che rendono qualche lettura pesante, vero, ma da cui ci si aspetterebbe comunque un ruolo di maggior rilievo – si limitano infatti a rimanere sullo sfondo. Un affascinante scenario mobile che ospita triangoli sì e rovesci di fortuna, in bilico tra melodramma e farsa, in cui il mistero di Sophia è inseguito in tutte le opere dello sfortunato Van Loos.

Il mondo è un caos. Tutti gli artisti lo sanno, ma cercano di dargli un qualche senso. Sophia adesso dà senso al mondo.

Lei resta nel riflesso di un bicchiere di cristallo di una natura morta; nella curva di una goccia di rugiada, giusto sulla pancia di un frutto. Affacciata a una finestra, una lettera accortocciata sul cuore, che aspetta o la salvezza o la dannazione eterna. E nelle vite dei tulipani, brevissime e voluttuose, trovano così magica corrispondenza quelle dei due amanti.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ursine Vulpine feat. Annaca – Wicked Game

sabato 27 maggio 2017

Mr. Ciak: 7 romanzi al cinema

Tom, sopravvissuto alla Grande guerra, si trasferisce a Janus in cerca di silenzio. Dalla terra ferma, incantata dai suoi modi d'altri tempi, lo segue la fedele Isabel. I bambini non vogliono arrivare. Il mare ha la soluzione: una scialuppa alla deriva e, a bordo, una bambina senza identità. Perché lasciare che tutto quell'amore vada sprecato? L'apparizione della madre biologica, però, rompe l'idillio. La bambina è di chi l'ha messa al mondo o di chi ha avuto cura di lei? L'estate scorsa queste stesse domande mi toglievano il riposo in spiaggia: sotto l'ombrellone, tentavo di stringere i denti. Avevo amato la potenza di La luce sugli oceani e, da lontano, invidiato chi lo aveva visto in anteprima a Venezia. Le prime recensioni, però, suonavano tutt'altro che rassicuranti. Personalmente, voce fuori dal coro, mi piace scoprirmi talmente immerso nella finzione da prenderla come una questione personale. Così, mesi dopo, mi trovo a remare contro l'aridità della critica. La luce sugli oceani non è un film da luci della ribalta: vuole il pomeriggio perfetto e la casa vuota. La sa lunga Derek Cianfrance in fatto di coppie scoppiate e bocconi indigeribili. Alla stregua del regista di Blue Valentine, anche Alicia Vikander mi ha sempre in pugno: è destino, infatti, che mi faccia disperare ogni volta. Con lei una ritrovata Rachel Weitz, che con pochi tocchi svela i retroscena di un'altra pena e di un'altra donna. Ma ago della bilancia e giudice dall'ingrato compito, un laconico e straordinario Fassbender. La luce sugli oceani è una parabola classica, sulle sfumature dell'amore e dell'acqua. Sul peso specifico del perdono. Fedele al materiale di partenza, viscerale, a tratti è così pieno che sì, potrebbe sopraffare i naviganti. Potevano privarlo delle tante lettere, dei molti pianti, dei troppi tramonti. Eppure, dalle onde della sua emotività, mi sono lasciato volentieri travolgere. Senza guardare mai l'orologio. Senza additare i sentimenti, e i melodrammi, come fuori stagione. (7,5)

Siccome cinquanta non erano abbastanza, le Sfumature raddoppiano con un sequel. Si scuriscono, virando al nero. La James, ai ferri corti con la precedente regista, si affida a uno sceneggiatore di fiducia – adatta, infatti, il marito in persona – e al tocco del solido Foley. Si riparte da dove eravamo rimasti. La rottura tra Anastastia e Christian si rivela soltanto un breve litigio: i due tornano insieme, qui, e si godono i pregi di fare la pace. Ci si mettono in mezzo il capo di Anastasia, che attira spasimanti come se ce l'avesse solo lei; una stalker psicolabile; la tardona Kim Basinger. Nella prima ora, tra balli in maschera e giochi ammiccanti, è una commedia sexy che non dispiace: palesa le assurdità già assodate e una maggiore complicità tra Jamie Dornan e Dakota Johnson. Mostrare bella gente nuda, però, poco ha a che fare con l'erotismo. A stuzzicare ci pensano fascette, perle e divaricatori, ma i protagonisti – incaprettati, bendati, vulnerabili – finiscono sempre per ripetere la stessa coreografia: lei sotto, lui sopra col sedere in mostra, dissolvenza. Il trash è godibile quando dura poco, si sa. Nella seconda parte il film vorrebbe farsi prendere inutilmente sul serio, e allora dà il peggio del peggio. La colonna sonora è radiofonica, i comprimari meglio definiti sono gli addominali di Dornan e la natica sinistra di Dakota, lo si segue divertiti perché ormai abituati al nonsense. E' così raffazzonato e insipido, alla fine, che troppo male non gli si vuole. Più dignitoso del precedente perfino, anche se per un pelo. E, se si parla di vedo-non vedo, di spogliarelli e lingerie, saprete bene che anche un pelo fa la sua. (5)

Al cinema uccidete tutte le persone che volete, ma non toccatemi gli animali. Pensiero ricorrente, questo, perfino davanti all'horror più sanguinoso. Figuriamoci se si tratta dell'ultimo film di Lasse Hallmstrom – lo stesso di Chocolat, svariate trasposizioni di Nicholas Sparks e, soprattutto, Hachiko. Dopo il trauma legato all'Akita che non si arrendeva alla perdita del suo padrone, assecondare la tristezza con Qua la zampa. Sabotato lo scorso inverno dagli animalisti, nonostante accuse pare belle che cadute, la commedia a tinte fantastiche dello svedese parte da uno spunto originalissimo: raccontare non una, ma le tante vite di un cane speciale. Bailey, infatti, è destinato a reincarnarsi senza dimenticare il proprio passato – e nell'edizione italiana, purtroppo, la voce narrante di Gerry Scotti. A volte nasce maschio, a volte femmina. A volte campa a lungo, altre si spegne presto. Lo ospitano famiglie sul punto di disfarsi, coppie felici e coppie scoppiate, l'unità cinofila e un canile da cui scappare alla prima occasione. Abbandonato, usato, amato, cerca uno scopo e non si disfa del pensiero di Ethan, il suo primo padrone (il KJ Apa di Riverdale che crescendo diventa Dennis Quaid). La sceneggiatura non approfondisce un'idea vincente. Un cane che accompagna varie generazioni, che sperimenta varie esistenze: perché non mostrare attraverso i suoi occhi un po' di storia americana, come in un Forrest Gump a quattro zampe? La storia del Paese resta ai margini. Si accenna alla crisi dei missili, la radio passa Take on me, i capelli si ingrigiscono. I trailer anticipano troppo. Da copione Bailey morirà non una, ma innumerevoli volte. C'è un limite ai pianti di uno spettatore dal dichiarato cuore di pastafrolla? Qua la zampa, invece, è un intrattenimento per grandi e piccoli che intenerisce, diverte, e di lacrime, purtroppo o per fortuna, non fa esagerato abuso. (6)

Una reunion. I corridoi del liceo che ispirano ricordi a ogni passo. Sono immancabili quelli legati allo Svedese: un giovanotto che eccelleva in doti atletiche e carisma. Ha fatto una fine indegna di lui. Pastorale Americana è la storia della famiglia che costruì ma non seppe tenere unita. La maggioranza delle recensioni lette lasciavano intuire un gran pasticcio. Un dramma in cui il troppo stroppia. Mi ritrovo a essere in disaccordo, benché tanto faccia la mancata lettura del romanzo di Roth e la passione per le famiglie infelici a modo loro. Come condensi un capolavoro di cinquecento pagine in un film di un'ora e quaranta senza sacrificare qualcosa? Temevo mi scivolasse addosso. Peggio: temevo di non affezionarmi, nell'annunciato riassunto di una moderna pietra miliare, ai suoi personaggi. Pastorale Americana, per me, è un dramma classico e arduo, perciò coraggioso. A sobbarcarsi l'impresa, così come il suo personaggio ingurgita e metabolizza i dolori di tutti gli altri, un Ewan McGregor che interpreta e per la prima volta dirige. I doppi impegni lo provano e un po' ne risente la recitazione. Stanco ma credibile, spinge a rimarchevoli exploit la Connelly e una antipaticissima Fanning. A fine visione, ho avuto più voglia ancora di scoprire il romanzo. A fine visione, soprattutto, io che temevo un film senza peso, ho sentito la pena inconcepibile di questo uomo buono a cui succedono cose cattive. Calmo in superficie, Pastorale Americana indugia nei dettagli essenziali abbastanza da lasciarti intravedere il mare che si agita sul fondo e il sentore vago della sua originaria bellezza. (7)

Sophie, orfana a Londra, viene sottratta al collegio e alla solitudine dalle mani di un premuroso gigante. Attraverso balzi chilometrici, il mostro la conduce in una terra di insidie. Peccato che sia in realtà il più minuto della sua specie. Maltrattato dai propri simili, imbottiglia sogni e protegge Sophie dai fratelli. l GGG, classico di Dahl purtroppo mai arrivato nella mia libreria, trova un nuovo adattamento. Dirige Spielberg, avvalendosi di una computer grafica non sempre inappuntabile e della voce di un Mark Rylance fresco di statuetta (qui in versione “Spacco botilia, ammazzo familia”): subito si mettono in conto nostalgia e occhi lucidi. Dahl, eppure portato al cinema infinite volte, questa volta lascia annoiati e delusi: le guance asciutte, al contrario che nel recente remake del Drago Invisibile, e un senso di irritazione verso un'eroina antipatica come poche. Il minutaggio, eccessivo, sfiora le due ore; i toni cupi e i peti da cinepanettone turberanno i piccoli, lasciando sostanzialmente insoddisfatti anche gli adulti; la storia, mi dicono fedelissima all'originale, decolla tardi e lascia straniti in un finale grottesco. Anche più del Canto di Natale secondo Zemeckis, Il GGG risulta pesante e artificioso. Non abbastanza modesto da passare inosservato. Non abbastanza importante da meritarsi la tripla “G” dell'acronimo. (4,5)

Nella Toscana degli anni '50, un'infermiera cerca di scoprire le ragioni del mutismo di un bambino. Alla morte della madre, infatti, ha smesso di parlare. La casa scricchiola e i muri parlano. Raccontano una storia di amore e perdita che è destino si ripeta. I domestici sono un enigma, il padrone di casa vede nella protagonista una nuova musa, gli abiti da cocktail della pianista defunta le stanno a pennello. Qual è il desiderio del fantasma di Caterina Murino: vendicarsi dell'ospite o cercare qualcuno che riempia il vuoto che ha lasciato? Tratto da un romanzo di Silvio Raffo, Voice from the Stone è una ghost story che ha i suoi pregi – gli unici, a malincuore – nello splendore delle donne e dei suoi scorci naturali. Ibrido svogliato e confusionario tra Jane Eyre e Giro di vite, ha poche ombre e l'aria di una fiction Rai. Un mistero su carta che, passando ai fatti, mistero non è. Il film non decolla: ben confezionato, ma recitato con la noia addosso. Incapace di intrigare, nonostante la presenza di un inquietante Girone, sfocia frettolosamente nel melodramma. Scene di passione percepite nel dormiveglia e il nudo artistico della star di Games of Thrones – bella come una ninfa di Botticelli, ma impacciatissima quando si tratta di darsi a pianti o vaneggiamenti vari – non bastano a trovare un senso a quello che le pietre non dicono. (5)

Louis è un bambino sfortunato. Protagonista di incidenti grandi e piccoli, è sempre stato salvato in corner dal sonno eterno. Fino a quando, festeggiando il suo compleanno su una scogliera, non cade da una rupe: è in coma, ma tutt'intorno a lui – nella sua mente, perfino – il mondo continua. Pare non si sia trattato di un incidente, questa volta, ma di un tentato omicidio. Colpa di quel padre violento, fuggito chissà dove? Tratto da un romanzo finito automaticamente in whishlist, The 9th Life of Louis Drax è un ibrido sui generis, inclassificabile, a metà tra il thriller e la favola. Dirige il discontinuo Alexandre Aja – esordì in Patria, anni fa, con il bellissimo splatter Alta tensione – e, lesinando questa volta sulla violenza, conferisce alla trasposizione un'anima francese. Se da un lato il film ha le canoniche indagini del dottor Jamie Dornan, qui vittima del fascino e della lacrime di Sarah Gadon, dall'altra troviamo gli interventi di un narratore trasognato e un po' crudele, che ha qualcosa dei bambini prodigio di Jeunet e un patrigno sospetto, che somiglia proprio a Aaron Paul. Chi desiderava il silenzio del bambino, e perché? Pieno di volti familiari e stranezze, irrisolto ma molto interessante nel suo essere di tutto un po', The 9th Life of Louis Drax è un Hitchcock ad altezza bambino, che all'inizio confonde e alla fine potrebbe anche deludere. Loquace e nerissimo com'è, però, mi ha stranito: cosa non da poco. E la nona vita del piccolo protagonista – l'ultima, forse – ha in serbo qualche altra sorpresa. (6,5)