|Giorni felici, di Zuzu. Coconino Press, € 25, pp. 448 |
Claudia
ha circa la mia età e qualche volta perde il controllo.
All'apparenza identica ai miei coetanei, tanto negli sfrenati sogni
ad occhi aperti quanto nello struggente smarrimento generazionale,
spesso abbandona i tratti umani per trasformarsi in una sfinge con
tanto di ali, coda e artigli. Le capita nei momenti di massima
alterazione, quando il sesso, la gioia o la rabbia mandano il suo
autocontrollo a fanculo. Eccessiva e teatrale nei modi, vorrebbe fare
della propria esuberanza un mestiere. Eccola, quindi, salutare con un
bacio l'amorevole fidanzato Piero e tornarsene a Roma per un provino:
come reggere l'ansia da prestazione se nel frattempo ci mette lo
zampino anche un ex di vent'anni più grande mai realmente
dimenticato? Le novità e i ricordi minacceranno di mandarla in
pezzi.
Insegnami
come si fa... a parlare con le pietre.
Raccontata
tra passato e presente – fino ad annullare qualsiasi dimensione
spazio-temporale grazie a un poetico slancio d'ali –,
l'irrequietezza tutta contemporanea di Claudia viene immortalata
attraverso le campiture disordinate e i tratti volutamente infantili
di Zuzu. La fumettista casertana, appena ventiseienne, firma un
graphic novel rosso sfacciato di cui ogni pagina – intima, dolente,
stranissima – minaccia lacrime come il season finale di Fleabag.
Giorni felici cita un
capolavoro drammaturgico di Thomas Becket – Claudia, al provino, si
cimenterà con un monologo indimenticabile del personaggio di Winnie:
una donna sopraffatta dalle tragedie, eppure sorprendentemente felice
di stare al mondo – e tratta con approccio surreale le relazioni
tossiche, gli attimi di autocommiserazione, la speranza mista a
terrore di fidarsi di un'altra persona. Dolcemente complicata, a
tratti respingente per via dell'efferatezza di alcune immagini, la
lettura mi ha conquistato con la sua schiettezza animale e mi ha
emozionato con la consapevolezza, tutt'altro che banale, che spesso
ènecessario trovare un centro di gravità per non volare via. Cos'è
l'amore? Zuzu interroga sé stessa e i suoi protagonisti; perfino le
pietre. E ci dice che a volte è un inferno in terra; altre una
crostata con crema e fragoline di bosco così deliziosa da farci
dimenticare, d'un tratto, l'obiettivo di puntare alla luna.
L'importante è trovare una persona così buona da scambiare il
nostro strabordante caos interiore per coraggio. Beato chi non la
capirà, Claudia. Beato chi così fuori (posto, dal mondo, di testa)
giura di non essercisi mai sentito.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Carmen Consoli – Parole di burro
|Blankets,
di Craig Thompson. Rizzoli Lizard, € 29, pp. 592 |
Scegliere
la prima lettura dell'anno richiede molta cura. Dal momento che chi
ben comincia è a metà dell'opera, ai principi di gennaio ho messo la mia serenità di
lettore nelle mani d'oro di Craig Thompson: un fumettista
premiatissimo, capace a detta dei più di trasformare una mia
passione recente – ossia i romanzi grafici – in un'autentica
opera d'arte. Se non me lo avessero regalato all'ultimo momento,
probabilmente non avrei letto Blankets con
altrettanta urgenza. E senza questa coperta di patchwork il mio
gennaio sarebbe stato un po' più buio di così, e soprattutto più
freddo. Storia autobiografica, il graphic novel condensa grazie a
sprazzi di dolore e lirismo il vissuto dell'autore: da un'infanzia
sofferta, scandita da abusi fisici e psicologici, fino alla scoperta
di un talento artistico capace di aprire impensate vie di fuga.
Giusto al centro, però, c'è il cuore nevralgico della vicenda: quel
primo amore, vissuto tra slanci e sensi di colpa, che aveva il
carattere scostante della bella Raina. Craig la conosce al campo
della parrocchia, durante le vacanze invernali, e insieme escogitano
trovate ingegnose per saltare la messa della domenica o per non
unirsi al coro degli altri fedeli. Vissuta inizialmente a distanza –
lei vive in Michigan, con due fratelli affetti dalla sindrome di Down
e una coppia di genitori in rotta di collisione –, la loro
relazione epistolare diventa carnale quando Craig è suo ospite per
qualche settimana.
Fa
riflettere vedere i bambini che fanno tanta fatica per risalire la
collina solo per provare il breve piacere della discesa. Noi adulti
viviamo in salita. Su, su, su... Senza arrivare mai da nessuna parte.
Riuniti
per un po' sotto lo stesso tetto, gli adolescenti sperimentano il
contatto fisico, imparano a conoscere il sapore della pelle
dell'altra persona o i rumori impercettibili del sonno, vivono notti
che spererebbero interminabili in cui il paradiso sembrerebbe
l'attimo presente. Nell'immaginazione, i letti diventano ora zattere
contro la tempesta, ora fortini. Essendo un'opera stratificata e
matura, però, Blankets non
si limita a raccontare il semplice struggimento del romanticismo
adolescenziale, ma anche le famiglie. Quella di Raina, faticosa ma
amorevole. Quella di Craig, religiosa ai limiti del fanatismo, che ha
instillato nel figlio un profondo senso di colpa e l'idea di
diventare sacerdote. Crescere significa aprire finalmente gli occhi:
accorgersi delle contraddizioni e delle bugie delle Sacre scritture,
dei genitori, degli amanti. Se perfino la Bibbia contiene
incongruenze grandi e piccole, quanto è possibile fare affidamento
sulle promesse di una fidanzatina? A tratti tragico, a tratti
esilarante, ma nostalgico e delicato fino alla fine, Thompson è un
illustratore ispiratissimo e un narratore pieno di dubbi.
Di
notte, quando stai sdraiato a pancia in su e guardi la neve che
scende, è facile immaginare di librarti in volo tra le stelle.
Nonostante
le visioni apocalittiche di diavoli tentatori pronti a pungolare con
un forcone le sue pulsioni sessuali, nonostante la severità con cui
bacchetta i genitori negligenti e il crepacuore immancabile
dell'epilogo, fa di questa sua confessione a disegni un pacato salmo
per onorare il gelido Wisconsin: le luci abbaglianti, le ombre
lunghe, i pick-up scalcagnati, i silenzi condivisi, le attese cariche
di non detti. L'elettricità statica, qui e lì, solleva scintille
imputabili a fate o folletti. Le precipitazioni nevose, benché
onnipresenti, non smettono di suscitare nei protagonisti un magico
senso di meraviglia. Al momento del disgelo, arriverà l'ora di
accettare il nostro passato, la nostra famiglia, noi stessi. Con il
cambio di stagione – crescendo –, qualcosa sarà da riporre,
qualcosa sarà da buttare via. Cosa ne è stato delle avventure in
cortile con un dolcissimo fratello minore? Degli aneddoti, delle
punizioni, della complicità? Cosa, ancora, delle lettere d'amore,
delle dichiarazioni scarabocchiate sui bigliettini, dei regali? Ci
sono cose che non chiuderemo mai in uno scatolone. Ci accompagneranno
nei sogni più belli e segreti, nelle notti più pungenti. Resteranno
per sempre. Anche se il mito della caverna di Platone fosse
applicabile con puntualità alle relazioni umane – conosciamo le
persone, infatti, o soltanto le loro proiezioni ingannevoli? –,
sarà possibile tendere le mani verso una vecchia fiamma. Che non
brucia, non più, ma emana comunque un calore confortante.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Ed Sheeran – Afterglow
Leggilo
perché fa morire dal ridere, suggerivano tutti. Come potevo
deluderli? L’ho acquistato in promozione in ebook, a un prezzo
stracciato. L’ho letto d’un fiato in una notte di fine estate,
sconquassato da emozioni che andavano dal divertimento alla
commozione. Vi parlo di Cinzia più tardi del previsto, però, e con
un orribile groppo in gola. All’indomani dell’ennesimo episodio
di transfobia. Poche settimane fa i telegiornali ci hanno raccontato
di una coppia speronata mortalmente, di una tragedia alla Romeo e
Giulietta. Nella profonda provincia campana, Maria Paola è stata
uccisa a diciotto anni perché aveva una relazione con Ciro: un
ragazzo transgender. L’assassino, il suo stesso fratello.
L’episodio ha rivelato la forza dell’odio e l’inadeguatezza dei
nostri giornali. Una confusione imperdonabile di termini, voci,
opinioni che basterebbe una lettura come questa a fugare per sempre.
Prima
di morire, mia nonna mi disse: Paul non è un brutto nome, solo che
non è il tuo. Se vuoi puoi usare il mio, ormai non mi serve più.
Contro
il pregiudizio, il fumettista Leo Ortolani schiera tutta la palette
dell’arcobaleno. E un senso dell’umorismo corrosivo che si tuffa
a picco nei doppi sensi. Niente e nessuno sono salvi dalla sua verve
satirica. Ortolani bacchetta tutti. Chi giudica, chi si lascia
giudicare, chi ghettizza, chi si lascia ghettizzare: ironizza perfino
sulla comunità LGBTQ, che coglie in contropiede la protagonista
stessa aggiungendo continuamente lettere alla sua sigla. Un giorno
includerà anche i nerd amanti di Star Wars? È un acronimo a creare
legami, a costruire l’identità di un essere umano? Cinzia non
vuole essere incasellata. Cinzia tentenna davanti alla riassegnazione
di genere. Registrata all’anagrafe come Paul, ha preso il nome di
battesimo della nonna defunta e la vita di petto. E ha un petto
prosperoso, Cinzia, e un segreto ingombrante: trenta centimetri tra
le gambe.
Mi
piace, innamorarmi. Mi piace pensare a qualcuno di speciale che mi
faccia battere il cuore. Ma alla fine arriva sempre il momento di
chiudere, altrimenti impazzisci. Per questo voglio essere bellissima.
Perché se nessuno mi ama, devo farlo io.
Innamorata
persa di un etero in procinto di convolare a nozze, la protagonista
gli nasconde la verità e fa un errore: rischiare di cambiare per un
uomo. Se è destino, Thomas ignorerà la presenza dell’ingombrante
appendice? Tra aziende da strapazzo che vorrebbero debellare
l’omosessualità con prodotti bio, gustosissimi sprazzi musical –
mi riferisco ai cameo di Phil Collins, Aretha Franklin, Joe Cocker e
Bee Gees –, spogliarelli in webcam e visioni bibliche, Cinzia si
rivela la fiaba senza tempo di una novella Cenerentola. Per amore,
però, lei non si trasforma in una principessa: bensì in uno
straordinario supereroe. Leo Ortolani celebra l’orgoglio di essere
diversi da tutti gli altri e, pur con toni leggerissimi, descrive un
mondo di figuranti infami e pendolari tristi. Metà donna, metà
uomo, la sua eroina è un anfibio. Una specie di creatura mitologica,
nobile d’animo, caparbia e purissima, che spererebbe di vivere in
una commedia pastello interpretata da Julia Roberts. Purtroppo deve
sperimentare prima il dramma di chi vorrebbe trasformare la sua
felicità in senso di colpa. A dove risalgono le radici della
discriminazione? Irresistibilmente blasfemo, Ortolani rievoca il
giudizio universale: Noè, a bordo dell’arca, radunava gli uomini e
le donne, le coppie. E le persone a un bivio? E i single? Per nostra
fortuna, a Cinzia non servono mica passaggi sulla via della salvezza.
Più volte delusa, più volte innamorata, ha imparato a sopravvivere
galleggiando. Questa graphic novel racconta in pillole una nuova
forma d’amore, la più rivoluzionaria e definitiva. La più
imprescindibile. Quello verso sé stessi.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Gianna Nannini – I maschi
Chiusi
in casa, spiano le mosse del vicinato. Aguzzano l’udito per
origliare. Denunciano. La routine degli
abitanti di Residenza Arcadia, satira quanto mai attuale,
potrebbe ricordarvi qualcosa. I giorni della nostra quarantena.
Terrorizzati dal cambiamento – un po’ come noi davanti alla fase
due –, gli anziani protagonisti tutelano le loro
proprietà con il pugno di ferro. Benché vengano nominati Don
Matteo e Turisti per caso, siamo in una società distopica
imprecisata: pare che ci sarà una guerra imminente, che il Partito e
la Gendarmeria vadano temuti, e che presto ci sarà una parata
per celebrare la Nazione. Gli stessi conflitti si respirano anche nel
condominio: colpa dei nuovi inquilini – terroristi – da far
sloggiare. Raffigurata come un idillio sin dal nome, la Residenza è
un covo di scaramucce, pettegolezzi e voltafaccia mortali. Badate ai
disegni, inquietanti come nel miglior Burton, e diffidate da quei protagonisti che sembrano adorabili: la solitaria
Mirta con il suo canarino; Emilio e Dirce, con ospite il nipote
metallaro; i temutissimi Ester e Dimitri, dai modi affabili ma con un
passato insospettabile – quello di lui vi commuoverà. Daniel
Cuello, originario di un Paese che ha avuto una lunga e infelice
relazione con le dittature, scuote per crudeltà e dolcezza. E
condanna il conservatorismo di una certa generazione, sempre in prima
linea per apostrofare il lassismo dei tempi correnti. Oasi da
proteggere, il condominio diventa un microcosmo in cui legge e morale
viaggiano su binari diversi. Perché difendere con le unghie e con i
denti una casa destinata comunque alla polvere del tempo? Perché
mantenere lo status quo, se è un incubo che ricorda i fascismi?
|Basilicò, di Giulio Macaione. € 16, pp. 153,
★★★½|
Alcune
famiglie sono un’associazione a delinquere. A mettere sotto
processo la propria è Maria, matriarca sputasentenze con cinque
figli grandi e un marito scappato con la domestica Nancy. Come
in American Beauty, la narrazione prende avvio da un luogo
particolare: l’oltretomba. La protagonista, nel giorno del suo
stesso funerale, racconta il suo albero genealogico e gli eventi che
hanno portato alla sua morte. Risposta politicamente scorretta alle
saghe familiari tanto in voga, Basilicò sarà apprezzato dai
fan di Carnage o I segreti di Osage County.
Complessati, sguaiati e inviperiti, i membri della famiglia Morreale
credono nei valori tradizionali, nel senso del decoro, nell’omertà.
I capitoli, illustrati da una penna che incanta, sono ora in bianco e
nero, ora in un nostalgico color seppia. Introdotti dalle ricette
della migliori ricette della tradizione – dalla parmigiana al
pesto, dal cous cous al ragù – inoltre assumono di volta in volta
il punto di vista dei figli: Giovanni, un prof bistrattato; Agata,
artista povera in canna; Diego Maria, omosessuale sfortunato in
amore; Rosalia, moglie e amante; infine Santo, ultimogenito
dall’esistenza girovaga. Riuniti per il compleanno di Maria, si
troveranno a celebrarne le esequie. La mamma si è portata nella
tomba trucchi e consigli? Se il segreto della sua cucina era il
basilico, il segreto del basilico invece qual era? I colpi di scena
del finale assicureranno anche qualche tavola horror. La graphic
novel di Giulio Macaione è un omaggio a Palermo, alle gioie della
tavola, ai dolori delle famiglie infelici a modo loro.
|Freezer, di Veronica “Veci” Carratello. € 18, pp. 137,
★★|
Un’altra
famiglia disfunzionali da cui fuggire, un’altra lettura grottesca. Questa volta si
parla dei Robinson: sì, proprio come quelli della serie TV. Mina, in
attesa dello sviluppo ormonale, sognerebbe per sé il potere
dell’invisibilità. Difficile se primogenita in una casa dov’è
impossibile non essere immischiati nelle tragicomiche dei parenti .
Tocca citarne qualcuno: il padre, attore della pubblicità della
carta igienica; lo zio Ernesto, che in una chat trova l’anima
gemella; il gatto Kafka, aspirante suicida; una nonnina chiusa nel
silenzio impenetrabile della vedovanza. A metà tra Little Miss
Sunshine e Metti la nonna in freezer, la graphic novel ha
protagonisti già visti altrove e un umorismo che purtroppo non mi ha
divertito. Il pregio più grande è l’irresistibile estetica
vintage, con un tripudio di colori terrosi, citazioni musicali anni
Settanta e un tratto degno della sfrontatezza dei prodotti di Cartoon
Network. Peccato che Freezer somigli più a un insieme di
strisce comiche che a un racconto, più a un puzzle di sketch che a
una storia fatta e finita. I (nuovi) Robinson potrebbero essere i
personaggi di una sitcom strampalata e scorretta che ci dispiacerebbe
vedere in poltrona. Questo volume, un breve assaggio delle stranezze
di cui sono capaci, è però un episodio pilota nemmeno troppo
soddisfacente.
La
quarantena è tempo di sperimentazioni. Approfittando delle
promozioni Bao Publishing– fino al 3 maggio trovati alcuni ebook in catalogo a € 1,99–, mi
sono cimentato con due cose che a torto mi hanno sempre trovato un
po’ restio. Le graphic novel e la lettura in digitale. Scoprite
com’è andata, e approfittate anche voi dei pro della solidarietà
digitale: magari per ricredervi.
È
una storia che tocca le corde profonde di quelli che hanno fatto i
miei stessi errori di valutazione e il mio stesso percorso
accademico. Ci avevano avvisati all’immatricolazione: le discipline
umanistiche non sfamano. Ma come frenare una passione? Mia e Manuel,
un decennio fa, sono arrivati nella città universitaria per
eccellenza con il sogno di vivere della loro vocazione. Lei ha
studiato Belle arti, lui Lettere. Ormai ventinovenni, si ritrovano a
vivere con altri quattro coinquilini in un appartamento in nero e ad
arrangiarsi. Hanno rimandato a data da destinarsi la vita che spetta
alle coppie adulte. Mentre Mia vive con frustrazione la routine
lavorativa e sentimentale, Manuel è un gigante con la testa piena di
sogni: vuole fare sul serio con lei, e sul web pubblica un romanzo
cavalleresco che spera possa diventare un successo. Dolcemente
vecchio stile, scrive degli struggimenti e delle tresche dei fittizi
Decimo e Ludovica. Come vivrebbe la confessione di una sbandata, se
Mia condividesse il bisogno di sentirsi ancora desiderata e viva?
L’idealismo dell’uno può sposarsi con il pragmatismo dell’altra,
senza che le loro personalità vengano annullate? Con tratti gentili
e dialoghi che suonano verissimi, il talento di Flavia Biondi mi si è
rivelato con una commedia dolce-amara che mi ha stretto in una
domenica di pioggia. Mi hanno impressionato la verità dei gesti e
delle parole – il nitore delle situazioni, infatti, è pari a
quello di un film –; le descrizioni di una Bologna fatta di
manifesti e porticati; l’affresco di una relazione resa nelle
scaramucce e nell’intimità, combattuta tra egoismo e amor proprio.
Il disagio generazionale ci ha trasformati in stelle singole: ognuno
bada alla propria luce. La giusta mezura è il rischio da
correre per brillare insieme. È la paura che si nasconde dietro il
grande passo – quello più lungo della gamba – e il
disarcionamento causato dai compromessi col partner. È tutto
ciò su cui le favole glissano: la parentesi tonda tra il principio e
l’epilogo, che si colora qui della nostra incertezza.
|Una sorella, di Bastien Vivès. € 19, pp. 218, ★★★|
Tutti
hanno conosciuto una di quelle estati che cambiano il corpo e la
mente, la percezione di sé e degli altri. Per l’introverso Antoine
succede a tredici anni. Lontano da Parigi, Antoine ha viaggiato con la
famiglia al completo fino alla casa delle vacanze. Ammazza il tempo
come facevo anch’io: disegni, cacce di granchi sulla battigia,
corse in bicicletta, puzzle, insalate di riso consumate all’ombra
degli stabilimenti balneari. Non ha messo in conto l’arrivo di
Helene, un’amica di famiglia dalla presenza perturbante. Tre anni
più grande di lui, il triangolo minuscolo del reggiseno, le
sigarette e il vino rosso, il legame viscerale con lo smartphone, gli
sguardi dei maschi di ogni età. Antoine, che con lei divide il letto
a castello, non può frenare i bollori. Soprattutto quando lei gli
chiede del primo bacio, lo accudisce, gli dà corda con i giochi e
gli hobby. In Una sorella rivivono le stesse estati belle e
spensierate del cinema francese: mi è tornato in mente, in
particolare, l’ultimo film di Kechice. L’iniziazione passa
attraverso i balli sulla spiaggia, i video pornografici sbirciati sul
cellulare, il brivido di leccare dal medesimo gelato. Graphic novel
dalle ambientazioni molto familiari, per me che ho sempre vissuto
sulla costa, è la cronaca candida e universale della scoperta del
sesso. Chi non potrà rispecchiarsi in Antoine; nei turbamenti e nei
pensieri proibiti che gli mozzano il fiato; nel risveglio brusco da
un sogno erotico che lascia al contempo tristi e col batticuore?
L’ingresso di qualche scena esplicita non turba la delicatezza e
l’incanto di Vivès. I suoi protagonisti trascorrono pochi giorni
insieme e temono il momento della partenza: quando arriverà stringerà inevitabilmente il cuore, benché storie simili siano
state raccontate in cent’altri romanzi di formazione. Ma l’aggiunta
del disegno dà corpo e carnalità a un’estate come tante e come
nessuna. E questo tormentone radiofonico tutto sole, cuore, amore
appare comunque piacevole da riascoltare e canticchiare.
|Il porto proibito, di Teresa Radice e Stefano Turconi. Bao, €
21, pp. 312 |
In
alcune storie ci inciampi e basta. Sono messaggi in bottiglia. È
l’alta marea che ha voluto fartele leggere, portandoti nel posto
giusto al momento giusto. Si nascondevano dietro uno scoglio, magari
sotto un tronco, e un’altra onda minacciava di portarle via da un
momento all’altro. Sono stato fortunato. A passeggio in un
mercatino che somigliava un po’ a una spiaggia dopo un naufragio –
dappertutto anfore, coralli e conchiglie –, in uno dei miei ultimi
giorni di libertà mi sono imbattuto in un questa graphic novel. La
sua fama aveva raggiunto anche me, ignorante in materia, e per pochi
euro ho portato a casa un piccolo tesoro nell’indifferenza del
venditore: lo vendeva allo stesso prezzo dei tascabili della
bancarella. Dopo un mese, impigrito dal blocco del lettore, ho deciso
che il suo momento era arrivato. Per il desiderio di leggere qualcosa
di lieve sì, ma bello. Per la solita nostalgia del mare.
Una
graphic novel che ha già meriti oggettivi, così, se n’è fregiata
di un altro: ha simboleggiato, per me, la lettura d’evasione per
eccellenza. Di quelle che ti portano lontano, letteralmente,
facendoti sperimentare quel senso di stupore che credevi precluso
agli adulti. Magico, misterioso, romantico, Il porto proibito è
un’ombra che si profila all’orizzonte. Un miraggio che non
tutti riescono a percepire con gli stessi occhi. Può dirsi lusingato
o sciagurato colui che ne vede la silhouette nella nebbia del primo
mattino? È un inizio o una fine; un punto di partenza o uno
d’approdo? Sono alcuni degli interrogativi sollevati dalle figure
che popolano l’avventura di Teresa Radice e Stefano Turconi:
coniugi e fumettisti, qui al servizio di un intrigo che deve un po’
alle favole Disney e un po’ ai classici dell’Ottocento inglese.
Lo chiamano il porto proibito: appare e scompare nella nebbia, ma
sembra che non tutti possano vederlo. Chi l’ha raggiunto di certo
non è tornato indietro per raccontarlo! Perché non sei tu che
scegli di entrare al porto, è il porto che sceglie te.
Si
parte dal ritrovamento di un naufrago sulle coste del Siam. Vittima
di un’amnesia che lo ha privato di tutto fuorché il nome, Abel
diventa il mozzo del primo ufficiale Roberts a bordo di un vascello
della marina. Intraprendente e servizievole, dotato di mille risorse,
il ragazzo ha l’animo antico dei veri lupi di mare: conosce a
memoria canzoni, aneddoti, trucchi, e le sue abilità sorprendenti –
talora a confine con la magia – fanno mormorare la ciurma
sospettosa, per poi tornare utili durante le bonacce più ostinate.
Il tenore del prologo è destinato a cambiare una volta giunti a Plymouth.
Ospite di una locanda caduta in disgrazia per colpa di uno scandalo –
il proprietario, Stevenson, sarebbe fuggito con la refurtiva
confiscata agli spagnoli lasciando le tre figlie nei guai –, Abel
si affeziona alla timida Helen, alla maliziosa Heather e alla piccola
Harriet, fino a sentirsi parte della famiglia allargata. Ma gli insegnamenti
più importanti arriveranno da Rebecca, erotica e materna insieme, che lo guiderà nei segreti del
sesso, della letteratura e soprattutto dell’impossibile. Dove tutti vedono
malizia, si nascondono in realtà le migliori pagine del volume e
personaggi indimenticabili: dalla relazione tra la malinconica
tenutaria del bordello e Nathan, il cliente prediletto che promette
di affrancarla per amore, aspettatevi tavole appassionate e più di
qualche lacrima.
La
verità più profonda si può trovare grazie a una semplice storia.
Colto,
citazionista, romanticissimo, Il porto proibito è una ballata
marinaresca di donne e pirati su un tesoro da trovare, un’identità
da riscrivere, una fama da riscattare. Contiene frammenti preziosi
dei versi di Blake, Coleridge e Wordsworth. Brilla di scrittura ricca
ed evocativa, a proprio agio tanto con il lirismo quanto con il
linguaggio tecnico della navigazione. Ha un gusto per la narrazione
nobile, antico, a cui si perdona a cuor leggero perfino un epilogo un
po’ melenso in nome dei racconti della buonanotte che rievoca; dei
ricordi legati alle leggende sussurrate davanti ai falò. Il
tutto, per di più, impreziosito da un tratto a matita essenziale e
mai soverchiante, che fa da perfetto contrappunto alle parole e le
accompagna dolcemente.
C’è
chi vuol partire e chi vuol tornare. Chi spera di oltrepassare le
colonne d’Ercole e chi, invece, sogna di riporre i remi in barca.
Schiavi di un diffuso senso d’attesa, sospesi all’orizzonte, i protagonisti di Teresa e Stefano sono divisi tra il mare e
la terra: per questo, eternamente incompleti. Ma perfino un
recipiente vuoto, riflette Nathan, può scoprire un’utilità
intrinseca: diventare un contenitore per raccogliere acqua piovana;
trasformarsi in un vaso per accogliere il fiorire di nuove esistenze.
Ecco allora il palesarsi di un senso, di una seconda chance, di altra
vita ancora. A lezione d’amore e navigazione, prima di salpare per
sempre. Meta: il nostro assoluto incanto.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Mumford & Sons – Guiding Light
Secondo
e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy
Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti
stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per
ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai.
Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e
James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –,
non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma
oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la
parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da
realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli
anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati,
conteremo i giorni e i palloncini.
Doctor Sleep 7 novembre 2019
Ancora
Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un
secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con
preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick –
non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep
è il seguito ufficiale di
Shining. Il piccolo
Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la
luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le
sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui
luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il
trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo
film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà
qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of
Hill House io scelgo di fidarmi
a scatola chiusa.
Creepshow 26 settembre 2019
Negli
anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a
episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato
horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un
seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween,
prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone
altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe
R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un
pezzo e la visione dell'ultimo American
Horror Story è
quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario,
sono già seduto in poltrona.
The Witcher Fine 2019
In
assenza di Game of Thrones e
in attesa del Signore degli anelli,
gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The
Witcher. Famosa saga
letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i
videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill –
contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in
queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia
indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio
genere, ma auguro agli appassionati buona visione.
His Dark Materials Fine 2019
Dopo
il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un
cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman –
autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa
popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be',
si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di
diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen,
già apprezzata in Logan;
dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per
Cats. La “bussola
d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al
successo?
Artemis Fowl 2020
Ispirato
alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo
volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo
massimo arriva in sala anche Artemis Fowl.
Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla
lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per
novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per
ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più
carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese
con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor:
serviva?
Watchmen Ottobre 2019
Non
serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito
nominare. Watchmen,
la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time
fra
le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già
protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre
sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e
Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è
ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli
Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The
Boys
su Amazon Prime Video.
Cercando Alaska 18 ottobre
Avevo
ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di
distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di
John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley
sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando
Alaska ritorna. Sarà una
miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo
millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la
porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della
lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non
importa: sono già felice così.
Li
ho conosciuti e adorati sul piccolo schermo. Li aspetto ormai da due
anni per una seconda stagione annunciata a ciel sereno. James e
Alyssa, parte di un'adorabile coppia di sociopatici, mi mancavano
abbastanza da volere dare un'opportunità alla loro controparte
cartacea: il fumetto di Charles Forsman, ispirazione per i primi otto
episodi, se ne stava abbandonato sul comodino di mio fratello, a casa
per le vacanze pasquali. Breve com'è, la curiosità di sfogliarlo ha
comportato necessariamente leggerlo in un'ora scarsa di un giorno
d'inizio settimana. Diciamolo subito: i tratti minimalisti e scarni
da rivista satirica non sono per tutti. Non per me, che del fumetto
ho imparato ad apprezzare di pari passo illustrazioni e contenuti. I
buffi schizzi antropomorfi dell'autore britannico, apparsi
inizialmente a puntate sul web e poi raccolti in un volumetto unico,
sono proprio i fidanzatini criminali in fuga dalla provincia
stagnante. Lui, dopo un'infanzia passata a uccidere e sezionare
furtivamente gli animali del vicinato, sperimenta senza grande
convinzione il sollievo dell'amore. Lei, finalmente distante da mamma
incostante e patrigno manesco, raggiunge un padre biologico che non
vincerà mai la palma di genitore dell'anno. Loro, teneri e
sconsiderati, s'imbattono in assassini, satanisti e segugi armati di
distintivo luccicante. Hanno quasi diciotto anni e, per farsi beffe
dell'apatia, si fanno forza grazie all'illusorietà della prima
volta: impossibile, forse, per degli squinternati dal cuore d'oro. La
lettura non si è rivelata delle più memorabili, anzi. Mi è parsa
un'occasione sprecata che, per fortuna, Netflix ha saputo far
fruttare con intelligenza e ironia. I protagonisti appaiono in
Forsman meno approfonditi, meno problematici. Abbozzati e
bidimensionali tanto quanto il tratto a matita del fumettista che li
ha ideati, sono irrisolti e sconosciuti fino all'ultima pagina. Dov'è
il loro background? Dov'è il punto di vista di Alyssa,
ridimensionato all'inverosimile per questione di brevità? The End
of the fucking world, su carta,
purtroppo non lascia granché. Né ricordi, né speranze, né
sollievo, in una spirale di violenza e nichilismo senza senso. Meglio
la versione telefilmica, sì. Con due attori più gradevoli (ma non
troppo) di questi bizzarri sgorbi in bianco e nero. Con due
personaggi più puliti (ma non troppo) dei disperati spruzzati di
sangue che, nello spirito di alcune produzioni indipendenti, non
troveranno mai riparo dall'apocalisse profetizzata nel titolo.
Questa
è la stanza, di Gipi
Coconino
Press, € 10, ★★★
In
un celebre saggio la scrittrice Virginia Woolf raccontava il lusso e
l'importanza di possedere una stanza tutta per sé. La necessità di
un cantuccio personale si fa sentire anche durante l'adolescenza,
nella provincia italiana degli anni Ottanta. Quando Giuliano e i suoi
amici scalcagnati, che suonano musica da ragazzacci e a volte
frequentano brutti ceffi, si vedono prestate le chiavi di un modesto
garage. Con quello che un garage – fucina di note e possibilità,
scrigno di un futuro quanto mai in forse – per un adolescente può
rappresentare a livello più profondo, metaforico. I protagonisti
hanno brutti tagli di capelli, bassi frastornanti e sale prove
improvvisate. Ce li racconta il solito Gipi acquistato in edicola lo
scorso inverno, che questa volta attinge a man bassa alla propria
giovinezza: a quattordici anni, infatti, era voce e tastierista in
una band hardcore. Giovanile, scorrevole, freschissimo, Questa
è la stanza è la sua prima
opera che mi ha ricordato meno la suggestione del romanzo e più la
sveltezza del fumetto. I colori restano tenui e uniformi, da mirare e
rimirare. La vicenda, invece, è di quelle sui migliori anni:
l'andamento, insolitamente lineare, presenta qui e lì toccanti cenni
personali. Nella descrizione della mamme arcigne e dei papà
sognatori è impossibile non scorgere quel vissuto che, titolo dopo
titolo, ho imparato a conoscere come le mie tasche: il padre
dell'autore era morto da poco. Questa è la stanza è
una commedia musicale energica e genuina, nello stile diSing Street, che funziona come
lettura a sé meglio delle altre opere di Gipi – complesse,
confinanti, collegatissime. Ma è soprattutto un altro modo per
concedersi un'occhiata alle spalle, al passato; per pensare agli
incoraggiamenti e agli insulti a mezzavoce di genitori indimenticati
che forse non conoscevano la Woolf, no, ma il bisogno di una via di
fuga sì. Meno sperimentale che altrove, troppo educato per parlare
di rock, questo Gipi minore incanta comunque con pennellate appena
accennate e moltissime parole in armonia. Dove i capitoli sono
scanditi da canzoni che parlano di noi, di loro, ma soprattutto di
lui. Dove la musica leggera ha una stanza per farsi arte e un
suo peso specifico.
|Unastoria, di Gipi. La biblioteca della Repubblica. Coconino
Press, € 10, pp. 126 |
Si
chiama Silvano Landi, ha cinquant'anni e il suo nome forse potrebbe
farti accendere la proverbiale lampadina. Scrittore affermato, sempre
all'inseguimento dell'idea vincente, un giorno è stato trovato in
spiaggia rannicchiato su se stesso e in stato confusionale. Degente
in un ospedale psichiatrico, per il bene suo e soprattutto per quello
degli altri, adesso farnetica senza posa di una stazione di servizio
e di un grande albero dai rami spogli. Nella sua testa si affollano
così le sensazioni, i flashback dolorosi, le immagini di un'altra
vita. La follia, sin dall'origine dei tempi tutt'uno con le arti
grafiche, sulla carta trova spazio vitale e colori vorticosi. Trova
un senso, anche se all'inizio sembra sfuggire. A pagine alterne,
infatti, leggiamo di un altro uomo, suo nonno: giovane soldato
mandato in avanscoperta da superiori sprezzanti del pericolo, che
sotto il fuoco incrociato del nemico tedesco trova riparo all'ombra
di un albero isolato – un miracolo, in un conflitto che guarda caso
ha reso tutto cenere – e pensa intanto a come sarà riabbracciare
la moglie Teresa, a cosa fare per le ferite profonde dell'amico Luca.
Malevola
è la nostra natura, quanto amorevolmente protettiva è la nostra
cecità.
Non
mancano le digressioni curiose e gli sprazzi surreali – una
baronessa capricciosa e annoiata che desiderava armi più letali in
guerre lampo, lacrime copiose che hanno plasmato goccia a goccia i
volti dei primi uomini della Creazione – e ritornano
immancabilmente i temi cari del pacifismo e dell'eterna
incomprensione di cui sono vittima gli animi sensibili. Acclamato
all'unisono come suo capolavoro e candidato al premio Strega,
Unastoria appare più degno
di meraviglia ma meno immediato di S.,
altro flusso di coscienza tipicamente autoriale che dalla sua, però,
aveva un carico emozionale superiore a questo. Semiautobiografico,
come ho scoperto spulciando le interviste e la bibliografia di un
dolcissimo Gipi spesso in crisi d'identità; costruito meglio, vero,
ma anche costruito di più. Le storie, a dispetto del titolo, in
verità sono proprio due. Non si toccano mai, ambientate in
epoche diverse. Ma si sovrappongono, si scontrano, si rubano la
scena. Per la prima volta, a sorpresa, mi scopro del tutto
impossibilitato a parlarvi della trama e dei singoli personaggi,
tanto complessa è l'esperienza della lettura, tanto parola e colore
compongono un inscindibile e lisergico tutt'uno.
Mi
chiedo, amore... Da dove viene questo chiarore? Non dalle stelle che
son troppo lontane. Non dalla luna, assente. Viene dai nostri
desideri, forse? Che siano i nostri cuori, le speranze, a illuminare
il cielo? O le nostre famiglie? Le loro preghiere. I nostri bambini.
Tu.
Frammentaria,
a metà strada fra la confusione da antidepressivi e la magia dei
sogni che l'indomani scordi amaramente al risveglio, questa graphic
novel è il soggiorno scomodo nella mente di un professionista sul
ciglio del baratro. Uno scrittore che scivola, cade in una tavolozza
ricchissima e si riscopre, infine, nelle orme lasciate sulla
tela un tempo bianca. Padre distratto e marito anaffettivo,
Landi testimonia quanto sia solitario e infido il lavoro del
narratore e lentamente viene a patti con i demoni del successo. Con
le mani sporche di sangue dell'antenato. Con i propri ricordi.
Insieme a lui, sempre a un bivio, sempre in armi contro se stesso,
c'è il nonno partigiano. Uno in un reparto psichiatrico, l'altro in
trincea. Disposti a fare carte false, a fingersi guariti, pur di
perdonarsi. Quanti compromessi, quanti passi falsi, quanti errori
siamo disposti a commettere pur di tornare a casa sulle nostre gambe?
Tutto – tutto l'egoismo, tutta l'umanità del mondo – pur di
alzarci, guardarci allo specchio contando fra disgusto e fierezza le
rughe d'espressione e con un moto di amore improvviso, in corner,
scoprirsi “mica male”.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Gino Paoli – Il cielo in una stanza
Dopo
La terra dei figli si comincia con le immagini di un'altra
guerra. Questa volta non di fantasia. Su Pisa piovevano le bombe
degli americani e i feriti, con i morti che si aggiravano attorno ai
cinquemila, brancolavano fra le macerie come i mostri deformi di una
distopia post-apocalittica. Ci sono ancora uno scenario desolante,
ancora un figlio maschio con un'eredità di sofferenze e memorie per
le mani. Questa volta non è invenzione, non completamente. Il mio
secondo Gipi, sempre in edicola, sempre con un graffio da poeta
contemporaneo, racconta infatti se stesso e i ricordi del padre
scomparso.
La
fidanzata di S. è coperta di polvere. Non è ferita. Non ha niente.
Solo la punta di un gomito sbucciata ed un principio di odio verso il
mondo che potrebbe non guarire mai.
Il
fumettista toscano si disegna, si svela, con nel titolo un'iniziale
puntata che si addice alla figura di un genitore al tempo stesso
assente e presente fra le pagine: Sergio, che nei tamponamenti in
autostrada evitava saggiamente conflitti con gli automobilisti
battaglieri; che faceva ridere tutti citando i versi più pruriginosi
della Divina Commedia – si teneva invece per sé quelli romantici,
sull'amore di Paolo e Francesca – e usando culo come
imprecazione; che amava rivangare il passato anche a costo di aprire
vecchie ferite, anche a costo di ripetersi come un disco rotto. È
morto quando l'autore era già adulto, ma non si è mai abbastanza
grandi per scoprirsi orfani. Non è accaduto all'improvviso: una
diminuzione progressiva della vista e la stanchezza di chi è stanco
di combattere i mulini a vento della terza età. La notizia raggiunge
Gipi mentre giocava a uno sparatutto online. E si sente in colpa, e
si sente dalla parte del torto: un padre con una vita consacrata alla
sensibilizzione – epocale la lite per quegli anfibi tedeschi
acquistati da un robivecchi con simpatie naziste, con tanto di fuga
lontano da casa –, ed ecco il figlio che ammazzava. Anche se per
finta. La consapevolezza comporta un'elaborazione particolarissima:
l'autore porta il lutto nel cuore, e sulle sue tavole racconta la
Seconda guerra mondiale, un'inquietante avventura su un'isoletta
chiusa al pubblico, un funerale all'insegna dell'ultima volontà del
morto. Il pretesto: una gita a quattro in barca – con Gipi anche
lo zio Piero e il cugino Luca –, in cui un aneddoto tira l'altro e
un piccolo pericolo è in agguato.
In
mare, con le lenzuola e il materasso, cominciamo a ridere tanto da
rischiare di affogare. E continueremo a ridere per anni, tutte le
volte che questa scena ci tornerà alla mente. Rideremo come gli
scemi che siamo. Rischiando di affogare più volte, pure sulla
terraferma.
Manca
un filo conduttore. Manca un senso. Manca un ordine prestabilito. Si
salta di palo in frasca, si passa da abbozzati schizzi a matita alla
bellezza degli acquerelli degli impressionisti francesi, si seguono
le sequenze di un flusso di coscienza che porta alla deriva.
Lasciarsi andare per fortuna ha del poetico, ha del liberatorio. In
una lettura che insegna a pescare, a diffidare da chi ti dice che
commuovere è far bene, a perdonare gli sbagli delle famiglie
imperfette. La sapevi quella volta in cui Sergio e Piero trattennero
il fiato sotto le assi del pavimento per sfuggire ai soldati, o
quella in cui fu proprio un crucco a salvare la madre dell'autore dal
crollo della conigliera in cui si era riparata? Le pernacchie ad
Andreotti in tivù, un matrimonio salvifico forse difficile da
capire, il desiderio di tornare morendo polvere alla polvere?
Ricordi la storia dei due disertori tedeschi, che volevano guadare un
corso d'acqua nonostante non sapessero nuotare?
Dovevano
apparirgli come puntini nell'acqua. Puntini biondi che cercavano di
attraversare il fiume. E tanto bastava. C'era la guerra.
Resta
il fatto che Sergio si facesse pestare dagli americani, suo figlio
dagli spacciatori del quartiere. Resta, ancora, un'urna da trafugare
come in un film per liberarne i resti in mare: le ceneri sono brace
viva, emanano calore. I bravi padri scaldano sempre, come quanto ti
sfregavano i piedi intirizziti in settimana bianca. Ce ne accorgiamo
in un volume scritto in brutta grafia, con tanto di cancellature a
penna, che commuove per onestà e asciuttezza: S. non
vive semplicemente in memoria di. È la confessione piuttosto di
uomo colto in contropiede da una perdita da cui non c'è scampo. E
nello spoglio di questo testamento morale – in presenza del notaio
di fiducia, e di lettori sempre più affezionati – scopre che in
eredità gli son toccate la stempiatura e l'abilità di raccontare
ad arte, a volte calcando la mano e a volte preferendo
l'insostenibile leggerezza dell'essere (affranti), storie e bugie.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Johnny Cash feat. Fiona Apple - Father And Son
|La terra dei figli, Gipi. Coconino Press. Fandango Editore, € 10, pp.
288 |
La
fine del mondo ha confini precisi. È cosa da metropoli americana, da
deserto del Nevada. In Italia nemmeno l'apocalisse si prende la briga
di fare tappa: il Vaticano, corsia preferenziale dell'Altissimo, ci
guarda le spalle; le ristrettezze economiche e politicanti senza
voglia di guerreggiare ci proteggono dalle armi batteriologiche,
dalle alleanze sbagliate, da meteore inghiottite in un sol boccone
dalle buche del manto stradale. Ma in un futuro post-apocalittico già
alle porte, a giudicare dai connotati familiari della
tragedia, è successo: noi, abitanti frustrati e rancorosi della
contraddittoria Terra dei Cachi, ci siamo estinti in massa. O quasi.
La
penisola è diventata una palude stagnante di acque fetide e
velenose. In nome della miseria ci si contende la pelliccia di un
cane ucciso a bastonate, pannocchie e carote come fossero beni di
lusso. Il cannibalismo è un tabù ormai sfatato, le rare donne fan gola
agli adepti di un Dio crudele, leggi inequivocabili regolano nel
dettaglio la routine delle comunità superstiti. I protagonisti
sono i membri di una famiglia di soli uomini: un padre severissimo,
che ha educato la propria prole all'atarassia, e i
suoi due figli. Fratelli opposti quanto il giorno e la notte – il
primogenito un po' matto, l'altro una roccia che osa urlare la
propria commozione soltanto sott'acqua –, con una mamma morta di
parto e un prima difficile da immaginare. Le case avevano il
riscaldamento centralizzato, il frigorifero pieno, animali domestici
accoccolati sui tappeti: possibile, si domandano increduli?
C'era
una volta un padre che voleva proteggere i figli. Renderli forti in
ogni modo possibile. Anche facendosi odiare.
Un
po' Hansel e Gretel, un po' eroi di un racconto pulp di Niccolò Ammaniti,
gli invincibili protagonisti devono cavarsela da soli quando viene meno la loro guida: quel genitore dal cuore segretamente fragile, che si
confessava spesso in un diario e condivideva qualche notte d'amore
con una donna ai margini ribattezzata la Strega. In che modo scoprire
i misteri di quel taccuino chiazzato di lacrime – illeggibile per
via dell'analfabetismo e dell'usura – se imparare a leggere non è
mai stato necessario? Cosa farsene di una terra derelitta che, sin dal titolo, spetta a bambini affamati di verità? Per venirne a
capo non basta inforcare un paio di occhiali rubati, persuadere il
prossimo con le cattive, torchiare un innocente fino ad annegarlo. È
questo infatti il motore di un viaggio che li porterà prima nella
fattoria di un'amorevole coppia di gemelli deformi, poi nelle grinfie
di una setta religiosa alla The Wicker Man: l'ossessione
divorante verso quel lascito da decifrare, che per tutto il tempo
simboleggia l'interiorità di un padre chiuso a riccio e la
cultura da salvaguardare. Fatto di picchi di umorismo beffardo, fughe
rocambolesche e comprimari impeccabili, La terra dei figli ha
una lingua che nello stile sovversivo di Patrick Ness mescola il
dialetto toscano all'inglese informatico; un immaginario super pop –
gli antagonisti, pensate, indossano T-Shirt degli Eagles o dei
Nirvana –; un milione di modi in cui uccidere o farsi uccidere,
sperimentare il brivido della vendetta o la quiete della pietà.
«Tu
da quanto tempo non ti fidi di qualcuno?»
«Da
un po', per questo sono ancora viva.»
I
silenzi contemplativi abbondano, al pari delle brutture sanguinarie e
della spossatezza fisica. E all'orizzonte si delinea uno scenario
acquitrinoso che non ha bisogno di effetti speciali, fuoco e fiamme, per inquietare nel profondo: la luna, nel cielo notturno, sembra la
bocca di un pozzo. Si lavora allora sui dettagli psicologici, sulle
linee frastagliate dei volti e delle ossa: si lavora a togliere. Si
imparano ad apprezzare pagina per pagina il clamore dei bianchi, il
graffio rabbioso dei neri, le perle racchiuse in baloon compilati a
mano libera. Si parla, sì, di graphic novel: eccezione alla regola
resa possibile dai prezzi vantaggiosi della Biblioteca della
Repubblica e dalla fama straordinaria di un artista arrivato perfino
al premio Strega. Come recensire Gipi, in questo periodo anche in sala con il suo secondo lungometraggio, io che eppure non ho mai scritto di
fumetti prima d'ora? Impressionato dalla potenza espressiva della
lettura, dalle suggestioni di un autore con la lettera maiuscola, non
mi sono posto affatto il problema. Ho scritto così come mi è venuto, a
gomito, di una scoperta bellissima e di un futuro post-apocalittico
già alle porte. Quello in cui la speranza è custodita nelle carezze
e nelle domande apprensive delle donne; nell'incertezza del guado.
Quello in cui poter ammettere con l'emozione in gola che la mia
prima volta con la nona arte – e con Gipi no, non sarà l'ultima:
in edicola ho preso a scatola chiusa già i volumi successivi – non
la scorderò mai.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: The National - About Today
Ero
io a prestare i romanzi a mia mamma, un tempo, e mai
viceversa. Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli
– i più belli degli strappi alla regola nell'intera storia degli
scambi in famiglia – erano però per una volta il suo genere, un
suo consiglio, e non il mio. Li ho letti e amati a ciel sereno,
nonostante fossero i fragili anni delle medie, quelli, e sul mio
comodino di ragazzino annoiabile non facessero ancora tappa cose come
l'impegno della cronaca nera o l'attualità. Non leggo Khaled
Hosseini da allora. Saranno passati dieci anni, ormai, e in mezzo c'è
stato E l'eco rispose:
non era piaciuto proprio a mamma, però, che per storie come quelle
ha da sempre il pallino, ed ero finito per fidarmi un'altra volta di
chi mi aveva fatto scoprire le gioie e i dolori del Medio Oriente e
tenuto lontano dalle potenziali delusioni in agguato. Hosseini è
tornato in libreria dopo l'estate. Ha cambiato editore italiano,
formato, e mi sono trovato così per le mani Preghiera del
mare: volume illustrato di uno
splendore ipnotico, con la prefazione del nostro
Roberto Saviano e un fine umanitario degno di infinito rispetto. Uno di quei
libri che sfogli e sbirci distrattamente, soltanto per vedere in
anteprima cosa ti aspetterà, e che dal nulla finisci. Così, lì su
due piedi. Tanto avvincente la lettura, chiederete? Si tratta in
realtà di uno di quei libri di pregio impossibili da valutare,
difficili da recensire, al pari della raccolta poetica Milk & Honey o della biografia a
carboncino di Mary e il Mostro.
La differenza è che l'ultimo Hosseini lo leggi senza accorgertene,
lo leggi purtroppo senza dargli peso. Distratto un po' dalla cura
dell'edizione, un po' da una storia-simbolo che in sé vorrebbe
inglobare l'intero dramma delle migrazioni clandestine.
Sono
solo parole, l’espediente di un padre. La
fiducia che riponi in me mi strazia. Perché
questa notte riesco solo a pensare a quanto è profondo
il mare, a quanto è vasto e indifferente. E
a come sono impotente io, incapace di proteggerti. Non
posso fare altro che pregare.
Un
padre si rivolge a suo figlio, gli scrive una lettera aperta: come
tanti disperati, loro sfidano la furia del mare aperto per sfuggire a una
guerra senza connotati. Il bambino è troppo piccolo per ricordare il
buono della sua terra: il verde dei pascoli, il rosso dei papaveri, i
profumi speziati del mercato. La pace, ormai, è il ricordo bruciato
di un'infanzia fa. Amaramente, in compenso, ricorderà la violenza di
un conflitto immotivato: quella morte che occupa l'orizzonte tutto,
il presente e il futuro. Dio non sa che il loro barcone alla deriva
sta trasportando un carico prezioso? Non restano allora che le
promesse, non resta che pregare: il Padreterno, e il mare – ugualmente sconfinati, misteriosi e sordi. L'errore è stato mio, devo
avere capito male sin dall'inizio. Mi aspettavo qualcosa di diverso: il narratore a
cui sono affezionato, che qui invece scompare per diventare l'emblema
di un padre. Per darsi alla sensibilizzazione, alla filantropia, in
un compito – per quanto lodevole, per carità – che funziona più
in teoria che in pratica. Qualcuno vi dirà che è straziante.
Qualcun altro che è buonista. Io, invece, vi dirò in tutta onestà
che non è né l'una né l'altra cosa: troppo legato alla sua natura
di lettera breve per lasciarsi amare o odiare; troppo succinto per
lasciarsi commentare con fiumi di parole che, a colpo sicuro,
supererebbero questa volta quelle di un Hosseini pensato per
immagini. Beneficenza a parte, di Preghiera del mare mi
è sfuggita l'utilità. Ci sono un tema che scotta, che
tocca, e una realtà così dura che non serviva affatto ricamarci sopra Peccato mi siano mancati uno sguardo, una prospettiva, l'emozione.
Uno svolgimento e una fine. Aveva fatto meglio Margaret Mazzantini in
Mare al mattino; a Sanremo,avevano
commosso maggiormente le migrazioni ad altezza bambino dell'esordiente Mirkoeilcane. Preghiera del mare
si legge in dieci minuti, un quarto d'ora al massimo, con la scusa di
tornare indietro per soffermarsi sulle illustrazioni, e con il
rischio di peccare di insensibilità si fa fatica a trovargli con il
senno di poi una parvenza di contenuto. Ci si allontana dalla riva,
infatti, ma non dalle premesse di base. Dal poco che il risvolto di
copertina riassume. Dalla fiducia per uno scrittore che racconta
esistenze a rischio senza avere più, a malincuore, il coraggio di
rischiare.
Il
mio consiglio musicale: Mirkoeilcane – Stiamo tutti bene