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mercoledì 17 aprile 2024

Gli snobbati: Estranei | The Iron Claw | May December

È uscito il 29 febbraio. Estranei, rarissimo, somiglia al suo anno bisestile: è un paradosso spazio-temporale, un'eccezione alla regola, una seconda opportunità. L'ultimo Andrew Haigh non fornisce bussole. A guidarci abbiamo solo gli occhi di Andrew Scott: uno sceneggiatore che non ha mai elaborato l'incidente in cui sono morti i genitori, né un'omosessualità vissuta con spavento. Il suo vicino, Paul Mescal, appare invece più disinibito: figlio di un'altra generazione, preferisce definirsi “queer” e usa la sua fisicità come arma di seduzione. I protagonisti si leccano le ferite sulla soglia di un grattacielo vetrato fingendo che il mondo non sia loro precluso; credendosi irraggiungibili. Preferendo infine la vulnerabilità alla solitudine, uno straordinario Scott ci conduce nella casa in cui è cresciuto: per diventare un uomo vero ha bisogno di fare pace con il bambino che è stato; di dichiararsi ai genitori, anche se morti; di mettere il solito angelo in cima all'albero di Natale, anche se gli spettri di mamma e papà non riescono a essere sereni. Il protagonista inconsolabile, chiamato tuttavia a consolare i vivi e i morti, minimizza. Va tutto bene. È acqua passata. Ma intanto ho pianto mentre lui piangeva. L'illusione di ordine interiore è stata spezzata via dalla consapevolezza che alcune mancanze non soltanto restano, ma lasciano voragini che risucchiano tutto: anche l'amore? Alcuni nodi in gola non si sciolgono mai. Alcune lacrime non si asciugano. Sono destinate a seccarsi in faccia e sui cuscini, rendendo scomodissimo un letto da condividere. Non si smette mai di sentirsi orfani. Per fortuna si dividono le notti in bianco con Mescal: queste volta, misterioso come in Aftersun ma meno sfuggente, è disposto a farsi stringere dopo un giro di pista in discoteca. E gli abbracci che finalmente si chiudono ci risarciscono così dei cerchi rimasti a metà, dei nodi insoluti, delle solitudini non fugate, in un capolavoro sull'accettazione che, come un vampiro alla nostra porta, ci svuota per farci sentire più pieni. (9)

Quattro fratelli, educati all'eccellenza dal padre manager, vivono e muoiono di wrestling. Tratta da una vicenda talmente struggente da apparire a tratti frutto d'invenzione, l'epopea sportiva della famiglia Von Erich è una tragedia senza scampo che non romanticizza né i loro trionfi né le loro sciagure. Coperti da una corazza di muscoli, i protagonisti s'illudono che niente potrà colpirli: neanche la presunta maledizione che aveva già ucciso uno di loro, il primogenito, all'età di sei anni. In casa si cresce seguendo i dogmi della religione cattolica e della mascolinità tossica. Sul ring, così come in privato, è vietato piangere. Ogni talento, dalla musica alla pittura, va represso: esistono soltanto lo spirito di competizione e l'agonismo sfrenato. Ormai abituato a raccontarci grandi storie di prigionia fisica e psicologica, Sean Durkin ci mostra la vulnerabilità di quattro lottatori che si immaginavano, a torto, invulnerabili. Ne viene fuori un dramma asciutto, classico, solidamente vecchio stile, in cui Zac Efron è spinto al meglio e all'eccesso: The Iron Claw avrebbe meritato la nomination a Miglior Film ben più di altri candidati. Messo ai margini prima dal genitore ingombrante, poi da quei fratelli minori più intraprendenti e carismatici, Efron si rivela essere il cuore emotivo di una storia in cui non dovrebbe esserci spazio per l'emozione. Non è cosa da uomini tutti d'un pezzo. Per fortuna, The Iron Claw ci racconta anche di una virilità in evoluzione; di una famiglia patriarcale che, dalla crisi nera, uscirà inevitabilmente plasmata. Per fortuna, non sono un uomo tutto d'un pezzo. E nel finale, con mio fratello accanto, mi sono commosso senza vergogna. (8)

A quasi dieci anni da Carol, Todd Haynes torna alle grandi dive, alle relazioni scandalose, al fascino fumoso del melodramma. Benché passato questa volta in sordina, guadagna comunque una nomination agli Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale e spiazza con un gioco di specchi gustosamente metacinematografico ispirato a un caso di cronaca. Negli anni Novanta, un'insegnante stringe una relazione con un allievo tredicenne: dopo la galera, si sposano ed hanno tre figli, ormai in procinto di diplomarsi. Dall'esterno sembrano il ritratto della felicità. Ma dietro al loro amore, tutt'altro che sano, cosa si nasconde? Ficcanasa l'attrice indipendente Natalie Portman, come sempre leziosa e perfetta: chiamata a interpretare Julianne Moore, qui insolita femme fatale del Sud che sforna torte e maneggia fucili da caccia, minaccia di scoperchiare un vaso di Pandora per la gioia dei tabloid. A pagarne le conseguenze sarà soprattutto uno straordinario e laconico Charles Melton: bambino interrotto, adulto a metà, regala momenti di sincera commozione in un thriller, per il resto, troppo algido per conquistare tutti. Incerto negli intenti, vario nelle citazioni, May December è un elegante ibrido al femminile le cui dive, magnetiche, affascinano come le star della Hollywood degli anni d'oro. Nella società dell'immagine, siamo tutti voyeur. Ci ossessionano i retroscena, i biopic, i true crime. Ma la complessità dei fatti sfugge puntualmente, anche se allo specchio catturiamo i manierismi e il make-up dei soggetti studiati; anche se, nella passione simulata, l'eccitazione si confonde a volte con la finzione scenica. La verità vola via dalle mani, come una farfalla monarca. (7,5)

venerdì 8 marzo 2024

And the Award goes to: Povere creature | La zona di interesse | Past Lives | American Fiction | Killers of the Flower Moon

Lanthimos, visionario, sorprende anche per tempismo: il suo ultimo film è il lato oscuro di Barbie. Orgiastico e stordente, racconta le avventure di una creatura in polemica con il suo creatore: passerà da un padrone all'altro per conoscere il sapore delle ostriche, degli umori corporei, del sangue. Al regista greco si può sì rimproverare una parte centrale ridondante, scarso equilibrio (a differenza che in La favorita, insuperato), ma la sua Bella zoppica prima di imparare a danzare. La interpreta una Stone senza vergogna, che trasforma il suo corpo in un bignami di tutti gli stadi dell'evoluzione umana e di tutti gli studi di genere. Deliziosamente blasfema (è Madre, Figlio e Spirito), fa fiorire nei personaggi maschili emozioni sconosciute – la tenerezza in Dafoe, la gelosia in Ruffalo – e diffonde la buona novella intrisa di positivismo. Il suo ritorno alla vita è un inno alla gioia spoglio di retorica, che semina scompiglio fra i perbenisti. Ma l'indimenticabile Baxter, che imparerà presto a non masturbarsi a tavola, a non sputare il cibo sgradito, a non parlare di sesso in pubblico, è una provocatrice schierata contro i mulini a vento dei costrutti sociali. Guicciardini scriveva: “Lo ingegno più che mediocre è dato agli uomini per loro tormento”. E alle donne? L'esperimento che sperimenta ha testa, cuore e clitoride. (8)

Urgente”, “necessario”, “importante”. Lo hanno commentato tutti, e tutti con gli stessi aggettivi. Lo sapete: è il dramma sull'Olocausto che non mostra mai i campi di concentramento, ma la banalità delle famiglie naziste. Lo sapete: in casa Hoss, un paradiso da proteggere, poco importano le urla, gli strepiti, i pianti che cozzano contro il nitore della fotografia; poco importano le piogge di ceneri. Il turbamento dello spettatore nasce proprio lì: dalla freddezza glaciale dei lunghi quadretti domestici; dallo scollamento tra immagine e sonoro. Sperimentale, l'ultimo Glazer si poggia su un'idea vincente. Per quanto stimolante, però, non è un film che ho sentito visceralmente. L'estetica, fulgida, ne fa un'asfittica camera ardente. L'approccio, nuovo, non basta a reggere l'intera visione. I protagonisti, inquadrati in campo lungo, si muovono come i concorrenti di un reality. Resto un amante del cinema narrativo. E La zona di interesse racconta una storia bruttissima, restando per tutto il tempo su una soglia che – se non concettualmente – non ha suscitato interesse. Esporci agli orrori senza filtri, senza morale: ci renderà sempre più saggi o più assuefatti? Vincerà, ma non è il "mio" Miglior Film.  (7)

A vent'anni di distanza dal loro ultimo incontro, una vecchia coppia si dà appuntamento. A New York parleranno di scelte, seconde possibilità, predestinazione. Pacata presa di coscienza, in cui tra le righe si riflette anche di ambizione femminile e identità culturale, Past Lives si inserisce nel filone delle romcom indie. Impossibile non pensare a Linklater, Coppola, Kar-Wai. Immancabili le lunghe carrellate, una città da cartolina, i silenzi riempiti dalla densità di certi sguardi. La regia è una carezza; i protagonisti, dotati di una chimica incantevole, animano un triangolo dagli esiti piuttosto prevedibili. Ma a rimanere impresso è soprattutto il marito di lei, tagliato fuori dai dialoghi dei due innamorati ritrovati; incapace di decifrare i sogni della moglie immigrata e, per questo, inconsolabile. Agrodolce e discreta, Song non osa variazioni sul tema e regala ai romantici tutto ciò che si aspettavano. Volutamente algida, confeziona un film (per qualcuno già cult), forse più fortunato che bello. Past Lives è un ordinario esordio da Sundance che gode di una vetrina straordinaria: gli Oscar. Si ha, tuttavia, la sensazione di averlo già visto altrove. Magari in un'altra vita? (7)

Uno scrittore afroamericano incappa sempre nel solito rimprovero: non scrive storie abbastanza nere. Gli editori, bianchi, bramano vicende di tossicodipendenza, criminalità, sbirri violenti: tutto pur di sgravarsi la coscienza e alimentare il cliché. Per scherzo, il protagonista scrive un guazzabuglio di luoghi comuni. Il romanzo diventerà prima un bestseller. Diciamolo: candidato a cinque Oscar, American Fiction avrebbe meritato soltanto una nomination per la sceneggiatura. Già premiato al Sundance, non brilla per fattura, ma è un'inaspettata ventata d'aria fresca. Originale, divertente, leggero ma non troppo, è una provocazione intellettuale che scardina i meccanismi dei successi editoriali e dei premi letterari. Nonostante le premesse memorabili, il potenziale del tema non viene pienamente sfruttato. Le pieghe pirandelliane vengono talora messe in secondo piano dalle vicende familiari del protagonista; la satira viene stemperata dall'Alzheimer di una mamma anziana, dal coming out del tormentato Sterling K. Brown, da un matrimonio e un funerale. Ma si ride, e di noi. Quante volte abbiamo definito un romanzo “coraggioso”? Quante volte abbiamo fatto ridere sotto i baffi qualcuno come Jeffrey Wright, qui diviso tra orgoglio e denaro? (6,5)

Tratto da una storia vera nerissima, è il film più impegnativo tra i candidati. Con le sue oltre tre ore di durata, è un atto d'accusa contro gli abusi dei bianchi a danno dei nativi. L'indignazione e lo sgomento vengono soffocati dai ritmi dilatatissimi e dall'andamento prevedibile; la piega giudiziaria dell'ora finale, in particolare, annoia e affatica. Leonardo DiCaprio, imbelle, si lascia traviare da un'eminenza grigia con il ghigno di Robert De Niro. Teatrali e gigioneggianti, finiscono per mettere in ombra Lily Gladstone: una mater dolorosa sobria e piena di contegno la cui recitazione misurata, lontanissima da quella grandattoriale del duo, appare piatta al confronto. Dirige Martin Scorsese: la storia del cinema in persona. Ma il cinema è anche andato avanti. E questo classico western di denuncia, con il solito classico Scorsese alla macchina da presa, mostra un regista ormai fermo alla stessa impostazione rigorosa, ai soliti attori virtuosi, alle stesse storie solenni. Lo si candida per rispetto reverenziale. Ma pochi vedranno questa sua ultima fatica film fino alla fine. (5)

venerdì 1 dicembre 2023

Per trenta minuti: Beef | Tore | The Lovers | Still Up | Heartstopper S02

Lei è artista e mamma: la classica moglie trofeo. Lui è nel ramo delle costruzioni, ma non riesce a costruire una casa per i genitori lontani: nel frattempo fa da padre al fratello minore. I protagonisti si incontrano e si scontrano nel parcheggio di un supermercato. Uno sgarbo da poco creerà una stori di vendetta lunga diversi anni e dieci episodi. Le premesse sembrano quelle di una commedia romantica. Il prosieguo, degno di un un purissimo dramma introspettivo, sfocia perfino nel thriller sparatutto. Beef è una commeda. È un crime. È tutto quello che c'è nel mezzo. È, a oggi, tra le serie dell'anno. Merito di un cast come Dio comanda, in cui Ali Wong e Steven Yeun fanno continuamente a gara di bravura; merito di una sceneggiatura che unisce il nichilismo di un Bojack Horseman a tutta la freschezza del cinema asiatico. Quando fa bene a Hollywood la carica sovversiva delle penne coreane? Un po' fuori posto in Occidente, ognuno alla ricerca del proprio spicchio di sogno americano, i personaggi sono il frutto bacato della società aggressiva dei self-made men. Ai due estremi del ring, benché curiosamente simili nei tormenti, si combattono a sangue. Ma si specchiano, nel frattempo, l'uno nell'altra. Può lo scontro frontale tra due solitudini non rivelarsi mortale? La risposta è in un finale tanto assurdo quanto memorabile, capace di regalare un sorriso commosso all'indomani di un'allucinazione alla Wertmuller. (8)

Tore ha ventisette anni, una sessualità ancora inesplorata, una libertà di cui non sa bene cosa fare. Improvvisamente orfano e indipendente, senza più l'amato padre a fargli da guida, si divide fra il lavoro in una ditta di pompe funebri e una vita sociale fatta di droghe e locali notturni. Cerca l'amore della vita. O, forse, semplicemente sé stesso. Sempre livido, ammaccato, sanguinante, s muove come il Piccolo Principe in una serie svedese brevissima ma folgorante che ha la disperazione tragicomica di Fleabag, la colonna sonora elettro-pop di Euphoria, le riflessioni esistenziali di After Life. Il protagonista conosceva realmente il defunto genitore, che progettava in segreto una nuova vita accanto alla compagna? Perderà la verginità col primo che passa, o aspetterà i comodi del romantico fioraio di turno? Lo faranno riflettere un'amica provata dalla maternità, una vecchina con frequenti istinti suicidi, una drag queen dalla voce struggente, un cane prima ceduto e poi preteso indietro. Protagonista di un racconto di formazione e deformazione, qualche volta si perderà per il gusto di ritrovarsi. Ma non perderà mai il suo incantevole candore, né il ritmo con cui vive questa bellissima giostra di prime volte. (7,5)

Che fine hanno fatto le commedie sentimentali? L'amore è forse passato di moda? Se questa deliziosa miniserie Sky Original fosse stata girata vent'anni fa, il protagonista sarebbe stato il solito Hugh Grant. Vanesio, ambizioso e superficiale, Seamus è un giornalista londinese ben inserito nello star system: la fidanzata è una bionda attrice da rotocalchi e il suo programma TV è stato occhieggiato, pare, da una famosa piattaforma statunitense. A Belfast per un servizio televisivo, fa i conti con le sue origini frastagliate e incontra Janet: lui è in fuga da una gang di teppisti, lei sta per suicidarsi. È l'inizio di un adulterio da nascondere ai tabloid. È il principio di una relazione? Divertente, un po' cinico e, soprattutto, molto romantico, The Lovers è una romcom meravigliosamente recitata dai bellissimi Flynn e Gallagher, in cui si parla di identità, differenze culturali e scheletri nell'armadio all'ombra dei famigerati “troubles” irlandesi. Per fortuna siamo in una commedia, di quelle che facevano una volta. L'unica guerra che conta è quella fra i sessi. L'importante è che finisca bene. (6,5)

Che fine hanno fatto le commedie sentimentali, ci si chiedeva poco fa? Eccone un'altra all'appello. La struttura la conoscete già, no? Lui, affetto da ansia sociale, non esce mai di casa. Qual è il trauma che l'ha segnato al punto da spingerlo a vivere come un recluso e a evitare tutto e tutti, vicini ficcanaso compresi? Lei, mamma piena di energia, ha un compagno premuroso che vorrebbe sposarla e sempre qualcosa da fare. Loro, migliori amici accomunati da un'insonnia che non vuol passare, nelle notti in bianco si fanno reciprocamente compagnia con lunghissime videochiamate. Com'è nata la loro storia? Come finirà? Disponibile su AppleTV, Still Up è una commedia in otto puntate: lieve, a tratti inaspettata, con i bravissimi Antonia Thomas (Misfits) e Craig Roberts (Submarine) a reggere il tutto e i soliti infallibili tempi comici delle serie britanniche a far la differenza. Il finale, sospeso nella friendzone, lascia ben sperare per una una seconda stagione. Danny e Lisa supereranno finalmente il confine fra amore e amicizia? Intanto, la si consiglia a scatola chiusa: è perfetta per scaldarsi il cuore con l'inverno fuori. (7)

Continua la storia d'amore tra Nick e Charlie. Questa volta sono in gita a Parigi e alle prese con una questione importante: come dire a tutti della loro relazione? Immancabile il sostegno di amici e confidente, tutti parte di una grande e colorata famiglia queer: insegnanti compresi. Più che un ritratto veritiero dell'adolescenza oggi, l'autrice e fumettista Alice Oseman continua a dipingere una landa fiabesca dai toni pastello che non c'è, ma che sarebbe bellissimo ci fosse. I suoi liceali non dicono parolacce, non bevono, non sembrano pensare al sesso. Si scambiano lunghi e casti abbracci e combattono il bullismo e i disturbi alimentari a suon di parole, ma senza mai correre realmente ai ripari. Nata come l'antitesi di Euphoria, la seconda stagione di Heartstopper si conferma luminosa, lieve, positiva, di una dolcezza che misteriosamente non viene a noia: anzi, a fine visione ne vorreste ancora, in barattoli, per affrontare il freddo  che ci aspetta. Vero: anche qui, come in Sex Education, tutti appartengono a qualche minoranza, i pochi personaggi etero sono tendenzialmente negativi e nutro seri dubbi sull'efficacia educativa del tutto. Ma mentirei se dicessi di non aver seguito gli episodi con gli occhi a cuore, sentendomi un decennio in meno sulle spalle. Sarebbe auspicabile, un mondo così. Sarebbero belli, quindi anni così. (7,5)

lunedì 22 novembre 2021

Le visioni indie di novembre: Titane | Pig | Petite Maman | Shiva Baby | Passing

Corpi. Corpi in mostra, corpi occultati, corpi eccitati, corpi dilaniati. Alexia, col proprio, ci ha fatto l'amore e la guerra. Ballerina in un night club, ha una placca in titanico in testa e una famiglia che l'ha cresciuta senza amore. Serial killer di uomini e piromane, trova riparo a casa di Vincent: un uomo così solo da credere che lei sia il figlio scomparso. Anche il corpo del padrone di casa, gonfio di steroidi, racconta un'ennesima storia di dolore. Discusso vincitore all'ultimo Festival di Cannes, il nuovo film di Julie Ducournau è sì un body horror dallo spunto assurdo (la protagonista, infatti, resta incinta di un'automobile di lusso), ma soprattutto l'incontro-scontro tra due solitudini. La prima parte è la più provocatoria: questa protagonista dal fascino alieno tenta di abortire con una forcina per capelli, si spacca il naso, prende a stillare olio di motore dai seni. La seconda, invece, mostra una convivenza piuttosto ordinaria: sapranno i protagonisti trovare l'umano nel disumano? Folle, sexy e grottesco, il film attrae grazie al filtro estetizzante del cinema di Refn. Ma sconvolge forse meno del previsto, in un inizio eccessivo e in un prosieguo poi molto più canonico. Storia di madri e mostri, dividerà fino agli Oscar. Ma, come il film figlio di Alexia, Titane è una bestia che prima non c'era. Miracolo o abominio? (7)

Grosso, barbuto e con il volto incrostato di sangue, il boscaiolo di Nicolas Cage abbandona la sua capanna e ritorna in città: qualcuno ha rapito il suo maiale da tartufi. Pronto a diventare il cult trash dell'anno – l'ennesimo con Cage per protagonista –, Pig è in realtà un gioiello indipendente già nominatissimo nei circuiti di nicchia. Isolato da tutti, in fuga da sé stesso, il protagonista si muove con straordinaria gravitas in un incrocio tra John Wick e Drive. Che si tratti dei ristoranti stellati o dei sotterranei della sordida Portland, il suo nome fa tremare i polsi: per fortuna, nel corso della visione, nulla va come immaginato. Votato alla non violenza, questo singolare vendicatore incanta con la grazia dei gesti ai fornelli e si lascia scortare dal sempre ottimo Alex Wolff: un giovane uomo con un rapporto burrascoso col padre e una madre suicida. Diviso in tre capitoli, Pig propone di volta in volta tappe e ricette segrete. A dispetto della sua aria cupa, lo si segue con emozione dall'inizio alla fine. E le lacrime sono in agguato grazie a un epilogo all'insegna di Bruce Springsteen. Toccante senza volerlo, e in maniera che risulta difficile descrivere, Cage va a caccia di una scrofa ma ti sorprende infine grazie a un rosso corposo, a un piatto elaborato servito con tutti i crisi: perché la cucina è condivisione, memoria. E in cucina, così come dietro le quinte, van sminuzzati, masticati e inghiottiti i dolori più struggenti; le elaborazioni negate. (8)

Cosa diresti a tua madre se potessi conoscerla quand'era bambina? L'ultimo film di Sciamma è un gioco d'immaginazione sospeso nei “se” dei paradossi temporali. Rimasta sola con il padre, Nelly fa i conti con la morte della nonna (non è riuscita a salutarla come sperato) e con il misterioso allontanamento della madre (che la sua infelicità sia proprio colpa di quella bambina nata anzitempo?). Già logorata dai primi tarli della coscienza, Nelly fa la conoscenza di una coetanea: per qualche strana magia, Marion è sua madre da bambina. Tenerissima fiaba intergenerazionale di donne e d'infanzia, il film dipinge il quotidiano di realismo magico e dei colori abbaglianti dell'autunno. Semplice all'apparenza, ricorda i film per famiglie degli anni Novanta. Ma dietro i giochi innocenti, questa volta, ci sono due piccole donne che stanno comprendendo loro stesse: per spogliarsi dei reciproci ruoli, perdonarsi e chiamarsi, semplicemente, per nome. Autrice sensibile e acuta come, la regista di Ritratto della giovane in fiamme condensa in settanta minuti i dolorosi non detti dei legami di sangue. E, come d'incanto, riesce a porvi rimedio grazie al lunghissimo abbraccio ristoratore di questo brevissimo film speciale. (7,5)

E' la pecora nera della famiglia. Bisessuale, femminista e indecisa sul prosieguo degli studi, la protagonista è poco più che un'adolescente con il sogno della stand up comedy. Con le calze strappate e uno smartphone pieno di chat sconce, si trova prigioniera del rinfresco di un funerale. Nello stesso salotto ci sono una vecchia fiamma, la fiamma attuale e una nidiata di parenti invadenti. La classica commedia degli equivoci sembrerebbe prontamente servita. Ma, a sorpresa, c'è del disagio vero nell'esordio alla regia di Emma Seligman. Fatto di schiaccianti primi piani, dialoghi affannosi e di un tappeto sono degno di un film horror, Shiva Baby è un caos meravigliosamente scritto che ricorda proprio l'imbarazzo delle cene col parentado riunito. Braccati, vorremmo sottrarci ai giudizi e alle domande. E urlare insieme alla protagonista, Rachel Sennott, qui al centro di un coming of age nato come un incrocio tra le commedie indie di Greta Gerwig (se fossero altrettanto scomposte, sincere, maleducate) e le terrificanti famiglie disfunzionali di Ari Aster (se l'isteria collettiva non generasse presenze demoniache, ma soltanto un infernale carnage domestico). (7,5)

Rebecca Hall, attrice di indubbio talento, debutta alla regia con un film ambizioso tanto per forma quanto per contenuto. Girato in 4:3 e in un ammaliante bianco e nero, raccontata un'intolleranza sottile, intima, che prescinde il colore della pelle: chi è davvero libero, chi felice? Amiche di vecchia data, Tessa Thompson e Ruth Negga si incontrano per un tè. La prima, moglie di un medico, si finge appagata; l'altra, invece, si spaccia per bianca. Fragili, irrequiete ed enigmatiche, si raccontano a parole e coi gesti. Thompson comunica finanche i pensieri più scomodi con un'occhiata, mentre Negga – sensuale come una novella Monroe – si lascia andare a lacrime così strazianti da ammutolire. Magnificamente dirette, sono al centro di un rapporto sfuggente. Le unisce la solidarietà, l'invidia o un'attrazione saffica? Da un lato film di straordinarie prove attoriali, dall'altro gioia per gli occhi degli esteti, Passing è un sofisticato melodramma al femminile con un comparto tecnico da Oscar. Algido, però, manca di immediatezza e, a differenza del romanzo, preferisce i toni spiccatamente drammatici a quelli di un noir dei sentimenti. Nonostante il bianco e nero delle immagini, nella sceneggiatura prevalgono le sfumature di grigio. E la sensazione di trovarsi a un debutto sì perfetto, ma di una perfezione spesso troppo fine a sé stessa. (6,5)

mercoledì 23 dicembre 2020

Le visioni indie di dicembre: Sound of Metal | Ema | Matthias e Maxime | Waves | Under the Silver Lake

Lo cantavano Simon e Garfunkel: anche il silenzio ha un suono. Lo scopre d’un tratto Ruben, un batterista rock, all’improvviso costretto a rinunciare a un tour insieme alla compagna cantante. Perde l’udito. Ex tossicodipendente, fidanzato da quattro anni con la dolcissima Olivia Cooke e da quattro anni pulito, minaccia il suicidio; nega; si aggrava; nega ancora; distrugge. Al centro di un doloroso processo di accettazione, il protagonista si trasferisce in una comunità per non udenti dalle regole ferree. Quando gli ospiti – guidati da un Paul Raci in odore di nomination – comunicano fittamente fra loro nel linguaggio dei segni, sullo schermo non compaiono sottotitoli: lo smarrimento di Ruben, che non conosce la LIS, è pari al nostro. Questa è la grande sfida dell’esordio alla regia di Darius Marden: renderci vicinissimi all’esperienza del batterista. Complice un uso del sonoro mai sperimentato prima, Sound of Metal diventa allora una visione sperimentale, intima e immersiva: tagliati fuori, ma per questo perfettamente calati nel disagio di Ruben, ascoltiamo suoni ovattati, fischi, fruscii, tonfi, voci che sembrano rimbombare dalle profondità oceaniche. Gli anni Trenta erano il trionfo del cinema muto. Questo, invece, è un cinema sordo: capace di sfruttare le commoventi potenzialità della settimana arte per garantire totale empatia. Chiusi per due ore nella bolla della sordità, facciamo compagnia a un incredibile Riz Ahmed: l’attore di origini pachistane picchia i piatti della batteria con furia selvaggia e comunica resa a ogni sguardo. Artefice di una delle migliori performance su piazza, scrive pensieri farneticanti; impara pian piano a padroneggiare i movimenti delle mani, i vuoti, le parole non dette. Questo ex batterista fatica a riprendere il ritmo, ad abituarsi: insegue perciò l’utopia di un costosissimo impianto cocleare. Che rumore fa la disperazione? Cosa resta quando la musica finisce? A sorpresa, il silenzio – e l’oscurità, vecchia amica – garantiscono un’acustica perfetta. Marden li indaga sin nelle vibrazioni più infinitesimali. Il risultato, paradossalmente, è un’orchestra di emozioni. (8,5)

Sensuale e folle, mette a disagio soltanto aprendo bocca. Flirta spudoratamente e in ogni occasione. Ema ha i capelli ossigenati, una crew di amiche ballerine per branco e una lunga relazione con un coreografo di dodici anni più grande. Passando da un assistente sociale all’altro, vive sensi di colpa per un bambino voluto, cercato, infine ceduto nuovamente indietro. L’orfano che ha adottato con Gaston – già grandicello, con un’ombra di baffi sul labbro e l’hobby dei fiammiferi – ha rivelato agli altri l’inadeguatezza della coppia. Come può un bambino violento essere allevato da due genitori sui generis? O forse non ci potrebbero essere persone migliori di due ribelli poliamorosi per far sentire benaccetta una mina vagante? Dopo la biografia di un’algida first lady americana, Pablo Larraìn torna in Cile per un nuovo ritratto femminile. Per la prima volta, seminando sconcerto tra i suoi estimatori, lascia da parte l’impegno politico da parte. Non per questo meno ambizioso, il film presentato a Venezia è un puzzle sentimentale stranissimo mosso dalle forme d’amore più disparate. Benché sofisticato, si muove a ritmo di raggaeton. Pur rendendoci partecipe del dramma di una famiglia disfunzionale, ha le fattezze di un thriller erotico. Ammaliante ma respingente, malsano eppure armonioso, di una bellezza conturbante, è una festa di leggerezza e devasto con i rossi saturi di Noè e le passioni dell’Almodovar più scandaloso. Il bel Bernal fa un passo indietro davanti al magnetismo della rivelazione Mariana di Girolamo. Quintessenza della libertà, Ema e i suoi mille amanti – importanti un pompiere e un’avvocatessa – cercano il raggiungimento di un nuovo equilibrio nella maniera più controversa. Madre, moglie, ballerina, piromane, trasforma ogni mossa in un passo di danza; ogni incontro in un’ammucchiata. Tra fascino e inquietudine, è il soggetto di un ritratto più che moderno: futuristico. Contro natura, oltre natura. (8)

Dopo un viaggio in America che aveva dato vita al suo film più bistrattato – per me ingiustamente – Dolan torna alle origini per leccarsi le ferite. La provincia canadese è quella dei suoi primi successi, e sempre da lì vengono i miscugli particolarissimi tra inglese e francese, i rapporti di amore-odio con mamme troppo ingombranti, gli amori impossibili a tinte arcobaleno. Storia di un’amicizia messa all’improvviso in discussione, Matthias e Maxime parte con un bacio che i due protagonisti si scambiano per prendere parte a un corto cinematografico. Gli altri, intorno, non sembrano dar peso all’evento. Ma nei diretti interessati qualcosa cambia: contriti e confusi, prendono a evitarsi. Cosa nasconde il loro imbarazzo? Raccontati in presa diretta, sembrano muoversi senza seguire una sceneggiatura. Tra primissimi piani, dialoghi che si accavallano, brindisi e feste piene di armonia, permettono che l’incomunicabilità generi momenti di tensione. Riusciranno a confessarsi l’inconfessabile? Concitato, caotico e festoso, l’ultimo film dell’ex ragazzo prodigio mantiene un basso profilo. Tende a non strafare. Intimo, è al servizio di una storia semplice e priva di manierismi, che ovviamente non rinuncia ai classici riferimenti pop: la scena del bacio, la più memorabile, omaggia Titanic. Più sentito che riuscito, il film – fatto di esterni gelidi e d’interni calorosi, di un’allegria sguaiata intrisa di disperazione – è una festa di addio per salutare per sempre l’ultimo scampolo della giovinezza di Xavier. Ma è comunque una festa. (6,5)

Lo hanno abituato a eccellere. Afroamericano in un Paese intollerante, checché se ne dica, deve fare sforzi sovraumani per essere all’altezza delle aspettative altrui. Studente brillante e stella del wrestling, è spinto oltre i suoi limiti – o fino ai suoi limiti? – dalle pressioni di un padre troppo normativo. Come venire a patti prima con un infortunio, poi con l’arrivo di un bambino indesiderato, se nel suo futuro non sembravano esserci spazio per gli errori? Chi ha tutto, purtroppo, a tutto da perdere. E durante un ballo scolastico sotto antidolorici, la tensione crescerà fino a sfociare nella tragedia immancabile. Allora il film cambia aspect ratio e volto, cambia protagonista. Si lascia spazio al punto di vista della sorella minore, aspirante veterinaria alle prese con il primo amore per un tenerissimo Lucas Hedges. Waves – arrivato in homevideo con il sottotitolo Le onde della vita – è un dramma familiare con un bagaglio emotivo pesantissimo e una generosità fuori dall’ordinario. Potente, emozionante, vero, segue un andamento imprevedibile e tumultuoso. Sembra scosso dalle forze crudeli di una moderna tragedia. Parabola sull’ira e sul perdono, sulla disperazione e sulla libertà, scioglie i nodi intricati della prima parte con l’espiazione della seconda. Tra danze liberatorie sotto la luna, sbronze e faccia a faccia urlatissimi, riflette sulla mutevolezza delle sorti e dei sentimenti. Diretto da Trey Edward Shults – già notato con un interessante horror indipendente –, qui e lì è stato accusato di essere troppo pretenzioso. Con i suoi folgoranti primi piani, con le luci al neon e i colori fluo, con scene madri su scene madri, probabilmente lo è. Il montaggio da videoclip, inoltre, è una montagna russa. Ma il regista trentaduenne si è fatto le ossa come assistente di Terrence Malick, e si nota nella perfezione della messa in scena che ricorda anche le sperimentazioni visive di Dolan, le giovinezze allo stato brado di Guadagnino, i drammi all black di Jenkins. Strizzando l’occhio ai migliori, Shults cura maniacalmente la forma, però non scorda il cuore. Rinfrancato nello sguardo e nell’anima, mi sono goduto moltissimo questo doppio romanzo di formazione dove l’incomunicabilità prolifera per lasciare spazio al senso di colpa. Sui cocci della perfezione infranta, Waves regala picchi e creste. Travolge. Nelle sue onde, che ti circondano come un bozzolo, puoi o annegare o salvarti. (7,5)

Un impunito serial killer di cani. Una sensuale vicina di casa scomparsa nel nulla. Il cadavere di un milionario morto in un incendio doloso. Un fumettista occhialuto fissato con leggende e simbolismi. Un nuovo gruppo rock, Gesù e le spose di Dracula, i cui brani sono scritti da un misterioso paroliere che sembra custodire le sorti del mondo. Sto bene, sì? Cosa diamine sto guardando? Sta bene il regista, David Robert Mitchell, o ha scritto e diretto il suo ultimo film in pieno trip allucinogeno? Nel dubbio, per oltre due ore, ho sguazzato allegramente nelle stramberie di Under the Silver Lake. A metà tra un noir, una commedia grottesca e un horror esoterico, segue le indagini di un subito iconico Andrew Garfield: con jeans a sigaretta, converse e occhiali da sole, corre di qua e di là; spulcia; fa inseguimenti in macchina; bacia ragazze bellissimi e fatali. Messe da parte le sue grandi ambizioni, il giovane nullafacente affetto da manie persecutorie comincia a credere in messaggi subliminali, cospirazioni e schemi ricorrenti. Perfino il libero pensiero e le idee di rivoluzione sono una bugia instillata dai piani alti? Passato in sordina a Cannes e bistrattato dalla successiva distribuzione, il ritorno del regista dell’indigesto It Follows è il flop a cui soltanto i cultori di Lynch e Hitchcock, sul web, hanno dato nuova linfa vitale. È audace, sperimentale, pasticciato: troppo. È un inno al pop, alla cultura del consumo, alla solitudine delle stelle: spiazza. Benché irrisolto, però, offre una delle visioni più originali dell’anno. Una caccia al tesoro mossa da curiosità e inquietudine, dove non importa capire cosa ci sia bene in ballo. Un rebus divertente e confusionario, da portare a termine soprattutto per il piacere giocoso della sfida in sé. (7,5)

mercoledì 20 maggio 2020

Se ne parlano tutti ci sarà un perché: Normal People | Little Fires Everywhere | Hollywood

Qual era il segreto del bestseller sulla bocca di tutti, che nel giro di un anno si è trasformato con geometrica precisione nella miniserie di cui tutti parlano? La giovane Sally Rooney, autrice destinata a dividere e a far chiacchierare, a ben vedere ha un titolo bugiardo. Di normale, infatti, questi Connell e Marianne non hanno niente. La trasposizione Hulu mette in scena l’eccezionalità. Dei baci umidi e dei corpi aggrovigliati. Di interpreti esordienti così naturali da confondersi con i personaggi di finzione. Degli amori ottusi che non sanno dichiararsi per paura delle etichette. Romanticissimo, struggente, per me destinato a diventare un cult generazionale, Normal People trova sul piccolo schermo i toni sommessi del cinema indie e una macchina da presa – per metà della durata è quella di Lenny Abrahmson – che respira addosso ai protagonisti, tanto sono indagatori i primi piani. Il romanzo mi è piaciuto, ma la miniserie molto di più. Lei, pallida e minuta, ostenta forza e sicurezza: ha paura di essere amata. Lui si sbottona di rado, risponde laconicamente, e ogni gesto smentisce il suo corpo muscolosissimo: non è forte come appare. L’uno alla mercé dell’altra, si influenzano, si prendono, si lasciano. Si rincorrono. Complicatissimi, sempre litigati e spesso nudi, Paul Mescal e Daisy Edgar-Jones – lui spigolosissimo,  lei un incrocio tra Anne Hathaway e Alicia Vikander destinato a fare innamorare – parlano con gli occhi e con i silenzi. Al liceo, all’università, su Skype. Li guardi, e davanti alle frequenti scene di passione ti sorprendi a non provare mera eccitazione sessuale, ma un’invidia profonda per la bellezza che sprigionano. Come faranno mai? Cronaca straordinaria di un amore ordinario, Normal People rivive in tutta la sua piccola epicità in una produzione così compiuta e perfetta da sembrare un’epopea dei giorni nostri. Al tempo dell’Interrail, dell’Erasmus, della friendzone, dei social network. Parlerà anche a chi è fuori target. Purché abbia ancora un animo fragile e irrequieto. Purché, in nome dell’empatia, sia disposto a farsi stracciare il cuore in minuscoli frammenti soffiati poi nei cieli d’Irlanda. (8,5)

Villette a schiera, conflitti generazionali, segreti. Ricordando sin da premesse le ambientazioni di Desperate Housewives, il secondo romanzo di Celest Ng non poteva che prestarsi meravigliosamente a una trasposizione televisiva. Leggendolo ne avevo intuito pregi e limiti nonostante l’uso magistrale dei diversi punti di vista. Ma il finale annunciato sin dal prologo, il troppo spazio dato agli adolescenti rispetto alle figure genitoriali e qualche cliché di troppo nel descrivere la perfezione della famiglia Richardson mi avevano fatto storcere il naso. La serie, in arrivo su Amazon Prime Video nei prossimi giorni, è la gradita riconferma della qualità delle proposte Hulu. Ancora una volta, un’eccezione alla regola che prende il materiale di partenza e lo migliora, quasi sulla base dei dubbi sollevati nella mia recensione. La trama, in realtà, è fedelissima. In un quartiere residenziale arrivano una fotografa girovaga e la figlia adolescente a seminare zizzania. Come reagiranno gli abitanti, se l’ultima arrivata esercita un magnetismo inspiegabile? Restano i bracci di ferro, i ritratti incandescenti di due – anzi tre – maternità agli antipodi, i tratti peculiari che rendevano i personaggi già vividissimi su carta. Ma la serie approfondisce con i salti temporali e con le aggiunte a margine, indicando un nuovo responsabile per gli incendi del titolo e regalando alla prezzemolina Reese Whiterspoon l’ennesimo ruolo da premiare: molto più della classica mamma chioccia a cui ci ha abituati, garantisce al suo personaggio momenti di vulnerabilità nei lunghi flashback e nel vagheggiamento di una relazione adulterina. La sua vita idilliaca è stata costruita su una (non) scelta. Agli antipodi del ring abbiamo Kerry Washington: elemento perturbante che, sarà per l’antipatia del ruolo, sarà per un eccesso di smorfie e grugni incolleriti, si lascia però rubare la scena dal personaggio all’apparenza più convenzionale. Non è tutto oro quel che luccica. La confezione, a ben vedere, a volte è sin troppo televisiva e laccata. Il già visto, me ne accorgo anche scrivendone, è di casa. Ma se la carne è tanta, se lo scontro tra prime donne solleva tutt’intorno fumo e scintille, come non lasciarsi incuriosire dallo spettacolo distruttivo ma rigenerante del fuoco vivo? (7+)

Nel 1932 una giovane, tagliata fuori da un film, si suicida gettandosi dall’insegna iconica che sormonta le colline di Hollywood. Si chiamava Peg. La sua storia, verissima, è purtroppo comune a tanti giovani che non ce l’hanno fatta. Nell’immediato dopoguerra un regista decide di ricordarla con un esordio alla regia che punta a rivoluzionare il mondo dell’intrattenimento: della troupe faranno parte uno sceneggiatore afroamericano e omosessuale, una protagonista di colore, un protagonista che sbarcava il lunario come gigolò, una produttrice all’improvviso ai vertici del potere. Non aspettatevi una serie verità. Pur mostrando i retroscena più sordidi, pur mescolando personaggi fittizi a personaggi reali, l’ultima fatica dell’inarrestabile Ryan Murphy è ciò che il sopravvalutato C’era una volta a Hollywood è stato per Quentin Tarantino: un’utopia in cui celebrare le diversità, i finali lieti, le svolte alternative. Quanta ricchezza hanno apportato al cinema le minoranze etniche, la comunità LGBTQ, l’intuito femminile? Il solito Murphy, con un’anima queer, colorata e sognante, si circonda di un cast di bellissimi – il lato estetico, inutile negarlo, ha la meglio sul talento effettivo: David Corenswet e Laura Harrier sono tanto attraenti quanto pessimi, mentre Darren Criss e Samara Weaving appaiono poco sfruttati –, e lascia ai comprimari della vecchia guardia – gli straordinari LuPone e Mantello, uno sorprendente McDermott e infine Parsons, che s’impegna invano per liberarsi dalla macchietta Sheldon Cooper – il compito di distrarci dagli inciampi dei giovanissimi con il loro sfavillio. In questa Los Angeles femminista, multietnica e gay friendly il buonismo è sempre dietro l’angolo, ma lo si tiene a bada fino a un finale smaccatamente lieto: a malincuore, la parte peggiore. Nel sogno di Murphy, eppure, c’è una poesia particolarmente commovente; un antidoto contro il cinismo dei tempi correnti che non riesce a fronteggiare purtroppo gli eccessi delle pubblicità progresso. Nel tentativo di preservare la purezza di Rock Hudson – un simbolo, così come Sharton Tate lo fu per Tarantino –, Hollywood spicca il volo per l’iperuranio e perde qualsiasi attinenza con il reale. La favola, invece, piace quando ci appare plausibile: una speranza a portata di mano. Di ritorno da questo mondo che non c’è, e che forse non c’è mai stato, sentirete comunque nostalgia. (7)

giovedì 1 agosto 2019

Mr. Ciak ad agosto: la mia ultima volta al cinema con Pensieri Cannibali e White Russian

Salve, amici. Come state? Il caldo bestiale di quest'inizio di agosto è tantissimo, sì, ma comunque non abbastanza da impedire le rimpatriate in sala. Sapete chi ho incontrato di nuovo? Gli amici-nemici Cannibal Kid e James Ford che, come già accaduto qualche anno fa, hanno aperto le porte dei loro blog per commentare insieme le uscite cinematografiche: non di questa settimana, ma dell'intero mese. Sarà davvero la nostra ultima volta insieme? Sperando di vederne delle belle – e di trovarli, soprattutto, belli carichi –, vi lascio con la carrelata di un agosto che, almeno sul grande schermo, promette al solito qualche ventata di freschezza, fra commedie generazionali, horror "a mollo", titoli festivalieri da rispolverare.

Una famiglia al tappeto (1 agosto)
Mr. Ink: Per anni e anni, da ragazzino, sono stato un patito di wrestling. Non sono più aggiornato da un po’. Accanto a The Rock, Triple H e John Cena, però, ricordo loro: le Divas. Bionde e sexy come le conigliette di Playboy. Qualcuna se le dava di santa ragione. Qualcuna – per esempio Stacy Keibler, ex fiamma di George Clooney – era più interessata alle paparazzate che al ring. Fare un film sulla giovane Paige, lottatrice atipica con il look da rocker e il nome di una delle sorelle Halliwell, poteva essere interessante: mio fratello mi parla di uno scandalo sessuale che l’ha vista coinvolta e di un infortunio, purtroppo, che l’ha costretta presto al ritiro. Restando su toni più superficiali, invece, il film è un’innocua favoletta femminista sulla scia di Glow con la prezzemolina Florence Pugh. Già visto, se ne scriverà a breve.
Cannibal Kid: Mr. Ink era un patito di wrestling?!? Questa non me l'aspettavo. Questo sì che è un colpo basso! Che Mr. Ink e Mr. Ford in realtà siano la stessa persona? Se non altro, come chiunque abbia superato gli 8 anni di età, Ink ha smesso di seguire questo “sport”. Anche io comunque ho già visto questo film e devo dire che... mi è piaciuto un sacco. Sorpresa! Dopo Glow, il wrestling femminile mi ha messo di nuovo al tappeto. Quello maschile invece continua a sembrarmi una fordianata pazzesca.
Ford: sapevo della passione di Ink, che ovviamente sostengo e che anzi, sul buon esempio del fratello, gli consiglio di rispolverare. Non ho ancora visto il film - ma è tra le visioni obbligate delle vacanze -, ma quello che posso dire è che la figura di Paige è stata senza dubbio una delle più importanti per il cambiamento avvenuto nel wrestling femminile degli ultimi anni: la ragazza è sempre stata parecchio turbolenta - le sue relazioni sentimentali ed i gossip conseguenti ne sono la prova -, ma sul ring era un vero talento, e l'infortunio che l'ha costretta al ritiro giovanissima è stato uno dei più grandi torti al wrestling che il destino abbia giocato nel passato recente. Ad ogni modo, aspetto di essere messo al tappeto.

Hotel Artemis (1 agosto)
Mr. Ink: Un trafficante, un assassino, due ladri e un poliziotto s’incontrano in un ospedale privato. Sembrerebbe proprio l’inizio di una barzelletta triste, di quelle che raccontano gli zii alticci (o Ford, anticipando la battuta del Cannibale) alle cene di Natale. Si tratta, in realtà, di un thriller futuristico con un cast decisamente popoloso, che medie disastrose e un poster italiano realizzato con gli scart di Paint hanno reso a malapena adatto per una timida distribuzione estiva. Neanche il piacere di rivedere Jody Foster, di recente regista di film e serie TV tutt’altro che memorabili, può spingermi a fare il check-in all’Artemis.
Cannibal Kid: Film che latita nell'hard-disk da mesi, la sua uscita italiana mi ha ricordato della sua esistenza. E ora che me ne sono ricordato, posso dimenticarmene di nuovo. Di cosa stavamo parlando?
Ford: altro film che mi pare sinceramente scarso e che non intendo recuperare neppure alla vigilia delle ferie, quando la serata film diventa una vera e propria goduria, specie sapendo che il giorno dopo ci attende il mare invece che il lavoro. Passo oltre senza troppi patemi.

Fast & Furious – Hobbs & Shaw (8 agosto)
Mr. Ink: The Rock e Jason Statham chi? Ospitato da due boss come Ford e Cannibal Kid, esperti in risse (verbali) da orbi, mi sembra una scortesia grande preferire la compagnia dei protagonisti dell’ennesimo Fast & Furious (reboot, prequel, boh: non so cosa sia) alla loro. Lo salterò per questo motivo perciò, e non perché non abbia mai visto in vita mia un capitolo della serie action.
Cannibal Kid: Mr. Ink, non hai mai visto manco un Fast & Furious? Devi recuperare il primo, un caposaldo della tamarraggine dei primi anni zero, mentre il resto della saga è più che altro trascurabile. Curiosamente, a introdurre Ford alla visione di questa serie cinematografica ero stato proprio io. Riuscirò a convincere pure il poco tamarro autore del blog letterario Diario di una dipendenza? Tutto può succedere, tranne che questo non necessario spin-off dedicato alla versione action-hero di Ford & Me, ovvero Hobbs & Shaw interpretati da Dwayne Johnson & Jason Statham, si riveli un capolavoro.
Ford: questo spin off di un franchise partito decisamente male e divenuto interessante con l'arrivo di The Rock e del suo livello oltre misura di tamarraggine promette di essere uno dei guilty pleasure fordiani dell'estate: botte, casino, The Rock, Statham, altre botte, esplosioni, altre botte. E, sempre in tema di wrestling, la comparsata di un parente dello stesso Dwayne Johnson, considerato da molti come il "nuovo John Cena", Roman Reigns. Direi che non posso perderlo.

Il sole è anche una stella (8 agosto)
Mr. Ink: Lui, asiatico, incontra lei, giamaicana con il visto in scadenza. Hanno un giorno insieme, New York e pochissime speranze di lieto fine. Sembra tutto talmente teen e adorabile, ovviamente, che lo conosco già. Lo scorso anno ho letto infatti l’omonimo romanzo di Nicola Yoon, giù autrice del passabile Noi siamo tutti, con un coinvolgimento che non mi sarei aspettato. Un po’ Serendipity, un po’ Prima dell’alba, come risulterà in sala un genere che, di solito, preferisco leggere sotto l’ombrellone anziché guardare?
Cannibal Kid: Finalmente Mr. Ink rivela il suo lato più cannibale, e finalmente la programmazione cinematografica di agosto mi regala una youngadultata strappalacrime come si deve. A piangere mi sa però che sarà più che altro Ford. Dal terrore.
Ford: in effetti, questo promette di essere l'horror più terrificante dell'estate. E di fronte ad una cannibalata tale, giro bene al largo.

Crawl – Intrappolati (15 agosto)
Mr. Ink: Gli animalisti devono essersi rotti i cosiddetti. Squali intrappolati negli uragani del trash, squali che nuotano nei supermercati sommersi, squali alle prese con le grazie di Blake Lively o Mandy Moore strizzate in drammatici bikini colorati. Insomma, non soltanto Steven Spielberg. E alla lobby dei coccodrilli giganti, invece, chi pensa? Il francese Alexandre Aja, dopo avermi divertito da morire con Alta tensione, Le colline hanno gli occhi e Piranha, ci porta in uno scantinato allagato. Una trappola mortale, in cui la suddetta belva assassina può tormentare Kaya Scodelario: piuttosto misera a livello di curve, vero, la fanciulla britannica di Skins è comunque una bellezza da non sottovalutare. Produce Sam Raimi.
Cannibal Kid: Una robaccia survival trash con i coccodrilli giganti? Ma questa è una fordianata gigante che non guarderò mai!
Ah, la protagonista è Kaya Scodelario? Corro subito a guardarlo!
Ford: Aja è piuttosto incostante, ma il suo livello di trash abbastanza elevato da farmi considerare questo survival con coccodrillo gigante annesso come un altro dei guilty pleasures da ombrellone che mi sa tanto dovrò cercare di recuperare, immaginando una delle future battaglie con il Cannibale con me nella parte del rettile mangiatutto e lui in quello della damigella in pericolo.

Il re leone (21 agosto)
Mr. Ink: Margo Mengoni ed Elisa sono le versioni italiane di Donald Glover e Beyoncé. Doppieranno Simba e Nala, tanto nel cantato quanto nel parlato, nel’ennesimo live action non richiesto. Ripeto, signore e signori, Mengoni ed Elisa: e c’è chi, con anni d’anticipo, osa lamentarsi se la prossima Ariel sarà impersonata da un’attrice di colore? Di questo passo attendiamo Crudelia doppiata da Alessandra Amoroso: i dalmata, così, si ammazzeranno direttamente da sé, per la gioia delle pelliccerie di ogni dove.
Cannibal Kid: Considerando che già la versione originale a livello musicale non è niente di che, per quella italiana c'è proprio da aver paura. Anche se la scelta di Elisa non mi sembra così malvagia. Considerando inoltre che già ero stato tra i pochi al mondo a non aver sopportato la ruffianissima e fordianissima pellicola animata, questa “nuova” versione, non richiesta soprattutto da me, me la sbranerò. Se mai la guarderò.
Ford: la Disney, in evidente crisi di idee, continua a propinare al pubblico live action dei suoi film d'animazione più noti e amati. E, a meno di pressioni insostenibili dei Fordini, farò come ho già fatto con Dumbo e compagnia bella. Finta che non siano neppure usciti.

La rivincita delle sfigate (21 agosto)
Mr. Ink: Inaspettato successo di critica in patria, Booksmart – esordio alla regia dell’attrice Olivia Wilde – arriva in Italia storpiato da un titolo a misura di Giffoni. Ritratto adolescenziale annunciato come fresco e divertente, per alcuni già iconico, potrebbe essere una delle maggiori sorprese di una stagione dichiaratamente fiacca. Dopo Eight Grade (se vi manca, recuperatelo!) ho lasciato un posto vuoto per un altro romanzo di formazione, sperando che quest’opera prima sia proprio il diamante grezzo di cui si legge in anteprima.
Cannibal Kid: Dai, dai, dai. Un film teen che si preannuncia come il Lady Bird di quest'anno e che si prenota un posto tra i miei nuovi cult personali. Alla faccia di quello sfigato di Ford, uahaha!
Ford: nonostante le apparenze cannibalesche - paurosamente cannibalesche - questo film potrebbe rivelarsi la sorpresa del mese e forse dell'estate, considerato che incuriosisce perfino un tamarro senza ritegno come il sottoscritto. Speriamo bene.

Submergence (22 agosto)
Mr. Ink: Nomen omen. Sumbergence, dramma romantico con a bordo una coppia di belli e bravi da paura (Michael Fassbender, nella fantasia di qualche fan, probabilmente si è spupazzato entrambi), è stato sommerso e superato dagli altri titoli girati nel mentre da Alicia Vikander e James McAvoy. Io stesso me l’ero procurato in lingua per poi dimenticarlo presto e senza rimpianti sul mio Hard Disk. C’è da aggiungere l’aggravante, poi, che il cielo non brilli da un po’ sulla filmografia ondivaga del regista Wim Wenders... Meriterà finalmente una rispolverata, e il recupero?
Cannibal Kid: Se manco a un fan di Alicia Vikander come me è mai venuta voglia di guardare questo potenziale polpettone che ha già due anni sul groppone, dubito che verrà a qualcun altro. Forse giusto a quel tenerone di Ford, uno dei pochi al mondo a cui quell'altro polpettone con la Vikander, alias La luce sugli oceani, era piaciuto ancora più che a me.
Ford: La luce sugli oceani era stato una grande e inaspettata sorpresa, ma c'è da dire che in quel periodo ero a casa per il mio anno sabbatico dal lavoro ed avevo le energie fisiche e mentali per affrontare polpettoni di ogni genere. Ora mi pare più difficile, dunque penso che lascerò Wenders ancora per un pò in standby.

Charlie Says (22 agosto)
Mr. Ink: Il famigerato Charles Manson si contende il titolo di cattivo dell’anno con il nostro Matteo Salvini. Spunto prima per un orribile film di serie Z con la rediviva Hilary Duff nei panni di Sharon Tate, poi per l’ultimo attesissimo Quentin Tarantino, il carismatico sussurratore dallo sguardo infernale ha questa volta il volto di uno dei Doctor Who più noti nel ritorno in sala di Mary Harron. Sia per il passaggio in Laguna, sia per la regista che – a proposito di squinternati da manuale di psicologia – firmò il cult American Psycho, ci si fida.
Cannibal Kid: Come antipasto per il film di Tarantino ci potrebbe stare. Anche perché pure io di Mary Harron mi fido, così come non mi fido di James Ford, Charles Manson e Matteo Salvini. I tre cattivi dell'anno. E di sempre.
Ford: Manson è un personaggio che mi ha sempre infastidito, un pò come Cannibal, e parlando di psicopatici e serial killers non è mai stato tra i miei favoriti. Eppure, non fosse altro che per fare da anticamera a Tarantino, una visione ci potrebbe stare. Potrebbe.

Attacco al potere 3 – Angel Has Fallen (28 agosto)
Mr. Ink: Perché, ne hanno fatto pure altri due? Gerard Butler, accusato del tentato omicidio del Presidente degli Stati Uniti (no, non Donald Trump: la storia allora sarebbe molto diversa), si vendica insieme a papà Nick Nolte. L’attore protagonista, per l’occasione, rispolvera in parte il canovaccio di Giustizia privata – thriller tamarro che, a sorpresa, mi era piaciuto parecchio ai tempi – e ruba il ruolo all’ormai intercambiabile Liam Neeson. Gerard, che mi combini: la precedenza agli anziani!
Cannibal Kid: La precedenza agli anziani non viene data nemmeno in questa rubrica. Ford infatti è sempre l'ultimo a commentare. Mentre sarà il primo (e unico) a guardare questo nuovo inutile capitolo di una saga che per me poteva tranquillamente finire già al trailer del primo film.
Ford: Gerardone Butler è uno dei fordiani più fordiani degli ultimi anni, anche se ammetto che la saga di Attacco al potere è quasi troppo perfino per me. Avendo visto gli altri due ed essendo in agosto potrebbe scapparci anche questo numero tre, ma non garantisco. A meno che il Gerardo non mi prometta di darle a Trump, Cannibal o entrambi.

The Rider – Il sogno di un cowboy (29 agosto)
Mr. Ink: Tante cose possono dirsi del Cannibale, belle e brutte, ma non che non abbia un certo gusto per i colpi di teatro: me lo conceda a cuor leggero anche Ford. Chi non legge le sue classifiche di fine anno per sapere quale film di nicchia, all’ultimo momento, ha tirato fuori dal cilindro? Nel 2018, fra gli altri, è stato il turno di The Rider. Dramma western alla Kent Haruf, acclamatissimo nel circuito indie, che potrebbe regalare gioie e lacrime di commozione anche su White Russian. E quando un piccolo film mette d’accordo il Gatto e la Volpe, diciamolo, non può che essere grande.
Cannibal Kid: Sono felice che i miei colpi di teatro siano apprezzati, almeno da qualcuno. Un altro colpo di teatro è l'annuncio che questa sarà l'ultima puntata della rubrica sulle uscite cinematografiche. Però se non altro si chiude alla grande. The Rider a me è piaciuto decisamente, ma credo che Ford potrebbe trovarlo addirittura uno dei più bei film del decennio. E una pellicola gradita da entrambi è un altro colpo di scena clamoroso.
Ford: non mi ricordavo di questo colpo di teatro del Cannibale, e dunque mi segno di recuperare questo The Rider - che promette benissimo - in modo da poterne parlare appena tornerò dalle vacanze, anche se sarà durissima farlo rischiando di essere d'accordo con il Cucciolo Eroico, così come è stata dura essere d'accordo con lui nel decidere di chiudere questa rubrica.

Teen Spirit – A un passo dal sogno (29 agosto)
Mr. Ink: Ha il titolo che fa pendant con una canzone dei Nirvana ma, nella colonna sonora interamente cantata dalla protagonista, si scorgono a colpo d’occhio alcuni dei successi pop più trasmessi di questi anni. In attesa di vedere Natalie Portman in Vox Lux ed Elisabeth Moss in Your Smell, ci si godrà con gli occhi a cuoricino il talento e la bellezza della mia sorella Fanning preferita. Benché il sottotitolo suggerisca un musical in stile Disney Channel, meglio fidarsi della fotografia cupa alla Refn e della prova alla regia di Max Minghella, figlio d’arte conosciuto come attore (è Nick, l’autista innamorato) in The Handmaid’s Tale. Off topic: su YouTube, intanto, cercate il duetto fra Elle e Woodkid e alzate il volume a palla.
Cannibal Kid: Per chiudere alla grandissima per sempre questa rubrica, dopo il gioiellino The Rider ecco un altro potenziale nuovo cult assoluto. Per abbassare un po' le aspettative devo ricordarmi della cocente delusione provocata di recente da Vox Lux. Questa volta spero comunque che tutto vada per il verso giusto. Elle Fanning in versione popstar è già la mia nuova popstar preferita e un film del genere qui su Pensieri Cannibali già solo dal titolo è a un passo dal sogno. E a un passo dal cult.
Quanto alla fine della nostra rubrica sulle uscite cinematografiche, rappresenta invece la fine di un incubo. Almeno per un po' potrò starmene beato senza le opinioni spesso discutibili, e ancor più spesso detestabili, di Mr. James Ford. Tranquilli però che la nostra rivalità continuerà ancora. Cannibal VS Ford, la sfida prosegue. Coming soon su Pensieri Cannibali e WhiteRussian.
Ford: si chiude questa puntata - e la rubrica - con un potenziale cult cannibale che spero sinceramente di poter massacrare alla grande, più che altro perchè, ora che un capitolo è alle spalle, la rivalità più lunga della blogosfera ha bisogno di nuove sfide, e nuova benzina gettata sul fuoco. Non sia mai che si lasci questo spazio troppo vacante, del resto.