Per un lungo periodo della mia vita — tra la fine delle elementari e il liceo —non ho letto altro che Stephen King. Nella mia vecchia camera, sul letto, ho una mensola con schierati tutti i suoi romanzi più famosi. Anzi: avevo. Quest'estate ho riposto tutte le mie cose, smantellando scaffali e ricordi, per l'imminente trasloco di papà. La mia adolescenza è in un garage — materiale fragile, maneggiare con cura. Ma ho voluto sottrarne una piccola parte, tenendo fuori dagli scatoloni uno dei pochi classici finora mai affrontati: Le notti di Salem. Tra incanto e terrore, proprio come accadeva da ragazzino, ho realizzato che il me adolescente non sbagliava: Stephen King resta il più grande narratore sulla faccia della terra.
Ogni notte bisogna combattere la stessa battaglia e l'unica cura è l'inevitabile atrofizzazione delle facoltà immaginative, quell'evoluzione che si chiama età adulta.
Scritto sul finire degli anni Settanta, il romanzo è cinema allo stato puro. Benché lontano dall'introspezione di It, contiene già traccia del capolavoro che arriverà qualche anno dopo. Anche qui abbiamo una cittadina immaginaria dove i fantasmi del Vietnam, gli scandali e i segreti affollano le confessioni più nere dei parrocchiani. Anche qui abbiamo un ritorno a casa, alle origini del male, e un gruppo di eroi coraggiosi — accanto a Ben, scrittore in cerca di ispirazione, ci sono un professore a un passo dalla pensione e un piccolo boyscot ossessionato da Houdini. Le assi scricchiolano. Le porte cigolano. Le risate argentine dei bambini ghiacciano il sangue nel cuore della notte. Su tutto e tutti, ritta su un poggio come un dio crudele, domina Casa Marsten: teatro di un misterioso omicidio-suicidio dopo la crisi di Wall Street, attira puntualmente uomini malvagi e, questa volta, diventerà testimone di una mattanza senza pari. Sopravvivranno in pochi.
L'oscurità è quando i mostri ti prendono.
Chi sono gli ultimi arrivati, Staker e Barlow, e cosa contengono quelle casse polverose portate dall'Inghilterra? Che fine hanno fatto i fratelli Glick e perché i cadaveri fuggono via dall'obitorio, tenendo in scacco il borgo? Con un montaggio alternato degno dei maestri del cinema, King segue la lotta alla sopravvivenza dei suoi protagonisti dal tramonto all'alba. Ogni scena è sezionata con attenzione autoptica. Ogni personaggio, perfino il più dimenticabile, ha un background indagato nel dettaglio. I ritmi sono implacabili. Ma è nelle lunghe sequenze corali — le migliori — che King sfoggia tutto il talento di cui è capace, spostandosi in volo da una casa all'altra di Lot. Viene fuori, così, il ritratto oscuro di una America provinciale e perbenista, dove gli eredi di Dracula troverebbero tutt'ora terreno fertile. Tra acqua santa, aglio e paletti, King si diverte come un bambino dispettoso. E cinquant'anni dopo non smette di divertirci, con l'omaggio a Bram Stoker che esisteva — e mordeva — prima di Netfix, prima del binge watching, prima dei remake.
È
una sera di pioggia e cattivi presagi. Il citofono di una ricca casa
di Philadelphia trilla per annunciare l’arrivo di una misteriosa
sconosciuta: laconica e d’altri tempi, sarà la tata del piccolo
della famiglia. Un tesoro di bambino, che nella sua culla si limita a
sorridere: non fa i capricci, non piange, non costringe i genitori a
levatacce. Sembrerebbe tutto perfetto, se non fosse che quella casa
nasconda dal primo all’ultimo episodio tragedie e segreti; colpi di
scena che si annunciano sin dal pilot, e gettano luci sinistre su
ogni personaggio, figuranti inclusi. Cosa nasconde Leanne, babysitter
dedita in silenzio a riti occulti e autoflagellazione? Cos’ha
Jericho, neonato da battezzare nell’immediato? Perché il padre
chef ha perso all’improvviso il senso dell’olfatto e la madre,
giornalista trasognata ai limiti della stupidità, fa fatica a
elaborare il dramma di una notte? Prodotto dall’inaffidabile M.
Night Shyamalan e già atteso per la seconda stagione, Servant ci
fa tirare un sospiro di sollievo: il regista indiano che ci ha
abituati un po’ a c olpi di fulmine, un po’ a disastri, questa volta
non rovina il buono con spiegoni farraginosi o twist discutibili.
Sorprendentemente calma e pacata, elegantissima, la serie preferisce
infatti muoversi all’ombra della trilogia del Condominio di
Polanski: interni signorili e soffocanti, che mostrano raffinatezze
culinarie e insidie; vicini di casa decisamente sospetti; enigmi che
conducono sia all’horror esoterico che al thriller psicologico. I
primissimi piani, le ottime performance del cast – la ventenne Nell
Tiger Free va tenuta d’occhio – e il senso d’ambiguità
costante, poi, fanno il resto. Peccato soltanto per quel decimo
episodio arrivato troppo in fretta, da cui ci saremmo aspettati qualche spiegazione in più: in rete, per fortuna, non sono mancate
le teorie e i chiarimenti; le riprese del prosieguo, proprio in
questi giorni, sono già in corso d’opera. Vivamente consigliata
agli amanti del genere, Servant è una serie d’autore che
spiazza soprattutto grazie al colpo di scena più singolare: il
regista del Sesto senso, a oggi, non ha mandato tutto a gambe
all’aria. Viva le serie TV. Più stagioni ci
saranno, più saranno rimandati a domani – non senza timore – i
fasti o i disastri della famiglia Turner. (7+)