lunedì 26 giugno 2017

I ♥ Telefilm: The Handmaid's Tale - Il racconto dell'ancella

Gli Stati Uniti in cocci. L'avvento di una società patriarcale, teocratica, contro la dissoluzione della nostra epoca e le nascite in calo. Se avevi potere, ora ne hai di più. Se avevi una salute di ferro, ora sei una bambola nelle loro mani. Le donne del futuro si dividono tra mogli trofeo, sguattere, giumente da riproduzione. Gli uomini, invece, tutti padroni e soldati. Il mondo di The Handmaid's Tale ha la freddezza di di Von Trier e i costumi di The Village. Prima pietra miliare di un'autrice in lizza per il Nobel, poi pare poco memorabile film con Natasha Richardson, ha ceduto quest'anno a un piccolo schermo mai tanto grande. All'altezza della sua fama, Il racconto dell'ancella era su carta un distopico attualissimo e scritto con eleganza. Il pregio, ma anche il suo più grande limite: Difred, protagonista tenuta in cattività, dell'inquietante Galaad raccontava il poco che riusciva a scorgere oltre la sua cuffia inamidata. La serie Hulu si ispira fedelmente al romanzo. Gli si allinea e lo supera, a un passo dalla fine. Le trasposizioni di solito sono una riduzione: il film è bello, recita infatti il luogo comune, ma il romanzo è meglio. Il luogo comune, come me, non conosceva il talento di Elisabeth Moss: scoperta clamorosa dai sorrisi spigolosi e gli occhi lucenti; schiava sessuale che tra sé e sé, come rimarca la dissacrante voce off, è in realtà una ribelle. Il luogo comune non immaginava che il Comandante e sua moglie, impersonati dal recidivo Fiennes e una sorprendente Yvonne Strahovski, non somigliassero a due viscidi coniugi in là con gli anni: il fatto che siano entrambi affascinanti padroni di casa, il fatto che Serena debba dividere il marito con una donna meno attraente o intraprendente di lei, contribuisce a sottolinearle l'umanità – nonostante ricoprano il ruolo dei carcerieri – e a rendere più ambiguo il loro triangolo. In dieci episodi che non resteranno tali si indagano a fondo i meccanismi della Repubblica. La serie mostra da punti di vista speculari le origini della distopia; come alcune donne abbiano ricoperto un ruolo centrale perfino nel loro stesso annientamento. Rivela il passato e il futuro di personaggi secondari, inseriti tra le pagine come semplici comparse (la sofferenti Alexis Bledel e Madeline Brewer su tutte, passando per i mariti dati per dispersi e gli autisti che rendono il sesso un'altra cosa). Spiega quello che c'è fuori, oltre il confine canadese. Trent'anni dopo si ha più coraggio nel mostrare i corpi penzolanti, i muri incrostati di sangue rappreso, le percosse con i pungoli elettrici, l'abominio agghiacciante delle mutilazioni genitali. The Handmaid's Tale non ci mette enfasi, e quello destabilizza. Mostra la violenza senza eccedere, con piani sequenza implacabili e atmosfere ovattate – tende vaporose e merletti, salotti inondati di luce naturale. Trent'anni dopo si hanno coraggio in quantità, debiti accorgimenti da prendere, ennesime testimonianze del peggio di cui siamo capaci – l'allarme femminicidio, Donald Trump, il fondamentalismo religioso, gli omossessuali seviziati in Cecenia. Trent'anni dopo, l'arrivo di una fantascienza che non sembra invenzione restituisce a Difred finalmente il nome. Le ancelle avanzano in blocco, indistinguibili: le divise le hanno rese soldati e Feeling Good, in sottofondo, annuncia l'alba di un altro giorno. Trionfano allora la nausea, la riflessione, l'urgenza. Sì, perdono i bastardi. (8,5)

venerdì 23 giugno 2017

Recensione: La fine della solitudine, di Benedict Wells

La solitudine in noi si può combattere solo insieme.

Titolo: La fine della solitudine
Autore: Benedict Wells
Editore: Salani
Prezzo: € 15,90
Numero di pagine: 307
Sinossi: Jules sa di essere un custode di ricordi, come dice Alva, ma questa non è solo la sua storia. È la storia di tre fratelli, Jules, Liz e Marty, che da piccoli perdono i loro genitori in un incidente e sono costretti a vivere separati e senza famiglia, estranei l’uno all’altro. Marty si butterà a capofitto negli studi, Jules sfuggirà alla vita diventando un introverso mentre Liz si brucerà alla sua fiamma, vivendo senza limiti. La loro infanzia difficile sarà come un nemico invisibile, da cui impareranno a difendersi. Più di ogni altra, questa è la storia di Jules e Alva. Due solitudini che si incrociano, si cercano e si mancano, inquiete, per anni. Jules e Alva sono incapaci di riconoscere quel che provano l’uno per l’altra, legati come sono dal bisogno di amicizia, con il loro perdersi, ritrovarsi e salvarsi. Ma questa è soprattutto la storia di chi, come Jules, serba i propri ricordi insieme a tutte le alternative che non ha scelto, pur sfiorandole e sperimentandole attraverso la letteratura e la musica. Dalla voce di un giovane e già osannato talento della narrativa tedesca, un grande romanzo sulla magia della scrittura che salva dal male. Un libro che commuove e fa sorridere, senza retorica né sentimentalismi, scritto in una prosa coinvolgente come il racconto di un sopravvissuto, chiara come una lama che affonda con dolcezza nelle nostre paure, calda come l’immagine di una foto ritrovata dopo lungo tempo.
                                             La recensione
I Moreau sono una famiglia felice. Passano le vacanze estive dai nonni, in una Francia lussureggiante, e il Natale seduti alla stessa tavola – immancabile una mamma che, imbracciata la chitarra, intona Moon River. A godersi il miracolo di una famiglia che resiste, i tre figli. Il narratore è il piccolo di casa. Ha una decina di anni e ricordi a sufficienza quando l'idillio si spezza. Un incidente stradale e i fratelli Moreau, orfani, passano l'adolescenza in un collegio: Liz, la maggiore, si concede LSD e ragazzi poco raccomandabili; Marty, quello di mezzo, ha l'acume che lo renderà un pioniere di internet e un collezionista di disturbi ossessivi compulsivi; Jules, infine, da bambino esuberante e sfacciato, si ripiegherà su se stesso all'insegna di una timidezza cronica. A salvarlo, qualche passione accantonata con l'ingresso nell'età della ragione – la fotografia e, soprattutto, la scrittura – e la conoscenza di Alva, coetanea che gli si siede accanto riconoscendosi nella malinconia di lui. La fine della solitudine, un po' per la copertina e un po' per quella Salani puntualmente associata alla saga della Rowling, ha l'aria di un young adult. Il romanzo del tedesco Benedict Wells, già best-seller in Patria, a sorpresa somiglia molto più a quelle storie che ti raccontano l'esistenza di un uomo qualunque dall'inizio alla fine – tempi dilatati, rari guizzi manifesti, scarse considerazioni nel mentre su quanto ti stia o non ti stia prendendo. Un'altra fascetta pubblicitaria che cita Nicholls, il sottotitolo che promette non la classica storia d'amore. Fedele alle premesse, il protagonista di Wells propone un album fotografico sfogliato a ritroso.

C'erano cose che non potevo dire, bensì solo scrivere. 
Perché quanto parlavo pensavo, mentre quando scrivevo sentivo.

Nell'incipit, quarantenne, Jules è in un letto d'ospedale dopo un incidente: curva pericolosa, si domandano gli amici, o un tentativo di farla finita? Cosa sarebbe stato di lui senza la morte dei genitori? L'estraneità alla tragedia avrebbe forse raddrizzato quelle tre gioventù in bilico? I fratelli cambiano, si rovinano e poi si salvano. Si ritrovano da adulti. Jules, costante e al centro di una carriera non all'altezza, aspetta. Parla in prima persona, ma poco si sbottona. Conosce gli altri meglio di quanto conosca se stesso. Dissimula e tentenna, temporeggia. A rischio di allontanarsi dal seminato e, talora, di rendere La fine della solitudine più cronaca che narrativa. Cosa sarà stato di Alva, che vent'anni prima guidava una Fiat rossa e faceva passeggiate notturne da cui minacciava di non tornare indietro? Vive in un cottage con uno anziano scrittore russo. Dice di voler diventare un personaggio romanzesco e di sognare caffè che fanno le ore piccole. Non cerca compagnia, ma fa un'eccezione.

Ho trent'anni e ancora non ho figli.
E tu che fai?

In ritardo, così, si mettono insieme. Finalmente coraggiosi quanto basta per riconoscere l'amore. Finché dura, hanno libri di filosofia sul comò, viaggi sulla nostra costiera amalfitana e dischi di Paolo Conte in soggiorno. Questo bilancio stilato tra il sonno e la veglia rende La fine della solitudine una sorta di autobiografia fittizia, scritta con sensibilità e pazienza – forse, un tocco di rassegnazione diventata resilienza. Stupisce, sotto questo punto di vista, la maturità dell'autore: un trentenne che racconta uomini ben più adulti di lui (il personaggio del terzo incomodo, il fragile Romanov, è bellissimo), sentimenti impervi, senza mancare mai di credibilità. L'esistenza del più piccolo dei Moreau è costellata di drammi e altruismo – la tristezza cerca tristezza, la solitudine non conosce fine –, ma la narrazione risulta tutt'altro che cupa, al contrario che in un Giordano. Ho sentito dappertutto i loro pensieri. Su di me, probabilmente, c'era già qualche livido della stessa sfumatura di viola. Si resiste agli urti, infatti, benché la vita non faccia sconti. A un certo punto, non ti grazia mica bilanciando le perdite con una qualche vittoria. Wells valorizza la bellezza dei giorni sì, mitizza il ricordo degli anni Ottanta. E lì, come Jules, mette radici profonde. Mamma e papà non erano perfetti come credevamo. La spensieratezza avrebbe ceduto il passo ai silenzi collerici, perché c'era già un'ombra nel cuore del capofamiglia. La bambina con gli occhiali, i capelli ramati e una sorella scomparsa ci avrebbe sorriso anche se fossimo stati felici, oppure no. Con il mestiere di scrittore nessun se va sprecato. Tutte le vie alternative diventano possibili. Un tronco sospeso su cui Jules camminerà in equilibrio, come da bambino, in una vita e nell'altra. Solo e in compagnia. In un racconto e fuori. Voltandosi, non avrà paura che non sia rimasta anima viva ad aspettarlo. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tiromancino - La descrizione di un attimo


mercoledì 21 giugno 2017

Mr. Ciak: T2 Trainspotting, La Mummia, Before I Fall, Gifted

Trainspotting è uscito quando non avevo l'età. Istantaneo cult giovanile, parlava però a una generazione che non era la mia. L'ho rivisto su Iris qualche mese fa, il pubblico in fermento per l'arrivo di un sequel che sembrava fuori tempo massimo e invece no, apprezzandolo meno del previsto. Quattro amici per la pelle, un furto, colori fluo. Tanti buchi sulle braccia e, forse, troppo rumore. Cos'è di loro vent'anni dopo? L'ho scoperto senza ansie e, questa volta, sorprendendomi non poco. Liberamente ispirato a Porno del solito Irvine Welsh, il secondo capitolo è una reunion tra antichi dissapori e nostalgia; un ritorno a casa che tocca, anche chi fan non lo è. McGregor, fuggito ad Amsterdam, prende un aereo per Edimburgo alla morte della madre: unico ad avercela fatta, inventa a beneficio del prossimo una bella vita che non c'è. Il biondissimo Miller ha rinunciato all'eroina: ora sniffa e basta, e non perdona l'amico traditore. Carlyle è a piede libero, pensieroso per via di una vendetta da pianificare nel dettaglio e degli scherzi della disfunzione erettile; Bremmer ci ricasca, tenta il suicidio, e si scopre tenerissimo cantastorie. T2 – coi karaoke brilli, i faccia a faccia, le tentazioni irrinunciabili è malinconico, agrodolce, divertente. Alla soglia dei cinquanta, necessario passare al vaglio i sogni di serie B: aprire un bordello, ad esempio, alla faccia del crescere e dei papponi scozzesi. Ranton e gli altri sono invecchiati bene, sempre fighissimi, ma mettono un po' di tristezza. Un manipolo di bulli male in arnese che non ha mai trovato la sua strada e, in preda al dubbio, fa ritorno dove tutto è iniziato. La coda tra le gambe, la voglia matta di farsi ancora. Perché il mondo cambia, ammette Franco in presenza di un figlio indegno della sua pazzia, ma loro no. T2 giura di andare in rehab, salvo eventuali ricadute. Sceglie la regia strabiliante di Boyle, quei cari quattro amici al bar, una colonna sonora che, sul tappeto, fa battere i piedi a tempo. Sceglie l'effetto amarcord, che non guasta affatto, e corse lungo strade familiari. Sceglie il sequel giusto. E, affezionato al suo motto, sì, sceglie la vita. (7,5)

Il classico della Universal manca all'appello, ma La Mummia con Brendan Fraser è un tassello chiave della mia infanzia. Da allora gli ridò volentieri un'occhiata, nei sabato sera di Italia Uno privi di fantasia, facendo finta che il pessimo La tomba dell'imperatore non esista. Avrei potuto fare altrettanto con questo reboot non richiesto; il corpo del faraone di Sommers ancora caldo nel sarcofago. Se Hollywood sentiva il bisogno di rispolverare certe storie – successi annunciati, con una CGI a buon mercato e sceneggiatori cercasi –, perché non partire piuttosto da qualcos'altro? La conoscenza di questo novello Dark Universe, perciò, inizia sotto una cattiva stella. In sala, nella stagione in cui si nascondono filmetti e filmacci, ci proporranno senz'altro di peggio e immaginavo che c'entrasse un po' la tipica spocchia della critica nostrana, nel massacro al film del semiesordiente Alex Kurtzman. La trama è presto detta: Cruise, soldato in Iraq con l'hobby delle donne e dello sciacallaggio, inciampa nel feretro dell'androgina Sofia Boutella – principessa egizia cancellata dai libri di storia, con il sogno di distruggere il mondo e il guardaroba dell'Incantatrice di Suicide Squad. Tom, che non si arrende al fatto di non avere più l'età, si cimenta con il triathlon – corre, nuota, salta dagli aerei in fiamme senza spettinarsi: solita routine – e brama la vita eterna, galeotto fu Scientology. Con lui, da New Girl, un Jake Johnson che fa da forzata spalla comica; l'anonima Annabelle Wallis, interesse amoroso lungo la bellezza di venti minuti che, non si sa come o perché, ispira in Cruise questo immotivato romanticismo in chiusura; il crossover di Dottor Russel Crowe, affezionatissimo ai carboidrati, ai doppi giochi e ai film di serie B. Brutto non in maniera ignobile, La Mummia è un pastrocchio senza gusto e senza appeal. Godibile il minimo, con una noiosa sceneggiatura di scarti e ritagli e il pregio di non pesare nel mentre. Non è un film d'avventura. Non è un film per famiglie. Di horror, figuriamoci, neanche a parlarne. Nel dubbio: certi mostri, certi progetti, meglio lasciarli sepolti. (5)

Un'adolescente che si affida a pessimi consiglieri, un incidente automobilistico. Morire e ricominciare. E' eternamente il giorno di San Valentino per Samantha – una Zoey Deutch bella e brava, ai vertici di una cricca di superficiali Mean Girls. Before I Fall, uscito in libreria come E finalmente ti dirò addio e presentato con un buon successo allo scorso Sundance, era ben altro che Un ricomincio da capo in chiave adolescenziale. Toni cupi, da thriller, e una morale semplice ma efficace. La decorosa trasposizione di Ry Russo-Young, giovane regista del circuito indie, sceglie l'estetica di Twilight (e non è una critica: ha, sullo sfondo, un Canada nebbioso e boschivo) e i toni di un Tredici dal punto di vista dei bulli (cenni ai legami familiari, al bullismo e al suicidio, che, purtroppo, cenni rimangono). Non ha il desiderio di andare oltre – ha un epilogo frettoloso e solo in minima parte i personaggi indagati, i momenti toccanti, che giusto un'autrice come Lauren Oliver poteva architettare. Il romanzo, letto cinque anni fa, non lo ricordo nel dettaglio: banalmente, dico, era meglio. Un mattoncino di quattrocento pagine, intenso e verisimile, che al cinema sacrifica struggimento e piccolezze che contano. Before I Fall va in cerca di un senso prima di tornare a dormire. La protagonista stringe e scioglie amicizie, sulla scia delle mode e dei pettegolezzi. Si svende, si tradisce. Fino a non riconoscersi più. Chi è davvero Samantha – una che ha diciott'anni e già si è smarrita? Vivere un giorno solo, perciò, ma renderlo perfetto. Può essere tutto quello che vuole. Una stronza senza peli sulla lingua e senza pudore (non dissimile da quella che meditava di perdere la verginità con il ragazzo sbagliato); la brava ragazza che aveva dimenticato di essere (quella che parla con la lesbica dalle scarpe comode, che rivaluta la tenerezza un migliore amico perso nel marasma della popolarità, che capisce che che quella sbeffeggiata “Carrie”, forse, sarà la sua salvezza). Before I Fall, da noi in uscita a luglio con il titolo Prima di domani, si accontenta di essere realizzato bene, scritto d'un fiato, rapido e parzialmente indolore. Rendendo l'ultimo giorno della Deutch sulla Terra un loop non così perfetto, non così memorabile, ma senz'altro degno. (6,5)

C'è qualcosa di peggio di un bambino costretto a comportarsi da adulto? Se lo chiede anche Frank, zio di Mary: una spigliata settenne che il primo giorno di scuola sorprende tutti rispondendo a tono. Da lontano, drizza le antenne una nonna battagliera che fino a quel momento aveva deliberatamente ignorato l'esistenza della nipote – ma il suo talento, d'un tratto, le fa gola. La genetica non mente. A Mary si addicono più le luci della ribaltà o la normalità? Soprattutto, dalla madre ha ereditato l'intelligenza o anche il mal di vivere? Gifted, diretto da un Marc Webb che abbandona i grattacieli di Spider-Man per tornare alle atmosfere dello splendido (500) giorni insieme, ha toni caldi e una regia pulita. Semplice e di buon cuore, schiera un convincente Chris Evans – non a sorpresa attore di grande sensibilità, quando riposti nell'armadio i panni del supereroe –, la dolcissima Mckenna Grace e tutta una serie di comparse, tra irresistibili gatti rossi e apprensive vicine di casa, che contribuiscono a renderlo quel che è. Tenero, lieve, ironico. Quel di tutto un po' del cinema indie, dei bambini prodigio, che appassiona ma non convince fino in fondo. Gifted fila liscio: in teoria, in sua compagnia si potrebbe ridere e piangere. Ma gli tocca mettersi in coda a una serie di drammi uguali tra loro – nell'approccio poco serioso, nell'ambito delle lotte giudiziare per bambini contesi. Tralasciando i cult Il mio piccolo genio e Kramer contro Kramer, cito i recentissimi Famiglia all'improvviso e Padri e figlie. Si parla di stirpi brillanti e la sceneggiatura di Tom Flynn, per quanto graziosa, brilla di luce riflessa. Si parla di equazioni irrisolvibili e, purtroppo, le operazioni di Webb, i passaggi che portano al risultato finale, sono fin troppo scontati. Gifted è come lo immagini. E se immagini qualcosa di lieto e familiare, sentimenti schietti e una matematica per principianti, perché no. (6)

lunedì 19 giugno 2017

Recensione a basso costo: Uomini e topi, di John Steinbeck

Un uomo ammattisce se non ha qualcuno. 
Vi so dire che si sta così soli che ci si ammala.

Titolo: Uomini e topi
Autore: John Steinbeck
Editore: Bompiani – I grandi tascabili
Numero di pagine: 128
Prezzo: € 7,90
Sinossi: Pensato per un pubblico - i braccianti della California - che non sapeva né leggere né scrivere, "Uomini e topi" (1937) è un breve romanzo, ricco di dialoghi, che, nelle intenzioni di Steinbeck, avrebbe dovuto essere in seguito adattato, come difatti avvenne, per il teatro e per il cinema. Protagonisti, due lavoratori stagionali, George Milton, e l'inseparabile Lennie Little, un gigante con il cuore e la mente di un bambino, che il destino e la malizia degli uomini sospingono verso una fine straziante. Il ritratto di un'America stretta dalla sua peggiore crisi economica nella drammatica rappresentazione di un maestro.


                       La recensione
Mi faccio impressionare da quei libri di cui mi si dice: va letto, almeno una volta nella vita. Su Uomini e topi è stato detto questo e altro ancora. Lo citano romanzi e telefilm sacri e profani; lo consigliano indiscriminatamente gli appassionati di lunga data e i lettori della domenica; lo mettono in scena il laboratorio di teatro del liceo statale, il cinema d'autore, le leggende di Broadway – per assistere all'ultima riduzione teatrale con James Franco e Chris O'Down darei un rene e qualsiasi cosa resti del cuore. Sono state spese tante, tante parole per un libricino che supera a stento le cento pagine. Cos'altro aggiungere, ci si domanda, alla fine di una lettura che strema? Per fortuna non passa mai per la mente un altro dubbio: perché comprarlo e leggerlo, a ottant'anni dalla sua pubblicazione? Scopro la grandezza di John Steinbeck un giorno di metà giugno, su una sedia di plastica in balcone. Torno a sperimentare la reverenza motivata (ma in questo caso ingannevole) per un titolo molto più grande di me e la poesia di queste parabole americane che, da qualche anno a questa parte, ho imparato ad amare profondamente. Le mie storie di campagna preferite, amate perché raccontate a bassa voce, partono da qui. La semplicità di Haruf, le amicizie al maschile di Butler, si rifanno a questi campi di grano assolati. A questi poveri diavoli in blue jeans che camminano spalla a spalla, si rovinano e si migliorano la vita, non si tradiscono. George e Lennie sono due figure all'orizzonte che, da sfocate, entrano man mano nel nostro campo visivo. In viaggio, in fuga. Il primo è secco, sveglio, riflessivo. Il secondo, invece, è grosso e tonto: un gigante buono che ignora qualsiasi malizia e accarezza cuccioli fino a stritolarli – le mani pesanti, il cervello minuscolo. Si conoscono da Dio solo sa quanto. Si accampano sotto i sicomori, sulle sponde di un lago limaccioso, e mangiano fave in scatola alla luce di un falò. L'indomani è un altro ranch.

«Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all'osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c'è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso». Lennie lo interruppe: «Noi invece è diverso! E perché? Perché... perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché».

I braccianti dividono una stanzetta, l'ossigeno, le speranze. L'apprensione condivisa verso la giovane moglie del padrone – una femme fatale dai vestiti leggeri e dal trucco marcato, che vorrebbe fare l'attrice. Le donne e il gioco d'azzardo sono un pericolo da scongiurare. In Steinbech ci si spezza la schiena. Sullo sfondo, l'America ignorante e povera di spirito della Grande Depressione. Introducono i capitoli rare descrizioni paesaggistiche e il resto son dialoghi e soliloqui d'ispirazione teatrale. Si parla poco, e per lamentarsi perlopiù della paga misera, di trucchetti pratici per sfangarla, di infortuni sul posto di lavoro che sbarrano il cammino. Si spara ai cani per proteggerli dall'inoperosità della vecchiaia. Il classico di Steinbech, essenziale e laconico com'è, puzza e impreca, non fa cerimonie, ma resta impresso per una delicatezza impensata. E, come Lennie, per una forza animalesca di cui non si accorge quasi. Ti strugge, anche se tutto è un presagio della fine e pagine passeggere vorrebbero invano impedire l'attaccamento ai personaggi. Intenerisce, anche se preferirebbe la tua indignazione. Cosa scontata ma tant'è, Uomini e topi è una lettura bellissima. Pur con una traduzione a tratti compassata, non me ne voglia la memoria del nostro Cesare Pavese, e i tempi che cambiano. I protagonisti sono l'eccezione alla regola dei solitari. Il loro rapporto, impari solo in apparenza, li completa. George spiega all'altro cos'è bene e cos'è male male (e spesso e volentieri perde la pazienza). Quanto sarebbero facile le cose senza di lui? Lennie gli insegna l'immaginazione, amica stretta della speranza, e la tenerezza (e spesso, mortificato, minaccia di andarsene). Quanto sarebbe vuota, però, la vita? E solitari i viaggi a piedi, e scarse le speranze, e mal riposti i guadagni? I colleghi della coppia, altrettanto male in arnese, aguzzano le orecchie sentendo certi discorsi. Quell'inutile desiderio di ricominciare, infatti, li tenta ancora – soprattutto l'acciaccato Candy e Crooks, isolato dagli altri perché nero.

Ho veduto centinaia di tipi arrivare per la strada e per i ranches, coi fardelli sulla schiena e la stessa idea piantata in testa. Centinaia. Arrivano, si licenziano e se ne vanno, e tutti fino all'ultimo hanno il pezzetto di terra nella testaccia. E mai uno di loro che ci arrivi. È come il paradiso. Tutti quanti vogliono il pezzetto di terra. Qui io leggo molti libri. Nessuno trova il paradiso e nessuno trova il pezzetto di terra. È solamente nella testa.

Gli uomini e i topi condividono una favola dopo dodici ore spese nei campi. I piani mandati amaramente a monte. Fantasticano su una terra promessa, al bando l'indiscrezione dei curiosi. Un fazzoletto di terra, il calore di una stufa, ferie quando vogliono: conigli e carezze in quantità, su un pavimento di erbetta alfalfa. Con l'indomani che è un altro ranch, sì, e lo stesso sogno impossibile prima di coricarsi.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Bob Dylan – Blowin' in the Wind

venerdì 16 giugno 2017

Recensione: Confessioni audaci di un ballerino di liscio, di Paola Cereda

Quello che ci appartiene ci assomiglia. È come la musica di Verdi. Dentro ha la banda: dentro ci siamo noi.

Titolo: Confessioni audaci di un ballerino di liscio
Autrice: Paola Cereda
Editore: Baldini & Castoldi
Numero di pagine: 201
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Il Sorriso dancing club, la balera più famosa del Polesine, compie cinquant’anni. Il suo proprietario, Frank Saponara, organizza una grande festa di compleanno alla quale partecipa l’intera comunità di Bottecchio sul Po. Frank è un ballerino di liscio che ha avuto tante donne quante sono le mazurche che ha ballato, ma quelle che hanno segnato la sua carriera sentimentale sono tre: Ivana, il suo primo amore, Kristelle, una star del porno, e Barbara, musicista e cantante. La sera del compleanno del Sorriso le tre donne si ritrovano sulla stessa pista mentre, poco distante, nella golena di Ca’ Silente, Vladimiro Emerenzin, amico di Saponara e poeta di paese, muore in strane circostanze. Tra le sue dita, un biglietto della festa alla quale non ha partecipato e una parola scritta a matita. Frank è chiamato a dare un senso a quell’ultimo messaggio e scopre che la vita è come il liscio: si balla in due e bisogna andare a tempo.
                                            La recensione
La prima volta ho letto Paola Cereda su un treno, seguendo il mare dal finestrino. Sono passati tre, quattro anni da allora. Abbastanza per disaffezionarsi e perdersi di vista. Il legame con le storie di Paola, mi sono accorto, cresce però con il tempo – tanti romanzi dopo, saprei descrivervi perfettamente l'abito azzurro e la frittata di cipolle di Se chiedi al vento di restare o la Calabria fiabesca del successivo Le tre notti dell'abbondanza. Alle sue commedie italiane e surreali, capaci di un incanto che non so spiegarvi, si aggiunge Confessioni audaci di un ballerino di liscio – e nel frattempo cambiano l'editore, gli scenari, il sesso del narratore. Siamo in Veneto, nel Polesine. L'autrice, a me familiare per le sue parabole mediterranee e in riva al mare, non tradisce la sua solarità per le nebbie del settentrione. In una regione umida e piovosa, alluvionata, ci si scalda infatti stringendosi in un passo a due. Il protagonista, Frank Saponara, è il re delle balere: quella che ha ereditato alla morte di suo padre, il Sorriso dancing club, spegne cinquanta candeline proprio come lui.
«E' la musica dei giovani.»
«Allora tu non diventare giovane.»

Festa grande, inviti distribuiti a destra e a manca, un discorso accorato posizionandosi di tre quarti come alla tivù. I festeggiamenti non vanno come sperava. Ha indossato il paio di calzini del colore sbagliato; in sala sono presenti tutte le donne di una vita vissuta appassionatamente; dal paese, a rubargli la scena, arriva la notizia di una dipartita sospetta. Omicidio o morte naturale quella del bizzarro Vladimiro Emerenzin – abitatore solitario di una spiaggia privata, poeta e voyeur, amante dei cani randagi e delle prostitute stagionate, migliore amico e Pigmalione un po' clochard? Le luci si spengono, tutti a casa, e da qui ha inizio la ricerca della verità. Frank fa domande, tante. A proposito della morte. A proposito dell'amore. Bussa alla porta di amanti vicine e lontane, chiede. Prima a Ivana (compagna di liscio che ha scelto la maternità, con le caviglie gonfie e i compromessi che comporta), poi a Kristelle (pornodiva con un passato tragico in Lituania e nessuna voglia di arrendersi alla forza di gravità) e infine a Barbara (fisarmonicista che vive sull'altra sponda del fiume e gli fa venire voglia di impegnarsi), passando per mamma (vedova consolabile) e la guardarobiera agée con cui ha perso la verginità. Chi delle sue invitate sa qualcosa sulla dipartita di Vladimiro che, andandosene, ha lasciato un enigma su un biglietto dell'evento? Perché Frank non è stato abbastanza come partner, in pista e nel quotidiano?

Ti auguro la stessa fortuna, Frank, di trovare qualcuno che tutte le mattine, svegliandosi, abbia lo stesso immutato desiderio di respirarti. Insieme potreste dire buongiorno vita, ah sei tu, non ti avevo riconosciuta. Ti pensavo uguale a ieri e invece sei differente: né bella né brutta, ma nostra.

Quello di Saponara è il romanzo di formazione di uno che nel mezzo del cammin della sua vita, non più donzèlo, sta capendo come crescere. Tocca imparare a non scappare alla prima esondazione; a reinventarsi; a sistemare le nostre scarpe accanto a un paio estraneo, sotto il comò. Come nel mio Fellini preferito, gli sfilano davanti figure femminili tra cui lui non sa, non può e non vuole scegliere. Concede a tutte un giro di pista, la luce dei riflettori. Non hanno i passi sincronizzati al suo, si racconta; non sanno ballare. Tutte lo vogliono, sul divano azzurro dell'ufficio, e nessuna se lo tiene. Tragicommedia di un uomo oggetto che ha perso tempo prezioso e disatteso le aspettative altrui, Confessioni audaci di un ballerino di liscio è una bellissima serata che sarà per sempre legata a un ricordo spiacevole. Uno di quei luoghi polverosi, dedicati al dio passato, che rifuggono orgogliosamente qualsiasi traccia di modernità – i vituperati balli di gruppo, il tango argentino che va per la maggiore. Romanzo breve eppure denso di suggestioni, il ritorno della Cereda è brillante, carnale, delicato. L'autrice brianzola conosce la differenza sottile tra allegria e felicità e, in anticipo, l'odore che Frank si strugge a cercare. Ha parole a ritmo e, perfino più che in passato, la musica in circolo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gabriella Ferri – Remedios

mercoledì 14 giugno 2017

Recensione: Il racconto dell'ancella, di Margaret Atwood

Io sono. Ancora.

Titolo: Il racconto dell'ancella
Autrice: Margaret Atwood
Editore: Ponte alle Grazie
Numero di pagine: 400
Prezzo: € 16,80
Sinossi: In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Le poche donne in grado di avere figli, le "ancelle", sono costrette alla procreazione coatta, mentre le altre sono ridotte in schiavitù. Della donna che non ha più nome e ora si chiama Difred, cioè "di Fred", il suo padrone, sappiamo che vive nella Repubblica di Gilead, e che può allontanarsi dalla casa del padrone solo una volta al mese, per andare al mercato. Le merci non sono contrassegnate dai nomi, ma solo da figure, perché alle donne non è più permesso leggere. Apparentemente rassegnata al suo destino, Difred prega di restare incinta, unica speranza di salvezza; ma non ha del tutto perso i ricordi di "prima"...

                                       La recensione
Raccontarti qualcosa significa credere in te, credere che esisti. Se ti sto raccontando questa storia è perché voglio che esista. Racconto, dunque tu esisti.

Ho aspettato a lungo il ritorno in libreria del Racconto dell'ancella. Un romanzo distopico, profetico e disturbante, che sembra stato scritto l'altro giorno nonostante i suoi tre decenni – Margaret Atwood, candidata più volte al Premio Nobel, ci lavorava su durante gli anni dell'Aids e dei morti come mosche. La ristampa ha una fascetta verde: dal romanzo, strilla, è stata tratta la fortunata serie tv. Potrei fingere di averla vista per intero, ma mi mancano la metà degli episodi. La visione turba a tal punto da non tentarmi con l'idea di una maratona. Mettersi in pari, allora, e parlarne in un unico post? Ho deciso, alla fine, che recupererò quel che resta di The Handmaid's Tale senza fretta, poco a poco. Sapendo che non sarà cosa rapida e indolore. Della serie Hulu, nell'attesa, ho visto però quel tanto che basta per darsi ai confronti. Ci sono scene a cui ripenso. Pensieri che mi sorprendono così, all'improvviso, mentre mi dedico a tutt'altro. Conoscevo i personaggi e le regole di questo spaventoso regime totalitario, le adunanze e le cacce alle streghe, ancora prima dell'intercessione dell'autrice. In un futuro che è già qui, sintesi implacabile del peggio di cui il genere umano è capace, gli Stati Uniti hanno smesso di esistere. Non c'è stata nessuna apocalisse. Non immaginate colonne di fumo e detriti, uno scenario da film di fantascienza. L'instaurazione della Repubblica di Galaad – rimedio forzato a una libertà bacchica, a confine con l'anarchia – è stata rapida come un colpo di stato. Uno di quegli avvenimenti epocali di cui non capisci il peso, mentre lo stai vivendo. Gli uomini sono tori da monta e le donne, peccatrici destinate a partorire con dolore, carne da macello. Camminano in fila indiana, due alla volta, annunciate dal frusciare dei vestiti e dai bisbigli delle bocche. A quelle madonnine inquietanti, abusate e vendicative, spetta la continuità della razza in un universo minacciato dalla sterilità. Il parto è un evento da celebrare in pompa magna, l'omicidio politico un deterrente. Sulla via del supermercato, il paniere sotto braccio, c'è infatti il Muro. I preti, i medici e i gay penzolano come ballerini. Coloro che si sono ribellati difendendo a spada tratta Dio, l'aborto e l'amore hanno meritato il cappio al collo. 


Per il Paradiso abbiamo bisogno di Te. L'Inferno ce lo possiamo fare da soli.

Le Ancelle sfilano impassibili e inespressive, sotto il velo da suore in rosso. Senza lacci delle scarpe e senza identità, al bando i libri, proibito l'orgoglio. La protagonista non fa eccezione: indossa un sorriso d'ordinanza su una maschera di cera, ma nel petto ha una voce che esplode forte – l'unico segreto, l'unica arma che le resta. Quale effetto sortisce Il racconto dell'ancella un paio di generazioni dopo? Cosa colpisce, venuto meno l'effetto sorpresa – la serie si sofferma sulle violenze fisiche, approfondisce personaggi e temi qui marginali (il supplizio inflitto all'omosessuale Diglen, ad esempio: una Alexis Bledel da rieducare) – e sperimentata sul piccolo schermo parte della ferocia di Galaad? L'ode a ciò che sopravvive, l'eleganza con cui la Atwood invecchia. Difred, privata del nome e ribattezzata con un patronimico, è la schiava sessuale del Comandante e di sua moglie, Serena. Narratrice vezzosa e puntuale, nella scorsa vita è stata un'amante, una madre e un'amica. Possiede tube di Falloppio funzionanti e un'anima sarcastica. Non dà soddisfazioni. Tra sé e sé è la protagonista, non una vittima sacrificale. Disobbedisce rubando pezzi di burro da usare sul viso e sulle mani, in mancanza della crema idratante: sempre attenta alla propria femminilità; agli sguardi lunghi dell'autista Nick o dei Custodi di guardia, armati di mitraglia; alle lusinghe di un Comandante che, nelle partite clandestine a Scarabeo, sembra trattarla come sua pari. A gambe all'aria Difred fissa il soffitto o la finestra affacciata sul giardino, i tulipani che sbocciano a primavera: liquida con poco il sesso – parla di fottere, mai di stupro – e in quei minuti ripensa agli amici e agli affetti, a una mamma single che non si è piegata. 


Nolite te bastardes carborundorum. 

Scrive come se li avesse in pugno, tutti, o ci fosse la speranza reale di scappare in Canada. Al di là del confine. Lei, prepotentemente, nel Racconto dell'ancella diventa misura di ogni cosa. Tutto è provvisorio – la stanza minuscola nella villa dei padroni, la fertilità delle sue ovaie, un Dio che non presta ascolto –, ma tra queste pagine è padrona di casa e di se stessa. Purtroppo, non del proprio destino. La dignità di Difred rifugge il patos e il pietismo, cerca l'asciuttezza, ma non per questo fa meno male. Il presente è raccontato in presa diretta, squallido e arido com'è; il passato è trasformato in poesia. Per non farsi schiacciare dai bastardi. Per non dimenticarsi. Il racconto dell'ancella è la testimonianza diretta, mutila, di una giovane donna che non sa se metterà al mondo un figlio e se sopravviverà. Una Anna Frank del futuro che ti racconta la vita giorno per giorno, la nostalgia dei periodi migliori – pensiero fisso, oltre i paraocchi della cuffietta bianca –, e domani chi lo sa. La sua ribellione è elaborare. Una confessione a cuore aperto, una rivincita, la testimonianza di un'epoca che non c'è – o forse sì.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Tit It Happens To You 


lunedì 12 giugno 2017

Recensione [libro e film]: iBoy, di Kevin Brooks

Addio normalità. Bello averti conosciuta.

Titolo: iBoy
Autore: Kevin Brooks
Editore: Piemme – Freeway
Prezzo: € 16, 50
Numero di pagine: 245
Sinossi: Prima dell'incidente che lo ha mandato in coma, Tom Harvey era un ragazzo come tanti. Ma ora si è risvegliato con il potere di sapere e vedere tutto. I frammenti di iPhone che sono rimasti nel suo cervello lo hanno trasformato in un super computer, una sorta di mente artificiale iperconnessa. Tom può arrivare ovunque, tutte le risposte a domande che non sa nemmeno di aver posto sono già lì, nella sua testa. E dopo aver scoperto della violenza subita da Lucy, la ragazza di cui è innamorato, Tom usa i suoi poteri per punire le gang che dettano legge nel quartiere. Ma qual è il confine tra giustizia e vendetta?


                                La recensione
I supereroi, se sfigatelli, mi piacciono. A parlare è l'invidia verso il fisico scolpito, le battute che non fanno ridere, la forma preferita alla sostanza. Le eccezioni: Spider-Man, essendo un po' Peter Parker anch'io; lo sfortunato Enzo Ceccotti di Lo chiamavano Jeeg Robot, subito icona. Di fumetti, purtroppo, non ne leggo. Al cinema ne vedo gli adattamenti, se sotto costrizione, ma Raimi e Mainetti appartengono a una specie rara. Come la mettiamo invece con i romanzi a tema? Per qualche giorno mi sono concesso, così, un'avventura intitolata iBoy. Online circolava il film da mesi, ma non mi ispirava – benché esile e modesto, vi scrivo tra parentesi tonde e con il senno di poi, è una visione tutt'altro che spiacevole. La storia dei poteri causati dalle schegge di un iPhone, non dal morso di un ragno radioattivo, mi sembrava stupidissima. Ho aspettato l'estate, confidando nel tocco inglese di Kevin Brooks – uno che scrive cose interessanti, anche quando appare più leggero del solito. Il suo ultimo romanzo, giunto in libreria per Piemme, ha una copertina illustrata in linea con le precedenti e annunciati sprazzi pulp. Difficile avere sedici anni a Crow Town: quartiere londinese nella periferia più profonda e degradata che, con i suoi casermoni e i prepotenti ad ogni angolo di strada, somiglia alla nostra Tor Bella Monaca. Difficile, soprattutto se sei un adolescente timido e allampanato e, come l'eroe di Stan Lee, vivi con una parente anziana – una nonna che sbarca il lunario scrivendo romanzi rosa (nel film, una deliziosa Miranda Richardson) – e a un passo da Lucy, la ragazza dei sogni. Si può essere più che amici? 
Tom fantastica e si arrovella quando alza gli occhi al cielo: qualcuno l'ha chiamato per nome. Dal trentesimo piano gli cade sulla testa un cellulare rubato e gliela spacca in due come un cocomero (stando a Netflix, viene invece colpito da un colpo di proiettile mentre chiama il 911). Il risveglio dal coma è uno shock. La sua tutrice è sommersa dai debiti, la polizia fa domande su domande, Lucy è stata aggredita da una gang. Glielo suggerisce il suo cervello non appena apre gli occhi in ospedale. Ha una brutta cicatrice sulla testa e, dentro, pezzi di cellulare impossibili da estrarre. Gli effetti collaterali, gli spiegano, sono emicranie croniche e percezioni leggermente falsate. Il foglietto illustrativo non parla di poteri magici? Il ragazzo del miracolo ha tutto il sapere del mondo e di internet dietro le palpebre. La sua pelle, volendo, sfrigola e manda bagliori. La sua mente galoppa, connessa ai cellulari e ai pensieri degli altri. A questo punto, perfino una produzione modesta potrebbe far bene: un po' di CGI, ed è facilissimo stare al passo. Come spieghi la presa di coscienza di Tom su carta, il suo sapere infinito? Quel caos di numeri e lettere, quel bombardamento di informazioni, possono starci davvero in un romanzo? L'autore young adult della noia mortale di alcune estati, dei finali monchi e della Londra punk, al solito, sa come fare. 
iBoy fila più veloce della luce e, a modo suo, sembra avere anche fondamento (la trasposizione, cupa nelle atmosfere ma libera nella struttura, sceglie di rimanere dalle parti del teen thriller: Bill Milner, perciò, somiglierà più a un hacker che a un vigilante). La periferia non lascia scampo. Preoccupano i figuranti incappucciati, le loro mani pesanti, la disgustosa legge del branco. Non c'è una Mary Jane da prendere al volo: troppo tardi per salvare una protagonista femminile che odia il suo stesso corpo, i maschi, e non esce dalla sua stanza (Maisie Williams, per quanto insipida, ricopre nel film un ruolo più attivo). Lo stupro l'ha svuotata e non resta che qualche chat in cui confidarsi nell'anonimato; la speranza di una vendetta trasversale (risse o litigi con accoltellamenti finali, in poltrona, si trasformano spesso in scherzi goliardici o in episodi di cyber bullismo usati a fin di bene). Kevin Brooks attinge al cinecomic, ma il suo è un rape and revange – moderno, crudo, diviso tra etica e istinto – dai sensi sviluppati e dal ritmo folgorante. E prende senza interferenze di sorta, finché c'è campo. Ma alcune realtà, certe borgate malfamate, sono gallerie infinite. Lì i poteri fanno cilecca, le tacche del cellulare diminuiscono a vista d'occhio. Imboccarne l'uscita è un'esplosione di segnali e percezioni. Come una canzone alla radio che riprende più forte, alla fine del tunnel. 
Il libro: ★★★½ Il film: 6
Il mio consiglio musicale: Imagine Dragons – Radioactive