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domenica 29 dicembre 2019

[2019] Top 10: Le serie TV


10. Dickinson (Apple)
Dissacrante, trasgressiva, libera come l’aria. La vita di una delle più celebri voci americane, raccontata in una commedia adolescenziale dall’irresistibile colonna sonora elettropop; ma a sorpresa, all’appello, non manca nemmeno la poesia.

9.  The Morning Show (Apple)
Scandali, orgoglio femminile e #metoo: il tutto, attraverso i retroscena di un notiziario che dà il buongiorno agli americani da generazioni. È un’aggiunta dell’ultimo momento ma, vuoi il cast sfavillante, vuoi le tematiche di bruciante attualità, la serie sui lati oscuri della televisione poteva forse mancare nel meglio della TV di quest’anno?

8. Modern Love (Amazon Prime Video)
Otto storie d’amore sullo sfondo di una New York più magica che mai. Otto storie vere. Per tornare a credere nelle relazioni, nell’amicizia e soprattutto in sé stessi, grazie alla serie antologica a prova di cuori di pietra. Tramontata la stella di This is us, potrebbe diventare la coccola per eccellenza da concedersi nei giorni storti.

7. When They See Us (Netflix)
Sporadica voce fuori dal coro, al gelido rigore di Chernobyl ho preferito la commozione della miniserie diretta da Ava DuVernay. La cronaca di un’ingiustizia realmente accaduta, che lascia rattristati e inviperiti fino alle lacrime. A volte, se nel posto sbagliato al momento sbagliato, non si hanno colpe: a parte quella di avere la pelle scura.

6. The OA – Stagione 2 (Netflix)
È stata la migliore serie della sua annata. Tornata sul piccolo schermo qualche anno dopo, ha saputo ripetere la sua magia ma non il suo successo: brutalmente cancellata, nonostante una seconda stagione decisamente all’altezza delle aspettative, il singolare sci-fi con Brit Marling aveva ancora altri misteri da svelarci. Peccato. Resterà, comunque, un’esperienza di vita.

5. Stranger Things – Stagione 3 (Netflix)
Ero pronto a dirmi stufo. Della retromania dilagante. Di una serie per grandi e piccini troppo in fretta diventata cult. A dispetto dei dubbi della stagione precedente, invece, Eleven e i suoi insostituibili amici sono tornati con il desiderio di farmi ricredere:  ragazzi, sfida vinta! L’estate di sangue dei bambini dei Duffer Brothers, ormai quasi adolescenti, non passerà mai di moda.

4. Looking For Alaska (Hulu)
Non tutti i John Green, malauguratamente, diventano un tormentone. L’autore di Colpa delle stelle, che in sala ha strappato chissà quante lacrime, sembra infatti non aver fatto il boom anche a puntate. Da me consigliato in lungo e in largo, l’adattamento di Cercando Alaska – sceneggiato dal creatore di The OC e Gossip Girl – è il gioiello grezzo da riscoprire.

3. The Marvelous Mrs. Maisel – Stagione 3 (Amazon Prime Video)
Non so davvero come sia possibile. Trovare anno dopo anno nuove cose da dire. E, soprattutto, nuove cose per cui ridere. Ma se hai un’autrice come Amy Sherman-Palladino, se hai un talento comico come quello di Rachel Brosnahah, inutile porsi domande: tanto vale mettersi comodi, le orecchie dritte e gli occhi spalancati, per godere del genio di uno show di stand-up comedy lungo già tre anni.

2. Fleabag – Stagione 2 (Amazon Prime Video)
Phoebe Waller-Bridge. La amavo anche quando nessuno la conosceva, ma questo è stato l’anno della sua consacrazione: del suo talento, infatti, si sono accorti tutti. Nonostante la serie da lei diretta e interpretata ci dica addio qui, alla seconda stagione che ha schierato in campo un iconico Andrew Scott, scommetto a scatola chiusa che il personaggio di questa Bridget Jones ancora più sfortunata e inglese dell’originale sia soltanto la punta dell’iceberg.

1. Euphoria (HBO)
Euforia, sì. È quello il sentimento con cui ho salutato la serie di Sam Levinson: quella forma di contentezza eccessiva, che da un momento all’altro può sfociare nella disperazione più nera. Merito del cast giusto, guidato da una Zendaya di cui mi dichiaro innamoratissimo. Merito di una regia da manuale, che non sfigura davanti ai ritratti adolescenziali di Boyle, Korine, Araki. Sesso (spinto), droga (a non finire), rock ‘n’ roll (gli si preferisce, tuttavia, Billie Eilish): per favore, non chiamatelo teen drama.

sabato 14 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: The Marvelous Mrs. Maisel S03 | Living With Yourself

Arrivati alla terza stagione, è un’impresa scrivere di The Marvelous Mrs. Maisel senza il rischio di riciclare gli aggettivi degli anni scorsi. Davanti a un prodotto che si ripete senza ripetersi – sempre di gran qualità e all’altezza delle stagioni precedenti, la serie sul mondo della stand-up comedy riesce continuamente a stupire con nuove battute al fulmicotone –, cosa dire? Resterebbe da scrivere soltanto una lettera a Babbo Natale: in un pacchetto ben infiocchettato, infatti, mi piacerebbe tanto trovare il talento di Amy Sherman-Palladino. Come pensa quei dialoghi da ascoltare e riascoltare all’infinito? Come riescono i protagonisti a pronunciarli senza mangiarsi nessuna delle bellissime parole pensate per loro? Come può stare al passo un comparto tecnico che, per non essere da meno, cura allora nel dettaglio le luci, le scenografie e i costumi di una New York lussuosa come in un musical? Più scoppiettante che mai, la serie si supera: la terza stagione è la migliore delle tre. Benché ne abbia fatto una presenza ricorrente nei listoni di fine anno, in precedenza qualche difetto l’avevo trovato: soprattutto in una seconda stagione in cui avevo sentito la nostalgia dei numeri di Midge e percepito come un ingombro le scene dedicate ai suoi familiari. Quest’anno sono stato ascoltato. Felicissimo, ho avuto il mio show – tantissimi monologhi, con la protagonista impegnata in un lungo tour – e non ho patito le parentesi dei genitori di lei. Protagonisti di uno sconcertante declassamento, Abe e Rose si trasferiscono dai consuoceri con effetti esilaranti: con lui impegnato a coordinare un gruppo di giovani comunisti, toccherà alla consorte – svampita, sì, ma abile in fatto di cuore – sgomitare per tornare nel West Side. Quella pecora nera della secondogenita, invece, vicinissima a diventare una comica di professione, apre con successo gli spettacoli di un cantante jazz: con il piede in tre scarpe – l’ex marito, l’ultimo fidanzato mollato, un collega galante –, vola a Las Vegas ma a causa della sua lingua lunga rischia di perdere molto: compresa la manager Susie, chiamata a dividersi tra lei e una rivale che vuol darsi a Strindberg. Ci sono l’aggiunta del sempre in parte Sterling K. Brown e più battute per Jane Lynch, di cui sostengo la simpatia sin da Glee. E poi c’è l’insostituibile Rachel Brosnahan, che piroetta nei piani sequenza, indossa mille abiti diversi, parla a raffica e – e non si sa come – non si stanca. Non stancandoci. (8)

La scoperta di una persona identica a te. Una parvenza di normalità di mantenere, tra moglie e lavoro. Tutte le gag comiche possibili e immaginabili all’interno di genere che sin dalla notte dei tempi prevede scambi e fraintendimenti. Ecco: questo è tutto quello che Living With Yourself, ingiustamente passato in sordina, non è. Se a torto, come ho fatto io, si immaginava una commedia in stile anni Novanta – faccio un titolo in particolare con un’idea simile: Mi sdoppio in 4 –, la sorpresa potrebbe essere dietro l’angolo. Lo si capisce presto. Traviato dalle false aspettative e dalla presenza di un attore spesso coinvolto in pellicole demenziali, in cerca di un riempitivo a cena, mi sono trovato invece in compagnia di una dramedy dal taglio indie con uno spunto degno del Black Mirror delle origini. Cosa saresti disposta a barattare in cambio di un’esistenza perfetta? Un pubblicitario pigro e svogliato, su suggerimento di un collega, fa visita a una strana spa per ritrovare l’ispirazione: non sa che alla fine del trattamento sarà rimpiazzato da un clone – la sua versione bella, propositiva, performante. Qualcosa va storto però. E questi otto episodio saranno guidati dalla verve di un Paul Rudd doppiamente bravissimo; da due protagonisti con la stessa faccia e uno spirito agli antipodi, che si contenderanno senza esclusione di colpi un’unica vita. Se l’uno è un marito disattento che in ufficio per di più ha perso il tocco magico, l’altro è un compagno dolce nonché un dipendente pieno di iniziative. Il troppo storpia, perfezione compresa: allora il clone, proprio come un novello mostro di Frankenstein, stringe un po’ il cuore con il suo sentirsi eternamente fuori posto. Amici-nemici, i due Rudd vogliono uccidersi, scavalcarsi, sostituirsi: fino a un finale rocambolesco e imprevedibile, che rappresenta tuttavia una bella chiusura in caso di mancato di rinnovo. Caratterizzato da uno sviluppo sorprendentemente credibile e da riflessioni talora inquietanti, Living With Yourself racconta la crisi – quella di un matrimonio a un bivio, quella di un uomo smarrito perché spaiato – alla maniera della fantascienza esistenzialista che più piace. Meno leggera del previsto, per fortuna notata anche dai Golden Globe, questa convivenza dell’altro mondo è da sperimentare. (7)

mercoledì 23 gennaio 2019

I ♥ Telefilm: The Marvelous Mrs Maisel S02 | Una serie di sfortunati eventi S03

Quanto ci eri mancata, carissima Midge? Rieccoti qui, sempre in tiro e reduce dall'ennesimo trionfo annunciato, con un ritorno all'ovile finito sulla fiducia nel meglio della scorsa annata. L'ebrea della New York bene con all'improvviso un matrimonio in forse aveva scoperto un antidoto imbattibile alla crisi esistenziale post separazione: la stand up comedy. Di giorno commessa nel reparto profumi di un grande magazzino, di notte intrattenitrice nelle peggiori bettole, indossava il suo costume da supereroina – collana di perle, un abito da cocktail – e a raffica parlava e sparlava dei retroscena dell'Upper East Side. Nella seconda stagione qualcosa si muove. Si muove lei, fulmine abbagliante fra Parigi (lì la mamma insoddisfatta), la collina (lì i due mesi di villeggiatura estiva), cinque minuti di notorietà in tivù (lì la consacrazione dopo un tour scomodo e provante). E il cabaret, piuttosto, che fine ha fatto? Relegato in un angolo, se ne sente la mancanza nelle prime cinque puntate. La serie infatti ingrana in ritardo, ma cos'altro potremmo rimproverarle? Spazio alla relazione idilliaca fra i genitori (quella, sì, ci interessa senz'altro un po' meno), al nuovo flirt per Zachary Levy (gli si preferisce tuttavia la dolce persistenza di Joel, o perfino il carisma del pittore Rufus Sewell impegnato in un ruolo secondario) e a una professione che tempra le resistenze di Mrs. Maisel. La rivelazione sulla sua doppia vita saggia la solidità dei rapporti familiari, semina gelosie e dissapori, la mette davanti all'impossibilità di stare dietro a tutto. Nonostante gli spostamenti in automobile, le questioni di cuore e la spiccata dimensione corale facciano sentire fino a metà la mancanza del vero show, la serie dei coniugi Palladino si difende alla grande con la solita grande scrittura e con una Brosnahan di cui confermare il carisma. Che dialoghi, che colori, che verve. E quanto piacciono i riferimenti a The Twilight Zone nei salotti, il gossip su quei Kennedy dai pantaloni di seta, i primi processori a cui insegnare le canzoni per bambini nei Laboratori Bell? Carissima Midge, in questo piccolo mondo maschilista che censura il brio e considera i segreti dell'intimità tabù pruriginosi, mi ripeto, quanto ci eri mancata? (7,5)

Li ho conosciuti per la prima volta da bambino, con il film con Jim Carrey: da me amatissimo ai tempi, scopro che era stato stroncato dagli appassionati della saga letteraria. Li ho incontrati nuovamente, poi, tre anni fa: facce diverse e un diverso formato, ma gli stessi lutti consequenziali; le stesse disavventure architettate da un tutore machiavellico e vanaglorioso. Qualcosa, spiace, non funzionava bene e non ha funzionato poi. Una struttura ripetitiva per forza di cose, un andirivieni frustrante e una fedeltà esagerata verso l'universo del suo brillante creatore. Tredici romanzi, tre stagioni pienissime: il troppo stroppia, soprattutto proposto in binge watching. Dopo la stanchezza subentrata nella stagione intermedia – ancora più corposa, ancora più schematica della precedente –, posso dirmi felicissimo di non aver gettato la spugna. Il meglio, infatti, doveva ancora venire: riservato a sorpresa per un gran finale che scioglie tutti i nodi, svela alleanze e parentele, mostra il meglio di scenografi e sceneggiatori. Una montagna innevata, un sottomarino, un albergo che ospita una convention super segreta, un'isola non così deserta su cui ricominciare daccapo: ambienti circoscritti, il che significa meno meno spostamenti e soprattutto meno puntate. Ce ne vogliono appena sette, più asciutte e leggere del solito, per dire addio con un po' di commozione ai Baudelaire e a un Neil Patrick Harris immalinconito. Assieme a loro,  i cambi d'abito e le bizze della meravigliosa Lucy Punch, l'egocentrismo dell'amata-odiata Carmelita e tante novità: compagnie che si smantellano; fratelli, sorelle, trigemini e latitanti pronti a darsi appuntamento nei fasti della sesta puntata; la tenerezza della piccola Sunny, che si barcamena con allegria contagiosa fra l'alta cucina e i funghi tossici. Lemony Snicket aveva un piano preciso e carte vincenti, questa volta, per avere la meglio sul pericolo irritazione facile. Si intensificano i flashback, fino a toccare la generazione precedente, così come gli inseguimenti alle zuccheriere del mistero foriere di scismi e discordie. Non ho tenuto conto dei colpi di scena impossibili, che a sorpresa non guastano. In una chiusa intelligente e metacinematografica, che dice e non dice, accenna, inventa e lascia l'ultima parola alla freschezza del futuro. In un prodotto mai visto, contemporaneamente pieno di pro e di contro, che nel suo piccolo – con il senno di poi l'ardire del tutto appare infatti frainteso, sottovalutato perfino dal sottoscritto – unisce Burton e Anderson, l'umorismo beffardo alle fiabe per famiglie, per costruire un fortino di lenzuola che rattrista abbandonare. (7)

domenica 30 dicembre 2018

[2018] Top 10: Le serie TV


10. Kidding
Quand'è che lo spettacolo deve continuare? Se lo chiede un Carrey in forma smagliante, rinnovando su Showtime il sodalizio con Gondry. Ci mettono l'intensità del cinema indie, un po' di stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori.

9. Killing Eve
Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre poco sul serio. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti compresi.

8. American Vandal
Un giallo con le problematiche dei nostri ragazzi e gli incastri della Christie. Un esperimento sociale che schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi osceni, dai virus intestinali, far nascere i germi della rivoluzione.

7. The Marvelous Mrs. Maisel – Stagione II
Riecco Midge, già pronta per il tour. Ha un nuovo flirt, nuovi cappelli per gli abiti da cocktail e quache difficoltà a gestire la sua doppia vita. Se si sente la mancanza dei suoi numeri di cabaret, messi da parte per lasciare spazio a personaggi con meno appeal, compensano le battute al solito fulminanti, gli invidiabili colori pastello e un'eroina contro i tabù.

6. The Affair – Stagione IV
Ci sono meno rancori, meno bugie, ma tanti segreti. Scarseggia il sesso, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti e a qualche rara caduta di stile. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato, davo già per persa.

5. BoJack Horseman – Stagione V
Sempre un gioiello di scrittura, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci. Accendete: c'è l'esistenza in onda. Magari in binge watching?

4. Daredevil – Stagione III
La serie Marvel che non ha i superpoteri ma è comunque super. Una granitica crime story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva, gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione noir atipica per il genere.

3. Homecoming
Le geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di Dolan. Esmail è andato a scuola dai migliori. E nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza sentimento; rétro eppure modernissimo.

2. L'amica geniale
Le abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate. E le abbiamo riconosciute a colpo d'occhio nella serie che doveva farcele conoscere in carne e ossa e che, per fortuna, ha compiuto il miracolo.

1. The Hauting of Hill House
Si confondono realtà e immaginazione. Si viene a patti, in una terapeutica seduta di ipnosi, con la delusione di cinque bambini impreparati al mondo esterno. Prigionieri prima di quelle stanze buie, poi del ricordo, i Crane spergiurano, falliscono, commuovono e perdonano su una via per l'elaborazione che porta dove tutto ha avuto inizio. Ci viene richiesta un'identica assenza di logica per prestare fede all'amore, per credere all'orrore. Il resto, direbbe Nell, sono coriandoli.


I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Jim Carrey (Kidding), Jonah Hill (Maniac), Charlie Cox (Daredevil);
Miglior attrice protagonista: Julia Roberts (Homecoming), Rachel Brosnahan (The Marvelous Mrs. Maisel), Jodie Comer (Killing Eve);
Miglior attore non protagonista: Vincent D'Onofrio (Daredevil), Joshua Jackson (The Affair), Alan Arkin (Il metodo Kominsky);
Miglior attrice non protagonista: Yvonne Strahovski (The Handmaid's Tale), Mandy Moore (This is us), Sissy Spacek (Castle Rock).



Muchacha sexy: Debby Ryan (Insatiable), Elizabeth Lail (You), Kiernan Shipka (Le terrificanti avventure di Sabrina);
Bello e impossibile: Daniel Sharman (I Medici), Christopher Gorham (Insatiable), Bill Skarsgard (Castle Rock);
La coppia più bella del mondo: Barden-Lawther (The End of the F***ing World), Oh-Comer (Killing Eve), Barrymore-Olyphant (Santa Clarita Diet);
Nice to meet you: Elisa del Genio e Ludovica Nasti (L'amica geniale), Eliza Scanlen (Sharp Objects), Stephan James (Homecoming).




Sing it back: I Feel You (Sense8), Shall We Dance? (The Marvelous Mrs. Maisel), Renaissance (I Medici);
Psycho Killer: Jodie Comer (Killing Eve), Darren Criss (The Assassination of Gianni Versace), Wilson Bethel (Daredevil);
Cry me a river: La morte di Jack (This is us), Il monologo di Nell (The Haunting of Hill House), L'alzheimer di Sissy Spacek (Castle Rock);
Let's talk about sex: Il ménage à trois (Élite), L'orgia di addio (Sense8), Amy Adams e Chris Messina (Sharp Objects);
Ops, I dit it again – Guilty Pleasure: You, Élite, The Generi

venerdì 4 maggio 2018

Mr. Ciak: Loro 1, A Beautiful Day, The Bick Sick

Una escort contorsionista ha un suo tatuaggio sul fondoschiena: i clienti, nel momento clou, ne prendono il ghigno sornione come incentivo. Qualcuno ha salvato invece il suo nome in rubrica con un indizio a lettere maiuscole. C'è chi vorrebbe raggiungerlo con le buone, chi con le cattive. Chi vorrebbe fargli le scarpe, chi promettergli una compagnia indimenticabile. Tutto, mezzi leciti e non, pur di raggiungerlo. L'imprenditore pugliese di Scamarcio per ingraziarselo punta alle donne di malaffare più seducenti della capitale, a una villa di piaceri indicibili sulla costa sarda – su fronti paralleli, la compagna Axen si lavora l'ex ministro Bentivoglio, mentre l'inarrivabile Smutniak organizza, suggerisce, solletica. Loro, quelli che contano: un manipolo colorato di lucciole e papponi, prede e predatori, che sfila in pompa magna lungo i Fori imperiali o si sollazza in piscine pornografiche. Lui, quello di cui si parla con l'acquolina in bocca. La luce verde di Gatsby, l'estasi perfetta, l'idolo da rintracciare: Silvio Berlusconi. A sorpresa, abbastanza modesto da lasciare la coralità dei suoi viziosi cortigiani nel titolo di un paese dei balocchi spacciato per biopic. Mentre fuori ci si scatena in bagni di donne ed euforia, il Cavaliere sbircia. Entra in scena dopo un'ora. Con la Lario di un'ottima Ricci con cui ci si è ormai ridotti alla copia sbiadita di Sandra e Raimondo, un giocatore di grido tentato dalle offerte della rivale Juventus e, giacché sotto indagine, il destino a impedirgli il ritorno al potere. Il gigione Servillo tradirebbe preoccupazione, ma la sua maschera di botox nega qualsiasi espresività. Sembra eternamente ottimista perciò, eternamente bambino, in una vita in vacanza che ci mostra i goffi tentativi di conquistare una moglie che legge Saramago, la segreta tenerezza dietro la macchietta, senza però mai impigrirlo. La TV è accesa sui quiz a premi e le vallette del Bagaglino. Sesso, cocaina e denano fanno a gara con il penultimo Scorsese. Gli animali delle solite metafore scorazzano liberamente a Roma e il dolce capretto dell'incipit si schianta sulla moquette per il rigore eccessivo dell'aria condizionata – il gregge che è l'Italia, forse, in cerca a suo discapito di un posto al sole: anzi, all'ombra? Non mancano le stranezze del grottesco, le suggestioni che mescolano amore e squallore, le canzoni ad hoc e i migliori volti di casa nostra. Il Sorrentino superficiale e danzereccio che ti aspettavi: il bunga bunga al posto della Carrà, il nudo di una Madalina Ghenea sostitutito con quello di cento soubrettine, Arcore come il Vaticano. Insomma, il Sorrentino che da queste parti piace sì e no: il pregiudizio sul suo cinema preso di petto ma, per fortuna, scarso spazio alle noie autoriali, ai silenzi della sceneggiatura, all'idea sconsiderata di non andare a godere della seconda parte di questo suo dittico in forse. Una festa su invito esclusivo di cui urge confermare la partecipazione, il sì, prima di dirla degna o meno di quelle di un tale chiamato Gambardella.

Un ex marine diventato sicario viene assoldato da un senatore per salvare la figlia, ancora troppo bambina per fare la ribelle, dal malaffare. La missione, rapida ma affatto indolore, gli sfugge di mano: a rischio, più di qualche interesse politico e coloro a cui è affezionato. Siede di notte al volante come in Drive, impugna il martello insanguinato di Old Boy, ha come spalla una ragazzina sfortunata e precoce alla Léon. A intepretare Joe, giustiziere silenzioso e brutale, non sono i vari Liam Neeson o Bruce Willis che ti aspetteresti da una storia così: da hard boiled canonico, in definitiva, proprio come suona. Ti domandi cosa ci faccia allora in un cast a corto di comprimari, di antagonisti veri, un Phoenix imbolsito e letale, premiato a sorpresa ma meritatamente allo scorso Festival di Cannes. Ti domandi cosa ci faccia alla regia Lynne Ramsay, già bravissima in E ora parliamo di Kevin. A Beautiful Day, titolo scelto in Italia al posto del più evocativo You Were Never Really Here, è fatto di pochi dialoghi e tanto sangue: essenziale, secco, magistralmente diretto e musicato. Film canonico ma strano, stranissimo, che sembra non decollare mai, scegliendo una ricercata lentezza anche quando la situazione precipita – quando succede, lo fa un po' troppo frettolosamente – e delineando impensate similitudini fra l'assassino e l'adolescente. Lui, interessato ai fatti e poco alle chiacchiere, coltiva in segreto pensieri suicidi, brutti ricordi, e sa mostrarsi tenerissimo al capezzale di una mamma anziana, spaventata da Psycho alla TV. Lei, purtroppo abusata, è in cerca dell'innocenza perduta e invita lo scorsesiano Joe a fare altrettanto. A Beautiful Day suggerisce. Il loro passato traumatico, una candida complicità e perfino la violenza, spiata in una sequenza brillante nel bianco e nero delle telecamere di sorveglianza. Semplice, scontatissimo negli snodi, è però troppo indie per scendere a patti con il pulp gratuito. La Ramsay insegna, così, che a fare la differenza è cosa scrivi e cosa non scrivi; cosa mostri e cosa non mostri. In quei thriller a togliere, in cui meno è più e le belle giornate vanno celebrate con un brindisi al frappè sul sangue versato. (7-)

Lui, aspirante comico, incontra lei, aspirante psicologa. Si conoscono in un locale, guardano un horror di Romero e, inevitabilmente, finiscono a letto. La storia di una notte si rivela qualcosa di più grande. Che guaio impegnarsi, se le famiglie non approvano. Lui, pachistano destinato a un matrimonio combinato da tradizione; lei bianca come il latte e, soprattutto, di fede non islamica. L'intolleranza e le incomprensioni li separano presto, sul più bello. A farli ritrovare, una malattia autoimmune, di quelle con la lettera maiuscola: Emily, a causa di un'infezione da chiarire, finisce in coma indotto. E al suo capezzale Kumail, ormai un ex a tutti gli effetti, fa i conti con i genitori di lei, in crisi matrimoniale. E con un amore in terapia intensiva che, forse, non è mai finito. Un altro aspirante attore, un altro aspirante americano; malintesi linguistici e biologici che, assieme ai sogni in assonanza e a quell'Oriente da cui è stato presto sradicato, sembrano rendere a tratti The Big Sick la versione cinematografica e pachistana del bellissimo Master of None. Ma con meno simpatia e più giri, più chiacchiere a vuoto. Peccato, perché Kumail Nanjiani – questa, essenzialmente, è l'autobiografia delle suo nozze – ispira una sincera simpatia. Gli invadenti genitori lo vorrebbero barbuto, sposato con una ragazza straniera, americano ma non troppo. Avrei desiderato la leggerezza etnica del Mio grosso grasso matrimonio greco, a questo punto. Avrei sperato, soprattutto, che Zoe Kazan e il suo essere naturalmente adorabile facessero la differenza. Invece l'apprezzato ritorno alla regia di Michael Showalter, già autore del delizioso Hello My Name is Doris, è uno di quei film che perfetti per me lo sono soltanto in teoria. In pratica, invece: quanta insofferenza durante. Dramedy indie incerta sui toni e sulle proprie origini, The Big Sick parla di orientali e occidentali, dei falsi abbagli del multiculturialismo e del sogno (d'amore) americano. Probabilmente, perde qualcosa in fase di traduzione. E ho perso man mano interesse io, affatto meravigliato nel saperlo messo ai margini della stagione dei premi, fra strane relazioni, strane nevrosi e strane tappe. I suoi grandi e inguaribili mali? Le inconfondibili lungaggini di Judd Apatow, pesante e sgradito terzo incomodo anche quando si limita produrre come in questo caso. Le freddure gratuite della stand up comedy, che per tutto il tempo fanno domandare dove sia finita la meravigliosa Mrs. Maisel quando, al microfono, c'è bisogno di lei. (5,5)

mercoledì 3 gennaio 2018

I ♥ Telefilm: The Marvelous Mrs. Maisel | Big Mouth

Miriam, detta Midge, è bella, spiritosa e, nonostante la rigida educazione ebraica, ancora capace di sorprendere il marito Joel a letto. Madre di due bambini, ossessionata dalla perfezione degli arredamenti e della messa in piega come ogni angelo del focolare dei tardi anni Cinquanta, si alza ogni mattina dal letto per truccarsi e profumarsi prima che il marito si svegli, e per gli amici e i capi di lui – che fa un lavoro d'ufficio noioso ma remunerativo e che, un paio di sere a settimana, si esibisce come comico nei cabaret – sforna a comando leccornie dagli ingredienti super segreti. Midge lo supporta. Annotata battute, applausi e fischi sul suo prezioso taccuino rosso. Ancora: si fa bella con l'aerobica e i trucchi, cucina, si presta e si prostra. Midge viene lasciata così, su due piedi – da cliché, per la segretaria oca di turno. Tornare a vivere dai genitori con la coda tra le gambe, trovarsi un impiego come commessa ai grandi magazzini, dividersi fra l'orgoglio ferito e la vergogna dei pettegolezzi alltrui. Midge alza il gomito, con indosso l'equivalente chic del pigiama felpato di Bridget Jones, e nello stesso cabaret in cui il marito miete tiepidi consensi dà spettacolo di sé: letteralmente. Le confessioni della casalinga disperata, e i suoi naturali tempi comici, le procurano consensi, l'irresistibile Alex Borstein per manager e qualche innocuo arresto per oltraggio al pudore. All'improvviso la vita in solitaria e la scoperta di un talento, di una vena creativa, sempre stata lì. Sotto i vestiti impeccabili, pastello. Sotto i modi leziosi, che però fan tanta simpatia. Lei è la vera anima di una coppia che, forse, tale non è più. Lei è la voce squillante che dell'Upper West Side racconta le ipocrisie a cena, i segreti, le donne – il tradimento di quel Michael Zegen che già sotto sotto si è pentito, le famiglie uscite dal miglior Woody Allen con il Detective Monk, un bravissimo Tony Shalhoub, per patriarca. Mildred Pierce trovava sé stessa accanto alla vetrina di un ristorante. La a me sconosciuta Rachel Brosnaham, rivelazione dello scorso anno al pari dell'intensa Elisabeth Moss, ha bisogno di un'asta e un riflettore fisso. Per farci ridere e riflettere, con una parlatina travolgete che non si insegna né si imita. Per renderci ancora più sfavillanti, ancora più memorabili, quegli anni di abiti eleganti, disparità affrontate con il sorriso, femministe che non si fanno sentire solo marciando. Come fosse un musical, ci si rifà gli occhi con la bellezza di costumi e scenografie. Come in un period drama, la storia e la politica ci mettono lo zampino. Mai quanto i coniugi Palladino – la rima è presto servita –, che non sono soltanto Rory e Lorelai, pomeriggi in replica su Italia Uno, ma anche questi sorprendenti dialoghi fiume e una protagonista, sì, meravigliosa proprio come da titolo. (7,5)

Non sono tipo da cartoni. Semplice compagnia per pranzi in solitaria, dicevamo, con la TV accesa in sottofondo fra i silenzi della casa e l'acqua che gorgoglia sul fondo della pentola. A farmi cambiare idea, prima l'esistenzialismo secondo il nichilista BoJack Horseman; infine, in cerca di titoli degni di nota con l'anno bello che agli sgoccioli, il sesso spiegato a (da) un gruppo di tredicenni allo sbaraglio nello sfrontato Big Mouth. A lezione di educazione sessuale sul solito Netflix perciò, puntata dopo puntata. Come compagni di banco, Nick (ancora in attesa della pubertà), Andrew (già uomo su carta, ma dubbioso verso tutti quei peli, le basse prurigini, chi gli piaccia o non gli piaccia), Jessie (il primo ciclo mestruale in gita, all'ombra della Statua della Libertà, con quei pantaloncini bianchi che in definitiva sono stati una pessima idea). Sviluppo ormonale, masturbazione, omosessualità. Quanto ne sapete di. Sono bene accette domande di ogni sorta. Eccole, le mani che si alzano. Anche le ragazze si eccitano? Come vanno le cose in camera da letto fra mamma e papà? Se sono geloso del mio migliore amico, sarò mica innamorato di un maschio? Insegnanti d'eccezione, i mostri degli ormoni di lui e di lei – sobillatori, onnipresenti, prontissimi a far finire ogni appuntamento galante in tragedia e a trasformare i genitori in nemici giurati. Se di lezioni interattive si tratta, tutto è lecito: siparietti musicali compresi. I tampax cantano allora allegramente, i peni vanno ghiotti di capesante, i fantasmi di Freddie Mercury e Duke Ellington ti istruiscono duettando. Non tutti i cartoni sono una buona compagnia durante i pasti. Senz'altro non questo, inadatto alla fascia protetta e alla corretta digestione. Si ride moltissimo. Ci si disgusta un po'. Come quando, alla stessa età dei personaggi, con tutto quanto da imparare, American Pie e le sue torte di mele profanate generavano alzate di ciglia e sghignazzi nel bel mezzo della lecità curiosità dei miei compagni di classe. In onda: il risveglio dei sensi, l'esplorazione del corpo proprio e altrui, le insidie del mondo del porno e della prima adolescenza. Il sesso, in una serie animata con la bocca larga e la lingua biforcuta, scandalizza e diverte. Il nonsense e l'intelligenza della scrittura volano alte. E' da lassù, probabilmente, che Big Mouth ti sta mostrando il dito medio – o, conoscendolo, peggio. (7,5)