mercoledì 13 novembre 2019

Recensione: Cercami, di André Aciman

| Cercami, di André Aciman. Guanda, € 18, pp. 278 |


Elio e Oliver. Tutti fanno cenno alla loro storia d’amore, nessuno li ha dimenticati. Ma per tre quarti di Cercami, il romanzo che avrebbe dovuto riunirli, non condividono mai la stessa pagina. Forse, e dico forse, soltanto l’epilogo li vedrà insieme: difficile, tuttavia, prevedere se sarà felice o meno. Questo sequel che tale non è, a ben vedere, prenderà in contropiede gli eterni romantici che aspettavano un ritorno di fiamma in linea con i toni della prima volta. Diversissimo e spiazzante, ambientato a decenni da quella famosa estate italiana, l’ultimo romanzo di André Aciman è una caccia a Cupido che sconsiglio a coloro che erano interessati unicamente a conoscere la sorte dei due innamorati dopo il crepacuore dei titoli di coda. Mal sopportando i romanzi autoreferenziali e il fanservice – insomma, gli strascichi fuori tempo massimo –, non ho potuto fare a meno di accogliere a braccia aperte la virata a sorpresa dell’autore di Chiamami col tuo nome: un ritorno costituito da storie dentro storie, in cui i personaggi interpretati al cinema da Thimotée Chalamet e Armie Hammer hanno all’apparenza ruoli secondari. Basta forse questo a precludere la lettura di un romanzo, per il resto, intensissimo e narrato con grazia estrema? Si può attualizzare il passato, o limitarsi a vivere in funzione di esso? Se lo chiedono attanti vecchi e nuovi, mentre leggono le inquietudini di un giovane Dostoevskij e si struggono nella bellezza degli amori istantanei: speciali perché impossibili.

Eppure ci dev’essere almeno una piccola gioia nello scoprire che ognuno di noi si trova nella posizione di completare le vite di altri, di chiudere il libro mastro che hanno lasciato aperto e di giocare l’ultima carta al posto loro. Che cosa potrebbe esserci di più gratificante di sapere che spetterà sempre ad altri completare e concludere la nostra vita? A qualcuno che abbiamo amato e ci ama abbastanza per farlo. Nel mio caso, mi piacerebbe pensare che sarai tu, anche se non staremo più insieme. È come sapere chi sarà a persona che verrà a chiudermi gli occhi. Voglio che sia tu, Elio.
Samuel, il padre di Elio, siede su un Freccia per Roma. Prepara l’intervento per un convegno, rimugina su un incontro di famiglia mandato a monte, condivide convenevoli con una vicina di posto di nome Miranda: una fotografa con il look da maschiaccio che in teoria ama la solitudine, ma in pratica ricerca il dialogo; va da sé l’invito a filosofeggiare anche a pranzo, a rivedersi con una scusa da poco, nonostante ci siano trent’anni di differenza a dividerli e la tappa nel capoluogo laziale non sia di piacere. Sui luoghi della sua giovinezza, fra chiese, caffè ed enoteche, Samuel si accorge di non essere mai stato felice e, come ricorderete dal commovente monologo del romanzo precedente, non contempla una vita senza amore.
Elio, alle prese con un’altra tappa della sua formazione, si esibisce come pianista a Parigi. Rimasto fragile e bisognoso, attratto dall’abbraccio di uomini potenti, a un concerto conosce l’anziano Michel. Trattato ora come un figlio, ora come un oggetto del desiderio, il ventenne gode dei comfort di un appartamento alto-borghese e delle attenzioni di un nuovo Pigmalione. Insieme s’imbatteranno nel mistero di un assolo per pianoforte – eredità del padre di Michel –, e la ricerca li metterà sulle tracce di un musicista ebreo morto ai tempi della Seconda guerra mondiale.
Oliver, invece, in un loft affacciato sulle sponde dell’Hudson, festeggia con fiumi di prosecco il suo ultimo giorno a New York. Gli ospiti, i brindisi e il dramma della retrocessione in un’università del New Hampshire semineranno risentimenti tra lui e la moglie: soprattutto se due degli invitati, Erica e Paul, lo spingono a fantasticare su plausibili mènage a trois e sullo spettro di un adolescente coi pantaloncini corti, amato segretamente vent’anni prima. Un pianoforte inutilizzato e un pezzo di Bach creeranno un ponte per scappare, si spera, dalle costrizioni di una non-vita.

La musica non è altro che il suono dei nostri rimpianti tradotto in una cadenza che stimola l’illusione del piacere e della speranza. È la cosa che ci ricorda con maggiore evidenza che siamo qui per un brevissimo lasso di tempo e che abbiamo trascurato o ingannato le nostre vite o, peggio ancora, non le abbiamo vissute. La musica è la vita non vissuta. 
Questi tre racconti apparentemente a sé stanti, ambientati in tre diverse città del mondo, sono destinati a incrociarsi con un po’ di pazienza e di magia. Ogni storia risolve la precedente, infatti, in pagine dai ritmi cinematografici – quanti dialoghi fiume; quanta attenzione verso l’erotismo degli sfioramenti casuali o dei lembi di pelle sbirciati sovrappensiero – in cui rintracciare gli stessi dialoghi ai limiti dell’artificiosità, la stessa resa affascinante di mondi colti e irraggiungibili. Dediti ai rossi corposi, alle cene prelibate e ai discorsi sui massimi sistemi, i protagonisti di Aciman flirtano semplicemente aprendo bocca e nelle relazioni sfoggiano una naturalezza che va a braccetto con la libertà. Sapiosessuali – definizione perfetta per chi come loro si lascia sedurre soprattutto dai fuochi d’artificio di una testa pensante, non da un corpo scolpito –, vantano uomini e donne nella schiera degli amanti e popolano una bolla elitaria che ispira sincera invidia.
Dall’estate calda e vitale del capitolo introduttivo, però, sono passati a autunni uggiosi e contemplativi degni di un quadro di Corot. Parlano per tutto il tempo, come i turisti di Prima dell’alba. Non smettono di credere nei giochi del destino o nell’esistenza del colpo di fulmine. Trascorro notti in bianco, quando su di giri, o rubano l’oro in bocca alle mattine del nostro proverbio. Provengono da ambienti signorili, condividono radici ebraiche, sperimentano l’intimità sempre incuranti delle differenze anagrafiche.

«Quando vengo qui, che sia da solo o con altra gente, con voi per esempio, sono sempre con lui. Se restassi qui un’ora a fissare questo muro, starei con lui per un’ora. Se parlassi con questo muro, mi risponderebbe.»
[...] 
«Che cosa mi direbbe? Semplice: “Cercami, trovami”.»
«E tu che cosa risponderesti?»
«La stessa cosa. “Cercami, trovami”. E siamo entrambi felici. Adesso lo sapete.»
Ognuno tira le fila di un’altra esistenza lasciata in sospeso. Ognuno, seguendo il filo conduttore del rimpianto, cerca qualcosa fino a venire a capo del bandolo della matassa: il vicolo in cui Elio e Oliver hanno bevuto fino al vomito, le motivazioni di un lascito enigmatico, la classica seconda possibilità. 
Cerca qualcosa anche il lettore affezionato – sul Lungotevere, o fra le note di un pentagramma criptato. In questo romanzo troverà ciò che non si sarebbe aspettato all’inizio. È il bello della serendipità: una delle mie parole preferite. Imbattersi in qualcosa, e in qualcuno, che non stavamo cercando. Ma simili gite fuori porta, quando ben accolte, rendono un piacere perfino smarrirsi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lucio Battisti – E penso a te 

lunedì 11 novembre 2019

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman S06 | The Kominsky Method S02 | Shameless S09 | Extravergine

Scoperta appena qualche anno fa, si è imposta subito come una delle serie del cuore. BoJack Horseman, infatti, non è soltanto l’ennesimo esempio di un’animazione per adulti che parla alla maniera dei grandi autori. È uno stato d’animo. È uno stile di vita. Tutto finisce, e a volte è sacrosanto così: la parentesi della  serie Netflix, destinata a concludersi in un secondo arco di episodi previsto per gennaio, sta per chiudersi. Degnamente? Difficile dirlo, dal poco che si è visto; bello sperarlo. La visione di questi otto episodi non è stata particolarmente consolante, anzi, costituiscono l’intermezzo più trascurabile di un colpo di fulmine lungo sei stagioni. Cos’è successo? Purtroppo niente di che. Il nostro anti-eroe sta cercando di fare ammenda: ormai in riabilitazione, rivanga gli sbagli passati e soprattutto il giallo della scomparsa di Sarah Lynne. Ma il suo piangersi addosso, questa volta, irrita e annoia. Le cose vanno meglio per Princess Carolyne e Todd, che insieme si prendono cura di un’adorabile cucciolo di porcospino: tenerezza a parte, però, le svolte narrative latitano. Allora ci si consola con Diane e Mr. Peanutbutter: benché non più in coppia, i due rubano la scena con i momenti più appassionanti – lei a Chicago con un nuovo compagno. lui in attesa di convolare a nozze. Il resto? Scenette giustapposte in cui la scrittura si rivela a digiuno di guizzi, con personaggi fuori forma e un’emozione che – fatta eccezione per il settimo episodio, per me il degno finale di questa midseason  – ci si nega. Non dispero. In quel di Holliwoo siamo abituati agli scoop, ai colpi di scena, ai rovesci di fortuna. Ma l’amarezza di questa piccola delusione basta a farmi dire: inutile compiangerlo, BoJack forse ha davvero esaurito gli spunti.

Relegata in quattro e quattr’otto a comedy da seguire durante i pasti, The Kominsky Method di lì a poco si sarebbe divertita a prendermi in contropiede. La solita serie su un paio di adorabili brontoloni alle prese con gli acciacchi della terza età, infatti, avrebbe conquistato i Golden Globe tra sorpresa e scetticismo. Possibile che l’avessi presa sotto gamba? Non lo saprò mai, immagino, ma ho fatto pace con Sandy e Norman grazie a una seconda stagione finalmente all’altezza. Un ritorno di fiamma che somiglia proprio al mancato colpo di fulmine dello scorso anno. La formula, eppure, resta invariata. Ma succede che l’insegnante di recitazione Michael Douglas, sempre affascinantissimo ma allarmato qui da nuove problematiche di salute, riveli un’umanità dolente che non ti saresti aspettato: più bendisposto verso il prossimo, dice sì all’amicizia con una donna e al fidanzato sessantenne della figlia Mandy, interpretato da un irresistibile Paul Reiser. Succede, ancora, che il sarcastico e rancoroso Alan Arkin faccia pace con la figlia alcolista – è uscita definitivamente dal tunnel? – e con lo spettro della moglie Eileen, destinata a far posto a una splendida fidanzata di gioventù. La scrittura di Lorre è più profonda e divertente che mai, e si fa dell’invidiabile autoironia sul mestiere dell’attore – tanto spazio agli allievi di Sandy, con monologhi tratti dalle migliori pièce e un’apparizione del premio Oscar Allison Janney – e perfino sulla comicità tipica delle sitcom – a scuola di recitazione non si portano soltanto pezzi tratti da Il dubbio o Apocalypse Now, infatti, ma anche gli sketch di Due uomini e mezzo. Finalmente a fuoco, brillante come non avevo creduto in passato, The Kominsky Method ha un cast che cresce e una scrittura di qualità. No, non è la classica storia sugli anziani brontoloni. Da ora posso garantirlo anch’io. Per ravvedersi non serve aspettare la saggezza della senilità. (7,5)

Da un decennio ho una costante. Vive nello squallore della periferia di Chicago, risponde al nome di casa Gallagher. Ma ogni relazione conosce momenti di riflessioni, crisi, attimi che attentano al desiderio. Tra me e Shameless è successo con la nona stagione. Ho iniziato a vederla seguendo la programmazione americana e l’ho abbandonata presto, cosa mai accaduta. Colpa di attori importanti che abbandonavano il cast. Colpa, soprattutto, dell’impressione che non avessero tutti i torti: questa banda di matti, ormai, si trascina. Ma con un anno di ritardo sono tornato alla loro porta. Da dirmi avevano poco ugualmente, già, ma la verità è che mi mancavano da morire. Ian, il primo del cast a tagliare la corda, esce presto di scena e indossa la divisa da carcerato; Lip cerca l’equilibrio interiore e le solite ragazze già impegnate; Frank esagera al solito con trovate strampalate e raggiri – questa volta ha una terapeuta bipolare da ingravidare –, e assieme a lui fanno altrettanto Veronica e Kevin. Vere mattatrici della scena sono allora Debbie e Fiona. Se la prima, matura  e volitiva, si assume le responsabilità che spetterebbero al capofamiglia, l’altra ci ricasca: uomini bastardi, piani fallimentari, alcol e droghe. Degna erede di suo padre, si copre di ferite e ridicolo; diventa insopportabile. Ma permette a Emmy Rossum, altra colonna della serie che ci dice addio, di congedarsi con una performance ingiustamente passata in sordina. La decima stagiona va in onda in questi giorni in patria, con una nuova sigla e qualche posto in meno a tavola. Pace è stata fatta, forse, ma non ho fretta. Che la fine sia vicina o meno – sarebbe auspicabile salutare i Gallagher al decimo anniversario –, tornerò in periferia non per curiosità ma per nostalgia. (7)

Si chiama Dafne Amoroso, ha trent’anni e lavora in una redazione alla moda. Vorrebbe scrivere di libri, ma pare che in una Milano tinta di rosa nessuno legga più. Il sesso, al contrario, incuriosisce e solletica. Galeotto un equivoco a tinte bollenti, la protagonista cambia disciplina: dalle novità in libreria ai segreti della camera da letto, senza prima passare dal via. Dafne ha un segreto di cui si vergogna un po’. È ancora vergine. La conoscenza di un bel fotografo potrebbe rendere semplice colmare l’imbarazzante lacuna, ma una ragazza romantica e di sani principi può forse dare cuore e corpo al primo arrivato? Un appuntamento ogni settimana, venti minuti a episodio, volti freschi e la regia di una professionista scoperta con il visionario Riccardo va all’inferno. Capitanato dall’adorabile Lodovica Comello e diretto da Roberta Torre, appassionata di simmetrie ipnotiche e tinte lisergiche, Extravergine avrebbe potuto essere la commedia d’autore che mancava all’Italia. Annunciata come un incrocio tra Bridget Jones e Sex and The City, non ha né l’ironia della single londinese né la sfacciataggine delle amiche di New York. Si lascia seguire, soprattutto per le trovate visive della Torre e le smorfie della bella conduttrice TV – il rischio che stufino entrambe, però, spesso c’è –, ma in dieci episodi leggerissimi troviamo un’idea piacevole e nessuna identità precisa. Il genere chick-lit infatti neanche a puntate, nemmeno in Italia, può permettersi tutto questo candore o una scrittura dai ritmi svogliati. Riuscirà Dafne a perde la verginità, magari incontrando anche il principe azzurro? Dopo aver trovato risposta alla domanda – comunque non abbastanza solida per costituire le fondamenta di una serie TV –, niente ci impedirà di cambiare canale. (5,5)

sabato 9 novembre 2019

Mr. Ciak: Parasite | Doctor Sleep | L'uomo del labirinto

Li vediamo setacciare la casa, un seminterrato infestato dalle blatte, in cerca del segnale wi-fi da rubare ai vicini. Sono i membri di una famiglia di disperati che all’occorrenza sa reinventarsi, glissando sui legami di parentela o pompando il curriculum. Qualcuno potrebbe definirli degli imbroglioni, parassiti. Ma se appaiono in verità un gruppo di lavoratori instancabili, che male c’è a insediarsi a casa dei ricchi facendo qualche sgambetto per primeggiare? Agli antipodi, infatti, c’è una villa che è un capolavoro di design: due bambini irrequieti, cagnetti di razza e una coppia di genitori attraenti, con il classico uomo d’affari assente e una moglie con la testa tra le nuvole. In un Oriente devastato dalla lotta di classe e dalle disparità, è necessario fare di necessità virtù: in nome di una strana forma di nepotismo, piano piano, i protagonisti – un tutor d’inglese, una maestra d’arte, un autista e una domestica – rimpiazzano il personale preesistente. Quando i gatti non ci sono, i topi ballano. E nel tempo restante recitano come attori navigati la loro lista di menzogne, soprattutto se c’è da coprire le tracce dei loro dispetti. Ma potrebbe smascherarli un odore che fa arricciare il naso ai potenti. È quello di chi condivide lo stesso sangue sporco. È quello della povertà. Guerra tra disperati al tempo dei ricatti online e dei rifugi anti-Corea del Nord, l’ultimo vincitore della Palma d’oro è una commedia caustica e divertentissima, talora dai toni perfino fiabeschi, che spiazza con il bagno di sangue dell’epilogo e riflessioni a proposito di disparità sociali esemplificate nel contrasto alto-basso, grigliate in giardino ed esondazioni da arginare. Si ride a denti stretti e ci si indigna fino a perdere le staffe, senza però ricorrere mai a passaggi didascalici. Imbastito come una tragicommedia degli equivoci, ma teso come un thriller psicologico, Parasite si poggia su una sceneggiatura da Oscar e sulla regia millimetrica di Bong Jooh-ho. I colpi bassi, gli spruzzi di sangue e una vena sentimentale fortissima porteranno, nonostante tutto, a una di quelle chiuse commoventi possibili grazie alla magia del cinema asiatico. Ai travasi di bile, infatti, si risponde con una risata isterica degna di Arthur Fleck e con un messaggio di resilienza in codice Morse. Abbiate cura di questi parassiti, non correte ai ripari con la disinfestazione. Sono i protagonisti del mio film dell’anno. (9)

Qual è il termine oltre il quale un sequel può dirsi fuori tempo? Sono passati trentanove anni da Shining e sei dall’arrivo in libreria del secondo capitolo. King, infatti, aveva un conto in sospeso con questa storia. Ai ferri corti con Kubrick – regista colpevole di avere stravolto il materiale di partenza dello scrittore del Maine –, ha voluto ricondurci all’Overlook attraverso le disavventure di un Danny cresciuto. Tanto di cappello al talento di Mike Flanagan, questa volta schiacciato tra l’incudine e il martello: da un lato la visione di Kubrick e dall’altra quella di King; da un lato un epilogo sotto zero e dall’altro un drappo di fuoco e fiamme. Avrebbe saputo mediare? Equilibrista e arredatore di incubi bellissimi, fa il possibile confezionando l’intrattenimento che non ti aspetteresti sotto Halloween: un film lungo ed elegante, con nessun sobbalzo e una squadra di cattivi – capitanati da una magnetica Ferguson, superiore al resto del cast  – protagonista tanto quanto gli eroi. Meno spavaldo del previsto, fedele a un seguito che parte da lontano e giunge all’hotel con un pretesto da poco, Flanagan non si butta a bomba. Si prende il suo tempo: ossia quasi tre ore. Ci insegna, con la solita emozione, che non tutte le paure vanno chiuse in un cassetto. Ci mostra, in una sequenza debitrice agli archivi di Inside Out, i cassettoni dove sono racchiusi i segreti e le memorie di una bambina speciale – e guai a frugarci dentro, benché la sequenza del viaggio astrale di Rose Cilindro sia una delle migliori del film. Flanagan fa il giro lungo e, quando arriva al punto di partenza rifiuta di entrare dalla porta principale. Crea enfasi, ci prepara alla resa dei conti. E ci porta infine lì dove perfino un profano non vedeva l’ora di tornare: i corridoi dove si annidano le gemelle diaboliche, le vecchie marcescenti e i tricicli spericolati. Proprio qui, ahimè, si nascondono le pecche di un’operazione troppo rispettosa per rischiare, che prepara il terreno all’omaggio anziché preoccuparsi di essere memorabile. È fuori tempo massimo il sequel che adesso deve fare i conti anche con la Stranger Things mania – soprattutto se, a ben vedere, Dan e Abra ricordano Hopper ed Eleven? È destinato a rimanere nell’ombra l’horror che per incutere paura si limita a macinare strizzate d’occhio e citazioni? Ai posteri la sentenza. Nel dubbio, risulta comunque gradevole il dialogo telepatico e intergenerazionale tra passato e presente. Anche se la “luccicanza” di Doctor Sleep, con affetto, è luce riflessa. (6,5)

Ci sono storie che funzionano meglio su carta, perché troppo lunghe, troppo intricate, troppo immaginifiche. E  ci sono quei finali abbastanza clamorosi, per fortuna, da funzionare dappertutto. È questo il destino dell’Uomo del labirinto, ritorno alla regia dell’autore Donato Carrisi. Questa volta, come sapranno i lettori a lui affezionati, la faccenda si complica ulteriormente: ci sono un profiler straniero, un investigatore dalle ore contate e una ragazza sopravvissuta alle sevizie di un moderno Enigmista. Siamo in un tempo vago, al centro di una metropoli devastata dalla canicola e dagli annunci apocalittici. Ma i nomi dei personaggi, un po’ italiani e un po’ stranieri per depistarci, rendono le ambientazioni tanto care all’autore vagamente posticce nel passaggio al cinema. La sensazione iniziale, infatti, è quella di trovarsi in un girone infernale – fra figuranti spaventosi e testimoni grotteschi – grazie alle tappe di una caccia al tesoro forse più adatta al linguaggio delle serie TV. Donato ha cura nel dettaglio delle scenografie e della messa in camera, e dirige senza ansia da prestazione un cast di stelle non sempre brillanti come la loro fama garantirebbe: se Hoffman prende parte alla produzione devotamente e umilmente, con un ruolo piuttosto stratificato, il collega Servillo esagera in una prova sin troppo manierata; un plauso alla Bellè, invece, imbruttita e costretta in un letto d’ospedale, che regala anima e corpo al personaggio della mancata vittima – nonostante qui e lì, purtroppo, il doppiaggio  ne appiattisca le buone intenzioni. I difetti non sono pochi, e comprendono anche lungaggini e sottotrame da asciugare in fase di sceneggiatura, e superano senz’altro quelli del giallo precedente: una storia più radicata nel nostro paese, al contrario, che guardava alla cronaca nera anziché ai puzzle di Christopher Nolan e poteva vantare a bordo un ispirato Boni. Ma le sbavature hanno tutte a che fare con la passione di un professionista, narratore in primis, che nel passaggio alla pellicola tende a mettere tanto, troppo del proprio universo espanso: anche a rischio di confondere i profani. Con l’ambizione di un novello Icaro che si brucia, vero, ma lascia comunque ammirati. In un panorama italiano a corto di thriller, di colpi di scena o di testa, come non restare affascinati dalla follia di un salto più lungo della gamba? (7)

mercoledì 6 novembre 2019

Recensione: Un altro candore, di Giacomo Verri

Un altro candore, di Giacomo Verri. Nutrimenti, € 18, pp. 255 |

Lo scorso aprile mi sono laureato con una tesi su Beppe Fenoglio, scrittore dalla vita breve riscoperto dai filologi italiani del secondo Novecento. Di un autore famoso soprattutto per il successo tardivo di Una questione privata e per un carattere ai limiti della misantropia ho scelto di indagare aspetti meno conosciuti: l’educazione scolastica e sentimentale,  per mostrarlo eccezionalmente irrequieto alle prese con lo sport, le prime cotte non corrisposte, l’imprinting verso la letteratura anglosassone; la sparuta produzione drammaturgica – punto d’arrivo e d’approdo della sua sfortunata carriera –, inscindibile dai capolavori della prosa. Storie d’amore e Resistenza struggenti, inscenate sullo sfondo nebbioso delle Langhe, le opere di Fenoglio mostravano il conflitto armato da una doppia prospettiva: quella dei partigiani e quella dei civili, concentrandosi sugli strascichi della violenza e sull’intimità della dimensione quotidiana.
Un altro candore ha fatto sua la lezione dell’autore partigiano, nonché il desiderio condiviso di mediare tra narrativa italiana e americana nel solco della short story. Giacomo Verri, classe 1978, conosce a menadito la tematica – il suo romanzo d’esordio s’intitola proprio Partigiano inverno – e in esergo cita un passaggio di Tom Drury, di cui ho letto La fine dei vandalismi senza la spinta necessaria per recuperare, però, i restanti capitoli della trilogia.

Non sapeva parlarmi d’amore se non dicendomi cose grandi e infelici. Così avevo paura che innamorarsi significasse diventare tristi.
Ambientato in un paese del Nord, sotto un monte che ricorda un panettone, Un altro candore è uno spaccato sommesso della provincia italiana. Persone perbene, occupazioni umili, episodi giustapposti di rapporti di lavoro e matrimoni, famiglie felici e famiglie infelici. Generazioni lontane. Come sono cambiati gli abitanti di Giava in cinquant’anni? Alla ricerca di gradi di parentela e legami, il lettore ha tre personaggi per orientarsi: Claudio, Franco e Cristina. Inseparabili ai tempi della guerra, costituivano un triangolo destinato a sfaldarsi. I due uomini si amavano in segreto, infatti, e la ragazza era a sua volta innamorata di uno dei due: l’impossibilità dei loro sentimenti amareggia e commuove, soprattutto all’indomani della Liberazione. Il venticinque aprile segna la dispersione dei tre, che coltivano a distanza i loro rimpianti. In amore si stava meglio quando si stava peggio? 
Il romanzo prende avvio negli anni Novanta e si dirama in lunghi flashback, per me non sempre necessari. L’anziano Claudio ha represso la sua sessualità, ha sposato Dora, e i coniugi si fanno reciproca compagnia guardando I segreti di Twin Peaks sul divano. E c’è un segreto anche tra di loro – l’ombra dell'amato Franco, tornato in mente in periodo di bilanci – con cui venire finalmente a patti dopo quarant’anni di matrimonio. 
Mentre Cristina sceglieva invece la via della prostituzione, dopo il sogno infranto di una carriera al cinema, qualcun altro ne seguiva per tutto il tempo le mosse da lontano: Sebastiano – appena un bambino all’epoca dei fatti, con le mani tuttavia già macchiate del sangue dei fascisti – è cresciuto nell’adorazione della sfrontata partigiana, al punto da mandare a monte ogni relazione in nome del colpo di fulmine.

Non ti annoierai, signor Benetti, disse lei scherzando. Io ci sono ancora e tu non scapperai.  Mi vuoi bene. E lui, chissà, sarà sposato o vedovo o solo. Parlerete, racconterete delle cose. Tutto qui. Sarà come rinfrescarsi la memoria, riabbracciare un vecchio amico. Alla nostra età l’amore assomiglia troppo all’affetto. Se tu ne hai provato e ne provi ancora per lui, o per il ricordo che hai di lui, dimostraglielo. Non farai del male a nessuno.
Presentato a torto come la storia di un amore omosessuale, Un altro candore trova un’inattesa dimensione corale mentre si passa dal color seppia della guerra mondiale ai colori degli anni Novanta, con il rischio che in una struttura accorata ma un po’ confusionaria si perdano di vista i personaggi che, da sinossi, stavano più a cuore. 
Perfino la Resistenza – i ripari di fortuna, il freddo, le fughe, le liti con il comandante Vladimir – appare una breve parentesi in mezzo a pagine in cui si mescolano discorsi diretti liberi, descrizioni paesaggistiche, nomi all’inizio difficili da identificare. 
Partito sotto i migliori auspici, con uno spunto toccante e una scrittura ricercata, il bravo Verri finisce a volte per perdere di vista il punto della situazione, confondendo le acque con sottotrame poco fondamentali ai fini del romanzo – quella del giovane Marco, ad esempio, manovale di Claudio innamorato della figlia di Cristina – e un epilogo che potrebbe lasciare delusi gli amanti dei finali netti. Abbondano i figuranti, i gradi di parentela, le cose non dette; i frammenti sparsi di un puzzle che, soprattutto a una lettura distratta, potrebbero fare fatica a incastrarsi. Ma i toni sono per fortuna di quelli bellissimi, da ballata country, e non tutte le letture diverse dal previsto vengono per nuocere.
Sospeso nei «forse» e nei «se», Un altro candore lascia in dubbio le sorti degli abitanti di Giava: nel bene e nel male, esseri umani così palpabili, così veri, che andranno avanti anche senza di noi. A libro terminato.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale:  Motta – Verranno a chiederti del nostro amore

lunedì 4 novembre 2019

Recensione: La camera azzurra, di Georges Simenon

| La camera azzurra, di Georges Simenon. Adelphi, € 11, pp. 153 |

Si incontrano ogni giovedì. Il segnale per dirsi disponibili è un asciugamano lasciato volutamente a sventolare sul davanzale. Il luogo che ospita i loro appuntamenti sensuali e truffaldini, la camera numero tre dell’Hotel des Voyageurs. Sullo sfondo, intanto, sonnecchia pigra ma tutt’altro che indifferente la città costiera di Saint-Justin, distante anni luce dallo sfarzo metropolitano di Parigi. Gli amanti clandestini si chiamano Tony e Andrée.
Lui, sciupafemmine di origini italiane non nuovo all’adulterio, ha a casa una bambina curiosa e una moglie dimessa di nome Gisèle. Lei, moglie insoddisfatta del cagionevole garzone Nicolas, è una ex compagna di scuola da sempre infatuata dell’uomo: galeotto un guasto all’automobile, scoppia una passione bruciante all’inseguimento del tempo perduto. Gli amplessi sono famelici, orgasmi senza precauzioni – e strascichi?
I loro incontri, otto in totale, sono spalmati in undici mesi d’amore. Ma se l’inebriato Tony si dà a promesse da poco, dettate soprattutto dall’eccitamento momentaneo, Andrée al contrario ci spera: parla di un futuro insieme. Se uno dei due fosse ufficialmente libero, domanda all’amante, cosa farebbe l’altra persona? Lo seguirebbe, lo asseconderebbe: vorrebbe amarlo alla luce del sole? Le pressioni di lei alimentano le paranoie ossessive di lui; le lettere sentimentali, mandate in forma anonima, vengono scambiate per minacce davanti all'arrivo di un mistero. Se in un romanzo breve di Georges Simenon, anima del commissario Maigret, le angosciose preoccupazioni del protagonista appariranno infatti assolutamente legittime.

Non era una cosa reale. Non c’era niente di reale nella camera azzurra. O piuttosto si trattava di una realtà diversa, impossibile da comprendere altrove.

A volte spettatore passivo, altre manipolatore inafferrabile, Tony è sottoposto a interrogatori ininterrotti inframmezzati dai flashback della tresca. Inequivocabilmente, c’è un cadavere di cui domandare spiegazioni. Ma difficile dire chi sia il morto, se non a un passo dalla fine, o anticipare  le contraddizioni dei protagonisti sotto indagine. Una cosa è certa: l’adulterio non è la sola macchia sulla coscienza dell’italiano. Benché raccontato in terza persona, La camera azzurra sembra avere la voce stessa del coro degli accusatori. Al contrario di quella compagna ignara per quieto vivere, in provincia tutti sapevano delle lenzuola sgualcite dopo le visite all’hotel.
La struttura è originalissima, i gesti dei personaggi restano ambigui anche nella chiusa a effetto, frasi e immagini tormentano il lettore come un sinistro refrain. La carica erotica che sprigionano le pagine – i dialoghi scabrosi, gli umori corporei messi al vaglio – appare insolita per gli anni Sessanta. Il mio primo Simenon, acquistato sovrappensiero all’edicola della stazione, si è lasciato divorare in un pomeriggio. E affascina ancora per la modernità dell’orchestrazione, per le malie di una femme fatale nell’ombra e per lo spaccato veritiero di una routine matrimoniale che ha bisogno di una scintilla estranea per sopravvivere oppure bruciare. Dal mistero, però, mi aspettavo qualche lato oscuro più accentuato; spire avvolgenti in cui perdermi fino all’asfissia.

Era vero. In quel momento tutto era vero, perché viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire.

Il parziale apprezzamento del classico del noir deve fare i conti con la mia famigerata incapacità di astrarre. Se razionalmente so che la penna di Georges Simenon è giunta ben prima di The Affair, Attrazione Fatale e L’amore infedele a scandagliare le pieghe pericolose delle relazioni extraconiugali, passando alla pratica è stato invece difficile godersi appieno la storia avendo già fatto la conoscenza di film e romanzi che ne hanno saccheggiato le idee, le intenzioni, gli spunti. Il rischio: far perdere alla lettura parte della sua carica eversiva, con una vicenda rivista spessissimo in tempi recenti attraverso ammodernamenti, semplificazioni, riscritture non dichiarate.
Resta uno spirito che fa tutt’oggi la differenza. Il desiderio di non farne una semplice indagine, mettendo al centro – del tavolo autoptico, del letto – non l’intreccio arzigogolato bensì i personaggi nudi e crudi. Uomini e donne sfaccettati, pieni di secondi fini e doppiezze, che preoccupano e divertono da morire. Mi ha ingannato la fama dell’autore. Se il giallo mi è parso meno abbagliante del previsto, ho preferito allora lasciarmi ipnotizzare dall’azzurro di una camera da letto in cui si è fedeli soltanto agli istinti animali e alla stricnina.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli - Il cielo in una stanza

giovedì 31 ottobre 2019

Mr. Ciak: Scary Stories to Tell in the Dark, Crawl, Eli, Wounds e altri horror per il tuo Halloween

Corrono gli anni dei film di Romero e del Vietnam. È la notte del trentuno e tre amici inseparabili, in compagnia dell’ultimo arrivato, l’hanno fatta grossa. In fuga dai bulli, si rifugiano dove nessuno andrebbe a fare dolcetto o scherzetto: una casa infestata. C’entrano una bambina prigioniera nello scantinato e il classico libro scritto con sangue umano, che pagina dopo pagina svela nuove vittime fra i giovani protagonisti. Si animano gli spaventapasseri nei campi di grano. I ragni sbucano sottopelle. Corpi disarticolati attentano dietro le sbarre e, nei lunghi corridoi degli ospedali, aspettano i mostri. Perfetto per Halloween, Scary Stories to Tell in the Dark attirerà in sala il pubblico più rumoroso – gli adolescenti – e gli spettatori affezionati al culto di Stranger Things. Pensato per intrattenere i Millennial, il ritorno al cinema del regista diThe Autopsy of Jane Doe segue la moda delle antologie a tema e della retromania dilagante. Il risultato, leggerissimo e con un sottotesto politico dal retrogusto agrodolce, somiglia a un’indagine vecchio stile della Misteri e affini. Prodotte da Guillermo Del Toro, le più popolari storie da falò prendono vita per raccontarcene infine una non così inedita. Di quelle da sussurrare al buio, ma da vedere senza il bisogno della luce accesa. Non spaventeranno, infatti, neppure i giovanissimi. (6)

Cose da non fare in caso d’uragano: passare a casa di tuo padre per chiedergli se è tutto bene su consiglio della sorella maggiore. E scoprire che è ferito in cantina, in balia di onde anomale e di rettili primordiali – con tanto di dolce cagnolina da salvare. Per quanto non sia un amante di questi horror acquatici nello stile di Paradise Beach, Crawl sa come diventare un’appassionantissima declinazione del genere home invasion. Può vantare un’invidiabile gestione dell’alta tensione, senza esagerare con arti mutilati, effetti splatter e sobbalzi; effetti visivi di gran livello; una prova convincente da parte della protagonista, la sfortunata Kaya Scodelario. Il merito maggiore, però, spetta alla regia di Alexandre Aja: nonostante qualche passo falso commesso in passato, finalmente sotto l’egida del produttore Sam Raimi, il francese torna a ricordarci di saperci fare in fatto di morti ammazzati e nefandezze a fantasia. C’è poco altro sotto la superficie, a parte il classico rapporto conflittuale padre-figlia, ma Crawl – umido e claustrofobico, senza tregua – fa il suo dovere. Prima di comprare una casa accanto alla palude, da oggi ci penseremo su due volte. E consulteremo più attentamente il bollettino meteorologico. (7)

Una coppia di genitori disperati si affida a un farmaco sperimentale per salvare il loro bambino, allergico al mondo esterno. L’ultima spiaggia, una clinica privata perduta nelle nebbie, somiglia proprio a una casa stregata. E ben presto il paziente inizia a mostrare segni di debolezza fisica e psicologica, stranezze. Sono le controindicazioni della terapia, o c’è dell’altro? Protagonista della versione horror di Noi siamo tutto, Eli sarà messo in allerta da una coetanea: dall’istituto, infatti, sono passati bambini simili a lui – senza mai uscirne. Atipica ghost story coprodotta dalla Paramount, può contare su un’ottima atmosfera, buone interpretazioni femminili – Kelly Reilly e Lili Taylor, sempre piacevoli da ritrovare –, piccoli grandi indizi all’insegna di un finale che fa fuoco e fiamme. L’effetto sorpresa è assicurato in molti casi, ma personalmente avevo indovinato il colpo di scena in anticipo. La visione, per fortuna, non ne perde affatto in gradevolezza, risultando un intrattenimento molto più godibile della media. Una variazione sul tema forse abusata ma affrontata da una prospettiva opposta, in cui i bambini in pericolo hanno nomi in assonanza con la parola “lie” e per sopravvivere al mondo servono bugie e anticorpi. (6,5)

Non ci si poteva aspettare altro da Babak Anvari, regista iraniano già amato-odiato ai tempi di Under The Shadow. Tornato al Sundance con il suo primo film statunitense, lascia l’Oriente per New Orleans ma non rinuncia alla suggestione. Horror di difficile comprensione, Wounds racconta delle ferite metaforiche di Armie Hammer: perdigiorno alcolista e traditore, diviso tra Dakota Johnson e Zezie Beetz. In ordine sparso lo affliggono: un’invasione di scarafaggi, escoriazioni di natura misteriosa, messaggi di morte recapitati da sconosciuti. Che lo si voglia leggere come un ordinario racconto di possessione soprannaturale o allegoria di qualcos’altro – un disagio che serpeggia nel profondo della coppia, la dipendenza da alcol –, Wounds si rivela un interessantissimo prodotto festivaliero. Spiazzante e audace, a metà fra Kafka e Bukowski, garantisce un delirio acustico e visivo capace di dividere il pubblico. Il protagonista, immerso totalmente nelle sue ricerche pur di dare un senso a un’esistenza vuota, troverà l’illuminazione o la disfatta? Restano più domande che risposte. Tante interpretazioni: tutte valide e tutte sbagliate. Troppo impenetrabile, l’ho seguito spinto da una fascinazione morbosa. L’ho compreso a sprazzi e con il senno di poi. Ma mi è piaciuto, sì, o almeno credo. (7)

Costretta a ritirarsi per la decenza della madre, una violoncellista di talento si rimbocca le maniche pur di riprendersi il posto che le spetta. In un territorio ostile, la protagonista scopre di avere una rivale: entra in competizione con lei, ma ne è attratta. Possibile frenare le scene bollenti se si parla delle bellissime Allison Williams e Logan Browning? Sexy e ributtante, sconsigliato agli ipocondriaci, The Perfection parte con un sofisticato prologo a Shangai e ci conduce poi verso l’ultima frontiera della competizione. Impossibile comprendere in anticipo dove andrà a parare. Altrettanto frenare le domande e il raccapriccio davanti agli efferati cambi di scenario, rotta e protagonista – chi è la buona e chi la cattiva, e dalla scuola di cui sono entrambe le stelle sarebbe meglio far di tutto per entrare oppure uscire? Mix febbricitante ma irresistibile, The Perfection fa il suo sporco lavoro con colpi di scena a raffica, un montaggio pazzo, sequenze di disfacimento fisico e morale. Il thriller di Shepard prende le mosse sulla scia del Cigno nero, per poi trasformarsi in un bagno di emoglobina a tinte trash, su cui pattinano personaggi chiamati alle vendette trasversali e ai duetti folli. Voi saprete contenere succhi gastrici, divertimento e orrore? (7,5)

Dopo Shining soltanto Stephen King, qui in collaborazione con il figlio Joe Hill, poteva immaginare un labirinto tanto singolare. Dopo The Cube soltanto il sottovalutato Natali, abilissimo ma a corto di progetti, poteva renderlo così claustrofobico. Partito sotto i migliori auspici, infatti, Nell’erba alta contava su uno spunto originalissimo e un regista a proprio agio con ambienti asfittici e relazioni torbide. Cosa ci fanno la famiglia dell’inquietante agente immobiliare Patrick Wilson e una ragazza incinta di sei mesi, in viaggio con il fratello, in un singolare dedalo verde dove il tempo e lo spazio hanno leggi imperscrutabili? Se al centro del labirinto c’è anche un misterioso monolite, le battute sull’erba – quanta ne hanno fumata per inventare questo guazzabuglio indigeribile? – potrebbero sprecarsi durante la visione. Trip senza fine, sontuoso dal punto di vista visivo, il racconto del Re diventa un horror psicologico dal pollice verde e dagli spunti oscuri. Servivano francamente qualche chiarimento in più e qualche sacrificio stucchevole in meno. Impossibile uscirne sani e salvi. E venirne a capo? Nel dubbio, cambiate strada all’ultimo minuto e, sul tema riti pagani e natura, guardate Apostle. (5)

Il medico Gleeson, la matriarca Rampling, i figli Ruth Wilson e Will Poulter. Dirige Lenny Abrahmson. Alla base: un gotico firmato da Sarah Waters, di recente portata anche a Cannes da  Park Chan-wook. Possibile, date le premesse, che L’ospite sia stato destinato in Italia direttamente allo streaming? Il perché, dato un film senza grandi demeriti, resta un mistero. Tragedia familiare dalle atmosfere angoscianti, racconta della fascinazione del protagonista verso una casa in rovina: anziché fuggire, ne è attratto – galeotti l’amore verso la primogenita da trarre in salvo e i ricordi di un’infanzia trascorsa, al contrario, in completa povertà. Immerso in scenari che ricordano il soggiorno a Hill House, il film britannico fa proprie psicosi, malanni ereditari, stanze anguste. Il paranormale ci metterà lo zampino soltanto nell’ultima mezz’ora, con porte sbattute all’improvviso, scampanellate notturne, scritte sui muri. Austero sotto ogni punto di vista, dal cast superbo alle scenografia, ha ritmi lentissimi e una regia ora incantevole, ora asfissiante. Non meritava l’oblio, però, nonostante una chiusa frettolosa. Somiglia proprio, infatti, a una di quelle magioni in rovina che conservano a sorpresa il loro fascino polveroso. (7)

Cresciuto dalla mamma single, James è un piccolo lord, pettinato con la riga di lato e sempre ben vestito. Senza amici, ha paura de ragni e di ricominciare altrove dopo un trasferimento improvviso. E non deve assolutamente giocare nei pressi della voragine che si apre al centro del bosco dietro casa. Disobbedisce, ovvio, e niente sarà più lo stesso. Ma le stranezze, crescenti giorno dopo giorno, le percepisce soltanto una mamma sull’orlo di una crisi nervosa o sono forse reali? Forte dei paragoni ingannevoli con The Babadook e della notevole somiglianza tra il bambino e Haley Joel Osment, The Hole è un horror a basso budget che raggiunge il massimo risultato con il minimo sforzo. Discreta macchina di tensione, con un’ottima interprete nel ruolo di protagonista, a ben vedere ha però un’introspezione psicologica appena accennata – il difetto maggiore è che manca di qualsiasi doppiezza o ambiguità – e una trama, con tanto di finale mordi e fuggi nelle grotte di The Descents, che rimesta alla cieca nel mito dei changeling e nei classici horror di ragazzini maligni e madri al limite. Non gli si vuol male, ma avremmo tutti fatti a meno della distribuzione in sala o dei confronti con una regista, Jennifer Kent, contro i cliché. (5,5)

Un’altra mamma single, un altro bambino con amici che stanno sulle dita di una mano. L’evasione non avviene grazie alle scorribande nei boschi, bensì con un giocattolo che già conosciamo tutti: l’iconico Chucky, incubo di generazioni vicine e lontane. Ritornato in un remake non richiesto, il rimodernamento della bambola infernale preferisce concentrarsi sulla dimensione infantile anziché su quella orrorifica. Il rinnovo generazionale, per fortuna, chiama comunque all’appello omicidi sanguinosissimi e un doppiatore d’eccezione, Mark Hamill, ad animare un villain per il resto non troppo convincente dal punto di vista estetico. Al tempo di Stranger Things e Black Mirror, i bambini sono ricettivi e gli adulti appaiono ciechi davanti all’evidenza; la crudeltà di Chucky non dipende da una possessione demoniaca, bensì da un malfunzionamento tecnologico. Preceduta da un geniale battage pubblicitario che faceva a pezzi i personaggi di Toy Story, la nuova Bambola assassina è una commedia nera scoppiettante ma prevedibile dall’inizio alla fine. Ben recita, capace di indovinare target ed equilibri, resta poco incisiva ma tanto è bastato a far gridare all’eccezione alla regola pubblico e critica, al cospetto di un remake al passo con i tempi. Ma se il gioco cambia estetica, le regole restano le stesse. (6)

Nell’era segnata dall’influenza dei cinecomic, ne sa qualcosa il caro Martin Scorsese, quanto poteva essere geniale un’idea del genere: prendere un eroe dei fumetti, amato da grandi e piccini, e trasformarlo questa volta nell’antagonista della storia. Il coraggioso Clark Kent, così, sbarcato da un pianeta lontano e adottato da una famiglia di amorevoli campagnoli, si trasforma in un bambino sfrenato e dispotico: respinto da una coetanea, irritato dalle bugie dei genitori, minaccia di usare i suoi poteri per i fini peggiori. Esisterà anche qui l’equivalente della kryptonite? Tipica storia sulle origini di un atipico supereroe, a Brightburn si chiedeva poco. Amaramente, il film prodotto da James Gunn osa dare perfino meno del previsto. Di scarsissime pretese, con un svolgimento indegno dell’assunto di base, ha un cast non di primo taglio – fa eccezione giusto Elizabeth Banks – e un Omen dotato di raggi laser negli occhi, meno carismatico e più caciarone dell’infante diabolico del classico di Richard Donner. Inutile accanirsi ulteriormente: questo volo nel lato oscuro lo abbiamo già scordato. (4)

lunedì 28 ottobre 2019

I ♥ Telefilm: Modern Love | Unbelievable | El Camino

Cristin Milioti, book blogger sorpresa da una gravidanza indesiderata, scopre nel portiere del suo condominio un angelo custode. Dev Patel, ideatore di un sito d’incontri, vive il paradosso di essere sfortunato in amore: intervistato da Catherine Keener, altra esperta di occasioni perse, guarderà con occhi diversi alla sua ex. Anne Hathaway, con un sorriso a mille watt e un’esistenza sbucata da un musical, custodisce un segreto che nei giorni storti le impedisce di scendere dal letto: il bipolarismo. Tina Fey e consorte, al centro di una crisi matrimoniale, si affidano a una terapista e all’hobby del tennis: il rimedio per quest’amore stanco appare tuttavia già brevettato altrove. Reduci da un appuntamento culminato all’ospedale, Sofia Boutella e John Gallagher non hanno niente in comune: a sorpresa sono la mia coppia preferita, sbucata da una commedia indie che al cinema avrei amato alla follia. L’insopportabile Julia Garner frequenta un uomo di trent’anni più grande: lei ci vede il padre mai avuto e lui, impossibile da biasimare, una fiamma. Andrew Scott si affida ai capricci di Olivia Cooke, incinta di sei mesi, pur di diventare padre: il tema è scontato, ma ci piacciono le famiglie arcobaleno, i protagonisti principali e il cameo divertito di Sheeran. Jane Alexander, settant’anni e non sentirli, è una vedova che non ha mai smesso di correre: necessario innamorarsi ancora, nonostante la salute precaria possa rendere breve la relazione con un coetaneo. Otto episodi, otto storie a sé: cos’hanno in comune? Il tema – l’amore, ovviamente – e il fatto che siano vere fino all’ultimo sospiro. La serie Amazon prende ispirazione da una rubrica del Times e dalle idee del regista John Carney: cantore per eccellenza di sentimenti sospesi, cast raccolti, città magnifiche. Già confermato per una seconda stagione, Modern Love è un intrattenimento a prova di cuori di pietra. Alto il rischio di sciogliersi come un ghiacciolo – non altrettanto l’indice glicemico –, mai quello di averne abbastanza. Costituito da piccoli miracoli di scrittura e leggerezza, semplicemente delizioso, potrebbe diventare il rimedio contro il rigore dei mesi che verranno. Confortevole quanto una coperta sulle ginocchia, a metà tra i puzzle sentimentali di Curtis e i ritratti jazz di Allen, è un riconciliante feel-good movie a puntate. Sceneggiato con equilibrio, grazie a una delicatezza che si trasforma raramente in melassa – vedasi l’epilogo: unica concessione alla furbizia per cercare nessi e lacrime –, sa condensare storie e personaggi memorabili in trenta minuti.  Coinvolge grandi attori, come si diceva sopra, ma sanno comunque tutti farsi discreti pur di far risaltare l’importanza delle storie che interpretano. E la bellezza di New York, magica sotto la pioggia. Rimessi al mondo, a fine visione avremo voglia di gentilezza, biglietti aerei dell’ultimo minuto e altri miracoli. (8)

Una ragazza viene stuprata nella notte. L’aggressore irrompe in casa sua: la immobilizza, la fotografa mentre ne abusa. Dopodiché si dilegua, minacciando la vittima di morte in caso denunci. Ma la ragazza non ha paura, e immediatamente avverte le forze dell’ordine. Peccato che gli interrogatori insistenti, le visite umilianti, le pressioni psicologiche di investigatori e conoscenti la portino infine ad ammettere resa: a volte, se poco conferme al profilo della vittima perfetta, una ragazza abusata fa prima a dichiararsi una bugiarda che a battagliare. Sembra follia, ma è una storia vera. L’aggressore è un maniaco seriale. Metodico, inafferrabile, sfuggente, seleziona donne di età e paesi diversi. Unire i puntini all’inizio non è facile, neanche per due agguerrite agenti a capo di una task force interamente al femminile: agli antipodi per metodi e stile di vita – una devota madre di famiglia, l’altra segugio dal sarcasmo affilatissimo –, riusciranno a conciliare i loro caratteri opposti in nome della giustizia? Partita sotto i migliori auspici, la discussa miniserie Netflix perde in fretta di vista l’importanza della reale vicenda di cronaca nera – un eclatante caso di falsa testimonianza, che nasconde in realtà le fragilità e le fobie di una giovane superstite – per diventare lo spin-off non dichiarato di True Detective. Questa revisione in chiave femminile e femminista del serie crime prende in prestito dal mondo di Pizzolatto qualche lungaggine nella gestione dei tempi, la presunta natura antologica, due caratteri non troppo inconciliabili. Toni Collette e Merritt Wever si confermano straordinarie padrone di casa, e Kaitlyn Dever è una rivelazione alle prese con le contraddizioni di un personaggio per molti difficile da comprendere: una ventenne che non vorrebbe essere d’esempio, ma soltanto avere il diritto di ricominciare. Possibile con un risarcimento danni che ammonta a soli cinquecento dollari? Lontano dall’asciuttezza di When They See Us, esempio da manuale di intensità e concitazione, Unbelievable segue stilemi smaccatamente televisivi che ricordano per foggia e approccio le inchieste di Law & Order. Fanno la differenza l’alchimia tra le protagoniste e uno spunto così nero da sembrare proprio incredibile. Lo stesso, stando al mio parere controcorrente, non può dirsi del resto. (6,5)

Sono uno spettatore incostante. Ci sono cose che mi piacciono e cose che non mi piacciono. Sostanzialmente, perciò, non sono un fan sfegatato di niente o nessuno. Nel caso di Breaking Bad – per me una delle più belle serie di sempre, senza farne misteri – è stato sì amore grande, ma non sono mai arrivato a farne un oggetto di culto. Nell’armadio mi tengo cara una maglietta a tema, infatti, ma controllando dappertutto – sul fondo, dietro i giubbotti invernali, sotto i maglioni – non ho serbato alcuna curiosità sul destino dei personaggi principali. Perfetta così, la quinta stagione non doveva agli spettatori affezionati nessuna spiegazione di sorta. Sapendo di un prosieguo lungo due ore, arrivato ad anni di distanza dall’ultimo ciak, ho storto il naso. Giunto su Netflix in gran segretezza, preceduto da voci di corridoio e supposizioni fantasiose, El Camino è proprio quello che sembra: una chiosa prolissa e inutile, poco necessaria e altrettanto poco credibile. Nel frattempo, infatti, Aaron Paul è diventato adulto e Jesse Plemons è ingrassato, mentre gli sceneggiatori non hanno trovato il miracoloso pretesto per includere personaggi amatissimi – Walt e Mike, per citarne un paio, insieme ai membri della famiglia White – senza ricorrere ai classici flashback dalla lacrima facile. Cosa è stato di Jesse dopo la sua fuga? Come ha trascorso i giorni della sua prigionia, prima di salire su un’auto col motore a tavoletta e perdersi nella lunga notte dei titoli di coda? Serviva venircelo a dire? Nel film seguiamo i suoi tentativi reiterati per raggiungere l’Alaska. Non c’è interesse a costruire qualcosa di nuovo. Neanche i membri del cast, a parte un Paul con la carriera un po’ in caduta libera, sembrano crederci fino in fondo. Aggiungete la modestia dei film destinati allo streaming e qualche ricordo nostalgico; sottraete la dimensione corale, qui sacrificata per un one man show all’insegna degli andirivieni frustranti. Francamente, ci si annoia. Per fortuna l’evitabile El Camino nulla toglie e nulla aggiunge, sbadigli a parte, al mito dei cristalli blu. (5)