mercoledì 18 luglio 2018

Recensione: La vita sessuale delle sirene, di Andrea Malabaila

La vita sessuale delle sirene, di Andrea Malabaila. Clown Bianco Edizioni, € 17, pp. 254 |

Sembra proprio una sirena, Ilaria, il giorno delle sue nozze. Una raggiera di capelli biondi, il viso a cuore alla Scarlett Johansson e un tuffo proibito, a bomba, nella piscina del ristorante. Dall'acqua piena di cloro, però, riemerge mezza svestita e in compagnia. Lo realizza amaramente Leo, lo sposo tradito a tre ore di distanza dall'agognato sì: sua moglie gli ha messo le corna, e per di più con quel pallone gonfiato del cognato. Hanno ancora il riso impigliato nei capelli, i regali degli invitati da scartare, tutta la vita davanti. Ci si può separare in tempo record, sulla soglia dei trent'anni? Soprattutto, ci si può reinventare dopo un ego platealmente infranto? È da queste premesse che parte La vita sessuale delle sirene, ultimo romanzo arrivato in libreria di Andrea Malabaila – e del fondatore di Las Vegas Edizioni, lo scorso anno, vi ricordo di avere già letto e apprezzato l'altrettanto adorabile Green Park Serenade. Questa volta non siamo a Londra, bensì nella Torino bene. I protagonisti si sono conosciuti e innamorati lì, un lustro prima, durante un pomeriggio di primavera in cui l'incanto era nell'aria e la cupola della Mole somigliava al cappello di una fata. Ilaria e Leo sembravano affiatatissimi, sembravano a casa. La loro rottura è così la scusa buona per spostarsi, allontanarsi, viaggiare, ritornando comunque al punto di partenza. Forse, alla stessa magia a cui obbediscono le forze centrifughe di una piccola epopea lunga l'arco di una commedia romantica – agrodolce, un po' glamour, in perfetto stile Harry ti presento Sally. Anche la fine è infatti questione di punti di vista, e il tracollo tragicomico dei due altro non è che un nuovo inizio.

Se fossi obbligato a non rivedermi mai più oppure a rimanere con me per sempre, cosa sceglieresti?

Accasarsi quando non si ha l'età: quante possibilità, quanti sogni può precluderci? Si rischia di lasciarsi sfuggire le tappe, i colpi di testa, gli sbagli della gioventù, le discoteche e la leggerezza del sesso occasionale. Leggiamo dunque della trasformazione di Leo, che s'imbarca da solo per la luna di miele – direzione gli Stati Uniti, tra escort di lusso, poker e fiumi di alcol riparatore – ed evolutosi, al ritorno, da mediocre impiegato a spregiudicato yuppie. Il vecchio sé stesso ci è annegato per sempre, in quella piscina: la versione aggiornata si è indurita, instronzita, e cerca simpaticamente vendetta verso chi ha osato sottovalutare la sua creatività e il genere femminile tutto. Cos'è al contrario del destino dell'impenitente Ilaria, moglie fedifraga che si è attirata per forza di cose il biasimo della famiglia perbenista? Un taglio netto – ai capelli lunghi, al passato –, un modesto appartamento in proprio e un lavoro che poco rispecchia la sua laurea in Psicologia. Si aggrappa al palo della lap dance, attratta dal potere della bellezza, dalle doppie identità dei locali notturni, dal mostrarsi senza darsi: un talent scout d'eccezione, tuttavia, potrebbe farla svoltare nello showbusiness.

Non si parla di divorzio ma di annullamento. Come se si potesse annullare qualcosa che non è mai esistito, pensa Leo. Si possono annullare i draghi, le chimere, le sirene, i centauri, i grifoni? Si possono annullare i personaggi dei romanzi? Stabilire con un decreto che Anna Karenina, Holden Caulfield, Jay Gatsby e Emma Bovary non sono vere persone? Che il suo – il loro – non è un vero matrimonio?

I protagonisti, ora depressi, ora impegnatissimi, si danno il cambio. Si mostrano contraddittori e onesti, fra pregi, difetti ed errori condivisi. Invecchiati precocemente, allontanatisi in fretta, sperimentano il giro delle prime volte nella seconda parte della loro vita. In tre anni, in queste 250 pagine, si penseranno spesso, si incroceranno in città e cambieranno strada all'ultimo; accetteranno di rivedersi, infine, una volta e basta. Come sarebbe stato se, si domanderanno? Come sarebbe stato, soprattutto, senza
Fa loro eco un Malabaila fresco e puntuale, dai sorrisi diffusi, che qui si interroga di miti e leggende in divenire. Di relazioni che non vogliono scadenze, ma una macchina del tempo sì. Non tutti i tradimenti vengono per nuocere. Sono il la, a volte, per una personale rivoluzione. Basta percorsi prestabiliti. Basta routine. Al giorno d'oggi, non ci si trasforma più in spuma davanti al mancato lieto fine (ma, mi raccomando, non ditelo ad Ariel).
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: TheGiornalisti – Questa nostra stupida canzone d'amore

lunedì 16 luglio 2018

Recensione: Le ferite originali, di Eleonora C. Caruso

| Le ferite originali, di Eleonora C. Caruso. Mondadori, € 19, pp. 352 |

Inutile stare qui a pesare e soppesare. Le parole, i pensieri, li formulo e li risputo: ridotti all'osso, all'inutile, come noccioli di ciliegie di stagione. Ci sono quei romanzi, infatti, per cui è fatica sprecata, tempo perso in partenza, cercare a tavolino perifrasi, aggettivi o avverbi di modo con cui parlarne. Significherebbe semplificarli. Significherebbe mettere nero su bianco cosa ti è piaciuto, cosa no, e soprattutto spiegare il perché. Impossibile con un animale a sangue caldo come Le ferite originali: lo tengo qui con me mentre scrivo, accanto al mouse, ed eccolo che ancora scotta, che ancora non si cheta. Troppo intricato l'intreccio, che in due cartelle Word non vuole stare? No, se si parla di poligoni sentimentali senza peli sulla lingua né tabù. Troppo celebrata l'autrice, forse? Tutto il contrario, trattandosi di una trentenne al secondo romanzo che si è fatta le ossa scrivendo fanfiction, leggendo il leggibile, e che per la sua inesperienza, per la sfacciataggine dei giovanissimi, avrà senz'altro attirato su di sé l'infondatezza di qualche pregiudizio perbenista. Non si tratta di una lunga epopea: appena 350 le pagine. A intimidire di certo non è la scrittura, affatto pretenziosa, bensì mirata come un pugno in pancia. E allora cos'è, cosa, a farmi sentire impreparato come davanti all'ultimo Paolo Giordano? A ben vedere, non sono di certo personaggi con cui è facile andare d'accordo questi Dafne, Dante e Davide: ciascuno con le proprie mancanze e le proprie manie da abbandono; ciascuno prigioniero di un capoluogo tentacolare e ipnotico, gelido, come la miniatura di una boccia di vetro. Vicini ma distanti, cosa lega allora la figlia di papà con la vocazione per lo shopping e il volontariato, l'uomo d'affari che mostra tenerezza solo alla figlia, lo spilungone occhialuto che ha paura di ingrassare di nuovo e ritornare a una provincia che non sa quanto ambizioso e prezioso sia? Cardine arrugginito e marcescente di una storia altrimenti senza intoppi, Christian: bipolare, bisessuale. L'aria da angelo, l'anima da puttana, con un fratello minore per traviare il quale farebbe carte false – nel rapporto di dolcezza e sopraffazione con Julian, custode involontario dei segreti dei Negri, ci sono delle ombre che ricordano molto quelle fra Fassbender e la Mulligan nello splendido Shame – e una schiera di amanti da usare e gettare come fossero profilattici.

Ho provato a inglobarti, ma non ne ho avuto il coraggio. Ho provato a proteggerti, ma non ne ho avuto la forza. Hai detto che non mi lascerai solo, e siccome io non posso uscire, tu verrai con me.

I tre protagonisti sono i fortunati eletti. Una donna e due uomini che gli aprono le porte di casa, la bocca e le gambe, assecondando il suo desiderio ora di turpitudine, ora di familiarità. Spezzerà il cuore a tutti: perché Christian vive di cocci e di bellezza, di rese. Vorrà essere il solo, il sole. Terrà i piedi in tre scarpe, il coltello dalla parte del manico: cresciuto senza madre né padre, libero e arrabbiato, come una pianta infestante malata sin dalle radici. Lasciarsi tuttavia avviluppare dalle sue braccia lunghe, dai suoi garbugli spinosi, significa circondarsi ora dalla sua bellezza, che in strada farebbe voltare perfino le statue invidiose, ora dal suo disagio, a cui tentare di rimediare per sentirsi illusoriamente felici. L'autrice indugia sui corpi: aperti, esposti, messi all'ingrasso su letti che sembrano tavoli autoptici. A pezzi, inservibili, eccessivi. Diversi da me e da te, troppo, con il rischio di apparire quasi irreali, d'altri mondi – l'eccezione è Davide, che ha gli organi speculari e la mia stessa insicurezza. I dolori, invece, a sorpresa si somigliano sempre. Lividi di diverse sfumature di viola che fanno pendant con gli occhi di chi la malinconia proprio non può scollarsela via dalle ciglia umide di pianto. Tutti con qualcosa da perdere, tutti affamati d'impossibile, tutti in un bolla sul filo del baratro. All'interno si intravede una metropoli un po' paese dei balocchi, un po' sagra della perdizione, con le simmetrie dello skyline modificate dall'Expo e dappertutto giocolieri, musicisti, venditori ambulanti di mostri e magia. Una Milano bellissima, ma scrutata attraverso una vetrata, dall'alto, a distanza di sicurezza. Qualcuno, chissà dove, intanto ascolta ad alto volume Luci a San Siro.

A tutti piacciono le cose strane, sofferenti, imprevedibili, ma se diventi troppo strano, troppo sofferente, troppo imprevedibile, si spaventano e vanno via.

La ragionevole tentazione è quella di distogliere lo sguardo per pudore, perché l'onestà del sangue vivo spaventa. Mi sono ritrovato tuttavia a pensare a loro quattro anche a libro riposto, a luci spente: con o senza, comunque non riuscivo a starci. Le ferite originali è i suoi protagonisti, i buchi neri che hanno al posto del cuore: zavorre cariche, pesanti, che non si sa come sorreggono anziché buttar giù. Non vedi l'ora di arrivare alla fine, e non per sapere cosa sarà di loro. Ma per liberartene in fretta e dimenticarlo, anche se non è mica detto ci riuscirai. Per lavartene le mani, di questa sporcizia, di questa strana bellezza. Non che sia una brutta lettura, anzi, l'opposto. Assoluta, ingombrante, scomodissima, suscita una fascinazione istantanea e nel mezzo mette a disagio. Ci vuole coraggio per scriverlo e pubblicarlo, lasciandolo scabroso e incontaminato come lo troviamo in libreria. Ci vuole coraggio a leggerlo, a tratti, ma più coraggio ancora a regalarci un po' di speranza all'ultimo; una specie di lieto fine.

«Se non avessi paura, ti lascerei adesso […] Perché non ci siamo visti per sei giorni e mi mancavi. E adesso che sto per andarmene mi mancherai.»
«Questo sarebbe un buon motivo per lasciarci?»
«Sì.»
«Puoi anche restare, sai?»

Dafne non si trasforma in una pianta di alloro, no. Dante non esce dalla selva oscura di una mezza età che gli ispira bilanci amareggiati. Davide, aspirante ingegnere, non scopre sui libri una formula matematica per stare improvvisamente bene. E Christian, incostante e bisognoso alla stregua di un bambino abbandonato: meglio perderlo o trovarlo? Cosa fa più male? Eleonora C. Caruso colleziona tagli sanguinanti, amori purulenti, schegge e tessuti. Non cuce, non guarisce, non soffia sul bruciato. È un nervo scoperto, un tasto dolente: un fantasma che si trascina in giro il suo lenzuolo forato, le sue catene, per chiederti in pegno anche il resto. Infine ti grazia, però. Insegnandoti a contare fino a cento per sbollire, e a tendere l'orecchio a destra se in un abbraccio manca il battito. C'è infatti gente che ha cisti piene di denti e capelli, come se nascendo avesse fagocitato in un moto cannibale qualcun altro. C'è gente che ha il cuore dalla parte sbagliata. Lo intravedi pulsare dai labbri profondi dei tagli sul petto, prima che il chirurgo Eleonora ci getti dentro una generosa colata d'oro liquido. Per suturarle e farle risplendere, le crepe delle Ferite originali, come in una pratica giapponese – il kintsugi – che tramuta in arte il secco non riciclabile.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Woodkid feat. Elle Fanning – Never Let You Down

sabato 14 luglio 2018

I ♥ Telefilm | The Handmaid's Tale - Stagione 2

Tremate, tremate, le ancelle son tornate. Quanta strada hanno percorso, da dietro i paraocchi della loro inquietante tonaca rossa. Quanti consensi hanno mietuto, imponendosi nella stagione dei premi e in cima al meglio della scorsa annata. Si aveva sinceramente paura, dopo un ciclo di episodi perfetti, di scoprire quale sarebbe stato il passo successivo; come sarebbe stato, staccarsi dalla mano di una Margaret Atwood che ormai aveva finito il suo lavoro lì – il finale della prima stagione corrisponde infatti al finale del romanzo: dunque cosa inventarsi dopo? C'era tutto un mondo da scoprire, e l'impiego della prima persona ne limitava di molto fra le pagine gli scorci, i punti di vista, le vedute panoramiche. C'era da domandarci cosa sarebbe stato della tribolata protagonista dopo quell'ultimo sguardo in camera, all'indomani della fuga. Ci aspettavamo la rivalsa, per quanto banale potesse suonare; la ribellione. La disobbedienza di June, nella serie televisiva che avuto il buon cuore di regalarle un nome di battesimo, purtroppo dura poco: giusto il tempo di pentirsene, di piegarsi. Riposta la sua luciferina aria di sfida, di ritorno a casa Waterford, diventa Offred. Stanca di fare del male agli altri per colpa dell'egoismo di chi si è scoperta intoccabile, galeotta la pancia miracolosa che cresce e cresce. Stanca di scalpitare. Sembra vinta, a tratti, e dire che in chiusura avevamo fantasticato sulla sconfitta dei bastardi. La fuga, poi il ritorno. Le Colonie, poi il ritorno. La ribellione, poi, complice il senso di colpa, sempre e comunque il ritorno. Il fuori resta perciò poco esplorato. Le sollevazioni grandi e piccole non sono che tappe che riportano con violenza aggiunta allo status quo. Ancora meno agevole, ancora più provante che in passato, si ha l'impressione che ci sia troppo in soli tre episodi aggiuntivi che fanno la differenza, che pesano sulla bilancia. I piatti, così, sono meno in equilibrio. Oscillano sotto un peso che quest'anno non conosce nemmeno la tendenza a sdrammatizzare della voce off; l'ironia o il lirismo della colonna sonora rock 'n roll. Una volta pesavano ogni sopruso, ogni abuso, ogni perdita. Adesso si perde il conto dei cambi di ruolo e di umore di una Elisabeth Moss non così amabile; il numero dei tentati suicidi in nome della disperazione, dei falsi allarmi della gravidanza, dei personaggi introdotti e mai più rivisti, di Colonie sbirciate (con tanto di cameo della rediviva Marisa Tomei, a proposito di personaggi inutilizzati) ma alla fine inservibili a livello narrativo. Mancano all'appello i parenti, i mariti, le amiche che ce l'hanno fatta a raggiungere il confine canadese. Gli autentici momenti da brivido, le scene madri, se tutto ambisce invano a restare impresso – sulla pelle d'oca, nel Gotha della TV. Il ritorno di The Handmaid's Tale è ad ampio respiro, e forse per questo più romanzesco, più dispersivo, con sceneggiatori indecisi su quali dettagli o emozioni concentrarsi davvero. Arriva sempre forte, ma purtroppo meno chiaramente. Per le interferenze di storyline senza sbocchi e, tocca ammetterlo, di immani aspettative. Qualcosa cambia in positivo, a ben vedere, dall'ottavo episodio in avanti. Merito della lenta metamoforfosi di una Yvonne Strahovski da Emmy, combattuta fra la fedeltà alla Repubblica e la solidarietà femminile, fra orgoglio e sottomissione (è proprio lei a impugnare una penna rossa, infatti, e a porgerla a Offred, chiamandola finalmente June); delle sfide di una Bledel che non si spezza e della maternità dell'instabile Brewer, che mi ha commosso con una tenerezza che qualche volta guarisce; della fragile e crudele Eden, andata in moglie all'autista Nick, con un falso bigottismo a nascondere tutto l'avventato ardore dei suoi quindici anni. Le ancelle – non soltanto bestie da monta ma anche vacche da latte, in caso il Signore abbia fatto schiudere il loro frutto benedetto – si scambiano i nomi sottovoce. E ammettono fra le proprie fila quest'anno non soltanto il rosso, ma anche il blu, colore delle mogli trofeo di Galaad. Tutte insieme, allora, se vanno in schieramenti compatti e ordinati oltre il punto fermo messo trent'anni fa da una profetica Margaret Atwood. Ma a malincuore non riescono né a superarlo, né a superarsi. (7)

mercoledì 11 luglio 2018

Recensione: Meglio sole che nuvole, di Jane Alison

| Meglio sole che nuvole, di Jane Alison. NN Editore, € 18, pp. 264 |

Qual è il colmo per un romanzo che ha il sole nel titolo, verrebbe da chiedersi col senno di poi? Rovinarsi irrimediabilmente, se non abbastanza al sicuro nello zaino, durante un acquazzone estivo che mi ha colto di sorpresa a metà strada verso il cinema. Il cattivo presagio, forse, doveva farmi riflettere. Sul fatto che quella copertina bellissima ormai sgualcita, che un editore infallibile che sempre e comunque mi tenta in libreria, questa volta non mi avrebbero accontentato. Con un romanzo, fra titolo e grafica, che in realtà si presenta meglio di quanto non sia. Con una storia che parla di donne, stagioni oziose e letteratura latina, a te che al liceo classico eri uno dei pochi maschi a lezione, che dicevi in fondo di preferire i greci e la quiete delle mezze stagioni agli eccessi di quest'afa qui. Siamo a Miami, isola da film. Siamo nei pensieri di una protagonista dal nome puntato – J come Jane Alison? – che fa un bilancio della propria vita sentimentale all'alba di una pubblicazione ambiziosa.

Non è un paese per vecchie. Io non sono ancora vecchia, ma ho il cuore malato di un vecchio desiderio.

Traduce le Metamorfosi in inglese, le riadatta soprattutto in chiave contemporanea, e davanti a fanciulle che scappano e si trasformano, a un genere femminile capace sempre di reinventarsi, si domanda fra le pagine se sia tardi o presto per cercare l'uomo giusto. Vive al ventunesimo piano di un condominio che si chiama Love Boat, con una piscina (non a norma) a forma di clessidra e sfondi che le rinfacciano continuamente la solitudine della mezza età e l'incessante scorrere del tempo. Unica single su un'arca per privilegiati, si divide così fra la scrittura creativa, qualche preoccupazione per una genitrice che non si arrende all'idea dell'ospizio, le cure affettuose per un gatto cieco che ha spento diciotto candeline e un'anatra ferita che proprio non vuole farsi aiutare. Nel mentre, spia senza malizia chi le sta accanto, e cerca l'ispirazione. I cascamorti nei lounge bar, l'andirivieni sospetto dalla spa per soli culturisti, le liti e i piccoli sabotaggi alle riunioni condominiali, l'amore vero che lega un moderno commesso viaggiatore e una consorte affetta da un dolore cronico che né la premura del marito né la salsedine possono guarire.

È sufficiente avere ricevuto un po' di amore, un tempo. Anche se non ha funzionato a lungo. Forse è sufficiente averne ricevuto in passato, e adesso vivere solo con i suoi frammenti, e non c'è proprio niente di male se dedichi l'amore che ancora ti resta a un vecchio gatto o a un'anatra, ai pochi cari amici, a tua madre. Sull'arca non sono tutti coppia.

Ci sono avvistamenti misteriosi a largo: ammucchiate e cadaveri, perfino sirene impossibili, se di miti si parla. Ci sono gli SMS, i sogni erotici a occhi aperti, una narrazione nella narrazione, fiumi di prosecco: caratteriste di una narrativa non-narrativa che ha lo stile fresco e sincopato, un po' social, di una Chiara Gamberale più colta, più poetica, più leziosa. Le alte citazioni, infatti, non bastano a cancellare l'impressione di una commedia rosa come tante che vorrebbe avanzare pretese autoriali che scontenteranno sia chi chiedeva leggerezza assoluta sotto l'ombrellone, sia chi si era fidato ciecamente del buon gusto della NN – non messo in discussione, eppure, neanche da una lettura che questa volta non mi sento di consigliare – o delle parole lusinghiere dell'autrice di Fato e furia. Insomma: Meglio sole che nuvole non sfigurerà sulla sdraio di quella vicina in là con gli anni che invecchia con stile, lo smalto rosso sulle unghie, una vaga puzza sotto il naso e mille pretese radical chic, e di radicale felicità. 
Sarà che mi sono scoperto una persona sensibile, ma pur sempre proveniente da Marte; un appassionato estimatore di Ovidio, sì, da ex classicista modello, comunque più vicino alla malinconia delle nuvole che a questo sole che ha già stancato. Nonostante l'estate appena inaugurata.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Robbie Williams – Love My Life

lunedì 9 luglio 2018

Mr. Ciak - Flaiano Film Festival: Figlia mia, La terra dell'abbastaza, Sono tornato, Youtopia

Dal 29 giugno al 6 luglio, con una cerimonia finale sullo sfondo di Piazza della Rinascita, si è tenuto a Pescara il quarantacinquesimo Flaiano Film Festival. Il primo per cui ho timbrato il biglietto. Diciotto film divisi in quattro categorie, Riccardo Milani come direttore artistico e un red carpet aperto ad alcuni fra i migliori volti di casa nostra: il tre volte Premio Oscar Vittorio Storaro, Ferzan Ozpetek, Elena Sofia Ricci, Monica Guerritore, Greta Scarano, Filippo Timi, Massimo Popolizio, Francesco Montanari, Ennio Fantastichini, Rolando Rovello, il trio Ward-Conticini-Muniz, lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, Alessandro Cattelan.

La Sardegna è quella brulla e ancestrale di Michela Murgia. Lì si raccontano leggende e bugie. Ci si scambia i figli. Si vive di quel che porta a riva la benevolenza del mare. Valeria Golino, con una tinta scura che le fa più bella e i vestiti dei giorni di festa, ha affidato le sue preghiere prima alla Madonna, poi ai lombi della Rohrwacher: tanto bene integrata la prima, quanto sciagurata la seconda, non avrebbero in comune niente, se non un segreto con i capelli rossi; un patto da violare nel momento in cui la derelitta Angelica, tutta abitini inguinali e lingua impastata, non avanza una pretesa prima di lasciare l'isola per sempre. Conoscere un po' per capriccio, un po' per desiderio, la bambina che ha partorito e subito ceduto a una genitrice migliore di lei. La piccola Vittoria non conosce la verità sulla propria nascita, ma è troppo selvatica, troppo curiosa in fatto di baci e imprese impossibili, per appartenere a una famiglia dalle discrete possibilità economiche che le impone gli abiti da signorina, il costume intero in spiaggia, gli orecchini meno appariscenti e animali domestici che non somiglino a scrofe, galline o cavalli. Il sangue chiama. La bussola interiore porta sempre e comunque alla fattoria fuori mano dell'irresponsabile madre biologica; mentre colei che l'ha cresciuta, in paese, si strugge per diritti che non le spettano, la torta di compleanno intonsa, un letto vuoto. Dopo Vergine giurata, Laura Bispuri torna al cinema con un melodramma al femminile con i colori accesi, la telecamera a mano impegnata a seguire le protagoniste in piani sequenza impressionanti, una storia di maternità salveggia. Figlia mia è una carnale romanzo di formazione fra due fuochi, sotto il sole a picco, con affascinanti sprazzi kitsch e interpreti al loro meglio. Disarmante per immediatezza e generosità, è il rito iniziatico di una bambina contesa, voluta allo stesso tempo da tutti e da nessuno. Come succede alle anguille, stando ai racconti dei padri pescatori, viene partorita al largo per poi raggiungere il punto di partenza. Perché le bestie dalla natura acquatica e le figlie della Bispuri, tagliato il cordone, trovano sempre la strada di casa: a guidare le due litiganti, colei che dall'alto del suo sfacciato metro e trenta se ne frega della buona educazione e delle leggi degli uomini. In terre, in film, in cui raddoppiano l'emozione, le mamme, l'amore. (7,5)

Mirko e Manolo frequentano la scuola alberghiera, ma non vogliono essere camerieri. Proprio non se ne parla, di servire. Si desiderano padroni. All'inizio pensavano a un'attività in proprio, ma il destino ha piani alternativi. Hanno avuto la fortuna di investire l'uomo giusto: ricercato da un clan del posto, il latitante è stato freddato per caso da due ventenni su di giri, che fanno di quell'omicidio preterintenzionale una merce di scambio; un modo per svoltare. Il clan vuole sdebitarsi, li vuole a bordo. Perché se uccidere viene loro sorprendentemente facile, il malaffare è la via. Siamo nell'immancabile provincia romana di Garrone, Sollima, Caligari: volgare, stagnante, miserabile. Le femmine sognano i talent show alla TV; i maschi di continuare a giocare alla guerra. Qualche mamma nel frattempo fa i salti mortali per sbarcare il lunario e qualche padre – un inedito Tortora – liquida la morte come fosse un hobby. Applaudito all'unanimità al Festival di Berlino e vincitore della Migliore opera prima ai Nastri d'argento, l'esordio dei fratelli D'Innocenzo è una tragedia urbana pesantissima e potente. A sangue freddo. Non lascia scampo con i suoi schiaccianti primi piani e una scrittura in caduta libera, che da candida si fa efferata. Nuovo capitolo da inserire con successo nel filone dei drammi criminali, quelli che più ci riescono ma che più annoiano, La terra dell'abbastanza racconta sempre la stessa storia, sì; mostra sempre il solito sesso squallido e i soldi sporchi; tutto già detto, tutto già visto. Eppure, guardandolo, ho avuto la sensazione di assistere alla nascita di qualcosa di significativo: sentiremo parlare presto dei D'Innocenzo, che hanno un taglio indie come marcia in più, e degli scapestrati Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti, che ricordano Marinelli e Borghi (amici-nemici al limite nello speculare Non essere cattivo) non solo per la fisicità o gli accenti. Anche se tra te e te credevi in fondo di averne avuto abbastanza, di spari a tradimento e ragazzi interrotti. (7)

Dici Miniero, e pensi subito ai remake su misura d'italiano. Dici Sono tornato, e ti vengono in mente il best-seller tedesco che non sei riuscito ad avere o la trasposizione che non ti ha mai interessato troppo. Vedi Popolizio, con una voce e una presenza sceniche straordinarie, e pensi che sia perfetto per il ruolo di colui che ingannava e incantava il gregge. Vedi Matano, ancora, e ti domandi cosa ci faccia in un film semiserio, e pensi che peccato: ti è sempre stato simpatico, sì, ma non che come attore convinca granché. Comunque poco male. Perché combattuto tra pro e contro, tra il desiderio di recuperare l'originale e la consapevolezza che questo aggiornamento potesse cogliere più nel (nostro) segno, sono andato a vedere la commedia satirica in cui a tornare non è il famigerato baffone, bensì il socio. Letteralmente piovuto dal cielo, si fa seguire da un aspirante documentarista – e a Matano, con il ruolo giusto, male non si può volere – in giro per uno Stivale da riconquistare. Gli extracomunitari, le unioni civili, la destra e la sinistra che non esistono più: a detta sua, il nostro disonore. Gli italiani lo trovano spassoso e affascinante, lo scambiano per un comico: gli danno un programma che fa ascolti, e tutte le ragioni. Miniero prende senz'altro il meglio dal film originale, sferza e smuove, ma il politicamente corretto resta – a sorpresa, direi, se parte di un Paese di spettatori permalosi, di gente più colpita dall'uccisione di un cagnolino in CGI che dalle persecuzioni razziali. Si ride dunque moltissimo, ma a denti serrati. Si ha paura, sotto sotto. Lo share, la popolarità, dicono come i più trovino il Duce non soltanto simpatico, ma una soluzione necessaria. Voce della ragione, una nonna smemorata che mette la pelle d'oca con i suoi ricordi shock. Al suo arrivo in sala, eppure, Sono tornato non ha fatto gran rumore. Troppo intelligenti gli italiani, o troppo punti sul vivo per proferire verbo?  Si ride nerissimo, ci si guarda indietro e avanti. Dove eravamo. Dove andremo. In una Italia su ruote, sui canali della TV trash, che spererebbe di riprendere tutto ciò che è suo. Un nulla di fatto, sublimato dalla peggiore forma di nostalgia. (6,5)

Si è riso più che con Favola. Si è storto il naso più che per la mancanza di carattere di Dopo la guerra. La soglia della credibilità, abbassata più che nella fiaba Tito e gli alieni. Ma non parliamo di una commedia grottesca, di un dramma politico che non sa bene che pesci prendere, di fantascienza per bambini; piuttosto della disperazione per la crisi economica, di sesso e potere, del lato sporco di internet. Di una ragazza che a diciott'anni mette all'asta la propria verginità per salvare la casa dal pignoramento. Lei è una De Angelis tutta tette a vista e bronci, che nella sua cameretta chatta con il romantico avatar doppiato dall'attore di Mommy e si concede un paio di topless davanti alla webcam. Donatella Finocchiaro, qui mesta e avvinazzata, è sua madre: ci prova anche lei a spogliarsi, a un certo punto, ma alla fine cuce alla figlia un vestito da Cenerentola per la temutissima notte con Haber: farmacista pescarese vizioso e repellente, con un improbabile sottoposto che conosce il Deep Web e una schiera di prostitute a cui proporre i peggiori giochi di ruolo. Vuole la carne fresca, adesso, di un'adolescente che non contempla altra via, che un lavoro non sembra mai cercarlo davvero, che ha fatto del proprio status la versione sozza di Ready Player One. Vorrebbe essere un dramma di denuncia ma ha gli scivoloni delle commedie sexy, questo Youtopia. Indifendibile su ogni fronte, brutto e immorale, ridicolo per sbaglio – vedasi i ben poco ammiccanti pruriti anali di una escort impegnata a flirtare col farmacista sbagliato o un annuncio che, nonostante le lacrime esagerate della Finocchiaro, genera l'ilarità in sala. Di cattivo gusto, senza uno sguardo o un briciolo di sex appeal, Youtopia è risate incerte a scena aperta e una bella De Angelis che, purtroppo, si perde nelle maglie della rete, e della bruttezza. (4)

Ho rivisto: Favola (7,5); Tito e gli alieni (7,5).

giovedì 5 luglio 2018

Recensione a basso costo: Bilico, di Paola Barbato

| Bilico, di Paola Barbato. Pickwick, € 9,90, pp. 320 |

Ho letto per la prima volta un romanzo di Paola Barbato, sceneggiatrice d'eccellenza dell'intramontabile Dylan Dog, giusto la scorsa estate. Erano giunti infine i tempi dei bilanci, e ritrovando Non ti faccio niente nel meglio della passata annata (limitante l'etichetta di thriller al cospetto di quello stile materno e ricercato, di un'emozionante avventura a cavallo fra le generazioni) mi ero detto che sarebbe stato l'inizio, quello, di una lunga conoscenza. Benché tornata in libreria con il capitolo introduttivo di una nuova trilogia di successo, dalla mia ho ingranato la retromarcia e rispolverato il controverso esordio, galeotta la ristampa in edizione tascabile. Bilico arriva sugli scaffali nel 2006. In anticipo rispetto a personaggi femminili volitivi, distaccati, sdegnosi, che vincono con un clamoroso colpo di stato la guerra dei sessi; prima che il best-seller di Gillian Flynn facesse carta straccia della struttura compassata del giallo tradizionale. I membri delle forze dell'ordine non saranno allora senza macchia. I criminali non avranno metodo, colpiranno alla cieca. I colpi di scena, non riservati a una chiusa a effetto. La giustizia che non vince mai. Protagonista all'avanguardia, Giuditta Licari: anatomopatologa e psichiatra, quarant'anni portati a fatica, detentrice dello strano fascino esercitato dalle donne di potere – né belle né brutta, infatti, viene idealizzata in nome di una reverenza che spaventa l'altro sesso. Sgradevole, distaccata, e forse proprio per quello irresistibile, fa un lavoro da uomini, e dagli uomini è guardata a occhi bassi. Come fa a ostentare una calma perfetta davanti allo scempio di scene del crimine che richiedono guanti in lattice, cuori saldi e uno sguardo clinico? Perché è sfida aperta fra lei e il serial-killer che la stampa ha chiamato il Seviziatore – omicida disordinato ma implacabile, che sembra mietere vittime senza un disegno preciso e accanto ai cadaveri lascia un trailer, un piccolo indizio del male che farà?

Giuditta sa cose che nemmeno immaginavo... mi ha insegnato che dalla morte si può imparare a vivere... sì, ecco, che dalla morte si può imparare a vivere.

Personaggio amorale e borderline di quelli che piacciono a me, a tratti perfino più pericolosa dell'assassino da braccare, la Licari non prova niente, se non il brivido della caccia; a smuoverne l'animo imperturbabile è la curiosità antropologica dell'osservare, dell'indagare. Single, vergine, è la regina di chat erotiche in cui veste un'identità fittizia nonché una mezza habitué dei locali fetish. In ufficio assoggetta l'infatuato Miglio, dolcissimo sottoposto dal pollice verde, alimentando una frustrante e continua tensione sessuale. Flirta con il dirimpettaio sedicenne, soprannominato Tadzio in onore dell'efebo del capolavoro di Visconti, e all'occorrenza copre i misfatti di Alessandro, ex (fidanzato, agente di polizia) dalla spiccata vena pazza. Ma Giuditta non si dà, non si affeziona a nessuno, non si rivela. In intimità com'è con la morte, con i segreti. Queste pagine sono il suo esatto riflesso: eccessive, divertenti, politicamente scorrette. Scritte da un'autrice che, pur di seguirne le mosse e gli sbalzi d'umore, rischia di calcare spesso e volentieri la mano. Esagerando con lo splatter, i vizi del privato, il nero a profusione. Questa volta, gli equilibri non sono dei più perfetti: errori imputabili alla gioventù. Questa volta, il sangue a fiumi, i travasi di bile e le sfumature labili fra buoni e cattivi vorrebbero purtroppo graffiare più della scrittura: così bella, in realtà, da non avere bisogno dei trucchi gore di Sergio Stivaletti. Paola Barbato gioca sporco e, cosa strana, gioca a carte scoperte.

In fondo la morte è un grande mito. Prenderla, darla, che differenza fa?

Da metà in poi sceglie di svelare l'identità del Seviziatore, ed ecco allora giustificati i toni grotteschi, l'ironia tragica, le stranezze – all'autrice fanno un baffo, infatti, le regole del quieto scrivere, e il fastidio, l'antipatia, non risparmiano né la protagonista né i comprimari. 
Il twist al centro, all'inizio chiave di lettura utile a comprenderne le pessime intenzioni, è però un'arma a doppio taglio: se da una parte scagiona il romanzo da qualche esagerazione di troppo, dall'altra fa in modo che la lettura si trascini più o meno prevedibilmente verso un epilogo di inaudita e pregevole cattiveria. 
Cronache di un thriller pionieristico che non ha morale, che non le manda a dire, e in bilico fra il sì e il no si lascia leggere.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Cure – From the Edge of the Deep Green Sea

lunedì 2 luglio 2018

Recensione: L'unico ricordo di Flora Banks, di Emily Barr

| L'unico ricordo di Flora Banks, di Emily Barr. Salani, € 15,90, pp. 300 |

Qualcuno ha detto che il primo bacio non si scorda mai. Flora Banks, diciassette anni, scopre a proprie spese quanto quel qualcuno abbia ragione. A una festa bacia al chiaro di luna Drake: sono su una spiaggia della Cornovaglia, hanno bevuto un po' e lui, in partenza per le isole Svalbard, è il ragazzo di Paige, complice della protagonista sin dai tempi dell'asilo. Sono cose che no, una migliore amica non dovrebbe fare, eppure è successo: metti l'atmosfera giusta nel momento sbagliato, una pietra nera come l'onice in dono. Poco male, perché nella vita di Flora in teoria non ci sarebbe spazio per i sensi di colpa: quella notte – l'euforia del contatto fisico, il contro di un tradimento imperdonabile – è destinata a scomparire senza lasciar traccia. L'adolescente, infatti, non ha la memoria a breve termine. Un'operazione chirurgica, da bambina, le ha tolto un tumore al cervello assieme a qualcos'altro: la capacità di immagazzinare persone, avventimenti e drammi successivi al suo male. Quando torna in sé, ogni volta da capo, interiormente ha dieci anni ma esteriormente un corpo già formato, da donna, che cozza contro la stanza dipinta di rosa, i Lego e le Barbie ancora in esposizione, gli abiti tutti merletti delle bambine modello. A raccontarle la sua storia, ogni volta da capo, sono i segni incancellabili dell'inchiostro: appunti volanti sui taccuni, sui post-it, perfino sulla pelle di braccia e mani, per non smarrirsi in un mare di confusione. Succede qualcosa di strano e di miracoloso. Succede, forse, che l'amore è mistero, è magia. Perché Flora Banks, all'indomani del bacio, continua a non ricordare tante cose importanti – ad esempio Jacob, fratello maggiore magnifico e sempre fuori scena – ma Drake e le sue labbra sì.

C'è stata una festa. Drake parte. Paige è triste. Ho diciassette anni. Devo essere coraggiosa.

Ci sono nuove coordinate, così; un prima e un dopo. Ma a contare non è più l'operazione che l'ha resa vittima dell'amnesia, bensì il coetaneo in volo per il Polo Nord e il desiderio folle di partire all'avventura sulle sue tracce. Rimasta a casa da sola, con i genitori a Parigi per le condizioni improvvisamente critiche di Jacob, la figlia modello sorprende tutti – sé stessa in primis – e segue alla lettera le sue ultime annotazioni. Su un post-it ha scritto che non c'è da fidarsi dell'ipocrisia della famiglia, che con la scusa del troppo bene la tiene reclusa e all'oscuro; sul palmo della mano, invece, che adesso dev'essere coraggiosa. Smette di prendere con puntualità le sue pillole, due al giorno. Prende una pelliccia, prima un treno e poi un aereo, e lascia il Regno Unito per la Norvegia. Vive, perché prima respirava solamente.

Ho bisogno di un po' di aiuto per ricordare le cose. Non mi stanno in testa, ma in compenso ce le ho sulle mani.

L'esordiente Emily Barr sa scrivere, e scrive un romanzo difficile da incasellare: un po' limitante la definizione di Young Adult, che purtroppo scoraggerà i lettori più maturi; ingannevole la promessa dell'elemento thriller. Come mai mamma e papà, che vorrebbero proteggerla costi quel che costri, non tornano a casa? Perché Drake, con cui si è messa a nudo in un'intima corrispondenza via e-mail, smette d'un tratto di risponderle? 
C'è una giovane donna, questo sì. Ci sono un passato avvolto dalla nebbia, qualche colpo di scena qui e lì, e niente di davvero pericoloso in ballo. Paragoni che citano a sproposito John Green, quando si è più dalle parti dello Strano caso del cane ucciso a mezzanotte e di una versione meglio architettata di Noi siamo tutto. Non si tratta, per fortuna, di disvalori. La struttura particolarissima dell'Unico ricordo di Flora Banks avrebbe potuto infatti rendere la lettura dispersiva, frammentaria, ripetitiva: eppure, chissà come, la Barr non ci casca. Tanto è dovuto a una mina vagante per eroina: un'adolescente senza la bussola che in realtà non cerca l'amore, ma l'indipendenza.

Il tempo è una cosa casuale. È la cosa che ci rende vecchi. […] Gli altri esseri umani, tutti tranne me, hanno la loro vita scandita dal passare delle ore, dei minuti, dei giorni, dei secondi, ma tutte queste cose non sono niente. […] Il tempo è la cosa che fa avvizzire e deteriorare il nostro corpo. Ecco perché tutti ne hanno paura. Ma questo non mi riguarda: io so che non invecchierò mai.

Ci vogliono fegato e cuore in parti uguali, un briciolo di sana avventatezza, per perdersi e ritrovarsi in un luogo (della mente) dove sconsigliano di andare in inverno, da soli: il principe azzurro un ideale astratto, orsi polari e foche avvistati all'orizzonte, i guanti spessi a coprire le mani e dunque i promemoria. Nessuna distinzione fra giorno e notte. Tutti sono sconosciuti e ogni città è straniera. Tutti, soprattutto, possono ingannare la narratrice. Le parole non mentono, gli altri – chi per una ragione e chi per un'altra, senza distinzione – sì. Leggere di Flora Banks, da bambina indifesa a donna che sopperisce alla memoria ballerina con una volontà di ferro, tocca e stupisce come l'imboccare nonostante tutto, a colpo sicuro, la via di casa. Rinnova il dolore. Rinnova lo smarrimento. Rinnova l'emozione. 
Di chi non c'è più, eppure ti trova lo stesso attraverso le righe di una lettera vecchio stile. Del sole di mezzanotte, spettacolo a cui assistere almeno una volta nella vita. 
Di un grande amore che grande amore non è, ma intanto ti spinge a scoprire come gira il mondo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Clean Bandit ft. Jess Glynne – Rather Be