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lunedì 18 novembre 2019

I ♥ Telefilm: Looking for Alaska | The End of the F***ing World S02

Avevo sedici anni, John Green era il migliore autore dell’universo ed ero perdutamente innamorato di Alaska Young. Una che accumula libri usati come fossero gioielli. Una che beve, fuma, impreca. Una che la dà a tutti ma non si concede mai a nessuno. Uno di quei personaggi che a una certa età, insomma, segnano l’immaginario: dieci anni dopo non l’ho scordata. Anche se nel frattempo John Green ha scritto altro, superando il successo del suo esordio indie. Anche se non sempre l’ho apprezzato, in salute o in malattia. Ho scoperto una cosa: che la cotta per Alaska è rimasta incorrotta anche sul piccolo schermo. Oggetto di una miniserie Hulu senza una distribuzione italiana, il romanzo di formazione ambientato agli inizi del Duemila funziona alla perfezione anche a episodi con i suoi primi baci, primi strusciamenti, primi dolori. Purtroppo passata sotto silenzio, la trasposizione – un gioiellino di scrittura e recitazione – si è rivelata un impensato terremoto emotivo, capace dal nulla di riaprire vecchie ferite: a volte erano i segni dei dardi di Cupido, infatti, altre traumi insuperati. Pur senza meriti stilistici, Looking for Alaska conquista subito grazie a un’irriverente anima da canaglia, ma con il procedere della visione si rivela infine struggente. Quanti prodotti per ragazzi hanno il coraggio di mettere in scena l’assoluta centralità del dolore? Quanti sanno trattarlo senza l’intromissione del politicamente corretto, ma affrontandolo ora da una prospettiva religiosa, ora da una filosofica? Tutti all’inseguimento di un Grande Forse, i protagonisti fanno a gara di sbronze e sensi di colpa – e se sceneggia il veterano Josh Schwartz, piccole e grandi aggiunte daranno profondità anche ai comprimari: tralasciando un Charlie Plummer non all’altezza del ruolo di protagonista, gli applausi sono per Denny Love (uno straordinario Colonnello), Sofia Vassilieva (la dolcissima Lara), Ron Cephas Jones (il professor Hyde, qui con un amore omosessuale che emoziona). Tra grasse risate e pianti torrenziali, ho ricordato perché all’epoca ne avessi consigliato la lettura in lungo e in largo. E come mai alla protagonista del mio romanzo, più tardi, avrei dato i tratti dello sfuggente sogno erotico di Miles, qui interpretata da Kristine Froseth: bella come Margot Robbie, e per di più già bravissima, farà strada marciando su nuovi cuori infranti mentre il deejay passa Fix You. Lo spettatore, proprio come la matricola protagonista, la osserva e la venera, spaventato da un inquietante conto alla rovescia che avanza. Alaska Young resterà sempre il mistero della mia gioventù. E il giallo dei suoi spericolati anni alla Cobain, tutt’ora, sfavilla fino a farmi lacrimare. (8)

Lo abbiamo visto sia con The Handmaid’s Tale, sia con Big Little Lies. Pessima idea cavalcare l’onda del successo, se significa superare a piè pari l’intento originario dell’autore. Entrambe tratte da bestseller, le due serie TV hanno guadagnato stagioni aggiunte e perso infinita credibilità. Quando un romanzo viene annacquato per allungare il proverbiale brodo, infatti, difficile confidare in buoni risultati. Il pregiudizio è toccato anche alla seconda stagione di The End of the F***ing World: ispirata a un fumetto destinato a chiudersi con una scioccante tragedia finale, la fuga dei due sociopatici più amati di Netflix poteva forse avere un degno prosieguo? Al di sopra delle aspettative – pensati senza grandi forzature, ma assolutamente pretestuosi nello svolgimento – i nuovi otto episodi risultano sì superflui, ma hanno il merito di non snaturare la personalità dei personaggi e di allinearsi allo stile della prima stagione. I trascorsi di Alyssa e James, infatti, li hanno resi più buoni, più umani, più cresciuti. Purtroppo, anche meno spassosi. Lei, vestita di bianco, è una sposa in fuga il giorno delle nozze. Lui, impettito dentro un brutto abito elegante, porta un’urna sottobraccio di cui non svelerò il contenuto. Bravissimi e subito iconici, Jessica Barden e Alex Lawther sono diventati tutt’uno con i loro ruoli: tanto algida lei quanto adorabile lui, costituiscono una coppia tenera e mal assortita come poche. Per questo gli si vuol bene. Soprattutto in una stagione a corto di svolte, che gira in tondo e poi torna sui luoghi della prima, retta soltanto dall’innegabile alchimia del duo. Insieme, così, superano le incertezze e le lungaggini di una scrittura che vorrebbe stare al passo ma non può: non abbastanza caustica, non abbastanza memorabile. Brava altrettanto, qui, è colei che vorrebbe farli scoppiare: pazza d’amore, Naomi Ackie viaggia sul sedile posteriore e semina pallottole con incise promesse di morte. Poteva andare meglio. Poteva andare peggio. La decorosa via di mezzo accontenterà comunque i fan, sempre attratti dalla ricercata colonna sonora rètro, dalla regia hipster e dalla promessa di uno spasimatissimo lieto fine. Quest’ultimo non scontenterà nessuno, giuro. Neanche chi, vagamente deluso, non vorrà perdonare alla serie di non essere stata di nuovo la fine del mondo. (7)

mercoledì 4 settembre 2019

Recensione a basso costo: Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano

Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano. Garzanti Superpocket, € 6,90, pp. 414 |

A bordo di un Suv BMW ci sono tre diciassettenni dall’aria sospetta. Il veicolo è rubato e, per di più, nessuno di loro ha la patente. Alla guida c’è Giorgio: vestito a lutto, preso spesso in giro per un’omosessualità mai confermata, incespica nelle parole giacché balbuziente da sempre e poiché, quella mattina stessa, ha sepolto il fratello maggiore: Luca ha portato nella tomba con sé un segreto non così inimmaginabile e una passione per le canzoni di Michael Bolton. Accanto, al posto del passeggero, siede il migliore amico Filippo Maria: uno con il nome da nobile e un’infanzia da disperato, che storpia e inventa parole a caso – è dislessico – ma ne ha di sceltissime quando si tratta di insultare il prof di fisica, corteggiare l’ambita Giada o fare i conti con una madre traditrice che l’ha abbandonato in fasce. Dietro, con il viso che sbuca fra i poggiatesta, c’è Claudia detta Clo: cresciuta in comunità con il mito di Thelma & Louise, sgraffigna cose al centro commerciale per sport – cellulari e pistole – e su foglietti volanti prende nota dei dettagli che rendono questa esistenza degna di essere vissuta. Sono in fuga, e lo erano anche prima di incrociarsi. Il primo punta a San Martino, il secondo a Pisa e la terza direttamente in Francia, tanto grande l’ansia di essere sbattuta in un carcere minorile. 

Al mondo importa poco sapere chi sei e perché fai quel che fai. Al mondo importa solo essere convinto di saperlo. 

Questo folle trio è unito da un piano preciso: realizzare, in giornata, quei desideri indicibili che poco prima si sono sfidati a urlare a voce alta. Ma a raccontarci il sogno di una vita spericolata, a far davvero da collante, è la penna ritrovata di Enrico Galiano: al suo esordio, qualche anno fa, l’insegnante più popolare del web aveva riempito di dolcezza e malinconia con una storia d’amore sui generis che tutt’oggi ricordo con affetto. Sapendolo ormai in libreria con il suo terzo successo, complice la ristampa economica di questo titolo intermedio, ho recuperato a ritroso la sua seconda fatica: all’epoca dell’uscita, fra pareri discordanti e una trama che ispirava meno fiducia, avevo scelto di aspettare il tascabile. Magari l’estate? Letto sotto l’ombrellone in un paio di pomeriggi, un Galiano più leggero e divertito racconta attraverso una baraonda di voci diverse la cronaca di un sabato all’insegna delle effrazioni e dell’ora o mai più. Un’avventura politicamente scorretta, dove sul capo dei personaggi pende un serissimo mandato d’arresto: contro di loro sono infatti state sguinzagliate tre pattuglie dei carabinieri, dal momento che, fra le innumerevoli malefatte, Clo e soci hanno indossato maschere di Shrek per rapinare una trattoria frequentata dai peggiori xenofobi. 

Non è vero che nasciamo una volta sola, possiamo nascere tante volte, nasciamo quando mettiamo per la prima volta un passo dopo l’altro e riusciamo a camminare, nasciamo il giorno in cui finalmente decidiamo di dire qualcosa che ci siamo tenuti dentro per troppo tempo, e poi, e poi, nasciamo quando per la prima volta mettiamo il naso nel cuore di qualcuno e lasciamo che qualcuno metta il naso nel nostro, e ne sono sicura perché è quello che è successo oggi, e quindi lo so. Ecco cosa volevo dirvi, nel caso non ci vedessimo mai più. Che alla fine possiamo nascere infinite volte la prima volta non la decidiamo noi ma le altre sì, quello succede a tutti, ma vivere, quanti vivono per settant’anni senza aver mai vissuto davvero? No, ora lo so, vivere è una cosa che si va a prendere, che si strappa via, con le unghie e con i denti. E nasci ogni volta che te lo ricordi.

Per me inferiore al romanzo che l’ha anticipato, Tutta la vita che vuoi è una vicenda a lungo indecisa fra semplicità – in chiusura, ecco svelate le poetiche voci della lista di Claudia – ed esagerazioni da teen comedy americana. A tratti potrebbe ricordare perfino un po' troppo Città di carta, letto ai tempi con occhi innamorati. Ma c’è del buono, sì: il cenno a un triangolo platonico ma poliamoroso, che affronta con coraggio la sessualità dei suoi protagonisti, e lo spirito da canaglia che non ti aspetteresti mica da un autore all’inizio paragonato – ricordiamolo, sono entrambi insegnanti – al lezioso D’Avenia. 
Per quanto questa volta non mi abbia entusiasmato, galeotta una vicenda con sprezzo del buon senso che a venticinque anni mi ha già fatto sentire un vecchio brontolone, Enrico Galiano continua a piacermi. Non fa partacchioni gigioneggianti, non ti guarda dall’alto in basso, né dà lezioni prestampate – qui non ne dà affatto, forse, e a me è parso un po’ il suo vero limite. Sembra immaturo e divertito tanto quanto il suo trio. Sembra, a colpo d’occhio, che questa sia l’opera prima anziché una sperata riconferma.  
Non è un romanzo perfetto, non il romanzo che aspettavo. Ma è un viaggio che delle sue sbavature, dei suoi atti vandalici grandi e piccoli, delle sue trasgressioni alla piattezza del quieto vivere, va sinceramente fiero. E per questo fa simpatia dall’inizio alla fine, facendoci cadere “eppure felici”, nonostante il posto di blocco al prossimo svincolo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro - Rolls Royce

sabato 24 febbraio 2018

Recensione: Spontaneous, di Aaron Starmer

| Spontaneous, di Aaron Starmer. Dana, € 18,90, pp. 302 |

C'è qualcosa che non va in quel di Covington. C'è qualcosa che non va negli iscritti all'ultimo anno del liceo pubblico, pronti come Icaro a spiccare il volo e a bruciarsi. Letteralmente. Succede un giorno qualsiasi, all'ora di matematica. Qualcuno messaggia, qualcuno sonnecchia e qualcuno esplode come se niente fosse, schizzando in classe sangue, urla e domande esistenziali a proposito della vita, della morte e di quello che c'è in mezzo. Il motivo: l'autocombustione. Non è una leggenda metropolitana. Soprattutto, non è un caso isolato. Alla prima esplosione, alla prima vittima, ne seguiranno altre. A lezione, su un campo di football dagli spalti affollati, in gruppo o in solitaria. Fra i superstiti, tutti diciassettenni, ci si domanda come sentirsi e come no. Si mettono al vaglio tutte le ipotesi: sarà la Terra che ci si ritorce contro per l'uguaglianza razziale, le coppie gay, la legalizzazione del fumo; sarà una maledizione pronunciata dalla compagna di scuola eternamente bullizzata; saranno le acque inquinate, le cospirazioni governative, i prodromi di una futuristica invasione aliena. I media e i ciarlatani ci vanno a nozze, l'FBI manda in avanscoperta i suoi agenti migliori. Tutti sono sospetti, tutti fanno a gara di sensi di colpa e supposizioni. Ci si interroga notte e giorno su chi morirà, perché sì: ne moriranno in molti. Forse toccherà anche a Mara, narratrice freschissima, piena di vita e nitroglicerina. Se non fosse per lei, se non fosse per lo stile spigliato di Aaron Starmer – a rischio di antipatia però, con il linguaggio gergale tutto tormentoni e abbreviazioni dell'ultimo John Green –, Spontaneous sembrerebbe materia per un thriller sci-fi. In effetti non fa sconti di sorta. In effetti non pone un limite all'inquietante numero delle vittime.

Stavamo morendo tutti assieme. Un pianto ci stava. Ma ci stava anche una grassa risata.

Mara, che in un film di prossima uscita diretto dallo sceneggiatore di La Babysitter avrà il volto di Katherine Langford, vorrebbe ridere con la migliore amica Tess, fare l'amore con quel Dylan dalla fama losca, proteggersi dal fuoco incrociato di un'armageddon a misura di liceale. In teoria: temi in assonanza con quelli del prezioso e sottovalutato Fino alla fine del mondo. In pratica: toni e strade tutte diverse, all'insegna di una metafora – quella del raggiungimento della maturità – che qui sposa le stranezze del surreale. Young Adult a metà fra il romanzo umoristico e lo splatter, a lungo non sai se prenderlo sul serio. Ha infatti una galleria di personaggi troppo sopra le righe, troppo caduchi, per affezionarcisi davvero; schizzi di materia cerebrale e riflessioni sparsi a piene mani. Una bomba non è, nonostante per il Time sia stato il miglior YA del 2016. Così spontaneo, a onor del vero, neppure. Ma riesce a farsi apprezzare, al giro di boa, per gli enigmi e la sfacciataggine – perfino per lo slang e la colloquialità, sì, che all'inizio facevano storcere un po' il naso.

Lottare contro la morte potrà essere nobile, ma non è vita. Abbracciando Dylan mi resi conto di voler morire senza pensare alla morte. Volevo essere così distratta dalla vita da non sapere manco cosa fosse, la morte.

Le relazioni sono a tempo determinato, i corpi vanno a male, le menti sono un'arma di distruzione di massa pronta a far scintille. Se la fine verrà, e verrà, poco male. Meglio aspettarla su una spiaggia improvvisata, con un narghilè in mano e il tramonto – rosso, rossissimo, più del sangue versato – negli occhi. Gli studenti del quarto anno, con l'arrivo di settembre, rischieranno la stessa sorte? O le esplosioni a catena finiranno il giorno del diploma, come per magia? Il diffuso allarmismo porta alla chiusura delle scuole, alla quarantena. Qualcuno teme un contagio. Qualcuno vorrebbe mandare ogni cosa in malora, tanto esagerando con la sorveglianza quanto dandosi a un edonismo bacchico. Ma gli adolescenti non rinunciano alle cose di sempre, scoppiettanti per definizione. Studiare. Assumere droghe leggere o pesanti. Ingelosirsi. Tornare a innamorarsi. Far festa, con l'apocalisse dentro e fuori di noi. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Charli XCX – Boom Clap

lunedì 23 ottobre 2017

Recensione: Tartarughe all'infinito, di John Green

| Tartarughe all'infinito, di John Green. Rizzoli, € 17,50, pp. 337 |

Paragonerei John Green a uno di quei bellissimi film indipendenti che conosci solo tu e, all'improvviso, diventano moda. Prima lo trovavi sulle bancarelle, tutto ammaccato tra le rimanenze di magazzino. Poi qualcosa cambia, ed è ovunque. Le librerie te lo lanciano appresso dagli espositori dei best-seller. E vorresti trovarlo antipatico all'improvviso, ma non puoi mica rinnegarlo. Ti ricorda le estati: quelle belle, del liceo. La leggerezza di un'adolescenza vissuta a modo tuo. L'affetto che, complici le massime e i dolori di Cercando Alaska, ci legò per un tempo che credevamo senza scadenze. Per fortuna non mi sono ricreduto negli anni. Anzi: quel Colpa delle stelle giudicato troppo cerebrale su carta, troppo freddo, al cinema mi ha regalato pianti indecorosi. Pubblicato da Rizzoli in contemporanea mondiale, l'autore americano torna trovandomi uomo. In rete, almeno dal poco che ho letto, i soliti estimatori e qualcuno convintosi durante l'ultimo tratto della via di Damasco. John porta con sé le protagoniste dagli strani nomi di battesimo (Aza Holmes, con tutto l'alfabeto nel nome e un cognome da investigatrice, è la nuova Hazel), gli hobby per pochi eletti (l'astronomia, la medicina, le fanfiction sulla vita amorosa di Chewbecca), quel filosofeggiare sui massimi sistemi frammisto a dialoghi finto sgrammaticati (non so se sia da imputare alla fretta della nostra traduzione o ai tentativi di un autore che non ha più l'età per scimmiottarci l'irritante abuso di “tipo” e aggettivi “super”, nei dialoghi fra la protagonista e la sua migliore amica).

«Mi piacciono le poesie brevi con schemi metrici strani, perché la vita è così.»
«La vita è così?» «Sì. Rima, ma non nel modo che ti aspetti.»

Sembra citare il gioiello di Chbosky, ma Tartarughe all'infinito si riferisce in realtà a un'affascinante teoria cosmologica: il mondo intero poggerebbe su un carapace. E chi sosterrà mai, a sua volta, la prima tartaruga di una pila lunga quanto la storia del nostro pianeta? Se lo domanda Aza, che ha sedici anni e vive sulla sponda sbagliata di un fiume non navigabile: il corso d'acqua, di quei gusci che affiorano, è pienissimo. Sull'altra riva svetta una villa con cinema, piscina e zoo privato. Ci vivono il coetaneo Davis e il fratellino irrequieto, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Il loro papà, uomo d'affari invischiato in traffici illeciti, si è volatilizzato nel cuore della notte per sfuggire all'umiliazione dell'arresto e nel suo lascito ha designato un rettile centenario come erede universale. Aza e l'inseparabile Daisy si mettono in cerca del miliardario scomparso. Un po' per una taglia che, diciamocelo, fa gola. Un po' perché la protagonista e Davis, un Richie Rich con mille responsabilità e una brutta sindrome di abbandono, condividono i ricordi di un campeggio estivo, e chissà, potrebbero scoprirsi affiatati anche adesso. Cresciuti con un solo genitore, distanti un passo, disfuzionali.

E' un'espressione strana in inglese, in love, come se l'amore fosse un mare in cui anneghi o una città in cui vivi. […] E volevo dirgli che anche se non ero mai stata in love, sapevo che cosa si prova a essere in un sentimento, non esserne solo circondata ma anche intrisa, come quando mia nonna diceva che Dio è dappertutto. Quando i miei pensieri prendevano la spirale, io ero nella spirale, e della spirale.

Tartarughe all'infinito è interamente ambientato nella testa di Aza: posto intenso, sì, ma che sa più interessare che coinvolgere. A differenza dei passati protagonisti, la sedicenne non spicca per il suo essere adorabile: ipocondriaca, instabile, egocentrica. Cosciente di ogni germe, di ogni pensiero brutto o bello, è sconvolta dalle implicazioni di un innocuo bacio alla francese e, nelle ricadute, si sente estranea perfino a se stessa. Si autoinfligge piccoli tormenti per sapere di essere una persona vera, non un insieme di circostanze esterne. Come sperare di frequentare un college lontano, con i suoi disturbi ossessivo-compulsivi? Come impedire che nel suo vortice di pensieri intrusivi – un buco nero efficacemente rappresentato dal disegno copertina – ci finisca tutto il resto? I comprimari non si imprimono, così; l'idea di venire a capo del mistero si perde nel mezzo di una girandola-cappio; il sentimento per Davis risulta troppo discreto per farti innamorare delle sorti della coppia. Tartatughe all'infinito non è consolatorio. Non è né romantico né strappalacrime, quasi a sfatare l'infondato pregiudizio. Purtroppo, non è nemmeno ben definibile. Amaro, sospeso, o forse irrisolto e basta. Con i suoi difetti, con una trama che trama non è, si muove in una stanza al buio e sbatte dappertutto, in una serie di tragicomiche, metaforiche reazioni a catena.

Tu sei il fuoco e l'acqua che lo spegne. Sei il narratore, il protagonista e la spalla. Sei chi racconta la storia e la storia raccontata. Sei il qualcosa di qualcuno, ma sei anche il tuo te.

Ci sono le turbe psichiche del Viaggio di Caden, ma senza abbandonare la terra ferma all'insegna dei mari del simbolismo. Le contraddizioni e la profondità dell'inaspettato The Edge of Seventeen, pur ispirando meno simpatia. A guidarlo, una protagonista assolutamente credibile, che ha voce in capitolo sulla cornice – per parafrasare un suo stesso pensiero – ma non sulla foto d'insieme. Il soggetto l'ha scelto l'autore. Ed è a quello, nonostante il lodevole coraggio di rischiare con una storia meno vendibile, che mancano il guizzo e l'armonia. Il giallo e la storia d'amore sono infatti un pretesto dalle pagine contate. Il nuovo John Green, diverso ma uguale, è una riflessione sulla delicata costruzione della propria identità e sulla paura, se giovanisimi, di perdere il filo nel mentre. Restando, così, per sempre a metà.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: P!nk – Fuckin' Perfect

sabato 2 settembre 2017

Coming This Fall - Parte 1

Young Adult
Turtles all the way down, John Green. € 17, Rizzoli, 10 ottobre 2017;
Ti chiamo sul fisso, Rainbow Rowell. € 18,50, Piemme, 7 novembre 2017;
The Stone, Guido Sgardoli. € 18, Piemme, 12 settembre 2017;
La casa di vetro, Len Vlahos. € 17, Piemme, 26 settembre 2017.

Mirror Mirror, Cara Delevingne. € 16,90, DeA, 10 ottobre 2017;
The Hate U Give, Angie Thomas. € 14,00, Giunti, 31 agosto 2017;
Unaragazza senza ricordi, Frances Hardinge. € 18, Mondadori, 29 agosto 2017;
Tutta colpa delle meduse, Benjamin Ali. € 13,50, Il Castoro, 21 settembre 2017.

Al cinema 
Dunkirk, Joshua Levin. € 18, Harper Collins, 24 agosto 2017;
Valerian, Christie Golden. € 17,90, Sperling & Kupfer, 5 settembre 2017;
L'inganno, Thomas Cullinan. € 17, DeA, 5 settembre 2017. 

Ritorni italiani
Il mare dove non si tocca, Fabio. Genovesi. € 19, Mondadori, 5 settembre 2017;
Ci vediamo uno di questi giorni, Federica Bosco. € 16,90, Garzanti, 14 settembre 2017;
Arabesque, Alessia Gazzola. € 16,90, Longanesi, 9 novembre 2017;
L'amore mi chiede di te, Lucrezia Scali. € 9,90, Newton Compton, 19 ottobre 2017;
Gli anni del nostro incanto, Giuseppe Lupo. € 16,90, Marsilio, 7 settembre.

lunedì 9 gennaio 2017

Recensione: I nostri cuori chimici, di Krystal Sutherland

«Tu sei decisamente stramba, Grace Town.» «Lo so.»
«A me non importa.» «Lo so.»

Titolo: I nostri cuori chimici
Autrice: Krystal Sutherland
Editore: Rizzoli
Prezzo: € 17,00
Numero di pagine: 335
Sinossi: Henry Page ha 17 anni e non si è mai innamorato. Paradossalmente, la colpa è del suo inguaribile romanticismo: Henry è da sempre così aggrappato al sogno del Grande Amore da non aver lasciato spazio alle cotte che da anni elettrizzano le vite dei suoi amici. Non è una scena da film nemmeno il primo incontro con Grace Town: Grace cammina con il bastone, porta vestiti da ragazzo troppo grandi per lei, ha sempre lo sguardo basso. Complice il giornale della scuola, Henry se la ritrova vicina di scrivania, e presto precipita nella rete gravitazionale di Grace, che più conosce, e più diventa un mistero. Grace ha ovviamente qualcosa di spezzato e questo non fa che attirare Henry, convinto di poterle ridonare quel sorriso che fino a pochi mesi prima la accompagnava ovunque. Ma forse il Grande Amore è più amaro di quanto i romantici credano. 
                                            La recensione
Dopo la conoscenza preliminare con lo stile di Elizabeth Strout e Philip Roth, cercavo distrazione con una storia semplice e carina – aggettivi da prima elementare, forse, ma non chiedevo altro. La prima lettura dell'anno, e di un romanzo in pubblicazione di cui potrò parlarvi solo all'indomani della data di uscita, mi aveva tutt'altro che entusiasmato. Dovevo riprendermi da una delusione che sapeva di noia, allora, a colpi di copertine coloratissime, sentimenti giovani e trame confortanti ma scontate. Alla ricerca della delicatezza, a sorpresa, mi sono imbattuto in un romanzo young adult che mi ha dato invece da penare. E che, nel profondo dei suoi moti adolescenziali, è molto meglio del previsto. Uno di quelli che non incrociavo da molto tempo, con frasi da incorniciare, gag moderne e verità universali. Mi vergogno quasi, sapete, a emozionarmi così tanto appresso a romanzi leggeri e sbarazzini. Hai l'età ancora per poco, tu, e ci caschi con tutte le scarpe? I nostri cuori chimici, però, ha fatto il bello e il cattivo tempo a suo piacimento. Quando succede, vinto lo scetticismo, sono dichiaratamente e allegramente fuori di me. L'esordio della Sutherland – andate su Instagram e vedete quant'è carina: sono cotto – racconta una specie di storia d'amore: purtroppo, a senso unico. Henry Page, diciassette anni, preserva la verginità in attesa dell'amore con la lettera maiuscola: dinoccolato e brillante, crede nel prossimo e nell'anima gemella. Ha due imbarazzanti genitori innamorati come il primo giorno; una sorella maggiore, a metà tra una scienziata e un'incensurata criminale; uno scantinato arredato di tutto punto, in cui passa i pomeriggi con gli amici Murray (australiano trapiantato nella provincia americana, che fa folli conquiste conciato come Crocodile Dundee) e Lola (storica ex che, dopo un tragico bacio con il protagonista, si è dichiarata lesbica). Henry, miope e dolce per natura, ha la sindrome del crocerossino. Apprezza le cose rotte, pensando di poterle rimettere in sesto, e l'arte kintsukoroi. Possiamo riempire le ferite di chi ci circonda con una colata di oro liquido, come fanno in Giappone coi vasi scheggiati? 
Ci prova con Grace Town, «un rebus avvolto in un mistero all'interno di un enigma». Scherzano sulla comicità di Liam Neeson; visitano una stazione abbadonata e, da una pozza, pescano un pesciolino di nome Ricky Martin; escono insieme dopo una solenne presentazione con Power Point; riempiono la chat di discussioni che spaziano dalla mancata conoscenza della saga di Harry Potter («Che razza di infanzia hai avuto? I tuoi erano forse nazisti?») alle insolite canzoni dei Pixies e degli Strokes. I nostri cuori chimici è uno di quei romanzi che parlano di me, alla mia maniera. Si può essere gelosi di un mucchio d'ossa? Si può competere con un ricordo? Tocca proteggerci dalle persone come Grace. Nel finale, ci annienteranno. Anche se non sono di quelle protagoniste femminili enigmatiche e fatali, che con un'occhiata tutto possono. Anche se qualche bacetto lo ricambiano, ma poi hanno lo sguardo basso e altrove. 
Qui e lì – nei nomi e cognomi ripetuti, nelle liste per punti, nei figuranti troppo adorabili e ipercaratterizzati per essere veri – è forte il debito verso John Green e Rainbow Rowell. L'autrice, che ha comunque spaziosi margini di miglioramento, stupisce con un umorismo nerissimo, passatempi nerd e sconfinata tenerezza. Strazia quando meno te lo aspetti. L'ultima arrivata a scuola si concia come la serial killer Aileen Wuornos, zoppica aggrappata a un bastone, porta colonia da uomo e passeggia per cimiteri desolati. Impossibile odiarla, anche se farà male al mio alter-ego. Difficile definirla irrisolta, anche se terrà a lungo i suoi misteri e i suoi dolori per sé. Henry si annulla, quasi, per parlarci di lei: alticcia, con una scarsa igiene personale, attratta dall'oblio. Non sta per morire e non è una creatura d'altri mondi: semplicemente, non potrà mai amare quel ragazzo romantico e fiducioso quanto lui farà con lei. Fa parte di quella sparuta categorie di ragazze che vedremo nude, se la fortuna ci assiste, ma non senza armature. Grace Town tratta Henry come un piacevole compagno di viaggio in attesa di farsi polvere. Il narratore è l'altro di un triangolo impossibile: non quello che vorrebbe. Colui che va amato, come in Neruda, «tra l'ombra e l'anima». Questo romanzo dice che non è vero che nessuno si salva da solo. Grace è promessa al passato, a un terzo incomodo, e fa spallucce se la chimica dei loro cuori le rivela che inviare ordini restrittivi alla felicità non cambia lo status quo. Starà meglio, un giorno. Perché la scienza dice che l'amore, così come il dolore, passa. Abbastanza, qualcosa come settant'anni dopo, per scegliere di dividere la tomba con un Henry che fa pensieri macabri e teme l'abbandono? A travolgermi, il fatto che questi Nostri cuori chimici, per il resto, battano assai normalmente. Lui ama lei. E lei non può fare altrettanto; non fino in fondo. Un terzo d'amore è sufficiente? Una parte della ragazza è infatti promessa al mal di vivere, un'altra a chi non c'è. E se hai diciassette anni e (500) giorni insieme, a occhio, è il tuo film preferito, non c'è niente di più struggente.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Smiths – Please, Please, Please, Let Me Get What I Want

domenica 6 novembre 2016

Recensione: Fangirl, di Rainbow Rowell

Io ho paura di tutto. E sono matta. Tu penserai che lo sia solo un po', invece lascio soltanto intravedere la punta del folle iceberg che sono. Sotto questa maschera da asociale, sono un disastro totale.

Titolo: Fangirl
Autrice: Rainbow Rowell
Editore: Piemme
Numero di pagine: 513
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Approdata all'università, dove la sua gemella Wren vuole solo divertirsi tra party, alcool e ragazzi, la timidissima Cath si trova sola per la prima volta e si rinchiude nella sua stanza a scrivere la fanfiction di cui migliaia di fan attendono il seguito. Ma una compagna di stanza scontrosa con il suo ragazzo carino che le sta sempre intorno, una professoressa di scrittura creativa che pensa che le fanfiction siano solo un plagio, e un affascinante aspirante scrittore che vuole lavorare con lei, obbligheranno Cath ad affrontare la sua nuova vita...



                          La recensione
Che gran cosa, le parole. La mia pigrizia, a lungo, mi ha fatto credere fosse altro. Fangirl qui e Fangirl lì, leggevo, e immaginavo da me la storia di un'ammiratrice che incontra il suo idolo e se ne innamora pazzamente, o qualcosa di simile. Una trama già letta, protagonisti già incrociati. Non che il senso di dèjà vu, in caso, avrebbe potuto separarci. Aspettavo di rileggere Rainbow Rowell da tre anni: conosciuta ancora matricola, con Per una volta nella vita, e da allora attesissima. 
La storia d'amore alternativa tra Eleanor e Park – lei in sovrappeso, lui con gli occhi a mandorla: loro, così fuori posto da credersi felici in totale solitudine – è un sorriso che non è voluto andare via. Young adult tenero e fuori moda, mi aveva fatto un po' dubitare, però, a proposito dei suoi miracolosi effetti benefici: una valutazione alta, data di cuore e di pancia, di cui mi sarei magari pentito in seguito. Succede, con i romanzi leggerissimi che incastri in mezzo agli impegni in un momento di debolezza. Vanno scelti con cura, quelli lì: sono l'ultima cosa su cui poserai lo sguardo, nelle sere invernali su cui cala subito il buio e in cui ti viene voglia di andare a dormire presto. Dopo il colpo di fulmine con due timidi ed esasperanti liceali di provincia che si scambiavano la parola e gli mp3 solo perché vicini di posto in autobus, la Rowell qui si supera in quanto a carineria e freschezza, e sembrava impossibile. Avete presente gli appassionati che riempiono la loro stanza di poster, gadget, T-Shirt a tema e, a cadenza fissa, si danno a riletture o revisioni? Bene: mai stato uno di quelli, io. Ci sono cose che mi piacciono e cose che non mi piacciono: ascolto canzoni ma raramente interi album; guardo film e serie tivù non concedendomi spossanti maratone; leggo romanzi senza pregiudizi. Cath ha superato quella fase: lei, fangirl con la lettera maiuscola, è un caso patologico. Prima la sua casa, poi la sua cameretta al college, si sono trasformate in un colorato reliquiario in onore di Simon Snow. Protagonista di una saga fantasy in sette romanzi, Simon è studente provetto in una scuola di maghi e streghe, minacciata a capitoli alterni da un famigerato nemico che solo lui può sconfiggere. Vi ricorda qualcosa? La sua nemesi fra i banchi, Baz, ha capelli biondi, una pessima reputazione e un segreto dai denti aguzzi. E lui, invece, ve la fa accendere, la lampadina? Rivali inconciliabili, stando a Cath, mascherano la loro attrazione con un falso risentimento. In Carry on, cliccatissima fanfiction che ha superato gli angusti confini del Nebraska, i due ragazzi si amano e lottano fianco a fianco. 
La protagonista si è imposta un obiettivo: deve finire la sua fanfiction prima che l'autrice di L'erede dell'arcimago dia alle stampe l'ottavo e ultimo capito della saga. Cath deve mettere nero su bianco la sua versione della storia. A metterle a soqquadro priorità, ideali e sogni, la dura vita da fuori sede e il pensiero di ciò che sta cambiando intorno a lei. Cath si è lasciata alle spalle un accogliente nido domestico, in un popoloso quartiere messicano; un padre fragilissimo, a cui ha spezzato il cuore un moglie uccel di bosco; una sorella gemella che vuole vivere la sua gioventù tirandosi fuori dalle loro affinità elettive. Le persone e gli amori: meglio nei romanzi fantastici. I migliori amici e le anime gemelle: invenzioni, tanto quanto i draghi, le Hogwarts riviste e corrette, i prodigi. A farle cambiare idea, la sardonica coinquilina Reagan; una prof di scrittura creativa, convinta che le fanfiction siano un plagio bello e buono; due ragazzi che si contendono i suoi oziosi pomeriggi. Da una parte il talentuoso Nick, con cui le tocca scrivere una storia a quattro mani; dall'altra il campagnolo Levi, con un principio di calvizie e un'ingiustificata bontà di d'animo, che infesta a tradimento la sua stanza e le porta in pegno i caffè più dolci di Starbucks. 
Ci sono i libri belli, quelli brutti e, ancora, quelli adorabili. Rarissimi se, come me, si è per natura poco inclini all'entusiasmo o alle confidenze. Fangirl, con un'universitaria che preferisce la finzione alla realtà, la lettura alla vita sociale, la teoria alla prassi, è decisamente uno di quelli. Picchietti sulla spalla di chi ti è vicino, così, per riportargli la battuta che ti ha fatto tanto sorridere tra le pagine. Scrivi in chat a chi l'ha letto prima di te, per ribadirgli le situazioni spassose, i figuranti dolcissimi, il misterioso senso di appartenenza che, in fondo, già ha conosciuto. Agli altri, dici semplicemente che Fangirl è una lettura da cui ti dispiace da morire staccarti. Dove niente è luogo comune, gli epiloghi sono poco netti, il primo bacio lo si dà dopo quattrocento pagine. Cath, infatti, rimanda a domani la vita, con la scusa che sia peggio che nei suoi libri preferiti; cela la timidezza cronica con la spocchia; si assume responsabilità che esulano dal mestiere di figlia e sorella. Le tocca mettere da parte le fantasticherie, tuttavia, se vuole diventare scrittrice. Ha bisogno di mettersi in gioco, per diventare una persona vera e smettere di essere, così, un burattino di legno; una fangirl tagliata fuori dal mondo. Simon Snow è un altro Harry Potter, cotto del Malfoy di turno. Cath è un'altra me, un'altra voi, con le ore piccole fatte per il bene dei suoi lettori, una famiglia spezzettata un po' qui e un po' lì, l'idea di amore romantico che coincide con il leggere a voce alta per qualcun altro. L'autrice che di nome fa arcobaleno spunta in libreria dopo la pioggia e non sloggia dalla sua paffuta nuvola rosa; non paga di averti riacceso il sole sulla testa.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Ed Sheeran – I'm a mess

lunedì 7 settembre 2015

Mr. Ciak: Southpaw, Città di carta, Cop Car, Love is in the air, Final Girl

Dove finiva Cinderella Man inizia questo Southpaw. Dopo la sfida per la vittoria, una casa in città per una famiglia felice, il riscatto sociale, un inizio difficile e finalmente una specie di pace garantita da una specie di guerra. Billy Hope, il mancino cresciuto tra case famiglia e riformatori, di mestiere fa il pugile. Il suo lieto fine ha un occhio nero e la faccia pesta. Ma la violenza chiama violenza, e quell'apparente epilogo felice si rivela un inizio in bilico. Quando Billy accarezzava l'idea del ritiro, ecco che perde ogni cosa: una faida con un futuro avversario, e tra le braccia gli muore la donna della sua vita. Perde il denaro, la figlia, la fama; Billy Hope perde amore e speranza, ma dovrà ritrovarsi. Se la vita picchia e tu non puoi ricambiare, tocca almeno imparare a schivare i colpi più duri. Southpaw parla di cosa succede quando la grande donna che è dietro un grande uomo va via. Di un campione dei pesi massimi restano allora i cocci e nessun montante farà mai tanto male quanto scoprirsi abbandonato. Il dramma sportivo di Fuqua è la classica americanata sin dalle premesse; è come lo immagini. I valori sani del sogno americano – la famiglia, la ricerca della felicità, la rivalsa – e una trama elementare che, con tanta carne al fuoco, pecca sì di retorica. Ma io che non amo questo cinema, che non sono uno sportivo e lo sport neanche lo seguo, che critico spesso chi ti dice quello che vuoi sentirti dire, al tribolato Southpaw – stroncato dalla critica ufficiale, pieno di guai – male non ho mai voluto. Ho pensato a un The Judge, per la fragilità dei legami di sangue; a un Warrior in cerca d'autore, per legami simili e le tante botte. Questo film però è sceneggiato più alla buona, senza quei dialoghi intensi e i grandi exploit, e non ha colpi proibiti dalla sua. Non aggiunge niente a un genere capace di emozioni e lividi, ma non commette imperdonabili passi falsi. Trama già collaudata, regia consueta, protagonisti ottimi. Un piccolo ruolo per una Rachel McAdams che lascia grandi vuoti; un Forest Whitaker che è una solida spalla; un Jake Gyllenhaal, carico di muscoli e tragedie, in forma smagliante. Un uomo di pietra, dopo che la prova maiuscola in Lo sciacallo lo aveva voluto macilento e bruttissimo, appeso alla volontà delle sue piccole donne. Si è con lui in un angolo del ring mentre insegue il suo sogno, può essercene concesso un altro?, e commuove profondamente con l'immagine di un Rocky tenero e provato che, invano, cerca la sua Adriana nel pubblico in fervore. Quando non la troverà, tu acclamalo più forte. Perché incarna il miracolo delle seconde opportunità, e in persone come lui – che cadono e poi si rialzano - hai sempre confidato. (7)

Tutti i diciottenni hanno avuto la loro Margo. Il sogno erotico, il pensiero fisso. Quella di Quentin ha gli occhi grandi, i capelli lisci, l'aria triste. La fortuna vuole che abiti nella casa di fronte. Dopo un'infanzia insieme ci si è persi di vista però, e adesso non si può fare altro che ammirarla da lontano. Una notte picchia alla tua finestra, ha bisogno di un vecchio complice: ti permette per un attimo di vedere quel che c'è oltre la maschera per poi sparire. Con un invito a osare e una richiesta d'aiuto che suona tanto come vienimi a cercare. Il successo di Colpa delle stelle era stato la fortuna di John Green: l'autore di young adult che all'inizio conoscevo grossomodo solo io, ma che poi era su tutte le bocche e su ogni scaffale. Così era tornato in commercio Città di carta, all'inizio irreperibile, e di lì a un anno sarebbe arrivato il film. Il romanzo, aiuto prezioso nella prima Sessione Estiva della mia vita, mi aveva assicurato ore serene, grandi risate e un senso di benessere duraturo. Con personaggi adorabili, qualche mistero, quella scrittura che dà voce a dialoghi piacevolissimi e a perle di saggezza. Ho seguito i casting, ho dato un'occhiata al trailer, l'ho aspettato ma non troppo. Così era stato con Colpa delle stelle – romanzo che eppure non mi era mai arrivato al cuore - e vedi il film che coccolone, e che amore, era stato. Al cinema, il romanzo per ragazzi che, di questi tempi, mi sollevava dall'ansia e mi portava alla mente gli anni del liceo, risulta carino, scorrevole e senza pretese. Senza drammi e senza grandi amori struggenti. Manca qualche ombra, manca un po' di profondità – tra una pagina e l'altra, i lettori affezionati ricorderanno chicche da tenersi strette – ma si sorride e, tra fughe rocambolesche e una colonna sonora indie rock al bacio, si spiega ai più che Green non è solo lacrime. Anche se, a fine visione, le lacrime strappate a tradimento non si scordano e queste quattro risate in buona compagnia sì. Più difficile risultare incisivi con ironia che commoventi, soprattutto se sei un regista all'esordio ufficiale. Nat Wolff – accompagnato dagli amici esilaranti che ricordavo: uno Stifler in piccolo e il più grande collezionista di Babbi Natale di colore – convince a colpo sicuro. L'esordiente Cara Delevingne – dal fascino speciale, modella nota – è una Margo diversa, meno prosperosa e fatale, ma con il giusto cipiglio. Una ragazza di carta, inarrivabile perché messa su un piedistallo, stanca già di essere mito. (6)

Quando hai dieci anni, l'amicizia è una sfida continua. Chi dice più parolacce, chi si spinge più in là, chi tocca quella macchina ferma al bordo della strada. Ma non ci si limita a toccarla, questa volta: la portiera è aperta, le chiavi sono inserite nell'accensione. Cosa non insegnano ai bambini i videogiochi? Travis, sfacciato, e Harrison, schivo, scorazzano perciò come matti per le vie deserte del Texas, giocando con la radio e curiosando in giro: sul sedile posteriore, fucili e pistole; nel bagagliaio, qualcosa che si muove e chiede aiuto. Hanno rubato, in un pomeriggio di noia, l'auto del poliziotto sbagliato: appartiene allo sceriffo Kretzer – sbirro assassino e senza scrupoli – e farà tutto il possibile per riaverla indietro. Proprio mentre avveniva il furto, infatti, lui si stava sbarazzando dell'ennesimo cadavere nel cuore del bosco. Cop Car ispirava, con una trama alla The Hitcher e la regia del Jon Watts del recente Clown, qui nel fiore delle sue potenzialità. Sin dall'inizio però, con protagonisti più piccoli del previsto e scorci di una polverosa America rurale, si rivela un thriller diverso da qualsiasi mia previsione e un film migliore. Equivalente cinematografico di un romanzo di formazione noir, con le avventure di Mug e figure che sarebbero care ai fratelli Coen, l'ultimo film del promettente Watts – retto da due attori piccoli ma grandi e da un Kevin Bacon dai baffi di rame, in forma dopo la recente cancellazione di The Following – è poco più di un racconto, per dimensioni e semplicità, che intriga con le atmosfere sonnacchiose d'altri tempi, una regia sapiente, l'abilità di mostrare – a volte con la ferocia che già conosciamo, soprattutto in vista di un finale necessario e sanguinoso – l'infanzia come un periodo cruciale e crudele. I bambini sperimentano il brivido della velocità e della paura e si rendono, così, figure di una agrodolce storia alla Ammaniti, a costo di smarrire per sempre retta via, vita e innocenza. A sirene spiegate contro la tragedia, l'acceleratore schiacciato a tavoletta, in una interessantissima produzione che presso un pubblico di nicchia potrebbe diventare, un giorno, un mezzo cult. (7)

Volare da New York a Parigi. Un viaggio lungo, lunghissimo. E se come compagno di posto ti capitasse l'antipatia in persona? Peggio: se accanto a te sedesse l'ex che ti ha spezzato il cuore e che, dopo tre anni, non riesci a dimenticare? Due vecchi amanti, rancorosi e ai ferri corti, si incontrano su un volo internazionale. Lei è in procinto di sposarsi, e forse in dolce attesa; lui è il Casanova di sempre. I vuoti d'aria colmeranno i vuoti di memoria, le turbolenze li renderanno vicinissimi. In volo e in flashback, mentre gli altri passeggeri fanno da ascoltatori e amici e familiari da comparsa, ricorderanno quel che li avvicinò e quel che li allontanò. Il classico espediente del melò fa da input a questo Love is in the air: commedia sentimentale alla maniera dei francesi, arrivata con due anni di ritardo. Meno sofisticata del solito, ma divertente e scorrevole, questa nuova, vecchia romcom ha la freschezza e il fascino dei suoi protagonisti – la bellissima Ludivine Sagnier e quel Nicolas Bedos visto qui e lì. Ora appassionati, ora amareggiati, uniti da un buon montaggio che mescola carte e sentimenti con naturale leggerezza. Tutto ciò mentre gli europei che tanto mi piacciono si stanno americanizzando e, a sorpresa, gli americani spiazzano sempre più con toni agrodolci e finali in bilico. Nonostante l'altitudine, in Love is in the air – sì, come la canzone – c'è poco di sospeso e un finale telefonato; ma che volete farci? I prevedibili amori al di là delle alpi – o comunque pensati lì, ma in transito nel cielo blu - mi fanno prevedibilmente tutto un altro effetto. (6,5)

Un gruppo di spietati figli di papà caccia bionde nei boschi. Venti vittime da quando hanno imparato a coltivare l'hobby dell'omicidio, ma adesso hanno adescato la ragazza sbagliata. Un'orfana cresciuta da un assassino professionista metterà finalmente in pratica quello che le hanno insegnato. Final Girl prende il nome da una figura fissa nel cinema dell'orrore: la ragazza indifesa che, scampata a mille sevizie, si rivolta contro il suo stesso carnefice. La ragazza con l'accetta in pugno, nell'esordio alla regia del buon Tyler Shields, è anche uno dei serial killer della trama. Come una Dexter in abito rosso, insegue i suoi cacciatori, corre, picchia forte. Ha un legame curioso con il suo genitore putativo e frequenta caffetterie vintage, dove le ragazze indossano l'abito da ballo e i ragazzi il papillon. La banda alle sua calcagna, invece, è composta da quattro dandy: fischiettano, giocano e nella surreale scena della loro preparazione all'ultima notte di violenza – tra cene con mamme incestuose, danze con l'ascia, incontri d'amore – ricordano alla lontanissima Arancia Meccanica, con la stessa aria sorniona e una inquietante cura per le simmetrie. Final Girl è il film che ti aspetti con il finale che ti aspetti – purtroppo senza sangue, e sbrigativo nell'ultima parte – ma il regista, fotografo di alta moda, crea un'impeccabile confezione retrò e con rimandi alti e espedienti intriganti – il bosco illuminato a giorno, droghe per condurre gli antagonisti in un trip – inserisce una scontata storia di vendetta in una cornice accattivante. Aria vintage, toni favolistici, spazi ristretti, una protagonista che a volte sembra una maliziosa pin up. Nel cast, Wes Bentley – che dopo il boom con American Beauty si è perso - e una Abigail Breslin diversa dal solito. Il capello biondo, qualche chilo in più che la rende sorprendentemente seducente, due occhi di ghiaccio – e non li avevo mai notati – belli da morire. (6)

mercoledì 31 dicembre 2014

2014 Mr Ciak Awards - La Top 20

Quest'anno, ho parlato tanto di film quanto di libri. Nasco come blogger letterario, ma sono un po' un tuttologo. Mi piace parlare, in realtà, di quello che mi è piaciuto. Come a tutti, credo. Alla lista dei film del 2014 ci tenevo particolarmente: è il primo anno che la faccio e mi piace moltissimo l'idea, tra un paio di mesi o qualche anno, di venire a sbirciare cosa mi aveva colpito e perché. Un rapidissimo viaggio, dunque, dalla ventesima posizione alla prima e un tuffo tra i migliori attori, i personaggi fighi, le scene “incriminate”. Occhio: nell'ultima parte del post potrebbero esserci spoiler su situazioni e simili. Il mio, di occhio, sempre puntato verso i miei amati libri e, sul podio, più di qualche trasposizione cinematografica. E i grandi assenti? Non li ho proprio visti. Di Grand Budapest Hotel mi disgustano i colori zuccherosi da torta avariata; Nynphomaniac avrei voluto vederlo al cinema, per evitarre imbarazzanti situazioni in casa, ma avevo paura che il mio vicino di posto, nel buio della sala, potesse – che ne so – masturbarsi, e con la mia mano; The Wolf of Wall Street, per tutti il vero film dell'anno, mi era risultato un titolo indigesto a causa di tutti i fan(atici) di Di Caprio che, alla vittoria del bravissimo McConaughey, gridavano alla cospirazione e così non l'ho recuperato. Non ho beccato al cinema neanche Interstellar. Vi saluto, mentre sulla mia città scende una neve freddissima. Torno al mio latino, vi auguro buon anno, vi ringrazio per avermi fatto compagnia. Buona fine e buon inizio, M.
 
20. Il giovane favoloso: Operazione razionale e poco vivace, con un Elio Germano assurdamente in parte che ti instilla il pianto, la malinconia, il dubbio, le idee.
19. American Hustle: Una commedia funambolica e bugiarda, in cui tutti imbrogliano tutti, ma lo spettatore è trattato con i guanti bianchi.
18. The JudgeUn'americanata di raro valore, con due mostri di carisma al comando. 
17. Nebraska: La carica vitale degli anziani. Il loro candore, la loro schiettezza, la loro ruvidezza, la loro mesta allegria in una perla che ruba consensi e parole superflue.
16. Song'e Napule: Tocchi di hard boiled, comicità da bollino verde. Un Gomorra in versione neomelodica. Il personaggio di Morelli chi se lo scorda? A casa mia ne parlano ancora.
15. 12 anni schiavo: Ci si aspettava di più. Da un “miglior film” e da McQueen. Nonostante le frustate, non lascia cicatrici.
14. Dallas Buyers ClubStoria vera, senza peli sulla lingua e senza cornici, con due attori per descrivere i quali ci vorrebbero nuovi aggettivi.
13. The Babadook: Un horror di fantasmi di padri e involucri di madri, che parla del modo in cui devi nutrire i tuoi demoni. Altrimenti poi mangiano te. Il tuo cuore, quello che ti rende buono e giusto.
12. Tutto può cambiare: Un'orecchiabile fiaba acustica, che conosce il traffico, il rumore, le seconde opportunità, artisti che si mettono comodi e ti dedicano una canzone.
11. I segreti di Osage County: Uno scontro tra tre generazioni, una pellicola che odora di grande teatro e brilla di grandi dive: il nuovo Carnage. Un delizioso calvario.


10. Saving Mr Banks: Avete presente quando l'unica cosa che volete è sentire qualcosa? Per me, è stato questo. Tornare a respirare, tornare a sentirmi. Immancabile, totalmente, per chi vive di storie.
9. Due giorni, una notte: Ti fa disperare per le chiamate rifiutate, le porte sbattute in faccia, i “no” nudi e crudi... e per quegli impensati gesti di gentilezza che ti accarezzano l'anima.
8. The Normal Heart: Bomer si trasforma, Ruffalo ti urla addosso. Cast straordinario, script perfetto, per un grande film del piccolo schermo con un cuore non normale, ma grosso così. Vivere d'amore, morire di Aids.
7. Locke: Tom Hardy regna. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita.
6. Lo sciacallo: Un immorale e bruttissimo Jake Gyllenhall in preda a un inquietante, divertentissimo, perfetto delirio di onnipotenza.
5. Colpa delle stelle: Ho capito che era meglio del libro quando mi sono ritrovato con il viso bagnato di lacrime, per due volte, e quando perfino gli utenti di Cineblog01 scrissero commenti sensati, in italiano, e sinceri. Quella volta risparmiai sulla bolletta dell'acqua: l'anonimato mi permette di dire che ho pianto il mare?
4. Gone Girl: Un teatro dei burattini che smantella tutto ciò che è perfezione apparente, anche se alla perfezione è vicino. E da una leggenda come David Fincher chi osava aspettarsi qualcosa di meno? 
3. Alabama Monroe: La vera, inarrivabile Grande Bellezza proveniva dal Belgio. Una ballad che fa ballare i piedi e sanguinare i cuori, che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo gitano può costruirsi una famiglia. E un amore con cui marchiarsi la carne per l'eternità.
2. Boyhood: Il più generoso e originale regalo che qualcuno potesse fare alla mia generazione. Siamo ragazzi fortunati. Chi altro potrà dire di aver visto la propria infanzia in tre ore? Una storia epica nella sua semplicità, non recitata ma vissuta a fondo. Splendido e infinito.
1. HerJonze firma un capolavoro pieno di saggezza e grazia. Una lunga lettera aperta a una donna mai nata e a una relazione mai esistita. Un duetto di grandi voci passate alla radio .The Artist era il ritorno al muto. Her, più che vederlo, lo senti. Cieco, come l'amore impossibile tra Theodore e Samantha.  

Migliore attore protagonista:
- Lo sciacallo - Jake Gyllenhall
- Dallas Buyers Club - Matthew McConaughey
- Locke - Tom Hardy
Miglior attore non protagonista:
- Dallas Buyers Club - Jared Leto
- 12 Anni Schiavo/Frank - Michael Fassbender
- The Judge - Robert Duvall 
Migliore attrice protagonista:
- Gone Girl - Rosamund Pike
- I segreti di Osage County - Meryl Streep
- Due giorni, una notte - Marion Cotillard
Miglior attrice non protagonista:
- I segreti di Osage County - Julia Roberts
- Her - Scarlett Johannson
- Boyhood - Patricia Arquette

[ATTENZIONESPOILER]
Sono una muchacha troppo sexy:
- Sin City 2 – Eva Green
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley
- American Hustle – Amy Adams
Bello impossibile:
- Posh – Booth, Claflin, Irons
- Cattivi Vicini – Zac Efron
- Dracula Untold – Luke Evans
Nice to meet you, where you been?:
- Ansel Elgort (Colpa delle stelle, Divergent)
- Ellar Coltrane (Boyhood)
- Lupita Nyong' (12 anni schiavo)
Will you recognize me?:
- The Normal Heart – Matt Bomer
- Gimme Shelter – Vanssa Hudgens
- Sarah Snook – Predestination
Sing:
- Lost Stars – Tutto può cambiare
- The Moon Song – Her
- The Hanging Tree – Hunger Games III
Psycho Killer:
- Gone Girl – Rosamund Pike
- Wolf Creek 2 – John Jarratt
- Sin City 2 – Eva Green
I love the way you d(l)ie:
- Emma Stone – The Amazing Spiderman 2
- Neil Patrick Harris – Gone Girl
- Juno Temple – Horns
Cry me a river:
- Colpa delle stelle – Il prefunerale, la lettera
- Alabama Monroe – La scena conclusiva
- The Normal Heart – L'addio
Hot Stuff:
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley e Shiloh Fernandez
- Nurse 3D – Paz De La Huerta
- American Hustle – Amy Adams e Jennifer Lawrence