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lunedì 22 novembre 2021

Le visioni indie di novembre: Titane | Pig | Petite Maman | Shiva Baby | Passing

Corpi. Corpi in mostra, corpi occultati, corpi eccitati, corpi dilaniati. Alexia, col proprio, ci ha fatto l'amore e la guerra. Ballerina in un night club, ha una placca in titanico in testa e una famiglia che l'ha cresciuta senza amore. Serial killer di uomini e piromane, trova riparo a casa di Vincent: un uomo così solo da credere che lei sia il figlio scomparso. Anche il corpo del padrone di casa, gonfio di steroidi, racconta un'ennesima storia di dolore. Discusso vincitore all'ultimo Festival di Cannes, il nuovo film di Julie Ducournau è sì un body horror dallo spunto assurdo (la protagonista, infatti, resta incinta di un'automobile di lusso), ma soprattutto l'incontro-scontro tra due solitudini. La prima parte è la più provocatoria: questa protagonista dal fascino alieno tenta di abortire con una forcina per capelli, si spacca il naso, prende a stillare olio di motore dai seni. La seconda, invece, mostra una convivenza piuttosto ordinaria: sapranno i protagonisti trovare l'umano nel disumano? Folle, sexy e grottesco, il film attrae grazie al filtro estetizzante del cinema di Refn. Ma sconvolge forse meno del previsto, in un inizio eccessivo e in un prosieguo poi molto più canonico. Storia di madri e mostri, dividerà fino agli Oscar. Ma, come il film figlio di Alexia, Titane è una bestia che prima non c'era. Miracolo o abominio? (7)

Grosso, barbuto e con il volto incrostato di sangue, il boscaiolo di Nicolas Cage abbandona la sua capanna e ritorna in città: qualcuno ha rapito il suo maiale da tartufi. Pronto a diventare il cult trash dell'anno – l'ennesimo con Cage per protagonista –, Pig è in realtà un gioiello indipendente già nominatissimo nei circuiti di nicchia. Isolato da tutti, in fuga da sé stesso, il protagonista si muove con straordinaria gravitas in un incrocio tra John Wick e Drive. Che si tratti dei ristoranti stellati o dei sotterranei della sordida Portland, il suo nome fa tremare i polsi: per fortuna, nel corso della visione, nulla va come immaginato. Votato alla non violenza, questo singolare vendicatore incanta con la grazia dei gesti ai fornelli e si lascia scortare dal sempre ottimo Alex Wolff: un giovane uomo con un rapporto burrascoso col padre e una madre suicida. Diviso in tre capitoli, Pig propone di volta in volta tappe e ricette segrete. A dispetto della sua aria cupa, lo si segue con emozione dall'inizio alla fine. E le lacrime sono in agguato grazie a un epilogo all'insegna di Bruce Springsteen. Toccante senza volerlo, e in maniera che risulta difficile descrivere, Cage va a caccia di una scrofa ma ti sorprende infine grazie a un rosso corposo, a un piatto elaborato servito con tutti i crisi: perché la cucina è condivisione, memoria. E in cucina, così come dietro le quinte, van sminuzzati, masticati e inghiottiti i dolori più struggenti; le elaborazioni negate. (8)

Cosa diresti a tua madre se potessi conoscerla quand'era bambina? L'ultimo film di Sciamma è un gioco d'immaginazione sospeso nei “se” dei paradossi temporali. Rimasta sola con il padre, Nelly fa i conti con la morte della nonna (non è riuscita a salutarla come sperato) e con il misterioso allontanamento della madre (che la sua infelicità sia proprio colpa di quella bambina nata anzitempo?). Già logorata dai primi tarli della coscienza, Nelly fa la conoscenza di una coetanea: per qualche strana magia, Marion è sua madre da bambina. Tenerissima fiaba intergenerazionale di donne e d'infanzia, il film dipinge il quotidiano di realismo magico e dei colori abbaglianti dell'autunno. Semplice all'apparenza, ricorda i film per famiglie degli anni Novanta. Ma dietro i giochi innocenti, questa volta, ci sono due piccole donne che stanno comprendendo loro stesse: per spogliarsi dei reciproci ruoli, perdonarsi e chiamarsi, semplicemente, per nome. Autrice sensibile e acuta come, la regista di Ritratto della giovane in fiamme condensa in settanta minuti i dolorosi non detti dei legami di sangue. E, come d'incanto, riesce a porvi rimedio grazie al lunghissimo abbraccio ristoratore di questo brevissimo film speciale. (7,5)

E' la pecora nera della famiglia. Bisessuale, femminista e indecisa sul prosieguo degli studi, la protagonista è poco più che un'adolescente con il sogno della stand up comedy. Con le calze strappate e uno smartphone pieno di chat sconce, si trova prigioniera del rinfresco di un funerale. Nello stesso salotto ci sono una vecchia fiamma, la fiamma attuale e una nidiata di parenti invadenti. La classica commedia degli equivoci sembrerebbe prontamente servita. Ma, a sorpresa, c'è del disagio vero nell'esordio alla regia di Emma Seligman. Fatto di schiaccianti primi piani, dialoghi affannosi e di un tappeto sono degno di un film horror, Shiva Baby è un caos meravigliosamente scritto che ricorda proprio l'imbarazzo delle cene col parentado riunito. Braccati, vorremmo sottrarci ai giudizi e alle domande. E urlare insieme alla protagonista, Rachel Sennott, qui al centro di un coming of age nato come un incrocio tra le commedie indie di Greta Gerwig (se fossero altrettanto scomposte, sincere, maleducate) e le terrificanti famiglie disfunzionali di Ari Aster (se l'isteria collettiva non generasse presenze demoniache, ma soltanto un infernale carnage domestico). (7,5)

Rebecca Hall, attrice di indubbio talento, debutta alla regia con un film ambizioso tanto per forma quanto per contenuto. Girato in 4:3 e in un ammaliante bianco e nero, raccontata un'intolleranza sottile, intima, che prescinde il colore della pelle: chi è davvero libero, chi felice? Amiche di vecchia data, Tessa Thompson e Ruth Negga si incontrano per un tè. La prima, moglie di un medico, si finge appagata; l'altra, invece, si spaccia per bianca. Fragili, irrequiete ed enigmatiche, si raccontano a parole e coi gesti. Thompson comunica finanche i pensieri più scomodi con un'occhiata, mentre Negga – sensuale come una novella Monroe – si lascia andare a lacrime così strazianti da ammutolire. Magnificamente dirette, sono al centro di un rapporto sfuggente. Le unisce la solidarietà, l'invidia o un'attrazione saffica? Da un lato film di straordinarie prove attoriali, dall'altro gioia per gli occhi degli esteti, Passing è un sofisticato melodramma al femminile con un comparto tecnico da Oscar. Algido, però, manca di immediatezza e, a differenza del romanzo, preferisce i toni spiccatamente drammatici a quelli di un noir dei sentimenti. Nonostante il bianco e nero delle immagini, nella sceneggiatura prevalgono le sfumature di grigio. E la sensazione di trovarsi a un debutto sì perfetto, ma di una perfezione spesso troppo fine a sé stessa. (6,5)

martedì 24 dicembre 2019

And the Golden Globe goes to: Ritratto della giovane in fiamme | Cena con delitto | The Farewell

Si può fare un ritratto a chi rifiuta di mettersi in posa?  Si può fare un melodramma su una passione che a lungo resta sottintesa? È la sfida che accetta una pittrice del tardo ‘700: memorizzare i tratti della figlia della committente e disegnarli in segreto, senza che la modella se ne accorga.  È la sfida corsa da Cèline Sciamma, non nuova alle riflessioni sui meccanismi della sessualità: raccontare un amore vissuto a distanza, che quando finalmente si consuma lascia invidiosi davanti alla sua energia vitale. Sullo sfondo di uno scenario che ispira meraviglie nel direttore della fotografia e pensieri suicidi nelle ventenni irrequiete, si consuma la breve convivenza tra Marianne e Héloise: la prima donna di mondo che ha conosciuto l’aborto e l’emancipazione; la seconda, mancata novizia che vorrebbe soltanto correre e nuotare, rifiutando di essere data in moglie. La pittrice le passeggia accanto, la scruta, la dipinge a memoria. L’osservazione porta alla venerazione. E la venerazione, piano, all’amore. Ma osservare implica necessariamente essere osservati. La collaborazione dipingerà sorrisi sul viso severo della sposa e getterà le basi per l’evoluzione artistica della pittrice, sin troppo legata alle convenzioni manualistiche. L’opera d’arte, nel momento del congedo, apparterrà più all’artefice o all’acquirente? Il mondo della regista è popolato da donne che bastano a loro stesse, dove gli uomini sono anonimi barcaioli che vanno e vengono. Un’isola che non c’è – da eremo sperduto a parentesi felice, grazie alle suggestioni dell’ultima arrivata – che ospita un’utopia femminista radicale, che tuttavia non intimidirà gli spettatori dell’altro sesso.  Quieto e persistente, il sentimento amoroso non esplode mai rumorosamente, ma vibra come un diapason per l’intera durata, sottoforma di una tensione costante che, nell’epilogo, si trasforma in struggimento. All’apparenza algido e rigoroso, Ritratto della giovane in fiamme è in realtà un film che palpita di smania e curiosità. Un tableau vivant tridimensionale, che sa sorprendere con scene di grande erotismo e falò dal fascino stregonesco. Filo conduttore, un mito intramontabile: perché Orfeo si voltò pur sapendo di perdere Euridice? La scelta del poeta ebbe la meglio su quella dell’amante: la poesia, infatti, parrebbe vivere di ricordi e di rimpianti. Io ricorderò a lungo il rosso e il verde degli abiti delle protagoniste, il crepitare del fuoco e delle onde, i giochi prospettici allo specchio, il numero ventotto. E soprattutto quel finale memorabile, sulle note di Vivaldi, che gareggia con la bellezza da sindrome di Stendhal delle lacrime di Timothée Chalamet. (8)

Lo hanno acclamato come il ritorno in sala dei gialli alla Agatha Christie. Attesissimo e preceduto da recensioni entusiastiche, Cena con delitto è forse l’intrattenimento più solido che troveremo al cinema durante le festività. Ma, per via di aspettative parzialmente disattese e di un cast non sempre sfruttato al meglio, il film di Rian Johnson non brilla di luce propria come sarebbe stato lecito aspettarsi.  Al punto che le innumerevoli considerazioni nella stagione dei premi sfuggono, davanti a un divertissement più ritmato di 7 sconosciuti a El Royal ma meno esilarante del survival Finché morte non ci separi. Partiamo con ordine: chi ha ucciso Christopher Plummer, scrittore rinvenuto con la gola squarciata? Nella sua magione in stile Cluedo si affollano parenti di sangue e parenti acquisiti. Tutti, di recente coinvolti in una discussione col patriarca, sono sospettabili. Il movente: i soldi. Indaga un inedito Daniel Craig con l’accento del Sud, detective tanto istrionico quanto poco indispensabile ai fini delle indagini, e accanto a sé ha una Watson a sorpresa: più degli strepiti della Collette, della presenza scenica di quella Curtis in sordina o della mascella scolpita di Evans, infatti, ad avere un ruolo clou è l’incantevole infermiera Ana De Armas. La vera protagonista della storia, checché ne dicano i poster. E soprattutto l’unico personaggio di buon cuore in una storia dominata da intrighi e macchinazioni. La struttura del mistero – in realtà irrispettosa del canone classico, che prevedrebbe ambienti ristretti e personaggi insondabili – si frantuma, svelando un importante colpo di scena a metà e rinunciando preso alla dimensione corale,all’insegna di ronde e inseguimenti che appesantiscono la metà esatta del film. Per fortuna, Johnson ha in serbo un altro colpo di scena per l’epilogo, ma l’effetto sorpresa manca. Cena con delitto vorrebbe essere una commedia nera, ma fa soltanto sorridere qui e lì. Vorrebbe parlare di politica e razzismo, ma il suo far satira punge a stento.  Ben scritto, scorrevole e godibile, trova comunque una perfetta conclusione in una sequenza finale che, rispetto all’incipit, cambia totalmente le carte in tavola e i ruoli di potere. Di ritorno dal cinema, ho pensato a quei dessert rivisti dei ristoranti stellati (ad esempio, il tiramisù scomposto). Che son divertenti e gustosi, sì, ma non quanto la ricetta originale. (7)

Lo scorso anno, alla conquista del boxoffice c’erano gli asiatici del guilty pleasure Crazy & Rich. A ispirare un nuovo viaggio da New York all’Oriente, in questa stagione, è un’occasione meno lieta: una nonna gravemente malata – tumore ai polmoni –, con cui concedersi qualche ultimo giorno insieme annullando le distanze. Siamo in Cina. Terra di abbuffate in compagnia, quartieri in trasformazioni, contraddizioni profonde. Dove, a una certa età, interviene una strana forma di decoro nell’affrontare la perdita. I membri della famiglia Wang esprimono il dolore attraverso urla sguaiate ai funerali, tengono banchetti sulle tombe con le prelibatezze più amate dal defunto, ma sono estremamente riservati sull’argomento malattia: l’anziana in fin di vita, perciò, non dovrà sapere della sua condizione. In nome di un profondo senso di condivisione, i familiari riuniti per un’occasione organizzata a tavolino – un matrimonio lampo, che apre le danze per l’inevitabile funerale – si sobbarcano le preoccupazioni della nonna nel gesto di generosità definitivo: la vita, infatti, appartiene più a noi stessi o ai nostri cari? A giudicare dal temperamento dell’arzilla Zhao Shuzhen, la bugia a fin di bene ha effetti miracolosi: la matriarca mette bocca sui dettagli della cerimonia; rimbecca la nuora giapponese; si preoccupa per la salute altrui; domanda della vita sentimentale della nipote prediletta. Strappata a un’infanzia in Cina, la giovane Awkwafina – trentenne a un bivio – reagisce con la stessa espressione per l’intero film: immusonita e affranta, appare incapace di comunicare la leggerezza che servirebbe alla causa. Questo è il difetto dell’indie con gli occhi a mandorla, sempre al crocevia tra farsa e tragedia, che purtroppo mi ha lasciato indifferente durante la visione. Presentato come una commedia, in realtà ha protagonisti piuttosto mesti e non mi ha fatto né ridere né piangere, quando – da premesse – mi sarei aspettato entrambe le cose. Agrodolce e dai ritmi lenti, mi è parso più interessante che bello: a essere degni di stupore sono infatti il senso della vita e della morte del popolo cinese; le riflessioni sentitissime sulle differenze culturali e le proprie radici. Benché il titolo alluda a un addio, l’esordio della fortunata Lula Wang convince più nel suo dare il bentornato . (6,5)

mercoledì 15 maggio 2019

Mr. Ciak: Pet Sematary, The Prodigy, Climax, 7 Sconosciuti a El Royale, Escape Room

Citando un altro dei suoi successi, a volte ritornano. È successo prima alle liceali vessate, poi ai pagliacci assassini, infine ai membri della famiglia Creed. I remake, negli anni, hanno dato nuova linfa agli incubi di Stephen King. A trent'anni dal film originale, Pet Sematary ha seguito l'esempio di Carrie e It. Il risultato, poco clamoroso ma comunque godibile, è nella media. All'attenzione filologica della prima parte – notevole l'interesse per l'inconscio dei protagonisti, i fantasmi di lui e i sensi di colpa di lei, insieme agli effetti mortiferi di una terra maledetta che supera i confini della radura e tormenta la famiglia in gran completo – seguono le canoniche concessioni al mainstream della seconda, con tanto di bambine possedute appostate in cantina e vedute di un cimitero gotico a livelli caricaturali. Il cambio di rotta dell'epilogo, nerissimo e perfino più tragico, seminerà un certo disappunto nei lettori più fedeli ma, nel mio caso, è stato una felice variazione sul tema: un aggiornamento con i tratti della riscrittura, che non stravolge il messaggio complessivo. I problemi del film, purtroppo, non stanno tanto nei limiti di una sceneggiatura non abbastanza rimodernata quanto nell'assenza di un protagonista sfaccettato o di un regista degno di questo titolo: Jason Clarke, inespressivo come il peggiore Affleck, appare talmente monolitico da non riuscire mai a comunicare la sofferenza di un medico alle prese con una scelta impossibile – insomma, non ha l'intensità richiesta a Toni Collette in Hereditary –; i registi chiamati a sbrigare il compito sono ben due, ma sembrano aver dato forfait. I risvolti agghiaccianti non impediscono allo spettatore di nascondersi qui e lì il viso fra le mani. Il gatto Churchill e la sua spiritata padroncina, Ellie, potrebbero diventare presenze fisse nella galleria dei personaggi inquietanti. Ma chi l'ha letta lo sa: quella di King, in realtà, era una tragedia inesorabile. Purtroppo centrava meglio l'obiettivo il televisivo 1922, e non l'ennesimo horror mordi e fuggi, per quanto decoroso appaia. A volte la morte è meglio. Ma il remake? (6,5)

Le abbiamo festeggiate la seconda domenica di maggio, le mamme. Cosa non farebbero per proteggere i loro figli? È lo sguardo amorevole a distogliere la convincente Taylor Schilling dalle stranezze del piccolo Miles, bambino dall'intelligenza precoce e dagli incubi inenarrabili. Mentre lui veniva al mondo, in un'altra città moriva un serial killer. Spirando, il mostro ha lasciato in eredità al nascituro un occhio di colore diverso rispetto all'altro e una questione di morte ancora irrisolta. Si parlerà allora di doppie personalità. Di reincarnazioni, a cavallo fra Oriente e Occidente. Un po' Omen, un po' La bambola assassina, The Prodigy – giunto in sala fuori stagione, con a bordo lo stesso sceneggiatore di Pet Sematary – appartiene al classico filone del bambino crudele. Non supera i modelli di riferimento, non ambisce a diventare pietra miliare, ma per essere un prodotto d'intrattenimento uscito durante le vacanze pasquali sa difendersi discretamente senza sfoggiare l'artiglieria pesante dei film di serie B. Ritratto di una convivenza infernale e di un genitore sull'orlo di una crisi di nervi, ha alle spalle luoghi comuni solidissimi e qualcosa di buono, fra interpreti in parte e ritmi accattivanti. Ne viene fuori un thriller paranormale di buona foggia, che sgomita con eleganza in un sottobosco di pellicole ormai intercambiabili fra loro e che, a colloquio con l'infido Jackson Robert Scott, trova un antagonista da brivido. Pur al servizio di una storia che, strano ma vero, senza nessuna novità da proporre, non è ancora venuta a noia. (6)

Ci ha raccontato l'amore in Love, lo scandaloso porno d'autore che aveva diviso Cannes. È tornato, ora, per raccontarci la morte: con la grazia selvaggia della danza contemporanea e tutta la bellezza perturbante del suo cinema. Gaspar Noé, il Lars Von Trier argentino, non balla da solo né tanto meno in punta di piedi. Siamo in una sala piena di ballerini professionisti. La danza è il loro lavoro, il loro hobby, la loro vita. Non fanno altro, e di danza parlano in tutte le lingue del mondo. Climax mostra la loro ultima sera dopo nove mesi di lavoro a stretto contatto. Proiettati nel bel mezzo di relazioni, tradimenti e alleanze, carpiamo qualche informazione dalle chiacchiere altrui. E capiamo che c'è qualcosa che non va. La sangria a fiumi li rende su di giri: chi l'ha drogata? Se in Suspiria il movimento era armonia, qui conduce invece allo sfacelo. A incesti, aborti, stupri, aggressioni. In un rito bacchico durante il quale tutto è lecito, tutto è possibile, la compagnia garantisce orrori indicibili e un'esperienza visiva eccezionale. Le prove stesse sono l'esibizione. Il resto, invece, è un flashmob lunghissimo su cui giganteggia la bandiera francese e l'onnipotenza di Noé. Un regista che inserisce i titoli di coda all'inizio del suo film e quelli di testa a metà, dopo quarantasei minuti di visione. Un portento alla macchina da presa che si concede ora piroette da capogiro, ora interminabili piani sequenza: la telecamera, fissa, mentre i protagonisti diventano invasati. All'esagerato virtuosismo di fondo, però, corrisponde simmetricamente l'inutilità della trama; atmosfere psichedeliche che nella prima parte entusiasmano e poi, pian piano, vengono a noia. Mancando d'un passo l'acme del titolo, mentre nel dramma precedente – fra contenuto e forma, provocazione e commozione – la pienezza dell'orgasmo era assicurata. (7)

Sette sconosciuti dal passato criminoso, un hotel da cui fuggire. Il giallo e il pulp, sposalizio già vincente nel sopravvalutato The Hateful Eight, chiamati a raccolta insieme a un cast di sole stelle per renderci partecipi di una vicenda di bulli e pupe, sangue in quantità e soldi sporchi. El Royale sorge a cavallo fra due stati e, nella classica note buia e tempestosa, ci assicura scenografie sopraffine, splendide canzoni al juke-box e una manciata di sequenze degne di nota: quel piano sequenza lungo un sordido corridoio segreto, ad esempio, o l'esibizione canora della grandissima Cynthia Erivo intervallata ai piani imperscrutabili di Jeff Bridges. La compagnia, data la portata degli ospiti, sarà di quelle con cui rifarsi gli occhi – che bombe sexy Dakota Johnson e Chris Hemsworth! –, anche se nel cuore mi è rimasto l'imprevedibile portinaio di Lewis Pullman. Strabordante, sfacciato e autoironico, il ritorno al cinema di Drew Goddard è un nuovo omaggio, dopo i fasti di Quella casa nel bosco: lì omaggiava l'horror, qui il thriller. Non vuole lasciarsi prendere troppo sul serio, e ci saranno allora la stessa leggerezza, la stessa passione, lo stesso tocco promettente. Nonostante una superba prima parte e un prosieguo all'insegna della fatalità, è sempre bello far congetture e vederle smantellate: si sfoderano le armi pesanti, infatti, e senza troppi rancori vengono meno l'aplomb iniziale e attori il cui ruolo, a torto, era considerato chiave. Scoraggiato dalle oltre due ore di durata e dalle recensioni tiepide, rischiavo di perdermi un soggiorno pericoloso ma confortevole in mezzo alla bellezza kitsch e ai deliri metacinematografici di Goddard: un piccolo Tarantino che fa simpatia, per le grandi ambizioni e un cognome da Nouvelle Vague. (7,5)

Cinque sconosciuti dal passato traumatico, un complesso da cui fuggire per salvarsi la pelle. Il giallo all'inglese di Agatha Christie incontra i morti ammazzati di Saw e i grattacapi di The Cube. A ogni scenario (fra i tanti: un forno crematorio, un cottage sotto zero, un salotto distorto dalle droghe, una biblioteca pronta a schiacciarti) corrispondono un indizio e una dipartita violenta. Qual è il filo rosso che unisce i protagonisti? Chi li manipola dall'alto? Soprattutto, chi avrà la meglio in questo purissimo gioco di sopravvivenza senza trucchi né inganni? Il survival – genere tipicamente estivo, questa volta elegante nella resa e piuttosto ben assortito – a sorpresa potrebbe divertire più gli amanti dei grattacapi che quelli dello splatter gratuito, grazie alla sintesi fresca e dinamica delle sue influenze da cardiopalma. Invito a cena con delitto multiplo, cavalca la moda delle escape room già diffusa nelle grandi città e rinuncia all'efferatezza, intrattenendo con l'ingegno delle scritture a incastro; gli ambienti vari e insidiosi; una chiusa aperta ma non troppo, in vista di un papabile seguito che, qui lo ammetto e qui lo nego, in futuro mi concederei di volata. (6,5)

mercoledì 2 novembre 2016

Mr. Ciak: Sing Street, Inferno, Nerve, Pericle il Nero, Microbo e Gasolina

Conor ha quindici anni, una famiglia che va allo scatafascio, una città che gli sta strettissima. Mamma e papà mettono in vendita la casa, vogliono vivere altrove ma separati, e a lui tocca trasferirsi alla scuola cattolica, in cui gli studenti indossano divise monocolore e scarpe che non può permettersi. Vessato dai bulli per la sua gentilezza e preso di mira dal direttore, che proprio non apprezza i suoi occhi screziati à la David Bowie, il ragazzino trova slancio nelle attenzioni di una ragazza che si sogna modella. Vuole comparire nell'ultimo videoclip della sua band, sì o no? Peccato che, di band, nelle giornate del timido Conor, non ce ne siano. Metterne su una per amore, così, e chiamarla Sing Street. Dopo la felice parentesi americana con Begin Again, John Carney torna a casa. Nella stessa Dublino dello splendido Once, ma con toni che omaggiano la commedia adolescenziale, l'ultimo film del regista irlandese è un leggerissimo, bellissimo romanzo di formazione, sullo sfondo di un Paese tagliato fuori dal mondo. Nelle aule campeggiano enormi crocifissi; a vent'anni si è già disillusi; il futuro passa solo dal tubo catodico. Londra, distante una striscia di mare appena, appare un miraggio. Qui, se ne parla come dell'America. Top of the Pops e i vinili di un fratello sfattone distribuiranno a piene mani pillole (della felicità) di Depeche Mode, Cure e Spandau Ballet: tra gli effetti collaterali, un look da camaleonte; tra i pro, sonorità che omaggiano di tutto un po', mentre si indagano sentieri non battuti. I protagonisti, liceali con il pop in circolo, cercano una scorciatoia e una voce. Troveranno anche loro stessi, magari, nella prossima canzone? Sing Street, in soldoni, parla di conquistare la bella di turno, diventare una celebrità, non rimanere inchiodati lì. In quella Irlanda che da lontano mi incanta, ma che dev'essere stata una prigione con lo steccato bianco e un amen per salvarci l'anima. Una trama elementare è però l'occasione per darsi a un altro irresistibile concerto all'aria aperta. Il Carney retrò immalinconisce, diverte e, da me attesissimo, non perde un colpo. E se il suo Sing Street non ha stonature, il merito va alle guance rosse di Ferdia Walsh-Peelo: un nome impronunciabile, le dritte fraterne di un prezioso Jack Reynor e, vero animale da palcoscenico, la capacità di trasformarsi da anatroccolo implume a idolo, quando con il microfono in pugno. Se mancano i peli sul petto, i costumisti e le groupie, si compensa con una testa che si inventa, lassù tra le nuvole, struggenti melodrammi e scenografie rubate a Ritorno al futuro. Se crescendo ci si è scordati di com'erano teneri ed esilaranti i quindici anni, infatti, ci si rinfresca la memoria fischiettando la colonna sonora più bella del mondo. Canta dell'andare fiero del tuo paio di scarpe marroni, se il mondo ti impone il nero, e di prende il largo in compagnia della tua sola buona volontà. Di quello, e di balli di fine anno, sole e sirene, anche in questo novembre che ti vorrebbe cupo, fotosensibile e boccheggiante. (8)

Dopo il successo di Il codice Da Vinci e Angeli e demoni, anche il terzo romanzo con protagonista il professor Langdon – a volere essere pignoli, il quarto: Il simbolo perduto, infatti, resta ancora orfano di trasposizione – arriva al cinema. E io, che prima che questo blog esistesse avevo trovato i precedenti una compagnia piacevole, sono arrivato all'appuntamento impreparato: ho Inferno in libreria da anni, ma non l'ho letto. Accanto avevo papà, per una volta, a sottolineare analogie e differenze; a dire che il libro era già così così di per sé, eppure di gran lunga superiore all'adattamento. A dieci anni dall'inizio della saga, ritornano prontamente regista, protagonista, compositore; l'arte italiana in filigrana e, a scatenare l'azione, cospirazioni che minacciano di nuovo di sconvolgere il mondo. Langdon si risveglia a Firenze senza memoria: al suo fianco, una dottoressa che non si tira indietro davanti all'avventura; nel taschino, un indizio che rimanda al capolavoro dantesco. Tra la Toscana e Venezia, con una virata finale in direzione Instanbul, Inferno è un thriller legato all'idea che la sovrappopolazione ci annienterà in tempi brevi. Si corre da una parte e dall'altra, il tempo stringe, il ritmo è dei più serrati; purtroppo, però, il tutto porta a un nulla di fatto. Indebolito dalla regia da dozzinale fiction Mediaset, da un pessimo Hanks – con lui, una Jones per cui però si hanno sempre occhi dolci – e da un epilogo, giura mio padre, stravolto in peggio. E quanto suonano ridicoli i dialoghi, in cui parte della colpa è anche del nostro doppiaggio? E quanto sono abbozzati i figuranti tutt'intorno, con tanto di immancabili cameo italiani? Si avevano basse aspettative per partito preso, e Inferno, televisivo e senza nerbo, nonostante le tinte orrorifiche dell'incipit, non è purtroppo neanche all'altezza di quelle. L'indagine di un James Bond in antropausa, imbolsito e visibilmente annoiato, che forse non sarà l'inferno del cinema, ma il purgatorio di Ron Howard. (5)

Vee viene convinta dai migliori amici ad osare. Sulla scia di una brutta delusione, così, si affida a Nerve: app futuristica che spinge chi si iscrive a compiere gesti avventati. Una variante di “obbligo e verità” in cui è contemplato solo il primo punto; in cambio, somme di denaro, versate da followers voyeur, e la fama mediatica. A lungo andare, la posta in gioco si alza: la sfida, da innocente, si fa mortale. E, presto, ci si trova con le spalle al muro. Tratto da un romanzo di prossima uscita per Newton Compton, Nerve parte come commedia adolescenziale, si evolve come thriller adrenalinico e, infine, arriva a un epilogo – la parte più insoddisfacente, con gli innamorati l'uno contro l'altra, come in Hunger Games – a tinte distopiche. Ibrido pop, coloratissimo, con le sue luci al neon, la musica instancabile, il montaggio dinamico, è un esperimento giovanile in cui, qui e lì, si scorge il potenziale: le nuove generazioni prigioniere dei social, ossessionate dai like e dalle dirette Facebook, che perdono il contatto con la realtà, il concetto di giusto e sbagliato, e di conseguenza si perdono, inseguendo l'ennesima folle richiesta. Di notorietà si muore, ma qui il pericolo non viene mai percepito come reale, e mancano la giusta dose di crudezza e coraggio. Ci si limita a farsi un po' male, ma mai nulla di grave, e il coraggio degli sconsiderati protagonisti – l'adorabile Emma Roberts e un Dave Franco sprovvisto del physique du role – non lo si ritrova, purtroppo, nelle intenzioni degli autori. Il lieto fine scende come manna dal cielo, miracoloso e affrettato, e fa sbuffare: gli Hunger Games finiscono, dal Labirinto si scappa via, c'è pace per i Divergent, ma dalle maglie della rete – lo dimostrano il cyberbullismo, tutte le Tiziana Cantone che non ce la fanno a ricominciare, i leoni da tastiera - non puoi districarti. (6)

Pericle, di mestiere, "fa il culo alla gente". Una notte, però, uccide la donna sbagliata. E, tra clan che si alleano, tradimenti e rivelazioni sulle sue origini, non resta che la fuga a Calais. Pericle il Nero, simbolo del tricolore allo scorso festival di Cannes, è la trasposizione di un controverso romanzo degli anni '90. Il progetto, fermo per un po', è passato dalle mani di Abel Ferrara a quelle di Stefano Mordini. Nel mentre, però, Sky ha sdoganato i meccanismi della camorra e Lo chiamavano Jeeg Robot ha aperto la strada ai bei film di questa annata. Questione di tempismo sbagliato, per Pericle il Nero, che tuttavia resta un onesto e curato noir d'esportazione. Producono i Dardenne e, dall'estremo sud della versione cartacea, il film si trasferisce al di là delle alpi: si gira al buio, e in una Europa grigia e tentacolare. Pericle si spaccia per chi non è, s'innamora di una panettiera madre di due bambini, fantastica di fare l'uomo di casa. Manesco e fesso, fondamentalmente inoffensivo; tonto, perfino, a causa delle droghe sintetiche, delle botte, di un'infanzia strana. Il passato, però, non vuole saperne di dargli un'altra chance. La sporcizia di Pericle il Nero è superficiale. Nonostante il suo cruento modus operandi, infatti, l'anti-eroe di Mordini ragione a voce alta e, finché può, evita i problemi alzando i tacchi. Dopo una buona prima parte, i difetti arrivano nella seconda: senza connotati, senza spazio, velocissima, con un protagonista che si muove, prende e va, e si capisce solo successivamente dove o perché. Pericle il Nero è un esperimento interessante, soprattutto grazie alla prova di uno Scamarcio contraddittorio e fragile, sempre più adulto; ma lontano dalle provocazioni, purtroppo, e altrettanto dalla memorabilità. Rapido e alquanto indolore, non fa il culo – parafrasandolo - alle sorprese al cinema di quest'anno: ben fatto, ma costruito alla bell'e meglio. Qualcuno, comunque, si potrebbe accontare: un marcio Riccardo, Nina Simone in cuffia e le luci sulla Manica, in fondo, non sono cosa che si vede spesso. (6,5)

Daniel e Théo si conoscono il primo giorno di scuola: si trovano. Il primo, per la pubertà che non vuole saperne di arrivare, è detto Microbo. L'altro, il chiodo e l'olio per motori sotto le unghie, ha il soprannome di Gasolina. Con le vacanze estive di mezzo, ha inizio un'avventura che somiglia a una fuga da una normalità che appiattisce: con legno, olio di gomito e il motore di un tosaerba super, costruiscono un'auto che dovrà portarli in giro per la Francia. Lungo il tragitto, ospiti bizzarri, guai e svincoli. Che promettono di legarli, lì dove i legami di sangue mancano in natura, o di dividerli per sempre. Quanto durerà il viaggio? E, soprattutto, come li troverà il ritorno? Stravolti, risanati, maturi? Microbo e Gasolina, ultimo film di quel Gondry che spesso faccio fatica a riconoscere – dopo l'intramontabile Eternal Sushine of the Spotless Mind, infatti, non posso dire di essere andato d'accordo con i successivi lavori, discontinui e surreali – ma che qui, senza fuochi artificiali o fronzoli di sorta, ma a corto di fantasia giammai, è più se stesso del solito. Sbugiardato e tenerissimo, in borghese e con il cuore in mano, ci intrattiene con il sorriso in un'ora e mezza piena di ricordi, adolescenti che pensano e parlano troppo, toni fiabeschi. Sembrerebbero di altre epoche, Microbo e Gasolina, e sembrerebbe di qualche generazione fa anche il loro romanzo di formazione su ruote: qui e lì, ci ricordano che non sono gli anni '80 dei Duffer Brothers, quelli, la tecnologia che sotterrano letteralmente in un fosso e le imperfezioni delle famiglie contemporanee. Il regista non l'ho rintracciato né nei manierismi né nei garbugli delle trame, e per me non è un difetto, e ho voluto ai protagonisti, bravissimi, un bene dell'anima. Qualche riserva giusto sul finale, che è amarognolo e troppo brusco. Di quelli che ti fanno dire: ma è finito già? E poi: cosa succede poi? (7)