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mercoledì 22 aprile 2026

Coppie stellari: Cime tempestose | The Drama | È l'ultima battuta? | Song Sung Blue

Bisbetico come i suoi protagonisti, si è divertito a lasciarsi odiare. Ma dopo un inizio maleducatissimo, con una vistosa erezione nei pantaloni di un condannato, Cime tempestose si rivela un melodramma più classico del previsto. E l'ennesima conferma, tra opulenza e fetish, del cinema di Emerald Fennell. Laureata in Letteratura, la regista è devota a Brontë, ma soprattutto ai sogni sognati da adolescente. Una volta pubblicato, un romanzo appartiene più a chi lo legge che a chi l'ha scritto. La relazione con Isabella, allora, assume sfumature BDSM; i muri ricordano la carne viva; l'albume d'uovo gocciola come liquido pre-eiaculatorio. Inquieto, sensuale, giocoso, potrebbe non piacere per la patina estetizzante e per quei protagonisti troppo belli per essere veri – qualche dubbio permane per Robbie, ma Elordi divora la scena con un magnetismo da vecchia Hollywood. È il cuore del romanzo a restare immutato. Nero, cattivissimo, intossicante: tanto da farci sperare e arrabbiare dopo duecento anni. Io credo in Fennell. E in questo cinema fatto di gemiti soffocati, carni tremule e umori viscosi, in cui i classici ottocenteschi tremano – magari poco prima di tornare tra noi, come la Creatura di Frankenstein dopo la scintilla. (7,5)

Il matrimonio è la tomba dell'amore? Kristoffer Borgli – norvegese come Joaquim Trier, e come Joaquim Trier debitore ai drammi da camera di Bergman – ci pone la stessa domanda della serie TV Something Very Bad is Going to Happen. Questa volta, però, siamo nei sentieri già battuti dai nostri Confidenza e Perfetti sconosciuti. E a convolare a nozze sono due stelle di Hollywood, Robert Pattinson e Zendaya, che brillano come sempre per bellezza e spontaneità anche lontani dai rotocalchi. Lei ha un segreto risalente all'adolescenza, annidato tra le paure più recondite degli americani; lui, inglese di buona famiglia, all'improvviso tituba. Si ride a denti stretti. Si ammira il talento del duo. Si applaude la brillantezza della sceneggiatura – di quelle originali e ben scritte, da candidare agli Oscar. Ma questa commedia un po' rosa e un po' nera, scandita dai ritmi ossessivi dei thriller psicologici, rischia di afflosciarsi come un soufflé in una seconda parte più convenzionale. Tra cuori infranti e nasi tumefatti, resta un po' di amaro in bocca: nonostante un epilogo più dolce del previsto. (7)

E se il migliore film di Bradley Cooper fosse il suo flop più grande? Con A Star is Born e Maestro, l'attore e regista americano ci ha abituati a un cinema classico, solido, strappa-Oscar. Questa volta cambia genere, ritmo e respiro, preferendo ritagliarsi un ruolo marginale e sposare i tipici toni del Sundance: così facendo, purtroppo, è passato in sordina tanto in patria quanto in Italia. Storia di una crisi coniugale tra cinquantenni, È l'ultima battuta? racconta la nuova routine degli strepiti Laura Dern e Will Arnett: lei, ex pallavolista, si rilancia nel mondo dello sport agonistico e sperimenta le app d'incontri; lui, già voce del malinconico Bojack Horseman, esorcizza la depressione imperante con la stand-up comedy. Il risultato è una commedia amara e adulta nello stile di Noah Baumbach, ma anche sorprendentemente sentimentale come quelle a cui ci ha abituati Cameron Crowe, dove le verità della terapia di coppia riecheggiano tra le risate di un pub affollato. Tutti vogliono essere felici. Ma gli ultimi romantici osano essere infelici insieme. (8)

Quanto appeal può avere il biopic su una coppia di sconosciuti che canta cover di Neil Diamond? Nessuno, pensavo. A sorpresa, invece, nella stessa settimana di Sanremo, mi sono scoperto in una valle di lacrime. Profondamente radicato nella provincia americana, il film musicale di Craig Brewer racconta di un duo affiatatissimo nell'arte e nella vita: lui veterano di guerra, lei parrucchiera, lasciano che il canto metta armonia in vite altrimenti fragili, caotiche, sciagurate. Al centro di gioiose performance live, Hugh Jackman e la candidata all'Oscar Kate Hudson – qui belli e struggenti come non mai – mostrano quello che succede quando le luci dei riflettori si spengono e i lustrini, infine, sono da riporre. Il dramma irrompe, imprevisto. E spezza la voce. Cosa resta di un duo quando un componente viene meno? In questa vicenda ordinaria ma bellissima, di epifanie tardive e sogni da rispolverare, nemmeno il peggio ucciderà la voglia di cantare. Lo spettacolo, come d'altronde la vita, deve continuare. (7,5)

lunedì 12 dicembre 2022

I bellissimi dell'ultimo periodo: Pinocchio | Blonde | Everything Everywhere All at Once | Cha Cha Real Smooth | The Batman

Nella prima edizione della storia, Pinocchio moriva impiccato e irredento: Italo Calvino lo considerava il protagonista dell'unico romanzo horror italiano. Al centro di innumerevoli trasposizioni (questa è la terza in tre anni), il piccolo bugiardo di Collodi trova finalmente la sua dimensione ideale nelle mani di Del Toro. E diventa inquietante, politico, dolcissimo, proprio come ci si aspetterebbe dal regista del Labirinto del fauno. Ambientata in un borgo dell'Italia in guerra e destinata a concludersi tra le acque insidiose dello Stretto, la trasposizione Netflix è una riscrittura brillante e personalissima in cui manca Mangiafuoco, la fata turchina ha una spaventosa gemella che veglia sui vivi e i morti, il Paese dei balocchi è un casermone dove plasmare la gioventù fascista. Lucignolo è il figlio del podestà, Geppetto intaglia crocifissi e piange il figlio perso nei bombardamenti, l'immortale Pinocchio fa gola tanto agli impresari senza scrupoli quanto al regime. Mussolini in persona non si divertirebbe forse a vederlo cantare e ballare? Ma questo burattino senza i fili e con un cuore grandissimo (nell'incavo del suo petto dorme il Grillo parlante) sfida il Duce e il mare pieno di bombe, insegnando che i genitori nutrono talora aspettative da smentire e che le bugie possono salvare la vita. Per il resto: sappiamo tutti come va a... O forse no? In lacrime, mi sono scoperto turbato per lo struggimento scorto sui volti in stop motion dei protagonisti e per la (non) morale di questo capolavoro della buonanotte. Una fiaba inedita, per bambini ribelli. E antifascisti. (8,5)


«Non sono una stella, sono soltanto una bionda». È abituata a sminuirsi, anche se legge Dostoevskij e Cechov; a nascondersi dietro un cliché, cosicché il mondo non la bracchi. Norma Jeane lo affronta con gli occhi di un cerbiatto abbagliato dai fari. E con gli stessi occhi si guarda da fuori con lucidità spaventosa. Si scolla da sé e allo specchio, sullo schermo, vede materializzarsi Marilyn: a volte alleata, altre nemica, è reclamata come un supereroe. Dove comincia una e finisce l'altra? Quale delle due ammortizza al meglio le violenze fisiche e psicologiche, gli aborti e i voltafaccia di quattro uomini tutti uguali ma tutti diversi? Dominik adatta Oates, e trasforma un flusso di coscienza in un'opera d'arte destinata a farsi amare e odiare su una piattaforma di consumo. Divisivo, Blonde metterà d'accordo per l'audacia del comparto tecnico e per la scommessa vinta da Ana De Armas, splendida e vulnerabile; scontenterà per tutto il resto. Ma questa via crucis lunga tre ore resta uno degli esempi di cinema più fulgidi di quest'anno accanto a Spencer: ancora una volta, un horror psicologico con un'icona tormentata dai ghigni dei paparazzi. Diana, però, si riappropriava perfino del suo cognome originario. Marilyn, invece, resta “la bionda”: è una prigionia senza fine, la sua, raccontata da un falso biopic terribile e bellissimo al contempo. A disagio, ho chiesto scusa a un fantasma vergognandomi di me stesso: mia Norma (anzi, al bando i possessivi: non “mia”, ma finalmente di te stessa), se puoi, per favore, perdonaci tutti. L'unico difetto di questo film è renderci complici, di nuovo, dalla sua autodistruzione, grazie a (o a causa di) un cinema che è voyeurismo e requiem solenne. Sono in difetto, poiché inerme e maschio. E, per questo e altro, sono colpevole anch'io. Perdonaci. Perdonami. (8,5)

Evelyn è la direttrice di una lavanderia a gettoni. Sull'orlo del divorzio, sommersa dalle richieste dei creditori, amareggiata per i dissapori con il padre anziano e la figlia omosessuale, rischia di perdere la testa. E di trascinarci tutti nel suo caos interiore, in un film pazzo e irresistibile che la vede protagonista di un'avventura senza precedenti: proteggere gli equilibri del multiverso, minacciato da una forza maligna di cui lei stessa è artefice. Ci sono innumerevoli Evelyn, con innumerevoli abilità a carico: ogni Evelyn ha imboccato, però, una direzione diversa. Quella che abita il nostro universo farà davvero da ago della bilancia in un conflitto millenario? Siamo nel nuovo film dei Daniels. Reduci dai fasti del sottovalutato Swiss Army Man, questa volta puntano agli Oscar con un piccolo film destinato a grandi incassi. Se lo stanno amando tutti, in lungo e in largo, c'è un perché. Nella sceneggiatura, geniale, ci sono: arti marziali, sassi parlanti, procioni da salvare, dita a forma di hot dog, marsupi che diventano nunchaku e butt plug che diventano trofei. Nel corso della visione i corpi esplodono in cascate di coriandoli e la bravissima Michelle Yeoh, qui al centro di un tripudio di colori e metamorfosi, è una padrona di casa cazzuta e perfetta. Al centro di un cast un po' cinese e un po' americano, incarna le faticose contraddizioni di una madre straniera in terra straniera: questo, infatti, è un film che parla di conflitti fisici e conflitti generazionali; di migrazioni concrete e metaforiche, al termine delle quali le identità dei protagonisti si scoprono in bilico. Chi saremmo senza i nostri errori e i nostri rimpianti, senza i nostri viaggi? La pazienza, la gentilezza e l'amore, all'ultimo, ci salveranno. Sempre. Ogni giorno, e in ogni universo parallelo, anche quando un gigantesco buco nero a forma di bagel minaccerà di divorarci tutti. Ho riso tra le lacrime per due ore e dieci. Viva le famiglie infelici a modo loro. Viva i Daniels. (9)

Lui, ventidue anni, ha appena finito l'università ed è tornato a casa dai genitori con la coda tra le gambe. Ha mamma e fratello minore per migliori amici e vive una doppia vita: di giorno commesso in un fast food, di notte animatore di feste per bambini ebrei. Lei, di una decina d'anni più grande, è madre di un'adolescente autistica e si sforza a tutti i costi di impegnarsi come genitrice e compagna. Ma, tra crisi di pianto e flirt, non riesce a rispettare il buon proposito di crescere. Chi vorrebbe diventare un'adulta responsabile, infatti, con accanto qualcuno come Cooper Raiff? Classe 1997, attore, sceneggiatore e regista, presta il suo sorriso pieno di candore a un Peter Pan infantile e straordinariamente maturo insieme. Goffo, dolcissimo e fuori luogo, è il cuore di una commedia romantica in stile Sundance nonché l'insospettabile interesse amoroso di Dakota Johnson. A fuoco come mai prima, la star di Cinquanta sfumature di grigio è un incanto con quelle smorfie un po' ironiche, un po' sensuali: nel cinema indie ha definitivamente trovato la sua isola felice. Uniti da un'alchimia palpabile e dalle perle di una sceneggiatura brillante nella sua semplicità, i due regalano un nuovo e prezioso spaccato di quella “quarter-life crisis” che tanto mi fa penare. Per fortuna ci sono film così, piccoli ma dal grande cuore, che ci fanno sentire tutti meno incompresi. Per fortuna, combattuti a giorni alterni tra gioia infantile e struggimento post-adolescenziale, possiamo fare come Cooper e Dakota: ballare, sbagliare, ricominciare. E, ancora e ancora, ballare. (8)

Mentre una Kristen Stewart da Oscar ha dato corpo alla “principessa triste”, Robert Pattinson ha prestato la sua mascella scolpita al “cavaliere oscuro”. Stranamente simmetrici, gli ex protagonisti di Twilight sono cresciuti. Bellissimi, arrabbiati e nevrotici, si confermano icone generazionali: negli occhi hanno l'inquietudine dei trentenni di oggi. In una Gotham derelitta e pericolosa, Batman semina il terrore: basta la sola apparizione del suo simbolo per far tremare i criminali. Isolato nella sua torre d'avorio, raramente getta via la maschera e mai, soprattutto, si lascia andare a gesti di gentilezza: cerca vendetta. È proprio questa stessa sete, inappagata, a legarlo a Catwoman (Zoe Kravitz: da infarto) e ai tranelli dell'Enigmista (Paul Dano, uno dei giovani attori più straordinari su piazza): come lui, i comprimari sono orfani alle prese con le promesse della generazione precedente. I figli erediteranno le colpe dei padri. E quante storture abbiamo ereditato noi? Quanti debiti, quante macerie, quanta immondizia? The Batman è un neo-noir denso e fluviale, alla David Fincher. È un una riflessione sul potere, che in ogni epoca e in ogni dove gronda sangue e bile come in Machiavelli. È la storia di un lutto mai elaborato. Oltre al mantello, Pattinson si trascina dietro una tristezza atavica e contemporanea al tempo stesso. Gli invidiamo l'armatura scintillante: nasconde quel disagio esistenziale in virtù del quale, per la prima volta, è stato possibile identificarsi con un supereroe del grande schermo. (7,5)

venerdì 3 aprile 2020

La paura resta a casa: The Invisible Man, The Lighthouse, Il buco, Swallow, The Hunt

Ispirata al classico di H.G. Wells, la vicenda dell’Uomo invisibile è stata portata più volte sul grande schermo, ma sempre dalla prospettiva dello scienziato. Eccezionalmente, questa volta, il reboot omonimo sceglie di concentrarsi su un comprimario. La vittima per eccellenza dell’uomo: colei che ne divide il talamo nuziale. La protagonista braccata, infatti, è la moglie di un ottico maniaco del controllo che in gran segreto ha brevettato la tuta dell’invisibilità. La vena orrorifica, soprattutto nell’ottima parte introduttiva, è tenuta a bada per lasciare spazio alle paranoie e ai silenzi di un thriller psicologico teso e raffinatissimo. Il film non ha né eccessi gore né effetti speciali in quantità. La protagonista punta il dito, farnetica, si rannicchia su di sé, accende tutte le luci di casa e fissa intensamente il vuoto. Se la trama è presto detta – una versione paranormale di A letto con il nemico –, a far la differenza sono quei dettagli inattesi nell'intrattenimento mainstream. Una regia sapiente, che fa crescere la suspance nella desolazione dei campi lunghi o nei piani sequenza più frenetici. La performance di Elisabeth Moss – spaventata, delirante, spavalda – che regge queste due ore di visione con una gamma espressiva da prima della classe. Gli si rimprovera, allora, soltanto qualche buco di sceneggiatura nella conclusione; un epilogo liberatorio ma un po’ telefonato. The Invisible Man è un aggiornamento sentito, femminista, intelligente, di cui si coglie finalmente il senso. Ai mostri dello studio Universal, così, se ne affianca un altro ben più diabolico: lo stalking. (7,5)

Un’isola. Un faro. Un apprendistato lungo un mese. Ma, alla scadenza dei giorni, non arriva nessuna scialuppa. Non si vedono mai la terraferma, né altre facce. La convivenza tra un umile subordinato e il suo capo, già faticosa, diventa infernale. Si fruga nei reciproci vissuti. Ci si scaglia contro il russare dell’altro, i suoi ordini, i suoi umori, il suo tanfo. Soltanto l’alcol, che scorre a fiumi, appiana le divergente. In tutti gli altri momenti, invece, pesano i silenzi, l’astinenza, le limitatezze del luogo. Come evitare di trasformarsi in bestie a causa della solitudine? Ecco avvicendarsi presagi, visioni, sospetti, cadaveri che riaffiorano, creature alla Lovecraft. Paranormale o suggestione? La catabasi dei protagonisti, tuttavia, è un’escalation  di follia che punta in alto: alla lanterna del faro, al centro della contesa maggiore. Mènage a due, The Lighthouse – odiato a Cannes, poi rivalutato dal pubblico – è giocato sui contrasti tra Dafoe e Pattinson. Se il primo è un lupo di mare dispotico e umorale, il secondo è un giovane senza passato che minaccia di peccare di hybris sovvertendo l’ordine. Il taglio e la fotografia evocano il cinema muto. La scrittura, teatrale, vive di faccia a faccia e monologhi dolenti. I personaggi incarnano tipi umani brutti, sporchi e cattivi. In realtà, a ben vedere, è tutto bellissimo. In realtà, senza sorprese, i due sono magistrali. Ma il film, lento e inesorabile, si lascia seguire piuttosto passivamente: sin dalle premesse, infatti, immaginiamo che i misteri del faro rimarranno inspiegati. Dopo The Witch, il regista predilige l’ermetismo di alcuni film festivalieri e, a mio dire, pecca di una spocchia che risulta inutilmente pretenziosa trattandosi di un'opera seconda. Eggers non delude, ma nel tentativo di fare il passo più lungo della gamba in uno sforzo prometeico non va né avanti né indietro. Resta dove lo avevamo lasciato ai tempi dell’esordio, giù talentuoso, ma in attesa di essere messo meglio a fuoco. Perché nessun autore, nessun film, dovrebbero rimanere isole. (7)

Il buco è una prigione verticale dalla struttura dantesca. Si sviluppa in altezza per oltre duecento piani, collegati tra loro da un montavivande: all’ora del pasto, ogni giorno, i misteriosi carcerieri fanno scivolare da un piano dopo l’altro un carrello carico di leccornie da chef stellati. Gli occupanti più vicini al piano zero hanno pance piene e vita facile, tutti gli altri si cibano di scarti. Spingendosi al suicidio, all’assassinio, al cannibalismo. Il protagonista è un sognatore con la mente zeppa di pensieri idealisti. Arrivato con una copia del Don Quisciotte, spera di lottare contro i mulini a vento del sistema; di educare i compagni all’equanimità, alla parsimonia, al rispetto. C’è forse un inghippo nel sistema? C’è, soprattutto, una via di fuga? Preceduto dalle lodi diffuse della rete, questo esordio spagnolo è all’altezza delle aspettative: perfino il finale, contestato sui social, mi ha emozionato all’inverosimile. Particolarmente attuale nel clou della pandemia, tra convivenze forzate e resse nei supermercati, Il buco caldeggerà il pessimismo o strizzerà l’occhio alla speranza? Torbido e cruento, è una allegoria sanguinosa e ispirata che ricorda le atmosfere di The Cube e Snowpiercer. Ma ha argomentazioni attuali, tutte sue, e una visione personale che si esprime dal gusto estetico alla scrittura. Prodotto a basso budget, con il minimalismo della migliore fantascienza indipendente, il film premiato a Torino brilla per una sceneggiatura da applausi sorretta da un manipolo di attori votati alla causa – il vecchio compagno di branda, in particolare, regalerà non pochi incubi. Feroce, poetico, politico, si conferma uno dei migliori film di genere presenti sul catalogo Netflix. (8)

Biglie, viti, aghi, batterie. Sono soltanto alcuni degli acuminati passatempi segreti di Hunter, una giovane e bella moglie trofeo che ha sviluppato un singolare disturbo ossessivo per cercare attenzione: ingoiare oggetti. Dagli angoli più disparati della sua lussuosa villa con piscina, la chiamano ninnoli e utensili. La tentano. Da dove arriva quella fame d’amore che la spinge a rimpinzarsi di corpi contundenti? Avvolta da uno stile anni Sessanta, sia nell’eleganza del design che nei colori pastello, una Haley Bennett degna di nomination è la sorprendente padrona di casa di un’ordalia psicologica senza fine. Se tutt’intorno abbondano le simmetrie maniacali, all’intero della protagonista si agita un magma spaventoso. Sottostimata, sola, mite, osa far rumore nell’atto dell’ingoio. Assordante, il suo disagio ha radici tutte da scoprire. Nell’abbraccio di un collega ubriaco. Sotto un letto dove appisolarsi con un tuttofare dagli occhi umidi. A colloquio con un grande Dennis O’Hare, in un faccia a faccia sul perdono e sulle eredità letteralmente commovente. Esiste guarigione? Forse, ma non passerà attraverso un finale consolatorio: ne avrei immaginato uno diverso, per la povera Hunter, ma avrebbe fatto meno male nell’assestarsi l’ultimo schiaffo. E guarigione e digestione, pare, passano da altro dolore. Grido d’aiuto femminista, profondo e perturbante, Swallow è il primo film davvero memorabile visto quest’anno. Difficile da mandare giù, altrettanto da scordare. (8)

Potremmo riassumerlo in poche parole. The Hunt è un Hunger Games ad alto tasso splatter, vietato ai minori non accompagnati.  È la versione disimpegnata di Get Out e quella più politicamente schierata di Finché morte non ci separi. Una classica partita a nascondino in cui a cambiare, questa volta, sono puramente le relazioni tra cacciatori e cacciati. I primi liberali, di sinistra. Gli altri repubblicani fedeli a Trump e alle armi, gretti e razzisti per natura. Lì dove gli elettori statunitensi hanno visto un attacco al loro Presidente, al punto da arrivare a sabotare l’uscita del film in sala, in realtà si nasconde una satira scalmanata che bacchetta parimenti entrambi i lati della barricata. Non c’è chi ha torto e chi ha ragione. Se abbondano i volti presi in prestito dal piccolo schermo – Emma Robert, Justin Hartlley: un consiglio, non affezionatevi troppo alle loro sorti –, la vera lotta è tra Betty Gilpin, una Rambo al femminile già apprezzata in Glow, e l’autoironica Hilary Swank. Diverte vedere le due attrici darsele di santa ragione in cucina, in un corpo a corpo che ricorderà quello tra Uma Thurman e Vivica A. Fox in Kill Bill. Nonostante le citazioni orwelliane, però, non aspettatevi grandi riflessioni: The Hunt brilla per acume e umorismo soltanto a sprazzi incostanti. Il resto è un divertissement nella norma: breve, spassoso, ultraviolento, dove la satira iniziale cede ben presto il passo al rosso arterioso tanto apprezzato dagli amanti dell’horror. Dardi, bombe, pallottole. Una carneficina impegnata in teoria, ma senza grandi pretese nell’atto pratico. Tanto rumore per nulla?  Anche se soltanto per lo sgranocchiare dei popcorn in sottofondo e per qualche risata fra amici lontani, potrebbe valerne la pena. (6,5)