American Horror Story rinnova il mistero
e la delusione. A sei anni dal debutto, in una stagione che fino
all'ultimo si è tenuta stretta il segreto del suo tema, la serie
antologica conferma pregi e difetti. Ryan Murphy – che neanche sul fronte Scream
Queens, quest'anno, convince – ha più furbizia che talento.
In Roanoke ci si lascia impressionare da pubblicità,
struttura e frattaglie. Preceduta da poster che dicevano tutto e
niente, anticipata da spot ingannevoli, la sesta stagione si ispira
alla leggenda di una colonia americana scomparsa. Su quei luoghi, ai giorni nostri, sorge la casa che hanno
acquistato Matt e Shelby: la coppia non trascorrerà un felice
soggiorno. Sopravvissuti per miracolo, i due raccontano la verità
alle telecamere di un programma televisivo. Roanoke ha
una particolarità che in principio incuriosisce: è una serie tivù
nella serie tivù, un racconto stratificato. Ogni personaggio avrà
un suo doppio. Ognuno avrà un copione e, poi, un lato privato. La
stagione, più breve del solito, si divide in due metà: cinque
episodi per ricostruire con lo stile del documentario la sfortunata
villeggiatura presso una novella Amityville; cinque episodi, a mo' di
reality show, per raccontare il ritorno della troupe e dei
protagonisti reali nella casa infestata. Mi aspettavo una stagione
più asciutta e ordinata. Un cast oggetto di un trattamento
finalmente decoroso, con una Paulson protagonista; una straordinaria
Kathy Bates, nei panni della Macellaia; una Lady Gaga incantratrice,
per fortuna ridimensionata a comparsa. Dieci episodi sono troppi:
perché la tensione si disperde nel finale e la noia del già visto
abbonda. Non piace l'horror – non quello alla The Blair
Witch Project o My Little Eye, con cenni
sparsi a Rob Zombie e Non aprite quella porta –,
se trascinato, spezzettato, diluito. Dieci episodi, se di cognome fai
Murphy e non hai il senso della misura, diventano però pochi: per
contenere tutti gli amici affezionati che hai, tutti gli attori
feticcio, non basterebbe il doppio del minutaggio. Le puntate sono
ridimensionate, il cast è rigorosamente immutato: gli attori in
soprannumero muiono come mosche. Alcuni - Gaga, gli amatissimi Peters
e Farmiga - fanno appena capolino; alcuni - Wittrock, Bomer - ci sono
e neanche te ne accorgi; altri - la Paulson, che fa immensa antipatia con le sue arie da prima della classe - passano
per la corsia preferenziale, rubando battute ai meno lesti. Tutti
sacrificabili, sull'altare di un autore recidivo. Sin dall'inizio
abbondano figuranti, idee, violenza: ghost story classica, ma
mostrata per vie traverse, Roanoke non è però quel
che sembra. E cos'è? A malincuore, il solito guazzabuglio. Un
calderone di nomi, citazioni, momenti belli e momenti brutti, che in
meno episodi fa danni maggiori. L'ennesimo inutile massacro – di
attori, spunti, tempo. (5)mercoledì 23 novembre 2016
I ♥ Telefilm: AHS - Roanoke | Black Mirror - Stagione 3
American Horror Story rinnova il mistero
e la delusione. A sei anni dal debutto, in una stagione che fino
all'ultimo si è tenuta stretta il segreto del suo tema, la serie
antologica conferma pregi e difetti. Ryan Murphy – che neanche sul fronte Scream
Queens, quest'anno, convince – ha più furbizia che talento.
In Roanoke ci si lascia impressionare da pubblicità,
struttura e frattaglie. Preceduta da poster che dicevano tutto e
niente, anticipata da spot ingannevoli, la sesta stagione si ispira
alla leggenda di una colonia americana scomparsa. Su quei luoghi, ai giorni nostri, sorge la casa che hanno
acquistato Matt e Shelby: la coppia non trascorrerà un felice
soggiorno. Sopravvissuti per miracolo, i due raccontano la verità
alle telecamere di un programma televisivo. Roanoke ha
una particolarità che in principio incuriosisce: è una serie tivù
nella serie tivù, un racconto stratificato. Ogni personaggio avrà
un suo doppio. Ognuno avrà un copione e, poi, un lato privato. La
stagione, più breve del solito, si divide in due metà: cinque
episodi per ricostruire con lo stile del documentario la sfortunata
villeggiatura presso una novella Amityville; cinque episodi, a mo' di
reality show, per raccontare il ritorno della troupe e dei
protagonisti reali nella casa infestata. Mi aspettavo una stagione
più asciutta e ordinata. Un cast oggetto di un trattamento
finalmente decoroso, con una Paulson protagonista; una straordinaria
Kathy Bates, nei panni della Macellaia; una Lady Gaga incantratrice,
per fortuna ridimensionata a comparsa. Dieci episodi sono troppi:
perché la tensione si disperde nel finale e la noia del già visto
abbonda. Non piace l'horror – non quello alla The Blair
Witch Project o My Little Eye, con cenni
sparsi a Rob Zombie e Non aprite quella porta –,
se trascinato, spezzettato, diluito. Dieci episodi, se di cognome fai
Murphy e non hai il senso della misura, diventano però pochi: per
contenere tutti gli amici affezionati che hai, tutti gli attori
feticcio, non basterebbe il doppio del minutaggio. Le puntate sono
ridimensionate, il cast è rigorosamente immutato: gli attori in
soprannumero muiono come mosche. Alcuni - Gaga, gli amatissimi Peters
e Farmiga - fanno appena capolino; alcuni - Wittrock, Bomer - ci sono
e neanche te ne accorgi; altri - la Paulson, che fa immensa antipatia con le sue arie da prima della classe - passano
per la corsia preferenziale, rubando battute ai meno lesti. Tutti
sacrificabili, sull'altare di un autore recidivo. Sin dall'inizio
abbondano figuranti, idee, violenza: ghost story classica, ma
mostrata per vie traverse, Roanoke non è però quel
che sembra. E cos'è? A malincuore, il solito guazzabuglio. Un
calderone di nomi, citazioni, momenti belli e momenti brutti, che in
meno episodi fa danni maggiori. L'ennesimo inutile massacro – di
attori, spunti, tempo. (5)venerdì 30 dicembre 2016
[2016] Top 10: Le serie TV
mercoledì 10 luglio 2019
I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05
Ero
partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di
un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins.
Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo
seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi
iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones,
mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può.
Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a
guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione:
forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli
sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature
alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle
commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con
tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo
traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono
diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate
e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque
nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si
veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si
avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di
mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i
russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete;
l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida
figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli
proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra
inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike
e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti,
non è andato via. Splatter e irriverente, un
tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri
straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico,
queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo
spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e
toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di
coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come
rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile,
se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti?
Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a
tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora
associata alla Storia infinita:
canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato
bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse
voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi
d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)
Lui,
lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà
virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un
tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo
stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una
riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata
trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una
cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di
una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è
un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La
superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata
da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace
meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale –
che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza
quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e
sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai
accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli
descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce
alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che
sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di
fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando
episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e
passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a
concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale.
Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e
metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se
necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio
opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido
come pretenderemmo. (6,5)venerdì 11 gennaio 2019
I ♥ Telefilm: You | Black Mirror: Bandersnatch
Una
bella ragazza entra in una libreria: una di quelle piccole e
polverose, che si vedono giusto in certi angoli di New York. Cerca il
libro perfetto. E tu, sorridente e alla mano dietro il bancone, sai
consigliarglielo al volo: siete chiaramente anime gemelle. Ancora più
romantico, ancora più cinematografico, è il secondo incontro: lei,
che beve un po' troppo per dimenticare gli amanti sbagliati e i padri
deludenti, scivola sulle rotaie in metropolitana e batte la testa. Tu
ti precipiti, e da bravo principe – nessuna calzamaglia azzurra, ma
un look finto trasandato che fa invidia agli hipster veri – la
salvi dal treno in corsa. L'amore, che ha bisogno di gesti galanti e
cavalleria vecchio stile, inevitabilmente nasce. Abbastanza forte da
vincere l'imbarazzo di quella prima volta in cui hai fatto cilecca a
letto, i sospetti reciproci, le stranezze. Cieco, al punto da
ignorare un piccolo dettaglio: niente, nemmeno il dardo di Cupido, è
stato un caso. Le grandi opportunità hanno bisogno di una spinta, di
forzature a fin di bene: della tua lei, infatti, conoscevi già le
mosse, i post su Facebook, l'ambizione di diventare scrittrice e gli
interni dell'appartamento da studentessa. Hai commesso un'effrazione
nel suo privato, l'hai studiata e manipolata per mesi, e lei non se
n'è accorta: ha occhi solo per te. Al punto da non notare quasi l'ex
sparito dalla circolazione, gli avvertimenti di amiche tutt'altro che
rassicuranti, il fatto che frequenti la stessa fiera letteraria in
costume o lo stesso terapeuta. Il modus operandi di un tenero stalker
innamorato che smuove mari e monti, ammazza a sangue freddo rivali e
testimoni, al servizio di un lieto fine mai fuori moda. Il punto di
vista è eccezionalmente il suo, il cattivo di turno, ed è una
provocazione ardita nell'era del #metoo e del femminismo battagliero:
oggettivare una donna, per di più una vittima, e lasciare la parola
al suo subdolo carnefice raccontandone i misfatti e i segreti, però,
con i toni di una commedia sexy. Rendendocelo addirittura simpatico,
in un esercizio dialettico di gran lunga superiore alle note stonate
del cast – Madre Natura è stata magnanima con le bellissime
Elizabeth Lail e Shay Mitchell, meno la scuola di recitazione – o
agli immancabili scivoloni di casa Lifetime: aiuta senz'altro la
scelta dell'ottimo Penn Badgley per protagonista, già adorabile
sfigato in Gossip Girl. A metà fra il serio e il faceto You
è un thriller psicologico destinato a sorpresa a un finale
shock. L'esempio di un mainstream che sa dividere e provocare il
pubblico con leggerezza, di un guilty pleasure che ci rende
letteralmente colpevoli – e complici – di un amore malato a cui
non si resiste. (7)
Un
adolescente della provincia londinese con un trauma da metabolizzare
e un videogioco da brevettare, sogno nel cassetto tutt'altro che
atipico negli abusati anni Ottanta dell'inguaribilmente nerd Ready Player One. Prove tecniche, tentativi frustranti e scongiuri non
bastano, se l'asticella è troppo in alto per un programmatore alle
prime armi: adattare un romanzo famigerato, fatto di labirinti senza
via d'uscita e svolte pericolose, il cui autore era andato incontro
ai mostri della follia. La storia potrebbe ripetersi, quando la
scadenza – due settimane per consegnarlo ai piani alti – diventa
un'ossessione. Niente di nuovo, diremmo leggendo il canovaccio di
Bandersnatch: branca di Black
Mirror, all'indomani della
deludente quarta stagione, di cui tutti parlano dalla fine di
dicembre. Il motivo? Del protagonista, il fragile Fionn Whiteahead di
Dunkirk e The Children Act, puoi sceglie la marca di
cereali, la musica in cuffia, la sorte ugualmente macabra di
assassino o assassinato. Allucinogeni sì, allucinogeni no? Salvare
il collega Will Poulter, oppure sacrificarlo con un salto giù dal
cornicione? L'evento diretto da David Slade ha sviluppi diversi e
diversi finali (cinque, per la precisione), da quelli tragici a
quelli più trash – surreali lotte all'ultimo sangue, svariati
cadaveri da occultare, strizzate d'occhio ai sempre affascinanti
meccanismi metatelevisivi, toccanti rese dei conto in viaggi in treno
in rewind. A scegliere siamo noi, sceneggiatori per un giorno:
telecomando alla mano e, preferibilmente, tanta voglia di
sperimentare un'altra faccia dello specchio nero di Charlie Brooker.
Ma quanto possiamo realmente scegliere? Quanto possono scegliere i
protagonisti, soprattutto, divisi fra il libero arbitrio e il sadismo
di noi amanti del binge watching sfrenato? Peccato che la resa,
questa volta, sia superiore all'idea stessa. Bandersnatch
funziona più in pratica che in
teoria: forma di intrattenimento interattivo tutt'altro che
pionieristica, ma che domanda spettatori partecipi e volenterosi.
Impossibile, altrimenti, farsi andar bene una storia inconcludente e
pretestuosa che come episodio a sé purtroppo non appassionerebbe. Ci
si aspettava un giocattolo tecnologico che fosse meno tale e più
vicino ai fasti delle stagioni passate. Un appuntamento su Netflix
che avesse contenuti, insomma, non soltanto la vaga euforia degli
esperimenti mordi e fuggi. Chiamiamo le cose con il loro nome. Il
tanto chiacchierato Bandersnatch, infatti, è nient'altro che aria
fritta. Aria fritta molto divertente, inutile negarlo, purché non
sia indice di quella quinta stagione attesa al varco con un po' di
motivato scetticismo. (6)mercoledì 17 gennaio 2018
I ♥ Telefilm: Black Mirror - Stagione IV | The End of the F***ing World
Dopo
tanto, iniziare come preferisco io. Il ragazzo incontra la ragazza.
James, seduto da solo al tavolo della mensa, conosce la scostante
Alyssa, ultima arrivata. Lei, annoiata da tutto e tutti, da una
famiglia allargata di cui non può sentirsi più parte, vorrebbe
fuggire via – e nel silenzioso coetaneo dalla macchina
perfettamente funzionante ha individuato un ideale compagno di
viaggio. Lui, psicopatico senza se e senza ma, dopo un'infanzia
passata a seviziare animali randagi, ha deciso di passare agli esseri
umani: perché non partire proprio da quella ragazza che, dal nulla,
gli si è gettata fra le braccia? Succede che partono, sulle tracce
del papà truffatore di lei. Succede che il male, prima in teoria e
poi in pratica, lo sperimentano davvero strada facendo. Assieme a
quella tenerezza, a quella specie d'amore che amore non è, che né
l'uno né l'altra – troppo anaffettivi, troppo fuori –
contemplavano in partenza. Alyssa, alla cieca, si affida a un
aspirante serial killer. James, somigliante al protagonista
di Atypical ma con in aggiunta la vena di sadismo
di Bates Motel, sente presto di non poter fare a meno
della compagnia di un'attaccabrighe per natura. Acuto, violento,
dolcissimo, The End of the F***ing World è la
commedia adolescenziale che si veste di nero. Una scoperta su ruote
divorata in tempi record, con i personaggi assurdi a cui mi affeziono
per principio, le tavole calde dei boy meets girl di cui non avrò
mai abbastanza, una sognante colonna sonora sottratta per rapina a
mano armata alla grazia degli anni Cinquanta. Bonnie e Clyde, al
giorno d'oggi, hanno grosse questioni irrisolte con mamma e papà.
Sfoggiano camicie hawaiane super kitsch e tinte biondo platino. Hanno
i volti freschi degli ottimi Jessica Barden e Alex Lawther, il
pulp del fumetto d'origine, il mondo intero contro. Se si innamorano,
complici d'omicidio e braccati, chi lo sa. Ma di loro, strambi e
adorabili, mi sono innamorato un po' io. Perché fanno ridere, fan
preoccupare, dall'inizio alla fine: la stessa che purtroppo cala
presto dall'alto, sorprendendoli come a metà della corsa. In patria,
hanno fatto poco rumore per disseminare veleni, cadaveri e cuori infranti. Le cose, da questo mese, potrebbero andare diversamente su
un Netflix non sempre all'altezza delle proprie produzioni originali,
vero, ma generoso Mecenate. Sperando vivamente che la fine del titolo
sia soltanto l'inizio della loro avventura. E, sì, di una c***o
di fantastica storia d'amore. (7,5)giovedì 15 dicembre 2016
I ♥ Telefilm: Black Mirror, Rocco Schiavone, Ash VS Evil Dead II
Rocco
Schiavone, vicequestore romano, è mandato al nord per punizione. La
neve, il freddo, la gente più chiusa e, magari, meno azione. Ad alta
quota, chi esce di casa e si mette a uccidere? Cosa può succedere di
male in Valle d'Aosta? Lui non ha le scarpe adatte, i cappotti pesanti, né
la minima idea di quanto si sbagli. Gli toccherà risolvere un giallo
a puntata. Gli toccherà fare i conti con sottoposti insubordinati,
donne fatali e personaggi del passato che, dopo un decennio,
reclamano vendetta. Ispirato all'omonimo personaggio di Antonio
Manzini – autore che, sarà per via della barbosa Sellerio che lo
pubblica, non mi aveva mai ispirato -, Schiavone è un segugio
burbero, spiantato, politicamente scorretto. In prima serata impreca,
fuma sigarette su sigarette, si fa le canne in ufficio: i politici
italiani, ridicoli, borbottano. Presso quei canali Rai che
ripropongono sempre le solite repliche, sempre i soliti prodotti
mediocri, si preannuncia sorprendente e, fino alla fine, rispetta le
promesse – caso isolato accanto allo spassosissimo Ispettore
Coliandro, giunto ormai alla sesta stagione. I casi, certo, sono
modesti: suicidi, rapimenti, traffici illeciti e, nella risoluzione,
solo sporadici colpi di scena. Una cronaca nera ritoccata con sprazzi
di umorismo dissacrante e risoluzioni raramente consolatorie. La
giustizia, a volte, ha torto marcio. Ma c'è Rocco – impersonato da
uno strepitoso Marco Giallini – che vede e provvede. Ha metodi poco
ortodossi, amanti litigiose. In sei episodi viene fuori il
ritratto di un uomo affascinante, scalto e profondamente solo. Piace
questo. Che, come nel noir di ogni dove, Rocco sia un personaggio
tormentato: un'anima nera che si accende qui e lì, in sporadici
gesti di gentilezza, e nei tete-à-tete serali con una dolce,
indispensabile Isabella Ragonese. Aiutano la regia cinematografica di
uno storico addetto ai lavori, il Michele Soavi del cult Dellamorte
Dellamore; lo stesso Manzini,
che sforbicia e sceneggia; la presenza di simpatiche macchiette da
barzelletta che smorzano i toni. Per Schiavone le chiamate nel cuore
della notte, i segreti da svelare, i bandoli dalla matassa di cui
venire a capo, sono una rottura di coglioni del decimo grado. Su
una scala da uno a dieci, però, dov'è che si colloca il piacere
della sua compagnia? (7,5)martedì 2 luglio 2024
Musica (d'autore) leggerissima: Challengers | Kinds of Kindness | Hit Man | The Idea of You
Gli elegiaci parlano di militia amoris. L'uomo è un soldato, la donna il comandante. L'amore: una guerra. È così anche per l'ultimo Guadagnino, in cui i sentimenti sono un gioco disputato su un singolare campo di battaglia: quello da tennis. A struggersi sono due campioni con tutto da perdere: soprattutto la stima di una moglie-manager che, sotto gli occhiali da sole, nasconde lo sguardo di una sfinge. Affamato di bellezza, il regista palermitano regala con una commedia sportiva che eccita come un porno e gasa come un film d'azione. I piedi battono al ritmo della colonna sonora elettronica di Reznor e Ross. Gli occhi guizzano, smaniosi, di qua e di là. I rimbalzi della pallina diventano metafora, così, dei rovesci di fortuna e dei cambi di alleanze di un triangolo in cui l'infuocato O'Connor e il vulnerabile Feist gareggiano per Zendaya: dea beffarda, incolume tanto al sex appeal del primo quanto alle lacrime del secondo, che urla di piacere soltanto in caso di vittoria. Teso, muscolare, iper cinetico, Challengers trasforma l'attrazione in spirito agonistico e non rinuncia a dialoghi alleniani dove il tennis diventa l'anticamera del sesso e, dunque, dell'esistenza. Mainstream con audacia, questo Guadagnino in forma smagliante torna felicemente a declinare il desiderio. Non è bastata la parentesi horror di Bones and All a placare la sua brama di corpi umani. Qui è attentissimo alle fronti imperlate, ai nervi tesi, ai muscoli guizzanti. Sulla macchina da presa, piovono gocce di sudore. È tempesta – ma ormonale. È il cinema con la lettera maiuscola – fattosi, nel frattempo, carne soda, madida, palpitante. (9)
Un
impiegato vessato dall'infernale datore di lavoro sperimenta una
crisi d'identità una volta uscito malauguratamente dalle sue grazie.
Un poliziotto riabbraccia la moglie, sopravvissuta a una spedizione
in mare attraverso presunti atti di cannibalismo, ma sospetta sia
un'impostora. I membri di una setta cercano una giovane dai poteri
taumaturgici per riconquistare i favori del loro leader. Cosa
succederebbe se il regista del recentissimo Povere creature
dirigesse una serie antologica nello stile di Black Mirror? Il
risultato è uno Yorgos Lanthimos più indipendente e più colorato,
leggero ma in pillole amare, che rinuncia al grandangolo ma non a un
cast di sole star: Emma Stone balla ancora, Jesse Plemons vince a
Cannes, ma questa volta è Margaret Qualley a stregare. Meno
manieristico che in passato, il regista greco confeziona una commedia
nera in cui non mancano i lampi di genio e gli eccessi del cinema
delle origini, ma la cui struttura episodica prima diverte e infine
annoia. Si va alla ricerca, allora, di un comune fil rouge
all'interno di storie dentro storie che similmente parlano di
relazioni tossiche e people pleasing; che, contemporaneamente, sanno
raccontare benissimo l'America odierna e omaggiare l'immancabile
tragedia greca. Tra investimenti e dita mozzate, sesso e lacrime, a
sorpresa si ride perfino. Ma la sensazione che sia un estenuante
esercizio di stile, o una serie TV ancora work in progress, è più
forte degli atti di fede dei protagonisti. (6,5)
Solene, una gallerista d'arte quarantenne, si innamora, ricambiata, di un giovane cantante un tempo apprezzato dalla figlia adolescente. Nato come una fanfiction su Harry Styles, poi diventato bestseller, The Idea of You riesce a essere sorprendentemente credibile: non solo perché i protagonisti sono talmente belli e affiatati da superare qualsiasi differenza d'età, ma perché il regista Michael Showalter, bravissimo in materia di commedie dopo il premiato The Big Sick, eleva a buon cinema un comune vagheggiamento di Wattpad. Certo: è richiesta la massima sospensione dell'incredulità. Ma è impossibile non guardare con un sorriso inebetito gli incontri e le paure di Anne Hathaway e Nicholas Galitzine. Se lui, ormai onnipresente, è qui più convincente del solito, lei si conferma l'erede ufficiale di Audrey Hepburn e Julia Roberts: senza paura di mostrare i primi segni del tempo, è un sole. Speranzosa ma tormentata, la storia d'amore targata Amazon Prime Video dovrà confrontarsi con la sovraesposizione e il sessismo. Perché una madre innamorata deve sempre scegliere tra sé e gli altri? Perché destreggiarsi, ancora, tra chi la considera squallida e chi iconica? Nel solco di Notting Hill, una fiaba romantica con tutti i sacri crismi: surreale ma bella. E più longeva di certe boy band. (7)
martedì 12 dicembre 2023
Recensione: Il nemico - Foe, di Iain Reid

|
Il nemico,
di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 256 |

| Il nemico, di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 256 |
Non sono un lettore che ama la fantascienza. Rifuggo le navicelle spaziali e le guerre intergalattiche, preferisco le atmosfere intime agli effetti speciali. C'è una fantascienza, però, che mi piace. Quella che parla non degli extraterrestri, ma di noi: alieni, spesso, gli uni per gli altri. Fa parte di questo filone, purtroppo meno nutrito di quanto spererei, anche il nuovo romanzo di Iain Reid. Dopo il cervellotico thriller psicologico che ha ispirato l'ultimo capolavoro di Charlie Kaufman, l'autore canadese torna in libreria e presto anche al cinema con la storia di un'invasione. Junior e Hen, sposati da sette anni, vivono immersi nelle campagne del Midwest quando un paio di fari verdi squarciano la notte. Alla loro porta bussa un burocrate vestito di tutto punto, Terrance, che comunica alla coppia l'esito di una misteriosa lotteria. Penseremmo subito a Shirley Jackson, se non fosse per la svolta avveniristica in agguato: il marito, infatti, è fra i fortunati prescelti per le colonizzazione di un nuovo pianeta: la moglie resterà a casa, in compagnia di un rimpiazzo robotico ancora da mettere a punto. Precipitiamo, a questo punto, in un episodio degno delle migliori stagioni di Black Mirror: perché a dispetto della narrazione pacata, delle atmosfere placide e sonnacchiose, l'inquietudine serpeggia sottopelle. E scricchiola, dietro le pareti di una casa improvvisamente violata.
Non riceviamo visite. Non qui.
Costretti a tenere il segreto, resi partecipi di uno stadio successivo dell'evoluzione umana, i protagonisti sono formiche sotto la lente di ingrandimento di Terrance. Logorati dall'invadenza dell'ospite, sono monitorati notte e giorno tramite interviste che lentamente diventano interrogatori. Han diventa sospettosa, distante. Junior, confuso, stringe i pugni per difendere la loro vecchia routine. Ma cos'è, in fondo, la normalità? Prima di Terrance erano davvero così felici? Con una prosa sommessa e senza fronzoli, vicina alla narrativa di frontiera, Reid scrive una storia ambigua sulla solitudine, sui rapporti di genere, sul terrore del cambiamento. Isola i suoi personaggi in un limbo snervante, fatto di campi di colza e pollai, e mette a punto un esperimento antropologico che pone tutto in discussione. Il colpo di scena c'è, vero, ma non sconvolge. A spiazzare è piuttosto il risveglio delle coscienze di uomini e donne guidati dal senso pratico, senza ricordi né desideri, che si affacciano angosciosamente sul futuro e per la prima volta si soffermano sul presente. Con la consapevolezza di essere, nonostante le tutto, incontrovertibilmente vivi. Serve allora un'altra lotteria, un'altra missione, per conquistare il proprio “spazio”?
Il mio consiglio musicale: Baby, It's Cold Outside
mercoledì 1 aprile 2020
L'insostenibile leggerezza delle dramedy UK: Years and Years | Feel Good
Mae,
canadese in trasferta nel Regno Unito, vuole sfondare nella stand-up
comedy. Della classe della collega Mrs. Maisel, però,
ha poco. Elfo dalla bellezza androgina e dall’impettinabile ciuffo
biondo, la comica aspirante ha un aspetto un po’ buffo e una
sensibilità da maneggiare con cura. Vitale, insicura, fragilissima,
sa farsi volere bene e biasimare. Si rifugia infatti per comodità in
relazioni di conforto e, dopo una scarsa conoscenza, pretende già il per
sempre. Ma come può amare il prossimo se non ama abbastanza sé
stessa? L’ultima fiamma è George, una maestra alle prese
con la prima relazione omosessuale. Benché vivano insieme, la
ragazza oppone un’iniziale resistenza a uscire dall’armadio. A
fare outing con amici e parenti. La comprensibile vaghezza di George
gonfierà a dismisura le paturnie di Mae. Che gioca con i tiri e
molla. Che si disintossica dalla droga e infine ci ricasca: o così
crede, davanti alla tentazione dello stordimento. Feel Good parla
di sessualità, identità di genere, amore, dipendenza da cose e/o
persone. Il tutto, con l’insostenibile leggerezza promessa dal
titolo. Dramedy a tinte arcobaleno dal basso profilo, vive dei locali
fumosi frequentati da cabarettisti e altri brutti ceffi; personaggi
divertenti incontrati al gruppo dei narcotici anonimi; genitori
lontani che si connettono dal Canada su Skype soltanto per la
mitragliata di battute sardoniche pronunciate a raffica dall’adorata
mamma Lisa Kudrow. Grazie alla formula consolidata delle
produzioni britanniche – bello tornare a rifugiarvisi dopo le gioie
fugaci di Crashing e Derry Girls –, Feel Good non
fa la voce grossa per spiccare e rischia un po’ di perdersi sul
menù affollato di Netflix. Peccato. Perché ha uno stile già
riconoscile, riflessioni dalla portata universale e numerose affinità
con un’altra mina vagante, Fleabag: auguro a Mae Martin –
sceneggiatrice e interprete, proprio come Phoebe – lo stesso successo. (7)sabato 20 giugno 2020
Tre novità tutte da (sor)ridere: Upload | Never Have I Ever | Run
Su
carta sembrava non promettere niente di buono. Una storia sull’aldilà
vista e rivista, sin troppo familiare ai fan di The Good Place
e Black Mirror. Contro ogni pronostico, però, Upload
sorprende. Ed è pronta a diventare una delle serie più
irresistibili dell’anno, con il suo mix di fantascienza e buoni
sentimenti; con una storia d’amore e morte ironica ma dolcissima,
che qualche volta fa sospirare. Siamo nel solito futuro non troppo
lontano in cui la tecnologia sta prendendo il sopravvento. Il
protagonista è il solito bellimbusto che per il solito guasto alla
macchina fa il solito incidente autostradale e finisce nel solito
paradiso personalizzato. La sua anima, infatti, viene caricata in un
aldilà per ricchi – tutto vedute mozzafiato e comfort –, ma
anche la perfezione nasconde immancabili lati oscuri. Anche da morti,
infatti, sussistono le iniquità. Nell’Upload vigono infinite
disparità sociali. Alcuni hanno una corsia preferenziale, altri no.
E soprattutto, per soggiornare lì, sono necessari i finanziamenti di
una persona esterna: nello specifico, quelli di una fidanzata ricca e
superficiale a cui, nonostante tutto, restare vincolati vita natural
durante. Si può sopravvivere alle difficoltà, se già defunti?
Robbie Amell, bello che balla, può fare affidamento sui consigli di
Nora: addetta al servizio clienti, vivissima e per questo lontana da
lui, con la quale è in contatto h24. Si innamoreranno, a dispetto di
una barriera insormontabile. Scrive lo sceneggiatore dell’iconica
The Office. I toni, sapientemente indovinati, sono deliziosi.
I colpi di scena, con tanto di inseguimenti ed esplosioni sanguinose,
non si contano. Il cast è un vero piacere per gli occhi. Insomma, ci
sono guai anche in paradiso. Perfino le tecnologie avveniristiche
hanno delle falle, dei difetti. Ma Upload – semplice, e per
questo semplicemente adorabile – non presenta bug imperdonabili.
(7+)
Devi,
caustica e spigliata, vorrebbe essere un’adolescente come tante.
Mimetizzarsi senza sforzi nella fauna della scuola pubblica. Ma è
difficile essere invisibili quando si è involontariamente al centro
dell’attenzione. Dopo la morte del padre durante il saggio di fine
anno, qualcosa ha fatto crack nella mente della ragazza e le
gambe, di conseguenza, si sono rifiutate di camminare. Bollata come
malata immaginaria, ora che è finalmente tornata a camminare non può
però guarire dal disagio peggiore: la sua “grossa grassa”
famiglia indiana. Vi avverto: a dispetto di qualche cliché di troppo
nel finale, la conoscenza di Devi sarà una delle rivelazioni
dell’anno corrente. Ha una parlantina a raffica, la risposta sempre
pronta, e diverte e intenerisce con una storia di formazione che
parla sì di amori impossibili, sì di maturazione, ma soprattutto di
origini e accettazione. Qui la giovane è chiamata a fronteggiare le
proprie usanze indiane, che le sembrano tanto bigotte, e soprattutto
gli agguati del lutto: di tanto in tanto, nel corso degli episodi,
qualche flashback struggente minaccerà di strappare lacrime
impreviste agli spettatori dal cuore tenero. Consigliata a chi ha
voglia di leggerezza ma non solo, Never Have I Ever piace per
la rappresentazione spassionata delle minoranze etniche – che
meraviglia, ho pensato tra me e me, incrociare tutti quei nomi
esotici nei titoli di testa – e per la scrittura al fulmicotone
della prezzemolina Mindy Kaling, che fra autobiografismo e invenzione
riesce a spiccare in mezzo alle teen comedy rivali: il colpo di genio
è la voce narrante del tennista McEnroe, che mi ha fatto pensare con
nostalgia a Jane The Virgin. Never Have I Ever,
insomma, non è un’altra stupida commedia americana. Soprattutto
perché, sia da parte di madre che di padre, è fieramente indiana.
(7)
Un
messaggio di testo da parte di un’ex fiamma spinge una moglie
insoddisfatta ad abbandonare la famiglia per salire sul primo treno.
Dice: corri. E una donna sull’orlo di una crisi di nervi, così,
segue il fidanzato dei tempi dell’università – nel frattempo
diventato life coach – nell’avventura di una notte. Giunti al
capolinea, decideranno se tornare insieme o lasciarsi per sempre. Ma
il viaggio, ovviamente, presenterà contrattempi tragicomici. Scritta
da Vicky Jones e prodotta da Phoebe Waller-Bridge – anche impegnata
in un piccolo ruolo bislacco –, Run è una commedia
romantica sui generis con ritmi vertiginosi e risvolti degni di un
thriller. Un appuntamento appassionato nel segno della nostalgia e
del pericolo su due personaggi perennemente braccati, che fuggono
dalle responsabilità e dai rimpianti. Il formato, pratico e
scorrevole, è insolito per le serie HBO: sette episodi di trenta
minuti ciascuno. Perché non realizzarne un ottavo regalando alla
serie una conclusione? Impossibile pensare altrimenti davanti a una
storia che non ha le carte in regola per una seconda stagione. Lo
suggeriscono a malincuore le svolte rocambolesche e irrealistiche
della seconda metà, dove i due fanno il passo più lungo della gamba
e rischiano di restare intrappolati in una vicenda che senza un
prosieguo apparirebbe purtroppo inconcludente. I primi episodi, a
metà tra Prima dell’alba e Intrigo internazionale,
lasciavano ben sperare. I restanti, purtroppo, si poggiano su un
delitto evitabile e sulla tensione erotica tra Merritt Wever e
Domhall Gleeson: un duo lontano dai classici canoni di bellezza che a
sorpresa sprizza sesso e scintille, oltretutto con performance di
peso. Perché, al giorno d’oggi, fare una serie TV su ogni
soggetto? Questa volta, per raccontare il rendez-vous degli eterni
Peter Pan, sarebbe bastato un semplice film di un’ora e trenta.
Fuggiamo via, a gambe levate, ma dalla moda della serialità a tutti i
costi. (6)mercoledì 9 ottobre 2019
Recensione: Kentuki, di Samanta Schweblin
Il romanzo dell’argentina Samanta Schweblin, oltre all’incentivo di una copertina bellissima, può contare anche su tematiche e atmosfere che fanno tornare in mente il miglior Black Mirror: quello ancora capace di far aprire gli occhi, pungere e denunciare, nello spirito di una fantascienza minimalista interessata non tanto alle invenzioni avveniristiche, quanto alle contraddizioni dell’animo umano. I capitoli, all’inizio, appaiono semplici scene giustapposte. Scorci di esistenze lontane, apparentemente a sé stanti, che pian piano trovano una collocazione precisa. Un paio di nomi cominciano a diventare ricorrenti; i figuranti si impongono pagina dopo pagina come veri mattatori della scena; alcune storie hanno la priorità su altre, destinate invece a iniziare e finire nell’arco di un solo capitolo.
Spiccano allora le vicende di Emilia, vedova in là con gli anni che tutti i giorni si connette per sbirciare la giovinezza e gli amori dell’affettuosa Eva, studentessa che si sta concedendo al ragazzo sbagliato; la crisi matrimoniale fra Alina e Klaus, ospiti presso una comune di artisti; le difficoltà relazionali di Enzo, papà fresco di divorzio che compra un kentuki affinché tenga compagnia al figlio Luca ma che, infine, si troverà spesso a consultare in prima persona come fosse un vice-genitore; il sogno impossibile del piccolo Marvin, che vorrebbe far evadere il suo pupazzo – intrappolato purtroppo nella vetrina di un negozio d’antiquariato – per scorrazzare sulla neve in libertà.
Al via l’anarchia nel mondo dei Sims: murati vivi, spinti all’incesto o alla bulimia, e tutto per vedere comparire il personaggio del Mietitore con falce e mantello; tutto per sapere fin dove fosse possibile spingersi con un semplice click del mouse. Per fortuna avevamo i nostri genitori a distoglierci dai nostri primi intenti omicidi. Da una curiosità di quelle malevole, che al pari delle storie di Samanta Schweblin ci connetteva agli altri e ci disconnetteva da noi stessi. La cena era in tavola, meglio non far arrabbiare la mamma. La crudeltà era soltanto un gioco da ragazzi da sbrigare dopo i compiti, prima dei pasti. Le coscienze: offline.












