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venerdì 11 gennaio 2019

I ♥ Telefilm: You | Black Mirror: Bandersnatch

Una bella ragazza entra in una libreria: una di quelle piccole e polverose, che si vedono giusto in certi angoli di New York. Cerca il libro perfetto. E tu, sorridente e alla mano dietro il bancone, sai consigliarglielo al volo: siete chiaramente anime gemelle. Ancora più romantico, ancora più cinematografico, è il secondo incontro: lei, che beve un po' troppo per dimenticare gli amanti sbagliati e i padri deludenti, scivola sulle rotaie in metropolitana e batte la testa. Tu ti precipiti, e da bravo principe – nessuna calzamaglia azzurra, ma un look finto trasandato che fa invidia agli hipster veri – la salvi dal treno in corsa. L'amore, che ha bisogno di gesti galanti e cavalleria vecchio stile, inevitabilmente nasce. Abbastanza forte da vincere l'imbarazzo di quella prima volta in cui hai fatto cilecca a letto, i sospetti reciproci, le stranezze. Cieco, al punto da ignorare un piccolo dettaglio: niente, nemmeno il dardo di Cupido, è stato un caso. Le grandi opportunità hanno bisogno di una spinta, di forzature a fin di bene: della tua lei, infatti, conoscevi già le mosse, i post su Facebook, l'ambizione di diventare scrittrice e gli interni dell'appartamento da studentessa. Hai commesso un'effrazione nel suo privato, l'hai studiata e manipolata per mesi, e lei non se n'è accorta: ha occhi solo per te. Al punto da non notare quasi l'ex sparito dalla circolazione, gli avvertimenti di amiche tutt'altro che rassicuranti, il fatto che frequenti la stessa fiera letteraria in costume o lo stesso terapeuta. Il modus operandi di un tenero stalker innamorato che smuove mari e monti, ammazza a sangue freddo rivali e testimoni, al servizio di un lieto fine mai fuori moda. Il punto di vista è eccezionalmente il suo, il cattivo di turno, ed è una provocazione ardita nell'era del #metoo e del femminismo battagliero: oggettivare una donna, per di più una vittima, e lasciare la parola al suo subdolo carnefice raccontandone i misfatti e i segreti, però, con i toni di una commedia sexy. Rendendocelo addirittura simpatico, in un esercizio dialettico di gran lunga superiore alle note stonate del cast – Madre Natura è stata magnanima con le bellissime Elizabeth Lail e Shay Mitchell, meno la scuola di recitazione – o agli immancabili scivoloni di casa Lifetime: aiuta senz'altro la scelta dell'ottimo Penn Badgley per protagonista, già adorabile sfigato in Gossip Girl. A metà fra il serio e il faceto You è un thriller psicologico destinato a sorpresa a un finale shock. L'esempio di un mainstream che sa dividere e provocare il pubblico con leggerezza, di un guilty pleasure che ci rende letteralmente colpevoli – e complici – di un amore malato a cui non si resiste. (7)

Un adolescente della provincia londinese con un trauma da metabolizzare e un videogioco da brevettare, sogno nel cassetto tutt'altro che atipico negli abusati anni Ottanta dell'inguaribilmente nerd Ready Player One. Prove tecniche, tentativi frustranti e scongiuri non bastano, se l'asticella è troppo in alto per un programmatore alle prime armi: adattare un romanzo famigerato, fatto di labirinti senza via d'uscita e svolte pericolose, il cui autore era andato incontro ai mostri della follia. La storia potrebbe ripetersi, quando la scadenza – due settimane per consegnarlo ai piani alti – diventa un'ossessione. Niente di nuovo, diremmo leggendo il canovaccio di Bandersnatch: branca di Black Mirror, all'indomani della deludente quarta stagione, di cui tutti parlano dalla fine di dicembre. Il motivo? Del protagonista, il fragile Fionn Whiteahead di Dunkirk e The Children Act, puoi sceglie la marca di cereali, la musica in cuffia, la sorte ugualmente macabra di assassino o assassinato. Allucinogeni sì, allucinogeni no? Salvare il collega Will Poulter, oppure sacrificarlo con un salto giù dal cornicione? L'evento diretto da David Slade ha sviluppi diversi e diversi finali (cinque, per la precisione), da quelli tragici a quelli più trash – surreali lotte all'ultimo sangue, svariati cadaveri da occultare, strizzate d'occhio ai sempre affascinanti meccanismi metatelevisivi, toccanti rese dei conto in viaggi in treno in rewind. A scegliere siamo noi, sceneggiatori per un giorno: telecomando alla mano e, preferibilmente, tanta voglia di sperimentare un'altra faccia dello specchio nero di Charlie Brooker. Ma quanto possiamo realmente scegliere? Quanto possono scegliere i protagonisti, soprattutto, divisi fra il libero arbitrio e il sadismo di noi amanti del binge watching sfrenato? Peccato che la resa, questa volta, sia superiore all'idea stessa. Bandersnatch funziona più in pratica che in teoria: forma di intrattenimento interattivo tutt'altro che pionieristica, ma che domanda spettatori partecipi e volenterosi. Impossibile, altrimenti, farsi andar bene una storia inconcludente e pretestuosa che come episodio a sé purtroppo non appassionerebbe. Ci si aspettava un giocattolo tecnologico che fosse meno tale e più vicino ai fasti delle stagioni passate. Un appuntamento su Netflix che avesse contenuti, insomma, non soltanto la vaga euforia degli esperimenti mordi e fuggi. Chiamiamo le cose con il loro nome. Il tanto chiacchierato Bandersnatch, infatti, è nient'altro che aria fritta. Aria fritta molto divertente, inutile negarlo, purché non sia indice di quella quinta stagione attesa al varco con un po' di motivato scetticismo. (6)

lunedì 17 settembre 2018

I film che leggeremo [a puntate]

L'amica geniale
30 ottobre 2018
È l'autrice italiana più letta nel mondo. È già stata al cinema in passato, grazie a Martone e Faenza. La sua celebratissima serie di romanzi non poteva né doveva essere da meno, no; non poteva non farsi serie TV. A sobbarcarsi l'incarico, allora, c'è il buon Saverio Costanzo, con la nostra Rai e l'infallibile HBO a produrre otto puntate che andranno così a coprire il primo romanzo – quello a cui sono purtroppo fermo, al momento, in attesa dell'incentivo perfetto. I primi due episodi, presentati già in Laguna tra gli applausi degli addetti ai lavori, passeranno anche al cinema all'inizio di ottobre. Per gli altri, basterà rispolverare il telecomando e sintonizzarsi di lì a poco su Rai Uno.



The Truth About the Harry Quebert Affair
4 settembre 2018
La verità, a proposito della Verità sul caso Harry Quebert, è che il caso editoriale di Joel Dicker, da quel che leggo amato o odiato senza vie intermedie, non mi ha mai fatto suo. Sono passati gli anni, è venuta meno l'insistenza esagerata delle voci di corridoio, sono arrivate le edizioni economiche che fan sempre gola e, ultima ma non ultima, un'omonima miniserie di cui nessuno parla in giro. Nonostante lo zampino del regista Jean-Jacques Annaud, l'idolo delle mamme Patrick Dempsey e una fama, ormai, che lo precede ovunque vada. Con la scusa, con il pilot già sul mio hard disk, che sia l'occasione buona per farmene un'idea mia?



You – Tu
9 settembre 2018
Una ragazza entra nella libreria sbagliata, durante il giorno sbagliato, rivolgendosi al commesso sbagliato. Che le sorride gentile, le consiglia il miglior libro di Paula Fox, la segue sin sotto casa. Si parla di stalking e ossessioni amorose: temi quanto mai attuali, ma in un thriller Lifetime tutt'altro che insolito. Potrebbe non aiutare su carta neppure la presenza di Penn Badgley – l'indimenticato Ragazzo Solitario di Gossip Girl –, e invece You, ispirato all'omonimo romanzo di Caroline Kepnes, prende in contropiede e diverte da morire. Con le citazioni letterarie da appuntarsi seduta stante, i protagonisti belli e sinistri e, soprattutto, la voce narrante di uno psicopatico nella stagione degli amori che racconta piantonamenti e omicidi con il brio di una commedia romantica a tinte sexy.



Le terrificanti avventure di Sabrina
26 ottobre 2018
Per chi è stato bambino negli anni Novanta era semplicemente un must, e il sottoscritto non fa eccezione. Prima in carne e ossa in formato sit-com, poi a cartoni animati con un petulante gatto nero al seguito, l'amichevole Sabrina – streghetta in erba ispirata alle storie a fumetti di Archie Comics – ha accompagnato per tutta l'infanzia i miei pomeriggi, tra i compiti per casa e la merenda delle cinque. La moda del reboot, ovvio, non poteva fare a meno di corteggiarla. E così torna su Netflix, e c'è poco da storcere il naso, questa volta, sapendola eccezionalmente cupa e violenta. Magica è, cantava la sigla, la tua vita Sabrina. Da Halloween in poi, sarà anche spaventosa.



The Haunting of House Hill
12 ottobre 2018
L'autrice, Shirley Jackson, è stata la maestra spirituale di Stephen King. Il suo romanzo più famoso, L'incubo di House Hill, è stato al cinema prima con Gli invasati, poi con Haunting. A vent'anni dall'ultimo rifacimento, Mike Flanagan – reduce dal successo del Gioco di Gerald, con al seguito la fedelissima Carla Gugino – lo riadatta in dieci episodi, in chiave contemporanea. Squadra vincente non si cambia. E, con le premesse di partenza degnamente rispettate, con l'horror non sbaglia.



A Discovery of Witches
14 settembre 2018
Vampiri, streghe e company. Li credevamo tutti sorpassati, e di certo non ci mancavano. Quest'anno ci hanno riprovato prima al cinema con Dark Hall, poi su Netflix con il delicato The Innocents. Ultima ma non ultima, inattesa, ecco sbucare dai pittoreschi vicoli di Oxford una nuova storia di poteri paranormali e relazioni proibite, che a scatola chiusa farà senz'altro meglio dell'indesiderato reboot di Charmed. Vuoi i nomi di Teresa Palmer e Matthew Goode, lei strega e lui vampiro coltissimi, che in passato hanno scelto con intelligenza i progetti in cantiere. Vuoi l'aria british del tutto. Vuoi, ancora, la saga ben recensita di Deborah Harkness, eppure da me mai bramata in whishlist.



The Passage
Gennaio 2019
Lo leggevo per la prima volta, adorandolo, qualcosa come sette anni fa. Quando questo blog non era nei miei programmi, i mondi post-apocalittici non ci erano ancora venuti a noia e, sulle fascette promozionali, si parlava già di una trasposizione a opera di Ridley Scott. E poi, cos'è andato storto strada facendo? Cos'è successo a Justin Cronin, ai progetti di trarne un film, all'ultimo capitolo mai arrivato in Italia dell'ennesima trilogia interrotta – è forse un caso che io abbia preferito non leggere il secondo romanzo, eppure acquistato poco dopo l'uscita? Sparito dai miei radar, Il passaggio tornerà a far parlare di sé dal prossimo gennaio, si spera. Se sono scarsissime le aspettative riposte sulla serie Fox – colpa di un cast non proprio di primo taglio –, c'è speranza che l'arrivo sugli schermi smuova qualcosa in casa Mondadori. Leggeremo finalmente The City of Mirrors?



Quello che non uccide
31 ottobre 2018 (USA)
Non è un telefilm, l'ultimo della rassegna, vero, ma sempre in ambito di produzioni in serie rimaniamo. Qualsiasi presentazione sarebbe superflua. Millennium ritorna, dopo la trilogia svedese e l'esemplare rimaneggiamento di David Fincher, con un quarto capitolo. Purtroppo cambiano il cast, cambia il regista e, nonostante le ambientazioni, non ci si smuove dagli Stati Uniti. Ancora, si potrebbe lamentare più di qualche spettatore? La presenza di "Sua Altezza" Claire Foy, nel ruolo che fu già di Noomi Rapace e Roney Mara, il promettente Fede Alvarez dietro la macchina da presa e Steven Knight alla sceneggiatura, ricordano che c'è del buono; come del buono, d'altronde, c'era anche nel romanzo apocrifo di David Lagercrantz.


giovedì 23 agosto 2018

I ♥ Telefilm: Insatiable | UnREAL S04

In sovrappeso, seguita a ruota da una migliore amica dai dubbi gusti sessuali, figlia di una mamma single che per lavoro sforna burritos e di un padre dall'identità segreta, Patty, diciassette anni e sentirsene cento, è il ritratto dell'impopolarità in un'età – in un Paese – che pretenderebbe bellezza, valori tradizionali, modelli vincenti. Chi poteva immaginarlo che l'ennesima prepotenza – il pugno di un barbone rissoso – avesse dei pregi? Dimagrita di trenta chili durante la convalescenza, più avvenente ma non per questo più felice, la liceale punta alla vendetta. Adesso vuole vincere, anche a costo di umiliare o allontanare gli altri. Soltanto così può andare oltre il famigerato soprannome di Maiale Patty. Rimpiazzandolo, magari, con una nuova reputazione: anche pessima. Sete di sangue e fame di vendetta portano la semisconosciuta Debby Ryan a incrociare così la strada di Dallas Roberts, irresistibile cinquantenne in crisi d'identità – ufficialmente avvocato ma, a porte chiuse, consulente di bellezza nell'occhio del ciclone –, che si barcamena fra le arringhe e i pettegolezzi, la moglie Alyssa Milano e il rivale brillante di un Christopher Gorham che più invecchia, più si fa bello. Boicottato per presunto fat shamingInsatiable è l'anti-Tredici per eccellenza: commedia adolescenziale di nero vestita che scherza sullo stupro, sull'aborto e la sessualità, sui chili in più, con sommo disappunto di chi non apprezza il grottesco o l'umorismo caustico. A ben vedere, però, il dente avvelenato è pura apparenza: ecco la morale, sempre (ben) nascosta dietro l'ennesimo sfottò alle serie TV a tesi, al perbenismo medio-borghese, a cacce alle streghe in nome del politicamente corretto che di questi tempi fanno più male che bene. Cattiva Patty, che per tutta l'adolescenza ha covato tra sé e sé una rabbia ferocissima, o forse gli altri? I comportamenti diseducativi dell'ex bruttina, comunque eternamente sulla difensiva, smascherano infatti l'opportunismo di nemici convertiti in amanti. Si parte dalle aule di tribunale del pilot, per poi muoversi fra concorsi di bellezza e aule scolastiche: la stessa giungla spietata. Insatiable, ho constatato con un po' di sorpresa, non ha la struttura della comedy che ci si aspetterebbe: quei quaranta minuti, giudicati troppi all'inizio, si rivelano utili invece per seguire le vicende di amici, mentori e figuranti, tutti ugualmente indispensabili – e, sempre con un po' di sorpresa, tocca scoprire strada facendo quanto gli intrighi degli adulti divertano più di quelli dei giovanissimi del cast. La scrittura, per quanto spassosa, non è purtroppo il punto forte: va incontro a qualche problema con personaggi che troppo in fretta passano da buoni a cattivi, dall'ira al pentimento insincero; svolte e situazioni a dir poco sopra le righe, con attori ridotti a macchiette caricaturali per amore della risata facile; contaminazioni con l'horror o con le soap opera che mancano tuttavia del candore sincero di un Jane The Virgin. Deliziosamente perfido, questo guilty pleasure al sangue pizzica il palato con personaggi al limite – dell'immoralità, del buon gusto – e battute senza peli sulla lingua che scontenteranno i buonisti. Se la scorrettezza con me vince facile, minaccia sul fronte opposto di far perdere iscrizioni in casa Netflix: probabilmente non rivedremo Insatiable, da sacrificare sull'altare delle future cancellazioni, e me ne dispiaccio. Morale della favola? La vendetta dà la bulimia. Ma la mia insaziabile fame di trash, intanto, è stata per fortuna parzialmente placata. (6,5)

Dopo l'affannoso trascinarsi della stagione precedente, inatteso e in sordina torna per la quarta volta UnREAL. Il proposito di non proseguire: accantonato senza ripensamenti alla notizia che all'indomani di questo nuovo arco di episodi – otto, e non dieci come da patti – non ce ne sarebbero stati altri. Accorciata, cancellata, la serie scritta dall'acclamata Marti Noxon – autrice in questo stesso palinsesto del soporifero Sharp Objects – era stata infatti salvata da Hulu, e da Hulu messa in streaming per un binge watching conclusivo. Lasciati da parte i toni delle passate puntate, più moraliste e per questo, forse, inadatte a chi sin dall'inizio domandava intrattenimento senza tabù, Everlasting – fittizio programma d'incontri sulla scia del nostro Temptation's Island – riscopre fieramente il trash e la crudeltà. Che gli spettatori armati di un altro po' di pazienza, perciò, si preparino a un'edizione stellare. Shiri Appleby e Constance Zimmer, all'apparenza complici e manipolatrici come ai tempi d'oro, hanno chiamato all'appello vecchi concorrenti affinché a nessuno venisse negato il lieto fine. Tra questi, un ballerino bisessuale e tossicodipendente, con un programma tutto suo in uscita e le peggiori intenzioni di rovinarsi gambe e reputazione; una giovane vittima di stupro che in gara ritrova proprio il suo assalitore, ben lontano dall'abbandonare il suo spregevole vizietto; una spogliarellista, un'intrusa, che nella sorpresa generale dà al femminismo un nuovo volto. Se Quinn, incinta contro ogni pronostico, a tratti si addolcisce in nome dell'istinto materno, è una Rachel bionda e spregiudicata a far sembrare quisquiglie gli scorsi misfatti: totalmente fuori controllo, fa concorrenza alle partecipanti, facendo perdere il conto degli amanti e degli errori. È lei la vera nemica delle ragazze in gara, e soprattutto di sé stessa. Per un lungo tratto, dunque, riaccogliamo a braccia aperte il black humour, i piani machiavellici, gli sgambetti che infrangono legge e buon gusto. Cosa vuol saperne la coscienza, infatti, se lo share parla chiaro? Troppo presto, però, per cantare vittoria. E ci si mette purtroppo di mezzo quel finale affrettato, imperdonabilmente tarallucci e vino, all'insegna della solidarietà – e dell'incoerenza – femminile. Più che una brusca virata, si fa allora retromarcia. Quando, date le premesse, il redivivo UnREAL poteva ambire in extremis persino a superarsi. (6)

venerdì 11 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Una serie di sfortunati eventi S02, Ash Vs Evil Dead S03, UnReal S03

La sigla suggeriva di non farlo, di non guardare. Noi, affezionati lettori dei volumi targati Salani o bambini cresciuti in compagnia dei bislacchi travestimenti di Jim Carrey, abbiamo disobbedito. Guardando gli otto episodi introduttivi della serie Netflix: belli ma con riserva. Ritornando dagli orfani Baudelaire per una seconda stagione ancora. Nuove disavventure, nuova crudeltà aggiunta, nuovi antagonisti del lieto fine. Lo schema, immutato: i protagonisti scappano, vengono acciuffata, se la cavano, vengono riacciuffati ancora. Ricominciare dall'inizio, ogni volta, con altri trasferimenti, in un altro angolo della fantasia di Lemony Snicket. A onor del vero, le vicende si fanno più collegate – flashback di un passato vicino o lontano, vecchi volti che diventano personaggi ricorrenti, informazioni sulla società segreta di cui i genitori di Violet, Sunny e Klaus facevan parte. Si fanno più indipendenti dal film di quattordici anni fa, ma non da una struttura che resta purtroppo il loro più grande difetto e la loro più lampante particolarità insieme. Un collegio infernale, un grattacielo senza ascensore, un villaggio assiepato dai corvi, un ospedale in cui si è a rischio di lobotomia, un freak show con talenti da strapazzo e leoni che hanno fame di frugoletti. Insieme a loro, questa volta, la collaborazione di Isadora e Duncan, orfani parimenti disgraziati e brillanti; l'agente segreto Nathan Fillion, la bibliotecaria Sara Rue e l'irresistibile Lucy Punch, innamorata di un Patrick Harris a lungo andare, spiace ammetterlo, insopportabile; i siparietti musical e gli sprazzi horror che lo rendono, al solito, uno stilosissimo esercizio di fantasia. Tutto giusto. Tutti bravi. Tutto bello. Dividerla in un mese di visione, però, è stata una scelta necessaria, anche se non so quanto vincente. Per sopportare quella ripetitività che proprio non torna e ritmi che funzionano meglio su carta che in TV. Per non lasciare prevalare i contro, per non lasciarla, affezionato come resto alle tragedie dei tre fratelli, al fare sornione del narratore Patrick Warburton e alla tavolozza variopinta di questi intrecci rocamboleschi, a metà fra il gotico di Burton e lo zucchero filato di Anderson. (6,5)

Ci sono voluti tre film di Sam Raimi e tre stagioni con la serie TV che porta il suo nome affinché Ash Williams, non più il giovincello perso nei boschi del primo Evil Dead, fosse scagionato dal sospetto dei concittadini. Non assassino impunito ma cacciatore di demoni a tempo indeterminato, sul finire della seconda stagione rivelava l'esistenza del Male con la lettera maiuscola agli scettici e, in ritardo, veniva acclamato eroe. Per lui e i suoi aiutanti, però, non c'è pace. Il sogno di gestire un ferramenta tutto suo, infatti, dura Natale e Santo Stefano – sabotato da un'altra ondata di mostri, da svolte più o meno previste che portano davanti a un bivio (più che bivio, è un portale spalancato su un'inquietante dimensione parallela). Mentre Pablo è conteso da forze opposte e Kelly, pronta a dire sì all'amore, cede suo malgrado il corpo a un'entita primordiale, il solito Ash fa i conti con grattacapi incresciosi: la salvezza del mondo e, soprattutto, una paternità imprevista. Come può il cazzaro di sempre crescere un'adolescente che, per di più, lo detesta? Come può essere il salvatore biblico in cui un paio di eletti credono? Prima stagione che vedo lontano da casa, senza la compagnia del mio, di papà, quella di Ash Vs Evil Dead è a sorpresa anche l'ultima: la Starz ha annunciato la cancellazione il mese scorso, nel rumoreggiare amareggiato dei fan. Nonostante quel finale sospeso, che annunciava per il futuro prossimo mondi e avventure alla Mad Max, io dico poco male: la comedy horror si congeda, e si concede secchiate di sangue, morti spassosissime, personaggi sopra le righe. Onestamente, però, iniziava a farsi meno godibile, con il suo ripetere massacri e situazioni grottesche. Più che per l'addio al piccolo schermo in sé, allora, spiace per quello che potrebbe significare per il caro Bruce Campbell, da anni in cerca – senza successo – di una vita dopo Ash: gli toccano forse la tristezza del pensionamento, appese al chiodo motosega e casacca blu? Nel dubbio, non ditelo a papà: che ci si fa vecchi, che il divertimento è bello quando dura poco, che si finisce qui. (6,5)

I retroscena di un programma televisivo alla Uomini e donne. Chi corteggia chi e, alla fine, un'unica scelta da condurre in parata all'altare. Nel mentre, immancabili le manipolazioni degli autori, che da dietro le quinte non si perdono un intrigo o la migliore occasione per aizzare il fuoco. UnReal, partito anni fa su un'emittente ben poco propensa a brillare per qualità, era la commedia nera che intrigava e, zitta zitta, faceva il filo alla stagione dei premi. Protagoniste bravissime, sceneggiature affilate, risvolti malsani. L'ultima volta, per proteggersi, ci si era spinti fino all'omicidio. Shiri Appleby e Constance Zimmer, nonostante tutto ottime padrone di casa, sono ora alle prese con il senso di colpa e un'ennesima edizione di Everlasting. Fuori onda: il desiderio da parte della volubile Rachel di affrancarsi dai ricatti e di far luce su abusi di cui chiedere spiegazioni in famiglia; Quinn, sempre in cerca di pace e Emmy. Sotto i riflettori, invece, si cerca l'amore con un'unica varazione sul tema: lo scapolo stavolta è donna – femminista non così convinta, in fondo – e i corteggiatori saranno dunque ragazzoni aitanti con concezioni agli antipodi. L'idea della Lifetime, in una terza stagione strascicata e poco necessaria, sembra avere esaurito il suo potenziale. Istanze e riflessioni ammiccano spesso al caso Weinstein; i protagonisti, viziosi e insopportabili, si proteggono a vicenda le spalle. C'è poco pepe. C'è, soprattutto, poco trash. Anche in un finale apparentemente risolutivo, tarallucci e vino, in cui l'elemento di maggiore interesse è il promo, in chiusura, della quarta stagione già girata. Resisterò al richiamo della metamorfosi di Rachel, da produttrice a concorrente d'eccezione, con lei che vorrebbe cambiare disperatamente vita e io canale? (5,5)

mercoledì 7 settembre 2016

I ♥ Telefilm: The Get Down, Unreal II, Feed the Beast

Dopo Stranger Things, Netflix fa l'en plein? Dopo gli anni Ottanta, un salto nel decennio precedente e, magari, un'altra serie candidata a essere la serie? Baz Luhrmann a vegliare sulla produzione, e tutt'altro che silenziosamente; un budget ricco e una colonna sonora fantasiosissima, per raccontare le origini di un genere e di una generazione; un cast di giovani che vogliono farsi conoscere, e sanno di certo come attirare l'attenzione. Eppure sapete che ho fatto fatica, io? I primi sei episodi di The Get Down – i restanti sei saranno trasmessi il prossimo anno - parlano dei sogni di gloria e delle avventure di un gruppo di ragazzi nel selvaggio Bronx. L'altro lato di una città di luci; un quartiere che sembra una città sotto i bombardamenti. Gli anni della disco e dell'hip hop; i graffiti che imbrattano treni e muri; i bambini abili con i grilletti, il ballo, il rap. Ezekiel, orfano e talentuoso paroliere, ama Mylene, figlia di un rigido pastore dall'ugola d'oro. Vogliono la fama, ma il canto è diventato il piano B. Lui preso da un team che lo vorrebbe anima del gruppo, lei alla ricerca disperata di una casa discografica. Lei con le sue amiche barra coriste; lui con i suoi coetanei, writer e teppisti, guidati da uno che si muove furtivo come Bruce Lee e si immischia negli affari dei boss locali. Hanno un cuore buono, grossomodo, e sentimenti nobili. Sperano di cambiare la loro realtà difficile a suon di buona volontà e canzoni di denuncia. Delineati con tratti rapidi di biro, spiccano a sprazzi e qualche storyline interessa di più, qualcuna di meno. Sei episodi visivamente impeccabili, ma distribuiti in quasi un mese: colpa della mia scarsa affinità verso queste serie all black – vedasi il tamarrissimo Empire -, che trovo kitsch, sguaiate, disordinate. Abbinateci Luhrmann, autore del mio film preferito in assoluto, ma altrettanto kitsch, sguaiato e disordinato, è il troppo qui e lì storpia. Da un lato, The Get Down è una serie più lineare e leggera del previsto; dall'altro, già carica di per sé, rincara la dose con l'horror vacui del tenutario del Moulin Rouge. E' mancata la scintilla, il guizzo nell'intreccio e, se resisto e restisterò, è solo per un Luhrmann all'ennesima potenza che qui, in veste di produttore e qualche volta di regista, ho amato e odiato come non mai. Sommerge di suoni e strass, disorienta e stordisce: gioca coi suoi montaggi futuristici, gli accostamenti bizzarri e gli innesti personali, esagera e confonde. Uno straordinario ambaradan; un caotico e nostalgico “spettacolo spettacolare”, con il limite di una storia troppo elementare. Il rumore: tanto. E se Get Down nulla proprio non è, comunque, al momento, pare un po' poco. (7)

Serie rivelazione della passata stagione, Unreal era il guilty pleasure con qualcosa in più. La commedia nera della Lifetime coi ritmi del thriller psicologico era arcigna, crudele, intelligente, recitata ad arte. Era, e per molti lo è anche quest'anno. Si conservano i personaggi principali, chi questo show alla Uomini e donne lo pensa e lo manovra, ma a bordo piscina troviamo un altro scapolo d'oro e altre debuttanti senza scrupoli. Su carta, Unreal ci propone l'edizione di Everlasting di cui tutti parleranno: perché, per la prima volta, c'è uno scapolo di colore – e, checché se ne dica, il razzismo è una piaga lontana dall'estinguersi – e, in mezzo alle partecipanti, belle e vuote, covano risentimento e intolleranze. Ci si sfrega le mani: c'è di che divertirsi, c'è di che riflettere. Darius, campione sportivo reduce da un grave infortunio, non è Adam, l'inglesino biondo della scorsa stagione. E le giovani donne del suo harem - fatta eccezione per Yael, protagonista di un'umiliazione indimenticabile – le ho già scordate. Da una parte, ho trovato che il novello Unreal si discostasse il minimo indispensabile dal suo predecessore, come per pigrizia; dall'altra, invece, che quel minimo indispensabile non fosse poi gran cosa. Stagione similissima alla prima, ma dallo scarso mordente, di cui non conquistano i nuovi ingressi – accanto a corteggiatore a corteggiatrici, un inservibile Ioan Gruffud e un Michael Rady dall'esito scontato – ma danno significative conferme le bravissime Shiri Appleby e Constance Zimmer, nomi di punta anche nella stagione dei premi. Everlasting si segue senza attenzione, questa volta. Unreal è il solito, ma il solito, nel suo caso, è bene. O sono una sola cosa e quella è la scusa degli sceneggiatori, che furbescamente tanto fanno, tanto dicono, da non fartelo sembrare una mezza delusione? (6,5)

Tommy, vedovo affranto e padre di un bambino che, per lo shock, ha perso la voce, si arrangia come può. Dion, piantagrane e tossicomane, si mette spesso nei guai: l'ultima volta, è finito dietro le sbarre. Esce, senza però avere espiato un debito esorbitante. Cos'hanno in comune? Il sogno di aprire un ristorante in memoria di Rie, uccisa da un pirata della strada, e un'amicizia che dura da vent'anni. Perché il loro sogno pare impossibile? Perché la loro amicizia, eppure consolidata, va d'un tratto in crisi? Il ristorante greco in progetto vogliono aprirlo nel cuore del Bronx, e nessuno punta su di loro; la donna scomparsa, stando al geloso Tommy, considerava Dion molto più che un amico. Il quartiere chiama su di sé morti e sparatorie, sui due cala il velo del dubbio. In mezzo ai protagonisti, la bella Lorenza Izzo, conosciuta a un gruppo di supporto; un temibile boss dal grilletto facile e dalla sessualità tormentata; un minore traumatizzato che, aprendo bocca, potrebbe chiarire le dinamiche di un incidente che chissà se davvero un incidente è stato. Feed the beast, remake di un'impronunciabile serie danese, è una produzione AMC ingiustamente fischiata che, zitta zitta e dal futuro assai incerto, mi ha fatto tanta compagnia quest'estate. Mi piacciono i progetti persi a monte, il crime e l'alta cucina, il redivivo David Schwimmer e lo scapestrato Jim Sturgess. E, divertito e intrattenuto, con prematuri e ingannevoli paragoni con Breaking Bad che lasciano prevedibilmente il tempo che trovano, ho trovato che l'amalgama di Feed the beast funzionasse. Gli ingredienti segreti (e i bravi interpreti) risaltavano, tra pistole, carichi di droga e padelle roventi. Gli ascolti bassi, tanto quanto l'inospitale Bronx, potrebbero mandare all'aria i bei propositi, le interpretazioni di due tanto simpatici al sottoscritto e far sì che, lasciati a bollire più del dovuto, gli spaghetti si scuociano. Non mancano né il sale né il pepe, ma è questione di tempi sbagliati. E Feed the beast, come commedia in dieci episodi, in una stagione e basta, poteva starci ad hoc. All'indomani di un ultimo episodio intitolato Fire – il che è tutto un programma – servirebbero gli estintori e le risposte. La pietanza si è bruciata, e c'è chi non tollera la crosta croccante; e ci sono io che odio i finali mancati. Perché non finirla qui, non raccogliere baracca e burattini, quando sarebbe stata questione di uno schiocco di dita appena, cosa da nulla, risolvere i problemi ai fornelli dei cari chef del ghetto? (6,5)

venerdì 4 settembre 2015

I ♥ Telefilm: Hannibal 3, Scream, Devious Maids 3 - Panni sporchi a Beverly Hills

Hannibal 
Stagione Finale
Si sguazzava in un bagno di emoglobina, per un finale degno di questo nome. Una seconda serie migliore della precedente - con l'assuefazione ai suoi ritmi languidi, l'improvvisa affinità tra il serial killer e il detective, l'imboccare gradualmente quei territori già conosciuti al cinema - e Hannibal, sorprendente su tutti i fronti, che se non vinceva - e per me vinceva - comunque sosteneva con padronanza i paragoni con la saga cinematografica del leggendario Hopkins. Ci lasciava, lo scorso anno, con domande innumerevoli. Mezzo cast agonizzava nel suo stesso sangue, in una carneficina consumata senza preavviso, e ci si interrogava su sostituzioni, nuovi ingressi, rinnovi. Con qualche mese di ritardo, in estate, abbiamo scoperto che la preoccupazione sulle sorti dei personaggi era stata tanta, ma non abbastanza. Vivi e vegeti, i sopravvissuti erano sulle tracce dello psicologo assassino. Ma se il cast non era stato decimato, c'era un'altra cattiva notizia in agguato. La peggiore: la cancellazione. A poco dalla prima puntata - una grande prima puntata - ho cominciato a meditare atroci vendette e a rodermi il fegato. L'inizio, vertiginoso, muove i primi passi nella nostra Italia. Tra i salotti di Firenze e le cattedrali di Palermo, le mosse di una battuta di caccia. Una squadra di mercenari sguinzagliata contro Hannibal da Mason Verger e soprattutto il recidivo (redivivo) Will Graham, affascinato dal male come la falena dalla fiamma. Prova a prenderlo, ma è sempre un passo avanti. Cosa succederebbe se si incontrassero ancora? L'arresto, in nome della giustizia, o la fuga, seguendo il lato oscuro del cuore? Dopo sette episodi perfetti, i rimanenti - ambientati a qualche anno di distanza - abbandonano le città d'arte e gli omicidi scultorei per raccontarci il modus operandi di un assassino che abbiamo conosciuto in Red Dragon. La terza stagione di Hannibal, infatti, segue due rotte distinte e autonome. All'inizio si ispira al lungometraggio in cui la Moore sostituiva la Foster, ma con significative variazioni sul tema - si segnala, da Gomorra, un buon Fortunato Cerlino. Successivamente, sposando la causa di un poliziesco convenzionale, si rifà all'ultima tappa prima del dimenticabile prequel con la gioventù del cannibale: la struttura, fedele, risulta però poco stravolta. E essendo Red Dragon uno dei film della serie che più mi è capitato di vedere negli anni, l'effetto sorpresa viene meno in un remake non necessario. Ricordiamo che c'era stato già Manhunter e che il famigerato Francis Dolarhyde - l'assassino di famiglie felici con la fobia degli specchi - aveva avuto prima il volto di Tom Noonan, poi di Ralph Fiennes. Questa è la volta di Richard Armitage, uno dei rari tasti dolenti della serie. Bellimbusto britannico - nei cuori delle donne con North & South, recentemente sulla cresta dell'onda per Lo Hobbit - altrove convincente, questa volta non ha il physique du role. E sì, anche un Fiennes in forma smagliante faceva guizzare i muscoli dorsali con il disegno di un paio di ali gigantesche; e sì, il suo allenamento e i suoi modi ricordano il Bale di American Psycho. Ma, spesso in boxer elasticizzati e a petto nudo, l'Armitage troppo bello infastidisce noi eternamente bruttini, ammica eccessivamente al pubblico femminile, distrae. Accanto a lui, la fidanzata non vedente che ha il volto ritrovato di Rutina Wesley - già mediocre in True Blood. Gradite conferme, se si sparla invece degli altri. In un'annata in cui si annidano le peggiori delusioni, Mads Mikkelsen - severo, elegante, carismatico come nessuno - e Hugh Dancy - bisognoso, incerto, volubile - sono i migliori su piazza. Incorniciati da una regia che adora il perfezionismo - dietro la macchina da presa, promesse dell'horror quali Neil Marshall, Vincenzo Natali, David Slade - e resi simbiotici da una sceneggiatura che li desidera vicinissimi, sono una non-coppia da shippare spudoratamente, diciamolo, con la loro attrazione platonica e i "non vivo né con te né senza di te"; magnifici padroni di un ambiguo gioco a due. Restano loro e gli altri che già sapete; gli orgasmi visivi assicurati da una profonda attenzione verso accostamenti cromatici e composizioni dell'immagine; un epilogo bellissimo, romantico ed estremo che ti lascia senza fiato. E triste, tristissimo. Per via di una strana poetica che parla di eros e thanatos, una svolta imprevista rispetto al copione originale, una scena dopo i titoli di coda che fa sognare incubi felici. Hannibal mantiene le fatali promesse. Ci lascia, ma forse con la stagione più bella. Amara consolazione. Ma la classe del tutto non è acqua. E' sangue. Di notte, se avete imparato la lezione, si dice sembri nero come l'onice. (8)

Scream 
Stagione I
Qualche giorno fa si è spento Wes Craven. Settantasei anni, generazioni di bambini mandate a letto con gli incubi e senza cena, creatore di mostri cult che – nel buio dell'armadio – facevano compagnia al vecchio uomo nero di cui spesso ti raccontavano, per dispetto, i fratelli maggiori. Nei post commemorativi di amici blogger, scrivevo di averlo conosciuto in differita. I suoi lungometraggi proposti e riproposti, parodiati con ironia, riscoperti – con anni di ritardo – da adolescenti in pericolo perfino nei loro sogni o alle feste di Halloween, se nella folla c'è una maschera con il brutto ghigno di Ghost Face. Tempo di maratone serali, adesso, per ricordarlo con un brivido aggiunto e per capire, se qualcuno non li avesse capiti già, i segreti alla base di quel miscuglio di sangue e leggerezza che altri imitano invano ma che ha un solo padre biologico. L'idea di uno Scream a puntate inorridiva i fan che, quando il famigerato urlo aveva avuto inizio, erano seduti in sala; personalmente pensavo, invece, che il teen thriller per eccellenza, sulla rete teen per eccellenza, potesse avere del potenziale. I riscontri positivi non sono mancati: la seconda stagione è già in produzione. E il potenziale ipotizzato, invece, presente all'appello? Il pilot, funzionale, va come deve andare. Si parte con l'attrice nota di turno – la Bella Thorne di The Duff, anche cantante – e, in una sequenza piena di rimandi, la si condanna alla stessa fine precoce della Barrymore L'ape regina del liceo viene brutalmente accoltellata, e il sangue non manca. Partono le indagini – chi la odiava, o meglio, chi non la odiava? - e tra episodi di cyberbullismo e ricordi del passato si pensa al ritorno a sorpresa di un serial killer locale e si procede con la conoscenza dei vari personaggi. La ragazza bisessuale, le meangirls, i professori dongiovanni, gli sportivi poco svegli, la vergine sacrificale e un nerd grillo parlante con la fissa per gli horror vintage che, con un piglio che non dispiace e tanto lavoro di metacinema, in classe discute di omicidi e seziona la sua stessa storia come fosse una serie tv. La tensione, nell'arco di un tot di episodi, non si sfilaccia? E l'eventuale spettatore, oltre a scoprire le tracce dell'omicida, sarà interessato al vissuto dei protagonisti e ai loro amori? Fanno sorridere le domande che nel telefilm stesso ci si pone, ma meno le risposte: un sì alla prima domanda, perché la suspance si disperde qui e lì; un no alla seconda, perché l'ennesimo teen drama non interessava a nessuno. Aggiungete attori avvenenti e incapaci – si salva, in ogni senso, solo Willa Fitzgerald, novella Sidney – e un epilogo parzialmente conclusivo, ma con qualche incongruenza. Disastro da abbandonare? Nonostante tutto, a mio parere no. C'è la voglia di fare dei giovanissimi, un motivetto che ossessiona, violenza a fiotti, uccisioni meticolose. Inoltre, il nuovo design di una vecchia maschera che fa solo bene: tra parate di Carnevale e Scary Movie vari, davanti all'urlo noto, ormai, si ridacchiava. Assolutamente non adatto ai nostalgici – chi era adolescente all'epoca adesso è adulto, e non si divertirà, non essendo più parte del target di riferimento – ma consigliato a chi ambisce a un Pretty Little Liars splatter, pensato con la benevolenza – e il tocco vago – del compianto Wes. (6)

Devious Maids
Stagione III
Possono giungere i reali inglesi, le vergini in dolce attesa, gli spietati dirigenti di un reality show. Il trash, immancabile, nel mio anno di telefilm dev'esserci. Ma, quando arriva giugno, non c'è novità che tenga: per il terzo anno, arrivano le domestiche latine di Devious Maids a garantirmi quattro risate per l'estate, quando le grandi reti sono in pausa e impegni importanti spaventano. Ci sono letture da ombrellone e serial da ombrellone. Quella della Lifetime è la meno seria delle serie che ci si può concedere; per quello, la più spassosa. Le hai conosciute con un cadavere che galleggiava in piscina; l'anno successivo, tutte insieme, eccole alle prese con un matrimonio ostacolato e con una governante hitchcockiana. Adesso, nel solito giorno, nelle solite sere in cui solo loro portano freschezza, resti umani vengono trovati sparpagliati nei giardini dei signori di Beverly Hills e tutto sembra collegato alla comparsa, in città, di una bambina inquietante che ha più segreti che anni. Marisol ha messo su un'agenzia di collocamento per aiutare le amiche portoricane; la bella Carmen s'innamora dell'uomo sbagliato, mentre continua a sognare di diventare una pop star; Zoila, quasi cinquantenne, con figlia e genero in trasferta, si scopre in dolce attesa; Rosia finalmente ha potuto avere il suo Spence, ma ecco comparire – dal Messico – quel marito che dava per morto. I Powell, invece, manipolatori e inarrivabili, si danno al sadomaso per un po' di pepe e ai pensieri profondi: e se, dopo una tragedia sofferta, adottassero un bambino? Quanti nomi, quanta gente, quanti fatti. E al cast, altrimenti immutato, si aggiungono il francese Gilles Marini – interesse amoroso di Carmen – e Naya Rivera – legnosa e appesantita, con un piccolo ruolo recitato anche pietosamente. Eppure agli autori il filo non scappa di mano e se la cavano bene, con grattacapi e gag. Dopo un inizio tiepido, ai tempi del lontano pilot, Devious Maids – nella sua assurdità tutta latina – sorprende con la stagione più convincente – per quanto possa essere convincente una cosa così, alla buona – e non risolvi il suo giallo prima del tempo, né prevedi quello che succederà in uno dei season finali più esagerati, divertenti e in grande. Tredici episodi e nessuno che sia messo lì come riempitivo. In ogni puntata, succede qualcosa che non ti aspetti. Tanto è vero che la credibilità vacilla sempre, ma quale credibilità cerchi se i tuoi panni sporchi li lavano mancate Signore in giallo – ma con gambe lunghissime - e puntualmente, in un piatto da portata, mentre nell'altra stanza stanno smascherando un crimine, ti si serve il guilty pleasure cotto a puntino? (7)

mercoledì 12 agosto 2015

I ♥ Telefilm: True Detective II, UnReal, Wayward Pines, Descendants

True Detective 
Stagione II
Era il ritorno che tutti attendevano, dopo i fasti della scorsa stagione. Quando True Detective – serie antologica, produzione cult – si era imposta come rivelazione dell'anno. Lungometraggio di otto ore, diretto da un Cary Fukunaga che si fa desiderare e che, da allora, tutti portano sul palmo della mano, in alto, aveva protagonisti dai grandi nomi e dai grandi ruoli, sequenze da manuale, ritmi accattivanti uniti a dialoghi che suonavano come un lungo, memorabile aforisma. Recuperato un po' in ritardo, dopo essere stato messo alla prova dalla flemma dilemmatica del pilot, lo avevo venerato, anche se poco tende a piacermi, di solito, ciò che piace a tutti. Ma, da cultore di un cinema di pancia e di testa, impossibile trattenere l'entusiasmo davanti a quel racconto pulp di amicizia tradita, morte e redenzione, con i suoi certosini piani sequenza, i suoi exploit da applauso, la malinconia della senilità. Come non vedere la grandezza in True Detective? Come attendere il secondo capitolo – anche se era un capitolo che raccontava altri crimini, altre vite – e osare ridimensionare le alte aspettative? I paragoni non dovrebbero nascere, ma spontaneamente nascono. Pur sapendo - e questo nuovo ciclo di episodi non smentisce purtroppo il dolente presagio - che andranno a sfavore di una serie che ha punte di diamante non da meno, ma scarso appeal. Cambiano cast e scenari. Siamo in California e l'omicidio di un ricco manager – coinvolto in traffici illeciti, alleanze, scandali sessuali – chiama in azione tre professionisti in cerca di una seconda chance. Velcoro – padre in lotta per l'affidamento di un bambino, possibile frutto di uno stupro; Woodrugh – eroe di guerra che vive con vergogna la propria natura, accusato di molestie da un'aspirante starlette; Bezzerides – donna che fa un lavoro da uomini, le cui inspiegabili avventure di una notte e via potrebbero trovare risposta in un trauma infantile rimosso. Dalla parte della criminalità organizzata, un piccolo boss locale e la sua consorte sempre nell'ombra; maledetti dalla sterilità, in cerca di un erede. Se il loro privato – tra voglia di paternità e innocenza persa – risulta interessante, non può dirsi lo stesso di un mistero complesso e difficile da tenere a bada. Francamente, non sono certo neanche di averlo capito. Il nuovo True Detective ha i consueti otto episodi, ma ha bisogno di una guida – sul web fioccano, infatti, riassunti, schemi, post per afferrare il punto della situazione. C'è dunque qualcosa che non quadra. Come questi intrecci dispersivi, l'indagine inutilmente cavillosa, le mosse di un poliziesco qualsiasi. Il buon Pizzolatto – su cui pesavano troppe aspettative – abbandona le paludi della Louisiana e, trasferendosi sulla costa, fa il verso a un Ellory, tra traffici umani, corruzione, piccole Arcore d'oltreoceano: i confronti lasciano il tempo che trovano e si perdono autorialità, guizzi, momenti impressi nella memoria. E pure i grandi occhi – chiamiamoli così, okay? - di Alexandra Daddario. Farrell è in gamba, bravo come sempre lo trovo  ma senza superlativo assoluto, con il ruolo, e i baffi folti, di Miami Vice. Kitsch è bello – ed era anche il momento che le ragazze, assidue spettatrici, si rifacessero un po' gli occhi – ma, come vuole il detto, non balla. La McAdams – sì grintosa e convincente, agguerrita, con la smorfia incazzosa e la fronte increspata – la preferiamo quando è sorridente, romantica, coi mariti che viaggiano nel tempo e la memoria che la abbandona. Sorpresa il malavitoso Vaughn – affiancato da Kelly Reilly, tanto affascinante quanto superflua e sperduta – con l'intenso monologo del secondo episodio, tanta umanità e validi tete-à-tete, seduto a un tavolo, con la star principale. Tenetevi pronti per un finale ad effetto, sospeso tra amarezza e banalità, che colpisce emotivamente protagonisti e spettatori – me compreso -, lasciando spazio alla speranza delle donne e a una storia d'amore in potenza, che per un po' rende la bella Rachel l'eroina romantica a cui tutti vogliamo bene. Dopo un inizio in sordina, ci si risolleva dal quinto episodio in poi, anche se non è comunque abbastanza. Resta la sigla, bellissima. Se avesse avuto un altro titolo, okay: altra storia. Grazie alle buone interpretazioni e ai pochi pregi, non avrebbe mosso critiche e rumori. Ma se avesse avuto un altro titolo davvero, con puntate similmente dispersive e pretestuose, chi lo avrebbe guardato per intero? Il nome True Detective significa attenzioni sicure e, di sicuro, non sentirsi all'altezza. Il resto, questa volta, almeno, è delusione. "Tutto chiacchiere e distintivo”. (6)

UnReal
Stagione I
Prendete quei programmi che tanta gente - anche quella insospettabile, senza macchie - guarda. Un Uomini e donne, un Temptation's Island. Avvenenti e giovani pretendenti, uno scapolo d'oro, un matrimonio in grande nell'episodio conclusivo. Su Everlasting l'amore è una farsa e Cupido è uno spietato direttore esecutivo che controlla ogni cosa. Unreal, serie televisiva estiva apparsa all'improvviso e destinata a essere il probabile guilty pleasure dell'anno, è il backstage di una fiaba scritta da altri. Si spengono le telecamere e, lontano dagli occhi degli spettatori, nascono rivalità, gelosie, tradimenti. Ci viene mostrata, infatti, l'edizione più imprevedibile e scoppiettante di un reality show dalla lunga fortuna: sul metaforico trono, un vizioso inglesino con un'immagine a cui dare nuova credibilità. A contenderselo, una quarantenne reduce da un divorzio burrascoso; una spigliata campagnola; una caliente modella di intimo; una raffinata avvocatessa con una perfetta capigliatura da Lady Diana. Da aggiungere alla lista, infine, anche la protagonista, Rachel: professionista senza scrupoli, sopravvissuta a una brutta crisi di nervi, che per lavoro spinge le pretendenti tra le braccia del playboy della situazione e, imprevedibilmente, ci finisce lei in primis. Cosa c'è stato prima della diretta ufficiale? Morti non troppo accidentali, ricatti, vendette. Unreal, commedia nera di notevole fattura – tanto da non sembrare un prodotto Lifetime; tanto da essere un piacere sì, ma poco colpevole – ha una diverentissima componente trash – un programma come un'agenzia matrimoniale – e un attento studio di reazioni, meccanismi di causa effetto, colpi di scena che gli valgono l'etichetta di thriller psicologico. Cinico, sfrontato e asprigno, già confermato per la seconda stagione, è esteticamente impeccabile, ha una scrittura intelligente che nessuno si aspetterebbe e un cast assortito e sexy, composto perlopiù da volti del piccolo schermo, in cui spiccano Freddie Stroma – biondo dall'accento regale visto anche nella saga di Harry Potter – e una Shiri Appleby bravissima, tornata sotto le luci della ribalda dopo il successo di Roswell, nei tardi anni novanta. Per chi quando chiedeva “ma come fai a guardare un programma come quello della De Filippi?” si sentiva dire “è per un'indagine antropologica, e per le risate involontarie”. Con Unreal, grossomodo, valgono le stesse regole e la stessa svergognata scusa. (7+)

Wayward Pines
Stagione I (Cancellato)
Un incidente automobilistico e Ethan, agente sulle tracce di colleghi scomparsi, si sveglia in quel di Wayward Pines. Microcosmo dal perimetro che è severamente vietato oltrepassare, pena la morte, la città – paragonata senza cognizione di causa alla leggendaria Twin Peaks – ha leggi proprie e segreti custoditi con il silenzio. Cosa proteggono gli abitanti? E da chi cercano protezione? Tratta dall'omonima trilogia di Blake Crouch e annunciata come serie rivelazione, con la protezione di un tristissimo Shyamalan che si dà da anni a filmacci e cattivi investimenti, l'ultima produzione Fox è partita con un pilot accattivante e, puntata dopo puntata, è andata a morire in un pozzo di infamia. Ti muore sotto gli occhi, semplicemente, mentre in principio non sa dove andare, poi lo scopre e, infine, in un quinto appuntamento che è il peggio del peggio, cerca di spiegare l'inspiegabile con una tirata di quaranta minuti che mostra la pochezza della storia di Crouch, i limiti di una serie partita al meglio, la caduta mortale del regista del Sesto senso. Brutto come brutte sono tante serie passate, brutto come saranno tante serie future. Ma qui, in maniera imperdonabile. Un padrino d'eccezione, i paragoni prematuri con Lynch e, nel cast, nemmeno un attore che suonasse anonimo. Protagonisti, infatti, tutti presi dal cinema – da Matt Dillon, alla sempre splendida Carla Gugino; da Shannyn Sossamon agli eccelsi caratteristi Toby Jones e Melissa Leo; passando, inoltre, per i passeggeri Juliette Lewis e Terence Howard. Lo stesso spunto del sottovalutato The Village, le modalità del sonnolento Under the Dome, un abbozzo di distopia sul modello del pessimo Maze Runner, un sacrificio finale che ha del ridicolo – altro che commovente –, uguale a quello di Io sono leggenda. Tra un déjà vu ed un altro, copiando un po' qui e un po' lì, Wayward Pines è come un pessimo alunno che, nel tema rubato al compagno di banco scemo, dimentica di aggiungerci del suo. Ricorda altro; non si ricorda. (4)

Descendants
Film Tv
L'ultima riga delle favole, e poi? Cosa è stato delle coppie più amate e, soprattutto, degli antagonisti che a lungo hanno tramato contro il lieto fine? Gli eroi delle fiabe – e i loro nemici storici – sono diventati genitori. I buoni vivono tutti insieme, in un mondo in cui, a scuola, si insegnano gentilezza e bontà. I cattivi, invece, esiliati su un'isola deserta, se ne stanno senza incantesimi e wi-fi. Ma, nel frattempo, pensano al colpo di stato. E così, per un progetto mirato all'integrazione di una minoranza, la prole delle canaglie più temute va a studiare accanto ai “figli di”. Un rinnovo generazionale che era già nell'aria; il ritorno di favole mai alla moda come adesso; i villain più amati che appaiono appesantiti, stanchi, invecchiati, mentre i loro eredi sognano la moda, un dalmata da crescere, essere parte di una squadra. Quando è giusto smettere di seguire le orme dei nostri genitori e scegliere di essere né buoni, né cattivi, ma semplicemente noi stessi? Descendants – film prodotto da Disney Channel, unico canale che rimpiansi, quando i miei decisero di dare un taglio a Sky – è una commedia musicale in salsa fantasy che ha caratteristiche che avrei amato, alle medie, e premesse che appaiono disastrose adesso che non si ha l'età. Regia televisiva, costumi di seconda mano, effetti speciali raffazzonati, stucchevolezza. Un pubblico di soli bambini e genitori. Ma - vuoi la nostalgia canaglia, un lato visivo che è mediocre quanto in Once Upon a Time, e dunque abbastanza accettabile, il Kenny Ortega, alla regia, di due miei cult d'infanzia: Hocus Pocus e High School Musical – questa storia di seconde opportunità, accoglienze calorose e unione, condita da canzoni orecchiabili e sprazzi musical architettati da bravi addetti ai lavori, funziona e diverte, con tutta la leggerezza e la magia di cui la televisione – modestissima – è capace. Nel cast di giovani, occhio alla bella Dove Cameron – con la canzone If Only che non fa invidia a Let it go, una serenata alla 10 cose che odio di te da parte di un principe pazzo d'amore, la versione remixata di Stia con noi – e alla meno giovane Kristen Chenoweth, qui una Malefica autoironica e vendicativa, meglio della Jolie. Si fa riferimento a un sequel e, sperando non arrivi tra tanto tempo, vedrò di farmi trovare pronto; con la solita età un po' sbagliata e la testa da bambino cresciuto quanto basta. (6,5)

sabato 30 maggio 2015

I ♥ Telefilm: Jane The Virgin, The Following, The Lizzie Borden Chronicles

Jane The Virgin
Stagione I
Jane Gloriana Villanueva è una creatura mitologica: vergine a ventiquattro anni, e per scelta di vita. Aspetta la prima notte di nozze e il brillante al dito: mentre la madre le dice di assecondare l'ormone, la sua “abuela” la educa al culto della castità e all'attesa. La verginità è un fiore: una volta sgualcito, come rimetterlo in sesto? Per fortuna, non dovrà aspettare troppo: Jane ha accanto a sé l'uomo perfetto. Sarà altrettanto perfetto quando gli rivelerà di aspettare un figlio che non è il suo? Un errore della ginecologa e Jane si scopre in dolce attesa: fecondata per sbaglio con il seme del bel Rafael, proprietario dell'albergo in cui la protagonista lavora; sua cotta segreta da sempre; sposato con un'arpia vestita da Barbie. La pancia cresce, le coppie scoppiano e si ricompongono assumendo forme imprevedibili, la verginità resta. Puntualmente vittima dell'indiscreto fascino delle “latinate” - da Ugly Betty a Devious Maids -, colorate e pasticciate come le gradiamo dalle mie parti, giù in Terronia, la nuova serie The CW mi è piaciuta più o meno da subito, e sembra piacere anche parecchio alla critica ufficiale: premiata, sopravvalutata, fortunata. Le vicende si complicano; saltano fuori narcotrafficanti e serial killer; i colpi di scena improbabili non latitano, soprattutto in un epilogo con nascituri, “al lupo al lupo” e fuochi d'artificio. E per me, non c'è un personaggio che sia fuori posto. Neanche uno che mi stia sulle scatole: dunque, miracolo al quadrato. Dai più importanti ai minori. Ma il mio preferito, Anthony Mendez: irresistibile – e invisibile - voce narrante che, con un accento tutto suo, suddivide la storia in ventidue capitoli e si presta a riassunti e chiarimenti. Ogni tanto, ecco comparire sullo schermo didascalie, schemi, perfino quello che i personaggi non dicono: giusto per tenere conto di chi è chi, di chi fa cosa, di quale lato del triangolo sentimentale ha la meglio sui Social. Jane The Virgin è un'immacolata concezione ai tempi delle soap opera, degli hashtag, delle castronerie in ambito sanitario. Paradossale, affollato, divertentissimo. Come una sit-com in formato gigante. Partito ad ottobre, mi ha accompagnato durante le sere più esasperanti di primo e secondo semestre e, mentre vecchie conoscenze deludevano, questa Jane si andava facendo sempre più surreale e frizzante. Convincendo quasi all'unanimità. Scritta con ironia e grazia, ha ritmi latini e, alla luce del sole, è della stessa materia di cui sono fatte le telenovelas argentine – e i sogni delle neomamme che, tra una doglia e l'altra, scrivono romanzi rosa e sventano pericolosi crimini federali. Candidamente trash. (7+)

The Following
III (e ultima) stagione
Dopo Revenge, altra serie cancellata strada facendo: anche The Following, così, trova la sua parziale conclusione mostrando il peggio di se. L'ultima stagione impiega pochissimo a classificarsi come la peggiore delle tre. E, checché se ne dica, nonostante questa ennesima fatica di Kevin Williamson potesse concludersi dopo un solo arco di episodi, anche la seconda serie era discreta; appena sufficiente, ma comunque abbastanza per dare un'occhiata al seguito. Un'altra chance alle indagini di Ryan Hardy. Lui, sul quale adesso pesa un'accusa grave: eroe o assassino? Dopo la duplice cattura - e la duplice fuga - del carismatico Joe Carroll, l'instancabile detective deve fare i conti con Mark, psicotico gemello rimasto in vita; una coppia di sposini con il pallino dell'omicidio; una figura enigmatica – tutti lo cercano, nessuno sa chi sia – che ha accettato la sanguinosa eredità del Dr. Strauss. Lo spettatore, parecchio annoiato, si illumina grazie alle rare comparse di James Purefoy. Mentre le nuove indagini sonnecchiano, intriga giusto il rapporto viscerale tra il protagonista e la sua storica nemesi: un Purefoy vicino alla disfatta, ma mai stanco di suggerire malignità; un Kevin Bacon fisicamente in forma, che si avvicina pericolosamente al bicchiere e al ruolo di cattivo tenente. Convincenti entrambi, ma bastano loro? Con un numero inferiore di episodi, magari. Con qualche dialogo in più e qualche assurdo salvataggio in meno. Nell'ultima parte, venuta meno la loro morbosa complicità, sotto le luci della ribalta c'è questo Theo: un marcantonio di un metro e ottanta, afroamericano, con due occhi azzurri mai visti prima – insomma, un tipo che passa inosservato, del tutto anonimo come richiesto dal suo personaggio camaleontico, giusto? – ma il discreto Michael Ealy non è in grado di sostere un ruolo che in The Fall, per dirne una, un Jamie Dornan interpreta a regola d'arte. Da non dimenticare – o forse sì, dimenticatela pure - una misteriosa femme fatale con paurose somiglianze con la Lady della Del Santo. Anni di sali e scendi, dunque; scivoloni; pacate accettazioni di svolte irrisorie. A volere essere generosi, buona la prima stagione, così così la seconda, ma questa – tirata per i capelli, sfinita, superflua – non si arrende alla cancellazione ed è un mezzo disastro. Peggio il roseo lieto fine di Revenge o l'epilogo aperto di un The Following abbandonato a sé stesso? Le buone idee latitano, dunque si tenta di guardare a un recente passato: perfino i delitti, opera all'inizio di un copycat, sono riciclati. Sempre gli stessi. The Following, in generale, è sempre stato poca cosa per potersi autocelebrare: non lo comprendono gli autori, all'ultimo giro di boa, ai quali sfuggono il senso del ritmo, l'ironia, la necessaria credibilità. (5)

The Lizzie Borden Chronicles
Stagione I
Sotto Natale, io che sono un tipo che sente tanto le festività, avevo visto il modesto Lizzie Borden Took An Ax, film televisivo targato Lifetime, incentrato sul processo ai danni di un'ingenua aristocratica americana accusata di avere assassinato, a colpi di accetta, i suoi genitori. Aveva la gonnella ancora imbrattata di materia cerebrale, eppure era stata assolta. Lizzie Borden, per quel che Wikipedia ci racconta, è tra le assassine più efferate della storia americana. Ma a parte un piccolo scandolo, un furto, del suo hobby preferito – l'omicidio – non si racconta nient'altro. Ci pensa questo The Lizzie Borden Chronicles, serial in otto puntate che si inventa – ma inventerà tutto tutto? - catene di delitti e uno stretto legame di sorellanza. Al contrario di quanto mi aspettassi – ossia un approfondimento più minuto e sensato di quel che avevo già visto – la Lifetime si cimenta con un liberissimo sequel, in cui le due brave protagoniste hanno gli occhi di tutti puntati addosso. Le sorelle Borden – complici, l'una carnefice e l'altra vittima – si sono trasferite, ma difficile, quando si tratta di loro, intessere rapporti di buon vicinato e darsi alle feste d'inaugurazione. Lizzie, mai stanca del brivido, cerca guai. E alla sua porta bussano, episodio dopo episodio, un fratellastro in cerca dell'eredità, un cowboy che vuole incriminarla, un pretendente – con famiglia mafiosa annessa – per la sorella maggiore, Emma. Ma chi di spada ferisce di spada perisce... Tornano autori, cast, scenari; colonna sonora tamarra, rallenty spropositati, lame e corsetti. Insieme a loro, i difetti di sempre, ma un macabro divertimento aggiuntivo. Un morto per episodio – e sono morti fantasiose – e una protagonista dalla faccia furbastra che, impunemente, fa massacri senza dare nell'occhio. Quando in un paesello di un paio di migliaio di anime ci sono, ormai, più morti che vivi. Le cronache della Borden raccontano, tutto sommato, ben poco di nuovo, e potevano raccontarlo, semmai, in un numero minore di episodi. Svolte nelle ultime tre puntate e in un epilogo aperto. Il resto è poco e niente, ma si segue con una specie di ghigno felice. Complice il viso da bambola di Christina Ricci, un angelo del male bello e sinistro, e, al suo fianco, la valida Clea DuVall, testimone sfortunata di una metà folle. Qualche accorgimento maggiore nella regia, questa volta, e una randezvous settimanale con la Ricci bastano per raggiungere una sufficienza piena, la prima volta, invece, a stento sfiorata. (6)