mercoledì 23 maggio 2018

Recensione: L'animale femmina, di Emanuela Canepa

| L'animale femmina, di Emanuela Canepa. Einaudi, € 17,50, pp. 260 |

L'animale femmina si chiama Rosita. Minuta e poco appariscente, ha imparato subito a mimetizzarsi. Il parlare controllato per paura che le vocali troppo aperte o troppo chiuse del dialetto casertano rivelassero al nord, dove in fretta si è adattata, le origini che ripudia a testa bassa. La propensione all'anonimato, nutrita cancellandosi via dalle labbra accenti sbagliati e rossetto. Senza un filo di trucco, così, la ventiseienne sfugge all'incalzare dei predatori e agli spari dei bracconieri. Studentessa di Medicina fuori sede e fuori corso, Rosita – cassiera con uno stipendio da fame che non le assicura neppure il poco d'indipendenza economica che cercherebbe – si ritrova con un debito verso il padrone di casa e, testimone di uno scippo ai danni di una domestica straniera come tante se ne vedono, con un portafoglio per le mani. Esporsi suonando al campanello di una sconosciuta, in nome della tacita solidarietà tra disgraziati, è l'isolato gesto di gentilezza che la porterà nella tana di Ludovico Lepore: lo sfarzo impersonale delle case ricche ma senz'anima, l'odore di pipa che riaccende in lei il ricordo di un padre conosciuto a malapena, il busto in soggiorno di Madame du Barry – da prostituta ad amante del re di Francia – a ispirare nell'anziano interlocutore il racconto di una memorabile scalata al potere. Rosita ha piccole ambizioni di autonomia e Lepore, avvocato ultrasettantenne specializzato in diritto di famiglia, è il solo che possa aiutarla: anche se la sua proposta di lavoro suonerà indecente con il senno di poi; un patto col diavolo. L'esordiente Emanuela Canepa, vincitrice all'unanimità del premio Calvino, sembra raccontare all'inizio la favola amara di una donna in carriera. Come Anne Hathaway nella commedia già cult, la protagonista deve fronteggiare un datore di lavoro che la sottovaluta per la sola colpa di appartenere al genere femminile e una guida sul campo, l'inarrivabile Renata, che la illumina con una punta di compiacimento sugli incartamenti in archivio e la mìse da sfoggiare. Dove vuole andare mai, altrimenti: troppo trascurata, troppo magra, troppo bambina? Lepore le chiede di acquisire abilità con la moka, perché i meriti di una donna si giudicano dai caffè che serve, e di incarnare il luogo comune della segretaria media: la divisa d'ordinanza comprende perciò gonna al ginocchio e camicia dai colori neutri, tacchi alti e occhiali non graduati per vezzo, un make up leggerissimo.

Sa perché non sono ancora in pensione? Perché mi diverto moltissimo. Le femmine sono animali interessanti.

Da dietro la sua scrivania, l'avvocato guarda le cose succedere come un demiurgo pettegolo e manipolatore, a cui unire, però, lo sguardo curioso dell'antropologo. Si gode la soddisfazione di mettere in imbarazzo il prossimo dall'alto del suo pregiudizio. Si fa beffa del dolore delle sue clienti, spesso facoltose ereditiere abbandonate a loro stesse, e chiede alla sottoposta attenti resoconti: tutte uguali, tutte illuse, le donne per Lepore sono incapaci di dichiarare resa e di considerare il matrimonio quel che è, un progetto di disfacimento a lungo termine. Scandalizza la protagonista, violando il segreto professionale e non astenendosi mai da giudizi soggettivi, eppure non cerca il sesso con avances altrettanto fuori luogo, ma l'obbedienza di una seguace. Rosita, impercettibilmente, cambia nel corso di quest'apprendistato. Sfaccettata, mutevole, con abbastanza tempo libero per tornare sui libri senza più il pensiero del lunario da sbarcare e una passata di rossetto scarlatto, è un'altra persona. Si deve forse vergognare di trovarsi bellissima allo specchio? Degli amanti anaffettivi che d'un tratto si fermano a dormire, del corriere che si prodiga in mille gentilezze, di una nuova consapevolezza di sé che francamente fa comodo? La madre da cui è scappata alla prima occasione buona per paura di diventarne l'ombra – un automa bigotto che lava e stira e, alla cornetta, spera di vederla tornare all'ovile con la coda tra le gambe – avrebbe da ridire. Le ha spiegato a dodici anni che il sesso non va fatto per piacere, che la femminilità va mortificata, quando invece sono un'arma a doppio taglio: le migliori forme di attacco e difesa. Lepore, si rende piano conto, ha ragione da vendere e torto marcio. Ma quanto liberi si può essere, alla fine, se in un harem di eterne debitrici: la parola resilienza pronunciata alla stregua di un'imprecazione e le mani che prudono, causa dermatite nervosa, come quelle di Lady Macbeth? Quanto costa vedere padroneggiare un tiranno, e dovergli anche dire grazie?

Il momento in cui cominci a capire chi sei è lo stesso in cui diventa superfluo spiegarlo a chiunque.

Vicenda essenziale ma tenuta in piedi con estrema grazia, L'animale femmina seduce con la morbidezza dei suoi movimenti e si legge con la frenesia del thriller. Da un lato c'è una farfalla che, dalla sua teca di vetro, scruta di sottecchi le mosse affaticate di quel vecchio – spregevole ma straordinario, nonostante l'età avanzata e il maschilismo velenoso: pensate allo stilista dell'ultimo Day Lewis e dategli il volto del nostro Roberto Herlitzka – e si domanda chi tenga il coltello dalla parte del manico, chi abbia più bisogno di chi. Dall'altra, in capitoli che virano al color seppia degli anni Cinquanta, ci sono due adolescenti diversi ma inseparabili che non sanno ancora che la loro lunga amicizia è stata in realtà tutta un lungo corteggiamento: un efebo acquistato in gita a Volterra darà il via a una spietata sfida per dichiararsi, per aversi, che farà prima di un grande amore, poi di una strana vendetta, il bastone della loro vecchiaia. 
Gli uomini serbano inutile rancore e le donne fanno, in un romanzo giocato sul filo sottile dell'ambiguità. Fermo a un torto che non sa perdonare, a una sciocca scusa, l'animale maschio ha bisogno infatti di una spinta per andare oltre. La femmina, complice ed esca insieme, per tutto il tempo è stata invece al sicuro dalle zanne del falso dominatore. Troppo impegnato a mordersi la coda per sapere che l'altra, incolume, della gabbia dorata era la serratura e la chiave
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Anche un uomo

lunedì 21 maggio 2018

Recensione: Così crudele è la fine, di Mirko Zilahy

| Così crudele è la fine, di Mirko Zilahy. Longanesi, € 18,60, pp. 418 |

Se ogni romanzo è un viaggio, una trilogia è una vacanza di cui riconfermare anno dopo anno la meta. In fondo si ritorna sempre dove si è stati bene: perché cercare altro, oltre? Sono tornato a Roma, tra le pagine di Mirko Zilahy, per la terza primavera consecutiva: inizia a fare troppo caldo per i miei gusti, le giornate ad accorciarsi, ma lo scrittore – italianissimo, nonostante il cognome – ti sfida a sentire freddo, i brividi a fior di pelle, e a credere che le ore di buio siano inesorabili, per quanto brevi. Nella capitale in cui Brown cerca il folklorismo da esportazione facile e Carrisi i misfatti del Vaticano, Zilahy batte invece territori poco noti: scavi archeologici minori, ma non per questo indegni di interesse, e atti d'ordinaria follia che abbiamo già avuto il dispiacere di leggere sui giornali di cronaca – l'inquietante avvento di squadroni neonazisti alla caccia di minoranze alle strette e perfino le famigerate buche sull'asfalto, capaci di strappare qualche sorriso inaspettato negli accidentati inseguimenti in automobile.

C'è chi ci mangia, trafficando sulla mondezza di oggi e sui tumori di domani. Stessa gente, stessi cognomi, stessa storia. Sempre e per sempre, nella città eterna.

Su uno sfondo sempre scenografico, seguiamo i passi cauti del commissario Enrico Mancini: gli ultimi, spiace ricordarlo, se alla fine di una serie che ce l'ha mostrato disperato, furente, umano. Si è deciso a guarire dal lutto, complici la psicologa del distretto e il recente amore per una collega: via i guanti che lo separano dall'esterno, che lo proteggevano dal contatto fisico, ma ecco comparire una barba incolta ad alterarne i lineamenti. Come se stesse meglio, certo, ma non abbastanza da venire a patti con sé stesso: i sensi di colpa non vanno mai a dormire. Chi è Enrico Mancini? Senza mostri, senza guanti, senza gli oggetti appartenuti all'amata Marisa? Chi è quando questo capitolo si chiude, senza più mostri da stanare? Si parla di identità: la parola chiave. Quella che il protagonista cerca di ricostruire, nel suo piccolo, e quelle che un serial killer strappa alle vittime: mutilate, disseminate tra le rovine dell'antica Roma, guardate autoannientarsi con la sincera curiosità di un apprendista antropologo. Stando al profilo che ne tracciano: caucasico, di mezza età, all'apparenza irreprensibile, cresciuto nella scuola di vita di ogni psicopatico tra abusi fisici e privazioni. Gli indizi: nei disegni d'infanzia, nei fascicoli polverosi, in casi in cui la giustizia ha fatto cilecca. La squadra brancola in preda ai dubbi. Le vittime appaiono scollegate. La stampa, a causa delle soffiate di una misteriosa talpa, accusa Mancini di negligenza. Il profiler addestrato a Quantico ha forse perso i suoi sensi sopraffini, il tocco?

La discesa, la chiamo così. Una specie di immersione nella palude mentale dei miei assassini. E' una discesa che si fa con gli strumenti adatti e un salvagente, anzi, direi uno scafandro. Gli strumenti sono oggettivi. Sono le cose che conosciamo, come si muove, la sua firma, le tracce che lascia. Lo scafandro invece è una specie di corazza che ogni profiler indossa quando deve calarsi nell'inferno interiore di quei soggetti.

Assieme a lui, volti e nomi che abbiamo imparato a conoscere: Caterina e Walter, in crisi per il desiderio di lei di adottare il piccolo Niko, bambino rom inverisimilmente propenso a cacciarsi nei guai; Antonio e Alexandra, personaggio femminile che ancora una volta mi è parso ininfluente, che fanno i conti con il coinvolgimento della Nigro nel caso precedente; il professor Biga, incapace di rassegnarsi all'inoperosità della sua triste situazione clinica; l'infido Gugliotti, già proiettato verso la pensione e roso dalla gelosia per una relazione – quella tra Enrico e Giulia – nata come uno sgarbo nei suoi riguardi. Cosa manca a tutti loro, mi sono domandato nell'arco di una lettura cinematografica che eppure convinceva meno del previsto? Gli spazi personali, il privato: continuamente squillano i cellulari, le ricetrasmittenti gracchiano, le soffiate anonime interrompono qualsiasi tentativo di intimità – tralasciando la coppia Caterina-Walter, Mancini e la Foderà in quattrocento pagine avranno appena pochi passaggi fianco a fianco, evitando i silenzi parlanti, la loro stessa relazione, casa. Zilahy in precedenza li ha scavati, ha approfondito i loro talloni d'Achille, per poi farne cosa? Restano gli omicidi suggestivi (il più coreografico implica la mummificazione con del gesso liquido), i parallelismi affascinanti tra il boia e un investigatore quanto mai indolente, una scrittura bella ma diversa. Concitatissimo, questo Zilahy taglia, sfoltisce, aguzza gli spigoli e toglie quel che era superfluo solo a un'occhiata superficiale – il lirismo consueto, quel gusto barocco tanto atipico per un thriller, è riservato alle pagine in corsivo che descrivono in soggettiva i punti di vista di assassino e vittime – e che, in verità, sul lungo tratto era la sua grande forza.

E' un momento di passaggio. Una lunga mezzanotte sociale. E quando cala il sole gli animali sordidi e vigliacchi emergono dal nulla in cui vivono le loro esistenze.

Questo puntuale congedo si legge da sé, ma non mi è parso poi così crudele, così memorabile. Per arrivarci, tuttavia, è necessario prima passare dai capitoli precedenti: la conoscenza di uno scrittore impareggiabile – professionalmente, umanamente – allora vi ripagherà dall'attesa, e da colpi di scena a volte assestati più debolmente di altri. Così crudele è la fine ricorda ai lettori l'importanza vitale del buio. Essenziale per contrapporlo alla pace del giorno. Per affannarsi strenuamente a cacciarlo e, nel mezzo della ricerca, scoprirsi vivi. E scoprirne magari il senso che sfugge, nel riflesso di uno specchio in frantumi.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Linkin Park - In The End 


venerdì 18 maggio 2018

Mr. Ciak: Tuo, Simon (2018, Greg Berlanti)


Non so chi sei ma io sono qui: il titolo di un romanzo young adult letto lo scorso autunno e, con amara sorpresa, da me poco apprezzato. La concezione di amore telematico, sincero perché anonimo, con l'avvento dei social. Le maglie della rete non come pericolo generico, questa volta, ma come protezione: il picchiettare sui tasti che conforta, di notte, le anime solitarie. 
Se il film, visto in anteprima a una proiezione gratuita lo scorso lunedì, è stato un inaspettato successo di pubblico in patria, probabilmente la storia la conoscerai già: Simon, diciassette anni, ha un amico di penna e un segreto. Omosessuale non dichiarato, di questo amico si è innamorato tra un messaggio e l'altro: in un'esistenza altrimenti tranquilla, da manuale, ci sarebbe spazio per il ragazzo che in calce si firma Blue? Mamma Jennifer Garner e papà Josh Duhamel, abbastanza liberali da guardare The Affair in compagnia dei figli e da scherzare su argomenti protetti altrove dal politicamente corretto, non giudicherebbero; per i migliori amici – nel gruppo anche Katherine Langford, attesa al varco per la seconda stagione di Tredici – resterebbe l'adolescente spigliato e intelligente di sempre. Ma Simon Spier, ormai un mistero anche per sé stesso a furia di mentire, chi è davvero? Mentre la scuola è presa dalle prove di una versione amatoriale di Cabaret, qualcuno minaccia di sbugiardarlo. 
Al cinema si mantengono gli stessi protagonisti, lo stesso intreccio un po' giallo e un po' arcobaleno, ma per fortuna si cambiano titolo e tempi. Tuo, Simon arriva in sala per sfatare i luoghi comuni (ad esempio: chi dice che il romanzo è sempre meglio della trasposizione?), e si porta dietro una sceneggiatura dagli equilibri invidiabili e il lanciato Nick Robinson per protagonista – anche lui, come la commedia che lo consacra definitivamente novello teen idol, è di una naturalezza disarmante. In un altro film sarebbe stato forse la spalla comica, il comprimario inservibile: infatti non sa cantare, indossa felponi poco appariscenti, ha una famiglia esemplare e non eccede mai con colpi di testa o di cuore. Qui guadagna il centro della scena suo malgrado. E diventa grande, più sé stesso di quanto prima non fosse, facendo capolino dal proverbiale guardaroba. Ma lo sbalzo termico fa sempre paura, e il giudizio degli altri purtroppo conta. Così Simon rischia di farsi pensieroso, egoista, manipolatore per legittima difesa. Cerca disperatamente Blue nel pianista dello spettacolo scolastico, nelle attenzioni di un cameriere gentile, nel complicità di un coetaneo che gli ha aperto casa ad Halloween. E prende sottogamba l'amica innamorata del ragazzo sbagliato; l'ultima arrivata in città, bella e spensierata solo in superficie; il cyberbullo bisognoso di considerazione. Lo aiuta a vedere meglio, a mettere a fuoco ciò che conta davvero, la saggia direzione del convenzionale ma sensibile Greg Berlanti (un paio di trovate divertentissime tocca proprio riconoscergliele: la sequenza in cui tutti i personaggi, gay e non, fanno outing in famiglia; l'immaginario flashforward a tinte musical). Si parla di identità, non soltanto sessuale. Si parla a un pubblico trasversale, senza impastoiarsi mai nei drammi del cinema LGBT né togliere immediatezza alla problematicità dei diciassette anni. Non c'è un finale che preveda morte e solitudine, tirate un sospiro di sollievo: l'adolescenza è una montagna russa, ma se lasci un posto libero qualche coraggioso verrà a sedertisi accanto. Non c'è l'elitarismo di Guadagnino, lo struggimento di Lee, la denuncia sociale di Jenkins. 
Tuo, Simon non fa due pesi, due misure. Raccontato, nel bene e nel male, come fosse una storia qualunque: di quelle che ti fanno uscire dalla sala sorridente e toccato. Sulla semplicità di essere strani. Sul diritto sacrosanto di meritarsi un amore su misura, alla luce del sole. Su una libertà che fa tendenza. (7)

mercoledì 16 maggio 2018

Recensione in anteprima: Lonely Betty, di Joseph Incardona

| Lonely Betty, di Joseph Incardona. NN Editore, € 12, pp. 110 |

Il Santo Natale dovrebbe sempre portare la neve. La neve dovrebbe sempre portare il mistero. Il mistero dovrebbe sempre la verità. Si parte in questo preciso ordine: una tormenta che sotto le feste fa scendere le temperature sotto zero, il crimine irrisolto di una triplice sparizione attraverso il punto di vista di una testimone eccezionale, il desiderio quasi incidentale di dare giustizia alle piccole e innocenti vittime che furono. Chi ha ucciso i fratelli Harrys? Dopo la frenesia delle indagini iniziali, la domanda a proposito del loro destino ha perso d'urgenza, di importanza, finché un giorno come un altro non ha semplicemente smesso di riecheggiare. Nella centrale della polizia; tra le strade battute della Contea di Durham, Maine. Qualcosa cambia in occasione del centesimo compleanno di Betty Holmes, chiusa in una casa di riposa – e in un meditabondo silenzio di tomba – da decenni e decenni. All'improvviso apre bocca e, con un colpo di teatro da grande attrice, chiede un colloquio con il tenente John Markham.

Mentre Sally si allontanava, Betty fissò con intensità la terra coperta di neve, come se sapesse con esattezza cosa c'era seppellito lì. E dove.

A modo loro, sono entrambi i pilastri della comunità: lei maestra di innumerevoli generazioni di scolari, licenziata per negligenza in seguito alla scomparsa in sincrono degli ultimi arrivati in classe; lui vecchio cowboy ormai in pensione, che non ha abbastanza pazienza per giocare a carte con l'unico nipote o per stare a sentire storie dell'orrore. 
Quello di Joseph Incardona, scrittore di mamma ginevrina e padre italiano, sembrerebbe un incastro dei più classici e consolidati: il passato che torna, e miete un'ultima vittima. A ben vedere, però, non tutto torna in un romanzo che preferisce non prendersi mai troppo sul serio: dalla psichedelica copertina lynchiana alle ambientazioni statunitensi, da qualche nome che ricorre con fare sospetto (Dolores, Carrie, un bambino inquietante chiamato Stephen) ai capitoli a singhiozzo. Meglio degnare di una seconda occhiata i personaggi, allora, che le righe le travalicano e tra le righe, a volte, si accorgono di vivere. Perché questo sbirro incartapecorito ha una figlia stripper e un linguaggio ingiurioso, per di più nel giorno della nascita di Gesù-Cristo-Nostro-Signore; la candida centenaria confinata nella camera 17 risulta razzista, bisbetica, alle prese con una brutta indigestione da purè di patate e ronzii parlanti oltre le palpebre abbassate; la vice sindaco Sarah Marcupanni manderà parzialmente all'aria i festeggiamenti per Betty – un coro di bambini sotto shock, una torta da prendere e buttare, un solenne bouquet scambiato con una corona funebre –, troppo presa a immaginare i baci umidissimi della secondina Savannah.

Quello, anche, era la vita, sfiorare il dolore e tirare diritto, senza voltarsi.

Lonely Betty ha una scrittura infarcita di informazioni e parolacce come se piovessero, politiche bisex e infermiere maggiorate, Stephen King per vicino di casa e forse dramatis persona. E' una folle fantasia erotica e metaletteraria. Un omaggio e una parodia insieme (degno della sequenza dell'Overlook Hotel nel bel mezzo del rumoroso Ready Player One) di uno scrittore, di un genere, che a pennellate leggere sa realizzare spassosi bozzetti di vita vissuta e di mystery. Sudditi del Re, all'appello: questa volta siete chiamati in causa e, vi avviso, riderete di voi e di Incardona sentendovi perfettamente a casa. Come tutti i giochi innocenti che prestano fede ai proverbi delle nonne, questo – sorprendente e dissacrante com'è – ha la saggezza di durare poco. Peccato, a conti fatti, costi un po' troppo.

Lei non ha mai sentito dire che la realtà talora supera la finzione?

I temi corretti dalla maestra Betty riportano in alto la data, anno scolastico 1958-1959, e le coordinate di una scena del crimine tinta di bianco Natale. Le lezioni di scrittura creativa suggeriscono, per imparare a scrivere, di partire da ciò che conosci bene. La realtà supera la finzione, qui, e la imita.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Bobby Vinton - Mr. Lonely

lunedì 14 maggio 2018

Recensione: Divorare il cielo, di Paolo Giordano

| Divorare il cielo, di Paolo Giordano. Einaudi, € 22, pp. 430 |

L'inizio è per definizione il punto di partenza. Meglio cominciare da lì, nel dubbio – lo stesso che accompagna i romanzi densi, incontenibili, di cui non so mai bene come parlarvi all'indomani di giorni intensi di lettura e d'amore. E comincio da un'immagine che per bellezza non fa invidia all'erotismo pieno di candore dell'ultimo Guadagnino: una villa con piscina e tre adolescenti, di notte, che fanno il bagno in una proprietà privata profanata dalla nuda sfacciataggine dei quattordici anni. Teresa, loro coetanea, li spia dalla finestra invidiando i segreti del sesso maschile e il suono che fanno le loro risate contagiose, anche alle orecchie del custode inferocito.

- Loro sono diversi. Sono cresciuti con le radici troppo corte. Prima o poi una folata di vento li strappa e li porta via.
Ma Cosimo non sapeva quello che sapevamo noi: che le piante cresciute al sicuro nei vasi, con le radici lunghe che girano tutto intorno, non si adattano alla terra. Soltanto quelle con le radici libere, estirpate giovani in inverno, ce la fanno. Come noi.

Siamo a Speziale, Brindisi, nei tardi anni Novanta. Lei è un'adolescente torinese in vacanza dalla nonna materna. Loro, cresciuti alla stregua di fratelli, sono invece i vicini che spesso sconfinano in cerca di brividi che scaccino via l'afa di agosto e il bigottismo di una coppia di genitori molto devota. Nicola, il più alto e prepotente, è loro figlio naturale; poi vengono l'efebico Tommaso e lo sfuggente Bert, orfani in affido temporaneo, che da bambini divideranno con il primogenito la magia di una casetta sul gelso e da adulti le tentazioni della carne di una ragazza chiamata Violalibera. Nel mentre, la solita Teresa viene e va. Nell'estate prima del diploma, di Secretly nel walkman e delle farfalle in pancia, perderà la verginità nel canneto con Bern: il ragazzo che scalava le grondaie (per la conquista del letto) e gli ulivi, come il Barone rampante, facendosi perno di un mondo da far girare o crollare tramite la grazia di un suo sì. Speziale sembra esistere solo nei mesi di villeggiatura, all'inizio, e al ritorno aspetta Teresa sempre uguale: dove l'aveva lasciata, come la ricordava. Di quello che accade in autunno sa solo le lettere della nonna e i romanzi gialli in prestito, le bucce dei pistacchi in giro, l'olio di una bacchiatura che c'è già stata senza di lei. Com'è però il mare della Puglia in inverno, in solitudine? 
Da un lato c'è un topo di città, una giovane donna dalla natura anfibia, che si adatta a tutto per il bisogno disperato di fare finalmente parte di qualcosa di vero. Dall'altra, un trio (si uniranno strada facendo Corinne, Giuliana, Danco) cresciuto seguendo i dettami di una rigorosa dieta vegetariana, su una tovaglia da cucina con la riproduzione dei cinque continenti: il mondo, si interrogavano, stava forse tutto su un'incerata?

Era una fantasia e non ce la confessammo nemmeno dopo, ma ero certa, come ne sono certa oggi, che la vedemmo viva davanti a noi, e identica. Perché questo succedeva tra Bern e me in quegli anni: usavamo sempre meno le parole, ma eravamo ancora capaci di riconoscere insieme il visibile e d'inventare, in un tacito accordo, anche l'invisibile.

Raccontarvi Divorare il cielo, a questo punto, mi porta qui: a una masseria occupata abusivamente, un rifugio di attivisti dalle anime perse, con un pisello propiziatorio scarabocchiato sulla facciata e nessun telefono, nessun televisore, nessuna bolletta della corrente pagata, alla faccia del capitalismo. Un orto a chilometro zero, il miele delle arnie, l'utopia hippie di Max Stirner: perché a una determinata età si ha sempre fame di tutto, e subito. Intorno, all'ombra dei veleni degli oleandri, quella terra riarsa in cui eppure fioriscono spontaneamente proteste e visite guidate, ricordi di una gioventù gloriosa e momenti di angosciante isolamento, i matrimoni felici e gli omicidi. Conosciamo i protagonisti ragazzini, li abbandoniamo ultratrentenni. Mossi da incontrastabili forze centripete, tornano a bazzicare sempre i soliti luoghi. C'è chi ci rinuncia a malincuore e chi fa il sacrificio di trasferircisi, in quella parentesi di fortuna. La polvere del tratturo custodisce le orme dei loro passi, le coordinate di un affannarsi irrequieto lungo quasi vent'anni: in cerca dell'assoluzione dall'egoismo, della benedizione di un figlio che non arriva, dell'incontaminato oltre le colonne d'Ercole di una Islanda maestra di addii perfetti.

Non era questa l'avventura che volevo, Teresa. L'avventura che volevo era con te.

Com'è l'ultimo Paolo Giordano? Nei giorni scorsi, strano ma vero, più di qualche passeggero sconosciuto mi ha rivolto la parola sui mezzi pubblici per domandarmelo: un esordiente insignito del premio Strega a ventisei anni lo si ricorda, infatti, anche a un decennio dall'esordio, anche se di rado si frequentano le librerie. Un grande romanzo? Se è un grande romanzo – ho risposto stringendo sovrappensiero la mia bozza in anteprima, l'autografo sul frontespizio – non lo sapevo, no, ma Divorare il cielo è senz'altro un romanzo grande. Quattrocento pagine corali, tante ma non troppe, difficilissime da soppesare. Di quelle necessarie, immediate, con tutto quello che dovrebbe esserci: le chimere della giovinezza, il richiamo dell'avventura per qualcuno e l'abbandono struggente per qualcun altro, l'emozione che una volta gli rimproveravo di non avere. Cuore compreso. 
Se ne resta affascinati e intimoriti, come davanti alla fame del cielo. Brilla dappertutto, azzurro abbacinante, ma qualche fotografia – qualche bocca in preda alla fame chimica, dopo un tiro d'erba – sembra contenerlo. E dappertutto sono gli amici di Teresa, che aspettavano che qualcuno come Paolo Giordano, stranco della solitudine del suo primo successo, li stringesse fortissimo nell'abbraccio di una frase vorace. 
Affinché, di loro, non restassero solo briciole.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Morgan – Altrove

venerdì 11 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Una serie di sfortunati eventi S02, Ash Vs Evil Dead S03, UnReal S03

La sigla suggeriva di non farlo, di non guardare. Noi, affezionati lettori dei volumi targati Salani o bambini cresciuti in compagnia dei bislacchi travestimenti di Jim Carrey, abbiamo disobbedito. Guardando gli otto episodi introduttivi della serie Netflix: belli ma con riserva. Ritornando dagli orfani Baudelaire per una seconda stagione ancora. Nuove disavventure, nuova crudeltà aggiunta, nuovi antagonisti del lieto fine. Lo schema, immutato: i protagonisti scappano, vengono acciuffata, se la cavano, vengono riacciuffati ancora. Ricominciare dall'inizio, ogni volta, con altri trasferimenti, in un altro angolo della fantasia di Lemony Snicket. A onor del vero, le vicende si fanno più collegate – flashback di un passato vicino o lontano, vecchi volti che diventano personaggi ricorrenti, informazioni sulla società segreta di cui i genitori di Violet, Sunny e Klaus facevan parte. Si fanno più indipendenti dal film di quattordici anni fa, ma non da una struttura che resta purtroppo il loro più grande difetto e la loro più lampante particolarità insieme. Un collegio infernale, un grattacielo senza ascensore, un villaggio assiepato dai corvi, un ospedale in cui si è a rischio di lobotomia, un freak show con talenti da strapazzo e leoni che hanno fame di frugoletti. Insieme a loro, questa volta, la collaborazione di Isadora e Duncan, orfani parimenti disgraziati e brillanti; l'agente segreto Nathan Fillion, la bibliotecaria Sara Rue e l'irresistibile Lucy Punch, innamorata di un Patrick Harris a lungo andare, spiace ammetterlo, insopportabile; i siparietti musical e gli sprazzi horror che lo rendono, al solito, uno stilosissimo esercizio di fantasia. Tutto giusto. Tutti bravi. Tutto bello. Dividerla in un mese di visione, però, è stata una scelta necessaria, anche se non so quanto vincente. Per sopportare quella ripetitività che proprio non torna e ritmi che funzionano meglio su carta che in TV. Per non lasciare prevalare i contro, per non lasciarla, affezionato come resto alle tragedie dei tre fratelli, al fare sornione del narratore Patrick Warburton e alla tavolozza variopinta di questi intrecci rocamboleschi, a metà fra il gotico di Burton e lo zucchero filato di Anderson. (6,5)

Ci sono voluti tre film di Sam Raimi e tre stagioni con la serie TV che porta il suo nome affinché Ash Williams, non più il giovincello perso nei boschi del primo Evil Dead, fosse scagionato dal sospetto dei concittadini. Non assassino impunito ma cacciatore di demoni a tempo indeterminato, sul finire della seconda stagione rivelava l'esistenza del Male con la lettera maiuscola agli scettici e, in ritardo, veniva acclamato eroe. Per lui e i suoi aiutanti, però, non c'è pace. Il sogno di gestire un ferramenta tutto suo, infatti, dura Natale e Santo Stefano – sabotato da un'altra ondata di mostri, da svolte più o meno previste che portano davanti a un bivio (più che bivio, è un portale spalancato su un'inquietante dimensione parallela). Mentre Pablo è conteso da forze opposte e Kelly, pronta a dire sì all'amore, cede suo malgrado il corpo a un'entita primordiale, il solito Ash fa i conti con grattacapi incresciosi: la salvezza del mondo e, soprattutto, una paternità imprevista. Come può il cazzaro di sempre crescere un'adolescente che, per di più, lo detesta? Come può essere il salvatore biblico in cui un paio di eletti credono? Prima stagione che vedo lontano da casa, senza la compagnia del mio, di papà, quella di Ash Vs Evil Dead è a sorpresa anche l'ultima: la Starz ha annunciato la cancellazione il mese scorso, nel rumoreggiare amareggiato dei fan. Nonostante quel finale sospeso, che annunciava per il futuro prossimo mondi e avventure alla Mad Max, io dico poco male: la comedy horror si congeda, e si concede secchiate di sangue, morti spassosissime, personaggi sopra le righe. Onestamente, però, iniziava a farsi meno godibile, con il suo ripetere massacri e situazioni grottesche. Più che per l'addio al piccolo schermo in sé, allora, spiace per quello che potrebbe significare per il caro Bruce Campbell, da anni in cerca – senza successo – di una vita dopo Ash: gli toccano forse la tristezza del pensionamento, appese al chiodo motosega e casacca blu? Nel dubbio, non ditelo a papà: che ci si fa vecchi, che il divertimento è bello quando dura poco, che si finisce qui. (6,5)

I retroscena di un programma televisivo alla Uomini e donne. Chi corteggia chi e, alla fine, un'unica scelta da condurre in parata all'altare. Nel mentre, immancabili le manipolazioni degli autori, che da dietro le quinte non si perdono un intrigo o la migliore occasione per aizzare il fuoco. UnReal, partito anni fa su un'emittente ben poco propensa a brillare per qualità, era la commedia nera che intrigava e, zitta zitta, faceva il filo alla stagione dei premi. Protagoniste bravissime, sceneggiature affilate, risvolti malsani. L'ultima volta, per proteggersi, ci si era spinti fino all'omicidio. Shiri Appleby e Constance Zimmer, nonostante tutto ottime padrone di casa, sono ora alle prese con il senso di colpa e un'ennesima edizione di Everlasting. Fuori onda: il desiderio da parte della volubile Rachel di affrancarsi dai ricatti e di far luce su abusi di cui chiedere spiegazioni in famiglia; Quinn, sempre in cerca di pace e Emmy. Sotto i riflettori, invece, si cerca l'amore con un'unica varazione sul tema: lo scapolo stavolta è donna – femminista non così convinta, in fondo – e i corteggiatori saranno dunque ragazzoni aitanti con concezioni agli antipodi. L'idea della Lifetime, in una terza stagione strascicata e poco necessaria, sembra avere esaurito il suo potenziale. Istanze e riflessioni ammiccano spesso al caso Weinstein; i protagonisti, viziosi e insopportabili, si proteggono a vicenda le spalle. C'è poco pepe. C'è, soprattutto, poco trash. Anche in un finale apparentemente risolutivo, tarallucci e vino, in cui l'elemento di maggiore interesse è il promo, in chiusura, della quarta stagione già girata. Resisterò al richiamo della metamorfosi di Rachel, da produttrice a concorrente d'eccezione, con lei che vorrebbe cambiare disperatamente vita e io canale? (5,5)

mercoledì 9 maggio 2018

Recensione [Strega 2018]: La madre di Eva, di Silvia Ferreri

| La madre di Eva, di Silvia Ferreri. Neo Edizioni, € 15, pp. 195 |

Romanzi in sala d'attesa. Autrici che in prima persona scrivono a nome di mamme e padri, sorelle e fratelli. Il bianco asettico di un ospedale, una porta che si apre e si chiude a ritmi alterni, un meccanico andirivieni di camici, ordini e parole difficili a proposito di prognosi riservate, vite e morti. Dall'altra parte, nel letto di una stanza inaccessibile, c'è una persona che amano o hanno amato. Sotto i ferri. Ci si limita a fare ciò che andrebbe fatto nelle sale d'attesa, perciò. Si attende. Anestetizzando il senso di colpa con l'arte del ricordo. L'ansia del verdetto tormentandosi mani e testa. La madre di Eva è l'ultima di quelle signore di mezza età accasciate su una sedia, tra i muri color tristezza e un passato da rivangare assieme. Immobile a riva, come una guardiana a cui sono stati preclusi i segreti del mare aperto. Sembra la versione sbagliata di un mito cosmogonico, il suo: una figlia chiamata come la prima abitatrice del Creato che nell'Eden, per ironia della sorte, avrebbe voluto essere Adamo.

Ci siamo solo io e te. Siamo su un iceberg che si è staccato dal continente e sta andando alla deriva al centro dell'oceano. Siamo io e te, sedute una accanto all'altra senza guardarci, spalla contro spalla a cercare con la vista qualcosa in fondo verso l'infinito, ad aspettare che una delle due gridi: “Terra”. 
Ma un'altra terra, un luogo nuovo, dove tu possa finalmente essere ciò che desideri e io possa finalmente riposare.

All'inizio erano un prodromo di famiglia felice in quel di Roma. Un papà architetto che costruisce case perfette e smussa angoli per professione, una mamma insegnante di teatro: giovani, presi, mettevano in cantiere l'idea di un neonato. Femmina, avrebbero scommesso a scatola chiusa, scherzando su un ramo materno composto da sole donne, tanto inconsueto da attirare la curiosità di una laureanda in ostetricia attratta da maledizioni e anomalie genetiche. E femmina è, senza sorprese: Eva. Crescendo, però, qualcosa si guasta o forse s'aggiusta. La bambina a Halloween vuole vestirsi da vampiro, non da strega, e al suo quinto Natale chiede un pisellino in regalo. Si disegna maschio, in innocenti ma rivelatori schizzi a matita, e attira su di sé i pettegolezzi crudeli delle altre madri, le prese in giro di qualche bullo, intrufolandosi nel bagno sbagliato per fare pipì in piedi. L'arrivo dell'adolescenza – il ciclo mestruale ogni mese, un seno procace che la fa impallidire per la vergogna – accentua le problematiche e le richieste d'aiuto. La leggerezza dei genitori si affievolisce: la ragazza e le sue scenate melodrammatiche, non semplici capricci, dividono una coppia progressita ma assolutamente impreparata. Per i diciotto anni, Eva ha chiesto loro un viaggio esotico ma senza ritorno. Almeno non con il nome dell'andata, non con quel corpo per fare il check-in all'aeroporto. O così, ha decretato, o la morte.

Irreversibile è una parola da cui non si torna indietro.

Ad accompagnarla a ogni passo, una madre coraggio amata e odiata. 
Attraverso anni e anni di consulti psichiatrici, trafile burocratiche e carte false. 
Verso la clinica privata di una Serbia piena di musica, piena di riservatezza, in cui si affaccendano come in un laboratorio segreto infermiere bionde e primari con la guerra per apprendistato. L'esordiente Silvia Ferreri, finalista al Premio Strega per un romanzo di commovente intensità, utilizza un monologo classico per parlarci di un dramma inconsueto. La riassegnazione di genere: il sogno di una figlia prigioniera, il fallimento di un genitore – perché a volte sbagliano mamme che non sanno perdonarsi, sbaglia Madre Natura, e l'interno non corrisponde all'esterno.

Ho chiuso le mani sulle tue, ho guardato il tuo corpo per l'ultima volta. Così come te l'avevo fatto. Speravo bastasse. Le madri sbagliano sempre. Io evidentemente di più.

Prima l'asportazione di utero e ovaie, poi la mastectomia, infine la falloplastica. Da qualche parte c'è un'adolescente aperta come un pesce, e quanto sangue sul pavimento, quanti resti nella pattumiera. Sono necessarie una violenza indicibile e una prosa quasi primordiale per una seconda nascita a colpi di bisturi: per chiamare, e farsi chiamare, con un nome nuovo. La transessualità, infatti, è per sua stessa definizione un viaggio. Non lo si fa da soli. Una mamma combattuta fino all'ultimo tra abiezione e orgoglio è lì in caso serva una trasfusione urgente; per ricomporre con scotch e pazienza foto di famiglia strappate in coriandoli. Si alternano in disordine passato e presente, desideri e ricordi. E la voce della Ferreri, a tratti, potrebbe confondersi con quella delle colleghe che aspettano all'ospedale buone nuove. La peculiarità delle famiglie infelici a modo loro, lo sapeva bene Tolstoj, rende però incomparabile e speciale – nostro, soprattutto, in un centinaio di pagine appena – il dolore della Madre di Eva. Si smette di aspettare, così.
Dopo il calvario, la resurrezione. Garze tinte di rosso, un bozzolo di lenzuola, per l'ultimo sonno di chi si sveglierà farfalla; Alessandro.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Villagers – Nothing Arrived