martedì 4 maggio 2021

Recensione: Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata, di Raphael Bob-Waksberg

Forse in Italia il suo nome suonerà sconosciuto. Segnatevelo a caratteri cubitali. Perché Raphael Bob-Waksberg – comico, ebreo, classe '84 – per me è l'erede di Woody Allen. Fantasioso, caustico e brillantissimo, ha regalato a Netflix uno dei suoi prodotti più memorabili: Bojack Horseman serie animata su un cavallo antropomorfo bramoso di notorietà – resta un capolavoro che, a un anno dalla sua chiusura, ci fa sentire ancora orfani. Ho l'impressione, tuttavia, che la TV non sia che soltanto l'inizio della carriera mirabolante dello sceneggiatore. Rieccolo in un'altra veste, quella di scrittore, sugli scaffali delle nostre librerie. Quanto spicca in mezzo all'eleganza monocromatica dei Supercoralli con la sua copertina rosa shocking e un titolo sfacciatamente romantico? Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata non delude le attese. Nonostante la familiarità con i suoi tempi comici, che non ho trovato minimamente depotenziati dal formato del racconto, sorprende comunque per la varietà degli argomenti, degli approcci narrativi, dei generi. Spazia dal romanticismo intimista allo splatter, dalla fantascienza al rimaneggiamento dei classici, sperimentando forme e voci sempre diverse.

Le persone si dividono in due tipi: quelle che non vuoi toccare perché hai paura che si spezzino e quelle che non vuoi toccare perché hai paura che ti spezzino.

Con sensibilità l'autore s'intrufola nei vissuti di uomini e donne, raccontandoli ora in prima, ora in seconda, ora in terza persona. E osa racconti in rima baciata (per ironizzare su San Valentino), abbozzi di pièce teatrali (in scena: il microcosmo familiare), promemoria di attività chiuse per ferie (l'urgenza sopraggiunta all'improvviso: passare un giorno a letto insieme), pagine di guide turistiche (quali luoghi evitare per sfuggire ai ricordi degli ex) e menù di ristoranti stellati (sconsigliabile abbinare alcol e dissapori). Ci sono poi villaggi dov'è buona creanza sgozzare caproni nel giorno delle nozze; realtà parallele invase da acque da Antico Testamento; resort messicani dove ricucire rapporti tra parenti acquisiti; popolosi parchi a tema e concerti interdimensionali. Ma in mezzo a questo divertimento esagerato, di cui il mio post potrà darvi soltanto vaghi indizi, i miei racconti preferiti sono quelli in cui il vulcanico Bob-Waksberg abbassa la voce per raccontarci quello che meglio gli riesce: ossia l'incomunicabilità, il disincanto, la depressione. Possono due innamorati viaggiare per sessant'anni nello stesso vagone senza dichiararsi? Giocando a Taboo, quali sono le parole da tacere per evitare il punto di non ritorno? Che senso ha fuggire in continuazione se la Tristezza è un'amante che non ci lascia andare?

Una statua non viene costruita a partire dalla base – è ricavata a colpi di scalpello da un blocco di marmo – e spesso mi chiedo se non siamo definiti allo stesso modo dalle qualità che ci mancano, delineati dallo spazio vuoto dove un tempo c’era il marmo. Sono seduto in metropolitana. Sono sdraiato sveglio a letto. Guardo un film: rido. E poi, d’improvviso, sono colpito da una verità annichilente: non è quello che facciamo a renderci ciò che siamo. È quello che non facciamo a definirci.

Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata resterà una delle migliori letture dell'anno corrente, perché mi ha fatto ridere, mi ha fatto piangere e mi ha spinto ad appuntare una matita Ikea per sottolineare passo passo le cose urgenti. Giunto all'ultima pagina, ho avuto la sensazione di essere stato sputato fuori da un frullatore, di aver esagerato con i biscotti assortiti – ogni racconto è infatti un dolcetto pescato alla cieca da una scatola di latta –, di essermi preso una sbronza triste con una bottiglia di Merlot. Mi giravano forte lo stomaco e la testa, mi girava il cuore. La vita e la morte, scrive l'autore, si somigliano. Sono terrificanti, schiaccianti, possono accadere in qualsiasi momento. Le si può affrontare in due modi, con la paura o con il coraggio, ma si è destinati in ogni caso a soccombere. Accanto a loro, l'amore: una forza altrettanto ancestrale. Se la nostra disfatta è già scritta nelle stelle, a questo punto, perché non scegliere di essere coraggiosi?

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Coma_Cose – Fiamme negli occhi

giovedì 29 aprile 2021

Recensione: Il primo che passa, di Gianluca Nativo

Il primo che passa, di Gianluca Nativo. Mondadori, € 17, pp. 216 |

Dall'apice del suo condominio, che svetta sullo squallore della periferia napoletana quasi a prenderne le distanze, Pierpaolo Tammaro guarda tutto dall'alto in basso. Primogenito di una famiglia in vista, vive in un microcosmo di antichi privilegi e falso perbenismo in cui ci si sforza di camuffare l'accento partenopeo. Il futuro è una promessa rosea; tutto andrà per il verso giusto. Dal suo terrazzo, intanto, si snoda una Napoli vista di rado: privilegiata anziché proletaria. Affacciato, il ventenne sdegnoso si sente estraneo alla volgarità del dialetto, alle chiacchiere dei coetanei, al culto solenne del Santo Patrono. Soprattutto, si sente estraneo a sé stesso.

Avrei potuto avere un nome più comune – Giuseppe, Mimmo, Enzo –, passare l’adolescenza in sella a un motorino, andare alle giostre della festa patronale come tutti i miei coetanei, sposarmi passati i vent’anni, fare carte false per un posto di lavoro nel pubblico. E invece no. Studiavo, sarei diventato un medico, ma quando? Al momento non ero niente. Continuavo a dissiparmi nel mio pendolarismo.

Pierpaolo somiglia alle narratrici di Elena Ferrante: come quella di La vita bugiarda degli adulti, oscilla tra salotti borghesi e bassifondi, tra radici e slanci. Abbandona la sua postazione sopraelevata per correre, affamato, incontro a una città i cui lati selvaggi, tuttavia, sono raccontati con discrezione. Solo e circondato da altri passanti senza pace, Pierpaolo scandaglia i coni d'ombra anche a rischio di perdere le chiavi per rincasare. Poco amabile, si arrovella e qualche volta si arrende. Ha una vita interiore ricchissima e una vita sociale, al contrario, sconfortante. Perfino la sua ricerca spasmodica dell'intimità, nonostante tutto, è pervasa di terrore. In tenuta da jogging, corre o forse scappa via. Pierpaolo somiglia a me. Pavido e un po' frustrante, mi è simile negli atti mancati, nell'indecisione e nelle contraddizioni. A tratti l'ho trovato sgradevolissimo, ho dissentito con le sue (non) scelte e con la piattezza della sua routine, ma nel farlo nascondevo la coda di paglia: ho gli stessi difetti, infatti, che imputo a lui. Chi si prenderebbe la briga di scrivere un romanzo nudo e crudo su qualcuno come me, come noi, senza abbellimenti retorici né licenze poetiche?

Era questa l’idea che avevo dell’amore: una predestinazione. Nulla a che vedere con quell’impazienza che mi spingeva da un quartiere all’altro, in casa di persone che non conoscevo. Mentre il desiderio dei miei genitori era cresciuto come una pianta al sole, io andavo in giro a chiedere conferma del mio al primo che passa.

Il coraggioso si chiama Gianluca Nativo, esordiente bravissimo classe 1990, che in medias res ci mostra Pierpaolo in un vicolo cieco: mentre sta per scrivere una nuova pagina della propria esistenza – in macchina con un ragazzo, finalmente, sta per abbracciare la propria sessualità tormentata –, viene interrotto dalla polizia. La sua famiglia reclama attenzioni. Mentre il padre è costretto ai domiciliari, Pierpaolo approda timidamente sulle app d'incontri. Con uno stile signorile e pudico, mosso però da un'innegabile urgenza sotterranea, l'autore segue gli ansiti sommessi e la smaniosa curiosità di un anti-eroe sempre a spasso. Lungo via Toledo brama il contratto fisico, gli sguardi indiscreti, il tocco spinto dei borseggiatori. A differenza di Latte arcobaleno, la cui carnalità irrefrenabile appariva a tratti elettrica, Il primo che passa si concede rapporti occasionali, un sottobosco di figuranti anonimi e una sola costante: Elia, un libraio ospitale e affettuoso di cui Pierpaolo ricerca il calore a momenti alterni. Fedelissimo allo spirito del suo protagonista – poco avventuroso –, il romanzo sceglie un taglio realistico e non si concede colpi di testa neanche nell'epilogo: benché narrativamente piatto, è la riprova di come Nativo sacrifichi tutto – perfino le simpatie del lettore – per aderire con coerenza agli andirivieni di un protagonista teneramente imbelle. Sospeso tra essere e dover essere, il giovane Tammaro è un animale a sangue freddo in attesa che arrivi la stagione del proprio amore. Intanto, come il ragazzo ritratto in copertina, scaccia via il torpore strofinandosi forte gli occhi. Inconsapevole che perfino la dolorosa ricerca di un habitat naturale possa diventare materia per un romanzo, nelle mani di un madrelingua che conosce tutte le sfumature della parola appocundria.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Madame – Sciccherie

lunedì 26 aprile 2021

Recensione in anteprima: Love After Love, di Ingrid Persaud

 
| Love After Love, di Ingrid Persaud. Edizioni EO, € 18, pp. 453 |

Quando stai per iniziare un romanzo di oltre quattrocento pagine ci pensi due volte, soprattutto se sai che lo leggerai nei ritagli tra una lezione e l'altra o in bilico sui mezzi pubblici. Ma Love After Love – in uscita il 28 aprile – a sorpresa è stato un'ottima idea. Inizialmente approcciato con titubanza, è stato un balsamo durante le mie prime settimane da pendolare. Intristito dal cattivo tempo che sembrava seguirmi dal finestrino, stanco per le levatacce e la routine un po' frustrante, ho presto trovato pace grazie all'esordio di Ingrid Persaud. Seduto al mio posto, aprivo il romanzo nell'andirivieni e subito mi scoprivo sollevato. Leggerlo, infatti, è come sbirciare i personaggi della tua sitcom preferita all'opera; un accoccolarsi nella comfort zone per trovare momentaneo riparo da un trantran a cui fatico ad abituarmi. Sfaccettato, energico e vitale, racconta la storia di tre solitudini in cerca della propria identità. Mostrati nell'avvicendarsi degli anni e degli amori, fuori posto, i personaggi formano una bellissima famiglia indipendentemente dai legami di sangue.

Certi giorni è dura portarsi sulle spalle il proprio sacco di cacao. È per questo che ci sono gli amici.

Siamo a Trinidad, un'isola dei Caraibi. Le acque sono cristalline, il rum scorre dolce come il miele, gli orti ospitano frutti e aromi, le cucine profumano di coriandolo. Laggiù si crede nel malocchio e si elevano offerte a Kali; si celebrano matrimoni lunghi tre giorni ed è possibile assaggiare deliziosi panini allo squalo. Ma l'ambientazione esotica nasconde però lati oscuri: criminalità alle stelle, malasanità, omofobia. In un modo o nell'altro tutti i personaggi hanno conosciuto entrambi i volti di Trinidad: quello accogliente e quello spietato. Mamma single, Betty è una buona cristiana che educa il suo unico figlio a rispettare il prossimo: vedova inconsolabile agli occhi degli altri, in realtà ha accolto con sollievo la morte del marito, un tiranno che l'ha resa a lungo vittima di violenze fisiche e psicologiche. Chioccia orgogliosa e volitiva, si sente sola anche in compagnia di altri uomini e cerca l'equilibrio ora sui siti d'incontri, ora nella religione. Finché non affitta una stanza a Mr Chetan: ripudiato dalla famiglia d'origine e divorato da un ingiusto senso di colpa, il maestro di matematica è una presenza rassicurante a cui i più negano la luce del sole. Omosessuale, esplora in ritardo la propria sessualità e, circondato dal calore di casa Ramdin, per la prima volta ripensa a un vecchio amore d'infanzia. In mezzo ai due, legati dall'alchimia delle coppie più longeve, siede il piccolo Solo: all'inizio del romanzo bambino silenzioso, poi adolescente ribelle in fuga a New York, il figlio di Betty è forse il personaggio più commovente all'interno di un cast già memorabile di per sé. Ospite dello zio paterno, combattuto tra risentimento e nostalgia, vive anni oscuri e irrequieti in un'America senza grandi sogni: struggente, tormenta il suo corpo con l'autolesionismo per dare voce a un antico dolore.

La tua terra. È importante. La tua terra è dove è sepolto il tuo cordone ombelicale.

Ambientato in più di un decennio, Love After Love è una commedia generazionale densa, irresistibile e malinconica, che sta accanto ai suoi personaggi sempre: nella buona e nella cattiva sorte, nel cicaleggio irresistibile e nel silenzio angosciante dell'abbandono, quando fa bene e quando infine fa male, malissimo. È uno di quei romanzi sulla ricerca della felicità che a tradimento, inaspettatamente, ti sferrano una stiletta tra l'anima e il corpo. Ma è impossibile avercela con loro, perché sono talmente calorosi e gentili che si fa fatica a non adorarli. Perché, con i loro dialoghi cinematografici e lo stile colorito (ho qualche dubbio sulla traduzione italiana, a tratti eccessivamente colloquiale), non pesano mai. Perché hanno la premura di porti domande su domande, senza mai apparire indiscreti. Ad esempio: come stai, ti sei forse smarrito? Dov'è la tua casa? Senza attendere risposta, all'ultimo, ti aprono la porta. Sull'uscio abbracciano forte te, che ti senti un viandante. E tagliano fuori un'isola di magie, misteri e orrore, che vista dalle finestre della famiglia Ramdin incute per fortuna meno timore.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Bob Marley - One Love

sabato 17 aprile 2021

Verso gli Oscar: Minari | Nomadland | The Father | Un altro giro

Davanti alla presenza di una pellicola coreana agli Oscar, è impossibile non pensare ai fasti di Parasite: che il miracolo si ripeta anche quest'anno? Per quanto sorga spontaneo il confronto tra gli outsider asiatici alla conquista di Hollywood, i paragoni insensati andrebbero a discapito di Minari: lontano dalla folgorazione del thriller satirico, ma a modo suo bello e speciale comunque. Ambientato negli Stati Uniti degli anni Ottanta, il film segue la famiglia Yi dall'Oriente all'Arkansas. Partiti con il desiderio di mettere su una fattoria dove coltivare frutti e ortaggi asiatici, i protagonisti si ritrovano a condividere una bizzarra casa su ruote e venti ettari che, nei giorni pari, somigliano al giardino dell'Eden in terra. Mentre il cocciuto capofamiglia Steven Yeun investe anima e corpo nel suo sogno americano, la moglie trascurata patisce l'isolamento: smetteranno di litigare grazie alla suocera – Yoon Yeo-Jeong, in odore di statuetta –, esilarante vecchina che non cucina biscotti né prega per il Paradiso, ma in compenso impreca e rubacchia. In una casa in cui c'è bisogno di acqua corrente, manodopera e benedizioni, a portare dolcezza incommensurabile è il punto di vista del piccolo David: primo di una lunga galleria di personaggi adorabili, indossa gli stivali da cowboy e cerca di non affaticare troppo il suo cuoricino malandato. Meglio evitare le emozioni negative. Su misura del protagonista, così, Lee Isaac Chung cuce una saga familiare quieta, solare, delicata in maniera disarmante. Un incanto bucolico ben più significativo di Elegia americana, dove l'erba commestibile sulle anse del fiume – il “minari” del titolo – viene a simboleggiare l'arte di cavarsela. Un gioiello d'altri tempi, per imparare a vivere meglio e saggiamente i nostri. (8)

Sono i nomadi di oggi. Hanno condotto vite uguali ma diverse. Adesso, reduci da drammi e declassamenti, si riconoscono in quanto simili. Si sfiorano. Negli spiazzi affollati. Nei parcheggi per le roulotte. In un film ispirato all'omonimo reportage di Jessica Bruder. C'è una malata terminale all'inseguimento di un ultimo viaggio della speranza. C'è chi, in pensione anticipata, sogna la libertà. Chi, ancora, giovanissimo, è appena scappato di casa. Poi c'è lei, Fran: vedova in cerca di lavoro. Che si arrangia, chiede aiuto e, qualche volte, lo dà. Che si sposta inseguendo l'ispirazione, la fortuna, sé stessa. Finché un brav'uomo non la tenta con la stabilità. La rivelazione Chloé Zhao ha un bel bagaglio di storie dal quale attingere e uno sguardo partecipe, commosso. Piacciono i rituali e l'armonia dei suoi nomadi. Piace al solito Frances McDormand, tenera e ruvida come soltanto lei sa essere, alle prese con il personaggio di una novella Thoreau (non cita a memoria Walden, però, bensì un celebre sonetto di William Shakespeare). Ma Nomadland, piccolo, onesto, genuino, nonché splendidamente musicato dal nostro Einaudi, in parte confonde: è un documentario, più che un film, e stranisce allora trovare un'attrice affermatissima, per quanto aderente al ruolo, in mezzo ai reali attanti. Probabilmente, dopo il Leone d'oro a Venezia e il trionfo annunciato ai Golden Globe, vincerà anche l'Oscar al Miglior Film. La cosa non scontenterà nessuno, neanche il sottoscritto, ma il risultato complessivo mi è parso frammentario e delicato. Sin troppo. (7)

Un ingegnere in pensione viene accudito dalla primogenita mentre l'Alzheimer, inarrestabile, gli ruba gli ultimi scampoli di vita e di memoria. Esordio alla regia per il drammaturgo Florian Zeller, The Father racconta la senilità con un approccio parzialmente nuovo. Dramma dai risvolti inesorabili, vanta infatti un montaggio da thriller e una sceneggiatura caleidoscopica fedele alle percezioni falsate del protagonista. Sospettoso, crudele e aggressivo, anche se ironico e affascinante all'occorrenza, l'ultraottantenne Anthony Hopkins lascia attoniti davanti all'ennesima prova magistrale; un delirio ossessivo in cui subodora cospirazioni e tradimenti, puntando il dito a destra e a manca. Chi ha rubato il suo orologio? Chi ha cambiato l'arredamento? Come mai i più non vedono l'ora di chiuderlo in un ospizio? Amorevole e devota, benché sull'orlo di una crisi nervosa, lo assiste una misurata Olivia Colman. Rigorosamente britannico, il film d'impostazione teatrale trasuda eleganza e manierismo. Per certi versi troppo patinato, per altri originalissimo nel restituirci la confusione di Hopkins, The Father è un singolare home invasion in cui le nebbie della malattia cozzano un po' con la lucidità della regia. Troppo cerebrale, troppo scritto, troppo ragionato, dimentica presto l'intenzione di raccontare l'Alzheimer dal punto di vista di chi soffre realmente d'Alzheimer. In ogni caso, nella moquette di questo salotto alto-borghese, in questo magma temporale tenero e spaventoso insieme, è una goduria sprofondare in compagnia di un interprete impareggiabile. (7)

Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere, scriveva il francese Charles Baudelaire. In una Danimarca altrettanto decadente, un gruppo di frustrati professori di mezza età decide di sottoporsi a un esperimento sociale per migliorare le loro relazioni in famiglia e a scuola: ossia, bere. Stando a un filosofo realmente esistito, infatti, per ogni litro di sangue il nostro corpo avrebbe bisogno di 0,5 grammi di alcol per essere perfettamente bilanciato. All'improvviso più partecipi dome docenti, mariti e amici, i protagonisti con l'etilometro sempre in tasca giurano di non superare i limiti del consentito. Ma quanto è facile perdere la bussola, se ci si mette di mezzo l'imprevedibile dio Bacco? Dopo le infruttuose parentesi americane, Thomas Vinterberg torna alle origini danesi. Porta con sé il sempre grande Mads Mikkelsen – misuratissimo, qui depone la consueta aria ammaliante per un personaggio fragile e insicuro – e la fidata camera a mano, puntando agli Oscar. Pare, vincerà. Ma per me, a lungo indeciso tra provocazione e moralismo, tra dramma e commedia, il film è ben lontano dai fasti del Sospetto. Dopo una brillante prima, la riflessione sull'insostenibile leggerezza dell'essere (sbronzi) esaurisce in fretta lo spunto eversivo e si trascina su sé stessa, in un prevedibile vortice di autodistruzione. Martin, uomo di mezza età e marito insoddisfatto, riuscirà a lasciarsi alle spalle le inibizioni? E a smettere quando vuole con il vizio dei cicchetti di prima mattina? Nonostante tutto, la chiusa danzereccia è già cult. (6,5)

mercoledì 14 aprile 2021

Recensione: L'anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini

| L'anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini. € 17, pp. 192 |

In lizza per il premio Strega, è l'outsider della dozzina. Divertente, surreale, lieve con malinconia, la lettura di Roberto Venturini potrebbe risultare un'autentica boccata d'aria fresca per gli amici che ogni anno s'imbarcano in un'impresa coraggiosa: recuperare tutti i romanzi candidati per formulare pronostici. A ben vedere, però, L'anno che a Roma fu due volte Natale fa parte dello stesso irresistibile filone di Genovesi e Bartolomei: commedie all'italiana che conciliano pubblico e critica, insomma, zeppe di svolte rocambolesche e di personaggi ai quali è impossibile non volere bene. Non sfigurerebbero in un film di Mario Monicelli, ragiona a voce alta il narratore, mentre osserva dall'alto i passi incerti dei suoi protagonisti. Strampalati ma belli come succede al cinema, si muovono goffamente in un intreccio che parte con i migliori auspici: perché non riunire Sandra e Raimondo, la coppia più amata del piccolo schermo? Sepolti in cimiteri separati, meriterebbero di stare insieme come sul set dell'indimenticabile Casa Vianello. È il desiderio di Alfreda, insegnante in pensione gravemente in sovrappeso, intrappolata in un asfissiante mausoleo di blatte e cianfrusaglie: un villino sbucato da un episodio di Sepolti in casa dove ogni oggetto racconta l'assenza di Mario. Il marito di Alfreda, infatti, è sparito in mare in circostanze tanto incredibili quanto misteriose. Vedova inconsolabile minacciata dagli ultimi provvedimenti dell'ufficio d'igiene, trova uno slancio vitale in una gita al cimitero: il Verano, di notte, sarà preso d'assalto da una banda singolare di profanatori di tombe. Ad assecondarla ci sono il figlio Marco, ex bambino prodigio ormai votato alle droghe e all'insicurezza sociale; Carlo, anziano pescatore sopravvissuto a tutti i suoi amici; Er Donna, ambitissimo travestito che in passato ha pestato i piedi al boss sbagliato.

Avrebbe voluto giustificarsi, dirle per esempio che la felicità mica si riproduce per talea, che non funziona quasi mai, come col glicine. Dirle che la bellezza di quello che si è vissuto in passato non rivive in un altro contesto, e che anche se lui ci provava a innestare nuova torba rassicurante, non gli radicava più, la felicità. Hai voglia a bestemmiarci sopra. Come la talea del glicine.

Forte di un vago senso d'incanto e delle innumerevoli citazioni alla cultura degli anni Ottanta, un po' pulp, un po' pop, Roberto Venturini incuriosisce con uno spunto brillante: la richiesta ultraterrena di un'inconsolabile Mondaini. Ma nella seconda parte tradisce le premesse con un prosieguo dispersivo e confuso: un andirivieni in macchina, dal cimitero alla spiaggia, che finisce per tagliare il respiro a una storia che avrei immaginato più articolata. Strada facendo ci si scorda dei Vianello; ci si scorda di Alfreda. Quando prendono ad accavallarsi voci, storie, accenti e rumori, si rischia di perdere di vista il punto della situazione. Ma il chiacchiericcio che ne vien fuori è tutt'altro che spiacevole. Ricorda, in realtà, le conversazioni tra amici nei lunghi viaggi in auto: ondivaghe, fitte fitte, di quelle in cui si perde spesso il filo logico e si aprono parentesi su parentesi prima di chiuderne altre. In questo romanzo non sono i personaggi a vivere in funzione della storia ma l'esatto contrario, anche al rischio di sopraffarla. Ma cosa può un cast perfetto contro i difetti di un romanzo che, nonostante le poche pagine, non è esente da lungaggini? Più brillante per umanità che per equilibrio, L'anno che a Roma fu due volte Natale ha la malinconia del mare d'inverno e le melodie di alcune canzoni marinaresche. All'apparenza fuori posto, fuori stagione, è ambientato in una Torvaianica miracolosamente imbiancata: candida, nonostante la presenza di ceffi loschi e vittime da cronaca nera, fa da sfondo originalissimo a questo imperfetto ma accorato amarcord.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Colapesce e Dimartino – I mortali

sabato 10 aprile 2021

Sulla bocca di tutti: WandaVision | It's a Sin | Speravo de morì prima

Lei, sorridente e con una messa in piega inappuntabile, è la classica mogliettina pronta ad accogliere gli ospiti alla porta. Lui, impiegato sottopagato, si dedica a testa bassa al lavoro d'ufficio ma nasconde un'identità segreta. Lei strega potentissima, lui robot dal cuore d'oro, sono moglie e marito su uno sfondo saltato fuori dagli anni Cinquanta. Cosa hanno da spartire Wanda e Visione – due degli eroi più amati della squadra degli Avangers – con quelle sitcom senza tempo in stile Vita da strega? Cosa ho da spartire io, ancora, nemico giurato delle produzioni Marvel, con la serie più attesa e chiacchierata dei fumetti? Bene a conoscenza degli eventi del MCU grazie agli spoiler frequentissimi di amici e parenti, ho approcciato la serie in nove episodi senza confusione. Perché questo sacrificio? Gli stessi amici e parenti mi dicevano di vincere il pregiudizio e di gettarmi a capofitto in questo esperimento metatelevisivo senza precedenti. Man mano che la famiglia dei protagonisti si amplia – nascono due gemelli; la vicina di casa, Agnes, diventa una presenza fissa –, la serie cambia aspetto. Si avanza dagli anni Cinquanta ai Duemila, passando da Genitori in blue jeans a Malcolm in the Middle. Quale stregoneria è mai questa? Cosa succede nella cittadina di Eastview, protetta da una barriera impenetrabile e da leggi tutte sue? Inutile spendere parole di troppo, gli spoiler sarebbero dietro l'angolo. Tra omaggio luccicante e immancabile thriller a tinte action, WandaVision non è forse il capolavoro di cui si è letto qui e lì – sono troppi i buchi di sceneggiatura e l'epilogo, chiassoso, non mi è all'altezza della raffinatezza del resto –, ma resta in ogni caso una serie deliziosa. È l'anello di congiunzione tra il cinecomic e il film d'autore. È il ritratto sovrumano del più umano dei drammi, ossia l'elaborazione del lutto. È la consacrazione di Elizabeth Olsen, interprete splendida e versatile, accompagnata dal più dimenticabile Paul Bettany. È, sopratutto, uno spassionato atto d'amore verso l'amore e le serie TV: che, ora come non mai, ci salvano dai conflitti, dall'isolamento e, qualche volta, perfino dai noi stessi. (7,5)

Già profetico lo scorso anno, con il distopico Years and Years, Russell T. Davies si conferma la penna più adatta per catturare il meglio e il peggio dei nostri anni matti. Questa volta fa un passo indietro e si guarda alle spalle. Verso un passato che brucia ancora. Dichiaratamente omosessuale, Davies doveva avere la stessa età dei suoi protagonisti quando la paura ha cominciato a monopolizzare le conversazioni di un'intera generazione. Inizialmente sembrava una cosa destinata a sconvolgere soltanto i lontani Stati Uniti. In Inghilterra giovani, sfrenati, continuavano a darsi alla pazza gioia. Succede a Ritchie, aspirante attore che colleziona rapporti a rischio; a Roscoe, in fuga dalle restrizioni della famiglia; a Colin, discreto ma non per questo al sicuro. Unica donna della compagnia, la solerte Jill: un personaggio di una bontà mai vista, devota tanto ai propri coinquilini quanto alla causa gay. Inquadrati nella Londra dei primi anni Ottanta, i protagonisti sono un gruppo di ventenni che fronteggiano l'avvento spaventoso dell'Aids. L'ansia, le bugie, il negazionismo, gli ospedali affollati, i funerali in solitaria, la pulizia ossessiva e maniacale, il terrore viscerale del contatto fisico. Se tutto appare attualmente come non mai, in tempi di emergenza sanitaria, a risollevare gli animi ci pensa una dimensione corale degna di una sitcom bellissima. Qualche storia è a lieto fine, qualcun'altra purtroppo no. Scopriremo di famiglie accoglienti e di altre tenute all'oscuro. Vedremo le conseguenze della malattia – sarcomi, linfomi, perfino demenza – e i mezzi più ignoranti per scongiurarla – bere la propria urina, ingerire il liquido delle batterie. Quanta umanità e quanta follia nei protagonisti. Quanto bene gli ho voluto, nonostante avessero in molti casi il destino segnato. Che fosse una miniserie ironica, ben recitata e scritta benissimo, avrei potuto urlarlo al mondo anche soltanto dopo una manciata di episodi. Ma reduce dal quinto e ultimo, butto via i kleenex stropicciati e vi dico che la miniserie sulla morte ai tempi dell'amore resterà tra le più indimenticabili dell'anno corrente. (8,5)

Il lungo addio di Francesco Totti: l'ottavo re di Roma. Sei episodi dai toni indovinati, a metà strada tra la verve grottesca di Boris e il piglio esistenzialista di Paolo Sorrentino, per il biopic calcistico che non sapevi di stare aspettando. Lontano dal diventare un'agiografia stucchevole di matrice Rai, la serie diretta da Luca Ribuoli si conferma una fiera commedia nazional popolare: leggerissima, ma dotata altresì di una malinconia contagiosa, racconta cosa succede quando le luci dei riflettori stanno per spegnersi e cita con gusto Rocky, L'attimo fuggente e il cinema western di Sergio Leone. Nel mezzo del cammin della sua vita, dopo venticinque anni di onorato servizio, un “Pupone” sulla soglia dei quaranta si prepara a malincuore a riporre gli scarpini al chiodo. E a diventare finalmente uomo. Ma come non assecondare d'altra parte la tentazione tutta umana di inseguire un ultimo derby; un secondo tempo della giovinezza? Al congedo solenne partecipano figuranti d'eccezione – Del Piero, Pirlo, Calabresi, Memphis, Guzzanti –, quei genitori onnipresenti, dolcissimi e un po' cafoni – Guerritore e Colangeli –, i compagni di squadra – l'esilarante Antonio Cassano su tutti, dipinto come una sorta di delirante Lucignolo –, il nemico giurato Spalletti, la Blasi di una preziosissima Greta Scarano. Ma se la serie andata in onda su Sky si rivela essere la sorpresa televisiva di questo 2021 è soprattutto grazie al figlio d'arte Pietro Castellitto: una scommessa vinta. Che ci importa che sia più giovane e meno prestante del Francesco in carne e ossa, se becca a colpo sicuro la parlata strascicata, le smorfie e la capacità di far battute restando serio come Buster Keaton? Re e prigioniero all'interno di una Roma piena di contraddizioni, il capitano giallorosso si lascia raccontare tra pubblico e privato. E in una narrazione fluida, dove i ricordi d'infanzia si mescolano ad autentiche visioni a occhi aperti, segna il goal decisivo conquistando anche l'ammirazione di un profano mai stato all'Olimpico. (7,5)

mercoledì 7 aprile 2021

Recensione: La spinta, di Ashley Audrain

La spinta, di Ashley Audrain. Rizzoli, € 18. pp. 347 |

Le donne della nostra famiglia sono diverse. Cresciuta con questo ammonimento, Blythe si è sposata con il desiderio di smentire la sorte comune tanto alla madre quanto alla nonna: Cecilia e Etta, sangue dello stesso sangue, hanno passato l'esistenza a odiarsi. Lei si sottrarrà alla maledizione: sarà migliore di loro. Affetta dalla sindrome dell'angelo del focolare, sul finire della prima gravidanza si accorge che nonostante tutto l'abisso è una tappa comune. Giovane, bella e innamorata, comincia a sfiorire a vista d'occhio dopo la nascita di Violet. Mentre il marito Fox si addolcisce, Blythe conosce la spietatezza del rigetto. Chi ha detto che essere un genitore è il mestiere più bello del mondo? Frustata dalle levatacce, dalle smagliature e dai capezzoli doloranti, da una bambina che sembra preoccupantemente più scaltra dei coetanei, la protagonista prende a guardarla con sospetto: dal momento che Violet è sempre al centro di incidenti misteriosi, dispotica e capricciosa per natura, Blythe si convince gradualmente dei disturbi comportamentali della piccola. Ma qual è il confine tra le colpe della figlia e le esagerazioni della donna, ormai insofferente? Le cose cambiano con la nascita di Sam, ma l'idillio non è di casa. Lo capiamo sin dalla prima pagina: seduta in macchina, la protagonista guarda dall'esterno la nuova vita del marito e le macerie fumanti della propria.

Le madri non dovrebbero fare figli che soffrono. Non dovrebbero fare figli che muoiono. E non dovrebbero fare figli cattivi.

Strutturato come una lunga confessione in seconda persona, il romanzo d'esordio della bravissima Ashley Audrain procede a ritroso in cerca delle radici del disagio. Destinata a diventare l'ombra di sé stessa, la narratrice sperimenta una doppia alienazione: da un lato quella delle neomamme, motori della famiglia destinate a smarrire la loro identità; dall'altro quella delle donne tradite, declassate, abbandonate in solitudine a smaltire i postumi dell'elaborazione. Struggente e viscerale, Blythe si squarcia il ventre a mani nude e fruga nei labbri del suo cesareo; ci lascia scorgere, così, i demoni di un'intimità tormentosa. La sua sincerità è tale da mettere spesso in imbarazzo. Leggere di lei è come sorprendere di spalle una persona nuda, vulnerabile. La spinta è quella da cui si libera il vagito acuto della nascita; è uno sgambetto sullo scivolo; è una muffola rosa sul manico del passeggino. Ma indica altresì una farsa, una forzatura, una violenza in primis verso sé stessi. Quante donne si sentono messe in croce perché non tagliate per il ruolo di madri? Quante, ancora, si percepiscono instabili in preda agli sconvolgimenti ormonali e alla depressione post-parto?

I seni erano appassiti come la pianta che avevamo in cucina e che non mi ricordavo mai di innaffiare. La pancia stava in bilico sul segno dell'elastico delle mutande come marshmallow bucherellati con lo stecchino. Ero spappolata. Ma contava solo che riuscissi fisicamente a mandare avanti tutto; il mio corpo era il nostro motore. Perdonavo ogni cosa, alla donna irriconoscibile nello specchio. Non una sola volta ho pensato che il mio corpo non sarebbe mai più stato così utile: necessario, affidabile, prezioso.

Sono un maschio, biologicamente non potrò mai capire la contraddittorietà di certi sentimenti. Ma romanzi raffinati come questo, per quanto oscuri siano, ci permettono di spingerci oltre i limiti del nostro sesso di appartenenza: è un dono, è una maledizione. All'apparenza thriller d'intrattenimento come tanti se ne trovano in libreria, La spinta è in realtà una tragedia familiare potente e dolorosa, elettrizzante fino all'ultimo rigo, dove le riflessioni sulla rivalità madre-figlia si intrecciano alle spirali elicoidali del DNA. Genitori si nasce o si diventa? E figli? Abbiamo forse diritto a una scelta alternativa, se nei nostri geni c'è già scritta una storia nera senza speranza di redenzione? Ne sconsiglierei la lettura alle neomamme: probabilmente hanno bisogno di un conforto qui assente. Ma, contraddicendomi con altrettanta energia, finirei poi per consigliarla soprattutto a loro: tutt'altro che consolatoria, Ashley Audrain propone un ritratto femminile vicino al film Pieces of a Woman e lontano da qualsivoglia idillio. Lo sentiranno affine – e per questo rappresentativo – le madri dubbiose, quelle sole, quelle sbagliate. Le madri di oggi, in lockdown, braccate dalle notti in bianco delle zone rosse.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Connie Francis – Who's Sorry Now