mercoledì 25 novembre 2020

Recensione: Andromeda, di Gianluca Morozzi

Andromeda, di Gianluca Morozzi. Giulio Perrone Editore, € 15, pp. 247 |

Con trentaquattro romanzi all'attivo e un film internazionale ispirato all'ansiogeno Blackout – misteriosamente mai arrivato in Italia, nonostante un giovanissimo Armie Hammer nel cast –, l'emiliano Gianluca Morozzi è un instancabile architetto di incubi e perversioni. Leggere le sue storie significa sempre sporcarsi di fango e pensieri impuri. Sconsigliate ai deboli di stomaco, tormentano con immagini fortissime ma si lasciano divorare grazie all'umorismo caustico che le pervade. È la formula che segue alla lettera anche Andromeda, il suo ultimo thriller, giunto in libreria con un titolo mitologico e una copertina che evoca il rosso del sangue vivo. Lo spunto narrativo, terrificante, è presto detto: in una villa periferica sui colli bolognesi, un certo Dimitri viene tagliato pezzo dopo pezzo da un uomo di cui non ricorda l'identità. Pronunciare il nome del cattivo potrebbe salvarlo da questo supplizio preso in prestito da una puntata di Game of Thrones, ma la memoria vacilla. E la motosega, così, romba rumorosamente. E taglia. Si può essere puniti per uno sgarbo che nemmeno ricordiamo? Eccezionalmente il vero protagonista non è la vittima al macello, bensì il suo flagellatore: un uomo stravolto nel fisico e nella mente, in cerca di una vendetta meditata per trenta lunghi anni, che racconta al tronco umano legato a una croce di Sant'Andrea i suoi personalissimi moventi.

Mi sono sempre chiesto: nella realtà, che effetto farebbe trovarsi di fronte un folle con una motosega, sapendo che la userà per tagliare via parti del tuo corpo? Non è nemmeno il dolore dell'amputazione, secondo me, la cosa più terribile: è il prima, è il pensiero, la consapevolezza che tra poco quella lama di metallo segherà via la tua carne, i tuoi muscoli, le tue ossa. L'attesa dell'inevitabile dolore dev'essere ancora più orribile del dolore stesso.

Il romanzo è un flashback che si dirama per duecento pagine. È un monologo ininterrotto, dove veniamo resi partecipi del peggio degli anni Ottanta e della nascita di uno psicopatico in erba. Perché ogni mostro è stato un adolescente: magari innamorato. Soprannominato Borg per l'hobby del tennis, cresciuto in una famiglia alto-borghese votata al danaro e al rancore, il narratore parte dal 1981: a dieci anni i telegiornali lo invitano a trattenere il fiato per la strage a piazza Fontana, per l'attentato al Pontefice, per la sorte sfortunata di Alfredino Rampi. Davanti allo sfacelo della cronaca nera, è forse il caso di credere alle bugie del catechismo? Alto e silenzioso, di una bellezza vagamente pericolosa, il protagonista sperimenta le prime pulsioni nocive in compagnia di Rocco: allievo del San Barnaba, una scuola privata per futuri avvocati, l'amico meridionale – sboccato, cleptomane, fascista – è un Lucignolo da cui lasciarsi condurre tra fast food, prostitute e sballi. Fin quando non compare Alina, una liceale bella come una canzone dei Beatles, che ama i gruppi rock, il cinema di Lucio Fulci e un ragazzo che probabilmente sarebbe stato più saggio evitare.

Tu mi hai distrutto la vita sghignazzando. E non mi conoscevi neppure. 

All'indomani da una lunga assenza dal mondo, il narratore si schiarisce la voce e ci descrive la formazione di un futuro assassino. In una Bologna vivissima – specchio deformante della nostra Italia, è la stessa del cantautorato di Guccini ma altresì dello scandaloso Pasolini –, sui protagonisti di Andromeda veglia il fato beffardo di una tragedia greca. Pervaso da un ottundente torpore alcolico e dalla spietata legge del taglione, il romanzo apparirebbe uno scherzo organizzato ad arte se non fosse tanto atroce. Afflitti da una vergogna indicibile e dal senso d'ingiustizia – con quanta leggerezza, infatti, si può fare del male al prossimo? –, i personaggi sono senza redenzione. Disperati, marci fino al midollo, possono o uccidere o uccidersi per trovare un po' pace. Pulp, ormonale e scabroso, l'autore underground ricorda la peggio gioventù e il primo Ammaniti. Morozzi, il “cannibale” che non è mai uscito dal gruppo, non smette tutt'oggi di mordere.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Duran Duran – The Wild Boys

lunedì 23 novembre 2020

Il cinema al tempo del Covid-19: La vita davanti a sé, Rebecca, Le Streghe, On the Rocks, Palm Springs, His House

Può un classico della narrativa francese essere riadattato oggi, in chiave italiana? In trasferta da Parigi a Bari, La vita davanti a sé cambia sfondo. Ambientato al tempo dell'immigrazione, in una città accogliente e multietnica, sposta il focus dalle avventure di Momò per concentrarsi sull'amicizia con Madame Rosà. I riflettori sono puntati su di lei, ex prostituta sopravvissuta ad Auschwitz, che regala un grande ritorno a Sophia Loren: leggendaria, l'attrice ottantaseienne si fa dirigere dal figlio Edoardo Ponti e punta agli Oscar. Il film, mediocre, è indegno di lei. Vittima di una scrittura ingenua e semplicistica, si accontenta di riassumere superficialmente la trama, garantendo rare scene toccanti. Datatissimo, nonostante la sceneggiatura rimodernata, lo si immaginava melenso e strappalacrime: purtroppo resta tutto abbozzato, commozione compresa. Attorniata da musulmani, ebrei e mamme transessuali, la Loren incarna un personaggio che condensa i suoi ruoli migliori. Sanguigna ma accogliente, severa ma tenera, ha braccia conserte che talora sono capaci anche di accoglienza. Simbolo di un'italianità a tutto tondo, attira gli sguardi e distrae dal resto. Emozionata ed emozionante, suggestiona con la sua sola presenza. Unica punta di diamante, da un lato nobilita l'esistenza artistica del figlio mestierante e dall'altro finisce per oscurarla del tutto. Nota a margine: sospetto e temo che Laura Pausini guadagnerà una nomination per il brano Io sì. (5)

Fiaba nera su una novella Jane Eyre, raggiunse il successo con il classico di Hitchcock. Considerata intoccabile, la Du Maurier è stata in realtà al centro di innumerevoli adattamenti: ricordo quello del 2008, con una superba Melato. Quest'anno, guardato con sospetto, ne è arrivato anche un altro. Serviva? Se considerato un remake, Rebecca non può rivaleggiare con l'originale. All'occhio del lettore, però, apparirà una trasposizione decorosissima con gli stessi pregi e difetti di un gotico che invecchia con classe. Come accade nel romanzo, a una buona prima parte ne segue un'altra assai meno intrigante, fino a un epilogo privo della giusta dose di ambiguità. Filologicamente attento, il film segue alla lettera una vicenda senza più segreti e, per timore reverenziale, non tenta di rimodernarla: aggiunge lievi sfumature horror – vedasi gli episodi onirici o la sequenza del ballo in maschera –, ma si concentra meno sulle ossessioni della protagonista. Se il casting di Hammer, bellissimo nei suoi completi eleganti, appare una scelta sbagliata, è testa a testa tra le ottime primedonne: sfumate negli stati d'animo e aderenti ai personaggi, James e Scott-Thomas sono perfette nel ruolo dell'ingenua sposina e della sulfurea governante. Piuttosto ben diretto e recitato, Rebecca scorre piacevolmente ma non ha niente di nuovo da suggerire. Come la protagonista, cade vittima dei paragoni con un primo film – e una prima moglie – ineguagliabile. (6,5)

Il classico dell'infanzia scritto da Roald Dahl viene riproposto nella versione di Zemeckis a trent'anni di distanza dal film di Roeg. Essendo una storia grottesca, nerissima e con tanto di finale aperto, si temeva una riscrittura all'insegna del politicamente corretto. Per fortuna sono stato smentito. Trasformato in topo, il protagonista cerca il supporto della sempre dolcissima Octavia Spencer per sconfiggere Anne Hathaway: sopra le righe, con un pesante accento straniero e un sorriso tutto zanne, la premio Oscar si diverte e ci diverte, ma è lontana dall'iconicità della Houston. Poco disneyano, Le Streghe si sposta nell'Alabama degli anni Sessanta ed è attentissimo al contesto storico-sociale. Nonostante la scelta di un protagonista afroamericano, negli Stati Uniti avranno storto il naso: l'albergo in cui il film è ambientato, infatti, pullula di camerieri e facchini di colore, com'era norma in quegli anni d'intolleranza. Altro motivo di controversie? La mostruosa trasformazione delle antagoniste, con artigli per mani, sarebbe offensiva per i disabili. Quanto inutile rumore per un film, in realtà, sorprendentemente affine allo spirito dissacrante del romanzo. Benché appaia luccicante e costoso, più attraente per grandi e piccini, il film conserva un cuore giocoso, oscuro e repellente. E ha l'audacia nel seguire battuta per battuta un romanzo figlio del suo tempo, in cui i bambini puzzavano di cacca di cane e, talora, potevano fare una fine bruttissima. (7)

Coprodotto da A24 e Apple, destinato soltanto allo streaming in un'annata malaugurata, l'ultimo film di Sofia Coppola – regista mai particolarmente apprezzata – sorprende pur nella sua assenza di sorprese. Ambientato in una New York tipicamente alleniana, racconta la vicenda di una scrittrice in crisi che per indagare sull'operato del marito chiede consiglio al peggiore degli infedeli: suo padre. Un playboy attempato e un po' misogino, che conosce a menadito i segreti delle relazioni extraconiugali. Tra inseguimenti, viaggi in Messico, vernissage e confronti generazionali, On the rocks è una deliziosa commedia indipendente confezionata come se fosse un bijou. A far faville con una sceneggiatura altrimenti senza infamia e senza lode sono loro, i protagonisti: una splendida Rashida Jones e l'attore feticcio Bill Murray, esemplare nel tratteggiare un bambinone popolarissimo ma fondamentalmente solo. Bravi e affiatati, giocano alle spie e vengono a patti con le loro questioni irrisolte in un faccia a faccia per nulla pretenzioso, che emoziona con ingredienti essenziali. La regista, all'apparenza alle prese con un film minore, è nello sguardo malinconico, nella sensibilità, nei dettagli. Fa la differenza – una differenza sostanziale, eppure impercettibile –, come una lacrima sfuggita a tradimento per ricadere in un bicchiere di Martini. Sul fondo zuccherino, così, lascia l'impressione di un'irresistibile amarezza. (7)

Invitati supponenti, pessima musica, vestiti pacchiani, famiglie perbeniste: cosa c'è di peggio di un matrimonio sullo sfondo delle Montagne rocciose? Riviverlo in loop. Intrappolato nel meccanismo reso celebre da una commedia degli anni Ottanta, Andy Samberg è costretto a rivivere da un un numero imprecisato di giorni lo stesso evento. Il suo frustrante e misterioso limbo – vivificato da sesso occasionale con i presenti, bagordi, scontri e suicidi strampalati – può diventare una specie di paradiso, però, accanto alla persona giusta. Vittima della stessa sorta è l'adorabile Cristin Milioti: una Bojack al femminile, che a sorpresa è la degna controparte del protagonista. Sexy in maniera non convenzionale, impertinenti e allergici alle relazioni solide, i due nascondono segreti, mancanze e fragilità dietro una patina superficiale. Chi erano prima di finire lì? Qual è il rimedio alla solitudine, in un microcosmo cristallizzato? Uno spunto narrativo da poco riproposto in Auguri per la tua morte riesce comunque a stupire grazie a ritmi super, trovate esilaranti e impensati sprazzi fantascientifici. Perseguitati da un J.K. Simmons armato fino ai denti, Andy e Cristin si sarebbero forse innamorati senza avere a disposizione tutto il tempo del mondo? Rinfrescante e romantico, Palm Springs non è il solito film sui multiversi. Il Sundance, dove è stato applaudito in anteprima, aveva ragione. Ho visto per credere. (7+)

Considerato un genere di serie B, l'horror racconta l'attualità attraverso filtri e metafore cariche di impegno. È il caso di His House, apparso su Netflix sotto Halloween, che oltre a qualche sobbalzo in poltrona regala altro, di più: una riflessione sull'immigrazione, che in una chiusa ad alto tasso emotivo mi ha ridotto in lacrime. Quanto sono pesanti i bagagli di un rifugiato? Scampati a una violenta guerra tra tribù, i protagonisti sudanesi hanno raggiunto l'Inghilterra in uno di quei disperati viaggi per mare che affollano i notiziari. Chiamati ad amalgamarsi al resto della comunità, a comportarsi amichevolmente imparando la lingua inglese, si trovano a vivere in una casa troppo grande per due. Ogni dettaglio rinfaccia loro il destino della figlioletta, morta tra le onde. E in quelle stanze squallide e vuote, piano piano, prendono piede i fantasmi. Sbucano dai buchi nei muri, si nascondono oltre la carta da parati sbrindellata e conducono i protagonisti in incubi a occhi aperti dove i defunti si sollevano dal mare come un'orda di zombie. Mentre il marito tenta di abituarsi allo stile di vita occidentale, la moglie oppone resistenza. E parla di stregonerie africane e rituali, di un possibile rimpatrio. Siamo brave persone, ripetono spesso. Questa è casa nostra. Ma chi hanno lasciato indietro? Chi hanno usurpato? I sensi di colpa dei sopravvissuti infestano lo straordinario esordio di Remi Weeks: un mix di cronaca nera e mitologie lontane, con le regole spietate di Parasite, i labirinti claustrofobici di Vivarium e la commozione assicurata di The Haunting of Bly Manor. Teso e intenso, dolorosissimo nel colpo di scena finale, sembra una ghost story scritta da Ken Loach. Dove si conclude il viaggio della speranza? Dopo tutto l'orrore che hanno visto, gli immigrati possono forse temere i demoni? (8)

venerdì 20 novembre 2020

Recensione: Rebecca la prima moglie, di Daphne du Maurier

| Rebecca la prima moglie, di Daphne du Maurier. € 15, pp. 425 |

Quando una giovane dama di compagnia si innamora corrisposta di un fascinoso vedovo, sembra il principio di una fiaba. O meglio, l'epilogo: quando la nostra coppia di eroi, scortata su una carrozza, scompare felicemente nell'orizzonte dei titoli di coda. Cosa succede alle principesse dopo il lieto fine? All'indomani di luna di miele consumata tra Venezia e Parigi, è necessario assumersi i doveri di padrona di casa. Ma le vesti di nuova Signora de Winter non calzano a pennello alla protagonista, timida e goffa, che preferisce le gonne di flanella agli abiti eleganti; che sembra più una sguattera che un'aristocratica. Cos'ha conquistato Max? Se lo chiedono tutti. Se lo chiede anche lei. Quelli che agli occhi degli ospiti e della servitù sembrano difetti, però, per Max sono pregi impagabili: la sposina, nel suo confortante anonimato, è perfetta per scongiurare pettegolezzi e mondanità. Ma la labirintica Manderley, immersa in una natura lussureggiante che all'improvviso cede il passo alla scogliera, è un castello che racconta già la storia di un'altra donna: Rebecca, morta un anno prima per annegamento. La prima moglie è una R inclinata nella dedica di un libro di poesie, è un angioletto di ceramica sapientemente scelto per arricchire una scrivania, è un profumo che non va via dalle tende, è un capello corvino rinvenuto su una spazzola, è un elegante guardaroba nell'ala ovest. La signora Danvers, la governante subdola e inquisitoria, sembra esserle ancora devota, al punto da trattare l'altra donna alla stregua di un'usurpatrice.

Conoscevo il suo viso, minuto e ovale, la pelle bianca e liscia, la gran massa di capelli scuri. Sapevo che profumo usava, ero in grado di immaginarne la risata e il sorriso. Avrei riconosciuto la sua voce, se l'avessi udita, anche in mezzo a mille altre. Rebecca, sempre Rebecca. Non mi sarei mai liberata di Rebecca.

Tormentata da paragoni impietosi, commenti malevoli e occhiatacce, la protagonista si scopre sepolta viva in un reliquario: in compagnia di uno scheletro scricchiolante, che tutt'ora detta legge. Si può essere all'altezza di un ricordo? Mentre le lunghissime descrizioni e i dialoghi altisonanti ne tradiscono qui e lì l'età anagrafica – il classico del gotico, celebre per l'adattamento premio Oscar di Alfred Hitchcock, ha ben ottantatré anni –, il talento di Daphne du Maurier continua comunque a sorprendere grazie alla sottigliezza psicologica della narratrice. Sprovvista non a caso del nome di battesimo, la protagonista divorata da insicurezze e paturnie risponde all'ozio delle sue giornate con fantasticherie inquietanti. Cosa farebbe Rebecca? Quanto sarebbero leggendarie le sue feste in maschera? Come bacerebbe il marito? Immaginandone i modi di fare, la voce, gli sguardi, la seconda moglie evoca a tratti la presenza evanescente della prima in una possessione demoniaca che non scomoda né diavoli né almanacchi. Calata in un contesto sempre realistico, questa è una ghost story atipica perché disputata quasi interamente nella mente di una protagonista ordinaria all'apparenza. L'autrice è incedibile in questo: la ricerca di spine nel cuore dell'idillio e di ombre ambigue in una damina altrimenti soggetta a soprusi e svenimenti.

A volte, mentre cammino lungo questo corridoio, mi immagino di averla alle spalle. Quel passo leggero e svelto. Lo riconoscerei tra mille altri. E nella galleria dei menestrelli, sopra l'atrio. Ai vecchi tempi la sera stava lì, appoggiata alla balaustra; guardava giù e richiamava i cani. Anche adesso mi capita di vederla ogni tanto. Mi par quasi di sentire il fruscio del suo abito sui gradini dello scalone, mentre scende per venire a cena. Credete che lei in questo momento ci stia guardando? Ci starà ascoltando, mentre parliamo? Pensate che i morti vengano a controllare i vivi?

Quando il mistero sulla fine di Rebecca finisce per essere sviscerato in ambienti più convenzionali – prima l'aula di un tribunale, poi un salotto che fa da sfondo a un interrogatorio alla Christie –, il romanzo diventa un giallo prolisso e cavilloso; lo svelamento di una fitta serie di bluff già noti al lettore, che purtroppo toglie al personaggio della Danvers – indimenticabile negli adattamenti – il diritto a un'uscita di scena trionfale. Regalarsi la lettura di Rebecca oggi, all'epoca dell'ennesimo remake Netflix, è come recuperare un film in replica talmente famoso da risultare per forza di cose già noto in linea di massima. Uno di quelli in bianco e nero, impreziositi dal glamour della vecchia Hollywood, che da un lato sembrano di una grazia ormai tramontata e dall'altro moderni come non mai. Dietro un cancello arrugginito, al termine di un colossale viale alberato, la vista di Manderley – benché ormai decaduta, vittima di vandali e rampicanti – continuerà a ispirarvi soggezione. E con lo sguardo all'insù, intimoriti dalla sua fama di casa stregata, vi chiederete: quale delle due donne era il fantasma che la infestava?

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish – No Time to Die

martedì 17 novembre 2020

Recensione: La biblioteca di Mezzanotte, di Matt Haig

| La biblioteca di Mezzanotte, di Matt Haig. E/O, € 18, pp. 329 |

Sono tutti un po' persi a venticinque anni. In Un giorno, uno dei miei romanzi preferiti, la protagonista Emma si consolava dicendosi così: la giovinezza è infatti sinonimo di smarrimento. Con il passare degli anni troviamo forse un senso alla nostra inadeguatezza? Mento a me stesso dicendomi di sì, ma sono convinto che ogni età abbia le sue preoccupazioni: amaramente, la perfetta felicità è una prerogativa da privilegiati. Sarebbe d'accordo con me Nora Seed, che di anni ne ha già trentacinque e comunque non ha trovato un senso alla monotonia delle sue giornate. Di famiglia italo-inglese, sola e frustrata nell'uggiosa periferia inglese, ha tempo a sufficienza per crogiolarsi nell'autocommiserazione. Mentre i coetanei sembrano presi dalla vita da adulti, Nora ne è tagliata fuori: vivacchia arrangiandosi con lavori prepari, in compagnia di un gatto che purtroppo morirà proprio alle prime pagine. Alcune esistenze sono solite percepirsi alla stregua di buchi neri, e le circostanze sfavorevoli non aiutano a cambiare punto di vista. La chiamano depressione situazionale: chi non ne ha mai sofferto? Quest'anno con me è stato inclemente. Ripiegato su me stesso, chiuso nella solita stanza, ho pieno diritto a dichiarare stanchezza sollevando bandiera bianca. Nora è così stanca da spingersi verso il punto di non ritorno: dopo un'overdose di barbiturici, si ritrova nel limbo tra la vita e la morte. Una zona grigia che, a sorpresa, qui è coloratissima.

Avresti agito diversamente, se ti fosse stata concessa l'opportunità di gettarsi alle spalle i rimpianti?

Il luogo del trapasso ha le fattezze di una biblioteca eternamente ferma a mezzanotte, con le architetture immaginifiche e i trucchi di un'invenzione della Rowling: sugli scaffali ci sono file e file di libri – ogni libro contiene una vita possibile –, ma il libro più pesante e polveroso è quello dei rimpianti. La protagonista ha paura di morire, oppure di vivere? L'autore fa di ciascun capitolo una storia diversa. In uno Nora gestisce un pub con il fidanzato, in un altro è una campionessa di nuoto, in un altro una glaciologa, in un altro ancora una rockstar di fama internazionale. Moglie, madre e sorella, nel suo limbo legge di vite utopistiche, improbabili, avventurose. Ma ognuna di esse nasconde banalmente bugie, musi lunghi, compromessi. Non esistono situazioni idilliache né attimi da incorniciare. Se la perfezione non esiste, in quale bolla di sapone potrebbe rifugiarsi? Fedele alla filosofia del pensiero positivo, il prolifico Matt Haig – che tra narrativa e saggistica parla spesso di ansie e nevrosi – propone la teoria del multiverso come cura al mal di vivere. A metà tra Canto di Natale e Cambia la tua vita con un click, ma con passaggi da mancato manuale di auto-aiuto, il suo ultimo romanzo è una fiaba didascalica che anziché allietarmi mi ha infastidito. L'autore calca la mano, tanto nella tragedia quanto nella spensieratezza.

Può condurre alla pazzia, pensare a tutte le vite che non viviamo.

Si accarezza l'idea del suicidio per motivi ben meno catastrofici di quelli di Nora, dal momento che siamo tutti frangibili. Si ritrova la retta via senza scomodare viaggi astrali e miracoli, dal momento che ci spezziamo ma non ci pieghiamo. Sopra le righe e decisamente semplicistico, infarcito di continue citazioni filosofiche, La biblioteca di Mezzanotte è un romanzo troppo consolatorio. In giornate nere di queste mi sarebbe piaciuto ritrovarci il calore di un abbraccio, invece l'ho scoperto talmente prevedibile e zuccherino da risultare noioso. La morale, immancabile, è proprio la solita e fa sollevare gli occhi al cielo: la vita è un dono, non va sprecata bensì vissuta. Ode alle imperfezioni e ai momenti da cogliere, si legge comunque con piacere grazie alla penna ironica di Haig: peccato che sia così spudoratamente propositivo da regalare sensazioni opposte a quelle sperate. Ho letto i libri delle mille vite di Nora Seed. Presi in prestito, però, a fine lettura li ho restituiti al mittente senza ritardi né tentennamenti prima che scattasse il minuto successivo alla mezzanotte. Per quanto importante, infatti, conoscevo già la lezione a menadito.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Fiorella Mannoia – Che sia benedetta

giovedì 12 novembre 2020

Recensione: Borgo Sud, di Donatella di Pietrantonio


| Borgo Sud, di Donatella Di Pietrantonio. Einaudi, € 19, pp. 168 |

A volte i nomi – in questo caso i soprannomi – plasmano il destino. L'arminuta, letteralmente “colei che ritorna”, non poteva altro che ripresentarsi in un seguito tanto inaspettato quanto atteso. A tre anni di distanza dal romanzo vincitore del Premio Campiello, Donatella Di Pietrantonio riprende le fila di una storia che tutti noi credevamo conclusa. Ambientato tra la Francia e l'Italia, a qualche decennio dagli eventi del primo romanzo, Borgo Sud racconta l'età adulta di un personaggio ancora senza nome. Cresciuta per tredici anni dai genitori affidatari, la protagonista veniva a conoscenza della sua famiglia d'origine nel momento di farvi ritorno. Ultima arrivata, era la meno indispensabile dei sei figli: un'estranea abituata alla bambagia, all'improvviso a disagio in un paese anonimo a cinquanta chilometri dal centro principale. L'unica persona affezionata era Adriana, la sorella minore: le due non si perderanno mai di vista. Rivendicando un proprio posto nel mondo, sempre sballottata qui e lì, la protagonista studia prima a Pescara e poi parte per Grenoble. Quanti chilometri tocca mettere tra sé e gli altri per reinventarsi? L'unico modo per ricominciare è l'espatrio? I lacci della famiglia e una chiamata nel cuore della notte la costringeranno a tornare.

C'era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni.

Ho avuto il piacere di partecipare a una diretta Einaudi con altri cinque blogger e di sentire raccontata questa storia dalla viva voce dell'autrice. Una professionista sensibile, elegante, discreta, dotata della generosità d'animo delle persone timide che tra sé e sé nascondono mondi e virtù. La lettura del romanzo, purtroppo, a un primo impatto mi ha coinvolto meno del previsto. Giocato su continui salti temporali, Borgo Sud appartiene a sorpresa più ad Adriana che all'Arminuta: perfino il titolo, infatti, allude al quartiere di pescatori in cui la sorella sbandata e il figlioletto, Vincenzo, si stabiliscono prima di rendersi parte di un piccolo mistero da risolvere. Dopo aver condiviso brevemente l'appartamento universitario, le due hanno scelto strade diverse, quartieri diversi, ma amori parimenti sfortunati. Mentre la maggiore si è legata a Piero, dentista premuroso ma dagli atteggiamenti sospetti, Adriana vive l'amore folle per il pescatore Rafael, braccato dai creditori. Uguali ma diverse, loro malgrado compagne di sventure coniugali, le protagoniste si amano e si odiano, si prendono e si lasciano con modalità simili a quelle delle indimenticabili Lila e Lenù. Da grande estimatore di Elena Ferrante, le analogie tematiche non mi hanno permesso di apprezzare appieno Borgo Sud. Il secondo tassello di una storia di provincia, crescita e abbandono che con un background diverso avrei trovato appassionante e oggettivamente molto ben scritto: conoscendo nel dettaglio la tetralogia, invece, mi è parso minore – per quanto valido comunque – nel confronto. Per fortuna a fare la differenza ci pensano le ambientazioni inedite, che conferiscono carattere alla vicenda. È forse la prima volta, infatti, che mi capita di conoscere così bene gli scenari di un romanzo. Meravigliosamente letteraria, la città di Pescara meriterebbe più visibilità nella narrativa contemporanea. Ho sorriso di nostalgia riconoscendo le cadenze dialettali e i modi di dire, mi sono illuminato leggendo di festività e piatti tipici, ho scoperto che la protagonista e suo marito si sono conosciuti all'università che ho frequentato anch'io.

Mi trovavo non così lontano da casa mia, eppure era tutto diverso, un mondo a parte. Di là avevo lasciato un piccolo libro aperto sulle poesie che amavo, un seminario da preparare, un ordine stabilito; qui, dove Adriana mi aveva portato, la vita sembrava più vera, scandalosa e pulsante. Ne ero attratta e spaventata allo stesso tempo.

Affascinato, mi sono ripromesso che quando sarà nuovamente possibile spostarsi mi spingerò tra la riviera e il fiume per cercare la casa di Adriana: tra lamiere e graffiti, bancali e ormeggi, la intravederò apprendere le lenzuola in terrazza? Suggestionato dal garbo di Donatella, poi, ho riflettuto su un aspetto del romanzo che inizialmente mi aveva lasciato amareggiato: il focus volutamente spostato sul personaggio di Adriana, con l'Arminuta al contrario lasciata ancora avvolta nella maledizione della propria inquietudine. Con un audace taglio punk e un vestito blu, in un microcosmo solidale anche nelle bugie, la sorella minore è la vera protagonista morale: esercita il fascino dei personaggi che piacciono perché ribelli. Senza nome, ma non per questo anonima, l'altra si è riappropriata invece della vita medio-borghese, dell'istruzione accademica, della presunta solidità dell'amore: brama l'ordinario. Da ultima arrivata, per ironia della sorte si troverà a a fare da filtro e da collante. Ad assistere ai dolori dell'intera famiglia: la dispersione dei fratelli, le sbandate di Adriana, la malattia della madre biologica... Cosa possediamo e cosa ci possiede? È possibile fare i bagagli e fuggire dal proprio sangue? La narrazione frammentaria e le poche pagine non aiutano a far chiarezza su tutto. Borgo Sud è un seguito che vorrebbe raccontare “due figlie di nessuna madre, due scappate di casa”, ma che non riesce a contenerle entrambe. La morale di fondo è che nonostante le fughe disperate alcune città, alcune persone, resteranno sempre la nostra casa. Ma in attesa di rincrociare la penna dell'autrice e di leggere con occhi nuovi questa storia per la seconda volta, ricorderò più l'odore di aglio sfritto e salsedine sui vestiti, più lo splendore dell'Adriatico da un balcone di via Zara – insomma, le suggestioni –, rispetto al resto.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Levante – Sirene 

martedì 10 novembre 2020

Le serie bellissime dell'autunno: La regina degli scacchi | We are who we are

Si chiama Beth Harmon, è una bambina prodigio diventata una donna da record. Cresciuta in orfanotrofio dopo il suicidio della madre borderline, conosce gli scacchi – la sua passione, la sua ossessione – grazie alla pazienza del custode. Affidata a una famiglia benestante, coltiva il suo hobby anche al liceo. Porta con sé anche nell'altra casa la sua ambizione e i suoi limiti. Assuefatta agli anestetici sin dalla tenera età, la giovane è genio e sregolatezza: drink, pasticche e relazioni occasionali. Perché dove c'è un grande talento c'è sempre un briciolo di follia. Tra un torneo e l'altro, Beth punta allo scontro definitivo: il campione in carica è un temibile russo. Affiancata per un po' da una mamma manager, costruisce passo passo la sua personalità. Prima bambina, poi adolescente, infine adulta, è sulle copertine e sulla bocca di tutti. Eccellere in una competizione per uomini, ieri come oggi, fa notizia. Di Beth Harmon conosciamo gli appuntamenti, il glamour, le cadute e le risalite. I manuali sprimacciati, le rinunce, i deliri: stesa sul letto, vede scacchiere perfino tra le ombre del soffitto illuminato dalla luna. Viene difficile crederlo, ma questa donna – questa campionessa – non è realmente esistita. Scritta con la credibilità di una biografia, l'ultima serie Netflix è tratta dall'omonimo romanzo di Walter Tevis: è una storia d'invenzione. Nel passaggio dalla carta al piccolo schermo trova un comparto tecnico degno di meraviglia – le simmetrie della regia e i costumi invidiabili vi faranno sentire la nostalgia di The Marvelous Mrs Maisel – e la conferma di una stella splendente. Anya Taylor-Joy, ventiquattro anni, è magnetica in un ruolo che le sembra cucito a pennello. Con la sua bellezza vagamente felina, fatta di occhi grandi e gambe affusolate, l'attrice incarna alla perfezione un personaggio già iconico. Algida, saccente e geniale, la protagonista soffre di una solitudine siderale colmata dagli abiti lussuosi. Senza mai calcare la mano, la serie ci mostra le sue debolezze e i suoi dolori. Il ritratto, equilibrato e incantevole, è quello di un'anticonformista che basta a sé stessa e qualche volta ha bisogno di un buon amico. Continuamente strumentalizzata, rifiuta però di diventare un simbolo nella lotta contro il nemico sovietico o uno stendardo della religione cattolica. Beth è un lupo solitario seduto alla scacchiera. Non importa conoscere l'arte degli scacchi per seguire le sue imprese con il cuore in gola. Dietro ogni mossa c'è sfida, c'è seduzione, e lo scacco matto è tanto prevedibile quanto giusto. Appassionante come si legge dappertutto, La regina degli scacchi porta con sicurezza la corona: alla stagione dei premi, nei listoni di fine anno, si farà valere. (7,5)

Corpi intrecciati. Corpi gaudenti. Corpi colti nel perenne movimento di qualche birbanteria da portare a termine. Ballano, si abbracciano, alzano il gomito, si tuffano. Era l'epoca degli assembramenti. Era l'epoca delle bocche sboccate, senza mascherine. Sembra una vita fa. Ho seguito We are who we are come se fosse una serie di fantascienza. In questa nostra Italia divisa in gialli, arancioni e rossi, ho guardato con invidia e nostalgia all'arcobaleno abbacinante del solito Luca Guadagnino. Anche se a puntate, torna a raccontarci la sessualità, l'estate, l'insostenibile leggerezza dell'avere diciassette anni. Ritornato ai temi e alle ambientazioni di Chiamami col tuo nome, rinuncia agli anni Ottanta – gli stessi della sua giovinezza – per raccontarci il presente, e una generazione lontana tanto da lui quanto da me. Come può un regista cinquantenne raccontare gli adolescenti con tanta sapienza, senza costringerli alle pose plastiche o alla cattività dei copioni? “Siamo quello che siamo” è uno slogan, è un grido di battaglia, è l'autoaffermazione di un gruppo di millennials che in fondo desiderano ciò che desideriamo tutti: un posto nel mondo. Certo, sembrano aver genitori sin troppo permissivi. Certo, appaiono scalmanati e alticci: probabilmente non il migliore esempio da seguire, tra irruzioni notturne, matrimoni lampo e bevute fino al collasso. Ma i protagonisti di Guadagnino, lontani da qualsiasi giudizio morale, sono bestiole libere da vincoli e pregiudizi che formano un gruppo coeso di outsider. Vivono a Chioggia, in una base militare americana. Parlano un po' inglese e un po' italiano, praticano l'amore in un ambiente generalmente votato all'arte della guerra. L'irrequieto Fraser, uno strepitoso Jack Dylan Glazer, è l'ultimo arrivato: l'amicizia con Caitlin, la dirimpettaia, potrebbe diventare qualcosa di più? O lui, efebico e leggiadro, è gay? O lei, amante degli abiti maschili, è transgender? Questi diciassettenni non sono ossessionati dallo specchio. Come da titolo, non vogliono né definirsi né essere definiti. Fluidi, camminano sul bordo vertiginoso dei generi e degli orientamenti sessuali; della friendzone. Fresca, vulcanica e liberatoria, la serie è una boccata d'aria nuova. Di una leggerezza senza peso – al punto che la maggior parte delle scene sembrerebbero improvvisate –, conserva tuttavia un'impronta autoriale infraintendibile. Queste otto puntate, al pari dei personaggi che le popolano, rifuggono le etichette: sarebbe limitante, perciò, definire We are who we are un teen drama. Per i ritmi lenti, per il taglio verista, oltretutto non piacerebbe all'adolescente medio. Di neanche dieci anni più grande dei protagonisti, all'inizio ammetto di aver faticato. Poi è subentrata una curiosità entomologica verso il loro guardaroba, verso i loro discorsi, verso la loro identità sfumata. Sono belli, sono freschi, sono affiatati. Sono diversi. Ma diversi da chi? Appartengono alla cosiddetta generazione Y. Non la conosco, non mi ci riconosco, ma affascina oltre ogni dire, così come affascinano gli alieni e gli angeli. (8,5)

giovedì 5 novembre 2020

Recensione: Cose che succedono la notte, di Peter Cameron

| Cose che succedono la notte, di Peter Cameron. Adelphi, € 19, pp. 240 |

L'inizio di questo romanzo dobbiamo sbircialo attraverso un finestrino ricoperto di brina. Dall'altra parte, a bordo di un treno di cui sono gli unici passeggeri, siedono compostamente un uomo e una donna senza nome. Il mezzo di trasporto scorre tra tunnel e foreste, muovendosi senza posa in coni d'ombra che resteranno impenetrabili fino all'ultima pagina. Le temperature sono prossime allo zero. Il paesaggio, fuori, è quello di un imprecisato paese nordico situato sopra il sessantesimo parallelo. Da qualche parte, non troppo distante, si agita un mare ghiacciato. La coppia newyorchese si è spinta fino alla fine del mondo per adottare un bambino, una creaturina paffuta che chiameranno Simon. L'umore, nonostante tutto, non è dei migliori. Sposati da una decina d'anni ma minacciati dalla sterilità, l'uomo e la donna fronteggiano in silenzio un ulteriore dramma: la malattia di lei, giunta al punto di non ritorno. Mentre lui resta lucido, realista ma sempre affettuoso, lei si trincera invece nella rabbia cieca: preferirà confidare nelle magie miracolose dei ciarlatani, anziché nelle inutili premure del compagno.

Ricorda, tutti ci sentiamo così. Viviamo in un'epoca buia, nessuno riesce a trovare la propria strada. Procediamo a tentoni, come i ciechi. Somigliamo a quegli animaletti sotterranei che scavano la terra fredda e umida nella speranza di trovare una radice commestibile. Noi non siamo migliori. […] Ma ci sono cose peggiori dell'essere ciechi e del procedere al buio, cose molto peggiori.

Amandosi tra alti e bassi, a dispetto dell'incomunicabilità crescente, l'uomo e la donna trascorrono la prima di una lunga serie di notti di neve in un hotel dal nome impronunciabile: una struttura kitsch, tutta moquette a pelo lungo e arabeschi fuori moda, che sembra un incrocio tra la quarta stagione di American Horror Story e una commedia pastello di Wes Anderson. Coloro che affollano il bar e la hall, però, sono proprio usciti da un film esistenzialista del miglior Paolo Sorrentino. Ciarlieri, malinconici e solitari, gli altri ospiti sembrano mossi da un'euforia ingiustificata. Sconvolgono le simmetrie dei dipinti di Hopper e, amichevoli, pronunciano soliloqui teatrali e raccolgono confessioni intime. Mentre l'acquavite scorre a fiumi e le sigarette bruciano fino al filtro, l'uomo e la donna faranno in particolare la conoscenza della deliziosa Livia Pinheiro-Rima – un'anziana artista in là con gli anni, con un passato rocambolesco e una vistosa pelliccia d'orso – e di Henk, un panciuto uomo d'affari pronto a importunare il protagonista con continue avance sessuali. Il pensiero dell'adozione passerà improvvisamente in secondo piano quando la coppia verrà a sapere dell'esistenza di un guaritore, fratello Emmanuel: se esistesse una cura, il protagonista – destinato a diventare vedovo – non avrebbe più bisogno della “toppa” di un neonato? Il mio primo Peter Cameron, iniziato a Halloween, parte da spunti fortemente sinistri.

Non ha niente a che fare con l'amore. La gentilezza – che parola orrenda – la riserviamo a chi non amiamo, a chi non possiamo amare. Siamo gentili con quelli che non amiamo proprio perché non li amiamo. È lì che entra in gioco la gentilezza: quando non c'è amore.

La coppia spogliata di un'identità, gli scenari innevati e le stranezze diffuse, accanto alle riflessioni sul disamore e sull'elaborazione dei traumi, mi hanno ricordato moltissimo i fasti di Sto pensandodi finirla qui: l'ultimo capolavoro di Charlie Kaufman dove ogni stranezza si abbinava a un simbolo preciso e il mistero angosciante, nella poesia dell'epilogo, si trasformava a sorpresa in un musical. Forse non il romanzo più adatto per una conoscenza preliminare, soprattutto perché i dubbi del lettore sul reale significato della storia non verranno mai fugati del tutto, Cose che succedono la notte è una lettura atipica e suadente, personale e onirica. Una terapia di coppia raccontata in un eterno dormiveglia, in cui lo stile di Peter Cameron – rassicurante e caldo, con i suoi dettagli vitali, con i suoi dialoghi veritieri – aiuta le pupille ad abituarsi all'assenza di luce. Non tutto torna al proprio posto, anzi: a ben vedere manca un senso manifesto, una morale scritta all'ultimo rigo, ma il viaggio è stranamente confortevole. Me ne sono accorto verso la conclusione, afflitto dalla malinconia che solitamente accompagna la fine delle vacanze: in questo limbo ci avrei messo le tende. Lì dove avrebbe potuto prevalere l'irritazione, infatti, trionfa una curiosità irresistibile nei confronti di una psichedelia alla Becket. Cose che succedono la notte è un'elaborazione dell'inconscio e del quotidiano: più che a un incubo, spesso e volentieri somiglia a un sogno. Di quelli di cui al risveglio - sensazione frustrante ma bella – vorresti correre ad appuntare i dettagli su un foglio volante. Sceso dal letto, purtroppo, non li ricordi più.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Patti Smith – Because the Night