lunedì 11 dicembre 2017

Pillole di recensioni: Assassinio sull'Orient-Express | La figlia del dottor Baudoin

Titolo: Assassinio sull'Orient-Express
Autrice: Agatha Christie
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 210
Prezzo: € 13,50
Il mio voto: ★★★
Qual è il colmo per un blogger che vive di romanzi? 
Non aver mai letto prima d'ora Agatha Christie.
Qual è il colmo per un romanzo interamente ambientato a bordo di un treno? Leggerlo su un Frecciabianca guardando gli altri passeggeri con occhi un po' sospettosi e sperando che nessuno di loro scambi l'ironia per minaccia. Ho scelto proprio Assassinio sull'Orient-Express per apprezzare a colpo sicuro la madre del giallo inglese e per una compagnia a tema durante un viaggio lungo sette ore. In sala, intanto, l'incentivo dell'ultima trasposizione firmata Kenneth Branagh. L'intreccio lo si sa a campanello: c'è un convoglio di lusso che viaggia sotto la neve, d'inverno, da Instabul a Calais. Ospita passeggeri disparati, per sesso, provenienza ed estrazione sociale. Microcosmo itinerante di vite sconosciute che in realtà hanno tutte qualcosa da nascondere; mille e un segreto a unirle. All'improvviso, un urlo nella notte. La vittima, pugnalata più volte nella propria cabina, è Samuel Edward Ratchett: gangaster sotto falso nome, sfuggito alla giustizia dopo l'omicidio di una bambina rimasto impunito. Chi (non) lo voleva morto? Indaga l'immancabile Poirot: la testa tonda, i baffetti impomatati, la propensione tutta sua nel trovarsi al posto giusto nel momento sbagliato. I sospetti: dodici. Su un mezzo che sembra un teatro di posa, Poirot smuove le acque e scandaglia con ordine esemplare. Ispeziona le storie personali dei passeggeri, i loro bagagli pesanti, la solidità degli alibi. Per questione di gusto, però, ammetto di averla trovata pesante, a tratti, quella struttura troppo reiterata, troppo schematica: da manuale, verissimo, ma lontana da me. Che alla precisione delle risposte premetto la confusione delle domande. Che al metodo della giustizia preferisco invece il caos dei peccatori. Classico, teatrale, rigoroso, Assassinio sull'Orient-Express mi ha rivelato che il treno del talento di Agatha Christie non è passato, no. Sa divertire. Soprattutto sa sorprendere, se ignari come me dei risvolti di un finale tanto noto – un po' macchinoso, un po' improbabile, ma sorprendente, sì. Molti giallisti hanno percorso questa stessa tratta: sono passati da qui, da lei. Ma altrettanti, la bellezza di ottantadue anni dopo, per fortuna sono andati anche oltre.

Titolo: La figlia del dottor Baudoin
Autrice: Marie-Aude Murail
Editore: CameloZampa
Numero di pagine: 208
Prezzo: € 15,90
Il mio voto: ★★★+
Il dottor Baudoin ha uno studio medico in centro, un collega che è il suo esatto opposto, uno squadrone di figli che crescono. Tutte e tre le cose gli danno da pensare. Se l'ambulatorio è diventato “una sfilata di stitici e rompipalle”, se lavorare fianco a fianco a quel Vianney Chasseloup troppo ligio e propositivo gli ricorda quanto sia diventato scostante con l'arrivo dei cinquanta, a insospettirlo è piuttosto il comportamento di Violaine – la figlia maggiore, quella che scopre il sesso e le responsabilità, mentre i restanti fratelli pensano ora agli abiti firmati, ora ai videogiochi. La figlia del dottor Baudoin è andata a letto con un coetaneo, più per sfida che per amore. Violaine non è noiosa come le dicono i compagni di scuola: visto? Violaine, matura ma a volte troppo avventata, non è pronta a diventare madre. C'è la vita che cresce in lei e a poco serve fingere una comune influenza; a poco basta rimandare a domani una gravidanza indesiderata. Il secondo romanzo che leggo dell'instancabile e apprezzata Marie-Aude Murail parla di tutti loro – inserito nella collana Le Spore come young adult, ma intergenerazionale e senza peli sulla lingua come solo certe commedie francesi sanno. Baudoin: un umorismo caustico che si spreca e prescrizioni facili per togliersi presto di torno il disturbo dei pazienti. Chasseloup: gli occhi dolci nonostante un'infanzia difficile, un gatto randagio detto Cassonetto e una fiducia cieca non nei farmaci, bensì nell'ascolto dell'altro. La vulnerabile Violaine che, nel dubbio, proprio al giovane Chasseloup si rivolge per non sbugiardarsi davanti a papà. A unirli e dividerli, nell'arco dell'intero romanzo, un ascensore che sale e che scende. Una visione antitetica ma magicamente complementare dell'etica professionale, dei rapporti interpersonali, della vita. Una scrittura frizzante, autoironica, che parla dell'aborto senza sconfinare mai nel buonismo – anzi, sulle interruzioni volontarie di gravidanza apre con violenza gli occhi – ma che potrebbe prendere in contropiede chi, come me, non aveva messo nei patti questa struttura corale. Si parla di ripensamenti. Di segreti. Di confronti che fanno crescere a qualsiasi età. La decisione finale, insomma, spetta all'adolescente o agli altri? Nella Murail non ci sono né risposte giuste né risposte sbagliate. E, forse a malincuore, un personaggio a cui spetti davvero l'ultima parola, in un cicaleggio di punti di vista distanti, con al centro un tema caldo e un po' di confusione intorno. La figlia del dottor Baudoin mi è piaciuto ma, semplicemente, non è il romanzo che avrei sperato di leggere.

sabato 9 dicembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Florida Project, They, Daphne, Favola

Un conglomerato di palazzine lilla a un passo da Disneyland. Che carino, dici tu: i colori delicati, un cortile con piscina, i cartelli stradali che parlano di Sette Nani e altri personaggi da fiaba. In una scena, però, una coppietta di sposini porta i bagagli nella hall e subito fa dietrofront, fra l'indignazione di lei e la mortificazione di lui. Il parco divertimenti, infatti, è vicino ma non abbastanza. Il complesso di appartamenti gestito da un dolcissimo Willem Dafoe ospita brutta gente, brutte storie. Gli sfrattati dalla vita che si arrangiano – facendo lavori a tempo determinato, truffando chi capita, spesso prostituendosi con i figli chiusi giusto nella stanza accanto – ed esistono ai margini delle strade a scorrimento veloce, del sogno di una America per turisti che non sanno o non vogliono guardare da vicino. Nell'equivalente delle nostre case popolari, gli ospiti di Dafoe – che non pagano puntuale, si azzuffano, lo invischiano in disastri grandi e piccoli – lasciano che d'estate i loro bambini scorazzino qui e lì. Mamme single, soprattutto, mamme adolescenti, con uomini che, richiusa in fretta la patta, sono scappati altrove. La Florida di Sean Beaker, di cui dopo questo gioiello indie mi toccherà rimediare il rimediabile, con la bella stagione diventa la terra dei più piccoli. Gelati condivisi, ché un po' lecco io e un po' lecchi tu; facciamo a gara a chi sputa più lontano, centrando magari la macchina parcheggiata nel vialetto e la sua proprietaria arrabbiatissima; diamoci ai cibi spazzatura, alle parolacce, agli atti di piromania, tanto è tutto un gioco, e non c'è pericolo alcuno. The Florida Project, con una fotografia che contempli con occhi grandi così, mostra le giornate di tre sboccate e adorabili canaglie a cui non si resiste – Brooklynn Prince in particolare è di una naturalezza straordinaria, in gesti e dialoghi che ho immaginato improvvisati al momento. L'estate non finisce mai, come i loro sei anni. Gli adulti non vegliano. Quando si accorgono di qualcosa, quando finalmente guardano, vorrebbero infervorarsi ma scoppiano a ridere davanti a quella tenerezza tanto sfacciata. Allo stesso modo, quando potrebbe farsi più furbo e pesante – non scordiamoci del degrado tutt'attorno, di educazioni pessime che mettono sul chi va là gli assistenti sociali –, Sean Baker sdrammatizza con il filtro di infanzie in presa diretta che, nonostante la durezza del contesto, mi hanno ricordato la magia di quella di Boyhood e un po' la mia. I piccoli di The Florida Project, che poi sono il suo tutto, sono limpidi e incorruttibili. Non dovrebbero diventare mai uomini. Perciò, se il dramma irrompe, si prendono per mano e corrono più veloce del pensiero di crescere allontanandosi. Ti porto via io, promettono, e puntano all'arcobaleno. A prendere l'oro nascosto in una pentola, stando alla leggenda. A uccidere i folletti che lo sorvegliano. A riprendersi l'infanzia che spetta a noi, bambini grandi. (8)

Si fa chiamare J. Così, con un punto netto alla fine. La protagonista di They rifiuta infatti generi e pronomi. A volte indossa vestitini a fiori, altre pinocchietti da maschiaccio. I capelli corti, un visino bello e indefinibile, un foglio sul comodino su cui appuntare se nel giorno in questione si sente maschio o femmina. Nel dubbio, lascia parlare di sé alla terza persona plurale: loro. Loro deve passare qualche giorno con la sorella e il fidanzato di lei, entrambi artisti, se mamma e papà sono via per badare a una zia che sta perdendo la memoria. Loro ha poco tempo per sospendere la cura ormonale che ne rallenta lo sviluppo e per scegliere, in presenza del suo dottore, chi e che cosa essere da grande. Non si può rimanere bambini per sempre? Senza nome di battesimo, senza età, senza sesso? L'iraniana Anahita Ghazvinizadadeh sceglie per il suo primo film americano una storia difficilissima, di crescita e identità, a cui per fortuna conferisce con tocchi essenziali la delicatezza di un cinema indipendente che sa come non appesantire. A una prima parte sommessa e poetica, in cui ho sentito quasi che avrei potuto amarlo, il film prodotto da Jane Campion sceglie di parlare doppiamente di pluralità. Da una parte, la confusione di una protagonista ancora incapace di dare confini alla propria anima e al proprio corpo. Dall'altra, nel secondo tempo, la coralità dell'accogliente famiglia iraniana del cognato di J., più vicina alle origini della regista che alle necessità di una storia che di scorci d'oriente, di volti in più, non aveva affatto bisogno. Discreto, prezioso, irrimediabilmente irrisolto, They è sospeso fra scelte, fra sentieri, come certi bei film da festival. Come certe sessualità. (6,5)

Vive a Londra. Ha amanti di una notte e via, mai innamorati da presentare ai parenti. Ha un buon lavoro in centro, ma minaccia di licenziarsi un giorno sì e l'altro pure. Vorrebbe mangiare meglio, andare a correre regolarmente, smettere di fumare. Non desidera che un po' di felicità. Non sto parlando di Bridget Jones. Il film porta il nome di un'altra: Daphne. Una trentunenne sempre di corsa, rossa e segaligna, allergica alle frecce di Cupido. Non crede all'amore, descritto come una malattia degenerativa. Nel finesettimana, non va a cena da una mamma che ha combattuto contro un tumore alla tiroide. L'energica protagonista interpretata da una Emily Beecham da tener d'occhio – mio fratello giura di essersi invaghito di lei negli episodi della sottovalutata Into the Badlands – è preda del senso di inquietudine di chi si è perso in una grande città e porta sulle spalle un'armatura pesante di indifferenza. La corazza si infrange non quando trova banalmente l'uomo giusto – ne incontra diversi, ma non è interessata a nessuno di loro –, ma assistendo suo malgrado a un atto di violenza. Una rapina finita male di cui raccontare il trauma a uno psicologo. Ma Daphne non sente niente, o così crede. Da bambina desiderava la morte dei genitori per essere un'orfana servita e riverita, da adulta spezza cuori senza neanche accorgersene. Meccanismi di difesa che me l'hanno resa umana, antipatica: simile a me in maniera esasperante, in giorni in cui non mi piaccio, no. Ci si aspettava, in generale, più brio. Più divertimento da una anti-eroina di oggi a metà tra l'incallita zitella della Fielding e la dissacrante protagonista di Fleabag. Realistico, quotidiano, Daphne sembra aprirsi tardi al gusto del sarcasmo britannico e alla mano tesa del prossimo. Amareggiando troppo, con la differenza tutt'altro che sottile che passa tra l'essere single e l'essere soli. (5,5)

Gli anni '50 di quel cinema intramontabile a cui Todd Haynes, con grazia esemplare, ama rifarsi. I colori pastello, tutti elegantissimi, una finestra in soggiorno da cui si scorgono la cura del giardino e la bandiere americana. A casa, davanti a un drink, si scambiano chiacchiere e confidenze intime Miss Fairytale e l'inseparabile amica Emerald. Discorsi da casalinghe di quel tempo, lontane dalla parità dei sessi. I mariti traditori e a volte violenti, il sogno di vivere in una commedia con la Day, scappare insieme come una versione retrò di Thelma e Louise. Per quel che vale, potrebbero essere la Moore e la Blanchett, la Davis e Kim Novak. L'ospite è Lucia Mascino, bravissima attrice teatrale. La padrona di casa, invece, un Filippo Timi en travesti. Che interpreta non un personaggio transessuale, ma una donna con le gonne a campana e la messa in piega. Che non rende acuta la voce con cui ha doppiato Tom Hardy in Nolan, eppure ci appare scena dopo scena un esilarante e bellissimo angelo del focolare. Con gli UFO avvistati nel suo ridente sobborgo statunitense, un cambiamento a cui abituarsi dall'oggi al domani, un omicidio a sangue freddo da pianificare con la fuga che naturalmente ne consegue. Sua complice, insieme alla Mascino, Lady: una subdola cagnetta bianca per cui ogni occasione è buona per imboccare la porta principale – per fortuna, la riportano a casa a turno tre aitanti gemelli monozigoti –, peccato soltanto sia imbalsamata. Trasposizione per il cinema di una pièce che Timi ha scritto e interpretato qualche anno fa – sì, uno dei migliori attori del panorama italiano, stimato dai registi più impegnati di casa nostra, ha in realtà un ingegno acuto e una sorprendente anima queer –, Favola è una commedia grottesca, nera, unica nel suo genere, che potrebbe trovare più di qualche difficoltà a imporsi in sala. Come far circolare questo delirio irresistibile di danze, amori impossibili e costumi sgargianti, se il surreale lo si accetta più a teatro? Come rinunciarci però? Applausi e risate in sala, per un'accoglienza sorprendentemente calorosa che ha inorgoglito e imbarazzato quel Timi seduto tre file davanti a me. Per la regia di Sebastiano Mauri, che gioca e stranisce, e che il teatro sa come metterlo in camera. Per la cornice finale, che dà una spiegazione a un nonsenso forse già appagante così. Per un piccolo grande cast di trasformisti, che ti invitano a mantenerti affamato e strano. (7)

domenica 3 dicembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Darkest Hour, Mary Shelley, Professor Marston and The Wonder Women

Mali estremi richiedono estremi rimedi. La Seconda guerra mondiale è in atto. Hitler avanza. Diffonde la paura per le sue scelleratezze soprattutto in Europa. L'Inghilterra e le truppe alleate tremano. A chi affidarsi in tempi così disperati? Chi vorrebbe sobbarcarsi il peso di scelte decisive, questioni di vita e di morte? La proverbiale patata bollente spetta a Winston Churchill: primo ministro, essenzialmente, perché non c'era altra scelta. All'opinione pubblica non piacevano i suoi modi radicali. I suoi discorsi infervorati che parlavano della guerra come necessaria, mai banalmente di pace. Darkest Hour, ritratto pubblico e privato del politico inglese, racconta un uomo e un Paese indecisi sul da farsi. Circondati da forti venti di guerra, da opinioni divergenti. Cosa voleva il mondo da loro? Cosa il popolo? Dirige con mano elegante, al solito, un impeccabile Joe Wright. Whiskey a colazione, la cenere dei sigari dappertutto, le scelte importanti prese sulla tazza del water. Qualche gradevolissimo tocco di umorismo british ma, in definitiva, troppa pesantezza. Da colui che mi ha reso digeribile Jane Austen, moderna la letteratura russa, memorabile e spregevole la piccola Saoirse Ronan, mi aspettavo classe immancabile, sì, e quella punta di interesse che manca. Non amo il film bellico e Wright, che in un meraviglioso piano sequenza aveva colto invece l'essenza della battaglia di Dunkerque meglio e prima di Cristopher Nolan, non fa eccezione. La guerra è mostrata non in campo ma nelle retrovie. Con il linguaggio tutt'altro che semplice degli addetti ai lavori. All'azione, Darkest Hour preferisce così i fiumi di parole di un oratore bravissimo. Rigoroso e teatrale, il film finisce per annoiare spesso. Soltanto il Churchill uomo – vulnerabile, bizzoso, capace di tenerezza giusto con la moglie Kristin Scott Thomas e la stenografa Lily James – prende, diverte, con quella sua figura tozza e un parlare indescrivibile, biascicato, che si perderà sfortunatamente in fase di doppiaggio. Non possono bastare neanche i virtuosismi di un Gary Oldman da Oscar – più grande del film in sé, qui si dà a un one man show che fa quasi dimenticare gli sbadigli – per illuminarla a giorno però, quest'ora più buia. (6)

Figlia di due intellettuali, Mary cresce curiosa e malinconica, leggendo poesie al cimitero e intrattenendo i fratelli con storie di spettri. Appassionata di scienza e occulto, orgogliosa e romantica come Jane Eyre, cade in contraddizioni a sedici anni: si innamora corrisposta di Percy, impenitente e carismatico dongiovanni, e abbandona tutto – la famiglia, l'horror, soprattutto il rispetto per se stessa – per stargli accanto. Fanno scandalo. Convivono senza essere sposati, vivono ambigui ménage a cui Mary a volte non riesce a opporsi e, senza fissa dimora, sono assillati dai creditori. Lui predica e pratica l'amore libero. Lei lo appoggia in teoria, ma nella pratica vorrebbe trovare una voce e radici sentimentali più salde. Mary Shelley, romanzesco e appassionantissimo, lungo ma leggero come una piuma, è uno di quei rari film in costume che sono riusciti a non annoiarmi nel mentre. Complice una Elle Fanning la cui vista rinfranca ogni volta il cuore e che, per temperamento ed eleganza, ricorda la Kidman dei tempi felici. Con lei il narcisista Douglas Booth, l'indivisibile sorella interpretata dalla Bel Powley delle commedie indie e Tom Sturridge, perfetto Lord Byron dalla sessualità fluida e dagli occhi bistrati. Incalzante, classico, bene attento alle emozioni e ai passi del processo creativo, il dramma biografico di Haifaa Al-Mansour passa dal petto alla testa, dalla desolante morte di un figlio agli avvisi dei creditori, fino ad arrivare a una pubblicazione inizialmente accolta nell'anonimato. In giorni di pioggia, ospite presso il castello di Byron, Mary sfidò se stessa e le aspettative di un marito – e di un mondo – ancora maschilista. Frankenstein nacque per ripicca contro l'ozio di un inverno e l'insoddisfazione di una giovane donna che si atteggiava a femminista ante litteram, per poi struggersi con vergogna per le proprie pene d'amore. Dalla sindrome di abbandono che portò con sé dal giorno della nascita. Dai continui voltafaccia di un amante capriccioso, umorale e già sposato. Nel ritratto semplice ma intenso di un'eroina da film di Victor Fleming, ci sono tutta la grazia di una Fanning che ormai non sbaglia la scelta di un ruolo; il fuoco interiore che ne anima le fughe, i discorsi accesi e le naturali contraddizioni; quell'amore totalizzante, malsicuro, che genera i peggiori mostri e i migliori capolavori. (7)

Insegnano psicologia. Insieme da una vita, belli e affiatati come il primo giorno, si stimolano intellettualmente. Si piacciono ancora. Non temono, perciò, che un'amante – la studentessa più promettente del corso di lui, che con la sua bellezza da bambola attira sguardi a lezione – possa dividerli. A quella ventiduenne che vorrebbe cambiare il mondo, i coniugi Marston aprono prima la camera da letto, poi la casa. Si innamorano entrambi di lei, con la scusa di voler studiare i meccanismi delle confraternite, le relazioni umane, i misteri della sessualità. William Moulton Marston perfezionerà la macchina della verità, sperimenterà i piaceri del bondage e della vita a tre, inventerà – per amore delle sue donne straordinarie – il personaggio di Wonder Woman. Lontana dall'eroina buonista dello strombazzato film della Jenkins, l'amazzone sfidava il tabù dell'omosessualità, praticava il sadomasochismo e, come il suo ideatore, viveva in un mondo di sole donne. Il costume un po' succinto ispirato al mondo del burlesque, corde e legacci come metafora del rapporto amoroso: dove a volte bisogna sottomettere e altre dominare, se in cerca di equilibri. Un Luke Evans non troppo convincente deve difendersi a spada tratta dalle accuse di immoralità e dal bigottismo di una Connie Britton che lo torchia. Deve farle capire, farci capire, che non era solo per il gusto fine a sé stesso di provocare. Che lui, la candida Bella Heathcote e una straordinaria Rebecca Hall si amavano davvero: alla pari. E mettono così su famiglia, crescono figli senza distinguerli fra è mio o è tuo, vivono un felice ménage à trois – anche se l'intolleranza, le crisi melodrammatiche sono dietro l'angolo – che può funzionare anche lontano dagli appartamenti francesi di The Dreamers. Peccato che Professor Marston & The Wonder Women, sulla falsa riga di Masters of Sex, vorrebbe parlare di un erotismo, di una modernità, che vuoi gli stilemi da fiction, vuoi le briglie tirate da un'impersonale Angela Robinson, non riesce a mettere in pratica. Peccato che un triangolo di belli e bravi sia notevolmente sbilanciato, se la presenza della Hall – per fascino e maturità – offusca quella di compagni non alla sua altezza. Rispettosa e delicata, troppo, televisiva nella scrittura, la biografia dell'uomo che ispirò Wonder Woman e le famiglie non convenzionali interessa ma non solletica certe fantasie. Una vicenda moderna, da conoscere, che rinuncia al sesso ma che di sesso parla – quando c'è, girato con molto impaccio, ha Feeling Good in sottofondo. Marston e le sue orgogliose odalische sarebbero fieri di sapere che, decenni e decenni dopo, nell'anno in cui la loro invincibile Diana è arrivata in sala con successo, il cinema stia parlando finalmente di loro, mostandone serenamente i pensieri sconvenienti e le passioni all'avanguardia. Meno all'idea che, nel raccontare loro che di vergogna non ne avevano affatto, intervengano i toni cauti, le immagini pulite, di un biopic che vorrebbe ma non può. (5,5)

giovedì 30 novembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Tito e gli alieni, Smetto quando voglio: Ad Honorem, Riccardo va all'inferno

Tito e Anita, rimasti soli al mondo, fanno in fretta i bagagli per il Nevada. Adesso non hanno che uno zio, vedovo malinconico e cronicamente introverso, che possa prendersi cura di loro. Sanno che lì, lontano lontano, dall'altra parte dell'Oceano, fa lo scienziato: lavora in un osservatorio – anzi, un ascoltatorio, verrebbe da dire col senno di poi – in cui interpreta il cielo, le stelle, e ciò che hanno da svelarci. Il bambino sogna gli ufo e non ha mai smesso di chiedere di mamma e papà. La bambina, quasi donna, civetta con i militari e cura ogni animale randagio con la Citrosodina tritata. Dall'Italia, i piccoli immaginavano le luci di Las Vegas, le ville con piscina e Lady Gaga come vicina di casa. Trovano invece un parente sconosciuto, burbero ma di buon cuore, che ha dato a una macchina il nome di Linda, la moglie defunta, e non crede di poter ricambiare le tenerezze di una adorabile Clemence Posey. Trovano invece un modo tutto loro per intaccare quella solitudine siderale. Per ritrovare loro stessi su questa stessa terra, non scomodando né gli extraterrestri né sfidando l'impossibile velocità della luce. Un po' come me, che un pomeriggio sono finito a vedere Tito e gli alieni a sorpresa, a scatola chiusa. E, nel primo film italiano presentato al festival, ho scoperto un piccolo gioiello un po' napoletano e un po' americano, con un po' di Little Miss Sunshine e un po' di Her. La commozione a un passo dai titoli di coda, i volteggi surreali della macchina da presa e la magia di un ritratto di famiglia all'improvviso, all'ombra dell'Area 51. Perseguitati dal dolore e dal destino come nell'ultimo Lonergan, i teneri “scugnizzi” di Paola Randi interrogano il loro tutore sul senso della vita, della morte, dello stare insieme. Un magnifico Valerio Mastandrea – che alieni, all'inizio, considera soltanto i suoi nipoti da accudire – si imbatte nelle risposte giuste ricercandole per amor loro, e il bello è che a sua volta se ne convince. Quali sono i confini della volta celeste, degli Stati Uniti, della memoria del cuore? Qual è la voce dell'universo, e cosa ti dirà mai? Tito e gli alieni gli parla, sì, e invita a credere fermamente anche uno scettico come me. Che pensava che il dolore, l'abbandono, fossero vita natural durante. L'universo qualche volta risponde. E ha la voce delle commedie fantascientifiche, quelle più belle ancora perché rigorosamente a chilometro zero, e delle persone che hai amato e sempre amerai. Anche lontano dagli occhi, fra le dune roventi e queste stelle che muoiono. (7,5)

Avevo apprezzato ma non troppo Smetto quando voglio. Il primo liquidato in poche righe come carino e poco più, non sapendo ancora ci fossero seguiti in arrivo. Il secondo, invece, per me sbrodolato e tutt'altro che indispensabile, è un commento su Word – altrettanto stringato, ma più netto – che non ho mai avuto voglia di postare sul blog. Vedere in anteprima il terzo e ultimo capitolo, con parte del cast in sala, il regista e i produttori Matteo Rovere e Domenico Procacci, e farsi un selfie al volo con un gentilissimo Neri Marcorè (troppo brutto, però, per condividerlo sui social). Ad Honorem, onestamente, non era tra le mie priorità. Avevo l'abbonamento, e ho detto perché no. Questa mia freddezza, nonostante un pubblico fervente, le risate in sala e una tifoseria ormai nutrita della nota squadra dei ricercatori. O forse proprio per quello: il troppo parlarne, il troppo sopravvalutarlo? Con attese nettamente ridimensionate, dopo quel Masterclass di cui conservavo un po' di noia e ricordi flash, sono tornato dagli spiantati trafficanti di Sydney Sibilia. Dietro le sbarre, separati, ma eccezionalmente riuniti a Rebibbia in attesa di processo. Tocca pianificare una spassosa evasione, se Luigi Lo Cascio – cattivo in cerca di vendetta, spiace dirlo non a suo agio con la commedia brillante – vuole avvelenare La Sapienza con del gas nervino, approfittando delle migliori (o peggiori) personalità italiane lì in riunione. Trattati come criminali, si improvvisano eroi. In Ad Honorem, i soci di Edoardo Leo ripongono l'ascia da guerra contro il Paese che li ha falciati e, in fuga, cercano di salvare l'università che è stata la loro casa. Il mondo intero. Al solito, spiccano le ipocondrie di De Rienzo, la fisicità e le inaspettate doti canore di Fresi e, questa volta, la doppiezza di un Marcorè affascinante anche imbruttito (e abbruttito), come notavano le mie vicine di posto. Gli omaggi non si contano, ed è palese quello a una scena di Lost con i Coldplay in sottofondo. La fotografia resta acidissima, le battute vincenti e i ritmi concitati, la sceneggiatura assolutamente ben orchestrata. Breaking Bad: punto di riferimento sempiterno. Da spacciatori a salvatori fai da te, i ricercatori ricercati di Sibilia sanno come uscire di scena, in una conclusione divertente e degna anche per chi, fino all'ultimo, si è mostrato come me poco entusiasta del progetto. Troppo tu vuò fa' l'americano, forse, per farmelo insierire tra le bellezze di un cinema italiano che, da un paio d'anni appena, ha finalmente bevuto un sorso alla fonte della nuova giovinezza. (6,5)

Riccardo torna a casa. Storpio, assetato di vendetta, brutto ma dalla voce bella. Con quella di un camaleontico Massimo Ranieri, precisamente, ci canta in apertura l'inverno del nostro scontento. Riccardo torna a casa, in un regno fittizio che altro non è che una borgata romana di poveracci arricchiti, e ha una lunga lista di persone a cui farla pagare. L'hanno accusato del crimine più infame. L'hanno chiuso in una clinica psichiatrica per tutta la vita, alimentando con cattiveria aggiunta una natura già instabile e malevola. Riccardo, che nel suo covo segreto ha grotteschi ma irresistibile scagnozzi che somigliano alla versione horror dei Minions, è il principe folle di William Shakespeare. Un uomo senza scrupoli e senza speranza che nel ritorno alla regia dell'innovatrice Roberta Torre – suo il kitsch Tano da morire, a cui tutto deve un Ammore e Malavita – si trasferisce dall'Inghilterra ottocentesca all'Italia post-moderna, dal blank verse al musical più psichedelico. Canta, circondato da figuranti bizzarri, ballerini in latex e scenografie barocche, e mira a rovesciare la regina di una magnetica Sonia Bergamasco – tirata e bionda come Amanda Lear, diverte e ruba a mani basse la scena al protagonista assieme alla sorella di Silvia Gallerano, sensuale Barbie Xanax a un passo dal baratro. Chi è davvero sano? Chi, in definitiva, ha le mani pulite? Si impilano morti ammazzati, ritornelli e stranezze. Pistole dai calci glitterati, teschi con diamanti per occhi, scene pulp. Così lontane dall'intrattenimento di cuore ma realizzato molto alla buona dei Manetti Bros. Da un cinema commerciale che, forse, non avrebbe avuto la stessa spavalderia della Torre nel risultare ambiziosa, presuntuosa, prendendo Shakespeare per vestirlo da un videoclip di Gaga, dal Refn che più divise Cannes. Il difetto: una sceneggiatura che dalla tragedia shakespeariana perde il dolore, la potenza, scegliendo di investire talenti ed energie sui dettagli più piccoli della messa in scena. A quella, ipnotica e psichedelica, gli occhi. Le orecchie, invece, aguzzate per ascoltare i versi (e le canzoni) di un Bardo rock, dark, in una trasposizione – l'ennesima, verrebbe da dire, e invece no – che non lo prende alla lettera, ma ce ne ricorda l'attualità sconcertante. E la sconsideratezza di qualche film italiano che sa stupire e stranire, visivamente e non solo, assicurando che in questi inferni metropolitani e metaletterari ci si diverte molto più che fra gli angeli del paradiso. (7)

mercoledì 29 novembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Disaster Artist, Wind River, Final Portrait

Greg, la faccia d'angelo di James Dean e una San Francisco che non crede in lui, vorrebbe fare l'attore. Troppo timido, troppo dimesso, ha bisogno di un miglior amico come Tommy Wiseau: il fenomeno da baraccone della sua classe di recitazione, con un indefinito accento dell'est Europa (anche se giura di essere nato a New Orleans) e introiti inspiegabili (contante a non finire, case dappertutto, ma di un impiego neanche l'ombra), gli fa infatti da spalla e promotore. Giurin giurello, mignoli intrecciati, e in nome del loro affetto lo invita a Los Angeles; gli scrive un film su misura. Girato in tempi biblici, assurdamente costoso, The Room rimarrà nella memoria collettiva come uno dei peggiori film mai realizzati. Scritto male, diretto peggio, ispirato a Tennessee Williams eppure involontariamente ridicolo. Il biopic al cinema dovrebbe essere un genere rigoroso, serio, patinato. Dovrebbe meritarselo qualcuno all'altezza. Si può fare un bel film – una commedia che farà senz'altro faville ai prossimi Golden Globe – ispirandosi alle gesta dell'Ed Wood dei nostri tempi? Si può far bene, anzi benissimo, partendo dalle peggiori premesse? Sì, si può. Tommy Wiseau ci mise la faccia e i mezzi. Checché se ne dica, ci mise l'amore. Per il proprio ego spropositato. Per una settima arte in cui lascerà l'impronta, ma non come avrebbe voluto. Un po' come lo strano caso di James Franco: paradossalmente ha adattato Faulkner e Steinbeck, in tempi e festival recenti, non rimanendo impresso. Questa volta invece, scemo ma con innata intelligenza, caratterista strepitoso, miete consensi all'unanimità. A unirlo a Wiseau, il fatto che un po' ci sia e un po' ci fatta; il mettersi in gioco a tutto tondo dirigendo e recitando. E come Wiseau parla, sghignazza, si muove: un conte Dracula dagli occhi di ghiaccio, i capelli unti fino alle radici, che sbaglia le battute, ha violenti attacchi di gelosia e, fra una grassa risata e un'emozione inattesa, sa regalargli a sorpresa il miglior ruolo dai tempi di 127 ore. Sarà che Franco, vulcanico e contraddittorio, ha due anime di solito inconciliabili. Quella trash, che qui trova a scatola chiusa terreno fertile. E l'altra più nobile, che legge e riscrive la letteratura americana a piacimento: in questo The Disaster Artist ricerca con successo, così, un'epica tutta sua, le avventure più sconsiderate, i desideri di gloria contro i mulini a vento. Particolarmente nel suo, l'attore impersona un giullare esilarante, disperato, che ha sprezzo del ridicolo e le mani bucate. Con i suoi soldi da buttare può comprarsi l'amicizia di Dave Franco (e di comprimari o comparse che comprendono Rogen, Hutcherson, Efron, Cranston, la Stone e la Griffith), le sale vuote di Hollywood, ma non i sogni. Che non stanno nel proverbiale cassetto. Che non distinguono, nel suo caso, il fine dal mezzo. Le risate buone da quelle cattive. Un applauso da un fischio. Il trionfo, appunto, dai dolori del disastro. (7,5)

Le orme conducono al cadavere di un'adolescente pellerossa. Mezza nuda, abusata, ha corso per dieci chilometri prima di morire assiderata: annegata nel suo stesso sangue. Da chi fuggiva? Jeremy Renner – di solito spalla da poco, qui protagonista tormentato e convincente come mai prima d'ora – imbraccia il fucile, si mimetizza, e va a caccia di felini e assassini a sangue freddo: la giovane vittima e una figlia morta allo stesso modo, invendicata, sono accomunate da un simile destino e da una lunga amicizia tra i banchi di scuola. Con lui, nuovamente nella stessa squadra dopo le poco fantastiche avventure degli Avengers, il dolce e agguerrito agente dell'FBI di una Elizabeth Olsen che, per colpa di una sceneggiatura che non approfondisce, a tratti sembra purtroppo un pesce fuor d'acqua: impreparata alle temperature in picchiata, al maschilismo, alla cattiveria vera. Dopo Sicario e Hell or High Water, Taylor Sheridan – al suo esordio alla macchina da presa, già premiato per la miglior regia a Un Certain Regard – torna con un terzo film di frontiera. Gli riconosco ancora una volta un grande talento, una lodevole propensione per un cinema alla Clint Eastwood, ma è ancora una volta che non mi convince fino in fondo. E non so perché. Wind River è un western atipico, ad alta quota. Un thriller che ai colpi di scena sensazionali e all'ironia dissacrante di Fargo preferisce il piglio rigoroso delle storie vere. Potente nelle immagini e nelle razioni al dolore. Artico, ma accorato nei drammi umani. Si scava nei problemi familiari della vittima, in una vita amorosa di cui in pochissimi sapevano, nello sporco ben celato del candido Wyoming. Si parla dei contro dell'immobilismo, della noia che genera mostri; della (mancata) integrazione delle poche riserve indiane rimaste in piedi. Di senso di colpa, vendetta e infinita crudeltà. Quella di una Madre Natura che non guarda in faccia nessuno. Quella dei nostri simili, che ti sbranano se gli volti le spalle, dando poi la colpa ai lupi. (7)

In posa per il pittore Alberto Giacometti. Italiano a Parigi, amico-nemico di Picasso e Chagall, artista minuzioso e cronicamente insoddisfatto. Mani fra le ginocchia, mento basso, sguardo fisso. Vietato accavallare le gambe, vietato sorridere, vietato alzarsi prima della fine della seduta. James, scrittore americano in vacanza con un ritorno da posticipare all'infinito, ha l'onore e l'onere di fargli da modello. Immobile, all'inizio incuriosito e poi semplicemente stremato, viene osservato e a sua volta osserva: il disordine nello studio del pittore, la doppia relazione con la moglie e l'amante, la collaborazione con il fratello Diego. Final Portrait, ambientato qualche anno prima della sua morte, racconta la lunga gestazione dell'ultima opera lasciata in eredità al mondo. Il ritratto dell'americano sarà ultimato e cancellato ogni volta. Perché l'artista, capriccioso e sboccato, fragilissimo, riteneva fermamente che non esistessero ritratti finiti. E film così, che d'arte e incompiutezza vorrebbero parlare, loro malgrado vanno incontro a esiti simili. Si ha l'impressione, infatti, che finiscano senza neanche cominciare. Rush, impeccabile e somigliante istrione, porta le tempere, le bizze e un umorismo caustico tipicamente britannico. Armie Hammer, pare in odore di nomination per l'atteso Chiamami col tuo nome, mette la voce conciliante e quella sua bellezza noiosamente squadrata. Ancora più di loro, eppure ugualmente in parte, brilla la sorprendente regia di uno Stanley Tucci dall'altra parte della barricata: elegantissima, mai laccata, con la caligine malinconica del cinema d'oltralpe e la palette di colori di un Tom Hooper. Colto, teatrale, riuscito a metà, Final Portrait è il biopic atipico che descrive non i drammi del pittore, ma gli alti e bassi del processo creativo. Dalla creazione, in novanta minuti appena, perciò il fascino, gli sbaffi di colore e, purtroppo, la ragionevole monotonia. (6)

lunedì 27 novembre 2017

Recensione: La zona cieca, di Chiara Gamberale

| La zona cieca, di Chiara Gamberale. Feltrinelli, € 15, pp. 219 |

Non ci eravamo lasciati bene, no. Adesso, inconcludente e furbissimo, aveva dato vita a una pausa di riflessione lunga più di un anno e mezzo. Chiara Gamberale, leggevo in dolce attesa, questo inverno torna (ma non proprio) con La zona cieca. Si tratta infatti di una ristampa. Di un romanzo che il prossimo anno soffierà sulle sue dieci candeline. Ho potuto tirare così un sospiro di sollievo. Perché sulla Chiara di una volta non ho mai avuto dubbi: è la nuova, ogni tanto, che mi fa dubitare. Perché questi Lidia e Lorenzo, io, tanto li ho letti e riletti in ordine casuale. Li conoscevo già. Mandorla, la protagonista di Le luci nelle case degli altri, era loro condomina: la speaker radiofonica e lo scrittore in crisi creativa facevano coppia fissa, avevano un cane con il nome di un antidepressivo e si accapigliavano spessissimo, nell'amore bello e litigarello dei proverbi delle nonne.

Non ne posso più di tutto questo altrove, ho bisogno un po' di dove.

Lidia, a un bivio, più padrona di sé, era anche in quell'Adesso da dimenticare. L'alter ego dell'autrice – come lei, qualche disturbo alimentare in gioventù e buoni consigli in radio – incontra Lorenzo, un maestro nel dare e nel togliere, nel febbraio di un anno bisestile. Non per un caffè, ma per un giro a un luna park che di per sé mette un po' di malinconia. Credono che faranno eccezione. Si prendono e si lasciano. Lei, troppo malleabile, predica bene e razzola male. Lui, bello e dannato per copione, con una ex moglie omosessuale e un livido dentro, dipende dagli stupefacenti ma non dagli altri. Convivono, ma guai a dirsi insieme.

Nel suo immaginario Lorenzo era il pesce giallo e blu ferito nell'acquario dove va a finire il piccolo Nemo, era Spugna l'aiutante di Capitan Uncino ed era Scar, lo zio cattivo del giovane Re Leone, mentre, sempre secondo lui, io ero il piccolo Nemo, il giovane Re Leone ed ero Wendy, che sa volare sull'Isola che Non C'è ma può anche tornare a casa - questa la sua tragedia, questa la sua fortuna, diceva. Eravamo Lilo e Stitch.
- Una bambina delle Hawaii sola al mondo e un mostro orribile programmato per distruggere, ma che insieme imparano che 'Ohana vuol dire famiglia.

La zona cieca è la loro storia d'amore: con tutte le ansie, i dilemmi e i grattacapi propri delle coppie di oggi. La compongono le confessioni anonime degli ascoltatori; i pensieri estemporanei di una trentenne insicura, cotta e chiacchierona, che qualcuno potrebbe giudicare perfino senza capo né coda. Eternamente indecisi, Lidia e Lorenzo sono scordinatissimi: vogliono la stessa cosa, ma le danno nomi diversi. Fidarsi, affidarsi, significa scoprirsi vulnerabili. Perché finché siamo soli possiamo penserare a noi: anche diventando, a volte, i peggiori nemici che abbiamo. Ma in due ecco che ci si scopre più pieni, più felici, ma anche più tristi per per un muso lungo. Per un giorno no contro cui, nostro malgrado, nulla possiamo. L'amore fa miracoli? 
La zona cieca è tutto un processo di accettazione e di elaborazione, ora frizzante e ora mesto. Finisce con l'amarezza e una punta di beffa, con i puntini di sospensione, anche se a differenza loro so già la fine che faranno: so che possono farsi felici, applicandosi.
La zona cieca, ancoraè tutto quello che gli altri vedono di noi ma che ci sfugge – ad esempio, un pezzo di lattuga rimasto intrappolato fra i denti a cena, o una convivenza altalenante che bene non fa. Per capirlo bisogna sbatterci la testa o, in questo caso, rompersi il mento. Lo suggerisce per email uno sgrammaticato sciamano irlandese come amico di penna. Lo ribadisce una Gamberale ritrovata con piacere – anche se con due protagonisti molto difficili da amare, e infatti non li ho amati fino in fondo – che per fortuna, tra queste pagine, mi ha ricordato perché non sia un'autrice di cui parlare e sparlare per pregiudizio preso.

Vorrei tanto essere meno triste per farla felice.

Sulle strade senza uscita, sui coni d'ombra, ci proietta la sua riconoscibilissima luce. E gli spigoli di un rapporto considerati pericolosi solo perché lasciati al buio, i segreti dell'altro, non fanno più spavento sotto la guida di chi sa e, soprattutto, sa condividere. 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Arisa - Ho perso il mio amore

venerdì 24 novembre 2017

I ♥ Telefilm: AHS: Cult | Red Oaks - Stagione 3

L'avvento di Donald Trump alla presidenza generava proteste in piazza e piogge di meme su Facebook. Il logo di American Horror Story per dire che per una fetta di America l'orrore era appena cominciato. Ryan Murphy ha battuto il ferro finché era caldo. Ha preso alla lettera gli SOS sui social. E per il settimo appuntamento con una serie antologica tra alti e bassi ha scelto gli Stati Uniti di oggi, sì. Una stagione attuale, satirica, politicamente schierata, che per il raccapriccio lo prende dall'intolleranza, dall'estremismo, dalla regressione allo status quo ante. A onor del vero, da chi Trump lo sostiene a spada tratta ma anche da chi, agli antipodi, lo ostaggia. Tutto ha inizio dalla sconfitta a sorpresa della Clinton. Qualcuno si strugge: una coppia omosessuale con un bambino da crescere. Qualcuno esulta: un sadico mosso da un folle delirio di onnipotenza che del nuovo presidente vorrebbe emulare i gesti e l'ascesa, per poi un domani rimpiazzarlo. Per molti è un altro 11 settembre: il dissenso, l'insicurezza, alimentano infatti nuove e vecchie fobie. Per altri invece è l'ora di dar vita a una setta di assassini a sangue freddo, con gli inquietanti abiti dei clown, i mezzi delle camicie nere e le promesse melliflue di Manson. Puntare al disordine, al potere: mettere in pericolo le vite degli elettori, così da assicurargli certezze e riparo al momento debito. Qualche donna, silenziosamente, si distacca dal gruppo; si ribella al culto di un leader misogino, ingrato, filo-fascista in nome del famoso orgoglio femminile. Cult, tra politica e femminismo, ha temi caldissimi ma omaggia il gore degli horror meno sofisticati – Saw, The Purge. Ha guizzi interessanti, nella scrittura, ma esagera al solito – troppa violenza, troppi toni inconciliabili fra loro, ma finalmente pochi attori sui quali concentrarsi. Se dei pessimi Alison Pill, Colton Haynes e Billie Lourd (gli ultimi due, in una certa sequenza, in procinto di darsi a un ridicolo ménage a trois) nessuno sentiva la mancanza, per il carismatico Evan Peters è tempo di mostrarsi perfettamente all'altezza della situazione in un camaleontico one man show. Lo affianca e lo combatte una Paulson un po' in sordina, vero, con un ruolo pronto a sorprendere con moderazione dopo un inizio all'insegno delle urla e dell'antipatia più profonda. Cult non fa paura come gli home invasion a cui si ispira e non va tanto per il sottile per essere vera e propria satira. A lungo, non sa dove andare a parare. Fino all'ultimo, pur irritando meno dello scorso anno, pur pasticciando nei limiti consentiti, non si lascia mettere bene a fuoco. Ingrana a metà, tardi ma non troppo, quando si rivela una stagione cattiva, e dalla parte dei cattivi. In cui il più buono ha la rogna. In cui il potere, il sangue, ti logora e ti infetta. L'America, e American Horror Story, strombazzano di voler essere grandi di nuovo. Così basta? (6,5)

Chi si aspettava di ritornare per il terzo anno su quei campi da tennis? Non io, probabilmente, quando Red Oaks era una comedy carina e poco più, semisconosciuta e dal destino incerto. Qualcosa però è cambiato lo scorso inverno. Quando, di nuovo tra gli oziosi villeggianti del country club di provincia, avevo trovato a sorpresa protagonisti più cresciuti, giardini e idee più verdi. Il coming of age prodotto da Steven Soderbergh, al solito inatteso per via di quell'Amazon poco a sua agio con il martellante battage pubblicitario di casa Netflix, è giunto all'ultima pagina. Alla sua ultima stagione. Sei episodi per la fine di un decennio fortunato, di un'epoca, di un'estate sospesa. Di una comedy piccolissima, ma per me tutt'altro che trascurabile – alla regia, per dire, si alternano ora David Gordon Green, ora Gregory Jacobs. Capitanata dall'immancabile Craig Roberts, che porta in campo la sua adorabile aria da attore indie, personalità e buon umore, Red Oaks si conferma brillante e scorrevole, nostalgica forse più che in passato. Ti dici che è un addio, infatti. David, single per scelta altrui, si muove tra incontri poco imbarazzati con le storiche ex, i sorrisi ricambiati di un'aspirante stilista e un lavoro poco soddisfacente presso uno studio cinematografico. Vuole ancora fare il regista, essere un altro Godard, ma intanto si accontenta di portare i caffè. A New York: lontano dal cloro negli occhi, lontano dalle racchette, e non senza un certo dispiacere. Il padre è alle prese con l'apertura di una nuova paninoteca, mamma Jennifer Grey con la liberazione del coming out, l'amico Wheeler con la gelosia per uno schianto di bagnina al di fuori dalla sua portata eppure misteriosamente innamorata di lui. In crisi esistenziale, pensano chi più e chi meno al cambiamento; al reinventarsi in fretta. Perché tutto ha un prezzo. Anche questi anni Ottanta troppo omaggiati, troppo stilizzati, troppo svenduti su altri canali. Anche il country club, soprattuto, puntato da una squadra di spietati acquirenti giapponesi. Può chiudere i battenti? Può licenziare i suoi dipendenti e congedare così la sua affezionata clientela? La terza stagione della serie di Jacobs è equilibrata ma forse frettolosa a tratti. Segna la fine dei match, delle sdraio al sole, dei sogni di gioventù – perché infranti o perché realizzati. Lasciamo David e gli altri cresciuti, ancora. All'ennesimo bivio, che stavolta somiglia alla costruzione di un lieto fine. Con un po' di amarezza, eretto proprio sulle macerie di quel Red Oaks da molti amato, da molti odiato. (7)