venerdì 3 aprile 2020

La paura resta a casa: The Invisible Man, The Lighthouse, Il buco, Swallow, The Hunt

Ispirata al classico di H.G. Wells, la vicenda dell’Uomo invisibile è stata portata più volte sul grande schermo, ma sempre dalla prospettiva dello scienziato. Eccezionalmente, questa volta, il reboot omonimo sceglie di concentrarsi su un comprimario. La vittima per eccellenza dell’uomo: colei che ne divide il talamo nuziale. La protagonista braccata, infatti, è la moglie di un ottico maniaco del controllo che in gran segreto ha brevettato la tuta dell’invisibilità. La vena orrorifica, soprattutto nell’ottima parte introduttiva, è tenuta a bada per lasciare spazio alle paranoie e ai silenzi di un thriller psicologico teso e raffinatissimo. Il film non ha né eccessi gore né effetti speciali in quantità. La protagonista punta il dito, farnetica, si rannicchia su di sé, accende tutte le luci di casa e fissa intensamente il vuoto. Se la trama è presto detta – una versione paranormale di A letto con il nemico –, a far la differenza sono quei dettagli inattesi nell'intrattenimento mainstream. Una regia sapiente, che fa crescere la suspance nella desolazione dei campi lunghi o nei piani sequenza più frenetici. La performance di Elisabeth Moss – spaventata, delirante, spavalda – che regge queste due ore di visione con una gamma espressiva da prima della classe. Gli si rimprovera, allora, soltanto qualche buco di sceneggiatura nella conclusione; un epilogo liberatorio ma un po’ telefonato. The Invisible Man è un aggiornamento sentito, femminista, intelligente, di cui si coglie finalmente il senso. Ai mostri dello studio Universal, così, se ne affianca un altro ben più diabolico: lo stalking. (7,5)

Un’isola. Un faro. Un apprendistato lungo un mese. Ma, alla scadenza dei giorni, non arriva nessuna scialuppa. Non si vedono mai la terraferma, né altre facce. La convivenza tra un umile subordinato e il suo capo, già faticosa, diventa infernale. Si fruga nei reciproci vissuti. Ci si scaglia contro il russare dell’altro, i suoi ordini, i suoi umori, il suo tanfo. Soltanto l’alcol, che scorre a fiumi, appiana le divergente. In tutti gli altri momenti, invece, pesano i silenzi, l’astinenza, le limitatezze del luogo. Come evitare di trasformarsi in bestie a causa della solitudine? Ecco avvicendarsi presagi, visioni, sospetti, cadaveri che riaffiorano, creature alla Lovecraft. Paranormale o suggestione? La catabasi dei protagonisti, tuttavia, è un’escalation  di follia che punta in alto: alla lanterna del faro, al centro della contesa maggiore. Mènage a due, The Lighthouse – odiato a Cannes, poi rivalutato dal pubblico – è giocato sui contrasti tra Dafoe e Pattinson. Se il primo è un lupo di mare dispotico e umorale, il secondo è un giovane senza passato che minaccia di peccare di hybris sovvertendo l’ordine. Il taglio e la fotografia evocano il cinema muto. La scrittura, teatrale, vive di faccia a faccia e monologhi dolenti. I personaggi incarnano tipi umani brutti, sporchi e cattivi. In realtà, a ben vedere, è tutto bellissimo. In realtà, senza sorprese, i due sono magistrali. Ma il film, lento e inesorabile, si lascia seguire piuttosto passivamente: sin dalle premesse, infatti, immaginiamo che i misteri del faro rimarranno inspiegati. Dopo The Witch, il regista predilige l’ermetismo di alcuni film festivalieri e, a mio dire, pecca di una spocchia che risulta inutilmente pretenziosa trattandosi di un'opera seconda. Eggers non delude, ma nel tentativo di fare il passo più lungo della gamba in uno sforzo prometeico non va né avanti né indietro. Resta dove lo avevamo lasciato ai tempi dell’esordio, giù talentuoso, ma in attesa di essere messo meglio a fuoco. Perché nessun autore, nessun film, dovrebbero rimanere isole. (7)

Il buco è una prigione verticale dalla struttura dantesca. Si sviluppa in altezza per oltre duecento piani, collegati tra loro da un montavivande: all’ora del pasto, ogni giorno, i misteriosi carcerieri fanno scivolare da un piano dopo l’altro un carrello carico di leccornie da chef stellati. Gli occupanti più vicini al piano zero hanno pance piene e vita facile, tutti gli altri si cibano di scarti. Spingendosi al suicidio, all’assassinio, al cannibalismo. Il protagonista è un sognatore con la mente zeppa di pensieri idealisti. Arrivato con una copia del Don Quisciotte, spera di lottare contro i mulini a vento del sistema; di educare i compagni all’equanimità, alla parsimonia, al rispetto. C’è forse un inghippo nel sistema? C’è, soprattutto, una via di fuga? Preceduto dalle lodi diffuse della rete, questo esordio spagnolo è all’altezza delle aspettative: perfino il finale, contestato sui social, mi ha emozionato all’inverosimile. Particolarmente attuale nel clou della pandemia, tra convivenze forzate e resse nei supermercati, Il buco caldeggerà il pessimismo o strizzerà l’occhio alla speranza? Torbido e cruento, è una allegoria sanguinosa e ispirata che ricorda le atmosfere di The Cube e Snowpiercer. Ma ha argomentazioni attuali, tutte sue, e una visione personale che si esprime dal gusto estetico alla scrittura. Prodotto a basso budget, con il minimalismo della migliore fantascienza indipendente, il film premiato a Torino brilla per una sceneggiatura da applausi sorretta da un manipolo di attori votati alla causa – il vecchio compagno di branda, in particolare, regalerà non pochi incubi. Feroce, poetico, politico, si conferma uno dei migliori film di genere presenti sul catalogo Netflix. (8)

Biglie, viti, aghi, batterie. Sono soltanto alcuni degli acuminati passatempi segreti di Hunter, una giovane e bella moglie trofeo che ha sviluppato un singolare disturbo ossessivo per cercare attenzione: ingoiare oggetti. Dagli angoli più disparati della sua lussuosa villa con piscina, la chiamano ninnoli e utensili. La tentano. Da dove arriva quella fame d’amore che la spinge a rimpinzarsi di corpi contundenti? Avvolta da uno stile anni Sessanta, sia nell’eleganza del design che nei colori pastello, una Haley Bennett degna di nomination è la sorprendente padrona di casa di un’ordalia psicologica senza fine. Se tutt’intorno abbondano le simmetrie maniacali, all’intero della protagonista si agita un magma spaventoso. Sottostimata, sola, mite, osa far rumore nell’atto dell’ingoio. Assordante, il suo disagio ha radici tutte da scoprire. Nell’abbraccio di un collega ubriaco. Sotto un letto dove appisolarsi con un tuttofare dagli occhi umidi. A colloquio con un grande Dennis O’Hare, in un faccia a faccia sul perdono e sulle eredità letteralmente commovente. Esiste guarigione? Forse, ma non passerà attraverso un finale consolatorio: ne avrei immaginato uno diverso, per la povera Hunter, ma avrebbe fatto meno male nell’assestarsi l’ultimo schiaffo. E guarigione e digestione, pare, passano da altro dolore. Grido d’aiuto femminista, profondo e perturbante, Swallow è il primo film davvero memorabile visto quest’anno. Difficile da mandare giù, altrettanto da scordare. (8)

Potremmo riassumerlo in poche parole. The Hunt è un Hunger Games ad alto tasso splatter, vietato ai minori non accompagnati.  È la versione disimpegnata di Get Out e quella più politicamente schierata di Finché morte non ci separi. Una classica partita a nascondino in cui a cambiare, questa volta, sono puramente le relazioni tra cacciatori e cacciati. I primi liberali, di sinistra. Gli altri repubblicani fedeli a Trump e alle armi, gretti e razzisti per natura. Lì dove gli elettori statunitensi hanno visto un attacco al loro Presidente, al punto da arrivare a sabotare l’uscita del film in sala, in realtà si nasconde una satira scalmanata che bacchetta parimenti entrambi i lati della barricata. Non c’è chi ha torto e chi ha ragione. Se abbondano i volti presi in prestito dal piccolo schermo – Emma Robert, Justin Hartlley: un consiglio, non affezionatevi troppo alle loro sorti –, la vera lotta è tra Betty Gilpin, una Rambo al femminile già apprezzata in Glow, e l’autoironica Hilary Swank. Diverte vedere le due attrici darsele di santa ragione in cucina, in un corpo a corpo che ricorderà quello tra Uma Thurman e Vivica A. Fox in Kill Bill. Nonostante le citazioni orwelliane, però, non aspettatevi grandi riflessioni: The Hunt brilla per acume e umorismo soltanto a sprazzi incostanti. Il resto è un divertissement nella norma: breve, spassoso, ultraviolento, dove la satira iniziale cede ben presto il passo al rosso arterioso tanto apprezzato dagli amanti dell’horror. Dardi, bombe, pallottole. Una carneficina impegnata in teoria, ma senza grandi pretese nell’atto pratico. Tanto rumore per nulla?  Anche se soltanto per lo sgranocchiare dei popcorn in sottofondo e per qualche risata fra amici lontani, potrebbe valerne la pena. (6,5)

mercoledì 1 aprile 2020

L'insostenibile leggerezza delle dramedy UK: Years and Years | Feel Good

Aprile, presto per darsi ai bilanci. Eppure posso affermare in tutta sicurezza che questa resterà la serie più rappresentativa di quest’anno.  La migliore? Lo dirà il tempo. Chi si sarebbe aspettato un paio di mesi fa che avremmo vissuto questo? L’allarmismo, la quarantena, la pandemia. Il 2020 è un anno surreale, di cambiamenti spaventosi e lunghi strascichi. Mentre siamo chiusi in casa, costretti all’immobilismo per la nostra stessa sicurezza, non ci rendiamo conto che il Corona Virus avrà conseguenze per cui non esiste vaccino. L’economia e la politica si risolleveranno? Qualcuno avrà tempo per dare una chance al mio futuro, in forse già da prima? Impossibile non sentire riecheggiare le domande che incalzano in questa coproduzione HBO: giunta in Italia in sordina, è illuminante  e premonitoria. Perché le insicurezze della famiglia Lyons, inquadrata tra la Brexit e il 2030, sono anche le nostre. Come ci tocca il divenire del mondo, come ci stravolge? Il notiziario annuncia l’elezione di Emma Thompson, politica di estrema destra che sembra una Trump in tailleur. Durante le rimpatriate, tra compleanni, matrimoni e funerali, i Lyons saranno partecipi di bollettini di guerra, evoluzioni scientifiche, involuzioni umane. C’è Stephen, bancario che perde tutto per un investimento sbagliato; Rosy, che non si lascia scoraggiare dal proprio handicap; Daniel, che s’innamora di un clandestino e s’imbarca nell'odissea vissuta dai migranti. Infine Edith, reporter, che pur di denunciare si avvicina a una verità dagli effetti radioattivi. Radunati alla tavola della matriarca, i Lyons sono ciò di cui abbiamo bisogno in tempi disperati. A volte si fanno volere bene come i personaggi di This is us. Altre ci preoccupano, con intuizioni plausibili e invenzioni degne di Black Mirror. Non tutta le tecnologia viene per nuocere. Gli smartphone, un giorno, combatteranno le rivoluzioni al posto delle armi. La memoria digitale è miracolosa, ma quella del cuore di più. Dove saremo tra cent'anni? Morti e sepolti. Dove saremo domani, finita la pandemia. A casa delle nostre nonne. Ad abbracciarci, a brindare, a spettegolare. Years and Years insegna tanto. Ma specialmente che tutto passa, compreso l’irreparabile, ma che noi no, noi non passiamo. (9)

Mae, canadese in trasferta nel Regno Unito, vuole sfondare nella stand-up comedy. Della classe della collega Mrs. Maisel,  però, ha poco. Elfo dalla bellezza androgina e dall’impettinabile ciuffo biondo, la comica aspirante ha un aspetto un po’ buffo e una sensibilità da maneggiare con cura. Vitale, insicura, fragilissima, sa farsi volere bene e biasimare. Si rifugia infatti per comodità in relazioni di conforto e, dopo una scarsa conoscenza, pretende già il per sempre. Ma come può amare il prossimo se non ama abbastanza sé stessa? L’ultima fiamma è George, una maestra alle prese con la prima relazione omosessuale. Benché vivano insieme, la ragazza oppone un’iniziale resistenza a uscire dall’armadio. A fare outing con amici e parenti. La comprensibile vaghezza di George gonfierà a dismisura le paturnie di Mae. Che gioca con i tiri e molla. Che si disintossica dalla droga e infine ci ricasca: o così crede, davanti alla tentazione dello stordimento. Feel Good parla di sessualità, identità di genere, amore, dipendenza da cose e/o persone. Il tutto, con l’insostenibile leggerezza promessa dal titolo. Dramedy a tinte arcobaleno dal basso profilo, vive dei locali fumosi frequentati da cabarettisti e altri brutti ceffi; personaggi divertenti incontrati al gruppo dei narcotici anonimi; genitori lontani che si connettono dal Canada su Skype soltanto per la mitragliata di battute sardoniche pronunciate a raffica dall’adorata mamma Lisa Kudrow. Grazie alla formula consolidata delle produzioni britanniche – bello tornare a rifugiarvisi dopo le gioie fugaci di Crashing e Derry Girls –, Feel Good non fa la voce grossa per spiccare e rischia un po’ di perdersi sul menù affollato di Netflix. Peccato. Perché ha uno stile già riconoscile, riflessioni dalla portata universale e numerose affinità con un’altra mina vagante, Fleabag: auguro a Mae Martin – sceneggiatrice e interprete, proprio come Phoebe – lo stesso successo. (7)

lunedì 30 marzo 2020

Recensione: La dragunera, di Linda Barbarino

La dragunera, di Linda Barbarino. Il Saggiatore, € 16, pp. 192 |

Il mio sangue meridionale reclama onori e attenzioni. Nato in Sicilia da genitori partenopei, gli rendo degnamente omaggio grazie alla lettura e al cinema. Se a Napoli torno spesso però, soprattutto grazie alle magie di Elena Ferrante, dall’isola manco da troppo tempo. Quasi vent’anni, a pensarci bene, nonostante l’estate scorsa ci abbia fatto brevemente capolino galeotto il bestseller di Stefania Auci. Non era andata bene; purtroppo mi ero stufato presto. Stesso esito, a malincuore, ha avuto anche l’esordio di Linda Barbarino. Accattivante sin dalla copertina, per non parlare poi di una sinossi che prometteva passioni e riflessioni sulle donne ai margini nell’Italia rurale, si è rivelato invece una lettura faticosa nonostante i pareri entusiasti raccolti al Premio Calvino. Il pregio più grande è anche il suo difetto maggiore: un dialetto fitto, presente tanto nelle parti narrative quanto nelle dialogate, che mi ha ricordato perché non sia mai stato attratto dai mondo di Camilleri. Per quanto conosca bene quella parlata, ho trovato stancante districarla pagina dopo pagina, frase dopo frase. Queste duecento pagine scarse, così, mi sono pesate più del previsto, anche se ho preferito leggerle in ventiquattro ore per togliermi il pensiero. Soltanto riassumere le vicende della famiglia Rizzuto aiuta a ricordare del mio interesse iniziale.

Suo fratello si prese a una che si capiva subito era meglio starci lontano, coi capelli ricci e niuri come serpenti. La Dragunera, così la chiamavano, come la tempesta di acqua e vento. Se non fosse stata magara, non c’era che dire: fine, alta, che il marito le arrivava neanche alla spalla, e capelli lucidi come una manta.
In una terra fuori dal tempo s’incrociano i dissapori di due fratelli agli antipodi, Paolo e Biagio, e quelli delle rispettive donne. Mentre il primo onora il padre e la madre attraverso il lavoro nei campi, rifiutando però di accasarsi, il secondo ha fatto di testa sua chiedendo la mano della Dragunera: una giovane seducente e fatale, dalla fama di fattucchiera. Al centro di visioni demoniache, in cui sbuca dal mosto come da un bagno di sangue, la moglie di Biagio pare portare sciagura; se da un lato fa sincero spavento ai maschi scaramantici, dall’altro però fa gonfiare anche le patte dei pantaloni. Perfino il cognato ne è carnalmente attratto: quel Paolo fedele a sé stesso e a Rosa, una prostituta dal cuore d’oro che vive di fantasticherie romantiche e malinconia. All’apparenza memorabili, questi personaggi femminili non interagiscono mai; le loro storie si toccano di sfuggita, con una semplice occhiata in chiesa. Se la donna del titolo nel corso della lettura non viene mai riscattata né indagata, sempre inquadrata nell’ottica di perfidia dei compaesani, più convincente appare la figura di Rosa: venduta come carne da macello, vive nel passato e nei ricordi di un terrazzino profumato di basilico. L’infanzia è una parentesi ormai lasciata alle spalle, inattuabile. E il futuro, altrettanto incerto in fatto d’amore?

Magari non viene o verrà con gli amici a farle gabbo da fuori il cancello. E invece arrivò, ed era come tutto il bene del mondo. Avrebbe voluto fosse solo e sempre per lui il rivolo di piacere che le scorreva in mezzo alle cosce, vergine e puttana solo per lui, per Paolo.
Confuso nella scansione temporale e appesantito da risvolti gratuitamente tragici dell’epilogo, il romanzo ha una trama troppo esile che vive di uno stile a me indigesto. Cosa salvare allora? La ricercatezza linguistica, tuttavia fine a sé stessa. Le suggestioni letterarie, dalla Deledda a Verga. La fascinazione che proviamo davanti alle canzoni straniere alla radio, di cui possiamo apprezzare il ritmo pur non capendo tutte le parole. Il dettaglio non impedisce di apprezzarne la potenza, vero, ma limitarsi a capirne il senso generale finisce per svilire l’originalità del lessico, del suono, delle sfumature. All’inizio ci ho fatto caso, ho prestato attenzione cercando perfino qualche significato sul web. Ho rinunciato strada facendo, poi, scegliendo di badare puramente al racconto in sé; di proseguire per sapere come sarebbe andato a finire e per non lasciare a metà un omaggio dell’editore, che ringrazio di cuore. Anche se i chiaroscuri sfuggono e la particolare cura stilistica, eppure lodata, francamente annoia.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli – Contessa Miseria

venerdì 27 marzo 2020

Recensione: Tanti piccoli fuochi, di Celest Ng

| Tanti piccoli fuochi, di Celest Ng. Bollati Boringhieri, € 18, pp. 374 |

Dalle rovine di una casa rispettabile – di quelle tutte uguali, da ricchi, che suggeriscono ordine maniacale, perfezione e decoro – si sollevano le spire di un incendio doloso. Dalle camere dei Richardson sono partiti focolai che hanno inglobato la proprietà in una cortina asfissiante. Dal prato, i membri della famiglia contemplano la disfatta. Si leccano le ferite, additano il colpevole. Com’è potuto accadere? Da un’immagine decisamente cinematografica – non stupisce l’arrivo di una serie TV con due attrici d’eccezione, Reese Whiterspoon e Kerry Washington, debuttata in patria nei giorni scorsi – prende avvio il bestseller di Celeste Ng. Corteggiato sin dai tempi della pubblicazione, l’ho rispolverato per prepararmi alla trasposizione. Denso e corposo – quasi quattrocento pagine, con capitoli piuttosto lunghi –, avrebbe potuto darmi noie in un periodo in cui riesco a leggere poco e male. A sorpresa, nella migliore tradizione dei page turner, ha generato un’istantanea dipendenza.
Quanto ci piace, infatti, curiosare nelle vite altrui? Quanto è divertente smascherare le bugie del perbenismo? Dopo la lettura di La storia di un matrimonio, così, ho conosciuto nuovi segreti coniugali; ennesimi divari generazionali; un nuovo quartiere residenziale dove non è tutto oro quel che luccica.

Proprio quando pensi che sia tutto finito, trovi un modo. […] Come un incendio prativo. Ne ho visto uno anni fa, mentre eravamo in Nebraska. Sembra la fine del mondo. La terrà era bruciata e nera e tutto il verde era sparito. Ma dopo un incendio il terreno diventa più ricco, e possono crescere cose nuove.  Anche le persone sono fatte così, sai? Ricominciano da capo. Trovano un modo.
Anche se non stonerebbe immaginare i protagonisti negli anni Cinquanta, siamo nell’era di Tori Amos e Bill Clinton. La sordida relazione tra il Presidente e la sua stagista fa parlare eccezionalmente di sesso a tavola e a scuola. In un clima già teso, a bordo di una Volkswagen fanno il loro ingresso Mia – fotografa hippy che si arrangia come tuttofare – e Pearl, quindicenne stanca dei continui trasferimenti. Desiderosa di stabilirsi lì in pianta stabile, l’ultima arrivata vince la solitudine e si intrufola nella famiglia degli affittuari.
I Richardson hanno quattro figli pressoché coetanei di Pearl, e accolgono a braccia aperte la studentessa dall’aria bisognosa: generosi e spontanei, neanche particolarmente antipatici, possiedono la naturalezza dei privilegiati di cui si parlava anche in Parasite. Ma a una certa età si è sempre affascinati da ciò che non si può avere, dallo scintillio misterioso dall’altra parte della barricata: la minore dei Richardson, una mina vagante di nome Izzie, compie il percorso inverso rispetto a Pearl. Si avvicina a Mia, semplice donna delle pulizie ma dal talento artistico folgorante. Come preferire gli incarichi ordinari della madre Elena, blanda firma di un quotidiano locale, ai collage della fotografa? Come identificarsi con la donna che ha fatto della genitorialità una professione anziché sognare il passato enigmatico e la vocazione dell’inquilina girovaga?
Grazie a una scrittura agile e bella, che con leggerezza invidiabile scava a fondo e all’occorrenza si libra in coinvolgenti voli pindarici – ho amato i capitoli monografici con le sperimentazioni di Mia –,  la narratrice onnisciente spia dal buco della serratura i membri del suo cast. A proprio agio con la gestione dei diversi punti di vista, la Ng sviscera approfonditamente i pensieri e le azioni dei personaggi: con il rischio di risultare, a volte, un po’ ridondante.

Per un genitore, un figlio non è solo una persona: un figlio è un luogo, una specie di Narnia, uno spazio vasto ed eterno dove il presente che stai vivendo, il passato che ricordi e il futuro che stai attendendo con ansia coesistono nello stesso istante. […]  È un luogo in cui trovare rifugio, a patto di sapere come entrarci. E ogni volta che lo lasci, ogni volta che tuo figlio esce dal tuo campo visivo, hai paura di non potervi più fare ritorno.
Benché non sia un thriller, Tanti piccoli fuochi ne ha il ritmo e gli intrighi. È un garbuglio di fraintendimenti, bugie e non detti, di cui soltanto lettore e narratrice hanno la visione d’insieme. Alcuni personaggi non vengono mai sfiorati dalle conseguenze della vicenda in atto. Altri, senza grandi epifanie, cambiano seduti sui gradini del portico. A differenza che nella serie TV, immagino ben più focalizzata sullo scontro ideologico tra Mia e Pearl, queste donne agli antipodi non si accapigliano e di rado figurano nella stessa pagina. I veri protagonisti sono i loro figli, imprevedibili e ormonali, insieme al magnetismo che lo status dell’una esercita sull’altra. Le madri di Celeste Ng ascoltano, ficcanasano, agiscono per un bene maggiore. E ci fanno riflettere sui bambini nati in serie, su quelli mai venuti al mondo, su quelli promessi e poi pretesi indietro. Cos’è più forte: la biologia o l’amore? 
Mentre nel quartiere si confabula dell’adozione in forse dei McCollough, ci si alzerà di frequente da tavola con il broncio; si infrangeranno i dogmi del politicamente corretto parlando per la prima volta di fecondazione assistita o aborto.  Purtroppo, con il senno di poi, sono costretto a mettere in discussione quell’incipit forte ed esplicativo all’inizio lodato: dice troppo – colpevole incluso –, mentre l’epilogo aggiunge troppo poco. Nel mezzo mezzo, a dispetto della mancanza di colpi di scena, ci sono per fortuna pagine rimarchevoli e tantissima carne al fuoco. Il successo di Celest Ng, un’intrusa in quel di Shaker Heights, non è solo fumo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Adele – Rumor Has It

martedì 24 marzo 2020

Recensione: Agostino, di Alberto Moravia

| Agostino, di Alberto Moravia. Bompiani, € 12, pp. 182 |

Mi mancano molte cose con la quarantena. Su tutte, il mare. Fino a due settimane fa bruciavo i miei diecimila passi giornalieri sul bagnasciuga, d’inverno come d’estate, e lasciavo sbollire l’insofferenza lì. Dove il cielo era più alto e il vento più pungente. Anche il ritmo delle mie letture, all’inizio, ha sofferto per l’osservanza di questa nostra nuova sedentarietà. Bloccato in un quartiere di palazzine grigie tutte uguali, senza cantanti sui balconi né grandi scorci naturali, mi sono spento in fretta negli andirivieni tra la cucina e il soggiorno; ho camminato soltanto quando c’era da liberare il vialetto dalle foglie secche. Per fortuna, dopo una serie di romanzi sfogliati a tempo perso e riposti intonsi in libreria, sono tornato a leggere grazie al  mio primo Alberto Moravia. Sarà che con lui ho corso all’aria aperta; sarà che mi ha portato fino al mare. Un inchiostro limpido e rigenerante come acqua salata mi ha guidato nel cuore in subbuglio dell’irrequieto Agostino.

Ora provava un vago, disperato desiderio di varcare il fiume e allontanarsi lungo il litorale, lasciando alle sue spalle i ragazzi, il Saro, la madre e tutta la vecchia vita. Chissà che forse, camminando sempre diritto davanti a sé, lungo il mare, sulla rena bianca e soffice, non sarebbe arrivato in un paese dove tutte quelle brutte cose non esistevano. In un paese dove sarebbe stato accolto come voleva il cuore, e dove gli sarebbe stato possibile dimenticare tutto quanto aveva appreso, per poi riapprenderlo senza vergogna né offesa, nella maniera dolce e naturale che pur doveva esserci e che, oscuramente, presentiva.
Tredici anni, orfano di padre, si gode la villeggiatura in compagnia della madre: una donna bellissima e senza nome – figuratevela come la Loren: bruna, le gambe chilometriche, uno scandaloso due pezzi –, che a bordo del pattino flirta con un baldo giovine del luogo. Costretto suo malgrado a reggere il proverbiale moccolo, Agostino sviluppa una gelosia fortissima verso la genitrice. Pur non conoscendo ancora il sesso, il desiderio carnale, l’amore, intuisce l’ascendente che lei ha sui maschi di ogni età. Iperprotettivo, si sorprende a spiarla dalla soglia della porta: nel riflesso polveroso dello specchio, in deshabillé, per la prima volta la vede come una donna; non come una madre.
Crescere significa anche questo, accorgersi che i genitori sono persone con bisogni e debolezze, e tagliare il cordone ombelicale con ordinari atti di ribellione. Entrando a far parte, ad esempio, della cricca di monelli del bagno Vespucci. Fra falò, piccoli furti e tramonti infuocati in compagnia di Berto e degli altri, Agostino si guadagnerà un soprannome – Pisa – e l’iniziale scetticismo degli spregiudicati compagni di giochi. Cos’ha da spartire con loro, se in città può vantare una casa con venti stanze, un autista e un cameriere? Come testare la propria virilità messa in dubbio, se non con le parolacce, le zuffe, le prostitute?

Tuttavia sentiva con dolore che non era neppure simile ai ragazzi della banda. Troppa delicatezza restava in lui; se fosse stato simili, pensava talvolta, non avrebbe sofferto tanto della loro rudezza, delle loro sguaiataggini e della loro ottusità. Così si trovava ad avere perduto la primitiva condizione senza per questo essere riuscito ad acquistarne un’altra.
In questo piccolo classico ho trovato il voyeurismo incantato del film Malena, le prurigini universali di Chiamami col tuo nome, i soggiorni isolani tanto amati di recente in L’isola di Arturo e Storia del nuovo cognome; l’amarezza e le ansie di una “straziante età” che somiglia, in Moravia, a un torbido paese dei balocchi. Il pedaggio va pagato attraverso la rottura simbolica dell’immancabile salvadanaio di ceramica: quanto è alto, tuttavia, il rischio di essere imbrogliati all’ingresso e poi tagliati fuori? Né grande né piccolo, né carne né pesce, il ragazzino rifugge le pose dei coetanei della propria estrazione sociale ma fatica comunque ad amalgamarsi ai monelli indigeni. È destinato a fare la spola tra due stabilimenti balneari, così, alla scoperta dei segreti della malizia. 
Agostino è un sempreverde perturbante e modernissimo, meno memorabile del romanzo di formazione di Elsa Morante ma altrettanto anticipatore. Un racconto freudiano sull’eros e la pubertà, dove al calare del sole s’intravedono le ombre torve della pedofilia e dell’incesto; ma anche i simbolismi, gli attimi e le rivoluzioni tipiche dei migliori narratori. Non temetene la fama. Appassionato e scorrevole, in realtà, porta senza rughe i suoi settantacinque anni e stupisce tutt’oggi per il coraggio di infrangere i tabù più taciuti risparmiandoci la morale dell’ultima riga. All’interno, per fortuna, ci troverete i miei cieli sterminati, il vento e il mare; la nostalgia della libertà e dell’adolescenza, che in giorni come i nostri mi sorprendo a cercare dappertutto. Nell’attesa spasmodica di un’altra estate.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – Sapore di sale

sabato 21 marzo 2020

Serie da recuperare in quarantena: Storia del nuovo cognome | The Good Place

Se non bastassero una sceneggiatura sopraffina, un cast scelto attingendo a piene mani dall’immaginario dei lettori e una ricostruzione storica curata nei minimi particolari, per suggerire la grandezza della seconda stagione dell’Amica geniale potremmo soffermarci su una scena della prima puntata: la sensibile Lenù, immersa nella volgarità del rione, si accorge all’improvviso della fine miserabile delle donne del quartiere; sfiorite paurosamente appresso a mariti prevaricatori e figli a cui badare. Desidera forse lo stesso per sé stessa? E per l’inseparabile Lila, costretta a sposarsi? È una sequenza d’insieme magistrale, popolosa di comparse e sottotesti, che lascia respirare aria da grande cinema sulla TV generalista – si pensa a Martin Scorsese e Sergio Leone, fino a omaggiare espressamente la Nouvelle Vague negli episodi centrali diretti da Alice Rohrwacher. Perché la serie napoletana, coprodotta da HBO e premiata dallo share, è un evento all’altezza dei best-seller che traspone. Storia del nuovo cognome alza l’asticella: è il romanzo che ho preferito della saga; le protagoniste vivono gli alti e bassi dell’adolescenza, maturano; i ribaltamenti sconvolgono spesso gli equilibri e le affinità. Stanno al passo la regia di Costanzo, a tratti ariosa e a tratti sghemba come un horror, e soprattutto gli interpreti. Il cast di attori emergenti non si lascia spaventare né dalla violenza dei temi – la prima notte di nozze di Lila è uno stupro brutale: un plauso particolare spetta all’interprete di Stefano, Giovanni Amura, che si sporca fino al midollo con un personaggio fragile ma spregevole – né dalle lunghe sedute di trucco e parrucco che il prossimo anno, a malincuore, non potranno far nulla per mascherare i soli diciassette anni di Margherita Mazzucco (silenziosa e riflessiva, con uno sguardo pieno di cose: un’eterna “quasi”) e Gaia Girace (struggente, carismatica, selvaggia: ora incantevole, ora strega dal ghigno beffardo). A causa di un importante salto temporale, come già accaduto in The Crown, gli attori cambieranno. I nuovi sapranno dare comunque un senso ai lunedì di Rai Uno, ormai sfitti? Saranno altrettanto bravi a farsi amare e odiare, al punto da spingere i social a commentare le puntate in tempo reale? Di ritorno da una vacanza indimenticabile, l’estate ischitana di Lenù e Lila è giunta al termine; la loro adolescenza finisce qui. E la loro amicizia singolare, fatta di supporto reciproco e competizione irrefrenabile? Nel dubbio che attanaglia, per fortuna, restano le foto ricordo di questi otto episodi da incorniciare. Li rivedremo e ci commuoveremo, nell’attesa, come accade alla madre di Lenù – Anna Rita Vitolo, straordinaria – davanti ai libri nuovi di quella figlia maggiore che non capisce; in cui non credeva, proprio come noi spettatori al debutto di questo gioiello. (8,5)

Lo spunto  è di quelli brillantissimi. Uno colpo di scena degno del cinema di Shyamalan, piazzato però volutamente in apertura di serie. I protagonisti di The Good Place – comedy fortunatissima, apprezzata da pubblico e critica, e terminata quest’anno dopo quattro stagioni – sono tutti morti. Affiancati da un’anima gemella, popolano un distretto ridente e colorato  guidato dal saggio Michael: un architetto celeste dai papillon a fantasia, con un’esilarante tuttofare – Janet, il personaggio più iconico tra tutti – e il vizio di prendersi troppo a cuore i problemi degli umani. Nella parte buona tutto è possibile. Anche perdonare qualcuno come la peperina Kristen Bell, che in vita ha collezionato peccati grandi e piccoli e lassù ci è finita per un errore del sistema? Circondata da anime pie, la protagonista a lezione di moralità farà di tutto per mimetizzarsi. Ma il lato oscuro la tenterà fino all’ultimo, rischiando di mettere a soqquadro un paradiso molto diverso dal cliché che ci hanno insegnato al catechismo. L’ereditiera dall’accento inglese Tahani, il professore scrupoloso Chidi e l’imprevedibile Jason, monaco buddista che ha fatto voto di silenzio, meritano forse più di lei una seconda chance? Centellinata in poco più di un mese, questa serie – snobbata ai tempi dell’esordio – è una sorpresa instancabile. Cambiano in fretta i ruoli di potere, gli scenari, i punti di vista, gli obbiettivi da raggiungere: al punto che è difficile parlarvene senza dire troppo. Il finale della prima stagione, in particolare, vi lascerà a bocca aperta davanti a un twist degno di Lost. Certo, non è tutto oro quel che luccica; i difetti abbondano. Ad esempio gli si rimprovera un andamento un po’ monotono, fatto di continui andirivieni, o la relazione poco sentita tra due dei protagonisti. Perciò che via vai sia, sì,  purché sullo sfondo di una mitologia accurata e ricca d’inventiva; su un green screen che qualche volta fa storcere il naso e qualche volta sorprende quando dirige Drew Goddard. Si ride tanto, ci si affeziona alle lotte dei protagonisti, ci si stupisce e si riflette. Chi merita davvero l’espiazione? Il male che abbiamo fatto può cadere in prescrizione? Perfino la perfezione assoluta, a lungo andare, può rivelarsi una gabbia soffocante? Per fortuna c’è sempre una giudice clemente, un cavillo tecnico, un’altra porta da varcare, per salvarci tutti dai proverbiali guai in paradiso. Cos’è la morte allora: una tragedia o il principio del lieto fine? (7)

martedì 17 marzo 2020

Recensione: I baffi, di Emmanuel Carrère

 
| I baffi, di Emmanuel Carrère. Adelphi, € 17, pp. 149 |

Un’osservazione su una certa pendenza del naso mai notata in precedenza. Un occhio storto da riallineare chirurgicamente per guardare il mondo alla maniera di tutti gli altri. I personaggi dei capolavori di Luigi Pirandello, maestri di arrovellamenti interiori e riflessioni profonde, scorgevano per la prima volta allo specchio magagne e difetti. E riflettevano sulla percezione di sé, sulla spersonalizzazione dell’uomo moderno, su fughe dalla realtà ora fisiche e ora metaforiche.
Iniziano sempre allo specchio, in bagno, le disavventure del protagonista senza nome del mio primo Carrère: un architetto in crisi – che tanto, tutto deve agli anti-eroi dello scrittore siciliano – alle prese con un cambiamento importante. Il taglio dei baffi. Come reagiranno la fidanzata, gli amici? Gli donerà il pallore sul labbro superiore? A sorpresa, a taglio avvenuto, nessuno sembra però accorgersi del nuovo look. Anzi, instillano nel protagonista un dubbio divorante: i baffi li ha mai portati? Da uno spunto curiosissimo prende avvio questo strano thriller dell’anima. Una lettura grottesca, sfuggente, che all’inizio affascina e poi lascia interdetti, man mano che i risvolti si fanno inquietanti. Il protagonista diventa sospettoso, aggressivo, delirante: al centro di una fantomatica cospirazione, punta il dito contro la compagna – una donna intrigante e spiritosa, amante degli scherzi di dubbio gusto – e i colleghi. È tutta una macchinazione di Agnés? È pazza? O forse il pazzo è lui, che fruga nell’immondizia, interroga i passanti, non ricorda né le vacanze né la foto sulla carta di identità? Con i comprimari che negano strenuamente la presenza dei vecchi baffi, dunque il suo passato, l’uomo – con cinquanta franchi in tasca e il passaporto arrabattato all’ultimo – punta a vivere una seconda vita come un epigono dell’indimenticabile Mattia Pascal.

Non era pazzo. Solo che nell’ordine del mondo si era verificato un guasto, insieme abominevole e discreto, che era sfuggito all’attenzione di tutti tranne che alla sua, e questo lo metteva nella posizione dell’unico testimone di un crimine, che in quanto tale va abbattuto.
Forse allegoria di una mente che si smarrisce, forse riflessione amareggiata su una convivenza amorosa che annulla l’individuo a favore della coppia, questo romanzo è un lungo forse. Ammetto di non averlo capito fino in fondo. In coscienza, ho chiesto aiuto anche alla trasposizione cinematografica diretta dallo stesso autore e arrivata in Italia con il titolo L’amore sospetto nel 2005: fedelissimo e altrettanto manierato, altrettanto algido, il film brilla per il fascino spiegazzato dell’attore Vincent Lindon e per la vorticosa colonna sonora di Philip Glass, ma si perde comunque nelle svolte rocambolesche della seconda metà. Tanto sullo schermo quanto sulle pagine, infatti, si ha la stessa sensazione: lo spunto si sarebbe prestato meglio a un racconto breve, a un cortometraggio. 
Per le donne sarà accaduto con un taglio di capelli troppo scalato. Per gli uomini con uno sgarbo del barbiere, magari un giovincello con la mano pesante. Un taglio netto, uno sfregio che scontenta e stravolge così il volto e l’autostima. Personalmente sono in guerra con i rasoi elettrici che si inceppano, fanno le bizze, strappano più del dovuto. Un po’ di peluria in viso, inutile negarlo, fa tantissimo. È un trucco per nascondere il mio naso grande, le mie labbra sottili, i miei zigomi sporgenti; un vezzo diffuso per illudersi di essere più affascinanti o semplicemente più adulti. Calcare la mano durante la rasatura non sarà più lo stesso, dopo Carrère: un incubo senz’altro interessante, ma vittima a malincuore della propria vanità. Non aspettavi spiegazioni o risoluzioni consolatorie. Né il romanzo né il film, molto lenti, costituiscono il classico intrattenimento sul filo del rasoio. Tocca soltanto abbandonarsi a questa escalation di violenza, lasciarsi stringere e soffocare dalle spire di una piccola vicenda delirante. Personalmente, in un momento storicamente sbagliato, ho opposto resistenza. Come all’idea di rivedermi allo specchio senza barba né baffi, dopo il trauma insuperato di qualche rasatura fa.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Edith Piaf – Milord