Chi
mangia troppo, chi mangia troppo poco. Chi ha appeso un sogno al chiodo. Chi aspetta un bambino. Nella clinica
gestita dal dottor Keanu Reeves fa il suo ingresso una Lily Collins sempre più brava, sempre più bella, costretta
a fronteggiare quei demoni conosciuti in prima
persona. Magra come un chiodo, incazzata con il mondo, sta
perseguendo questo folle progetto: lasciarsi morire. Si va di psicologia spicciola, si procede con le belle parole (tutto passa, vedrai). Fino all'osso, leggero ma brutale, è un ricovero coatto in una casa piena di
altri casi umani, quando le ipotesi e le promesse di pronta
guarigione non sortiscono effetto. Sarà che mal comune è
davvero mezzo gaudio. Sarà che ci si salva da soli, sì, ma
le attenzioni di un eccentrico inglese che pretende baci e fiducia
aiutano a fare pace con il proprio riflesso. Il disagio della
protagonista parte da lontano. Lo stomaco, così, ha assecondato la
lista delle sue mancanze. I suoi compagni, tra bugie e colpi di testa,
ispirano orrore e simpatia. Trovano continui mezzi per farsi male –
correre in cerchio nella stanza, stancarsi a furia di addominali –
ma, per tutto il tempo, cercano una buona ragione per sopravvivere.
E qualcuno ce la fa, qualcuno no. Nello stile di It's a Kind of Funny Story e Altruisti si diventa, Fino all'osso
diverte e colpisce forte con un zoom sull'anoressia che non
trascura gli occhi lividi, le costole sporgenti, il peggio di un
corpo allo stremo. Messo allo stecchetto ma affamato di emozioni, è
di un già visto che è necessario rivedere – soprattutto con
questi toni sardonici, con questo cast ricchissimo. Lascia un angolino a fine pasto per la speranza. Voglia
di abbuffarsi con queste storie qui, di adorabili ragazzi interrotti,
e di imparare a respirare daccapo. L'adolescenza tira in dentro la
pancia, si vede brutta, schiva la bilancia. Pesa. (7)
Sarah
è una donna sull'orlo di una crisi di pianto: depressa, deve
sobbarcarsi interamente il mestiere di madre. Mandy ha uno spirito
anticonformista e i capelli che cambiano colore seguendo gli stati
d'animo. Parlandovi di loro, dovrei aggiungere che a un certo punto si incontrano:
mentirei. Le protagoniste di Lovesong si conoscono da tutta la vita. Lontane ma presenti, complice l'alcol e un bacio strappato, non sono soltanto migliori amiche.
Rivedersi tre anni dopo per il matrimonio di Mandy. E, tra dubbi e
ripensamenti, fare chiarezza. Ci si può amare senza ammetterlo? Dare in affitto il cuore ma lasciare il posto vacante per
un'ospite, significa tradire? Lovesong è una canzone
improvvisata, che non ha picchi e non ha ritornelli. Indefinibile, misteriosa, e per questo mai banale.
Sulla persistenza dei sentimenti umani, e la loro assoluta
vaghezza. Dramma liminare e sommesso, non vuole raccontare
un altro amore omosessuale senza inizio e senza fine. Bensì qualcosa
di meno e qualcosa di più. Travalica con discrezione il confine
dell'amicizia, ma non oltrepassa i limiti. Timidamente, Jena Malone e
Riley Keough se ne stanno sulla soglia per tutto il tempo – la
prima nella sua comfort zone, l'altra di una maturità interpretativa
straordinaria. Si incontrano in una parentesi, di tanto in tanto. E
richiede più tempo studiarsi, vincere la ritrosia, che darsi. Ci
sono, di mezzo, la lentezza di un certo cinema, silenzi parlanti,
l'attrazione incontrovertibile travestita da simpatia. Gli sguardi
lunghissimi, significativi, belli, che ti fanno venir voglia di urlare, in cima alle montagne russe. (7)
L'hotel
che ospita il ballo di fine anno. Due coppie, una notte. La prima è
in crisi matrimoniale. La
seconda, di diciottenni alle prese con l'estate delle grandi scelte,
si è composta per caso al termine di un prom al di sotto delle
aspettative. Da un lato un sentimento che finisce, dall'altro uno
che nasce da una serata di pugni sul naso e pessimi cocktail. 1
Night piace a prescindere per il poster e il quartetto di
protagonisti – Anna Camp e Justin Chatwin, Isabelle Fuhrmann e, direttamente dal
fiacco The Path, Kyle Allen. Belli, diversissimi
per aspetto ed età, ma uniti dalle magiche simmetrie di certe
sceneggiature e di dialoghi così, che san proprio di vero. 1
Night, in un'ora e un po', confronta generazioni e relazioni.
Quanto è facile darsi per scontati? Possibile usare una coppia ai
primi passi a mo' di promemoria? L'amore, in fondo, è una macchina
del tempo. Sulla scia dei ricordi felici e della surreale “cometa”
di Sam Esmail, viene fuori un film allo specchio: meno bizzarro e
meno memorabile di quanto ci si aspetterebbe, ma per fortuna non
meno godibile. Ci sono i bagni in piscina e i soffitti da contemplare
nelle stanze d'albergo, la nostalgia e le farfalle. Cinquanta
percento teen comedy, cinquanta percento dramma matrimoniale. Il
tutto, rigorosamente indie. E, in certe sere, basta. (6,5)
Il
primo ragazzino nato su Marte torna sulla Terra.
Nessuno sa di lui, se non una coetanea con cui ha
stretto una fitta corrispondenza online. Come comportarsi senza sembrare un alieno appena sbarcato dall'astronave, letteralmente? The
Space Between Us è il racconto di un'adolescenza in orbita. Se fosse un romanzo, sarebbe uno di quei
young adult che incastro volentieri tra una cosa e l'altra. Da
Marte, infatti, non arriva soltanto la subdola creatura del mediocre
Life, ma anche un visitatore che somiglia a Asa Butterfield –
è cresciuto, Hugo Cabret, ma la faccia da eterno bambino e il poco
carisma non aiutano. Sua dolce metà, quella Britt Robertson che fa
sempre piacere rincontrare. In fuga da Gary Oldman, i due ragazzi si
danno a un viaggio in macchina in cerca del padre di lui e
dell'amore. Seguendo la pioggia e l'oceano. Ma l'atmosfera,
purtroppo, rischia di schiacciare chi (in preda all'euforia) ha
scordato la propria natura. Il film cita Il cielo sopra Berlino,
ma ricorda più Bubble Boy o Sbucato dal passato.
Quelle commedie degli anni Novanta con una resa più che discreta e
una scrittura televisiva; un'idea originale, ma un po' buttata via.
Tenero, prevedibile e di buon cuore, però, regala due ore senza peso
che non pretenderei indietro. (6)
Sandra
Oh e Anne Hache, brave come non mai, sono ex compagne di college
che si danno da sempre sui nervi. La prima, moglie trofeo; l'altra,
artista che sbarca il lunario come cameriera. Sullo sfondo, New York:
una città abbastanza grande per evitarsi. Mettile insieme una sera,
durante la stessa cena. Rissa inevitabile nell'androne. Capelli strappati, calci e
pugni. In mezzo c'è il non detto, un'antipatia viscerale che fa
ridere e preoccupa. Qualcosa va male. In momenti diversi, nell'arco
del bizzarro Catfight, entrambe saranno destinate a un colpo
in testa e a un coma lunghissimo. Cosa si sono perse nel mentre? La
commedia nera di Onur Tuker fa sì che le loro sorti si alternino: la
ricca diventa domestica; la povera, pittrice affermata e in dolce
attesa. In TV passano le notizie di un conflitto fittizio in
Medio Oriente (colpa di Trump?), con tanto di ritorno alla leva
obbligatoria. Pur di non pensarci su, le due si aggrappano all'unica
certezza che resta: odiarsi. Film di botte da orbi e dialoghi
implacabili, sarcastico e non troppo demenziale, Catfight riflette
sui corsi e i ricorsi storici; la fugacità dell'amore; la
persistenza dell'antipatia; la paura del futuro. Mette al tappeto, ma
la riflessione scatta a scoppio ritardato. Con un po' di sforzo.
Quando ricerci il senso di quello che hai visto, a fine visione, e lo
trovi, ma con l'intoppo. Lascia un sorriso amaro, un po' di disturbo,
qualche escoriazione. (5,5)
Una
camera d'albergo. Una donna riversa in una pozza di sangue. La porta chiusa dall'interno. Com'è entrato l'assassino? Soprattutto, com'è uscito? L'odissea di Adriàn e Laura è
iniziata così: un contrattempo, e un giovane uomo d'affari imbocca
una strada secondaria. La proverbiale strada nuova preferita a quella
vecchia lo porta a scontrarsi con un automobilista: il ragazzo
muore. Denunciare il delitto ed esporsi mediaticamente? I due amanti
diabolici fanno sparire il corpo. Cosa collega i due
crimini, le due morti, a parte la presenza del sospetto Adriàn? Gli
spagnoli e la suspance fanno faville. Oriol Paulo, già autore degli ottimi El Cuerpo e Con gli occhi dell'assassino,
confeziona con Contratiempo un giallo hitchcockiano che non
lascia scampo. All'immagine di apertura,
brillante, risponde una trama di sottili cambi prospettici,
ipotesi, slittamenti che sconvolgono le carte in tavola. Contratiempo
è serrato e intricatissimo. Il trucco c'è ma non si
vede. Nella sua voglia di sorprendere a ogni costo, qui e lì, la
verosimiglianza si perde. I piani machiavellici di Paulo, i suoi
collaudati colpi di scena, sembrano improbabili. Però Contratiempo
è un film di genere che, costi quel che costi, tiene alta la
guarda e dà quello che promette: cosa non da poco, ti sorprende. E
l'essere preso in contropiede, quell'esclamazione di meraviglia che
ti strappa di bocca, conta più di qualche passaggio frettoloso o di
risvolti troppo eclatanti per essere veri. I tasselli si incastrano,
basta aspettare. Basta non toccarli. Perché l'equilibrio, forse, non è
che un'altra illusione. (7+)
