giovedì 18 giugno 2026
Dove il caos è di casa: Euphoria S03 | Half Man | Margo ha problemi di soldi
mercoledì 22 aprile 2026
Coppie stellari: Cime tempestose | The Drama | È l'ultima battuta? | Song Sung Blue
Bisbetico come i suoi protagonisti,
si è divertito a lasciarsi odiare. Ma dopo un inizio maleducatissimo,
con una vistosa erezione nei pantaloni di un condannato, Cime
tempestose si rivela un melodramma più classico del previsto. E
l'ennesima conferma, tra opulenza e fetish, del cinema di Emerald
Fennell. Laureata in Letteratura, la regista è devota a Brontë, ma
soprattutto ai sogni sognati da adolescente. Una volta
pubblicato, un romanzo appartiene più a chi lo legge che a chi l'ha
scritto. La relazione con Isabella, allora, assume sfumature BDSM; i
muri ricordano la carne viva; l'albume d'uovo gocciola come liquido
pre-eiaculatorio. Inquieto, sensuale, giocoso, potrebbe non piacere
per la patina estetizzante e per quei protagonisti troppo belli per
essere veri – qualche dubbio permane per Robbie, ma Elordi divora la scena con un magnetismo
da vecchia Hollywood. È il cuore del romanzo a restare immutato.
Nero, cattivissimo, intossicante: tanto da farci sperare e arrabbiare
dopo duecento anni. Io credo in Fennell. E in questo cinema fatto di
gemiti soffocati, carni tremule e umori viscosi, in cui i classici
ottocenteschi tremano – magari poco prima di tornare tra noi, come
la Creatura di Frankenstein dopo la scintilla. (7,5)
martedì 2 luglio 2024
Musica (d'autore) leggerissima: Challengers | Kinds of Kindness | Hit Man | The Idea of You
Gli elegiaci parlano di militia amoris. L'uomo è un soldato, la donna il comandante. L'amore: una guerra. È così anche per l'ultimo Guadagnino, in cui i sentimenti sono un gioco disputato su un singolare campo di battaglia: quello da tennis. A struggersi sono due campioni con tutto da perdere: soprattutto la stima di una moglie-manager che, sotto gli occhiali da sole, nasconde lo sguardo di una sfinge. Affamato di bellezza, il regista palermitano regala con una commedia sportiva che eccita come un porno e gasa come un film d'azione. I piedi battono al ritmo della colonna sonora elettronica di Reznor e Ross. Gli occhi guizzano, smaniosi, di qua e di là. I rimbalzi della pallina diventano metafora, così, dei rovesci di fortuna e dei cambi di alleanze di un triangolo in cui l'infuocato O'Connor e il vulnerabile Feist gareggiano per Zendaya: dea beffarda, incolume tanto al sex appeal del primo quanto alle lacrime del secondo, che urla di piacere soltanto in caso di vittoria. Teso, muscolare, iper cinetico, Challengers trasforma l'attrazione in spirito agonistico e non rinuncia a dialoghi alleniani dove il tennis diventa l'anticamera del sesso e, dunque, dell'esistenza. Mainstream con audacia, questo Guadagnino in forma smagliante torna felicemente a declinare il desiderio. Non è bastata la parentesi horror di Bones and All a placare la sua brama di corpi umani. Qui è attentissimo alle fronti imperlate, ai nervi tesi, ai muscoli guizzanti. Sulla macchina da presa, piovono gocce di sudore. È tempesta – ma ormonale. È il cinema con la lettera maiuscola – fattosi, nel frattempo, carne soda, madida, palpitante. (9)
Un
impiegato vessato dall'infernale datore di lavoro sperimenta una
crisi d'identità una volta uscito malauguratamente dalle sue grazie.
Un poliziotto riabbraccia la moglie, sopravvissuta a una spedizione
in mare attraverso presunti atti di cannibalismo, ma sospetta sia
un'impostora. I membri di una setta cercano una giovane dai poteri
taumaturgici per riconquistare i favori del loro leader. Cosa
succederebbe se il regista del recentissimo Povere creature
dirigesse una serie antologica nello stile di Black Mirror? Il
risultato è uno Yorgos Lanthimos più indipendente e più colorato,
leggero ma in pillole amare, che rinuncia al grandangolo ma non a un
cast di sole star: Emma Stone balla ancora, Jesse Plemons vince a
Cannes, ma questa volta è Margaret Qualley a stregare. Meno
manieristico che in passato, il regista greco confeziona una commedia
nera in cui non mancano i lampi di genio e gli eccessi del cinema
delle origini, ma la cui struttura episodica prima diverte e infine
annoia. Si va alla ricerca, allora, di un comune fil rouge
all'interno di storie dentro storie che similmente parlano di
relazioni tossiche e people pleasing; che, contemporaneamente, sanno
raccontare benissimo l'America odierna e omaggiare l'immancabile
tragedia greca. Tra investimenti e dita mozzate, sesso e lacrime, a
sorpresa si ride perfino. Ma la sensazione che sia un estenuante
esercizio di stile, o una serie TV ancora work in progress, è più
forte degli atti di fede dei protagonisti. (6,5)
Solene, una gallerista d'arte quarantenne, si innamora, ricambiata, di un giovane cantante un tempo apprezzato dalla figlia adolescente. Nato come una fanfiction su Harry Styles, poi diventato bestseller, The Idea of You riesce a essere sorprendentemente credibile: non solo perché i protagonisti sono talmente belli e affiatati da superare qualsiasi differenza d'età, ma perché il regista Michael Showalter, bravissimo in materia di commedie dopo il premiato The Big Sick, eleva a buon cinema un comune vagheggiamento di Wattpad. Certo: è richiesta la massima sospensione dell'incredulità. Ma è impossibile non guardare con un sorriso inebetito gli incontri e le paure di Anne Hathaway e Nicholas Galitzine. Se lui, ormai onnipresente, è qui più convincente del solito, lei si conferma l'erede ufficiale di Audrey Hepburn e Julia Roberts: senza paura di mostrare i primi segni del tempo, è un sole. Speranzosa ma tormentata, la storia d'amore targata Amazon Prime Video dovrà confrontarsi con la sovraesposizione e il sessismo. Perché una madre innamorata deve sempre scegliere tra sé e gli altri? Perché destreggiarsi, ancora, tra chi la considera squallida e chi iconica? Nel solco di Notting Hill, una fiaba romantica con tutti i sacri crismi: surreale ma bella. E più longeva di certe boy band. (7)
lunedì 27 giugno 2022
Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends
Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)
venerdì 12 febbraio 2021
Verso gli Oscar: Malcolm e Marie | Promising Young Woman | Pieces of a Woman
110 minuti, due soli attori, un film girato in pieno lockdown. Pochi mezzi ma grandissimi ambizioni, per un dramma da camera che vanta l'autore della serie TV Euphoria ma che nello stile – il bianco e nero, il sottofondo jazz, il montaggio concitato, il ricorso alla camera a mano – urla Nouvelle Vague in ogni sequenza. È l'una del mattino. Un regista e la sua musa tornano dalla prima di un film. In attesa di leggere le recensioni della critica bianca di turno, si scontrano: mentre lui è su di giri, euforico fino a sembrare molesto, lei appare al contrario amareggiata per via di una mancanza. Il compagno, novello Spike Lee, non l'ha ringraziata pubblicamente. Il film è più di chi lo gira o di chi lo ispira? Contano più la storia o lo stile? Perché, soprattutto, stare insieme a una venticinquenne con un passato dolorosissimo alle spalle: voglia di saccheggiarne il vissuto, oppure amore? Sexy e granitici, verbosi e in forma smagliante, John David Washington e Zendaya sono due terroristi emotivi che si braccano come pantere in una gabbia di vetro. Urlano recriminazioni da un capo all'altro della casa. Si rimpinzano di maccheroni al formaggio, ridono, piangono, si stuzzicano. Trasformano il tavolo della cucina o il talamo in un ring: a bordo si disputano sfuriate e tregue, amori e guerre, crudeltà e dolcezza. Mentre Washington fa l'istrione, grazie a un personaggio irrequieto ma ben più conformista del previsto, Zendaya ammalia recitando per sottrazione: l'ex ragazzina prodigio, ormai donna dalla bellezza statuaria, è una pantera nera che ha conosciuto la vita selvaggia e tutto il suo pericoloso degrado. Malcolm e Marie cercano ora confronti urlati, ora coccole spinte, ora segreti mai svelati, in una gara di bravura senza pari: soltanto alla fine decreteremo chi avrà l'ultima parola. Esperimento pretenzioso ma vincente – più a fuoco di Mank nel raccontare i meccanismi produttivi hollywoodiani –, il lungometraggio di Levinson divide critica e pubblico. Citando il suo protagonista, è l'esempio di un cinema estetizzante disinteressato a veicolare un messaggio morale, ma pieno di cuore ed energia. Il risultato è un manuale di critica cinematografica fuso ad arte con i referti di un'autopsia di coppia. (8)
Non fatevi ingannare dal dolce visino da cucciolo smarrito di una Carey Mulligan qui in stato di grazia, tutta vestiti confetto e rossetti vermigli: è una forza della natura. Non fatevi ingannare dalle etichette né dai sottogeneri: questo non è il solito rape and revenge. Un po' Lolita, un po' Lisbeth Salander, la giovane protagonista è una cacciatrice di predatori sessuali. Nemica giurata degli uomini che non rispettano le donne, è un'adescatrice amante dei travestimenti e dei colpi di teatro. Eccola in un bar, con le lunghe gambe messe in evidenza dalla gonna corta. Eccola a una festa di addio al celibato, agghindata come un'infermiera sexy. È strategicamente in attesa che qualcuno la abbordi. Ma le sue dita affusolate, dalle unghie sempre smaltate, sono tagliole pronte a serrarsi sui predatori notturni. Il suo diario contiene una lista chilometrica di nomi maschili, affiancata da croci rosse. Fredda e spietata, sta perdendo il contatto con la realtà: dentro le monta infatti un odio crescente, esagerato, incontrollabile. Come il titolo suggerisce, un tempo è stata una ragazza promettente. Poi cos'è successo? Perché il ritorno a casa dei genitori, la vita in pausa e le rinunce; perché i pensieri di vendetta, tossici tanto quanto le ingiustizie? Un nuovo amore – quello per un adorabile pediatra, ex compagno d'università – sarà forse più forte della vecchia sete di vendetta? Folgorante, l'esordio alla regia della rivoluzionaria Emerald Fennell – finora conosciuta come attrice, è stata Camilla nell'ultima stagione di The Crown – è una commedia nera fieramente pop – l'irresistibile colonna sonora oscilla da Britney Spears a Paris Hilton –, che prima intriga da morire, poi diverte e fa sospirare, infine sconvolge per via delle tinte più fataliste. Frullatore di toni, temi ed emozioni, Promising Young Woman è un grido femminista che ricorda le argomentazioni della migliore Diablo Cody e vanta le carte giuste per sollevare l'Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale. (8)
Una giovane coppia sceglie che il loro bambino nascerà in casa. In seguito a tragiche complicazioni, purtroppo, il neonato ha vita breve. La colpa di chi è? Di una madre alternativa e dunque irresponsabile? Dell'ostetrica? Credevo che avrei visto un piccolo film con una grandissima attrice protagonista. Invece, oltre a quel parto lungo un piano sequenza di cui tutti a giusta ragione parlano, c'è anche tanto altro. Una parabola sull'elaborazione del lutto e sul perdono, piena di pudore e decoro, con simbolismi innumerevoli – le mele, il ponte in costruzione, i negativi fotografici – che una volta sbrogliati mi hanno ridotto impunemente in una valle di lacrime. Viscerale nella prima parte, apparentemente distaccata nella seconda, la premiata Vanessa Kirby è la padrona perfetta della propria storia e del proprio dolore. Bellissima e composta, nell'incipit suda, geme, urla, piange, si contorce. Ma la sua sofferenza fisica, presto, lascia spazio a quella interiore. Destinata a tramutarsi in regina di ghiaccio, prende a guardare il mondo, le relazioni umane e gli altri bambini con una specie di indifferenza. Benché centro nevralgico del film, è sempre altrove: un fantasma inquieto che sembra trovare sfogo soltanto nella controversia, nel rifiuto, nello scontro con gli altri membri della famiglia. Egoista, orgogliosa, trincerata in una devastazione solo e soltanto sua, entra in rotta di collisione con la madre conservatrice – Ellen Burstyn, memorabile – e con il compagno – Shia LaBeouf, controparte tenera e animalesca destinata a scelte per me tutt'altro che contestabili. Nemmeno i primissimi piani possono catturare l'essenza del personaggio di Vanessa Kirby. Perfino nella scena più toccante, quella del processo, sorprende con un aplomb estraneo agli strepiti: è ai comprimari, infatti, che spetta la parte più emozionale del film. Un puzzle in cerca di una risoluzione, che fa però storcere il naso per il didascalismo un po' melenso della scena finale. Il resto è una bomba emotiva destinata a implodere in silenzio, ma anche a seminare schegge – e semi, sì – dappertutto. (7,5)
mercoledì 28 agosto 2019
I ♥ Telefilm: Euphoria | The Handmaid's Tale S03 | Come vendere droga online (in fretta)
Brutta
bestia, l’adolescenza. Un’età sospesa nell’incertezza, che terrorizza
tanto i genitori quanto i ragazzini alle prese con le avvisaglie della pubertà. A volte si ha la
fortuna di attraversarla senza accorgersene. Altre, invece, si ha il dramma di vedersela brutta: di berla d’un fiato, con il rischio che vada di traverso. Auguro a ogni
famiglia la felicità di una crescita senza scossoni. Ma nei miei
sogni segreti, dalla visione di Euphoria
in poi, sono vittima del fascino di questi ragazzi allo sbando: belli e dannatissimi, i
protagonisti sono di quelli che forse non sopravvivranno al peggio
dei migliori anni. Sesso, pornografia, alcol, droghe, ricatti. Stessa
storia, stesso degrado: cosa rende, allora, la serie prodotta
da HBO e A24 – insomma, un tripudio di indie – la
folgorazione di questo 2019? Se le giovinezze rose e fiori ispirano la TV mainstream,
quelle infernali gareggiano con il cinema di Boyle e Korine; con gli eccessi della serie cult Skins, la cui formula sembrava non
funzionare fuori dai confini inglesi. Il cantore di quest'ondata di adolescenti problematici è Sam Levinson, già stilosissimo nell’horror Assassination Nation. Sul piccolo schermo, per fortuna, sa mettere meglio a fuoco la sua
regia da videoclip, la bravura di un cast ben assortito,
toni angosciosi senza mai strafare. Immancabile per gli
spettatori più smaliziati, fondamentale per chiunque
voglia assistere a uno spettacolo spettacolare struggente e
scandaloso, Euphoria
non può contare su una trama innovativa. Fra ragazze che si
svendono, campioni dalla sessualità in dubbio e famiglie disfunzionali, potremmo pensare di
conoscere già la noia esistenziale di questi Millennial. Eppure, a livello narrativo, le trovate memorabili non mancano. Ogni
episodio si apre con un prologo dedicato a un comprimario diverso e narratrice onnisciente è una sorprendente Zendaya: bella e fragile,
torna a scuola dopo il coma seguito a un’overdose. Bisognosa e bipolare, vorrebbe una casa tranquilla –
ma la sorella minore frequenta un brutto giro –, il vero amore –
ma l’attrazione verso Jules, l’amica transgender, sembra
impossibile –, scappare dalla provincia. La distraggono ora le
perversioni di padri di famiglia con una passione segreta per i
minorenni; ora gelosie e voltafaccia; ora la paura di ricascarci, quanto troppo triste o troppo felice. Come non
innamorarsi del suo broncio, del suo fisico allampanato,
della sua intensità? La gioia provata per la sua conoscenza è una
percezione sbagliata: la scambiamo con l’euforia del titolo. Una
vivacità irrefrenabile, isterica, che contiene già le ombre di un
malessere nascosto. Ne subiremo le amare
conseguenze soltanto poi. Nel mentre eccoci qui: incuranti e
felici, davanti ai nostri diciassette anni ribelli e a una cotta sul
ciglio del burrone. (8)
Tre
anni fa, al suo debutto, era la serie delle serie. Una distopia
urgente, spietata, che descriveva un futuro non troppo lontano e nel
frattempo parlava di noi. Di un presente costellato di avvisaglie
preoccupanti e sconvolgimenti politici, dove razzismo, omofobia e
sessismo sono di moda; dettano legge. Tre anni dopo, davanti
all’ennesima stagione senza nerbo, The Handmaid’s Tale ha
subito un’involuzione impensata. È diventata, infatti, una di
quelle serie da seguire facendo altro. Da guardare magari doppiate,
in italiano, perché non si ha più l’ansia di stare al passo con
la programmazione americana né di badare all’intensità ormai
assodata degli interpreti originali. Delle evidenti battute
d’arresto, nonostante tutto, sembriamo accorgerci in pochi. I più,
invece, si lasciano confondere dall’importanza delle tematiche e
dalla performance della protagonista. Confidano in un’altra
stagione, nel nuovo romanzo di Margaret Atwood ormai in dirittura
d’arrivo. Io, controcorrente, ho invece paura per quel seguito letterario
fuori tempo massimo. Ho paura che la serie continuerà a trascinarsi
per molto tempo, dal momento che tocca battere il ferro finché è
caldo: e questi argomenti, cosa nota, scottano giacché attualissimi.
Cos’è successo a Gilead in questi episodi? Qualcuno la fa
franca. Qualcuno punta al Canada, pretendendo
diritti su una bambina rapita. Qualcuno, deliberatamente rimasto al
proprio posto, pianifica colpi di stato con la complicità delle vendicative donne in rosso. Yvonne Strahovsky, messa da parte, è una
Serena Joy confusa e incoerente: una banderuola che non sa
bene dove schierarsi, e più per l’indecisione degli
sceneggiatori che per la fragilità del suo stesso carattere.
L’autista Max Minguella e la fuggitiva Alexis Bledel, invece, sono ufficialmente
scomparsi. Resta allora una Elisabeth Moss in divenire: diabolica ed
eversiva, questa volta pensa meno alla propria famiglia e più al
cambiamento sociale, trasformandosi in una Che
Guevara al femminile misteriosamente capace di cadere sempre in
piedi. Possibile che la scampi ogni volta? Possibile che nessuno a
parte me si sia stancato degli incarogniti sguardi in camera che
oggi la rendono la parodia di sé stessa? Definitivamente un
simbolo, l’attrice esagera e calca la mano, quando il messaggio –
ormai semplificato – si fa ridondante. Non basta la vaga ripresa degli
ultimi episodi. Non basta il ricordo della passata verosimiglianza,
qui tradita per svolte surreali e forzate. Sia
benedetto il frutto. Che il Signore possa schiudere. E se, dopo
la bella stagione, il suddetto frutto si
rivelasse più che maturo: stracotto dal sole? (6)
Viene
dalla Germania e ha un titolo che è tutto un programma. Giovanile e
inattesa, tra me e me, ero già pronto a eleggerla all'istante serie dell'estate.
Come vendere droga online (in fretta) aveva
tutto: un adolescente piantato in asso, un migliore amico dai giorni
contati e un piano – spacciare pasticche, rubando clienti alla
nuova fiamma della storica ex – per conquistare di pari passo
popolarità e denaro. L'attività, più redditizia del previsto,
approda presto su internet. Sognandosi novelli Steve Jobs, i protagonisti
daranno vita alla classica collaborazione criminosa: con il classico
papà poliziotto e inconsapevole, la classica adolescente che finisce
in overdose per insegnarci che gli stupefacenti talora possono uccidere, il classico
boss mafioso che fa davvero male a non prendere sul serio la strana
coppia di narcotrafficanti. Un grammo di Breaking Bad,
un po' di Smetto quando voglio
e, ancora una volta, pronta all'uso, ecco una lezione pensata a tavolino sui
lati oscuri dei social e le fragilità dei giovanissimi. Citazionista e
scoppiettante per quanto riguarda il lato tecnico, con chat a vista,
foglietti illustrativi letti a voce alta e coloratissime sequenze
psichedeliche, la serie europea ha un approccio fresco ma una trama –
che sia una storia vera o inventata, non mi importa granché – alquanto stantia. Vittima del già visto, conserva orgogliosamente la lingua tedesca ma si
rifà al chiasso delle commedie americane: ahimè, smarrisce così la sua scarsa
personalità strada facendo. Non diventando mai un autentico oggetto di
dipendenza. (5,5)
















