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sabato 7 maggio 2022

Recensione: Giorni felici, di Zuzu

| Giorni felici, di Zuzu. Coconino Press, € 25, pp. 448 |

Claudia ha circa la mia età e qualche volta perde il controllo. All'apparenza identica ai miei coetanei, tanto negli sfrenati sogni ad occhi aperti quanto nello struggente smarrimento generazionale, spesso abbandona i tratti umani per trasformarsi in una sfinge con tanto di ali, coda e artigli. Le capita nei momenti di massima alterazione, quando il sesso, la gioia o la rabbia mandano il suo autocontrollo a fanculo. Eccessiva e teatrale nei modi, vorrebbe fare della propria esuberanza un mestiere. Eccola, quindi, salutare con un bacio l'amorevole fidanzato Piero e tornarsene a Roma per un provino: come reggere l'ansia da prestazione se nel frattempo ci mette lo zampino anche un ex di vent'anni più grande mai realmente dimenticato? Le novità e i ricordi minacceranno di mandarla in pezzi.

Insegnami come si fa... a parlare con le pietre.

Raccontata tra passato e presente – fino ad annullare qualsiasi dimensione spazio-temporale grazie a un poetico slancio d'ali –, l'irrequietezza tutta contemporanea di Claudia viene immortalata attraverso le campiture disordinate e i tratti volutamente infantili di Zuzu. La fumettista casertana, appena ventiseienne, firma un graphic novel rosso sfacciato di cui ogni pagina – intima, dolente, stranissima – minaccia lacrime come il season finale di Fleabag. Giorni felici cita un capolavoro drammaturgico di Thomas Becket – Claudia, al provino, si cimenterà con un monologo indimenticabile del personaggio di Winnie: una donna sopraffatta dalle tragedie, eppure sorprendentemente felice di stare al mondo – e tratta con approccio surreale le relazioni tossiche, gli attimi di autocommiserazione, la speranza mista a terrore di fidarsi di un'altra persona. Dolcemente complicata, a tratti respingente per via dell'efferatezza di alcune immagini, la lettura mi ha conquistato con la sua schiettezza animale e mi ha emozionato con la consapevolezza, tutt'altro che banale, che spesso ènecessario trovare un centro di gravità per non volare via. Cos'è l'amore? Zuzu interroga sé stessa e i suoi protagonisti; perfino le pietre. E ci dice che a volte è un inferno in terra; altre una crostata con crema e fragoline di bosco così deliziosa da farci dimenticare, d'un tratto, l'obiettivo di puntare alla luna. L'importante è trovare una persona così buona da scambiare il nostro strabordante caos interiore per coraggio. Beato chi non la capirà, Claudia. Beato chi così fuori (posto, dal mondo, di testa) giura di non essercisi mai sentito.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli – Parole di burro

venerdì 22 gennaio 2021

Recensione: Blankets, di Craig Thompson


| Blankets, di Craig Thompson. Rizzoli Lizard, € 29, pp. 592 |

Scegliere la prima lettura dell'anno richiede molta cura. Dal momento che chi ben comincia è a metà dell'opera, ai principi di gennaio ho messo la mia serenità di lettore nelle mani d'oro di Craig Thompson: un fumettista premiatissimo, capace a detta dei più di trasformare una mia passione recente – ossia i romanzi grafici – in un'autentica opera d'arte. Se non me lo avessero regalato all'ultimo momento, probabilmente non avrei letto Blankets con altrettanta urgenza. E senza questa coperta di patchwork il mio gennaio sarebbe stato un po' più buio di così, e soprattutto più freddo. Storia autobiografica, il graphic novel condensa grazie a sprazzi di dolore e lirismo il vissuto dell'autore: da un'infanzia sofferta, scandita da abusi fisici e psicologici, fino alla scoperta di un talento artistico capace di aprire impensate vie di fuga. Giusto al centro, però, c'è il cuore nevralgico della vicenda: quel primo amore, vissuto tra slanci e sensi di colpa, che aveva il carattere scostante della bella Raina. Craig la conosce al campo della parrocchia, durante le vacanze invernali, e insieme escogitano trovate ingegnose per saltare la messa della domenica o per non unirsi al coro degli altri fedeli. Vissuta inizialmente a distanza – lei vive in Michigan, con due fratelli affetti dalla sindrome di Down e una coppia di genitori in rotta di collisione –, la loro relazione epistolare diventa carnale quando Craig è suo ospite per qualche settimana.

Fa riflettere vedere i bambini che fanno tanta fatica per risalire la collina solo per provare il breve piacere della discesa. Noi adulti viviamo in salita. Su, su, su... Senza arrivare mai da nessuna parte.

Riuniti per un po' sotto lo stesso tetto, gli adolescenti sperimentano il contatto fisico, imparano a conoscere il sapore della pelle dell'altra persona o i rumori impercettibili del sonno, vivono notti che spererebbero interminabili in cui il paradiso sembrerebbe l'attimo presente. Nell'immaginazione, i letti diventano ora zattere contro la tempesta, ora fortini. Essendo un'opera stratificata e matura, però, Blankets non si limita a raccontare il semplice struggimento del romanticismo adolescenziale, ma anche le famiglie. Quella di Raina, faticosa ma amorevole. Quella di Craig, religiosa ai limiti del fanatismo, che ha instillato nel figlio un profondo senso di colpa e l'idea di diventare sacerdote. Crescere significa aprire finalmente gli occhi: accorgersi delle contraddizioni e delle bugie delle Sacre scritture, dei genitori, degli amanti. Se perfino la Bibbia contiene incongruenze grandi e piccole, quanto è possibile fare affidamento sulle promesse di una fidanzatina? A tratti tragico, a tratti esilarante, ma nostalgico e delicato fino alla fine, Thompson è un illustratore ispiratissimo e un narratore pieno di dubbi.

Di notte, quando stai sdraiato a pancia in su e guardi la neve che scende, è facile immaginare di librarti in volo tra le stelle.

Nonostante le visioni apocalittiche di diavoli tentatori pronti a pungolare con un forcone le sue pulsioni sessuali, nonostante la severità con cui bacchetta i genitori negligenti e il crepacuore immancabile dell'epilogo, fa di questa sua confessione a disegni un pacato salmo per onorare il gelido Wisconsin: le luci abbaglianti, le ombre lunghe, i pick-up scalcagnati, i silenzi condivisi, le attese cariche di non detti. L'elettricità statica, qui e lì, solleva scintille imputabili a fate o folletti. Le precipitazioni nevose, benché onnipresenti, non smettono di suscitare nei protagonisti un magico senso di meraviglia. Al momento del disgelo, arriverà l'ora di accettare il nostro passato, la nostra famiglia, noi stessi. Con il cambio di stagione – crescendo –, qualcosa sarà da riporre, qualcosa sarà da buttare via. Cosa ne è stato delle avventure in cortile con un dolcissimo fratello minore? Degli aneddoti, delle punizioni, della complicità? Cosa, ancora, delle lettere d'amore, delle dichiarazioni scarabocchiate sui bigliettini, dei regali? Ci sono cose che non chiuderemo mai in uno scatolone. Ci accompagneranno nei sogni più belli e segreti, nelle notti più pungenti. Resteranno per sempre. Anche se il mito della caverna di Platone fosse applicabile con puntualità alle relazioni umane – conosciamo le persone, infatti, o soltanto le loro proiezioni ingannevoli? –, sarà possibile tendere le mani verso una vecchia fiamma. Che non brucia, non più, ma emana comunque un calore confortante.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ed Sheeran – Afterglow

lunedì 28 settembre 2020

Recensione: Cinzia, di Leo Ortolani

| Cinzia, di Leo Ortolani. Bao, € 20, pp. 242 |

Leggilo perché fa morire dal ridere, suggerivano tutti. Come potevo deluderli? L’ho acquistato in promozione in ebook, a un prezzo stracciato. L’ho letto d’un fiato in una notte di fine estate, sconquassato da emozioni che andavano dal divertimento alla commozione. Vi parlo di Cinzia più tardi del previsto, però, e con un orribile groppo in gola. All’indomani dell’ennesimo episodio di transfobia. Poche settimane fa i telegiornali ci hanno raccontato di una coppia speronata mortalmente, di una tragedia alla Romeo e Giulietta. Nella profonda provincia campana, Maria Paola è stata uccisa a diciotto anni perché aveva una relazione con Ciro: un ragazzo transgender. L’assassino, il suo stesso fratello. L’episodio ha rivelato la forza dell’odio e l’inadeguatezza dei nostri giornali. Una confusione imperdonabile di termini, voci, opinioni che basterebbe una lettura come questa a fugare per sempre.

Prima di morire, mia nonna mi disse: Paul non è un brutto nome, solo che non è il tuo. Se vuoi puoi usare il mio, ormai non mi serve più.

Contro il pregiudizio, il fumettista Leo Ortolani schiera tutta la palette dell’arcobaleno. E un senso dell’umorismo corrosivo che si tuffa a picco nei doppi sensi. Niente e nessuno sono salvi dalla sua verve satirica. Ortolani bacchetta tutti. Chi giudica, chi si lascia giudicare, chi ghettizza, chi si lascia ghettizzare: ironizza perfino sulla comunità LGBTQ, che coglie in contropiede la protagonista stessa aggiungendo continuamente lettere alla sua sigla. Un giorno includerà anche i nerd amanti di Star Wars? È un acronimo a creare legami, a costruire l’identità di un essere umano? Cinzia non vuole essere incasellata. Cinzia tentenna davanti alla riassegnazione di genere. Registrata all’anagrafe come Paul, ha preso il nome di battesimo della nonna defunta e la vita di petto. E ha un petto prosperoso, Cinzia, e un segreto ingombrante: trenta centimetri tra le gambe.

Mi piace, innamorarmi. Mi piace pensare a qualcuno di speciale che mi faccia battere il cuore. Ma alla fine arriva sempre il momento di chiudere, altrimenti impazzisci. Per questo voglio essere bellissima. Perché se nessuno mi ama, devo farlo io.

Innamorata persa di un etero in procinto di convolare a nozze, la protagonista gli nasconde la verità e fa un errore: rischiare di cambiare per un uomo. Se è destino, Thomas ignorerà la presenza dell’ingombrante appendice? Tra aziende da strapazzo che vorrebbero debellare l’omosessualità con prodotti bio, gustosissimi sprazzi musical – mi riferisco ai cameo di Phil Collins, Aretha Franklin, Joe Cocker e Bee Gees –, spogliarelli in webcam e visioni bibliche, Cinzia si rivela la fiaba senza tempo di una novella Cenerentola. Per amore, però, lei non si trasforma in una principessa: bensì in uno straordinario supereroe. Leo Ortolani celebra l’orgoglio di essere diversi da tutti gli altri e, pur con toni leggerissimi, descrive un mondo di figuranti infami e pendolari tristi. Metà donna, metà uomo, la sua eroina è un anfibio. Una specie di creatura mitologica, nobile d’animo, caparbia e purissima, che spererebbe di vivere in una commedia pastello interpretata da Julia Roberts. Purtroppo deve sperimentare prima il dramma di chi vorrebbe trasformare la sua felicità in senso di colpa. A dove risalgono le radici della discriminazione? Irresistibilmente blasfemo, Ortolani rievoca il giudizio universale: Noè, a bordo dell’arca, radunava gli uomini e le donne, le coppie. E le persone a un bivio? E i single? Per nostra fortuna, a Cinzia non servono mica passaggi sulla via della salvezza. Più volte delusa, più volte innamorata, ha imparato a sopravvivere galleggiando. Questa graphic novel racconta in pillole una nuova forma d’amore, la più rivoluzionaria e definitiva. La più imprescindibile. Quello verso sé stessi.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Gianna Nannini – I maschi

martedì 5 maggio 2020

I congiunti e gli affetti stabili nelle graphic novel: Residenza Arcadia | Basilicò | Freezer

|Residenza Arcadia, di Daniel Cuello. € 20, pp. 167, ★★★★|

Chiusi in casa, spiano le mosse del vicinato. Aguzzano l’udito per origliare. Denunciano. La routine degli abitanti di Residenza Arcadia, satira quanto mai attuale, potrebbe ricordarvi qualcosa. I giorni della nostra quarantena. Terrorizzati dal cambiamento – un po’ come noi davanti alla fase due –, gli anziani protagonisti tutelano le loro proprietà con il pugno di ferro. Benché vengano nominati Don Matteo e Turisti per caso, siamo in una società distopica imprecisata: pare che ci sarà una guerra imminente, che il Partito e la Gendarmeria vadano temuti, e che presto ci sarà una parata per celebrare la Nazione. Gli stessi conflitti si respirano anche nel condominio: colpa dei nuovi inquilini – terroristi – da far sloggiare. Raffigurata come un idillio sin dal nome, la Residenza è un covo di scaramucce, pettegolezzi e voltafaccia mortali. Badate ai disegni, inquietanti come nel miglior Burton, e diffidate da quei protagonisti che sembrano adorabili: la solitaria Mirta con il suo canarino; Emilio e Dirce, con ospite il nipote metallaro; i temutissimi Ester e Dimitri, dai modi affabili ma con un passato insospettabile – quello di lui vi commuoverà. Daniel Cuello, originario di un Paese che ha avuto una lunga e infelice relazione con le dittature, scuote per crudeltà e dolcezza. E condanna il conservatorismo di una certa generazione, sempre in prima linea per apostrofare il lassismo dei tempi correnti. Oasi da proteggere, il condominio diventa un microcosmo in cui legge e morale viaggiano su binari diversi. Perché difendere con le unghie e con i denti una casa destinata comunque alla polvere del tempo? Perché mantenere lo status quo, se è un incubo che ricorda i fascismi?

| Basilicò, di Giulio Macaione. € 16, pp. 153, ★★★½|

Alcune famiglie sono un’associazione a delinquere. A mettere sotto processo la propria è Maria, matriarca sputasentenze con cinque figli  grandi e un marito scappato con la domestica Nancy. Come in American Beauty, la narrazione prende avvio da un luogo particolare: l’oltretomba. La protagonista, nel giorno del suo stesso funerale, racconta il suo albero genealogico e gli eventi che hanno portato alla sua morte. Risposta politicamente scorretta alle saghe familiari tanto in voga, Basilicò sarà apprezzato dai fan di Carnage o I segreti di Osage County. Complessati, sguaiati e inviperiti, i membri della famiglia Morreale credono nei valori tradizionali, nel senso del decoro, nell’omertà. I capitoli, illustrati da una penna che incanta, sono ora in bianco e nero, ora in un nostalgico color seppia. Introdotti dalle ricette della migliori ricette della tradizione – dalla parmigiana al pesto, dal cous cous al ragù – inoltre assumono di volta in volta il punto di vista dei figli: Giovanni, un prof bistrattato; Agata, artista povera in canna; Diego Maria, omosessuale sfortunato in amore; Rosalia, moglie e amante; infine Santo, ultimogenito dall’esistenza girovaga. Riuniti per il compleanno di Maria, si troveranno a celebrarne le esequie. La mamma si è portata nella tomba trucchi e consigli? Se il segreto della sua cucina era il basilico, il segreto del basilico invece qual era? I colpi di scena del finale assicureranno anche qualche tavola horror. La graphic novel di Giulio Macaione è un omaggio a Palermo, alle gioie della tavola, ai dolori delle famiglie infelici a modo loro.

|Freezer, di Veronica “Veci” Carratello. € 18, pp. 137, ★★|

Un’altra famiglia disfunzionali da cui fuggire, un’altra lettura grottesca. Questa volta si parla dei Robinson: sì, proprio come quelli della serie TV. Mina, in attesa dello sviluppo ormonale, sognerebbe per sé il potere dell’invisibilità. Difficile se primogenita in una casa dov’è impossibile non essere immischiati nelle tragicomiche dei parenti . Tocca citarne qualcuno: il padre, attore della pubblicità della carta igienica; lo zio Ernesto, che in una chat trova l’anima gemella; il gatto Kafka, aspirante suicida; una nonnina chiusa nel silenzio impenetrabile della vedovanza. A metà tra Little Miss Sunshine e Metti la nonna in freezer, la graphic novel ha protagonisti già visti altrove e un umorismo che purtroppo non mi ha divertito. Il pregio più grande è l’irresistibile estetica vintage, con un tripudio di colori terrosi, citazioni musicali anni Settanta e un tratto degno della sfrontatezza dei prodotti di Cartoon Network. Peccato che Freezer somigli più a un insieme di strisce comiche che a un racconto, più a un puzzle di sketch che a una storia fatta e finita. I (nuovi) Robinson potrebbero essere i personaggi di una sitcom strampalata e scorretta che ci dispiacerebbe vedere in poltrona. Questo volume, un breve assaggio delle stranezze di cui sono capaci, è  però un episodio pilota nemmeno troppo soddisfacente.

venerdì 24 aprile 2020

Pillole di graphic novel: La giusta mezura | Una sorella

La quarantena è tempo di sperimentazioni. Approfittando delle promozioni Bao Publishing – fino al 3 maggio trovati alcuni ebook in catalogo a € 1,99 –, mi sono cimentato con due cose che a torto mi hanno sempre trovato un po’ restio. Le graphic novel e la lettura in digitale. Scoprite com’è andata, e approfittate anche voi dei pro della solidarietà digitale: magari per ricredervi.

| La giusta mezura, di Flavia Biondi. € 19, pp. 158, ★★★★|

È una storia che tocca le corde profonde di quelli che hanno fatto i miei stessi errori di valutazione e il mio stesso percorso accademico. Ci avevano avvisati all’immatricolazione: le discipline umanistiche non sfamano. Ma come frenare una passione? Mia e Manuel, un decennio fa, sono arrivati nella città universitaria per eccellenza con il sogno di vivere della loro vocazione. Lei ha studiato Belle arti, lui Lettere. Ormai ventinovenni, si ritrovano a vivere con altri quattro coinquilini in un appartamento in nero e ad arrangiarsi. Hanno rimandato a data da destinarsi la vita che spetta alle coppie adulte. Mentre Mia vive con frustrazione la routine lavorativa e sentimentale, Manuel è un gigante con la testa piena di sogni: vuole fare sul serio con lei, e sul web pubblica un romanzo cavalleresco che spera possa diventare un successo. Dolcemente vecchio stile, scrive degli struggimenti e delle tresche dei fittizi Decimo e Ludovica. Come vivrebbe la confessione di una sbandata, se Mia condividesse il bisogno di sentirsi ancora desiderata e viva? L’idealismo dell’uno può sposarsi con il pragmatismo dell’altra, senza che le loro personalità vengano annullate? Con tratti gentili e dialoghi che suonano verissimi, il talento di Flavia Biondi mi si è rivelato con una commedia dolce-amara che mi ha stretto in una domenica di pioggia. Mi hanno impressionato la verità dei gesti e delle parole – il nitore delle situazioni, infatti, è pari a quello di un film –; le descrizioni di una Bologna fatta di manifesti e porticati; l’affresco di una relazione resa nelle scaramucce e nell’intimità, combattuta tra egoismo e amor proprio. Il disagio generazionale ci ha trasformati in stelle singole: ognuno bada alla propria luce. La giusta mezura è il rischio da correre per brillare insieme. È la paura che si nasconde dietro il grande passo – quello più lungo della gamba – e il disarcionamento causato dai compromessi col partner.  È tutto ciò su cui le favole glissano: la parentesi tonda tra il principio e l’epilogo, che si colora qui della nostra incertezza.

| Una sorella, di Bastien Vivès. € 19, pp. 218, ★★★|

Tutti hanno conosciuto una di quelle estati che cambiano il corpo e la mente, la percezione di sé e degli altri. Per l’introverso Antoine succede a tredici anni. Lontano da Parigi, Antoine ha viaggiato con la famiglia al completo fino alla casa delle vacanze. Ammazza il tempo come facevo anch’io: disegni, cacce di granchi sulla battigia, corse in bicicletta, puzzle, insalate di riso consumate all’ombra degli stabilimenti balneari. Non ha messo in conto l’arrivo di Helene, un’amica di famiglia dalla presenza perturbante. Tre anni più grande di lui, il triangolo minuscolo del reggiseno, le sigarette e il vino rosso, il legame viscerale con lo smartphone, gli sguardi dei maschi di ogni età. Antoine, che con lei divide il letto a castello, non può frenare i bollori. Soprattutto quando lei gli chiede del primo bacio, lo accudisce, gli dà corda con i giochi e gli hobby. In Una sorella rivivono le stesse estati belle e spensierate del cinema francese: mi è tornato in mente, in particolare, l’ultimo film di Kechice. L’iniziazione passa attraverso i balli sulla spiaggia, i video pornografici sbirciati sul cellulare, il brivido di leccare dal medesimo gelato. Graphic novel dalle ambientazioni molto familiari, per me che ho sempre vissuto sulla costa, è la cronaca candida e universale della scoperta del sesso. Chi non potrà rispecchiarsi in Antoine; nei turbamenti e nei pensieri proibiti che gli mozzano il fiato; nel risveglio brusco da un sogno erotico che lascia al contempo tristi e col batticuore? L’ingresso di qualche scena esplicita non turba la delicatezza e l’incanto di Vivès. I suoi protagonisti trascorrono pochi giorni insieme e temono il momento della partenza: quando arriverà stringerà inevitabilmente il cuore, benché storie simili siano state raccontate in cent’altri romanzi di formazione. Ma l’aggiunta del disegno dà corpo e carnalità a un’estate come tante e come nessuna. E questo tormentone radiofonico tutto sole, cuore, amore appare comunque piacevole da riascoltare e canticchiare. 

giovedì 9 aprile 2020

Recensione: Il porto proibito, di Teresa Radice e Stefano Turconi

| Il porto proibito, di Teresa Radice e Stefano Turconi. Bao, € 21, pp. 312 |

In alcune storie ci inciampi e basta. Sono messaggi in bottiglia. È l’alta marea che ha voluto fartele leggere, portandoti nel posto giusto al momento giusto. Si nascondevano dietro uno scoglio, magari sotto un tronco, e un’altra onda minacciava di portarle via da un momento all’altro. Sono stato fortunato. A passeggio in un mercatino che somigliava un po’ a una spiaggia dopo un naufragio – dappertutto anfore, coralli e conchiglie –, in uno dei miei ultimi giorni di libertà mi sono imbattuto in un questa graphic novel. La sua fama aveva raggiunto anche me, ignorante in materia, e per pochi euro ho portato a casa un piccolo tesoro nell’indifferenza del venditore: lo vendeva allo stesso prezzo dei tascabili della bancarella. Dopo un mese, impigrito dal blocco del lettore, ho deciso che il suo momento era arrivato. Per il desiderio di leggere qualcosa di lieve sì, ma bello. Per la solita nostalgia del mare.
Una graphic novel che ha già meriti oggettivi, così, se n’è fregiata di un altro: ha simboleggiato, per me, la lettura d’evasione per eccellenza. Di quelle che ti portano lontano, letteralmente, facendoti sperimentare quel senso di stupore che credevi precluso agli adulti. Magico, misterioso, romantico, Il porto proibito è un’ombra che si profila all’orizzonte. Un miraggio che non tutti riescono a percepire con gli stessi occhi. Può dirsi lusingato o sciagurato colui che ne vede la silhouette nella nebbia del primo mattino? È un inizio o una fine; un punto di partenza o uno d’approdo? Sono alcuni degli interrogativi sollevati dalle figure che popolano l’avventura di Teresa Radice e Stefano Turconi: coniugi e fumettisti, qui al servizio di un intrigo che deve un po’ alle favole Disney e un po’ ai classici dell’Ottocento inglese.

Lo chiamano il porto proibito: appare e scompare nella nebbia, ma sembra che non tutti possano vederlo. Chi l’ha raggiunto di certo non è tornato indietro per raccontarlo! Perché non sei tu che scegli di entrare al porto, è il porto che sceglie te.
Si parte dal ritrovamento di un naufrago sulle coste del Siam. Vittima di un’amnesia che lo ha privato di tutto fuorché il nome, Abel diventa il mozzo del primo ufficiale Roberts a bordo di un vascello della marina. Intraprendente e servizievole, dotato di mille risorse, il ragazzo ha l’animo antico dei veri lupi di mare: conosce a memoria canzoni, aneddoti, trucchi, e le sue abilità sorprendenti – talora a confine con la magia – fanno mormorare la ciurma sospettosa, per poi tornare utili durante le bonacce più ostinate. Il tenore del prologo è destinato a cambiare una volta giunti a Plymouth. Ospite di una locanda caduta in disgrazia per colpa di uno scandalo – il proprietario, Stevenson, sarebbe fuggito con la refurtiva confiscata agli spagnoli lasciando le tre figlie nei guai –, Abel si affeziona alla timida Helen, alla maliziosa Heather e alla piccola Harriet, fino a sentirsi parte della famiglia allargata. Ma gli insegnamenti più importanti arriveranno da Rebecca, erotica e materna insieme, che lo guiderà nei segreti del sesso, della letteratura e soprattutto dell’impossibile. Dove tutti vedono malizia, si nascondono in realtà le migliori pagine del volume e personaggi indimenticabili: dalla relazione tra la malinconica tenutaria del bordello e Nathan, il cliente prediletto che promette di affrancarla per amore, aspettatevi tavole appassionate e più di qualche lacrima.

La verità più profonda si può trovare grazie a una semplice storia. 

Colto, citazionista, romanticissimo, Il porto proibito è una ballata marinaresca di donne e pirati su un tesoro da trovare, un’identità da riscrivere, una fama da riscattare. Contiene frammenti preziosi dei versi di Blake, Coleridge e Wordsworth. Brilla di scrittura ricca ed evocativa, a proprio agio tanto con il lirismo quanto con il linguaggio tecnico della navigazione. Ha un gusto per la narrazione nobile, antico, a cui si perdona a cuor leggero perfino un epilogo un po’ melenso in nome dei racconti della buonanotte che rievoca; dei ricordi legati alle leggende sussurrate davanti ai falò. Il tutto, per di più, impreziosito da un tratto a matita essenziale e mai soverchiante, che fa da perfetto contrappunto alle parole e le accompagna dolcemente.
C’è chi vuol partire e chi vuol tornare. Chi spera di oltrepassare le colonne d’Ercole e chi, invece, sogna di riporre i remi in barca. Schiavi di un diffuso senso d’attesa, sospesi all’orizzonte, i protagonisti di Teresa e Stefano sono divisi tra il mare e la terra: per questo, eternamente incompleti. Ma perfino un recipiente vuoto, riflette Nathan, può scoprire un’utilità intrinseca: diventare un contenitore per raccogliere acqua piovana; trasformarsi in un vaso per accogliere il fiorire di nuove esistenze. Ecco allora il palesarsi di un senso, di una seconda chance, di altra vita ancora. A lezione d’amore e navigazione, prima di salpare per sempre. Meta: il nostro assoluto incanto.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mumford & Sons – Guiding Light  

mercoledì 7 agosto 2019

I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate

It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai. Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –, non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati, conteremo i giorni e i palloncini.


Doctor Sleep
7 novembre 2019
Ancora Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick – non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep è il seguito ufficiale di Shining. Il piccolo Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of Hill House io scelgo di fidarmi a scatola chiusa.


Creepshow
26 settembre 2019
Negli anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween, prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un pezzo e la visione dell'ultimo American Horror Story è quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario, sono già seduto in poltrona.


The Witcher
Fine 2019
In assenza di Game of Thrones e in attesa del Signore degli anelli, gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The Witcher. Famosa saga letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill – contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio genere, ma auguro agli appassionati buona visione. 


His Dark Materials
Fine 2019
Dopo il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman – autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be', si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen, già apprezzata in Logan; dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per Cats. La “bussola d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al successo?


Artemis Fowl
2020
Ispirato alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo massimo arriva in sala anche Artemis Fowl. Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor: serviva?


Watchmen
Ottobre 2019
Non serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito nominare. Watchmen, la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time fra le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The Boys su Amazon Prime Video. 


Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando Alaska ritorna. Sarà una miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non importa: sono già felice così.

sabato 20 aprile 2019

Pillole di fumetti: The end of the fucking world (Charles Forsman) | Questa è la stanza (Gipi)

The end of the fucking world, di Charles Forsman
001 Edizioni, € 16, ★★
Li ho conosciuti e adorati sul piccolo schermo. Li aspetto ormai da due anni per una seconda stagione annunciata a ciel sereno. James e Alyssa, parte di un'adorabile coppia di sociopatici, mi mancavano abbastanza da volere dare un'opportunità alla loro controparte cartacea: il fumetto di Charles Forsman, ispirazione per i primi otto episodi, se ne stava abbandonato sul comodino di mio fratello, a casa per le vacanze pasquali. Breve com'è, la curiosità di sfogliarlo ha comportato necessariamente leggerlo in un'ora scarsa di un giorno d'inizio settimana. Diciamolo subito: i tratti minimalisti e scarni da rivista satirica non sono per tutti. Non per me, che del fumetto ho imparato ad apprezzare di pari passo illustrazioni e contenuti. I buffi schizzi antropomorfi dell'autore britannico, apparsi inizialmente a puntate sul web e poi raccolti in un volumetto unico, sono proprio i fidanzatini criminali in fuga dalla provincia stagnante. Lui, dopo un'infanzia passata a uccidere e sezionare furtivamente gli animali del vicinato, sperimenta senza grande convinzione il sollievo dell'amore. Lei, finalmente distante da mamma incostante e patrigno manesco, raggiunge un padre biologico che non vincerà mai la palma di genitore dell'anno. Loro, teneri e sconsiderati, s'imbattono in assassini, satanisti e segugi armati di distintivo luccicante. Hanno quasi diciotto anni e, per farsi beffe dell'apatia, si fanno forza grazie all'illusorietà della prima volta: impossibile, forse, per degli squinternati dal cuore d'oro. La lettura non si è rivelata delle più memorabili, anzi. Mi è parsa un'occasione sprecata che, per fortuna, Netflix ha saputo far fruttare con intelligenza e ironia. I protagonisti appaiono in Forsman meno approfonditi, meno problematici. Abbozzati e bidimensionali tanto quanto il tratto a matita del fumettista che li ha ideati, sono irrisolti e sconosciuti fino all'ultima pagina. Dov'è il loro background? Dov'è il punto di vista di Alyssa, ridimensionato all'inverosimile per questione di brevità? The End of the fucking world, su carta, purtroppo non lascia granché. Né ricordi, né speranze, né sollievo, in una spirale di violenza e nichilismo senza senso. Meglio la versione telefilmica, sì. Con due attori più gradevoli (ma non troppo) di questi bizzarri sgorbi in bianco e nero. Con due personaggi più puliti (ma non troppo) dei disperati spruzzati di sangue che, nello spirito di alcune produzioni indipendenti, non troveranno mai riparo dall'apocalisse profetizzata nel titolo.

Questa è la stanza, di Gipi
Coconino Press, € 10, ★★★
In un celebre saggio la scrittrice Virginia Woolf raccontava il lusso e l'importanza di possedere una stanza tutta per sé. La necessità di un cantuccio personale si fa sentire anche durante l'adolescenza, nella provincia italiana degli anni Ottanta. Quando Giuliano e i suoi amici scalcagnati, che suonano musica da ragazzacci e a volte frequentano brutti ceffi, si vedono prestate le chiavi di un modesto garage. Con quello che un garage – fucina di note e possibilità, scrigno di un futuro quanto mai in forse – per un adolescente può rappresentare a livello più profondo, metaforico. I protagonisti hanno brutti tagli di capelli, bassi frastornanti e sale prove improvvisate. Ce li racconta il solito Gipi acquistato in edicola lo scorso inverno, che questa volta attinge a man bassa alla propria giovinezza: a quattordici anni, infatti, era voce e tastierista in una band hardcore. Giovanile, scorrevole, freschissimo, Questa è la stanza è la sua prima opera che mi ha ricordato meno la suggestione del romanzo e più la sveltezza del fumetto. I colori restano tenui e uniformi, da mirare e rimirare. La vicenda, invece, è di quelle sui migliori anni: l'andamento, insolitamente lineare, presenta qui e lì toccanti cenni personali. Nella descrizione della mamme arcigne e dei papà sognatori è impossibile non scorgere quel vissuto che, titolo dopo titolo, ho imparato a conoscere come le mie tasche: il padre dell'autore era morto da poco. Questa è la stanza è una commedia musicale energica e genuina, nello stile di Sing Street, che funziona come lettura a sé meglio delle altre opere di Gipi – complesse, confinanti, collegatissime. Ma è soprattutto un altro modo per concedersi un'occhiata alle spalle, al passato; per pensare agli incoraggiamenti e agli insulti a mezzavoce di genitori indimenticati che forse non conoscevano la Woolf, no, ma il bisogno di una via di fuga sì. Meno sperimentale che altrove, troppo educato per parlare di rock, questo Gipi minore incanta comunque con pennellate appena accennate e moltissime parole in armonia. Dove i capitoli sono scanditi da canzoni che parlano di noi, di loro, ma soprattutto di lui. Dove la musica leggera ha una stanza per farsi arte e un suo peso specifico.

lunedì 28 gennaio 2019

Recensione: Unastoria, di Gipi

| Unastoria, di Gipi. La biblioteca della Repubblica. Coconino Press, € 10, pp. 126 |

Si chiama Silvano Landi, ha cinquant'anni e il suo nome forse potrebbe farti accendere la proverbiale lampadina. Scrittore affermato, sempre all'inseguimento dell'idea vincente, un giorno è stato trovato in spiaggia rannicchiato su se stesso e in stato confusionale. Degente in un ospedale psichiatrico, per il bene suo e soprattutto per quello degli altri, adesso farnetica senza posa di una stazione di servizio e di un grande albero dai rami spogli. Nella sua testa si affollano così le sensazioni, i flashback dolorosi, le immagini di un'altra vita. La follia, sin dall'origine dei tempi tutt'uno con le arti grafiche, sulla carta trova spazio vitale e colori vorticosi. Trova un senso, anche se all'inizio sembra sfuggire. A pagine alterne, infatti, leggiamo di un altro uomo, suo nonno: giovane soldato mandato in avanscoperta da superiori sprezzanti del pericolo, che sotto il fuoco incrociato del nemico tedesco trova riparo all'ombra di un albero isolato – un miracolo, in un conflitto che guarda caso ha reso tutto cenere – e pensa intanto a come sarà riabbracciare la moglie Teresa, a cosa fare per le ferite profonde dell'amico Luca.

Malevola è la nostra natura, quanto amorevolmente protettiva è la nostra cecità.

Non mancano le digressioni curiose e gli sprazzi surreali – una baronessa capricciosa e annoiata che desiderava armi più letali in guerre lampo, lacrime copiose che hanno plasmato goccia a goccia i volti dei primi uomini della Creazione – e ritornano immancabilmente i temi cari del pacifismo e dell'eterna incomprensione di cui sono vittima gli animi sensibili. Acclamato all'unisono come suo capolavoro e candidato al premio Strega, Unastoria appare più degno di meraviglia ma meno immediato di S., altro flusso di coscienza tipicamente autoriale che dalla sua, però, aveva un carico emozionale superiore a questo. Semiautobiografico, come ho scoperto spulciando le interviste e la bibliografia di un dolcissimo Gipi spesso in crisi d'identità; costruito meglio, vero, ma anche costruito di più. Le storie, a dispetto del titolo, in verità sono proprio due. Non si toccano mai, ambientate in epoche diverse. Ma si sovrappongono, si scontrano, si rubano la scena. Per la prima volta, a sorpresa, mi scopro del tutto impossibilitato a parlarvi della trama e dei singoli personaggi, tanto complessa è l'esperienza della lettura, tanto parola e colore compongono un inscindibile e lisergico tutt'uno.

Mi chiedo, amore... Da dove viene questo chiarore? Non dalle stelle che son troppo lontane. Non dalla luna, assente. Viene dai nostri desideri, forse? Che siano i nostri cuori, le speranze, a illuminare il cielo? O le nostre famiglie? Le loro preghiere. I nostri bambini. Tu.

Frammentaria, a metà strada fra la confusione da antidepressivi e la magia dei sogni che l'indomani scordi amaramente al risveglio, questa graphic novel è il soggiorno scomodo nella mente di un professionista sul ciglio del baratro. Uno scrittore che scivola, cade in una tavolozza ricchissima e si riscopre, infine, nelle orme lasciate sulla tela un tempo bianca. Padre distratto e marito anaffettivo, Landi testimonia quanto sia solitario e infido il lavoro del narratore e lentamente viene a patti con i demoni del successo. Con le mani sporche di sangue dell'antenato. Con i propri ricordi. Insieme a lui, sempre a un bivio, sempre in armi contro se stesso, c'è il nonno partigiano. Uno in un reparto psichiatrico, l'altro in trincea. Disposti a fare carte false, a fingersi guariti, pur di perdonarsi. Quanti compromessi, quanti passi falsi, quanti errori siamo disposti a commettere pur di tornare a casa sulle nostre gambe? Tutto – tutto l'egoismo, tutta l'umanità del mondo – pur di alzarci, guardarci allo specchio contando fra disgusto e fierezza le rughe d'espressione e con un moto di amore improvviso, in corner, scoprirsi “mica male”.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – Il cielo in una stanza

lunedì 17 dicembre 2018

Recensione: S., di Gipi

| S., Gipi. Coconino Press, € 10, pp. 110 |

Dopo La terra dei figli si comincia con le immagini di un'altra guerra. Questa volta non di fantasia. Su Pisa piovevano le bombe degli americani e i feriti, con i morti che si aggiravano attorno ai cinquemila, brancolavano fra le macerie come i mostri deformi di una distopia post-apocalittica. Ci sono ancora uno scenario desolante, ancora un figlio maschio con un'eredità di sofferenze e memorie per le mani. Questa volta non è invenzione, non completamente. Il mio secondo Gipi, sempre in edicola, sempre con un graffio da poeta contemporaneo, racconta infatti se stesso e i ricordi del padre scomparso.

La fidanzata di S. è coperta di polvere. Non è ferita. Non ha niente. Solo la punta di un gomito sbucciata ed un principio di odio verso il mondo che potrebbe non guarire mai.

Il fumettista toscano si disegna, si svela, con nel titolo un'iniziale puntata che si addice alla figura di un genitore al tempo stesso assente e presente fra le pagine: Sergio, che nei tamponamenti in autostrada evitava saggiamente conflitti con gli automobilisti battaglieri; che faceva ridere tutti citando i versi più pruriginosi della Divina Commedia – si teneva invece per sé quelli romantici, sull'amore di Paolo e Francesca – e usando culo come imprecazione; che amava rivangare il passato anche a costo di aprire vecchie ferite, anche a costo di ripetersi come un disco rotto. È morto quando l'autore era già adulto, ma non si è mai abbastanza grandi per scoprirsi orfani. Non è accaduto all'improvviso: una diminuzione progressiva della vista e la stanchezza di chi è stanco di combattere i mulini a vento della terza età. La notizia raggiunge Gipi mentre giocava a uno sparatutto online. E si sente in colpa, e si sente dalla parte del torto: un padre con una vita consacrata alla sensibilizzione – epocale la lite per quegli anfibi tedeschi acquistati da un robivecchi con simpatie naziste, con tanto di fuga lontano da casa –, ed ecco il figlio che ammazzava. Anche se per finta. La consapevolezza comporta un'elaborazione particolarissima: l'autore porta il lutto nel cuore, e sulle sue tavole racconta la Seconda guerra mondiale, un'inquietante avventura su un'isoletta chiusa al pubblico, un funerale all'insegna dell'ultima volontà del morto. Il pretesto: una gita a quattro in barca – con Gipi anche lo zio Piero e il cugino Luca –, in cui un aneddoto tira l'altro e un piccolo pericolo è in agguato.

In mare, con le lenzuola e il materasso, cominciamo a ridere tanto da rischiare di affogare. E continueremo a ridere per anni, tutte le volte che questa scena ci tornerà alla mente. Rideremo come gli scemi che siamo. Rischiando di affogare più volte, pure sulla terraferma.

Manca un filo conduttore. Manca un senso. Manca un ordine prestabilito. Si salta di palo in frasca, si passa da abbozzati schizzi a matita alla bellezza degli acquerelli degli impressionisti francesi, si seguono le sequenze di un flusso di coscienza che porta alla deriva. Lasciarsi andare per fortuna ha del poetico, ha del liberatorio. In una lettura che insegna a pescare, a diffidare da chi ti dice che commuovere è far bene, a perdonare gli sbagli delle famiglie imperfette. La sapevi quella volta in cui Sergio e Piero trattennero il fiato sotto le assi del pavimento per sfuggire ai soldati, o quella in cui fu proprio un crucco a salvare la madre dell'autore dal crollo della conigliera in cui si era riparata? Le pernacchie ad Andreotti in tivù, un matrimonio salvifico forse difficile da capire, il desiderio di tornare morendo polvere alla polvere? Ricordi la storia dei due disertori tedeschi, che volevano guadare un corso d'acqua nonostante non sapessero nuotare?

Dovevano apparirgli come puntini nell'acqua. Puntini biondi che cercavano di attraversare il fiume. E tanto bastava. C'era la guerra.

Resta il fatto che Sergio si facesse pestare dagli americani, suo figlio dagli spacciatori del quartiere. Resta, ancora, un'urna da trafugare come in un film per liberarne i resti in mare: le ceneri sono brace viva, emanano calore. I bravi padri scaldano sempre, come quanto ti sfregavano i piedi intirizziti in settimana bianca. Ce ne accorgiamo in un volume scritto in brutta grafia, con tanto di cancellature a penna, che commuove per onestà e asciuttezza: S. non vive semplicemente in memoria di. È la confessione piuttosto di uomo colto in contropiede da una perdita da cui non c'è scampo. E nello spoglio di questo testamento morale – in presenza del notaio di fiducia, e di lettori sempre più affezionati – scopre che in eredità gli son toccate la stempiatura e l'abilità di raccontare ad arte, a volte calcando la mano e a volte preferendo l'insostenibile leggerezza dell'essere (affranti), storie e bugie.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash feat. Fiona Apple - Father And Son

mercoledì 21 novembre 2018

Recensione: La terra dei figli, di Gipi

| La terra dei figli, Gipi. Coconino Press. Fandango Editore, € 10, pp. 288 |

La fine del mondo ha confini precisi. È cosa da metropoli americana, da deserto del Nevada. In Italia nemmeno l'apocalisse si prende la briga di fare tappa: il Vaticano, corsia preferenziale dell'Altissimo, ci guarda le spalle; le ristrettezze economiche e politicanti senza voglia di guerreggiare ci proteggono dalle armi batteriologiche, dalle alleanze sbagliate, da meteore inghiottite in un sol boccone dalle buche del manto stradale. Ma in un futuro post-apocalittico già alle porte, a giudicare dai connotati familiari della tragedia, è successo: noi, abitanti frustrati e rancorosi della contraddittoria Terra dei Cachi, ci siamo estinti in massa. O quasi.
La penisola è diventata una palude stagnante di acque fetide e velenose. In nome della miseria ci si contende la pelliccia di un cane ucciso a bastonate, pannocchie e carote come fossero beni di lusso. Il cannibalismo è un tabù ormai sfatato, le rare donne fan gola agli adepti di un Dio crudele, leggi inequivocabili regolano nel dettaglio la routine delle comunità superstiti. I protagonisti sono i membri di una famiglia di soli uomini: un padre severissimo, che ha educato la propria prole all'atarassia, e i suoi due figli. Fratelli opposti quanto il giorno e la notte – il primogenito un po' matto, l'altro una roccia che osa urlare la propria commozione soltanto sott'acqua –, con una mamma morta di parto e un prima difficile da immaginare. Le case avevano il riscaldamento centralizzato, il frigorifero pieno, animali domestici accoccolati sui tappeti: possibile, si domandano increduli?

C'era una volta un padre che voleva proteggere i figli. Renderli forti in ogni modo possibile. Anche facendosi odiare.

Un po' Hansel e Gretel, un po' eroi di un racconto pulp di Niccolò Ammaniti, gli invincibili protagonisti devono cavarsela da soli quando viene meno la loro guida: quel genitore dal cuore segretamente fragile, che si confessava spesso in un diario e condivideva qualche notte d'amore con una donna ai margini ribattezzata la Strega. In che modo scoprire i misteri di quel taccuino chiazzato di lacrime – illeggibile per via dell'analfabetismo e dell'usura – se imparare a leggere non è mai stato necessario? Cosa farsene di una terra derelitta che, sin dal titolo, spetta a bambini affamati di verità? Per venirne a capo non basta inforcare un paio di occhiali rubati, persuadere il prossimo con le cattive, torchiare un innocente fino ad annegarlo. È questo infatti il motore di un viaggio che li porterà prima nella fattoria di un'amorevole coppia di gemelli deformi, poi nelle grinfie di una setta religiosa alla The Wicker Man: l'ossessione divorante verso quel lascito da decifrare, che per tutto il tempo simboleggia l'interiorità di un padre chiuso a riccio e la cultura da salvaguardare. Fatto di picchi di umorismo beffardo, fughe rocambolesche e comprimari impeccabili, La terra dei figli ha una lingua che nello stile sovversivo di Patrick Ness mescola il dialetto toscano all'inglese informatico; un immaginario super pop – gli antagonisti, pensate, indossano T-Shirt degli Eagles o dei Nirvana –; un milione di modi in cui uccidere o farsi uccidere, sperimentare il brivido della vendetta o la quiete della pietà.

«Tu da quanto tempo non ti fidi di qualcuno?»
«Da un po', per questo sono ancora viva.»

I silenzi contemplativi abbondano, al pari delle brutture sanguinarie e della spossatezza fisica. E all'orizzonte si delinea uno scenario acquitrinoso che non ha bisogno di effetti speciali, fuoco e fiamme, per inquietare nel profondo: la luna, nel cielo notturno, sembra la bocca di un pozzo. Si lavora allora sui dettagli psicologici, sulle linee frastagliate dei volti e delle ossa: si lavora a togliere. Si imparano ad apprezzare pagina per pagina il clamore dei bianchi, il graffio rabbioso dei neri, le perle racchiuse in baloon compilati a mano libera. Si parla, sì, di graphic novel: eccezione alla regola resa possibile dai prezzi vantaggiosi della Biblioteca della Repubblica e dalla fama straordinaria di un artista arrivato perfino al premio Strega. Come recensire Gipi, in questo periodo anche in sala con il suo secondo lungometraggio, io che eppure non ho mai scritto di fumetti prima d'ora? Impressionato dalla potenza espressiva della lettura, dalle suggestioni di un autore con la lettera maiuscola, non mi sono posto affatto il problema. Ho scritto così come mi è venuto, a gomito, di una scoperta bellissima e di un futuro post-apocalittico già alle porte. Quello in cui la speranza è custodita nelle carezze e nelle domande apprensive delle donne; nell'incertezza del guado. Quello in cui poter ammettere con l'emozione in gola che la mia prima volta con la nona arte – e con Gipi no, non sarà l'ultima: in edicola ho preso a scatola chiusa già i volumi successivi – non la scorderò mai.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The National - About Today

sabato 22 settembre 2018

Recensione: Preghiera del mare, di Khaled Hosseini

| Preghiera del mare, di Khaled Hosseini. SEM, € 15, pp. 56 |

Ero io a prestare i romanzi a mia mamma, un tempo, e mai viceversa. 
Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli – i più belli degli strappi alla regola nell'intera storia degli scambi in famiglia – erano però per una volta il suo genere, un suo consiglio, e non il mio. Li ho letti e amati a ciel sereno, nonostante fossero i fragili anni delle medie, quelli, e sul mio comodino di ragazzino annoiabile non facessero ancora tappa cose come l'impegno della cronaca nera o l'attualità. Non leggo Khaled Hosseini da allora. Saranno passati dieci anni, ormai, e in mezzo c'è stato E l'eco rispose: non era piaciuto proprio a mamma, però, che per storie come quelle ha da sempre il pallino, ed ero finito per fidarmi un'altra volta di chi mi aveva fatto scoprire le gioie e i dolori del Medio Oriente e tenuto lontano dalle potenziali delusioni in agguato. Hosseini è tornato in libreria dopo l'estate. Ha cambiato editore italiano, formato, e mi sono trovato così per le mani Preghiera del mare: volume illustrato di uno splendore ipnotico, con la prefazione del nostro Roberto Saviano e un fine umanitario degno di infinito rispetto. Uno di quei libri che sfogli e sbirci distrattamente, soltanto per vedere in anteprima cosa ti aspetterà, e che dal nulla finisci. Così, lì su due piedi. Tanto avvincente la lettura, chiederete? Si tratta in realtà di uno di quei libri di pregio impossibili da valutare, difficili da recensire, al pari della raccolta poetica Milk & Honey o della biografia a carboncino di Mary e il Mostro. La differenza è che l'ultimo Hosseini lo leggi senza accorgertene, lo leggi purtroppo senza dargli peso. Distratto un po' dalla cura dell'edizione, un po' da una storia-simbolo che in sé vorrebbe inglobare l'intero dramma delle migrazioni clandestine.


Sono solo parole,
l’espediente di un padre.
La fiducia che riponi in me
mi strazia.
Perché questa notte riesco solo a pensare
a quanto è profondo il mare,
a quanto è vasto e indifferente.
E a come sono impotente io,
incapace di proteggerti.
Non posso fare altro che pregare.

Un padre si rivolge a suo figlio, gli scrive una lettera aperta: come tanti disperati, loro sfidano la furia del mare aperto per sfuggire a una guerra senza connotati. Il bambino è troppo piccolo per ricordare il buono della sua terra: il verde dei pascoli, il rosso dei papaveri, i profumi speziati del mercato. La pace, ormai, è il ricordo bruciato di un'infanzia fa. Amaramente, in compenso, ricorderà la violenza di un conflitto immotivato: quella morte che occupa l'orizzonte tutto, il presente e il futuro. Dio non sa che il loro barcone alla deriva sta trasportando un carico prezioso? Non restano allora che le promesse, non resta che pregare: il Padreterno, e il mare – ugualmente sconfinati, misteriosi e sordi.
L'errore è stato mio, devo avere capito male sin dall'inizio. Mi aspettavo qualcosa di diverso: il narratore a cui sono affezionato, che qui invece scompare per diventare l'emblema di un padre. Per darsi alla sensibilizzazione, alla filantropia, in un compito – per quanto lodevole, per carità – che funziona più in teoria che in pratica. Qualcuno vi dirà che è straziante. Qualcun altro che è buonista. Io, invece, vi dirò in tutta onestà che non è né l'una né l'altra cosa: troppo legato alla sua natura di lettera breve per lasciarsi amare o odiare; troppo succinto per lasciarsi commentare con fiumi di parole che, a colpo sicuro, supererebbero questa volta quelle di un Hosseini pensato per immagini. Beneficenza a parte, di Preghiera del mare mi è sfuggita l'utilità. Ci sono un tema che scotta, che tocca, e una realtà così dura che non serviva affatto ricamarci sopra Peccato mi siano mancati uno sguardo, una prospettiva, l'emozione. Uno svolgimento e una fine. Aveva fatto meglio Margaret Mazzantini in Mare al mattino; a Sanremo, avevano commosso maggiormente le migrazioni ad altezza bambino dell'esordiente Mirkoeilcane. 
Preghiera del mare si legge in dieci minuti, un quarto d'ora al massimo, con la scusa di tornare indietro per soffermarsi sulle illustrazioni, e con il rischio di peccare di insensibilità si fa fatica a trovargli con il senno di poi una parvenza di contenuto. Ci si allontana dalla riva, infatti, ma non dalle premesse di base. Dal poco che il risvolto di copertina riassume. Dalla fiducia per uno scrittore che racconta esistenze a rischio senza avere più, a malincuore, il coraggio di rischiare. 
Il mio consiglio musicale: Mirkoeilcane – Stiamo tutti bene