giovedì 9 luglio 2020

Recensione: Il paese dalle porte di mattone, di Giulia Morgani

Il paese dalle porte di mattone, di Giulia Morgani. Harper Collins, € 18, pp. 346 |

Quando i fratelli Lumière proiettarono uno dei loro primi cortometraggi, gli spettatori abbandonarono le postazioni urlando. Sul telone veniva proiettato l’ingresso del treno nella stazione di La Ciotat e l’immagine appariva così realistica da generare inquietudine: il mezzo avrebbe forse travolto il pubblico in sala trapassando il muro? Nell’immaginario, da allora, i treni rappresentano il dinamismo e la modernità: il progresso che alletta ma spaventa. Per me non è un caso che la salernitana Giulia Morgani – attrice e sceneggiatrice  qui al suo esordio – abbia voluto un capostazione come protagonista del suo primo romanzo, conciliando così la sua formazione cinematografica al simbolo per eccellenza del progresso. Il paese dalle porte di mattone, su carta un horror alla Pupi Avati, racconta infatti le difficoltà di un uomo di mondo alle prese con concittadini chiusi al nuovo.

Non è cosa per noi, la città. Siamo quello che siamo, non si può sfuggire. È come per questa nebbia, ti viene a cercare e ti ricorda chi sei. Non la vogliamo la città.
A Centounoscale Scalo, un borgo fittizio in un Sud imprecisato, nessuno si ferma mai per restare. Il treno passa soltanto due volte alla settimana. Non ci sono né chiese né scuole. La natalità è in stallo. La maggioranza delle case, per di più, presenta misteriosi sbarramenti: muri di mattoni che impediscono l’ingresso in camere specifiche  e che dietro, scavando, nascondono tragedie indimenticabili. Quale futuro potrebbe esserci lì per Giacomo, giovane di belle speranze che nel secondo dopoguerra, con la sua bella divisa inamidata, sogna un impiego sereno e remunerativo? Accolto in malo modo, fa fronte a scortesie grandi e piccole e affitta una stanza a casa di una coppia di fratelli poco raccomandabili: isolati dal resto della comunità, Pantaleno e Basilio hanno i coltelli in camera da letto, le finestre sbarrate e degli asini con le orecchie mozzate. Dieci anni prima è accaduto qualcosa di terribile. Indagare lo condurrà a una verità triste e polverosa. Perché i muri a volte proteggono, altre nascondono, altre ancora tagliano fuori.

Una volta in quella fornace cuocevamo vasi, piatti, brocche. Poi mattoni, mattoni, nient’altro che mattoni. Nell’illusione che avremo dimenticato. E ci avremmo chiuso dentro anche il dolore. Ma quello continuava a uscire fuori. Nessun muro poteva contenerlo.
L’autrice attinge agli archetipi e alle suggestioni di un genere consolidatissimo, ma aggiunge i colori tipici del nostro folklore. Alcuni capitoli scritti in corsivo, narrati dal punto di vista degli abitanti, mi hanno ricordato inoltre le lamentazioni dell’Antologia di Spoon River: voci rotte e drammi privati, in un’intensa carrellata di storie complementari. Il fascino diffuso, per fortuna, contribuisce a coprire anche i difetti di un intreccio fragile e ripetitivo. Nella seconda metà il romanzo diventa qualcosa a cui la veste grafica dark, un po’ fuorviante, non mi aveva preparato. Anziché scandagliare a tappeto le ombre, Giacomo le combatte. Desidera riportare il paese in vita, cerca alleati, dà il via a una ristrutturazione graduale e utopistica. Il gotico che all’inizio prometteva brividi di paura si stabilizza su sentieri meno impervi, ma al contrario comodi e rassicuranti. Perde l’elemento horror all’insegna di un dramma corale sulla perdita e sulle piccole rivoluzioni, con un paesino sinistro a fare da sfondo a una vicenda che ha finito per ricordarmi Klaus – la favola di buoni sentimenti targata Netflix – sia per il linguaggio pulito sia per il messaggio di rinnovo. Prevedibilmente, a fare la differenza sarà la generazione rappresentata da Roberto e Malvina: bambini vittime della superstizione e dell’analfabetismo. Quando il treno di Giacomo fischierà, Centounoscale si metterà finalmente in cammino? Il lieto fine rischia di deludere chi, come me, si aspettava al contrario una vicenda torbida. Ma una volta venuti a patti con in contenuti – più rassicuranti del previsto –, quello nel Paese delle porte di mattone resterà comunque un soggiorno piacevole, grazie alle atmosfere caratteristiche e alla bontà dell’anfitrione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Le rondini - Lucio Dalla

lunedì 6 luglio 2020

Recensione in anteprima: Morti ma senza esagerare, di Fabio Bartolomei

| Morti ma senza esagerare, di Fabio Bartolomei. Edizioni E/O, € 9, pp. 112 |

Quando seppellì anche l’ultimo genitore rimasto in vita, mio padre aveva quarantasette anni. Mi faceva strano definirlo orfano. Questa parola porta alla mente, infatti, i piccoli eroi dickensiani: personaggi miserabili e scapestrati, con il moccio al naso e i graffi sulle ginocchia. “Orfano” fa pensare al destino dei bambini soli al mondo. C’è forse un’età giusta per diventare tali? Vera – trentasei anni, single, impiegata in un pub – si pone le mie stesse domande quando un tragico incidente stradale, in un colpo solo, la priva di mamma e padre. Al funerale è sembrata a tutti equilibrata. Ma chiamata a radunare le cose dei cari scomparsi, nella casa vuota si lascia andare allo sconforto: la sua sindrome d’abbandono genera un prodigio inspiegabile. Al risveglio trova i genitori al solito posto, in cucina. Chiacchierano, qualche volta bisticciano, la punzecchiano. 
Armando è un ragioniere taciturno e accondiscendente, di quelli che danno sempre ragione alla partner e capiscono ogni battuta a scoppio ritardato; Matilde, al contrario, è un’insegnante d’italiano in pensione che ha fatto del sarcasmo il proprio marchio. Non nuovo ai miracoli, Fabio Bartolomei – presenza fissa sul blog, di libro in libro – ci propone una convivenza buffa e spettrale che sembra sbucata da una sitcom americana. Qual è la questione irrisolta dei fantasmi, che come se nulla fosse continuano a mettere i pasti in tavola, fare ramanzine all’unica figlia, guardare i talk in TV?

Dubito che al mondo esista una persona più diversa e potenzialmente più distante da mia madre, e invece da che ho memoria sono sempre stati un incastro perfetto. Amore convesso lui, amore concavo lei. Certo non una coppia da sogno, di quelle che tutti invidiano, più che altro sono sempre stati, come dire… un duo. Rodato, affidabile, sontuosamente prevedibile.
Purtroppo arriva sempre il momento in cui i nostri genitori ci lasciano. Così come puntualmente, intorno ai diciannove anni, arriva il momento in cui a lasciarli siamo noi. Il lavoro, l’università da fuori sede, l’amore. Cosa fanno i genitori una volta finita la loro missione – ossia educare i figli? Se lo chiede proprio Vera. 
Immatura e pigra, costretta a crescere a forza, scruta con sospetto e tenerezza quei consanguinei che sembrano vivere letteralmente per lei. Al pari del genio della lampada, Armando e Matilde sono in attesa dei richieste della figlia – all’improvviso, il loro boss – e in sua assenza restano immobili al loro posto con sguardi vacui, al punto da non riuscire neanche ad accudire un trovatello senza la presenza della protagonista. In fondo è stata lei ad evocarli. All’inizio Vera fa da cuscinetto, dorme nel lettone, li chiama al telefono per paura che scompaiano quando va al supermercato, ma presto l’apprensione cede il passo al senso di colpa. Può costringere a vivere nel limbo gli estinti, e soprattutto sé stessa? La vita, così come la morte, non deve andare avanti?

C’è stato un momento ben preciso in cui ho smesso di parlare con loro. Un momento in cui li ho sentiti vecchi, distanti, incapaci di capire i miei tormenti di adolescente. […] Loro invece mi guardavano, mi sorridevano, mi sfioravano, e dicevano banalità proprio per farmi capire che tutto ciò che c’era da sapere era in quegli sguardi e in quella vicinanza. E negli esempi ripetuti, giorno dopo giorno, affinché ci mettessi del mio per apprendere come ci si nutre, come ci si difende, come si sopravvive.
Commedia fresca, veritiera e dolce-amara, questo romanzo ha un pregio che è anche un difetto. Si legge troppo in fretta, per via della sua brevità. E c’è poco spazio per approfondire i comprimari nonché per sincerarsi dei piani futuri dell'autore; del disegno complessivo. Nel risvolto di copertina, infatti, si legge che questo dovrebbe essere il primo tassello di una tetralogia dedicata alla famiglia. 
Alle prese con un convincente punto di vista femminile, divertente ma senza esagerare, il buon Bartolomei ci regala riflessioni che durano molto più della lettura in sé. La sua nuova storia – un racconto lungo – non deluderà i fan di lunga data, ma lascerà un vuoto nel cuore per via delle poche pagine: si spera vivamente che non passerà troppo tra un romanzo e l’altro. Perché del magico mondo di Bartolomei non ne avrò mai abbastanza.
Morti ma senza esagerare insegna che non si smette di essere genitori né figli. E trova una risoluzione soprannaturale agli abbracci non dati, alle parole non dette, ai favori non resi. Chi non vorrebbe una seconda occasione per pranzare con i propri cari: magari per osservare i loro gesti, carpire i loro segreti in cucina e impararli? I genitori non se ne vanno mai per davvero. Resta il loro lascito morale. Restano i loro echi. Come gli strascichi del profumo delle lasagne vegetariane, deliziosi e ostinati, all’indomani del pranzo della domenica.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ermal Meta - Dall'alba al tramonto

sabato 4 luglio 2020

La paura resta a casa: Favolacce, The Lodge, Vivarium, The Room, Gretel and Hansel, The Turning

Un gruppo di bambini in preda alla noia dell'estate. I rispettivi genitori: disincantati, volgari, maneschi. Una ragazza incinta, né piccola né grande, che vorrebbe chiamare sua figlia Sara: come la canzone di Paolo Meneguzzi. Intorno a loro, una provincia romana talmente sonnacchiosa da sembrare, a torto, rassicurante: presto comparirà in tutti i telegiornali. Ritratto tragico e disturbante, talora un po' gratuitamente, il secondo film dei D'Innocenzo mescola stilemi fiabeschi e cronaca nera. Ma nella forma ammicca ai grandi maestri – Haneke, Lanthimos, Coppola, perfino l'Ari Aster del recente Hereditary –, affascinando grazie a una confezione minimalista ed elegante. Rispetto all'esordio, il più compiuto ma prevedibile La terra dell'abbastanza, i registi mettono meglio a fuoco la loro poetica e alzano l'asticella con un film ambizioso. Come i piccoli protagonisti, costruiscono bombe come compito per casa ma non le fanno mai esplodere. Preferiscono innervosire lo spettatore, accumulando tensione fino all'ultimo; allettarlo con una fotografia incantevole e tematiche – sesso, depravazione, omicidio –, al contrario, respingenti. Ne viene fuori un dramma irresistibile nella sua complessità, con una chiusa shock e un Elio Germano, nonostante il ruolo marginale, indimenticabile nella sua fragilità. I bambini sembrano usciti da un film di Sean Baker. Ma i campi lunghi, i quadretti familiari stranianti e grotteschi, li rendono imprevedibili. A raccontarceli è la voce di Tortora, che legge un diario scritto a penna verde: è verità o fantasticheria? Nel dubbio, ben vengano favolacce di queste. Che ti fanno svegliare di soprassalto, anziché andare a dormire sereno. La morale arriverà forte come uno schiaffo. (7,5)

Due bambini, la nuova fidanzata di papà, una convivenza forzata durante prima di Natale. Potrebbe sembrare l'inizio di una commedia anni Novanta, sull'armonia delle feste e le famiglie allargate, ma fuori c'è una tempesta di neve che ricorda i tracolli emotivi di Shining. È l'avvio di un incubo che si addice agli autori di Goodnight Mommy: come questo, un horror psicologico ad altezza bambino sulla maternità, l'isolamento, l'elaborazione. Mentre i bambini hanno da poco seppellito la madre suicida, la giovane matrigna è reduce da un passato traumatico che combatte ingollando pillole. In quella casa, per quanto grande, c'è spazio per un unico disagio.The Lodge resterà uno dei prodotti di genere migliori dell'anno. Scomodo e destinato a dividere, destabilizza con i suoi personaggi odiosi e un epilogo esemplare nel suo essere beffardo. Snervante dall'inizio alla fine, è un logorio interiore che non ha nulla da invidiare al cinema di Aster o Eggers: anzi, a differenza dei registi citati, Severin Fiala e Veronika Fanz non peccano mai di inutile manierismo. Qui, affiancati dal direttore della fotografia di Lanthimos, non tradiscono né la loro poetica né il loro disagio e convincono ancora più che in passato grazie a una straordinaria Keough, attrice su cui scommettere in futuro. The Lodge è un infernale notte bianca presso una meta frequentatissima – l'alta montagna –, che a sorpresa ci regala un incubo che non avevamo ancora sognato. (8)

Una coppia in cerca di una sistemazione si rivolge a un'agenzia. L'impiegato propone un quartiere residenziale fatto di villette a schiera tutte uguali e di vicini talmente silenziosi da sembrare invisibili. I cieli sono dipinti di un azzurro perenne e, solcati da nuvole paffutelle, sembrano sbucati da un dipinto surrealista. Una volta entrati nel quartiere, però, sarà impossibile uscirne. Non fatevi ingannare da due protagonisti solitamente solari e simpatici, qui sull'orlo di una crisi di pianto. Non fidatevi dell'incantevole poster alla Dalì. Vivarium è un esperimento sociale che ha poco di commerciale, poco di accomodante, poco di colorato. L'idea di partenza, abbastanza strana da risultare buffa, si rivela lo spunto di un loop amaro e claustrofobico. Visivamente e narrativamente affascinante, il film ricorda il Polanski della Trilogia del Condominio e i deliri di Lynch; conferma il talento poliedrico della sottovalutata Imogene Potts, inoltre, e piace anche senza indicazioni relative a come uscire incolumi. Il difetto è che si perde in un dedalo spaventoso, anche a costo di girare un po' a vuoto. Di amareggiare chi si aspettava una spiegazione razionale, lo scioglimento moraleggiante di quest'apparante metafora sul conformismo fatale della vita di provincia. Con l'uomo che sgobba e la donna che si fa angelo del focolare. Con entrambi che restano intrappolati nelle gabbie dei ruoli di potere. Con entrambi morti, ma di noia e routine. (7)

Ricordate la Stanza delle necessità della saga di Harry Potter? È realtà per una coppia di sposi novelli, partiti dall'Europa per vivere il loro sogno americano. L'acquisto di una casa nuova, al solito decadente e dal passato losco, con una camera segreta non indicata nella planimetria: all'interno tutti i sogni diventano realtà. Dal denaro alle opere d'arte, dagli abiti ai gioielli. Cosa succederebbe se chiedessero qualcos'altro, ad esempio il bambino che manca per essere felici davvero? A dispetto dell'incipit canonico, The Room – ennesimo omaggio alle atmosfere della Twilight Zone – si difende bene con uno sviluppo fascinoso e interessante, giocato nei territori dell'etica. Radunate pochi mezzi e una buona idea, ingaggiate una manciata di attori convincenti, aggiungete scenografie favolose – cupe, opulente e immaginifiche, capaci di ricreare perfino un bosco innevato tra le pareti domestiche. Rielaborazione moderna della favola di Pinocchio e del mito di Edipo, il film – dalla forte matrice europea, per fortuna – si mostra interessato non tanto all'aspetto paranormale quanto al lato umano, e indaga così le tensioni crescenti nella coppia anziché i misteri della casa maledetta. Peccato: in un anno diverso da quello corrente, avrebbe trovato anche un meritato angolino nelle sale cinematografiche. (7)

C'erano una volta due bambini, un bosco e una strega cattiva. L'epilogo, ovviamente lieto, lo conoscono anche le pietre. In tempo di rifacimenti in chiave contemporanea e femminismo, però, lasciate ogni speranza voi ch'intrate nella famigerata casa di marzapane. Riletta dal talentuoso Oz Perkins, la favola dei Grimm diventa un horror iniziatico sotto funghetti allucinogeni – imperfetto ma affascinantissimo – che ricorda nello stile e nelle riflessioni The Witch e The Neon Demon. Portentoso dal punto di vista visivo e anticonformista nel messaggio, pone al centro del titolo e dell'avventura – senza forzature – il personaggio di Gretel. Alla scoperta della propria identità, l'eroina si libera dai legami e dalle convenzioni dei generi. Tra lei e la strega, questa volta, ci sono simmetrie inquietanti. Che il fratellino, il terzo incomodo, sia sacrificabile? Film dalle atmosfere conturbanti, nonostante la sceneggiatura confusa, è un racconto allegorico che potrebbe fare la gioia degli esteti e dei cultori del genere. Il regista è il figlio di Psycho, la protagonista è la Beverly dell'ultimo It, la strega cattiva era già l'indimenticabile villain della trasposizione di Silent Hill. Venghino signori, venghin. Questo vaneggiamento è un incubo lisergico da cui non vorremo svegliarci. (6,5)

Una bambinaia lascia la città per un incarico dell'ultimo minuto. Badare a una coppia di ragazzini inquieti e inquietanti, che vivono in una magione dall'aria infestata. Se la trama non vi è nuova, è perché ispirata al classico di Henry James: Giro di vite, gotico proposto e riproposto in remake a volte dichiarati, altre meno. A prendere le mosse da qui sono stati anche due capolavori come The Innocents e The Others. La pescarese Floria Sigismondi traspone il romanzo in chiave moderna. Purtroppo, com'era prevedibile, l'operazione non trova né la forza né il coraggio di abbandonare l'archetipo. Anacronistico, il film si lascia guardare in ogni caso con piacere grazie al fascino indiscreto delle sue suggestioni. Ma tra bambole, manichini e ombre minacciose, non manca proprio niente a un repertorio di cliché lontano dall'essere rinnovato. Scontato, superfluo e stiracchiato, The Turning non si lascia neanche rivalutare alla luce del confusissimo colpo di scena finale. Mackenzie Davis è sempre incantevole, Finn Wolfhard e Brooklyn Prince sono sempre insopportabili. Lo zampino della DreamWorks si noterebbe anche a occhi chiusi. Durante la visione, ho pensato vagamente ai vecchi Haunting e Le verità nascoste. E quest'ultimo tassello, ambientato vent'anni fa, per ironia della sorte finisce per sembrare proprio un figlio dei 90s abbastanza tradizionale da risultare sorpassato. (5)

martedì 30 giugno 2020

Recensione: L'animale morente, di Philip Roth

 | L’animale morente, di Philip Roth. Einaudi, € 10, pp. 113 |

Se fosse stato pubblicato oggi, avrebbe suscitato più di qualche polemica. È infatti il racconto della relazione sessuale tra un professore sessantaduenne e un’universitaria di ventiquattro anni, sua allieva. Il cinico protagonista, per di più, non è nuovo ad avventure di queste ed è solito vantarsene con un collega. Quanto sfrutta la sua posizione accademica per circuire le amanti? Come giudicheremmo la sua concezione del corteggiamento – un dispendioso convenevole che punta dritto alla camera da letto –, se non squallida e maschilista? Nato nel 1930, David Kepesh  è figlio dei suoi tempi. Ha vissuto il primo matrimonio alla stregua di una fase di passaggio inevitabile. Ha tagliato i ponti con l’unico figlio, che a tratti giudica e a tratti invidia i suoi modi da viveur. Ha abbracciato la rivoluzione sessuale negli anni Sessanta: ne ha colto i frutti e ne ha goduto fino all’alba del nuovo millennio. Monologo-confessione rivolto a un interlocutore indefinito, a metà tra colto divertissement e autobiografia fittizia, L’animale morente è il terzo Philip Roth che leggo: il più celebrato del trio, ma quello che meno ho preferito. Affezionato al ricordo dei suoi eroi freschi e tormentati, sempre alle prese con i dogmi e il senso di colpa della loro educazione, ho fatto una certa fatica – per colpa della distanza anagrafica e, soprattutto, delle digressioni di troppo – a simpatizzare con questo personaggio dagli echi dannunziani e con le innumerevoli parentesi che apre.

La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?
Magistrale pur nella ripetitività, il romanzo finisce però per ammaliare tutte le volte in cui entra in scena Consuela Castillo: originaria di una ricca famiglia cubana, giunonica ma sinuosa, arrendevole ma volitiva, la studentessa zelante ha capelli lucenti e camicette peccaminose. Malato di desiderio, David è eccezionalmente colto in contropiede: lo impensieriscono la gelosia, l’ossessione e la brama di possesso finora inedite; lo infastidiscono i cenni ai fidanzati precedenti, al punto che eccellere nell’arte amatoria diventa una questione di vita o di morte. Nonostante conoscessi in anticipo gli esiti drammatici della loro frequentazione – dodici anni fa ho visto il film tratto dal romanzo, Lezioni d’amore, con una Penelope Cruz forse al suo meglio –, la lettura mi ha riservato le emozioni più forti nel momento dei loro incontri. Spregiudicati, perversi, struggenti, fanno della contemplazione della bellezza femminile un’opera d’arte. E il corpo statuario di Consuela, cristallizzato nel fulgore degli anni verdi, diventa poesia e monumento: Roth versifica la carne tremula di lei, allora, ed erige monumenti straordinari ricalcando la forma dei suoi seni pesanti.

Cosa crede, la gente, che basta innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. È l’amore che ti spezza. Tu sei intero e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso.
Al pari delle muse di Modigliani, anche Consuela punta all’eternità. Quanti anni ha oggi? È viva? Il tempo è stato clemente con le sue ambizioni e con la sua avvenenza? In queste pagine – in definitiva, una conturbante danza dei sette veli – avrà vent’anni per sempre. E cosa ne sarà stato di David, ancora: è riuscito a fermare il decadimento fisico e morale grazie alla ricerca del piacere? 
Ricordo che poco prima che la mia nonna paterna morisse, la colse un’energia impensata: si sollevò dalla sedia senza il deambulatore e, lei che era sempre tenuta a stecchetto dai medici, andò a rubare per capriccio un dolcetto dal pensile della cucina. Mio padre parlò di quello slancio vitale con amarezza. In dialetto lo definì: una miglioria della morte; nonna mancò il giorno dopo. L’animale morente  è la cronaca di un impeto simile, di un ultimo “friccico”. Il ritratto di una donna indimenticabile e di un uomo terrorizzato dall’oblio, sulle debolezze della carne e su quelle, ben peggiori, del cuore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Minuetto

venerdì 26 giugno 2020

Recensione: Tommaso e l'algebra del destino, di Enrico Macioci

|Tommaso e l’algebra del destino, di Enrico Macioci. Sem, € 16, pp. 161 |

Non si giudica un libro dai colori pastello della sua copertina. Fareste meglio a fare attenzione, infatti, all’angoscia nascosta dietro questa innocua macchina giocattolo. Quella del piccolo Tommaso, un bambino di cinque anni e mezzo legato al sedile posteriore di una Citroen Picasso, è una storia di sopravvivenza che fa tornare in mente il King di Cujo e Il gioco di Gerald, ma anche Niccolò Ammaniti e Patrick Ness: quei narratori senza paura, insomma, che indagano l’età dell’innocenza e i suoi grandi orrori con una perizia da psicologi infantili. Tra il 14 e il 15 agosto, il piccolo protagonista resta intrappolato nella macchina di famiglia in una città deserta a causa dell’esodo dei vacanzieri. Avrebbe dovuto aspettare lì cinque minuti, ma un contrattempo che non vi svelerò ha prolungato di ore l’assenza del genitore. Cos’è successo al papà, un traditore sempre in fuga dalle responsabilità? Riuscirà la mamma, scossa a distanza da inspiegabili brividi premonitori, a soccorrere l’unico figlio e a mettere un punto fermo a un matrimonio al capolinea? Cos’hanno in comune con loro un accattone abile a fiutare l’olezzo della morte, un’infermiera alle prese con un vecchio amore e, infine, un chirurgo un po’ marpione?

Ogni cronologia è un’incertezza cucita sulla stoffa del buio.

Se lo chiede Tommaso, all’ombra ballerina di un oleandro, mentre combatte prima l’ipertermia e poi l’ipotermia; mentre piange per la ruspa, il drago arcobaleno e i wafer, caduti sul tappetino e dunque irraggiungibili; mentre affronta visioni infernali e paure profonde, in una scatola di metallo che presto raggiungerà i trentacinque gradi. Malinconico e pudico, impensierito dalle frequenti liti in famiglia e ancora fiducioso verso Babbo Natale e la Befana, il bambino è adorabile nel suo candore. E per questo vorremmo disperatamente proteggerlo dallo choc emotivo che sta vivendo. Ma nell’auto, intrappolato sul seggiolino da cui non sa sgusciare fuori, non è solo. Come nella migliore tradizione dell’horror psicologico, gli fanno compagnia i suoi piccoli demoni: lo spettro di Valerio Frasca, il bullo della scuola, che gli spiega per la prima volta il sesso e la corruzione; una misteriosa figura incappucciata che, durante l'improvviso nubifragio notturno, attenta alla sua anima.

La solitudine allunga il tempo, lo rende appiccicoso come un chewing gum. La solitudine fa crescere i bambini più in fretta, sottrae loro il sogno dell’eterna felicità, scolpisce meglio i confini indefiniti del mondo. La solitudine non rispetta le regole del tempo. La solitudine è un’onda di tempo senza frammenti, è puro tempo nudo e crudo.
Quanto tempo può un bambino resistere senza acqua e senza cibo, dissetandosi con le sue sole lacrime? A ogni pagina, in un conto alla rovescia asfissiante, sfumano man mano le sperane di salvezza. Complimenti vivissimi all’abruzzese Enrico Macioci, allora, che vivacizza una vicenda da cronaca nera con l’impiego di un narratore onnisciente, beffardo e fatalista. Ma anche, all’occorrenza, straordinariamente compassionevole. 
Tommaso e l’algebra del destino è la lettura da ombrellone che non ti aspetti. Un romanzo rapidissimo, ma tutt’altro che indolore, con una riflessione potente sulla cecità degli adulti e lo spirito d’adattamento dei bambini. Un incubo urbano che puzza «di piscio e di incubi, di allucinazioni e fiabe malvagie», destinato forse a restare una delle scoperte più piacevoli di quest’anno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads - Happy Day

lunedì 22 giugno 2020

Recensione: La strada di casa, di Kent Haruf

| La strada di casa, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 194 |

Da qualche parte ho letto che a casa non si va, a casa si torna. È per questo che da quattro anni a questa parte considero Holt un po’ mia. Sono infatti una persona incostante e senza radici, eppure a sorpresa, romanzo dopo romanzo, il compianto Kent Haruf mi ha insegnato due virtù fondamentali: la pazienza e il senso d’appartenenza. Si può sentire nostalgia di un luogo che non conosci? Si può desiderare una pianura che non c’è? La mia bussola interiore e gli amici di NN mi hanno guidato per la quarta volta in quel di Holt – entro l’anno recupererò anche Crepuscolo e poi, con un brivido, mi sentirò orfano per sempre. Slittato fino a giugno a causa del lockdown, atteso, centellinato, amato, il nuovo romanzo dell’autore americano è in realtà il secondo. Scritto negli anni Novanta, ben prima della trilogia, è ambientato nel trentennio precedente e ricorda l’eleganza polverosa dei classici del cinema.

Finalmente Holt, con i lampioni blu in lontananza, poi sempre più vicini, e le strade deserte e silenziose una volta entrati in città.
Questa storia, più piccola delle altre ma emozionante comunque, conferma la magia dei mondi di Haruf, la sua scrittura avvolgente come una coperta di Linus, la predilezione per i personaggi femminili tristi e volitivi. Prende avvio da un ritorno imprevisto. A chi appartiene la Cadillac rosso fuoco parcheggiata su Main Street? È forse Jack Burdette il brutto ceffo al volante? È un pugno in un occhio. È un fulmine a ciel sereno. L’uomo, braccato alla stregua di un ricercato, mancava da otto anni in città.
A raccontarci l’antefatto è il timido direttore del giornale locale, Pat, che da giovane fu un compagno di scuola e un ammiratore del fuggitivo: alto due metri, pesante un quintale di muscoli, Jack era una promessa del football e un perdigiorno impenitente. Troppo grande per Holt, ha trovato rifugio prima nel poker e nella birra calda, poi nelle gloria dell’esercito, infine nelle donne: da un lato Wanda Jo, fidanzata storica e servizievole a cui ha spezzato il cuore; dall’altro lato Jessie, legittima moglie e madre dei suoi due figli, in balia di una spietata caccia alle streghe dopo l’uscita di scena del partner truffatore. Il romanzo racconta le vicissitudini dei Burdette, dalla fuga del capofamiglia fino al ritorno tardivo, e della vicinanza sentimentale tra il narratore e Jessie: una donna piccola e orgogliosa, che sgobba ai tavoli come cameriera e in un capitolo che ha davvero del capolavoro – l’ottavo, preparate i fazzoletti – si mostra struggente in un succinto abito rosso.

La gente di Holt pensava che  quel punto avrebbe pianto. Pensavano che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi e dopo un po’ si addormentò.
Tra attimi di cupo smarrimento e momenti di grande armonia – un altro episodio significativo è ambientato in un parco acquatico –, il romanzo qui e lì mostra il fianco a qualche debolezza. Le anticipazioni e le ellissi del narratore onnisciente, nonostante i toni pur sempre accorati e compassionevoli, tolgono il piacere di scoprire gradualmente le sorti degli attanti; l’epilogo dolce-amaro appare precipitoso; qualche risvolto tragico – penso al personaggio della giovane Toni, la figlia di Pat – è inserito e mai approfondito, come se non avesse grandi conseguenze sulle vite degli altri.
A differenza di Vincoli, già perfetto, La strada di casa ha maggiori ingenuità e la voce ancora acerba dei primi esperimenti. Ma un Haruf minore resterà in ogni caso un grande Haruf: soprattutto per i fedelissimi che bramavano, speranzosi, l’ennesimo tassello da vivere intensamente. Sconquassata dallo sferragliare di un isolato treno merci, la città di Holt, Maine, qui era ancora in corso d’opera e lontana dall’acme dello splendore. Ma appariva già bella a sufficienza, come suggerisce saggiamente il titolo, da volerci fare presto ritorno; da somigliare a casa.  
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Passenger – Home 

sabato 20 giugno 2020

Tre novità tutte da (sor)ridere: Upload | Never Have I Ever | Run

Su carta sembrava non promettere niente di buono. Una storia sull’aldilà vista e rivista, sin troppo familiare ai fan di The Good Place e Black Mirror. Contro ogni pronostico, però, Upload sorprende. Ed è pronta a diventare una delle serie più irresistibili dell’anno, con il suo mix di fantascienza e buoni sentimenti; con una storia d’amore e morte ironica ma dolcissima, che qualche volta fa sospirare. Siamo nel solito futuro non troppo lontano in cui la tecnologia sta prendendo il sopravvento. Il protagonista è il solito bellimbusto che per il solito guasto alla macchina fa il solito incidente autostradale e finisce nel solito paradiso personalizzato. La sua anima, infatti, viene caricata in un aldilà per ricchi – tutto vedute mozzafiato e comfort –, ma anche la perfezione nasconde immancabili lati oscuri. Anche da morti, infatti, sussistono le iniquità. Nell’Upload vigono infinite disparità sociali. Alcuni hanno una corsia preferenziale, altri no. E soprattutto, per soggiornare lì, sono necessari i finanziamenti di una persona esterna: nello specifico, quelli di una fidanzata ricca e superficiale a cui, nonostante tutto, restare vincolati vita natural durante. Si può sopravvivere alle difficoltà, se già defunti? Robbie Amell, bello che balla, può fare affidamento sui consigli di Nora: addetta al servizio clienti, vivissima e per questo lontana da lui, con la quale è in contatto h24. Si innamoreranno, a dispetto di una barriera insormontabile. Scrive lo sceneggiatore dell’iconica The Office. I toni, sapientemente indovinati, sono deliziosi. I colpi di scena, con tanto di inseguimenti ed esplosioni sanguinose, non si contano. Il cast è un vero piacere per gli occhi. Insomma, ci sono guai anche in paradiso. Perfino le tecnologie avveniristiche hanno delle falle, dei difetti. Ma Upload – semplice, e per questo semplicemente adorabile – non presenta bug imperdonabili. (7+)

Devi, caustica e spigliata, vorrebbe essere un’adolescente come tante. Mimetizzarsi senza sforzi nella fauna della scuola pubblica. Ma è difficile essere invisibili quando si è involontariamente al centro dell’attenzione. Dopo la morte del padre durante il saggio di fine anno, qualcosa ha fatto crack  nella mente della ragazza e le gambe, di conseguenza, si sono rifiutate di camminare. Bollata come malata immaginaria, ora che è finalmente tornata a camminare non può però guarire dal disagio peggiore: la sua “grossa grassa” famiglia indiana. Vi avverto: a dispetto di qualche cliché di troppo nel finale, la conoscenza di Devi sarà una delle rivelazioni dell’anno corrente. Ha una parlantina a raffica, la risposta sempre pronta, e diverte e intenerisce con una storia di formazione che parla sì di amori impossibili, sì di maturazione, ma soprattutto di origini e accettazione. Qui la giovane è chiamata a fronteggiare le proprie usanze indiane, che le sembrano tanto bigotte, e soprattutto gli agguati del lutto: di tanto in tanto, nel corso degli episodi, qualche flashback struggente minaccerà di strappare lacrime impreviste agli spettatori dal cuore tenero. Consigliata a chi ha voglia di leggerezza ma non solo, Never Have I Ever piace per la rappresentazione spassionata delle minoranze etniche – che meraviglia, ho pensato tra me e me, incrociare tutti quei nomi esotici nei titoli di testa – e per la scrittura al fulmicotone della prezzemolina Mindy Kaling, che fra autobiografismo e invenzione riesce a spiccare in mezzo alle teen comedy rivali: il colpo di genio è la voce narrante del tennista McEnroe, che mi ha fatto pensare con nostalgia a Jane The Virgin. Never Have I Ever, insomma, non è un’altra stupida commedia americana. Soprattutto perché, sia da parte di madre che di padre, è fieramente indiana. (7)

Un messaggio di testo da parte di un’ex fiamma spinge una moglie insoddisfatta ad abbandonare la famiglia per salire sul primo treno. Dice: corri. E una donna sull’orlo di una crisi di nervi, così, segue il fidanzato dei tempi dell’università – nel frattempo diventato life coach – nell’avventura di una notte. Giunti al capolinea, decideranno se tornare insieme o lasciarsi per sempre. Ma il viaggio, ovviamente, presenterà contrattempi tragicomici. Scritta da Vicky Jones e prodotta da Phoebe Waller-Bridge – anche impegnata in un piccolo ruolo bislacco –, Run è una commedia romantica sui generis con ritmi vertiginosi e risvolti degni di un thriller. Un appuntamento appassionato nel segno della nostalgia e del pericolo su due personaggi perennemente braccati, che fuggono dalle responsabilità e dai rimpianti. Il formato, pratico e scorrevole, è insolito per le serie HBO: sette episodi di trenta minuti ciascuno. Perché non realizzarne un ottavo regalando alla serie una conclusione? Impossibile pensare altrimenti davanti a una storia che non ha le carte in regola per una seconda stagione. Lo suggeriscono a malincuore le svolte rocambolesche e irrealistiche della seconda metà, dove i due fanno il passo più lungo della gamba e rischiano di restare intrappolati in una vicenda che senza un prosieguo apparirebbe purtroppo inconcludente. I primi episodi, a metà tra Prima dell’alba e Intrigo internazionale, lasciavano ben sperare. I restanti, purtroppo, si poggiano su un delitto evitabile e sulla tensione erotica tra Merritt Wever e Domhall Gleeson: un duo lontano dai classici canoni di bellezza che a sorpresa sprizza sesso e scintille, oltretutto con performance di peso. Perché, al giorno d’oggi, fare una serie TV su ogni soggetto? Questa volta, per raccontare il rendez-vous degli eterni Peter Pan, sarebbe bastato un semplice film di un’ora e trenta. Fuggiamo via, a gambe levate, ma dalla moda della serialità a tutti i costi. (6)