giovedì 30 giugno 2022

Recensione: I grandi sognatori, di Rebecca Makkai

| I grandi sognatori, di Rebecca Makkai. Einaudi, € 22, pp. 528 |

La rete lo ha paragonato al romanzo di Hanya Yanagihara e per un po' l'impressione è stata la stessa. Non c'è New York, ma Chicago. E ci sono Yale e Charlie – il primo un ambizioso gallerista in erba, l'altro direttore di un giornale politicamente schierato –, all'apparenza felici e monogami, che si amano nel mezzo di una popolosa galleria di amici geniali: attori dongiovanni che affrontano la vita come se fosse un parco divertimento, avvocati dalla voce stentorea, fotografi e artisti destinati a essere studiati in futuro dagli addetti ai lavori. Ma questa non è la loro storia, o comunque non soltanto. I grandi sognatori racconta di una generazione perduta: anzi tre. Rebecca Makkai, infatti, intreccia traumi collettivi e personali in un dramma fatto di corsi e ricorsi storici, dove la paura cambia nome – prima guerra, poi Aids, infine terrorismo – ma la perseveranza dei superstiti, invece, resta immutata. È una fortuna o una tragedia sopravvivere? È un dono o una maledizione trovarsi a essere il custode di mille storie di fantasmi?

Abbiamo vissuto qualcosa che i nostri genitori non hanno vissuto. Ci ha reso più vecchi di loro. E quando sei più vecchio dei tuoi genitori, che fai? Chi ti insegna a campare?

Strutturato tra passato e presente, il romanzo ha il personaggio di Fiona per filo conduttore: sorella minore di un giovane omosessuale morto nel clou degli anni Ottanta, è diventata prima l'anima del gruppo degli amici del defunto e poi, anni dopo, una madre talmente assente da lasciare l'unica figlia in balia di una setta religiosa. C'è un limite massimo all'amore che possiamo garantire agli altri? Fiona lo ha forse superato, al punto da essere ormai un guscio vuoto? Ultracinquantenne, vola nella Parigi del Bataclan per fare ammenda, ma laggiù il passato è più vivo che mai: come non pensare agli aneddoti della prozia, musa dei maggiori pittori della Belle Epoque, o a Yale – il più grande tra i sognatori – che fino all'ultimo tentò di rendere giustizia all'anziana?

Non ci pensi mai, che so, a dove andiamo dopo la morte? […] Secondo me è come dormire, ma aiutando a sognare il mondo. Qualunque cosa accade sulla terra, tutti i fatti incredibili che capitano, l'eruzione di un vulcano, per dire, nasce dai sogni collettivi di chi ha vissuto.

C'è tanto materiale per un romanzo solo: troppo, perfino per queste 500 pagine. Avrebbero avuto bisogno di essere limate, asciugate dagli eccessi, sintetizzate. Si fatica in particolare nella prima parte, quando l'autrice si addentra nei dettagli delle opere da autenticare o nella disputa tra gli eredi. Per fortuna, però, appare altrettanto meticolosa quando si giunge al focus principale: l'epidemia di Aids. Makkai, alla maniera della serie TV It's a Sin, fa delle ultime pagine un manifesto umano e politico di attese snervanti in ospedale, diagnosi spaventose, slogan e striscioni contro il sistema sanitario americano, deleghe e lasciti. I migliori amici erediteranno sciarpe a righe, scarpe troppo strette, del filo interdentale, perfino un gatto. E nel tempo che resta loro – purtroppo, mai abbastanza – offriranno al prossimo spalle su cui piangere e baci plateali in pubblico. Ti viene da ringraziarla, allora, quest'autrice con talmente tanto da dire, da dare, da sacrificare la compattezza di un romanzo che avrebbe potuto senz'altro essere migliore di così. Ti viene da correggerti e definirla non più disordinata, ma semmai generosa, con le sue trame densissime che tentano di risolversi a vicenda e regalano, in rewind, in sogno, una seconda illusoria giovinezza a Fiona, Yale e gli altri. In pegno – per noi, per la pazienza e le lacrime – lascerà un pugno di cenere e glitter.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – America

lunedì 27 giugno 2022

Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends

Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)

È stata la rivoluzione televisiva della sua annata. Un'esperienza lirica, appassionata, vertiginosa: in una sola parola, euforica. Tornata dopo una lunga gestazione sul piccolo schermo, la serie TV sulla generazione Z meritava grandi aspettative. Sarebbe stata nuovamente all'altezza? Sì e no. Pur confermandosi ineguagliabile per messa in scena, recitazione e scrittura, questa volta alza perfino di più l'asticella e propone un ciclo di episodi in cui, soprattutto in prima battuta, si fatica a trovare un filo conduttore coi precedenti. Le canoniche storyline devono sottostare a uno show nello show. Spesso antinarattiva, senz'altro tronfia ed eccessiva con i suoi barocchismi, a detta di alcuni un po' vuota, Euphoria sceglie il cammino dell'arte per l'arte. Come dimenticare gli sbarellamenti da Emmy di una sempre incredibile Zendaya, che per un'ora intera fugge – come in una canzone di Amy Winehouse – dai familiari che vogliono spedirla in rehab? Come non perdonare la rivelazione Sydney Sweeney, che a furia di pianti isterici e vestiti scollatissimi ci lascia dimenticare quei tanti comprimari mancanti di un'autentica evoluzione? Chi preferire, ancora, tra quest'ultima e la sorella minore Lexi, che si innamora di uno spacciatore e, a sorpresa, ruba la scena a tutti svelandosi a teatro? C'è chi, come quell'Eric Dane al centro di uno straziante coming out, sa imporsi comunque in questa fiumana densissima. E chi, come Hunter Schafer, regala rari palpiti accanto alla sua sofferta Rue: quelli lasciamoli ai triangoli amorosi che si sporcano d'ossessione; ai flashback su un'omosessualità taciuta per perbenismo. E ai voli pindarici di una terza stagione da tornare a commentare sui social, in futuro, puntata dopo puntata: da amare e odiare. (8)

Lui, goffo e timidissimo, mingherlino, è l’unico studente dichiaratamente omosessuale di una scuola maschile; l’altro, popolare e muscoloso, è già una promessa dello sport. All’apparenza lontani anni luce, i due adolescenti si scoprono compagni di banco e, presto o tardi, molto più che buoni amici. Può un amore nascente sfidare convenzioni sociali ormai scolpite nella pietra? Ispirata ai graphic novel della fortunatissima Alice Oseman e già confermata per altre due stagioni, Heartstopper è una serie da seguire con gli occhi a cuoricino. La piccola ma grande storia d’amore tra una vittima di bullismo e la stella della squadra di rugby, schierati – insieme agli amici più stretti – contro i luoghi comuni. L’originalità non è di casa, soprattutto considerato il target adolescenziale e progressista di Netflix. Ma gli attori tenerissimi, l’aplomb da commedia inglese, i colorati sprazzi fumettistici e il cameo di mamma Olivia Colman, sempre splendida, fanno davvero la differenza. No, non ho più l’età e qui e lì ho senz’altro percepito il divario generazionale. Ma quanta delicatezza e quanta dolcezza in questi episodi, tanto carini da apparire disarmanti: con i tempi che corrono, pregi di questi non bastano mai. (7)

Lei è una poetessa dall’aria malinconica, afflitta da una famiglia disfunzionale e da un passato da cui non riesce a liberarsi. L’altra, storica ex nonché migliore amica, è una musa scostante dall’accento americano. Gli altri, invece, più adulti di loro, sono una scrittrice di successo e il marito attore: infelici a modo loro, inseguono le emozioni della giovinezza perduta. Il quartetto dell’esordio di Sally Rooney arriva sul piccolo schermo ma non conquista. Per quanto fedele al romanzo, la serie vorrebbe essere più una riproposizione – impossibile – di Normal People che l’adattamento di Parlarne tra amici. Durante la lettura mi ero fatto un’idea diversa del romanzo: lo immaginavo sexy, verboso, dotato della leggerezza intelligenze delle commedie di Allen. Avrei voluto viverci. Qui, invece, è tutto più indie, intimista e inutilmente impegnato. Tutti appaiono perennemente tristi e pensierosi, nonostante i flirt continui e le vacanze gratuite in Croazia. Il cast, guidato dall’intensa e sconosciuta Alison Oliver (anche se l’elemento più memorabile è la voce di Joe Alwyn), è ben assortito ma manca di chimica. La regia di Lenny Abrahmson è un sogno da film Sundance. Ma questa volta sono i toni a sembrare fuori fuoco. Possibile che questa chiacchierata lunga dodici episodi coinvolga più quando si parla di endometriosi – argomento mai affrontato in precedenza sul piccolo schermo – che di poligamia? Provaci ancora, Sally: hai un altro romanzo – il tuo più bello – da trasporre. (6,5)

venerdì 24 giugno 2022

Recensione: L'arte di bruciare, di Sarah Hall

 
| L'arte di bruciare, di Sarah Hall. Sellerio, € 16, pp. 220 |

Sulla copertina di Una vita come tante c’è il primo piano di un uomo. Il viso increspato da una smorfia indecifrabile: estasi o dolore? L’arte di bruciare, arrivato in libreria sempre con Sellerio, si libra similmente fra eterni opposti: amore e morte. Inscindibili, si intrecciano in spire sensuali in un romanzo tanto breve quanto intenso. Quanto bisogna essere lontani dal pericolo per non lasciarsi vincere dall'angoscia della tempesta appena passata? Alla risposta, mutevole, è legato l'apprezzamento – o il biasimo – verso il romanzo di Sarah Hall. Con una prosa musicale e immaginifica, nelle corde di Tiffany McDaniel, la scrittrice britannica ci sfida a tormentare con le dita quella ferita che tutt'ora fatica a cicatrizzarsi: il Covid-19. In queste pagine ci sono l'aggressività e lo scetticismo nei confronti verso il prossimo, gli approvvigionamenti degni di un survival, le sirene in dissolvenza. Ma c'è, soprattutto, la commovente intimità del prendersi cura di qualcun altro.

Chi ha storie da raccontare sopravvive.

Immersi in un silenzio innaturale, cinti da una natura fiabesca e selvaggia, i protagonisti trovano rifugio dal contagio ai confini della civiltà: all'interno di un ex capannone industriale, ormai fucina creativa, che si erge al termine della brughiera come un Eden dove illusoriamente prosperare. Lei, Edith, è l'artefice di sculture controverse – per alcuni subito iconiche, per altri scandalose –, cresciuta con trascuratezza da una mamma scrittrice colpita da un aneurisma. Lui, Halit, è lo chef di un ristorante nordafricano: porta con sé due nomi, due vite, ma parla pochissimo dei traumi dell'immigrazione – il suo corpo, in compenso, dice tutto ciò che conta.

Se fossimo andati un po' più a fondo uno dentro l'altra avremmo trovato un nascondiglio.

Edith e Halit annullano le distanze, combattono la freddezza dello stato d'emergenza, si studiano nudi in nome della lussuria e per monitorare l'apparizione di sintomi eventuali. Raccontato a distanza di anni da Edith, ma non a distanza di sicurezza, il romanzo presenta una narrazione frammentaria. Ricorda i picchi di delirio delle febbri convulse: è un insieme di flash e suggestioni sparse, infatti, che l'attualità della materia raccontata contribuisce tuttavia a riordinare fino a formare un disegno organico. Anzi: un gruppo scultoreo. Di quelli contemporanei, spigolosi, vagamente inquietanti, realizzati con la pratica dello shou sugi ban: prevede di bruciare il legno per proteggerlo; di creare attraverso la distruzione. La vedo la scultura, sì: rappresenta due corpi che bruciano, di passione e febbre, fino a decomporsi: fluisce vita tra loro, fluisce vita in loro. È il virus, che li penetra mentre si penetrano. È il virus che, come un figlio del futuro, cerca un ospite in cui proliferare. Perché perfino la morte vuol vivere.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – I Set Fire to the Rain

lunedì 20 giugno 2022

3 romanzi social: Il profilo dell'altra | Non è al momento raggiungibile | Radio Silence

| Il profilo dell'altra, Irene Graziosi. E/O, € 16,50, ★ |

Chiacchierato e altamente instagrammabile, si è imposto – prematuramente – come novello caso editoriale. Se lo avessi identificato a colpo d'occhio per ciò che è, ossia l'ennesimo esordio narrativo trainato dalla popolarità dell'autrice, me ne sarei tenuto distante. Il pregiudizio mi avrebbe protetto dalla delusione. Ventisettenne senza arte né parte, sorella di una giovane suicida e compagna di un pretenzioso accademico, Maia si improvvisa collaboratrice di un'influencer. Gloria ha diciotto anni e nessun talento, a parte quello di apparire avvenente in foto. I suoi sorrisi sono vacui, o forse tristi? Il profilo dell'altra rimesta tra le tematiche più disparate (ambientalismo, femminismo, linguaggio inclusivo, disturbi psichici, revenge porn) come se si trattasse del cestone delle grandi occasioni: spaccia il suo rimestare, però, per alta moda e vorrebbe imporsi – invano – come analisi antropologica. Per riflessioni conturbanti sul potere illusorio della bellezza nella società dell'apparenza consiglio la visione di Personal Shopper e The Neon Demon: i corpi di Kristen Stewart e Elle Fanning, ritratte con toni horrorifici da due grandi registi, sono indimenticabili. Quelli di Maia e Gloria, invece, si frantumano tra le schegge di un romanzo che si interroga sul concetto di identità e, paradossalmente, ne è sprovvisto.

| Non è al momento raggiungibile, Irene Farinaccio. Mondadori, € 18, ★★★½ |

Non fatevi ingannare dalla copertina: promette a torto una commedia romantica. Non è al momento raggiungibile è un romanzo piccolo e terapeutico per guarire dall’ossessione che maggiormente ci attanaglia: la conta spasmodica di Like, followers e calorie. Trentasei anni e nessun progetto a lungo termine, Vittoria racconta alla nutrizionista/psicologa la sua dipendenza: ingozzarsi, di cibo e sguardi. Le basta una foto rubata accanto a un cantante famoso per trasformare la sua pagina Instagram in una vetrina per panini con la porchetta, cotolette surgelate, vestiti griffati: il suo parere, riassunto in una didascalia, è denaro. Arriverà perfino in TV. A ritroso, il soliloquio di Vittoria pennella il ritratto di una donna nella morsa della solitudine: ha un nome augurale, ma macchie d’unto sulla maglia e rapporti irrisolti col sesso maschile. Connessa con il mondo ma disconnessa da sé stessa, ricorderà l’equilibrio per andare in bici? Flusso di coscienza tanto brillante quanto severo, il romanzo di Valentina Farinaccio ha il respiro dell’autofiction e una specie di lieto fine, benché sudatissimo, sul palcoscenico più famoso d’Italia. A fine lettura, ho scritto una dedica in prima pagina e ho regalato la mia copia a un'amica ritrovata: esaurito su di me il suo potere lenitivo, quest'elogio al fallimento andava condiviso con il prossimo.

| Radio Silence, Alice Oseman. Mondadori, € 15, ★★★ |

Lei, rappresentante d’istituto destinata a Oxford, è una macchina di successi scolastici. Lui, studente laconico ferrato sui logaritmi, vive all’ombra del popolare migliore amico. Spersonalizzati dalle divise scolastiche – tutti grigi, tutti uguali –, i protagonisti di Alice Oseman vivono una doppia vita: quella pubblica e quella nerd. Frances è una maga delle fan art e, a dispetto delle aspettative altrui, vorrebbe studiare belle arti. Aled, protetto dall’anonimato, è invece l’artefice di un misterioso podcast YouTube sulla bocca di tutti. Mentre gli adulti pretendono l’eccellenza a ogni costo, i giovani – amici, ma innamorati mai – si scoprono combattuti tra senso del dovere e vocazione, l’esigenza di essere invisibili e quella di essere sé stessi. Già autrice della serie Heartstopper, Oseman è in libreria con una nuova storia ad alto tasso di adorabilità: una riflessione agrodolce sulle gabbie del sistema educativo americano, in cui si parla di abusi psicologici, libertà di espressione e fluidità sessuale. Bravissima nel maneggiare temi tanto sensibili, l’autrice si perde però in lungaggini di troppo e in una scrittura sì immediata, ma senza lampi di interesse. Anche se fuori target, mi sono goduto le maratone dei film di Sofia Coppola e Miyazaki sul divano. Ho invidiato le felpe extralarge e le scarpe dai lacci fluo dei protagonisti. Ho ascoltato con empatia le voci di Frances e Aled: domandavano di considerarli speciali, non famosi.

lunedì 13 giugno 2022

Recensione: La fortuna, di Valeria Parrella

| La fortuna, di Valeria Parrella. Feltrinelli, € 16, pp. 140 |

Ai miei studenti non ho dato compiti per le vacanze. Difficilmente sarò il loro insegnante anche il prossimo anno e, onestamente, non ho mai creduto nelle letture obbligate. L’ultimo romanzo di Valeria Parrella, però, avrebbe potuto essere la mia eccezione alla regola. Piccola storia di formazione con una grande scrittura alla base, è un prezioso bignami di storia e cultura romana. E, soprattutto, un’avventura comune a tutti i giovani d’oggi: crescere dritti e robusti, coraggiosi, senza lasciarsi piegare dal caos tutt’intorno – impresa degna di un vero eroe. Come ci insegna la mitologia, ci sono tre parche a tessere la tela della nostra esistenza: annodano in trame misteriose vita, destino e morte.

Perché il desiderio è nascosto, si innalza dalla terra, è il cuore stesso della terra, e noi siamo terreni.

È possibile torcere a nostro vantaggio il filo di quella centrale? Essere, insomma, più forti del divino? Se lo domanda Lucio, diciotto anni, che ogni sera lascia le imposte semiaperte sperando che ci si intrufoli di soppiatto la Fortuna: soltanto lei, scritta rigorosamente con la maiuscola, può stravolgergli la vita. Nato con un occhio guercio – troppo fragile, dunque, a detta degli altri –, il protagonista diventerà tuttalpiù un senatore: mai un gladiatore, mai il condottiero di una nave. Ma la costruzione di un’orazione – glielo spiegano i suoi maestri, Quintiliano e Marziale – non è poi troppo diversa da quella di un’imbarcazione. Come preferire, tuttavia, l’astrattezza delle parole alla gloria di un futuro d’azione? Il Colosseo, intanto, è in costruzione sotto lo sguardo attento di Vespasiano; l’amato Tito conquista Gerusalemme; Plinio il Vecchio allestisce la propria flotta. Presto, all’orizzonte, si profila una nube di fuoco, pioggia e lapilli; un prodigio che sconvolge il cielo, la terra e la giovinezza. Per tre giorni e tre notti l’eruzione del Vesuvio terrà l’Impero in scacco. Descritto in maniera particolareggiata, quest’evento apocalittico rappresenterà l’iniziazione all’età adulta per Lucio e gli altri ragazzi della sua generazione: si sbucherà dall’altra parte della nube tossica ingrigiti dalla cenere, invecchiati, per sempre mutati.

Vivono solo gli dei e ciò che gli assomiglia: quando abbiamo riso per una sciocchezza. Cercare la tua schiena nella notte. Quella bracciata che mi fa tutt’uno con il mare. Il momento in cui mia madre poggiò la sua mano sulla mia, guardando lontano oltre il davanzale. Essere uomo e cavallo nel galoppo. La lama del primo gladio che mi fu regalato. E tu, lenta ginestra.

L’autrice napoletana, con una lingua immediata e seducente, firma un romanzo di formazione esile ma densissimo, capace di condensare in un centinaio di pagine tutto ciò ci affanniamo a memorizzare tra i banchi di scuola: la pietas filiale, l’adesione al mos maiorum, il potere eternatore della letteratura. C’è magia in Lucio, nell’eccezionalità di uno sguardo deviato – straniato – che ricorda quello di Mattia Pascal. C’è magia nella lava, che, sotto la sua coltre spessa, annienta la vita e la preserva al tempo stesso. Cosa resterà delle ambizioni di Lucio, del suo amore per l’amato Aulo e dei giochi della Fortuna? Ce lo racconteranno gli scavi archeologici, la memoria delle ginestre, le parole fuori dal tempo di Valeria Parrella.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Two Steps from Hell – Nero

venerdì 20 maggio 2022

[Strega 2022] Recensione: Spatriati, di Mario Desiati

| Spatriati, di Mario Desiati. Einaudi, € 20, pp. 288 |

Inizia alla maniera dei film che piacciono a me: lui incontra lei. Non sono semplicemente due esseri umani profondamente diversi tra loro – quindicenni, per la precisione, e dunque già separati dall'abisso che intercorre tra i maschi e le femmine nel corso dell'adolescenza –, ma fronti opposti pronti a generare tempeste tropicali. Lui, Francesco, vive una giovinezza oscura e noiosa, fatta di campi riarsi e pomeriggi all'oratorio. Lei, anticonformista e raminga, abbaglia con una cascata di capelli rossi e il look da maschiaccio. A unirli sono la profonda provincia pugliese, di una bellezza arcaica e soffocante; la relazione adulterina fra i rispettivi genitori, clandestini eppure liberissimi; un'amicizia elettiva, spesso a confine con l'amore, lunga tre decenni. A separarli, invece, sarà tutto il resto. Colti nel corso del loro infinito viaggiare, incapaci di intrecciare le loro solitudini al pari degli amatissimi protagonisti di Sally Rooney, Francesco e Claudia macinano chilometri in fuga dalla peggiore delle guerre: quella contro loro stessi.

A volte si leggono romanzi soltanto per sapere che qualcuno ci è già passato.

Lei, girovaga estranea a qualsiasi senso di smarrimento, sonderà negli anni Milano, Londra, Berlino: andrà in esplorazione e, tra chiamate Skype ed email, aggiornerà l'altro sulle emozioni della musica techno, sugli amanti innumerevoli, sulle tappe di una carriera ondivaga. Lui, invece, destinato a ingrigirsi sempre più per via della totale negazione di sé stesso, ascolterà e si struggerà in silenzio. Esiste una patria comune in cui è possibile non soltanto essere una coppia, ma perfino una famiglia? Mario Desiati, con una prosa vibrante di smania e malinconia, sublima i sogni e le paure di una generazione in un romanzo inquieto, selvaggio, intimamente mio (che da quando ho visto The Dreamers invidio la dissolutezza pornografica delle capitali europee, ma fantastico, d'altra parte, di trasferirmi in trullo a leccarmi le ferite). Erigere la propria identità richiede costanza e lavori graduali di manodopera: lo stare fermi, giacché senza fondamenta si è destinati inevitabilmente a crollare. Imporsi nel mondo significa vegliare sui progressi di un cantiere imperituro – il nostro.

Ero un'erbaccia selvatica, ferrigna e cocciuta, ma estirpabile senza proteste da un momento all'altro. Eravamo migliaia così, anelavamo alla casualità dell'umido e della pioggia, con la gioia di chi si trova nell'unica patria possibile, quella in cui non rispondiamo a nessuno di ciò che siamo.

Si può costruire qualcosa scappando? s'interroga Spatriati. E ispira il suo autore, così, nella messa a punto di una lingua franca a metà strada tra i dialetto e il tedesco: l'esperanto della ritirata. Siamo lavori in corso e foto uscite mosse. Siamo cervelli in fuga e cuori in avanscoperta. Abbiamo il terrore di ricominciare altrove e di restare dove siamo. Non sapremmo vivere in un posto senza il mare, ci diciamo, né vivere un'esistenza intera nei panni stretti in cui siamo cresciuti. Forse il trucco è chiudere gli occhi, lanciare un dado e giocarci il futuro a sorte: assumere vitamina D in pastiglie per sopravvivere all'estero alla mancanza di sole. Forse, se questa vita è un abito tagliato male – un travestimento da impostori in cui, ormai, non ci riconosciamo più –, l'unica salvezza è spogliarsi nudi da capo a piedi. Come San Francesco d'Assisi. Come i depravati felici nei fetish bar di Berlino.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Madame feat. Sangiovanni – Perso nel buio

martedì 10 maggio 2022

Recensione: I giudizi sospesi, di Silvia Dai Pra'


I giudizi sospesi, di Silvia Dai Pra’. Mondadori, € 20, pp. 492 |

Negli anni Novanta, gli stessi dell'avvento Berlusconi, i magnifici Giovannetti vivono in una cittadina residenziale a venti minuti da Roma. Si fregiano del loro cognome come di una medaglia al merito. Ambiziosi, attraenti e talentuosissimi, si professano comunisti ma si tengono ben stretti, intanto, i loro privilegi; si dichiarano non tabagisti ma, calata la sera, eccoli con una sigaretta fumante stretta tra le labbra. Benché ormai in pace con le contraddizioni, i non detti e le bugie della propria stirpe – rigorosamente composta da accademici figli di accademici –, i protagonisti della sorprendente Silvia Dai Pra' non sono abbastanza lungimiranti da prevedere la perdita della loro aura. Sempre a un passo dal crollo, destinati a invecchiare precocemente e a vivere cristallizzati nel passato, si tormenteranno per trenta lunghi anni con lo stesso interrogativo assillante: di quale colpa si sono macchiati in un'altra vita per meritarsi tutto quel male?

Penso che i miei genitori, in quella solitudine affollata che gli altri chiamano famiglia, fossero in fondo una bella coppia; penso che non si meritassero ciò che hanno vissuto, se mai qualcuno merita quello che accade, se, da qualche parte, in qualche modo, in tutto questo c’è un senso.

L'annientamento, per loro, ha le fattezze di James Tocci: affascinante e diabolico sin dall'adolescenza, collezionista di donne e guai al pari del peggior Nino Sarratore, seduce e abbandona a momenti alterni Perla, la primogenita della famiglia. Preziosa di nome e di fatto, la ragazza manderà alle ortiche un avvenire radioso alle ortiche per scimmiottare lo struggimento amoroso della poetessa Sylvia Plath e vivere di espedienti. Cosa ha sbagliato l'adorato papà, che da sex symbol del corpo docente del liceo classico si trasformerà in un derelitto dalle scarpe bucate? Dove ha fallito la madre, mite insegnante d'arte che, al contrario del consorte, si rifugerà in un’ambiziosa ascesa lavorativa? A raccontarli è Felix – la pecora nera, il figlio minore dal sette in condotto – che, con la scusa di rimettere insieme i cocci dei Giovannetti, rimanda a domani le scelte importanti. Eterno Peter Pan, cinico e disincantato, resta prigioniero della propria adolescenza – stessi luoghi, stesse cotte, stessi sogni infantili – pur di modificare ciò che è stato. Libero dalle aspettative altrui, si rifugia in tradimenti seriali e in horror di serie B. Prova repulsione al pensiero di diventare padre, ma si occupa degli altri, intanto, con commovente devozione.

Occuparsi del dolore degli altri è il modo più economico per non avvertire il proprio.

Alle prese con un convincentissimo punto di vista maschile, abile tanto nell'indovinare i giusti equilibri quanto nel proporre dialoghi squisitamente cinematografici, l'autrice parte da un evento piccino – la nascita di un amore contrastato – e costruisce una saga familiare ad ampio respiro, amara e speranzosa insieme, in cui gli incubi dell'attualità (ci sono tutti: dalla violenza di genere al lockdown) fanno puntualmente capolino in chiusura. Che fine ha fatto Perla, che da macchina di trionfi scolastici è diventata un nome da pronunciare mordendosi la lingua – un lutto in vita, una vergogna? I giudizi sospesi parte come Pastorale americana, si sporca del crime di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e si rifugia, infine, nella dimensione sospesa del suo bel titolo. Né commedia né tragedia, è tutto ciò che c'è nel mezzo. Come in un film di Paolo Virzì. Come nelle irresistibili famiglie infelici a modo loro – e a modo nostro.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sally - Vasco Rossi