mercoledì 14 novembre 2018

Recensione: I due esorcisti, di Ray Russell

| I due esorcisti, di Ray Russell. TEA, € 14, pp. 206 |

I venti funesti di Halloween sono passati così come sono arrivati. Nelle vetrine del cinese all'angolo brillano già le luminarie natalizie. Tra una cosa e l'altra, questa volta, sono rimasto un po' indietro: la zucca da buttare con un groppo in gola nell'umido organico – è stata la prima incisa da me, l'ho chiamata Belinda –, il mancato biglietto per il reboot di John Carpenter in sala, la recensione di un romanzo rispolverato in una sera di candele tremolanti e castagne tenute in caldo. Fino al mese scorso inedito in Italia, I due esorcisti ha preceduto di un decennio buono romanzi cult come L'esorcista e Rosemary's Baby. I titoli venuti dopo, non facciamone mistero, lo hanno raggiunto e abbondantemente superato in fretta. Nell'inedito di Ray Russell – scomparso vent'anni fa e nel mentre diventato autore cult per Stephen King e Guillermo Del Toro –, c'è tuttavia del pionieristico: molto di lodevole. Un'ironia affilata e un gusto per il satirico, ad esempio, che nei primi anni Sessanta facevan sì che lo scrittore parlasse e sparlasse senza peli sulla lingua di ciò che di più sacro esistesse per l'americano medio: la Chiesa e la famiglia. 

Non potremmo dire che gli attuali psicoanalisti, credendo di curare scientificamente i loro pazienti, stanno invece praticando in maniera inconsapevole un moderno esorcismo che scaccia effettivamente e letteralmente il diavolo dai corpi dei loro pazienti? Danno alla cosa un altro nome, ricorrono a rituali e termini differenti e si rifiutano di riconoscere il Diabolus quando lo vedono, certo, ma questo si spiega semplicemente rifacendosi a Baudelaire. È così che vuole il demonio. La migliore astuzia del diavolo sta nel convincerci che non esiste.

Siamo al St. Michael: parrocchia che appare decorosa ma provinciale agli occhi del nuovo parroco, abituato alle migliori frequentazioni e alle peggiori calunnie. Padre Sargent, bello e chiacchierato, è approdato in città perché in fuga da uno scandalo. Peccava infatti di eccessiva vanità e, di tanto in tanto, alzava un po' troppo il gomito. O una retrocessione o la scomunica, gli hanno intimato, proponendogli di sostituire un sacerdote destinato ad altre greggi. Forse perché promosso, forse perché in procinto di scappare da qualcosa di losco: l'influenza di Susan Garth. La sedicenne, orfana di madre, rifugge la vista del crocifisso, si spoglia in pubblico attirando sguardi libidinosi, pecca di cattiva condotta. Le servirebbe uno psichiatra, ma un padre burbero e omertoso la porta invece in canonica. Da lì i parrocchiani sentiranno urla e risate indecorose, il frastuono dei vetri infranti, l'odore dello scandalo. Non sanno che c'è un logorante esorcismo in corso né che Sargent – la barba sfatta e tentazioni dappertutto – è affiancato dal Vescovo Crimmings in persona. All'appello non possono mancare vomito, turpiloquio e mutilazioni corporee. Ma il rito, per fortuna, questa volta è fatto più di parole che di brutture. Mentre la mano dell'Altissimo minaccia all'esterno fulmini e saette con un temporale da apocalisse biblica, fra le mura sacre si è tutti presi da un assedio di cui sono ignari i pettegoli e i complottisti della città. Una prova di forza disputata da sacerdoti di generazioni opposte: il primo scettico e con gli scritti di Kafka e Baudelaire sul comodino, l'altro dal credo incrollabile. All'inizio, eppure, scartano l'ipotesi di una possessione demoniaca. Forse che in fondo non credano nel Diavolo, e dunque in Dio? Il bene e il male, infatti, sono facce complementari della stessa medaglia. 

L'omicida e la vittima si guardarono l'un l'altro con una certa comprensione e, in quel frangente, compresero per la prima volta la più profonda, terribile ed eterna verità della dannazione: che non distingue tra colui che commette l'atto colpevole e colui che in cuor suo desidera sia commesso.

Ben scritto ma sconsigliato a chi in cerca di brividi facili, I due esorcisti doveva risultare senz'altro provocatorio per l'epoca: i vizi privati del clero messi alla berlina, la denuncia della violenza fra le mura domestiche, le prime controversie sessuali e nessuna risposta consolante racchiusa nell'epilogo. Le pagine son poche, la suspance abbonda. Merito dei salti equilibrati da un personaggio all'altro e di un'inattesa dimensione corale. Dei capitoli lapidari e accattivanti, conditi da dialoghi fiume e tracce di psicoanalisi. Di una struttura variabile che, alla maniera degli autori moderni, vive sospesa fra psicologia ed esoterismo, questo mondo e l'altro. Quanto è sottile la linea che li separa, tocca chiedersi, se l'autore chiude il romanzo con un inquietante aneddoto biografico? Il ronzare di quattro mosconi sbucati dal nulla gli diede il tormento, pare, proprio nella stesura del capitolo clou: un frullare di ali, uno sfregare di zampette che lasciano suggestionati al pensiero di questo presunto sabotaggio. Ben più della lettura di un horror che paura non me ne ha fatta, no, ma in compenso mi ha regalato un'importante lezione di filosofia morale sulla fede, il libero arbitrio, la natura spinosa del peccato.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode – Black Celebration

lunedì 12 novembre 2018

Post scriptum: sono (anzi, siamo) ufficialmente online

Appena una settimana fa trovavo il coraggio di condividere con voi un'altra parte di me. 
Una storia scritta e riposta, con il serio rischio di tradirmi dimenticandola, finalmente in cerca di una casa sua. Ancora prima che presso un editore – e di questo devo dirvi grazie, mille volte grazie – l'ha subito trovata in voi. Che l'avete accolta con curiosità, condivisa e suggerita, fatta un po' vostra a scatola chiusa. Nei giorni scorsi ho cercato di vestirla al meglio per non deludervi. Nelle venti pagine di anteprima previste della Bookabook ho cercato così di imbrogliare come potevo, fra tagli strategici e un font minore, mettendoci tutta la dolcezza di Milo, scorci delle ombre di Eureka, una nuova arrivata che fa il suo ingresso proprio sul più bello. 
Ho inseguito i colleghi blogger per il passaparola, scritto due post – questo è il terzo e ultimo, giuro –, limato i capitoli introduttivi nei limiti delle mie possibilità (e che fatica incastrare incombenze grandi e piccole, ma ce l'abbiamo fatta anche questa volta mascherando il fiato corto). Come ti senti, mi ha chiesto qualcuno? Felice, agitato, dubbioso? L'ansia è andata sbollendo man mano, sarò sincero, come succede in fila agli esami decisivi, e adesso non mi resta che quel moto di rassegnata accetazione che sulla mia faccia somiglia vagamente alla pace dei sensi. Ho fatto il mio, infatti, e da quando lo scorso venerdì ho inviato il file Word all'editore ho ripreso a respirare più piano dedicandomi alle cose di sempre: sfoltire la barba cresciuta nel mentre, ripetere Romanza per l'imminente appello per laureandi, pulire il bagno e fare la spesa, scrivere recensioni arretrate che tuttavia non hanno perso d'urgenza. Da domani si riprende con la solita vita, con il solito blog – lo stesso che con quasi 4000 voti, ho scoperto, si è classificato sesto ai Macchianera Internet Awards. Oggi, invece, sono online.


Malanotte. Lettera aperta a una cara catastrofe. Cartaceo, € 16.00. Ebook, € 5,99. pp. 280 |

sabato 10 novembre 2018

I film che leggeremo: Grandi autori, grandi attori

Widows – Eredità criminale
15 novembre 2018
Sono le mogli affrante di un gruppo di criminali colti in flagranza di reato. I loro mariti avevano una doppia vita di cui non le donne non erano a conoscenza e, siccome l'elaborazione pretende spietate simmetrie, adesso hanno diritto a una doppia vendetta raccogliendo fedelmente l'eredità dei compagni. Colpiscono il sistema coalizzandosi e, insieme, le sale cinematografiche di un mese già pieno di uscite. Se lo sviluppo da classico heist movie poco chiama – l'omonimo romanzo di Lynda La Plante ha già ispirato una miniserie degli anni Ottanta –, lo stesso non può dirsi di un cast femminile al tempo del #metoo. Cuore della rapina una Viola Davis sempre e comunque in odore di nomination. Le menti, invece, sono lo Steve McQueen di Shame e 12 anni schiavo e l'onnipresente Gillian Flynn.


Chesil Beach 
15 novembre 2018
Squadra vincente non si cambia. Lo sa bene Ian McEwan che, passato purtroppo in sordina con l'intenso The Children Act di cui si parlerà a breve, quest'anno torna sul grande schermo portandosi dietro una piccola grande interprete a cui devo il mio amore e il mio odio smisurato per Espiazione: maestoso dramma in costume che sempre da un romanzo dell'autore britannico era tratto. Siamo nei primi anni Sessanta, il sesso è tabù. Come se la caveranno a letto due timidi sposini – lei non poteva che essere, allora, l'instancabile Saoirse Ronan – durante una travagliata luna di miele? Il romanzo, a titolo preventivo, mi aspetta sul comodino.


Un piccolo favore
13 dicembre 2018
Una gentilezza tra mamme, una cosa da poco. Soprattutto se tu sei Anna Kendrick, blogger goffa e svampita, e lei al contrario ha le forme statuarie di una Blake Lively affascinante e autoironica. Peccato che l'invidiata moglie trofeo scompaia nel nulla, con una valigia carica di segreti e un compito ingrato per l'altra. Il giallo è dietro l'angolo, nel film campione d'incassi di Paul Feig, ma si tinge a tratti di glamour e sorrisi sardonici come pare succeda nel romanzo di Darcey Bell. Un po' thriller, un po' chick lit: sarà all'altezza dei paragoni con Big Little Lies?


The Little Stranger – L'ospite
31 agosto 2018 (USA)
Nemmeno il tempo di buttare via la zucca intagliata, di chiudere la parentesi dedicata a brividi freddi e salti in poltrona, che mi trovo di nuovo a pretendere una visione a tema Halloween. E che visione! Una villa infestata, l'arrivo di uno straniero, il confine invisibile tra psiche e paranormale. Scrive Sarah Waters, consolidata promessa del mystery. Dirige Lenny Abrahamson, che dopo l'indie si dà al gotico. Ruth Wilson, Domhnall Gleeson e Charlotte Rampling, invece, figurano come eccellenti padroni di casa. I tiepidi pareri d'oltreoceano suggeriscono di non aspettarsi il bis, no, all'indomani dei fasti di The Haunting of Hill House. Male che vada, comunque, cosa pretendere di più british di così?


Wildlife
19 ottobre 2018 (USA)
Ci sono tanti, troppi buoni motivi per cui dovremmo affrettarci a conoscere la storia dei coniugi Brinson. Proviamo a elencarne appena un paio. Si tratta di un dramma neorealista in stile Revolutionary Road che parla di sogni – l'amore per sempre, quello americano – in crisi: a portarlo in libreria è stato l'osannato Richard Ford. È l'esordio alla regia di Paul Dano, attore passato dall'altra parte della macchina da presa fra gli applausi di Cannes e del Sundance. Segna la prima collaborazione tra alcuni dei più grandi e sottovalutati di Hollywood: Jake Gyllenhaal e Carey Mulligan. Abbastanza per diresì, sì, assolutamente sì?


Bel Canto
14 settembre 2018 (USA)
Avrebbe dovuto dirigerlo il nostro Bernardo Bertolucci prima dell'inattività, pare. Lo ha salvato dal cestone delle sceneggiature dimenticate, infine, il volenteroso Paul Weitz. È tratto da un titolo Neri Pozza atteso al varco per una ristampa richiestissima in rete. Ha fra i protagonisti i premi Oscar Julianne Moore, qui splendida cantante lirica, e un Ken Watanabe sotto sequestro. Insomma, quando è così, viva il riciclo. Presi in ostaggio dai terroristi in un paese del Sud America, i due saranno al centro di una storia di suspance, solidarietà e forse amore. Che melodramma vecchio stampo sia, purché appassionato.

giovedì 8 novembre 2018

In pre-ordine dal 12 novembre: Malanotte. Lettera aperta a una cara catastrofe

Lunedì ho condiviso con voi annuncio e agitazione. Leggere i vostri commenti mi ha messo il cuore in pace e, abbiate fede, fra una lassa di Filologia da tradurre e qualche altro preparativo da ultimare, prometto di rispondervi uno a uno, piano piano.
Domani mi apriranno le porte sia Pensieri Cannibali con un'intrigante playlist a tema, sia Un libro per amico con un assaggio dell'incipit nella rubrica Chi ben comincia.
Il 12 novembre, invece, il lancio ufficiale previsto per il tardo pomeriggio: una volta online sul sito Bookabook, ve lo ricorderò sui social e con un piccolo banner nella colonna laterale del blog. Vi ho parlato di date, cifre e scadenze. Delle mie immancabili ansie da tenere a freno e del progetto di crowdfounding, gradino poco convenzionale che a tratti spaventa. Resta, a questo punto, la cosa più importante: il romanzo da presentarvi. Con tanto di nota biografica e quarta di copertina, che ritroverete nel mezzo della campagna, e un'immagine promozionale. Essendo la pubblicazione in forse non ho una copertina da diffondere, ma l'editore mi ha dato carta bianca e libero accesso a quell'immenso archivio di scatti che è il sito Unsplash. Avevo in mente un unico dettaglio fondamentale – una lampadina incandescente nel buio – e il tocco magico della mia amica Sara, eccezionale padrona di casa di My Caffè Letterario, ha trasformato poi una semplice foto in una meraviglia. Avrete senz'altro modo di sentirmi parlare qui e lì di Malanotte, di com'è nato, quando o perché. Potrete chiedermi di leggere o sfogliare una bozza del romanzo non appena lo avrò riletto e impaginato – sarà compito di un editor professionista, in caso venga raggiunto il goal dei 250 lettori, ma da perfezionista insicuro quale sono preferisco avere l'ultima parola e, soprattutto, il tempo di tirare di nuovo le fila. Mi eclisso lasciando la parola al mio Milo: un taglio netto del cordone ombelicale. Spero vogliate avere cura di lui. E attraverso di lui, così, anche di me.

| Malanotte. Lettera aperta a una cara catastrofe. Cartaceo, € 16.00. Ebook, € 5,99. pp. 280 |

SINOSSI
Cronometro alla mano per lavarsi i denti, i lacci delle Converse a far pendant con gli stati d'animo e corde del bucato su cui sventolano i capolavori di Beethoven. Milo Jenkins, sedici anni, è un virtuoso del pianoforte, ha mille nevrosi e il fantasma di un pesce farfalla per migliore amico. I suoi lunghi silenzi e un candore senza età hanno reso sicura la diagnosi: è affetto da una forma di autismo ad alto funzionamento. Un ragazzo speciale, lo definirebbe qualcuno. Se vivi in una città che somiglia alla cupa Eureka, però, non ci sono parole gentili per un orfano di madre con gli occhiali a fondo di bottiglia, la schiena ricurva sotto il peso dei libri e gli incisivi a zappa. La svolta tanto sperata ha la gonna troppo corta e le occhiaie viola di Iris, forestiera bella come un film di Tim Burton. Sulla tela della loro adolescenza, uno schizzo rosso sangue. Sotto una coltre di foglie secche, cadaveri innocenti. Corre, Milo. Ma verso Iris o lontano da lei? Un diario ritrovato, un'eredità improrogabile, due storie parallele che si incontrano seguendo il filo conduttore della musica. Truce e dolce, Malanotte. Lettera aperta a una cara catastrofe è una fiaba splatter dove i baci hanno un retrogusto segreto e tra sogno e delirio, amore e morte, non c'è grado di separazione.

L'AUTORE 
Michele Del Vecchio (Palermo,1994) nasce su un'isola, passa le estati della sua infanzia all'ombra del Vesuvio e a otto anni si trasferisce nella regione che, stando a torto alla pagina Facebook, non esiste. Vive tra Termoli e Pescara con quel che resta della sua famiglia e l'irresistibile Ciro, un tigrato europeo che odia tutti e in cui spera fermamente di reincarnarsi in un’altra vita. Fondatore nel 2012 del blog Diario di una dipendenza e plurifinalista ai Macchianera Internet Awards nella categoria Miglior sito letterario, sta lavorando a una tesi magistrale in Letteratura teatrale italiana.

lunedì 5 novembre 2018

Ho scritto qualcosa, sono stato contattato da un editore, mi pubblicano (forse)


Scrivevo queste esatte parole. Ai fedeli degenti di Diario di una dipendenza, che hanno creduto
Purtroppo, nel mentre, al solito, non ci ho creduto io. Rischiando che le dediche in apertura andassero sprecate e che le mie storie, sotto silenzio, finissero nel cassetto della scrivania in cui tengo le foto di famiglia che non guardo più e un pacco di pastelli dalla punta ben temperata, ormai inservibili per chi, con l'inattività, ha dimenticato quanto gli piacesse disegnare da bambino. Ho rispolverato il tutto, in questi giorni, perché ho trovato infine il coraggio di fare una cosa molto poco da me: in cerca di salvezza dal pantano di un settembre bruttissimo, e forse lo avrete percepito fra le righe di qualche post, ho mandato in giro una cosa scritta qualche anno fa e presto messa da parte. È successo che qualcuno, a sorpresa, mi ha risposto nell'arco di un mese. Ho ricevuto un contratto editoriale, una chiamata a casa con il prefisso di Milano, una data che cadrà proprio il prossimo lunedì. La vita, sarò sincero, mi ha preso in contropiede. Neanche il tempo di riuscire a domandarmi tra me e me: in cosa mi sono imbarcato proprio adesso, con gli ultimi esami, la tesi magistrale, un alloggio da fuori sede per le mani? Ho accolto la notizia con un misto familiare di orgoglio e paura. Nel momento più giusto e sbagliato dell'anno. Al pensiero che quel treno, poi, sarebbe passato oltre. Ho scritto un romanzo un po' sui quaderni a righe del liceo classico, un po' all'università. Bookabook mi ha dato il via libera. Mi pubblicano (forse).

Bookabook e il crowdfounding
In una parentesi tonda, eccola lì: l'incertezza. Perché la proposta di pubblicazione non è il traguardo, questa volta, ma il punto di partenza. Bookabook, editore indipendente giovane ma dalle idee brillanti, lascia che la parola decisiva spetti ai lettori. Dopo la regolare selezione, infatti, finirò in prevendita nella data pattuita: sul loro sito troverete a breve una sinossi, una breve nota biografica, un'immagine promozionare ancora da definire e, soprattutto, venti pagine da sfogliare in anteprima. Parleranno i numeri, parlerà chi mi acquista. Per quale motivo arrischiarsi a pubblicare un romanzo che nessuno vorrà leggere, se l'editoria è satura di novità e di pessimi investimenti? Dal 12 novembre sarò allora in prevendita, in versione cartacea (€ 16,00) e in ebook (€ 5,99). Limpidissimi, i ragazzi della Bookabook mi ospiteranno sul loro sito per cento giorni, fino alla chiusura della campagna: cosa avrò raccolto nel mentre? Si spera, abbastanza lettori – minimo 250, che pochi non sono – per andare avanti nel mio percorso: essere seguito da un editor, pubblicato, distribuito nelle librerie fisiche e virtuali. Cosa succede se il goal delle campagna di crowdfounding non dovesse essere raggiunto? I diritti del romanzo torneranno miei, il denaro delle prevendite sarà restituito agli acquirenti e, al di sopra delle 60 copie vendute, pur non essendoci chance di pubblicazione, l'editore si impegnerà comunque a far ricevere copie limitate e corrette ai lettori di buona volontà che, a scatola chiusa, si son fidati di me. Non vi nascondo che, giacché timidissimo, pessimo a vendermi, più abituato a parlare delle cose altrui che delle mie, il gradino da superare mi pietrifica. Cosa ho da perdere, d'altra parte? Me lo domando da giorni, e così facendo mi faccio forza. Qualcosa bolle in pentola, vero, ma a un passo da Halloween ho avuto paura a sollevare il coperchio. 
Mi guardo intorno – vi leggo, vi vedo – e mi rassicuro già. Mi butto (lo prometto: non via).

I passi da fare
Non ho intenzione alcuna di snaturare il mio blog, in cui continuerò a parlare di cinema, serie TV e romanzi con cadenza regolare – non del mio, tranquilli! Non voglio darmi allo spam selvaggio, né costringervi a post a tavolino o a blog tour in nome di una lunga conoscenza. Non vi annoierò: liberissimi, anzi, di essere interessati ai miei post e non al resto. Come si fa a consigliare spassionatamente, tra l'altro, un romanzo ancora in forse? Qualcosa che c'è e non c'è al tempo stesso? Un gatto di Schrodinger? Devo chiarirmi le idee: cerco consigli spassionati e un po' di pubblicità, che non guasta. Oggi stesso scriverò all'editore – a tal proposito ringrazio pubblicamente la redazione, e in particolare Chiara, che perora instancabilmente la mia causa e risponde senza batter ciglio alle mie domande più stupide – e spero di potere inviare a coloro che lo vorranno il banner, la sinossi ufficiale e un estratto per un'anteprima a tema. Poco ma sicuro, venerdì mattina sarò ospite sul blog Pensieri Cannibali per parlarvene un po' attraverso una speciale playlist.

Il romanzo: Malanotte
In questi giorni l'ho sfogliato di nuovo, sapete? La rilegatura scricchiolava, talmente tanto era il tempo passato dall'ultima volta. Maestro nell'autodemolirmi, così come avevo cercato invano l'inghippo in un contratto oggettivamente inappuntabile, volevo convincermi che i miei personaggi, la mia storia, non mi parlassero più. Invece sono cresciuto, sono cambiato, ma a sorpresa non ho smesso di volere loro bene. Ho un difetto, infatti: mi affeziono a tutto quel che faccio, anche se mi dicono spesso che non dovrei. E così mi sono scoperto affezionato ancora a loro, che mi hanno fatto compagnia durante l'ultimo tratto dell'adolescenza e nei pensieri dei quali, ormai ventiquattrenne, potrò rispecchiarmi ancora per poco. Ci vuole un'età per tutto, credo: certamente per essere credibili. Ci vuole un foglio volante che tenga traccia di chi e come sono stato: l'adolescenza, per quanto atipica sia stata, penso vada tenuta stretta. Era nato così Malanotte (che per ragioni editoriali molto probabilmente avrà un sottotitolo). Per dire che alcune città alla Stephen King di giorno possono sembrare rassicuranti, ma la notte qualcosa cambia nell'ululato del vento. Per dire che se hai sedici anni, gli occhiali a fondo di bottiglia, i denti storti e mille piccole manie certe notti possono sembrare cattive da morire. Per dire, soprattutto, qualcos'altro. 
Se non hai il physique du rôle, nella migliore delle ipotesi, altrove ti ridurrebbero infatti a una spalla comica; a un figurante anonimo che non ha diritto strada facendo a qualche colpo di testa o di cuore. Qui, invece, ti ritrovi tuo malgrado voce narrante e protagonista assoluto: puoi risolvere all'occorrenza il giallo di macabri omicidi rituali, innamorarti dell'ultima arrivata in città mentre in un cinema d'essai guardate Cantando sotto la pioggia, avere finalmente voce in capitolo. A partire dalla settimana prossima, a tal proposito, potrete avere voce in capitolo anche voi, che ringraziavo già in quella dedica programmatica. Miei sostenitori sulla fiducia, spero, capaci di farmi credere nei miracoli della lettura e in com'è che gira il mondo ancor prima che aprissi bocca. Per questo e per altro, per questi sei anni e mezzo di blog ad esempio, già grazie.

sabato 3 novembre 2018

I ♥ Telefilm: Unbreakable Kimmy Schmidt | Big Mouth S02

Hanno vissuto per quindici anni in un bunker. Pensavano che la vita, fuori, fosse stata spazzata via dai venti di un'apocalisse biblica. Purtroppo per loro, si sbagliavano. Le Donne Talpa rivedono la luce del sole: liberate durante un'incursione militare di tutto rispetto, con il colpevole assicurato alla giustizia e un intero mondo da scoprire. Messa così, la storia di Kimmy potrebbe sembrare la stessa del Jack di Room: anche qui la claustrofobia, le bugie, la scoperta tardiva della libertà. Peccato che lei, più che all'adorabile Jacob Tremblay, somigli alla coinquilina trentenne di New Girl: candida, rumorosa, colorata. Devono essere state le somiglianze con un film e un sitcom da me molto amate a non farmi andare d'accordo, all'epoca, con i modi di questa Kimmy tutta pepe: sopravvissuta sopra le righe con uno sviluppo che pensavo già di conoscere e un'ironia non per tutti. Ci ho riprovato anni dopo, giacché di comedy intelligenti non si ha mai abbastanza, cercando la sua compagnia a pranzo e cena. Durante i pasti, tutti i giorni, per quattro stagioni e un po' – i restanti sette episodi, gli ultimi, andranno in onda il prossimo anno. Per un pelo mi sarei perso un gioiello del suo genere, con tempi comici pazzeschi, cameo d'eccezione – una doppia Tina Fey, la Laura Dern che non t'aspetti e, soprattutto, il predicatore truffaldino di Jon Hamm – e un cast senza un personaggio fuori posto, che spesso e volentieri, a suon di battute vincenti e stramberie nonsense, ha rischiato di farmi andare il boccone di traverso. Il merito, a detta dei più, va alla rivelazione Ellie Kemper, che cerca se stessa, il lavoro e l'amore in una Grande Mela la cui buccia luccica, sì, camuffando l'acidità e i vermi; o ancora alla spalla Tituss Burgess: appariscente coinquilino omosessuale che punta ai musical di Broadway e al cuore di un muratore italo-americano. Ovviamente, fatto a modo mio, pur riconoscendone il talento non mi sono affezionato tanto a loro quanto alle irresistibili comprimarie Jane Krakowski e Carol Kane: la prima moglie trofeo con appartamento con vista che, perso il brillante al dito, perso l'attico, si reinventa senza deporre mai le arie da bionda svampita; l'altra, affittuaria dalla fedina penale losca, rattristata per l'arrivo degli hipster in quartieri malfamati che andrebbero lasciati tali. Qualche calo, percepito però di sfuggita nella continuità del binge watching, è da segnalare giusto in una terza stagione con puntate che superano spesso la mezz'ora e passi un po' incerti. Per il resto, la verve contagiosa di Kimmy Schmidt, più che infrangibile, mi è parsa inarrestabile. Avrei voluto che le mie pause pranzo, così, fossero più lunghe; che non ci fosse il prossimo 25 gennaio come data di scadenza per questo tornado di buonumore che sfida la pioggia, la presidenza Trump e il rischio indigestione. Sarà che nel tempo speso a ridere e mangiar bene c'è sempre tanto, tutto, di guadagnato. (7,5)

Gli esami e l'adolescenza, si dice, non finiscono mai. E la pubertà? Non di certo in Big Mouth, serie animata giunta con straordinario successo alla seconda stagione e finita a sorpresa, lo scorso anno, nella fortuna decina delle mie serie del cuore – lo so, qui si parla di ben altri organi vitali, ma son dettagli. I giovani e smaliziati protagonisti, alla scoperta del proprio corpo e all'occorrenza di quello altrui, ci avevano parlato senza peli sulla lingua di masturbazione maschile e femminile, mestruazioni, omosessualità e genitori in crisi. A tredici anni, a un anno di distanza, meglio non aspettarsi grandi cambiamenti dall'oggi al domani. Né sul piano fisico, né tanto meno su quello della scrittura. Restano i soliti i protagonisti, il linguaggio colorito, le grasse risate. Questa volta si parla però di malattie veneree e contraccettivi, delle sabbie mobili della friendzone, della competizione spietata tra donne, e fa il suo ingresso un altro mostro spaventoso: la Vergogna. Quella con la lettera maiuscola, un mantello nero al seguito e un look alla Nosferatu. La stessa che semina imbarazzo fra coetanei, fa riflettere Jay sull'esistenza o meno della bisessualità, mette sotto la luce dei riflettori un'ultima arrivata con la voce di Jane The Virgin e un seno esplosivo. Si sfatano i luoghi comuni, o almeno si tenta con ritmo e ironia. Anche le ragazze si toccano, sognando a occhi aperti le generose profferte dell'attore Nathan Fillion. Anche i ragazzi cambiano: trovano il coraggio di dire grazie e scusa, in fatto di petting e batticuore. Nick, Andrew e i loro amici devono infatti capire che alla loro età ognuno vive gli stessi drammi, in preda alle stesse creature tentatrici. Come ci vedono gli altri è davvero inconciliabile rispetto a come ci vediamo noi? Se la bellezza della condivisione insegna durante una reunion scolastica alla Sausage Party che mal comune è mezzo gaudio, che si è tutti a bordo di una barca alla deriva tra i flutti della malizia, il rischio di ripetersi si è verificato senza grandi recriminatorie. Certo, alcuni meriti tocca riconoscerglieli: le stratificazioni e gli incastri del geniale quinto episodio, in cui le infezioni sono raccontate come in un horror, le cisti ovariche come in un film di fantascienza al femminile, la vasectomia in una commedia newyorkese alla Woody Allen; le figure eterogenee che popolano l'ultimo – un irrequieto demone in prova, ad esempio, o un gatto accomodante e tentatore che simboleggia la depressione, male affatto sconosciuto in giovane età –, prese in prestito da un Inside Out vietato ai minori. Sempre esilarante, sempre fresco e sincero, Big Mouth è tornato a farci ridere nonostante l'inevitabile venir meno della magia della prima volta insieme; dell'effetto sorpresa. Su Netflix. Sotto le lenzuola. (6,5)

mercoledì 31 ottobre 2018

Recensione: The Outsider, di Stephen King

| The Outsider, di Stephen King. Sperling & Kupfer, € 21,90, pp. 530 |

Il giorno in questione dichiarano di averlo visto, fra gli altri, un'anziana impicciona, un'adolescente iscritta in quella esatta scuola, una tassista con cui era in confidenza quel tanto che bastava a chiamarla per nome, un nerboruto buttafuori dal cuore generoso: insieme a loro, poi, sono da prendere in considerazione la clientela di uno strip club fuori città e un numero imprecisato di telecamere di videosorveglianza. L'uomo sembrava gentile ma sospetto: ricambiava i saluti, scambiava quattro chiacchiere, ma gli spruzzi cremisi sulla camicia – forse epistassi? – e i modi stranamente sfuggenti raccontavano tutt'altro. Una riprovevole storia di cannibalismo e pedofilia che in un parco pubblico, seguendo le fitte orme di sangue, portava direttamente al corpo scempiato di un undicenne: seviziato con un ramo acuminato, ucciso a morsi. Le deposizioni parlano chiaro: l'identità della belva da destinare all'iniezione letale è risaputa prima ancora che la confermino analisi e ispezioni. Ad aiutare il bambino con la catena della bicicletta, a incrociare il cammino dei disparati testimoni, è stato Terry Maitland: insospettabile, se non avesse perfino la scienza contro. Ma l'assassino – padre di famiglia e professore stimato, nel tempo libero anche allenatore di successo – ha un alibi incrollabile che non lo risparmia tuttavia da un arresto plateale durante una partita di football o dalle conseguenze della gogna pubblica a cui è sottoposto troppo presto. Il giorno in questione, in compagnia di altri insegnanti, partecipava infatti a una serie di conferenze didattiche altrove: lo raccontano l'autografo con data del giallista Harlan Coben, altre telecamere, le impronte digitali lasciate su un libro di cui all'ultimo aveva rimandato l'acquisto. Si può essere in due posti contemporaneamente?

Tutto è possibile. Il mondo trabocca di stranezze.

Non badano al paradosso degno della migliore Agatha Christie, al solito, le iene e gli sciacalli di un circo mediatico che vuole nell'occhio del ciclone anche la sfortunata famiglia dell'accusato: si procede nella ricerca di paladini e mostri, di scoop, nell'era in cui a costituire il giornalismo americano sono il passaparola, il presidente Trump e le fake news. Se in un romanzo di uno Stephen King in forma smagliante, efferato e malinconico come non lo si leggeva da un po', tanto gli estimatori quanto i profani immagineranno bene l'esistenza di zone d'ombra in cui la giustizia non osa avventurarsi. Il palesarsi di convergenze misteriosissime che escluso l'ovvio, tolto il probabile, lasciano spazio soltanto all'impossibile. Cosa o chi semina dubbi e paura nella fittizia Flint City? 
In un romanzo ad ampio respiro che parte come un thriller giudiziario sulla falsa riga del caso Simpson e imbocca, infine, sentieri fantastici, a indagare è l'agente Ralph Anderson: il colesterolo alto e qualche chilo di troppo che fanno inferocire l'altrimenti adorabile moglie Jeannie, il primogenito all'università, un abuso di potere che lo rende all'improvviso un uomo giusto macchiatosi di un errore imperdonabile. Come fare pace con la propria coscienza, se non riabilitando l'onore di Maitland? È quando la sua ricerca a tentoni sembra avere raggiunto un vicolo cieco – a metà, dopo un capitolo che è un capolavoro di suspance in cui le fila potrebbero essere già belle che tirate – che il destino, altra presenza immancabile, lo mette in contatto con una nostra carissima conoscenza: cinefila doc, emotivamente chiusa a riccio, se ne va in giro con l'inseparabile Castigamatti e l'ombra di Bill Hodges a cui elevare di tanto in tanto tenerissime preghiere. The Outsider segna non solo il rimarchevole ritorno del Re all'horror, ma altresì quello dell'indimenticabile Holly della trilogia di Mr Mercedes nelle vesti di coprotagonista – a proposito di grandi cambiamenti, invece, va segnalato il passaggio del testimone all'ottimo traduttore Luca Briasco. Ora a capo della Finders Keepers, abituata com'è alla presenza del soprannaturale, è lo spirito guida del personaggio femminile a rendere razionale l'irrazionale e un po' dolce il sapore dell'incubo.

Ma credo nelle stelle, e nell'infinità dell'universo. Il Grande Là Fuori. E qui sulla terra, credo ci 
siano infiniti universi in ogni manciata di sabbia, perché l'infinito è una strada a doppio senso. Credo che nella mia mente ci siano decine di idee dietro quella che di volta in volta riesco a concepire. Credo nella mia coscienza e anche nel mio inconscio, pur non sapendo esattamente in che cosa consistano. E credo in Athur Conan Doyle, che ha fatto dire a Sherlock Holmes: 'Una volta eliminato l'impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità'.

Destinazione finale: un Texas da selvaggio west, fra serpenti a sonagli e lontane credenze, dove le scienze forensi e le leggende oltre confine si scoprono un tutt'uno, le grotte insidiose ricordano le reti fognarie di It e qualcuno racconta di aver interagito nel sogno con un mostro con gli occhi di paglia e un sacco in pugno. Che sia un sadico ladro di identità o un diavolo sputato dalla bocca dell'inferno, metafora o verità tangibile, questo Uomo nero rivisto e corretto ha il modus operandi di un serial killer; si apposta sulle scene del crimine, ghiotto di tristezza e allarmismo; fa zittire grilli e coyote al solo passaggio e controllare la corretta chiusura di porte e finestre ad adoni d'un tratto spaventati dal buio. Severamente vietato parlarne al condizionale: ignorarne l'esistenza non fa sì che smetta di esistere.
L'affascinante tema del doppio proviene dalle suggestioni di un racconto di Allan Poe, la figura dell'Outsider dalle nonne messicane. Stephen King ci mette il resto, pregi e difetti compresi. La seconda metà del romanzo è infatti un salto nel lato oscuro tutt'altro che innovativo che potrebbe scontentare, vero, coloro che alle prese con il realismo iniziale – sbirciamo in prima battuta referti autoptici e trascrizioni di interrogatori, ascoltiamo registrazioni private – si erano auspicati uno svolgimento in linea con il giallo classico. Per il resto, splatter, visioni e deliri appartengono a chi ha ispirato di recente il successo cinematografico di Andy Muschietti, insieme a personaggi di indescrivibile umanità destinati a unirsi benché schierati in principio da una parte e l'altra della barricata. 
Capace di partire da lontanissimo e di rivelare senza fretta le proprie carte, collegando coincidenze apparenti e misfatti distanti nel tempo e nello spazio, l'amato King emoziona a sorpresa con una favola a tinte forti sui confini dell'universo, il potere della condivisione, l'importanza sacrosanta dei brutti sogni.

«I sogni sono il nostro modo per entrare in contatto con il mondo invisibile, o almeno è questo che credo. Sono un dono speciale.» 
«Anche gli incubi?» 
«Sì, anche gli incubi.»

La realtà è uno strato di ghiaccio troppo sottile, almeno per pattinatori inesperti o scettici di natura. La provincia statunitense, al contrario, è la metafora del melone del buon Ralph: un frutto a volte solido fuori ma marcio all'interno. Come ci finisco dentro i vermi brulicanti, ci si domanda, data la buccia all'apparenza perfetta? Lo scriveva già William Shakespeare d'altronde: ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia. Nell'ultimo Stephen King in libreria, prendetemi alla lettera, ce n'è qualcun'altra in più.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Metallica - Enter Sandman