sabato 27 maggio 2017

Mr. Ciak: 7 romanzi al cinema

Tom, sopravvissuto alla Grande guerra, si trasferisce a Janus in cerca di silenzio. Dalla terra ferma, incantata dai suoi modi d'altri tempi, lo segue la fedele Isabel. I bambini non vogliono arrivare. Il mare ha la soluzione: una scialuppa alla deriva e, a bordo, una bambina senza identità. Perché lasciare che tutto quell'amore vada sprecato? L'apparizione della madre biologica, però, rompe l'idillio. La bambina è di chi l'ha messa al mondo o di chi ha avuto cura di lei? L'estate scorsa queste stesse domande mi toglievano il riposo in spiaggia: sotto l'ombrellone, tentavo di stringere i denti. Avevo amato la potenza di La luce sugli oceani e, da lontano, invidiato chi lo aveva visto in anteprima a Venezia. Le prime recensioni, però, suonavano tutt'altro che rassicuranti. Personalmente, voce fuori dal coro, mi piace scoprirmi talmente immerso nella finzione da prenderla come una questione personale. Così, mesi dopo, mi trovo a remare contro l'aridità della critica. La luce sugli oceani non è un film da luci della ribalta: vuole il pomeriggio perfetto e la casa vuota. La sa lunga Derek Cianfrance in fatto di coppie scoppiate e bocconi indigeribili. Alla stregua del regista di Blue Valentine, anche Alicia Vikander mi ha sempre in pugno: è destino, infatti, che mi faccia disperare ogni volta. Con lei una ritrovata Rachel Weitz, che con pochi tocchi svela i retroscena di un'altra pena e di un'altra donna. Ma ago della bilancia e giudice dall'ingrato compito, un laconico e straordinario Fassbender. La luce sugli oceani è una parabola classica, sulle sfumature dell'amore e dell'acqua. Sul peso specifico del perdono. Fedele al materiale di partenza, viscerale, a tratti è così pieno che sì, potrebbe sopraffare i naviganti. Potevano privarlo delle tante lettere, dei molti pianti, dei troppi tramonti. Eppure, dalle onde della sua emotività, mi sono lasciato volentieri travolgere. Senza guardare mai l'orologio. Senza additare i sentimenti, e i melodrammi, come fuori stagione. (7,5)

Siccome cinquanta non erano abbastanza, le Sfumature raddoppiano con un sequel. Si scuriscono, virando al nero. La James, ai ferri corti con la precedente regista, si affida a uno sceneggiatore di fiducia – adatta, infatti, il marito in persona – e al tocco del solido Foley. Si riparte da dove eravamo rimasti. La rottura tra Anastastia e Christian si rivela soltanto un breve litigio: i due tornano insieme, qui, e si godono i pregi di fare la pace. Ci si mettono in mezzo il capo di Anastasia, che attira spasimanti come se ce l'avesse solo lei; una stalker psicolabile; la tardona Kim Basinger. Nella prima ora, tra balli in maschera e giochi ammiccanti, è una commedia sexy che non dispiace: palesa le assurdità già assodate e una maggiore complicità tra Jamie Dornan e Dakota Johnson. Mostrare bella gente nuda, però, poco ha a che fare con l'erotismo. A stuzzicare ci pensano fascette, perle e divaricatori, ma i protagonisti – incaprettati, bendati, vulnerabili – finiscono sempre per ripetere la stessa coreografia: lei sotto, lui sopra col sedere in mostra, dissolvenza. Il trash è godibile quando dura poco, si sa. Nella seconda parte il film vorrebbe farsi prendere inutilmente sul serio, e allora dà il peggio del peggio. La colonna sonora è radiofonica, i comprimari meglio definiti sono gli addominali di Dornan e la natica sinistra di Dakota, lo si segue divertiti perché ormai abituati al nonsense. E' così raffazzonato e insipido, alla fine, che troppo male non gli si vuole. Più dignitoso del precedente perfino, anche se per un pelo. E, se si parla di vedo-non vedo, di spogliarelli e lingerie, saprete bene che anche un pelo fa la sua. (5)

Al cinema uccidete tutte le persone che volete, ma non toccatemi gli animali. Pensiero ricorrente, questo, perfino davanti all'horror più sanguinoso. Figuriamoci se si tratta dell'ultimo film di Lasse Hallmstrom – lo stesso di Chocolat, svariate trasposizioni di Nicholas Sparks e, soprattutto, Hachiko. Dopo il trauma legato all'Akita che non si arrendeva alla perdita del suo padrone, assecondare la tristezza con Qua la zampa. Sabotato lo scorso inverno dagli animalisti, nonostante accuse pare belle che cadute, la commedia a tinte fantastiche dello svedese parte da uno spunto originalissimo: raccontare non una, ma le tante vite di un cane speciale. Bailey, infatti, è destinato a reincarnarsi senza dimenticare il proprio passato – e nell'edizione italiana, purtroppo, la voce narrante di Gerry Scotti. A volte nasce maschio, a volte femmina. A volte campa a lungo, altre si spegne presto. Lo ospitano famiglie sul punto di disfarsi, coppie felici e coppie scoppiate, l'unità cinofila e un canile da cui scappare alla prima occasione. Abbandonato, usato, amato, cerca uno scopo e non si disfa del pensiero di Ethan, il suo primo padrone (il KJ Apa di Riverdale che crescendo diventa Dennis Quaid). La sceneggiatura non approfondisce un'idea vincente. Un cane che accompagna varie generazioni, che sperimenta varie esistenze: perché non mostrare attraverso i suoi occhi un po' di storia americana, come in un Forrest Gump a quattro zampe? La storia del Paese resta ai margini. Si accenna alla crisi dei missili, la radio passa Take on me, i capelli si ingrigiscono. I trailer anticipano troppo. Da copione Bailey morirà non una, ma innumerevoli volte. C'è un limite ai pianti di uno spettatore dal dichiarato cuore di pastafrolla? Qua la zampa, invece, è un intrattenimento per grandi e piccoli che intenerisce, diverte, e di lacrime, purtroppo o per fortuna, non fa esagerato abuso. (6)

Una reunion. I corridoi del liceo che ispirano ricordi a ogni passo. Sono immancabili quelli legati allo Svedese: un giovanotto che eccelleva in doti atletiche e carisma. Ha fatto una fine indegna di lui. Pastorale Americana è la storia della famiglia che costruì ma non seppe tenere unita. La maggioranza delle recensioni lette lasciavano intuire un gran pasticcio. Un dramma in cui il troppo stroppia. Mi ritrovo a essere in disaccordo, benché tanto faccia la mancata lettura del romanzo di Roth e la passione per le famiglie infelici a modo loro. Come condensi un capolavoro di cinquecento pagine in un film di un'ora e quaranta senza sacrificare qualcosa? Temevo mi scivolasse addosso. Peggio: temevo di non affezionarmi, nell'annunciato riassunto di una moderna pietra miliare, ai suoi personaggi. Pastorale Americana, per me, è un dramma classico e arduo, perciò coraggioso. A sobbarcarsi l'impresa, così come il suo personaggio ingurgita e metabolizza i dolori di tutti gli altri, un Ewan McGregor che interpreta e per la prima volta dirige. I doppi impegni lo provano e un po' ne risente la recitazione. Stanco ma credibile, spinge a rimarchevoli exploit la Connelly e una antipaticissima Fanning. A fine visione, ho avuto più voglia ancora di scoprire il romanzo. A fine visione, soprattutto, io che temevo un film senza peso, ho sentito la pena inconcepibile di questo uomo buono a cui succedono cose cattive. Calmo in superficie, Pastorale Americana indugia nei dettagli essenziali abbastanza da lasciarti intravedere il mare che si agita sul fondo e il sentore vago della sua originaria bellezza. (7)

Sophie, orfana a Londra, viene sottratta al collegio e alla solitudine dalle mani di un premuroso gigante. Attraverso balzi chilometrici, il mostro la conduce in una terra di insidie. Peccato che sia in realtà il più minuto della sua specie. Maltrattato dai propri simili, imbottiglia sogni e protegge Sophie dai fratelli. l GGG, classico di Dahl purtroppo mai arrivato nella mia libreria, trova un nuovo adattamento. Dirige Spielberg, avvalendosi di una computer grafica non sempre inappuntabile e della voce di un Mark Rylance fresco di statuetta (qui in versione “Spacco botilia, ammazzo familia”): subito si mettono in conto nostalgia e occhi lucidi. Dahl, eppure portato al cinema infinite volte, questa volta lascia annoiati e delusi: le guance asciutte, al contrario che nel recente remake del Drago Invisibile, e un senso di irritazione verso un'eroina antipatica come poche. Il minutaggio, eccessivo, sfiora le due ore; i toni cupi e i peti da cinepanettone turberanno i piccoli, lasciando sostanzialmente insoddisfatti anche gli adulti; la storia, mi dicono fedelissima all'originale, decolla tardi e lascia straniti in un finale grottesco. Anche più del Canto di Natale secondo Zemeckis, Il GGG risulta pesante e artificioso. Non abbastanza modesto da passare inosservato. Non abbastanza importante da meritarsi la tripla “G” dell'acronimo. (4,5)

Nella Toscana degli anni '50, un'infermiera cerca di scoprire le ragioni del mutismo di un bambino. Alla morte della madre, infatti, ha smesso di parlare. La casa scricchiola e i muri parlano. Raccontano una storia di amore e perdita che è destino si ripeta. I domestici sono un enigma, il padrone di casa vede nella protagonista una nuova musa, gli abiti da cocktail della pianista defunta le stanno a pennello. Qual è il desiderio del fantasma di Caterina Murino: vendicarsi dell'ospite o cercare qualcuno che riempia il vuoto che ha lasciato? Tratto da un romanzo di Silvio Raffo, Voice from the Stone è una ghost story che ha i suoi pregi – gli unici, a malincuore – nello splendore delle donne e dei suoi scorci naturali. Ibrido svogliato e confusionario tra Jane Eyre e Giro di vite, ha poche ombre e l'aria di una fiction Rai. Un mistero su carta che, passando ai fatti, mistero non è. Il film non decolla: ben confezionato, ma recitato con la noia addosso. Incapace di intrigare, nonostante la presenza di un inquietante Girone, sfocia frettolosamente nel melodramma. Scene di passione percepite nel dormiveglia e il nudo artistico della star di Games of Thrones – bella come una ninfa di Botticelli, ma impacciatissima quando si tratta di darsi a pianti o vaneggiamenti vari – non bastano a trovare un senso a quello che le pietre non dicono. (5)

Louis è un bambino sfortunato. Protagonista di incidenti grandi e piccoli, è sempre stato salvato in corner dal sonno eterno. Fino a quando, festeggiando il suo compleanno su una scogliera, non cade da una rupe: è in coma, ma tutt'intorno a lui – nella sua mente, perfino – il mondo continua. Pare non si sia trattato di un incidente, questa volta, ma di un tentato omicidio. Colpa di quel padre violento, fuggito chissà dove? Tratto da un romanzo finito automaticamente in whishlist, The 9th Life of Louis Drax è un ibrido sui generis, inclassificabile, a metà tra il thriller e la favola. Dirige il discontinuo Alexandre Aja – esordì in Patria, anni fa, con il bellissimo splatter Alta tensione – e, lesinando questa volta sulla violenza, conferisce alla trasposizione un'anima francese. Se da un lato il film ha le canoniche indagini del dottor Jamie Dornan, qui vittima del fascino e della lacrime di Sarah Gadon, dall'altra troviamo gli interventi di un narratore trasognato e un po' crudele, che ha qualcosa dei bambini prodigio di Jeunet e un patrigno sospetto, che somiglia proprio a Aaron Paul. Chi desiderava il silenzio del bambino, e perché? Pieno di volti familiari e stranezze, irrisolto ma molto interessante nel suo essere di tutto un po', The 9th Life of Louis Drax è un Hitchcock ad altezza bambino, che all'inizio confonde e alla fine potrebbe anche deludere. Loquace e nerissimo com'è, però, mi ha stranito: cosa non da poco. E la nona vita del piccolo protagonista – l'ultima, forse – ha in serbo qualche altra sorpresa. (6,5)

mercoledì 24 maggio 2017

Recensione: Il giorno che aspettiamo, di Jill Santopolo

Io e te ci conosciamo da quasi metà della nostra vita.

Titolo: Il giorno che aspettiamo
Autrice: Jill Santopolo
Editore: Nord
Numero di pagine: 398
Prezzo: 17,60
Sinossi: Una luminosa mattina di fine estate, un ragazzo e una ragazza s’incontrano all’università, a New York, e s’innamorano. Sembra l’inizio di una storia come tante, ma quel giorno è l’11 settembre 2001 e, mentre la città viene avvolta da un sudario di polvere e detriti, Gabe e Lucy si baciano e si scambiano una promessa. E due vite si fondono in un unico destino. Tredici anni dopo, Lucy è a un bivio. E sente la necessità di ripercorrere con Gabe le tappe fondamentali della loro relazione, segnata da scelte che li hanno condotti lungo strade diverse, lungo vite diverse. Scelte che tuttavia non hanno mai reciso il legame profondo che li ha uniti per tutti quegli anni. Così Lucy gli parla dei loro primi mesi insieme. Del loro amore intenso, passionale, unico. In una parola: puro. E poi di come Gabe avesse infranto quella purezza, decidendo di partire, di andarsene da New York per accettare l’incarico di fotografo di guerra in Iraq. Perché lui sentiva di doverlo fare, perché ciò che accadeva nel mondo era più importante di loro. Una scelta che aveva aperto nel cuore di Lucy una ferita che lei pensava non sarebbe guarita mai. E che, invece, era stata curata da Darren, l’uomo che lei avrebbe scelto di sposare. Eppure quella ferita si riapriva ogni volta che Lucy riceveva una mail o una telefonata da Gabe, e ogni singola volta che lo aveva rivisto nel corso degli anni. Poi era arrivata quella volta, era arrivato quel giorno…
                                          La recensione
Dove eravate l'undici settembre? Inutile precisare di quale anno, inutile domandarvi se lo ricordiate oppure no. Io ne avevo sette, di anni, e se lo chiedeste agli altri ragazzi della mia generazione vi trovereste a leggere storie simili tra loro. Guardavamo la Melevisione quando le trasmissioni pomeridiane furono interrotte per fare spazio al caos di una New York sotto assedio. Ricordo il fumo e la gente che saltava giù. Ricordo che non capivo perché i miei genitori, accanto a me, fossero così preoccupati. Dov'erano Gabriel e Lucy, i protagonisti del fortunato esordio di Jill Santopolo? Compagni di corso, si erano ritrovati a saltare una lezione su Shakespeare e scrutare la tragedia dallo stesso tetto. La protagonista associerà sempre quel giorno a lui, che già allora si figurava un novello Steve McCurry. Per un intero decennio, Gabe apparirà e scomparirà dalla sua vita. Innamorato più del suo mestiere di fotoreporter che della donna con la luce nel nome. 
Il romanzo, tutt'altro che stucchevole ma troppo scontato nell'epilogo, parla di sentimenti e terrorismo. Parte dal Ground Zero, passa dal mandato di Obama alla cattura di bin Laden, finisce con la tivù accesa su Gaza. In mezzo: un matrimonio con un uomo che sembra un po' un rimpiazzo, qualche sporadico faccia a faccia, chiamate a qualsiasi ora. Serve una voce amica. Serve una spalla su cui piangere. Serve un custode, un complice, del giorno più brutto (e più bello) del mondo. Lettera indirizzata a Gabriel, il romanzo ha domande retoriche che incalzano e ricordi che si susseguono. Dove sono adesso? Sono felici? Stanno insieme? Il giorno che aspettiamo è sentito, malinconico, ben scritto, ma. Goodreads cita Un giorno (probabilmente, uno dei romanzi della mia vita) e Io prima di te (adorabile, sì, eppure impacciato in presenza del dramma), e purtroppo mi sono mancati i dettagli sostanziali del primo e l'inaspettata freschezza del secondo. Gli amori, memorabili anche al cinema, dell'uno e dell'altro. Durante la lettura, sapete, non ho pensato neanche per un momento che non mi stesse appassionando. Cosa strana, è nel momento in cui mi sono seduto al computer per parlarne che sono affiorate le cose che non mi sono piaciute – e i paragoni di sorta, giuro, non c'entrano. 
Il romanzo prende e ti dà del tu. Non importa infatti il cosa. Importa, piuttosto, il come. E il chi, mi sono chiesto? Ci sono una lei presente e fragile, vivissima, e un lui messo in secondo piano. Gabriel è filtrato, descritto, sconosciuto – girovago incostante e sprezzate del pericolo: un classico. La parte monca di una coppia che resta impressa a metà. Il giorno che aspettiamo si apre con una dedica a Manhattan in prima pagina e una premessa dell'autrice. La Santopolo accenna a una gestazione lunga quattro anni, all'ispirazione derivata dalla fine di una relazione importante. Dell'autrice ho sentito il dolore, la lontananza, la nostalgia. La pena della stessa Lucy, che aspetta e spera, e nel mentre si sposa, mette al mondo due figli e lavora come produttrice di un programma per bambini, confidando invano che il fotografo di guerra si ravveda da sé. Il terrore accelera i battiti e le reazioni, cementifica i rapporti umani. La gente, se spaventata, decide di procreare o di stare insieme: l'amore è il miglior antidoto contro la paura. A colpirmi, il bellissimo senso della narrazione della Santopolo. E l'intimità di una storia che non dovresti origliare, a tratti, tanto che suona vera.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tom Odell - Another Love


lunedì 22 maggio 2017

Recensione [Bancarella 2017]: Gocce di veleno, di Valeria Benatti

Titolo: Gocce di veleno
Autrice: Valeria Benatti
Editore: Giunti
Numero di pagine: 192
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Questa è la storia di Claudia, della sua ossessione per Barbablu, del suo tentativo di guarire da un amore malato e pericoloso. La gelosia di lui è eccessiva, le sue minacce reali: "Se mi tradisci, ti ammazzo". Ma Claudia glielo ha sentito dire così tante volte che non ci fa più caso. Non ha paura, pensa che lui si prenda gioco di lei, non crede che possa ucciderla davvero, anche se a Barbablu ogni tanto piace farle scorrere la lama di un coltello sulla pancia, percorrendola tutta, dal pube ai seni. Fino a quando un giorno, all'improvviso, vede negli occhi di lui lampi di odio puro e finalmente si spaventa. A quel punto la storia cambia, diventa un'altra storia, antica, rimossa, che risale indietro nel tempo, fino alle origini del suo male d'amore. Claudia inizia un viaggio doloroso verso la guarigione. Lungo il percorso, i volti caldi di amiche e psicologhe, ma anche lo sguardo freddo di chi rifiuta la verità. Un viaggio che ogni donna dovrebbe affrontare per capire se stessa e superare la propria, piccola o grande, ferita amorosa.
                                 La recensione
"L'amore mi fa male. Mi ha sempre fatto male.
Claudia, libera e prosperosa, è una che piace. Lavora come editor, ma ha il sogno di diventare scrittrice e un debole per i lounge bar milanesi. Lì conosce Manfredi, ribattezzato Barbablù: un imprenditore napoletano con il doppio dei suoi anni, che la conquista flirtando ad arte. Se la notte è giovane, dalle chiacchiere al bar alla camera da letto il passo è breve. I due si danno a un sesso veloce, aggressivo, che non è mai fare l'amore. Sin dal primo gemito, Barbablù segna il territorio come un cane con il suo marciapiede preferito. Gocce di veleno parla della fuga da una relazione tossica. Di terapie che promettono una lenta guarigione, forse una totale rinascita. Immaginavo, da premesse, una vicenda da cronaca nera. La riflessione sul femminicidio nel solco del fortunato Splendi più che puoi: così delicato, così discreto, da non lasciare segni addosso. Valeria Benatti fa altro. A Barbablù, a una relazione pericolosa e senza futuro, dedica il primo di quattro capitoli. Il resto, invece, è costituito dalle tappe di un tormentato viaggio interiore. Claudia chiede aiuto, ma c'è qualcosa che non migliora. Il rapporto con se stessa, ad esempio, e con il proprio corpo. La protagonista si ingozza, non mette trucco, erige una barriera di ciccia e occhiaie. Perché l'abbandonarsi ai partner peggiori? Perché, quando un amore sbagliato finisce, continuare a mortificarsi così? La Benatti fa del suo secondo romanzo una avvincente seduta di ipnosi. Gli incubi danno indizi importanti e le mamme laconiche, le sorelle maggiori non troppo perfette, tacciono per pudore i misteri di casa. I panni sporchi si lavano in famiglia, recita il detto. E se ci si scorda di loro, dell'urgenza di metterli in lavatrice, e il pensiero della sporcizia, del cattivo odore, ci coglie quando nessuno ci pensava ormai più? L'autrice depista con una struttura che ti porta altrove. Ricorda un certo film di Cristina Comencini, citato apertamente in un passo, e nell'epilogo pecca di un didascalismo che non ho molto apprezzato. Dopo tanto dolore, cicatrici vecchie e nuove, Valeria regala alla sua Claudia – una donna con il mito dell'opera lirica, della Traviata – un epilogo chiuso, che dice più del necessario e con toni da manuale di auto aiuto. Psicologicamente inattaccabile, scritto senza peli sulla lingua, Gocce di veleno scopre un po' di retorica giusto in chiusura. Ma assieme a quella c'è la speranza, doverosa in questi casi, e la si perdona a occhi chiusi. Dicono che avvelenarsi poco a poco non sia mortale. Qualche goccia di veleno per volta, tutti i giorni, e il corpo si abitua. Perché il corpo si abitua a tutto. Diventa immune. Questo romanzo è il rifiuto dell'ennesimo boccone amaro. Il rigetto, proprio mentre si pensava di essere assuefatti a tutto il male subito. Per non affogare in un bicchiere d'acqua sporca che sembrava vino bianco; un brindisi per due.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Paola Turci – Fatti bella per te

giovedì 18 maggio 2017

Recensione: Nel guscio, di Ian McEwan

Non voglio nascere, mai.

Titolo: Nel guscio
Autore: Ian McEwan
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 173
Prezzo: € 18,00
Sinossi: La gravidanza di Trudy è quasi a termine, ma l'evento si prospetta tutt'altro che lieto per il suo piccolo ospite. Ad attenderlo nella grande casa di famiglia (e nel letto coniugale) non c'è il legittimo marito di Trudy e suo futuro padre, John Cairncross, poeta povero e sconosciuto, innamorato della moglie e della civiltà delle parole, ma il fratello di lui, il ricco e becero agente immobiliare Claude. Dalla sua posizione ribaltata e cieca, il nascituro gode nondimeno di una prospettiva privilegiata sugli eventi in corso, ed è lui a metterci a parte di una vicenda di lutto e di sospetto dagli echi assai familiari. Certo, la scena non è quella corrotta e claustrofobica del castello di Elsinore. Certo, i due cognati fedifraghi, Trudy e lo zio Claude, non hanno regni nordici cui aspirare. Piuttosto a far gola ai due vogliosi amanti è l'edificio georgiano su Hamilton Terrace, decrepito ma d'inestimabile valore, incautamente ereditato da John, i cui pavimenti luridi e la cui onnipresente immondizia prendono il posto del marcio in Danimarca. Ma amletico è il crimine orrendo che il narratore vede (o meglio sente) arrivare, e amletico è pure il suo inesauribile flusso di pensieri dubitanti, gli stessi che hanno inaugurato al mondo la danza della modernità.
                                     La recensione
Una casa in centro che fa gola a tanti. Una coppia di amanti che pianifica il delitto perfetto. A farne le spese, il marito di lei: editore sottostimato e poeta mediocre. Trudy e suo cognato, Claude, brindano e confabulano. Non sanno che il loro non è un triangolo, bensì un quadrilatero. Sembrano non pensare al testimone che intanto presta ascolto. E diventa brillo per osmosi, vive l'imbarazzo degli amplessi, risponde a tono. Nel guscio è un thriller classico con un intermediario atipico. L'Amleto contemporaneo non ha il pentametro giambico del Bardo, ma i commenti sferzanti di un narratore bambino. L'infida Trudy, infatti, chiacchiera di cocktail letali – centrifugato di frutta e antigelo, ad esempio – mentre è in dolce attesa. Mancano due settimane al parto. Ma il feto, nel buio del ventre, ha pensieri precoci e un udito finissimo. La pancia di sua madre fa da cassa di risonanza. Nonostante i suoi estimatori mi sconsigliassero di partire da qui, ho deciso di prendere ugualmente in prestito l'ultimo romanzo di Ian McEwan – uno dei maggiori autori viventi, forse, ma precisarlo è superfluo. Imparare a conoscerlo con la riscrittura di un capolavoro. Farsene un'idea, magari sbagliata, con un esercizio di stile lungo un omicidio efferato, un travaglio e un altro po'. Pentito, cercavo scuse per restituirlo intonso al mittente. Finché non le ho cercate nel romanzo stesso, le scuse, e intrappolato nel guscio del titolo ci sono finito anch'io. Merito di un nascituro egocentrico, teatrale e dotto, che ragiona di filosofia e decanta vini francesi. Al buio, allena l'immaginazione e aspetta. Come tutti i figli, si angustia per la fine del matrimonio dei genitori (ma ancora prima di imparare a parlare). Ascolta drammi radiofonici sulla BBC e, senza smentirsi, si professa combattuto tra l'essere e il non essere. Ironia della sorte: il narratore è onnisciente, sì, ma impotente. Nessuno lo sente. Non può far altro che scalciare. Sa di essere indesiderato, di stare per nascere in una famiglia di pazzi. Gli assassini vogliono fuggire con i soldi e sbarazzarsi di lui. "Veleno" sarà la sua prima parola. Perché nascere, rischiando di farlo in carcere? Perché non nascere, se non per godersi il piacere di una vendetta trasversale? La mente, all'inizio, è una tabula rasa? Nel guscio ci sono le considerazioni sparse, ora meste e ora esilaranti, di un piccolo uomo già pentito di stare al mondo. McEwan confeziona una tragicommedia originalissima, di interni borghesi e pagine magistrali. L'effetto è bizzarro, straniante. Il romanzo gira spesso a vuoto, ambizioso e autocompiaciuto come sospettavo, ma è scritto talmente bene, ma talmente bene, che non possiamo fargliene una colpa. L'autore è un fuoriclasse, e lo sa. Lo sapevo anch'io a scatola chiusa, sulla fiducia, e questo suo esperimento al buio di voci e spettri, di scelte che pesano, me ne ha dato prevedibilmente conferma. C'è del marcio in Danimarca – e in Inghilterra. C'è del marcio nel superare a nuoto il mare del liquido amniotico, nel rompere il baccello, trovando ad aspettarci a riva tutto il male del mondo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Massive Attack – Teardrop

martedì 16 maggio 2017

I ♥ Telefilm: Sense8 II | Imposters | Riverdale

L'ho aspettato più del giorno della mia laurea, scrivevo lo scorso dicembre a proposito del ritorno di Sense8. Avevo ingannato l'attesa con uno speciale natalizio lungo due ore. Soddisfatto ma non troppo, aspettavo una seconda stagione in piena regola. Quanto mancava a maggio? I sensate, in pericolo mortale e belli come il sole, questo mese sono comparsi puntuali sul menu di Netflix. Saggiamente, ho preferito cercare la loro compagnia non più di una volta ogni ventiquattr'ore. Ho fatto in modo che la visione durasse così dieci giorni complessivi, evitando come potevo spoiler e cattivi pensieri lavorare a un prodotto simile comporta spese esagerate e tanta fatica, leggevo, e in caso di rinnovo la terza stagione sarebbe l'ultima e arriverebbe soltanto tra due anni. Riemergo ora da una maratona mai tanto lenta, mai tanto centellinata: appagato e tutt'altro che sorpreso. Sense8 è una conferma che non riesce a superarsi. Della prima stagione mancano le scene subito cult – il karaoke a distanza, l'orgia telepatica, le sequenze del parto (si difendono bene, tuttavia, il remix di What's Up, le dichiarazioni plateali a San Paolo, i brindisi al bar). Nella scrittura permangono sbavature grandi e piccole: la lotta a Whisperer viene accennata all'inizio di ogni puntata, abbandonata a metà per fare spazio al vissuto dei singoli, ripresa infine in una chiusa al cardiopalma. Qualcosa sfugge quando si approfondisce il lato fantascientifico ed entrano in ballo altre varianti, altri homines sensorium (una di loro, convincente femme fatale, è la nostra Valeria Bilello). Si sopperisce all'equilibrio che manca, in una stagione al solito difficoltosa e strabordante, a colpi di arti marziali e bellezza. Perché io mi preoccupavo di Nomi, invitata al matrimonio della sorella nel suo nuovo corpo di donna; di Will e Riley, nascosti in una topaia e sedati per scacciare le voci; di Wolfgang e Kala, che si baciano da una parte all'altra del mondo; di Lito, che ha fatto outing e ora fa fatica a trovare i ruoli giusti; di Capheus, protagonista di un recasting e di una rivoluzione in Kenya; della splendida Sun, in fuga e in cerca di vendetta. Spero che nessuno si offenderà se dico questo. Ma se seguite Sense8 desiderosi di azione e disinteressati al resto – alle famiglie conservatrici e agli amori a distanza, a una diversità da festeggiare su un carro in Brasile: ai magnifici otto –, non avete mai afferrato il punto. Le sorelle Wachowski abbozzano cospirazioni su cospirazioni e, con la classica liturgia suggestiva e kitsch, santificano il multiculturalismo, i contrasti, le famiglie che ti scegli da te. Il loro Sense8 è un girotondo a prova di misantropo. E finché ti trasmetterà questa armonia, finché ti lascerà un posto nel mezzo delle proprie affinità elettive e ti dirà che sei fatto a rovescio e mi vai benissimo così, non tratterrai un brivido nel tuo pigiama a scacchi e ti sentirai in pace con un mondo più bello, più vario, più possibile. (8)

Un timido trentenne, un bellimbusto dalla mascella squadrata, un'artista omosessuale. Cos'hanno in comune Ezra, Richard e Jules, lontani tra loro e assolutamente inconciliabili? Gli stessi gusti in fatto di donne. In momenti diversi della loro vita, infatti, hanno sposato la stessa ragazza. Si chiama Maddie, pare. E' una truffatrice. Nessuno sa che fine abbia fatto. Tutti, sotto ricatto, tentennano all'idea di cercarla. Finché l'improvvisato trio di partner sedotti e abbandonati non prende forma e gli Stati Uniti non sono abbastanza grandi per nascondersi. In Imposters, commedia a tinte crime saltata fuori non so dirvi dove, la donna che tutti e tutte vogliono somiglia a Inbar Lavi: israeliana dagli occhi di cerbiatto che simula accenti, orgasmi e sentimenti. Da una parte seguiamo i sotterfugi della squadra degli abbandonati. Dall'altra, invece, ci lasciamo irretire dai nuovi piani di una insolita dark lady: ribattezzata Saffron, nella sua ennesima missione dovrebbe sedurre il panciuto bancario di turno ma finisce per innamorarsi di uno sconosciuto. Cosa succederà a metà stagione, quando gli ex raggiungeranno il loro bersaglio? Come andrà a finire se truffati e truffatori a un certo punto si confondono? Imposters, di cui avevo visto il pilot a tempo perso, è un divertimento che al momento dura dieci puntate. I giochi di prestigio di Ocean's Eleven fanno una gran figura, tutto sommato, al matrimonio di Se scappi ti sposo. Ma la protagonista, forse imparentata con la Cotillard di Allied, è l'incubo degli uomini che si infatuano troppo facilmente. Bella com'è, per nostra sfortuna, non resterà single troppo a lungo. In barba alla solidarietà maschile, sempre che esista, ci si augura perciò altri polli da spennare e una seconda stagione di cui, al momento, poco si sa. (7)

Una città di provincia. Il liceo pubblico. La classica tavola calda aperta giorno e notte. Ci si è arricchiti grazie all'esportazione dello sciroppo d'acero, nell'immaginaria Riverdale. Il mantello dell'invisibilità dei tranquilli abitanti, d'un tratto, viene strappato via. Un omicidio al lago, una famiglia contro l'altra, sospetti e investigatori in erba. Chi ha ucciso il gemello di Cheryl Blossom, l'ape regina della scuola? Chi sceglierà Archie tra Betty, amica di sempre dall'insospettabile lato oscuro, e l'ultima arrivata Veronica? Qual è la verità su Jughead, interessante sociopatico che studia tutto e tutti da sotto il suo cappuccio scuro? Di Riverdale avevo parlato ai tempi del debutto. Teen drama ispirato a una storica serie a fumetti, è arrivato tardi alla festa. Fuori tempo massimo sembra così più l'erede lampo di un Pretty Little Liars che il suo predecessore. Le differenze con la serie Abc: affascinanti atmosfere vintage, un taglio più cinematografico, trash a piccole dosi. Realizzato di certo meglio, ha i suoi difetti in un cast di attori incapaci e di bell'aspetto – vi sfido a cercarne uno che non abbai – e in un andazzo che fa carta straccia del mistero. Il destino dell'erede dei Blossom è presto spiegato. Nel tredicesimo episodio abbiamo il colpevole, il movente, il caso chiuso. La voglia di proseguire si era già andata esaurendo a metà, figuriamoci adesso. Con Riverdale, prodotto superfluo ma non imperdonabilmente scadente, ho avuto infatti uno strano rapporto. L'ho seguito volentieri per un po', poi ho lasciato ammassare gli episodi senza voglia. Non mi annoiavo guardandolo, ma il pensiero di farlo mi tentava di rado. Guilty pleasure sì, quindi, ma di quelli né troppo colpevoli né troppo piacevoli. Una via di mezzo che non cattura, almeno me che alle vie di mezzo non presto granché fede. Ho seguito cose ben peggiori, negli anni, e me le sono fatte perfino piacere. Al soggiorno a Riverdale, invecenon mi sono affezionato. Andrò via senza cartoline da regalare ai parenti e, semmai ritornerò, sarà solo per vedere cos'è successo lì mentre cambiavo aria. (5,5)

domenica 14 maggio 2017

Recensione: Dillo tu a mammà, di Pierpaolo Mandetta

Siamo gente del Sud, facciamo quello che vogliamo quando ci va di farlo. Siamo istintivi, di cuore e di carne. Pure se ti sei trasferito a Milano resti un ragazzo di qua.

Titolo: Dillo tu a mammà
Autore: Pierpaolo Mandetta
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 322
Prezzo: € 18,00
Sinossi: L’amore è sempre una faccenda di famiglia. Samuele ne è convinto, mentre guarda fuori dal finestrino sul treno che da Milano lo trascina verso sud. Dopo essere fuggito per anni, è finalmente pronto a rivelare ai suoi genitori di essere omosessuale. Con lui c’è Claudia, la sua migliore amica, incallita single taglia 38 e unica donna di cui si fida. Appena arrivano a Trentinara, un grazioso borgo del Cilento, ad accoglierli ci sono i parenti al completo. E la sera, alla festa del paese, il papà ha un annuncio da fare: suo figlio e la fidanzata Claudia si sposeranno a breve. È un vero e proprio shock per Samuele: lui vuole sposare Gilberto, il compagno rimasto a Milano, proprio lo stesso uomo che lo aveva convinto a riavvicinarsi ai suoi. Ma nelle case del Sud è quasi una tradizione che sogni e desideri vengano condivisi in “famiglia”: non solo con mamma e papà, ma anche con quella vecchia zia che si incontra una volta all’anno e persino con la vicina di casa. E così Samuele, per poter essere padrone della propria vita, dovrà fare i conti con un passato che vuole lasciarsi alle spalle; stavolta, però, non è disposto a scendere a compromessi. E adesso chi glielo dice a mammà?
                                      La recensione
Ho scoperto la simpatia di Pierpaolo Mandetta qualche mese fa, complici i Mi piace ben distribuiti di qualche amico di Facebook. Un salernitano a Milano, lui, capace di parlare di se se stesso e degli altri con un'ironia che non si insegna. Dopo l'esperienza dell'autopubblicazione, Dillo tu a mammà è il suo esordio ufficiale per Rizzoli. Una tovaglia a quadretti bianchi e rossi, i cornicelli portafortuna traditi per le coccinelle, una storia di origini e ripensamenti che deve aver tanto di autobiografico. Il protagonista, Samuele, ha ventinove anni. Non si fa vedere in Cilento da un po'. Ha colto la prima occasione buona per scappare in Lombardia e lassù, indisturbato, si è costruito una gioventù e una professione. Dopo un'adolescenza vissuta di nascosto per non creare scandali, all'ombra della Madonnina ha conosciuto Gilberto e ci è andato a vivere insieme. Si vogliono sposare presto, complice l'avvento delle Unioni civili, ma Samuele – insicuro e ipocondriaco, eppure profondamente bisognoso di affetto – non scalpita all'idea di fare il grande passo. Ha la scusa di una famiglia lontana che ancora non sa di lui. Di loro. 
Tornare all'ovile nel mese di agosto per fare outing e distribuire le partecipazioni. Portarsi appresso la migliore amica (Claudia, sarcastica e aspirante vegana) come supporto morale e, per un imbarazzante malinteso, presentarla all'intero paese come fidanzata. Immaginavo una commedia all'italiana di equivoci e bugie. Risate leggerissime per giorni in cui traduco latino e mi dispero. Dillo tu a mammà, invece, si è rivelato qualcosa di più. Spassoso senza sforzi, profondo a sorpresa. Il ritratto di un Sud caloroso e contraddittorio, amato e odiato insieme, che un Luca Bianchini a caso – sabaudo in vacanza a Polignano, con cliché a fin di bene e un dialetto appena abbozzato – non aveva saputo rendere. La bugia di Samuele e Claudia dura poco. Si fa presto a dichiararsi in un moto di stizza, ma ci si ritrova con una famiglia meno scioccata del previsto: una sorella maggiore che ha appeso la felicità al chiodo, due genitori rozzi ma volenterosi, una galleria infinita di parenti pronti a regalare abiti di organza e domande indiscrete. Cos'altro resta da confessare, a quel punto? 
Perché indugiare a tavola più del previsto? In quel di Trentinara c'è troppo da fare per curarsi delle rivelazioni del figliol prodigo: cimentarsi con il rito della salsa, spennare le galline, assistere le partorienti in camera da letto, darsi ai preparativi per le sagre in paese. Samuele avrà sottovalutato il buon cuore dei suoi compaesani ed esagerato un po', facendo del suo segreto un dramma inutile? Vuole dire sì a Gilberto per routine o per piacere? E da quale angolo del passato sarà sbucato mai Peppe, guappo 'e cartone che è stato il suo primo filarino? Dillo tu a mammà, autentico e ben scritto, sa di estate, ragù e case affollate. Si mangia, si beve, si fa l'amore. Si frigge tutto, pure la cicoria, e per dirsi scusa con galanteria ci si regala mazzi di fiori di cactus (e di zucca: in pastella, si sa, sono la fine del mondo). La malinconia è un'ospite inattesa, e provoca patemi d'animo in un finale che addensa le nuvole sopra Milano e pecca forse di qualche lungaggine di troppo. Tra le pagine si parla di gender, pregiudizi e della solitudine dei fuori sede. Si ride spesso, e ci si riconosce nelle descrizioni dei borghi dei nostri nonni e nei difetti di Samuele. Il protagonista – uno di quelli che predicano bene e razzolano male, abile nel dispensare consigli agli altri ma incapace di prendere decisioni senza spaccare in quattro il capello – ha dubbi sull'amore, conti in sospeso con il passato, sassolini nella scarpa che potrebbero generare catastrofi. Un topo di campagna condannato a sentirsi fuori posto sin dalle lezioni di educazione fisica al liceo. Terrone affezionato ai carboidrati fritti al Nord, traditore milanese al Sud. Ma cambiare, ci assicura Mandetta, per fortuna non è tradirsi.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Niccolò Fabi – Lontano da me


giovedì 11 maggio 2017

Recensione: Bellissimo, di Massimo Cuomo

Ma i cicloni non hanno colpe: sono cose della natura [...] La bellezza di Miguel è nella natura delle cose. Accettando questo concetto, solamente così, si può riuscire a capirla, accetterla, rispettarla, amarla per quello che crea, per quello che distrugge, per quello che crea ancora.

Titolo: Bellissimo
Autore: Massimo Cuomo
Editore: Edizioni E/O
Numero di pagine: 265
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Miguel è bellissimo, di una bellezza rara e miracolosa che sin dalla nascita scatena un culto appassionato in tutta la popolazione della città. Il fratello maggiore Santiago assiste ammirato e intimorito alle prodigiose reazioni che la bellezza dell’altro suscita nel padre e nella madre, nei passanti, nelle vicine di casa che affollano il cortile, nelle pretendenti smaniose che lo incalzano ovunque. Ama il fratello più piccolo ma finisce per diventarne l’ombra. Così come Miguel cattura sempre la luce dei riflettori, a Santiago tocca invece il buio degli angoli nascosti. Gli sguardi delle donne sono tutti per il fratello, la sua bellezza mantiene in secondo piano ogni aspetto dell’esistenza del primogenito. La vita tuttavia non fa sconti a nessuno e anche Miguel dovrà, attraverso un faticoso apprendistato, cercare la via per un rapporto maturo con gli altri. Il romanzo è ambientato in Messico, uno scenario che illumina la storia dei colori del realismo magico. Tutti gli eventi sembrano risplendere di una luce mitica e leggendaria. Il conflitto tra i fratelli, il ruolo dei genitori, le storie d’amore, la violenza, i viaggi sono raccontati attraverso un’introspezione psicologica profonda e realistica, ma assumono al tempo stesso un’aura di leggenda. La storia si snoda fra dispiaceri, fughe, rimorsi, ritrovamenti, abbandoni e illuminazioni, mentre seguiamo le vicende dei due fratelli, dei genitori, delle donne amate, degli abitanti del posto, tutti in modo diverso travolti e segnati per sempre da questo straordinario incontro con la Bellezza.
                                              La recensione
Quando mio fratello è nato avevo due anni. Lo guardavo di sottecchi, nascosto dietro le gambe di papà, e mi chiedevo se fosse possibile buttarlo nella betoniera – volevo fare il muratore e i moti concentrici della betoniera, sì, mi incantavano come poche cose al mondo. Mia mamma disse di no, era una brutta cosa da pensare, e offeso smisi di parlarle per un po'. Mi assecondarono nella scelta del nome, Diego. E come Don Diego de la Vega, altro incanto dei miei due anni, mica Maradona. Sono da ventun anni il fratello maggiore di un fratello più bello e precoce di me. Lì la causa dei capricci. Lì l'innocente richiesta di ucciderlo. Sono sempre stato o troppo magro o troppo grasso, mentre Diego – quattro chili di ciccia, gli occhi azzurri, biondissimo: l'opposto, insomma – rubava le attenzioni. C'era chi si chinava nel passeggino, chi lo fotografava facendo moine, chi scambiava la sua delicatezza per quella di una bambina. E c'ero io, messo momentaneamente da parte, che ingigantivo per gelosia i suoi pregi. Mio fratello oggi arriva al metro e ottanta, lavora lontano, ha amori qui e amori lì. A giugno compirà gli anni. Sempre un passo indietro, ma senza l'invidia dell'infanzia, ho pensato a me e lui, a noi, finché è durata la lettura di Bellissimo. Poi ho avuto voglia di chiamarlo e, cosa strana, ha risposto. Il primo romanzo di Massimo Cuomo che leggo me l'ha suggerito la Lettrice Rampante: blogger non di manica larga, che si esalta solo in presenza di pois, torte al cioccolato e un gatto in particolare. 
Ha scritto, tra le altre cose, che il titolo non peccava di presunzione. E Bellissimo è bellissimo davvero: potrei fermarmi qui. A una copertina che suggerisce tanto, a un superlativo assoluto che dice tutta la verità e nient'altro che la verità. Il romanzo dell'autore che ha tradito il Veneto per il Messico racconta la storia di una famiglia benedetta da una nascita miracolosa. Siamo nell'esotica Mérida, un paesello dell'America Latina, e diverse generazioni di Moya sbirciano il neonato oltre il plexiglass: tutti i bambini sono belli per le loro mamme, ma Miguel di più. Se ne accorge Santiago, cinque anni, che per la prima volta vede sorridere il padre e brillare di luce riflessa la madre. Miguel non solo ha i tratti cesellati di una statua ma, morto e risorto, è stato anche graziato dalla Vergine Maria. Parenti e compaesani lo accolgono con banchetti, musica e botti, e lo stesso carnevale lo seguirà fino all'adolescenza. 
Alle scuole elementari strappa baci alle compagne di classe dietro le agavi e, di lì a poco, scoprirà la magia del sesso e il richiamo della libertà. Il ragazzino ruba fidanzate, lavori e attenzioni con un sorriso. Monopolizza gli sguardi. Ammansisce le bestie feroci – Pan, un cane randagio, è protagonista di un capitolo che mi ha letteralmente commosso – e a volte provoca resse e litigi. La maledizione, quella, di chi ha ogni donna amante e ogni uomo nemico. Finché un giorno non prende e va. Con la Ford rossa del nonno, guidata senza patente; una Polaroid con cui profanare templi sacri e immortalare splendori naturali; un fratello maggiore che non sta mai al passo (ma su una panchina legge Cent'anni di solitudine e, intanto, si innamora di Soledad). Bellissimo ha pochi dialoghi e tante suggestioni sparse, musi lunghi e straordinari momenti di tenerezza. Un Cuomo perfetto che, se non fosse per la nota biografica nel risvolto di copertina, scambierei per uno scrittore caraibico. Da fratello qual è, cura il viaggio a ritroso di Santiago – una farfalla che si credeva cactus – tra letture che facilitano il compito a Cupido, circensi tentatrici e balli nella polvere. Miguel ha lasciato dietro di sé fotoricordo, cocci e qualche storia impossibile. Quel ragazzo che si macchia di disastri e flirt è infatti già leggenda dov'è passato. Bellissimo è un inseguirsi senza tregua e forse senza raggiungersi. Su una fuga lunga una vita. Su un amore che è saziarsi. Su quegli abbracci da cui ci si ritrae d'istinto, per disabitudine o paura di un altro pugno in faccia, che portano a casa.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Camille – Home Is Where It Hurts