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lunedì 19 giugno 2023

Recensione: Resta con me, sorella, di Emanuela Canepa

| Resta con me, sorella, di Emanuela Canepa. Einaudi, € 19, pp. 408 |

In maniera superba ha raccontato gli ambigui giochi di potere tra un avvocato e una sottoposta. È tornata, poi, con una storia per me meno incisiva, sui non detti tra donne. Questa volta, più elegante e matura, si cimenta con il romanzo storico – genere di cui non sono un fan – senza snaturarsi. Femminile, femminista, Resta con me, sorella è una storia di autoaffermazione e riscatto ambientata nel Veneto del primo dopoguerra. Emanuela Canepa porta fin laggiù la sua scrittura scabra, chirurgica, e un'altra primadonna controcorrente. Anita ha lo stesso nome della sposa di Garibaldi e un destino all'apparenza segnato. Sacrificatasi per il bene della famiglia, sconta nove mesi di prigionia per una colpa non sua. Nessuno indaga più approfonditamente, nessuno si oppone: essere donna, insegnano, è sacrificio. Abituata a stare ai margini sin dalla morte del padre, la protagonista trova considerazione e amicizie nel carcere della Giudecca. Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima, oscura e claustrofobica, le prigioniere si confondono con le carceriere: dietro le sbarre hanno divise simili e lo stesso destino. È la luce plumbea del carcere, però, a regalare le pagine più ispirate all'autrice – ho pensato a Margaret Atwood – e un riflettore ad Anita. Abile con i numeri, diventa presto la responsabile dei rendiconti e attira l'attenzione di Noemi: prigioniera sui generis, enigmatica e imperiosa, che domina stoffe ed esseri umani con sorprendente flessibilità.

Capita che il tessuto voglia mettersi contro di te, che l'ago rifiuti di forare la stoffa. Ma poi, a forza di spingere da una parte all'altra, si trova il ritmo e la pezza diventa come una cosa tua, viva e docile, che ti appartiene e ti ubbidisce.

Nemiche-amiche come nella saga di Ferrante, si fanno una promessa: aspettarsi per aprire insieme un atelier. Le cose, tanto a livello narrativo quanto a livello tematico, cambiano nella seconda metà. Quando si passa dal silenzio delle celle al chiacchiericcio della città, dalle feritoie della Giudecca allo stordimento sensoriale di Venezia, qualcosa si perde: la forza d'animo della protagonista, ad esempio, che fra uomini e riunioni familiari rischia di smarrirsi nei labirinti sommersi della laguna. Bisogna essere cauti coi sogni e con l'amore. A un inizio tesissimo segue uno svolgimento più dilatato nei tempi, in cui pesano l'assenza di Noemi e qualche chiacchiera salottiera di troppo. Se la storia delle due minaccia di subire una battuta d'arresto, a irrompere e affascinare è la Storia con la lettera maiuscola: presso i Berlendis, la famiglia dove Anita finirà per lavorare come domestica, si nominano con entusiasmo le provocazione dei futuristi, gli scandali di Sibilla Aleramo, l'arrivo del Milite Ignoto, le contraddizioni di una Venezia da traghettare verso il futuro. Quali erano le possibilità di riscatto al tempo delle nostre bisnonne? Tra le difficoltà grandi e piccole del quotidiano, nel bel mezzo dell'aridità del mondo, i sogni riuscivano forse a superare i confini della notte?

La conoscenza ti renderà libera, Anita. Non farti sopraffare dal mondo. Io so che puoi moltissimo.

A momenti alterni, l'autrice ci spinge ad appoggiare e biasimare le sue protagoniste. Perfino gli obiettivi della scostante Noemi si fanno confusi nel finale: la carcerata ottiene sempre quello che vuole, ma cos'è che vuole? Canepa non romanticizza il passato. E non scrive – non può – un lieto fine netto per Anita, Noemi, Clelia, Luisa e le altre. Regala loro, tuttavia, una bellissima ora d'aria, profumata di arance e pensieri vaghissimi di vendette trasversali, in cui la libertà è uno stato mentale. Dalla Giudecca si sente il mare che gorgoglia.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa – Una poesia anche per te

mercoledì 3 maggio 2023

Recensione: Lapvona, di Ottessa Moshfegh

| Lapvona, di Ottessa Moshfegh. Feltrinelli, € 18, pp. 270 |

È il romanzo che non ti aspetteresti da qualcuno come lei. Un'autrice un po' radical chic; una da salotti raffinati e sbadigli nei caffè lunghi di Starbucks. Questa volta si sporca le mani e retrocede in un terrificante Medioevo, ma con sé porta pur sempre una curiosa ventata pop. In esergo c'è una canzone di un'ex stellina Disney, Demi Lovato, e subito dopo la descrizione meticolosa dei contorcimenti di un efferato bandito condannato al patibolo. Siamo in un villaggio di un Paese indefinito: la bellezza è una colpa incancellabile, la morte una compagna costante, il dolore un ponte verso Dio. In cima alla collina svettano i cancelli, guai a oltrepassarli, del feudatario. Da lì l'esilarante Villiam guarda il mondo dei villici come se fosse una messinscena: per sfuggire alla noia che lo attanaglia, il sovrano costringe la servitù a ridicole danze e organizza piccoli attentati con cui si sollazza alla stregua di spettacoli. 

Era una ragazza forte, ma aveva la morte dentro. La morte è così. Come un mendicante che ti segue lungo la strada. E ti ammazza.

Tra i suoi sudditi c'è Marek, tredici anni e gravemente deforme: un novello Quasimodo, quasi, figlio del gelido pastore Jude e di una madre dai capelli rosso fuoco, di cui non resta che una misteriosa tomba vuota. A salvarlo dalla miseria potrebbero essere Ina, strega centenaria dai seni copiosi di latte, e una impensata ascesa sociale. Ma tra parenti redivivi, scenografiche nozze in rosso e banchetti luculliani a Natale, nessuno è al sicuro; soprattutto se ci si appresta alla nascita di un nuovo Messia e se ci si allontana dall'innocenza primigenia degli umili. Ne ucciderà più l'ignoranza che la spada. Insomma: prendete le ambientazioni cupissime del Trono di spade e mescolatele all'umorismo caustico, al senso del ridicolo, del cinema del greco Lanthimos. Otterrete un soggiorno a Lapvona: una satira sui (nostri?) tempi bui che, a dispetto dei toni parodistici, si fa prendere tremendamente sul serio.

Certe volte qualcosa di nuovo può ricordarti quello che hai perduto.

È un piacere smarrirsi nella sua gustosissima (ma irrisolta) galleria di personaggi borderline, prostrati da pestilenze, ansie e avidità. È un orrore soffermarsi sulle descrizioni più truculente (sadomasochismo, squartamenti, stupri, cannibalismo), rese però irresistibili dalla bellezza sublime delle scrittura. A una prima parte da incorniciare, morbosa e fiabesca com'è, ne segue una seconda sfilacciata e inconcludente: ho avuto l'impressione che la narratrice, onnisciente ma troppo indolente per tirare le briglie delle numerose sottotrame, a un certo punto non sapesse più cos'altro aggiungere, chiuso il suo carosello di ammiccamenti e nefandezze. Come la pesca addentata da Marek nel romanzo, Lapvona nasconde difetti sotto la sua buccia succulenta: un verme. È una natura morta. L'apprezzamento della lettura, e del lauto pasto, dipenderanno dalla suscettibilità del nostro palato.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – King

giovedì 30 giugno 2022

Recensione: I grandi sognatori, di Rebecca Makkai

| I grandi sognatori, di Rebecca Makkai. Einaudi, € 22, pp. 528 |

La rete lo ha paragonato al romanzo di Hanya Yanagihara e per un po' l'impressione è stata la stessa. Non c'è New York, ma Chicago. E ci sono Yale e Charlie – il primo un ambizioso gallerista in erba, l'altro direttore di un giornale politicamente schierato –, all'apparenza felici e monogami, che si amano nel mezzo di una popolosa galleria di amici geniali: attori dongiovanni che affrontano la vita come se fosse un parco divertimento, avvocati dalla voce stentorea, fotografi e artisti destinati a essere studiati in futuro dagli addetti ai lavori. Ma questa non è la loro storia, o comunque non soltanto. I grandi sognatori racconta di una generazione perduta: anzi tre. Rebecca Makkai, infatti, intreccia traumi collettivi e personali in un dramma fatto di corsi e ricorsi storici, dove la paura cambia nome – prima guerra, poi Aids, infine terrorismo – ma la perseveranza dei superstiti, invece, resta immutata. È una fortuna o una tragedia sopravvivere? È un dono o una maledizione trovarsi a essere il custode di mille storie di fantasmi?

Abbiamo vissuto qualcosa che i nostri genitori non hanno vissuto. Ci ha reso più vecchi di loro. E quando sei più vecchio dei tuoi genitori, che fai? Chi ti insegna a campare?

Strutturato tra passato e presente, il romanzo ha il personaggio di Fiona per filo conduttore: sorella minore di un giovane omosessuale morto nel clou degli anni Ottanta, è diventata prima l'anima del gruppo degli amici del defunto e poi, anni dopo, una madre talmente assente da lasciare l'unica figlia in balia di una setta religiosa. C'è un limite massimo all'amore che possiamo garantire agli altri? Fiona lo ha forse superato, al punto da essere ormai un guscio vuoto? Ultracinquantenne, vola nella Parigi del Bataclan per fare ammenda, ma laggiù il passato è più vivo che mai: come non pensare agli aneddoti della prozia, musa dei maggiori pittori della Belle Epoque, o a Yale – il più grande tra i sognatori – che fino all'ultimo tentò di rendere giustizia all'anziana?

Non ci pensi mai, che so, a dove andiamo dopo la morte? […] Secondo me è come dormire, ma aiutando a sognare il mondo. Qualunque cosa accade sulla terra, tutti i fatti incredibili che capitano, l'eruzione di un vulcano, per dire, nasce dai sogni collettivi di chi ha vissuto.

C'è tanto materiale per un romanzo solo: troppo, perfino per queste 500 pagine. Avrebbero avuto bisogno di essere limate, asciugate dagli eccessi, sintetizzate. Si fatica in particolare nella prima parte, quando l'autrice si addentra nei dettagli delle opere da autenticare o nella disputa tra gli eredi. Per fortuna, però, appare altrettanto meticolosa quando si giunge al focus principale: l'epidemia di Aids. Makkai, alla maniera della serie TV It's a Sin, fa delle ultime pagine un manifesto umano e politico di attese snervanti in ospedale, diagnosi spaventose, slogan e striscioni contro il sistema sanitario americano, deleghe e lasciti. I migliori amici erediteranno sciarpe a righe, scarpe troppo strette, del filo interdentale, perfino un gatto. E nel tempo che resta loro – purtroppo, mai abbastanza – offriranno al prossimo spalle su cui piangere e baci plateali in pubblico. Ti viene da ringraziarla, allora, quest'autrice con talmente tanto da dire, da dare, da sacrificare la compattezza di un romanzo che avrebbe potuto senz'altro essere migliore di così. Ti viene da correggerti e definirla non più disordinata, ma semmai generosa, con le sue trame densissime che tentano di risolversi a vicenda e regalano, in rewind, in sogno, una seconda illusoria giovinezza a Fiona, Yale e gli altri. In pegno – per noi, per la pazienza e le lacrime – lascerà un pugno di cenere e glitter.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – America

lunedì 13 giugno 2022

Recensione: La fortuna, di Valeria Parrella

| La fortuna, di Valeria Parrella. Feltrinelli, € 16, pp. 140 |

Ai miei studenti non ho dato compiti per le vacanze. Difficilmente sarò il loro insegnante anche il prossimo anno e, onestamente, non ho mai creduto nelle letture obbligate. L’ultimo romanzo di Valeria Parrella, però, avrebbe potuto essere la mia eccezione alla regola. Piccola storia di formazione con una grande scrittura alla base, è un prezioso bignami di storia e cultura romana. E, soprattutto, un’avventura comune a tutti i giovani d’oggi: crescere dritti e robusti, coraggiosi, senza lasciarsi piegare dal caos tutt’intorno – impresa degna di un vero eroe. Come ci insegna la mitologia, ci sono tre parche a tessere la tela della nostra esistenza: annodano in trame misteriose vita, destino e morte.

Perché il desiderio è nascosto, si innalza dalla terra, è il cuore stesso della terra, e noi siamo terreni.

È possibile torcere a nostro vantaggio il filo di quella centrale? Essere, insomma, più forti del divino? Se lo domanda Lucio, diciotto anni, che ogni sera lascia le imposte semiaperte sperando che ci si intrufoli di soppiatto la Fortuna: soltanto lei, scritta rigorosamente con la maiuscola, può stravolgergli la vita. Nato con un occhio guercio – troppo fragile, dunque, a detta degli altri –, il protagonista diventerà tuttalpiù un senatore: mai un gladiatore, mai il condottiero di una nave. Ma la costruzione di un’orazione – glielo spiegano i suoi maestri, Quintiliano e Marziale – non è poi troppo diversa da quella di un’imbarcazione. Come preferire, tuttavia, l’astrattezza delle parole alla gloria di un futuro d’azione? Il Colosseo, intanto, è in costruzione sotto lo sguardo attento di Vespasiano; l’amato Tito conquista Gerusalemme; Plinio il Vecchio allestisce la propria flotta. Presto, all’orizzonte, si profila una nube di fuoco, pioggia e lapilli; un prodigio che sconvolge il cielo, la terra e la giovinezza. Per tre giorni e tre notti l’eruzione del Vesuvio terrà l’Impero in scacco. Descritto in maniera particolareggiata, quest’evento apocalittico rappresenterà l’iniziazione all’età adulta per Lucio e gli altri ragazzi della sua generazione: si sbucherà dall’altra parte della nube tossica ingrigiti dalla cenere, invecchiati, per sempre mutati.

Vivono solo gli dei e ciò che gli assomiglia: quando abbiamo riso per una sciocchezza. Cercare la tua schiena nella notte. Quella bracciata che mi fa tutt’uno con il mare. Il momento in cui mia madre poggiò la sua mano sulla mia, guardando lontano oltre il davanzale. Essere uomo e cavallo nel galoppo. La lama del primo gladio che mi fu regalato. E tu, lenta ginestra.

L’autrice napoletana, con una lingua immediata e seducente, firma un romanzo di formazione esile ma densissimo, capace di condensare in un centinaio di pagine tutto ciò ci affanniamo a memorizzare tra i banchi di scuola: la pietas filiale, l’adesione al mos maiorum, il potere eternatore della letteratura. C’è magia in Lucio, nell’eccezionalità di uno sguardo deviato – straniato – che ricorda quello di Mattia Pascal. C’è magia nella lava, che, sotto la sua coltre spessa, annienta la vita e la preserva al tempo stesso. Cosa resterà delle ambizioni di Lucio, del suo amore per l’amato Aulo e dei giochi della Fortuna? Ce lo racconteranno gli scavi archeologici, la memoria delle ginestre, le parole fuori dal tempo di Valeria Parrella.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Two Steps from Hell – Nero

giovedì 25 novembre 2021

Recensione: Le transizioni, di Pajtim Statovci

| Le transizioni, di Pajtim Statovci. Sellerio, € 16, pp. 263 |

Vivere, per Bujar, è come indossare un paio di scarpe troppo strette. Irrequieto, scalpita da un'esistenza all'altro nel tentativo di sciogliere i propri lacci. Ma, impossibilitato a liberarsi di questa condanna, cambia paese e pelle alla maniera dei serpenti. Chi è il protagonista del romanzo di Pajtim Statovci? Senza terra, senza sesso, senza futuro, è un apolide in fuga da Tirana. Dipinta alla stregua di una terra fiabesca attraverso le parole di un papà cantastorie, l'Albania dei primi anni Novanta è in realtà un caos incomprensibile di dittatori e abusi, zeppo di delitti politici, esecuzioni pubbliche e trafficanti d'organi. Si può essere diversi in un posto così? Si può essere speciali? Bello, intelligente e poliglotta, cresciuto con l'ottusa convinzione di differenziarsi dallo squallore della massa, il protagonista scappa (dalla violenza, dalla povertà, da sé stesso) insieme all'amico Agim – amato oltre l'amicizia, amato oltre l'amore. Usato, tradito e infine accolto, a volte vittima inconsapevole e altre sadico boia, Bujar cerca l'America dappertutto. E, non pago di una Roma assiepata di turisti, si trasferisce a Berlino, Madrid, New York e Helsinki, incrociando la vita di altre persone ai margini. Tragedia sull'immigrazione raccontata da punto di vista inedito, Le transizioni è mosso da un solo motore: la disperazione più nera.

Sono un ragazzo di ventidue anni, che a volte si comporta come immagina facciano gli uomini, potrei chiamarmi Anton o Adam o Gideon. A volte sono una ragazza di ventidue anni, che si comporta come le pare. Amina o Anastasia, il nome non è importante, mi muovo nel modo in cui ho visto muoversi mia madre, i miei tacchi sfiorano appena il suolo e non contraddico mai gli uomini.

Dispersiva, così come dispersive sono le mille vite del narratore, la lettura si sposta tra passato e presente accogliendo in ordine sparso leggende locali e digressioni impossibili da tenere tutte a mente. La verità s'intreccia indissolubilmente alle bugie di Bujar, che nel reinventarsi cambia a piacimento partner e sessualità. Qualche volta veste abiti maschili, qualche volta femminili. Cos'è più conveniente? Qualche volta ama le donne, qualche volta gli uomini. Chi può maggiormente prendersi cura di lui? In duecentocinquanta pagine c'è tanta, troppa carne al fuoco, insieme a una drammaticità così spiccata da dare assuefazione. A differenza di Una vita come tante, tragedia contemporanea disposta a condividere con il lettore anche straordinari momenti di bellezza, Le transizioni è respinge, cupo, irredento. Pesantissimo, se non fosse per una scrittura che scorre, al contrario, sempre schietta e accattivante. Diviso tra la compassione e il biasimo, sono rimasto tuttavia affascinato dalle contraddizioni del protagonista: un novello Mr. Ripley, che nella grottesca virata finale punta perfino al mondo dei talent show, troppo fuori dall'ordinario per ricercare davvero la normalità. Impermeabile a qualsivoglia speranza, è un inquietante mutaforma che reclama semplicemente il diritto a esistere, di capitolo in capitolo; a resistere, di vita in vita. Ma a furia di cambiare pelle rischia purtroppo di annoiare e di restare nudo, per sempre a disagio, per sempre prigioniero di in un'esistenza inizialmente cucita sulle misure di qualcun altro.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Litfiba - Il mio corpo che cambia

giovedì 20 febbraio 2020

Recensione: Le confessioni di Frannie Langton, di Sara Collins

| Le confessioni di Frannie Langton, di Sara Collins. Einaudi, € 22, pp. 425 |

Puttana, negra, omicida. Il cielo inglese si è spalancato per riversare insulti e pioggia sporca sul capo di Frannie Langton. In un raptus delirate, la giovane avrebbe ucciso i suoi padroni. Perciò venghino, signori, venghino! Se tutto va male, la sua impiccagione sarà un irresistibile spettacolo di morte! In attesa che l'ingiustizia faccia il proprio corso, l’imputata si racconta. Una confessione fluviale, laica, che ripercorre le tribolazioni della sua esistenza dall’inizio alla fine. Si rivolge a un tu specifico, l’avvocato d’ufficio, ma è soprattutto il lettore a prestarle attenzione durante una lettura bellissima e tormentata, rocambolesca come un classico del genere gotico, al termine della quale saremmo disposti a controbattere a spada tratta alle accuse. Giurando sul buon cuore di Frannie, certo… Ma sulla sua innocenza? 
La protagonista, agli occhi del giudice, ha commesso un triplice crimine: è femmina, è di colore, è omosessuale. L’omicidio, nella Londra del tardo Ottocento, sembra essere insomma una macchia incidentale su un curriculum già sporco. E Frannie – sfrontata, moderna, con le mani insanguinate e un’accentuata vena sadomasochistica – non fa nulla per smentire le malelingue.

Sono un enigma. Si aspettavano tutti una sorniona africana. O un’umile domestica. Una puttana mulatta. La Negra Assassina. Quale di queste incarnazioni mi salverà?
Con lucida coerenza, racconta che ci sono crimini e crimine; gabbie e gabbie. Giovanissima, è passata da una prigione di ferro a una dorata. Nata in una colonia giamaicana, è stata ceduta da un padrone all’altro in un braccio di ferro tra nobiluomini noti per ingegno e crudeltà: tanto il signor Langton quanto Benham, infatti, sono naturalisti al centro di esperimenti disumani. Nei loro libri si interrogano sull’origine delle differenze etniche, su ruoli di potere connaturati nel DNA, sulla necessità della schiavitù – e ottengono risposte ora con i servigi dei cacciatori di teschi, ora con la vivisezione, ora con accoppiamenti programmati. Frannie, suo malgrado, è testimone dei misfatti di entrambi. Dotata di un’abilità rara per l’epoca – sa leggere e scrivere –, fa la scrivana prima di essere condotta a Londra come dama di compagnia della moglie di Benham. Annoiata, eccentrica e affascinante, Marguerite ha molto in comune con la protagonista: anche lei straniera, anche lei prigioniera di una relazione di facciata, si mescola volentieri ai dipendenti; balla e canta nelle cucine; ma è vittima di una malinconia che la spinge a imbottirsi di laudano per trovare pace. Perché Frannie avrebbe dovuta ucciderla, se si sono amate segretamente e appassionatamente? Gli indizi la inchiodano: una lite accesa, una boccetta di arsenico, un misterioso barattolo di formalina. 
Alla luce di una candela, come una novella Moll Flanders, la giovane svela gli antefatti della vicenda. A metà tra il thriller giudiziario e il romanzo storico, la sua divulgazione ne ribadisce l’indole ferina; gli incarichi singolari, in una casa in cui c’erano disparità anche fra i membri della servitù; l’ignoranza di una Londra dickensiana, malsicura come un cantiere a cielo aperto, dove il circo in città faceva meno notizia dello sbarco di una giamaicana troppo sveglia.

Gli altri mi fanno sempre la stessa domanda, chiedendosi come potevo essere tanto affascinata dai romanzi in simili circostanze. Mi biasimano per ciò che ho letto, credo, più di quanto mi compatiscano per ciò che ho sofferto. Dal loro punto di vista, un romanzo è un’eresia: un uomo che crea altri uomini senza bisogno di Dio. Ma come facevo a non leggere? Ho sempre voglia di ribattere. Come sarei riuscita a sopravvivere altrimenti? Tu cos’avresti fatto, seduto in una stanza buia e chiusa a chiave, se qualcuno ti avesse portato una candela accesa?
Forte di un impatto emotivo garantito, il mirabolante esordio di Sara Collins non si adagia sui pregi di una storia innegabilmente potente, ma mette al centro della narrazione un’eroina indimenticabile, resa sin nelle pieghe più oscure grazie a una scrittura che brilla di luce propria, ornata parimenti del rosso delle rose e del sangue. Sontuoso e incalzante, in Le confessioni di Frannie Langton si avvicendano pagine liriche e atti processuali in piena regola, scene saffiche e particolari scabrosi; stralci di trattati, perfino, in cui la voce narrante si scaglia contro schiavisti e abolizionisti. Frannie non vuole né essere abusata, né compatita. Preferisce salvarsi da sola, davanti all’inadeguatezza delle scienze investigative. C’è una sottile differenza tra essere innocenti e essere incolpevoli. Frannie potrebbe avere l’assoluzione, o soltanto la nostra indulgenza? Il verdetto, fino all’ultimo, sguiscia via dalle dita come pelle di serpente. Eccola sollevarsi dal banco degli imputati, infine. Tutta orecchi. Né nera né bianca: la sua pelle, così come la sua verità.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tosca – Ho amato tutto

lunedì 20 gennaio 2020

Recensione: Luna nera. Le città perdute, di Tiziana Triana

| Luna nera. Le città perdute, di Tiziana Triana. Sonzogno, € 19, pp. 527 |

Tra dicembre e gennaio, grazie agli amici di Instagram, sono stato coinvolto nel mio primo gruppo di lettura. Sulla chat Telegram inaugurata per l’occasione scrivevamo in più di cento. Ci siamo sentiti per circa un mese, dividendo la lettura in tappe e discutendone ogni lunedì. Abituato ai miei personali tempi e a leggere i romanzi d’un fiato, senza spezzettarli né alternarli, all’inizio mi sono calato in quest’esperienza con i piedi di piombo. Con troppe persone coinvolte, infatti, temevo ci sarebbero stati slittamenti, sovrapposizioni, divergenze grandi e piccole; un affollamento di voci di cui non venire mai a capo. Il romanzo in questione, a sorpresa, ci ha trovato stranamente concordi.

Non chiederti se sei una strega, chiediti chi sei.

Colpiti dalla piacevolezza delle prime cento pagine, abbiamo finito per perdere il filo in una seconda parte meno coinvolgente di quella introduttiva e in un finale in cui l’autrice fa il salto definitivo al fantasy. Le attese erano alte. Primo capitolo di una trilogia in fase di stesura e fonte d’ispirazione per la serie omonima, in uscita a fine gennaio su Netflix, Luna nera aveva l’aria di essere una rarità. Un connubio di storia e realismo magico sullo sfondo dell’Inquisizione per parlare, tra le righe,  della secolare forza delle donne – quelle che, caro Amadeus, non indietreggiano mai davanti a un uomo. Ma il risultato, al di sotto delle aspettative, è molto diverso. E dopo cinquecento pagine ammetto di non aver colto né la natura dell’operazione editoriale e televisiva, né di averne percepito l’urgenza. Presentato con una veste grafica sin troppo adulta, con in copertina i commenti lusinghieri di Michela Murgia e Loredana Lipperini – penne celebri del femminismo più impegnato –, l’esordio di Tiziana Triana è in realtà giovanile e fuori tempo massimo. Ho pensato a saghe per adolescenti in voga una decina di anni fa, a cui ho smesso di appassionarmi crescendo: al liceo, eppure, le divoravo avidamente.

Ho combattuto guerre in posti lontani, dove morire in battaglia significa cadere con onore. Ho preferito sempre la vita, anche quando non era dignitosa. Il mio essere donna, sotto quegli abiti maschili, mi ha permesso di guardare il mondo con occhi differenti. Per noi la vita vale sempre di più, semplicemente perché non abbiamo ancora iniziato a viverla.
La storia segue la maturazione di Ade: un’orfana di sedici anni che, nel cuore del Seicento, insieme al fratellino Valente viene accolta in una casa popolata da sole donne. Costrette ai margini e accusate dei crimini peggiori, le protagoniste leggono libri proibiti; studiano le proprietà delle erbe e il combattimento; rifuggono qualsivoglia contatto con gli abitanti di Serra. Parlano di una profezia, e sono convinte che la nuova arrivata avrà un ruolo chiave. Per tutto il tempo, in un’atmosfera ovattata e sospesa, ci domandiamo se siano davvero fattucchiere o ribelli. Immancabilmente l’amore ci metterà lo zampino: quello – proibito, ovvio – di Ade verso Pietro, figlio del capo dei Benandanti e dunque suo acerrimo rivale. Quale futuro possono avere una presunta strega e un inquisitore, benché quest’ultimo anteponga la razionalità scientifica alla fede cieca? 
Assodata la piacevolezza dello stile di Tiziana, diretto e scorrevole, tocca però rimproverarle una trama che interessa in maniera discontinua e una chiusa pasticciata: i capitoli di tanto in tanto sono semplici situazioni giustapposte, interrotti dalle digressioni sul passato del gruppo; i personaggi, maschili e femminili, risultano anonimi e intercambiabili; il gusto scenografico da serial americano – penso all’improbabile ballo in maschera in cui le streghe si imbucano vestite da animali della foresta: insomma, come non dare nell’occhio –, tradisce la bellezza delle atmosfere rurali. Ma il difetto maggiore è la presenza forzata di tematiche importanti, dall’omosessualità al femminicidio, gettate alla rinfusa in un calderone già di per sé ribollente: il libro di ricette di nonna Antalia non diceva nulla, vero, a proposito d’ingredienti e dosi consigliate? Con un piccolo spunto dilatato oltre il dovuto, il romanzo ha dentro troppo ma anche troppo poco. Con una curiosità mista a timore, allora, mi domando cosa potrebbero riservare i prossimi volumi. Vorrò assistere a un’altra eclissi? Mi tengo il beneficio del dubbio, e tanto dipenderà dalla riuscita della trasposizione. Per ora, purtroppo, niente di nuovo sotto il sole. Anche se in cielo scintilla, sinistra, una luna nera.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Panic! At The Disco – Into The Unknown

lunedì 2 settembre 2019

Recensione: Nemesi, di Philip Roth

Nemesi, di Philip Roth. Einaudi, € 11, pp. 182 |

Era la mafia a uccidere solo d’estate nel film d’esordio di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. A seguire lo stesso modus operandi, a metà degli anni Quaranta, è un’altra maledizione: la poliomelite. All’inizio assimilabile a una comune influenza – temperatura corporea in aumento, spossatezza, torcicollo –, presto riduceva le sue vittime a gusci vuoti; fantocci inamovibili intrappolati dentro un letto d’ospedale, in un polmone d’acciaio. I più colpiti: i giovanissimi. È una strage fra i minori di quattordici anni. Il morbo implacabile falcia un’intera generazione di bambini mentre gli Stati Uniti, già colpiti fin dentro le ossa, si struggono per i caduti a Pearl Harbour.

Dentro il carro Mr Cantor vide il feretro. Impossibile credere che Alan giacesse in quella disadorna, pallida cassa di pino solo perché si era preso una malattia estiva. La cassa da cui non esiste via di fuga. La cassa in cui un dodicenne resta per sempre un dodicenne. Il resto di noi sopravvive e invecchia, ma lui continua ad avere dodici anni. Trascorrono milioni di anni, e lui ne ha ancora dodici.

A Newark, nello stato del New Jersey, si disputa quindi una doppia guerra mondiale: da un lato abbiamo l’inquietudine per gli allarmi antiaerei; dall’altro, invece, il rumoroso passaggio delle sirene dell’ambulanza. Ma del propagarsi del morbo, a lungo, nessuno parlerà: gli americani se ne rendono conto quando i casi di polio ammontano già a quaranta. Le cause, sconosciute. Colpa degli immigrati italiani, che sputacchiano dappertutto; degli hot dog a buon mercato; dei bagni sporchi; dei cani e dei gatti; degli scemi del villaggio?  Un allarmismo da caccia alle streghe fa abbattere i randagi come fra le strade di Chernobyl, evitare il contatto con il prossimo, scappare dai centri più popolosi puntando diritti alla linea del mare. Qualcuno, appartenente alla schiera dei privilegiati, taglia la corda. Qualcuno, la maggioranza, resta. E continua a chiacchierare sul portico di casa come se nulla fosse, mentre i bambini fanno cose da bambini e sperano in cuor loro che l’estate – perfino quell’estate famigerata, sì – non finisca mai. Se il germe più pericoloso è la paura, come difendersi? Non preoccupatevi, siamo in un altro bellissimo romanzo di Philip Roth. 
La tragedia, lontana dalla cronaca asciutta e senz’anima che poco gradisco, è raccontata dal punto di vista di un uomo comune. Un anti-eroe al centro del contagio – non un soldato di stanza altrove, né un villeggiante baciato dalla fortuna –, con il fisico scattante e gli occhiali troppo spessi. Avrebbe voluto arruolarsi insieme ai migliori amici, ma la miopia l’ha costretto lì:  ad allenare i bambini a softball, con la speranza di fare comunque la differenza.

Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovare la ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio oppure in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore.

Nato in una famiglia d'origini polacche, allevato sano e forte nel retrobottega dei nonni, Bucky Cantor è l’emblema del ventitreenne tutto d’un pezzo. Stoico per natura, disabituato all’ironia, fa i conti con la sindrome del sopravvissuto e con la vergogna dei codardi: nei giorni buoni, però, gli sono di consolazione quei novanta ragazzi di cui prendersi cura e l’amore a distanza per Marcia, che gestisce goffamente al telefono. In che modo alternativo può manifestarsi l’eroismo in mancanza di un’esistenza consacrata all’azione? 
Marcus, indimenticato protagonista di Indignazione, si poneva domande simili nel romanzo di formazione che mi aveva fatto innamorare per la prima volta della penna del mancato premio Nobel. Era l’anticonformismo a parlare; una smania di ribellione che si esprimeva nelle accese invettive contro un decano intransigente. Era un senso di colpa logorante, insito forse nelle radici stesse dell’essere ebrei, che portava il giovane a commettere scelte sbagliate in nome di alti ideali. In principio inarrestabile, quintessenza della mascolinità, come reagirà invece Bucky davanti alla prospettiva di accettare un impiego su un quieto lungolago che ricorda la magia dei campeggi di Nickolas Butler?  A raccontarci le tappe del percorso dell’allenatore, perseguitato dalla tragedia e da dubbi sempre più striscianti, è Arnold: un personaggio che eccezionalmente non condivide mai la scena con Cantor prima della fine; uno dei suoi allievi, che in prima battuta si ammala per non riprendersi mai definitivamente.

Non metterti contro te stesso. Nel mondo c’è già abbastanza crudeltà. Non peggiorare le cose facendo di te un capro espiatorio.

Il popolo di Facebook, in questo periodo, si divide fra vax e no vax
I miei genitori, nati sul finire degli anni Sessanta, sull’avambraccio hanno la cicatrice del vaccino antivaiolo. 
Gli stendardi di Bucky, le sue ferite, sono invisibili e profondissime, di quelle condivise soltanto dai personaggi letterari dotati di una simile intensità. Se la prende con Dio, tanto lodato eppure tanto crudele. Se la prende con sé stesso, tanto affidabile eppure tanto sfortunato: che abbia nuociuto anche ad altri, dopo aver ammazzato sua madre venendo al mondo? Romanzo storico dalle ricostruzioni inappuntabili, con le angosce di un survival horror senza scampo, Nemesi cerca un senso, un perché, a un’ondata mortifera misteriosa come lo sono d’altronde tutte le pandemie. E lo trova in una scrittura inimitabile, che condensa grandi emozioni in pagine centellinate. In un capogruppo in canottiera, pantaloncini e scarpe da ginnastica, che alla fine della corsa lancia il suo amato giavellotto sotto lo sguardo conquistato degli allievi. Sembra proprio Eracle in persona, il figlio di Zeus. Un velo di sudore sulle tempie, le gambe solide, i muscoli tesi. Poi un grido di battaglia, che diventa pian piano sintomo di dolore e frustrazione. Un urlo elevato verso ciò sfugge e tormenta; verso un cielo aperto che, comunque vada, sera dopo sera, tramonterà sulle disgrazie di un’estate memorabile. E della vita stessa. 
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Francesco Guccini - Dio è morto

venerdì 30 agosto 2019

Recensione: I leoni di Sicilia. La saga dei Florio, di Stefania Auci

 
I leoni di Sicilia, di Stefania Auci. Nord, € 18, pp. 436 |

Restano la famiglia sulla bocca di tutti, i Florio. Ne è passata di acqua sotto i ponti, si sono avvicendati inesorabilmente gli anni e i secoli, ma la loro buona stella non si è mai spenta. Non del tutto. Se qualcuno non conosceva la storia della loro ascesa folgorante – nell’Ottocento, partiti in povertà, divennero una leggenda –, a rinfrescarci la memoria in libreria è il romanzo più popolare del momento. Conteso dagli editori internazionali, ai vertici delle classifiche di vendita, già opzionato per una serie televisiva, I leoni di Sicilia è stato benedetto dallo stesso successo della stirpe che descrive. Sui Florio, così, ci si documenta ancora: l’attenzione è verso le loro origini, i loro commerci altalenanti, le loro passioni. E dell’autrice che ne ha rispolverato il ricordo, Stefania Auci, si parla con termini entusiastici scomodando spesso un insuperabile metro di paragone: Elena Ferrante. Siamo al cospetto di un’altra saga familiare, di una nuova serie di romanzi corteggiata dai lettori stranieri e dal piccolo schermo, ma le analogie finiscono presto. Incrociata in passato fra le firme del blog Diario di pensieri persi, scrittrice tanto di urban fantasy quanto di romanzi rosa, la Auci ha scoperto una miniera d’oro alla fine di cotanta gavetta, nella sabbia della sua Sicilia. Ma se da un lato la lettura ha confermato la sua abilità narrativa, dall’altro ha dato fondamento a un pensiero ricorrente: benché ci provi questo genere non mi si addice. Si parte da lontano, lontanissimo, con un terremoto che spinge i protagonisti a scappare: da Bagnara Calabra a Palermo con un imbarcazione modesta, senza il biglietto del ritorno, due fratelli carichi d’ambizione decidono di avviare un’attività da zero.

Oltre quelle mura, oltre il cortile della Zecca Regia, c’è Palermo. Anche lei è un’amante possessiva, e Vincenzo lo sa: gelosa, volubile e capricciosa, capace di rifiorire o di annichilirsi in una notte. Ma, dietro le apparenze, nasconde un’anima d’ombra. […] In quel periodo, la città vive un misterioso stato di grazia: si ricopre di colori, si riempie di cantieri e nuovi edifici. E, dei suoi soldi, dei soldi di Casa Florio, Palermo ha bisogno.

Lavoratori indefessi, all’inizio poco più che semplici scaricatori di porto, Paolo e Ignazio prendono le redini di una putiedda. Dalle spezie d’importazione all’invenzione del tonno sott’olio – passando per commerci di polvere di china, medicinali, vini destinati alle tavole reali – il passo è nient'affatto breve. Include ben tre generazioni di uomini, e va a toccare un’isola contesa da Napoleone e dai Borbone. Il mondo dorato dei commercianti può forse resistere senza mostrare i segni dello scompiglio? C’è un’epidemia di colera, foriera di un’isteria generale. Ci sono rivolte e barricate in strada, mirate a rovesciare i regnanti. Il sogno: creare una nuova Sicilia, finalmente libera dai soprusi di Ferdinando, per sottrarsi a un’estenuante sudditanza. Costretto a finanziare suo malgrado il governo rivoluzionario, a prendere le redini della famiglia è Vincenzo: figlio di Paolo, nipote di Ignazio, è uno squalo solitario e dotato di un pessimo carattere. L’accesa rivalità con i Canzonieri, una famiglia che lo taccia di essere un parvenu, gli instilla il dubbio di non essere abbastanza. In risposta, così, lui studia in Gran Bretagna, presta soldi a usura ai nobili decaduti, impone un prezzo a tutto: anche all’amore verso la sua scandalosa amante, di lì a poco madre dei suoi figli. Cagionevoli e malinconici, i maschi della famiglia si dedicano troppo agli affari e poco ai sentimenti e, pensando al portafogli, rinunciano alla bellezza del mare: eccolo relegato sullo sfondo, nell’anonimato, mentre loro si danno a testa bassa al lavoro d’ufficio. Quel cognome importante è un’opportunità o una prigione? A ricondurli sulla retta via potrebbero essere due personaggi femminili, Giuseppina e Giulia: rispettivamente suocera e nuora – la prima sposata con il fratello sbagliato, l’altra disonorata da una relazione clandestina –, le donne ai ferri corti s’impuntano per parlare di politica ed economia, per farsi sposare legalmente, per salvare i discendenti dalle sorti dei matrimoni combinati.

«Quando si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo non si ferma. E allora tieni strette le cose. Se loro ci sono, tu ci sei ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che sgocciola via.» Giuseppina si siede sulla sponda del letto, stringe l’indumento al petto. C’è un rimpianto che le causa una stretta allo stomaco. «Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo bugiardi», continua con un filo di voce. «Cose come questo scialle o il tuo anello» - indica la fede di oro battuto appartenuta a Ignazio - «sono ancore per una vita che se ne va».

Se i protagonisti incarnano caratteristiche che potrebbero subito renderceli memorabili, a non interessarmi è stato purtroppo il contesto. Quelle contrattazioni fitte, dense, per addetti ai lavori, che hanno reso i Florio sì un’istituzione, ma anche una compagnia – fra le pagine – con cui a prima impressione si fa fatica. Lo so, questa volta sono io a essere dalla parte del torto. Senza politica e commerci avrei potuto apprezzarli molto di più. Ma senza, immagino, sarebbe stata un’altra cosa. Non di certo una storia vera, frutto di ricerche certosine e di una rielaborazione misuratissima, che ribadisce nel male il mio scarso feeling verso le ricostruzioni storiche: più sono impeccabili, più rischiano di annoiarmi. 
All’ombra del monte Pellegrino, nella terra che ha ispirato classici da antologia come I Malavoglia, Il Gattopardo e I Viceré, I leoni di Sicilia racconta di amori travagliati, intuizioni folgoranti e investimenti frettolosi: formula intelligente per un passaparola istantaneo. La lettura è densa e scorrevole, perfino incalzante immergendocisi meglio, ma mentirei se dicessi che queste quattrocento pagine fitte di date e avvenimenti qui e lì non mi siano parse troppe. Colpa un po’ di uno sfondo socio-politico dei più turbolenti, un po’ delle leggi difficili del mondo mercantile, un po’ di un genere letterario che – ammetto i miei limiti e i miei pregiudizi – personalmente trovo furbo, lezioso. Romanzo dell’estate per molti, insomma, tale non è stato per me. La prossima volta, senza rancore né curiosità, potrei farmi trovare sordo al suo ruggito.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Enya – Caribbean Blue

lunedì 15 luglio 2019

Recensione: Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante

| Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante. E/O, p. 384, € 19,50 |

Dopo la promessa di rivederci presto, mi sono rimangiato le mie stesse parole: all'appuntamento con Lila e Lenù ho tardato. Mi sono presentato con sei mesi di ritardo, io che lo scorso gennaio mi dicevo eppure pronto, prontissimo, a proseguire nell'immediato. In passato avevo già fatto lo sbaglio di lasciare gli intrighi del rione per un lasso di tempo troppo lungo. Questa volta si sono intromessi a gamba tesa il tempo che scarseggiava sempre più, gli impegni per la stesura della tesi e qualche parere contro – in definitiva, tutt'altro che immotivato – che descriveva il terzo capitolo come l'ostico della serie. Avrei faticato, mi assicuravano tutti, a tollerare gli ennesimi sgarbi fra le due amiche; accanto all'asprezza della rapporto, inoltre, mi toccava mettere in conto anche le difficoltà del contesto storico – non più il dopoguerra, bensì gli anni della contestazione giovanile e del femminismo battagliero, della tentata rivoluzione proletaria. Ho fatto bene a frenare l'impazienza. Ad aspettare la rilassatezza di questi giorni d'estate rinfrescati dai temporali. Sarà perché debitamente avvisato, a sorpresa non ho fatto fatica. Anzi, quando ci sono entrato la cosa più complicata è stato uscirne incolume: tanto grandi sono l'immedesimazione e il trasporto, questa volta, che ho apostrofato le protagoniste con le peggiori parole – soprattutto Lenù, maestra di scelte incondivisibili – e per riprendermi dalla mia arrabbiatura, dai loro passi falsi, mi ci è voluto un po'. Capisco, adesso, la fatica della narratrice a mantenere l'aplomb necessario, le pose innaturali di signora perbene, ritornando in una città che ti tira fuori l'accento meridionale e la voglia di mandare affanculo gli automobilisti incerti. Il rione, il luogo delle radici, ti diseduca all'istante. Tornando a casa per un'occasione o per un'altra, si ha paura di rimanere incastrati per sempre lì. Un quartiere che è lo specchio di Napoli, o forse del mondo. Che la secondogenita dei Cerullo, non uscendo dal seminato, sia stata davvero lungimirante?

Abbiamo troppa roba dentro e questo ci gonfia, ci rompe. […] Puoi copiarmi, farmi il ritratto preciso come fanno gli artisti, ma la mia merda resterà sempre la mia, e la tua la tua. Ah, Lenù, che ci succede a tutti quanti, siamo come i tubi quando l'acqua gela, che brutta cosa è la testa scontenta. Ti ricordi quello che facemmo con la mia foto di sposa? Voglio continuare per quella strada. Viene il giorno che mi riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi ritrovi più.

Lila, madre del piccolo Rino e coinquilina senza vincoli del dolcissimo Enzo, lavora nella ditta Soccavo. Abusata e malpagata, schiva le mani viscide del proprietario e si trova coinvolta in una lotta furibonda fra il sindacato e il datore di lavoro. La tensione è la stessa che respirava da bambina, quando il tirannico don Achille dettava legge: l'incubo, nel fermento degli anni Sessanta, è rappresentato dagli scontri sanguinosi fra fascisti e comunisti; dall'ossessione di Michele Solara, innamorato non corrisposto, che potrebbe riscattare la giovane donna introducendo le tecnologie nel calzaturificio – operaia di giorno, infatti, di notte Lila si trasforma in un'autodidatta interessata al funzionamento dei calcolatori. Per una buona causa, è giusto scendere a compromessi? L'amica, trasferitasi a Firenze, la immagina intanto come una fuorilegge da film western. 
Lenù, comprimaria assorta al ruolo di protagonista suo malgrado, prende posto ai margini: mentre gli altri si schierano in prima linea, lei ha i suoi quotidiani da spulciare; i suoi quaderni d'appunti. Reduce dal tour promozionale di un esordio inaspettatamente controverso – come se non bastassero, poi, le nozze con l'integerrimo professor Pietro: scandalose giacché celebrate con il rito civile –, collabora con L'unità e cade vittima della sindrome post parto. Invidiosa, guarda Lila dall'alto al basso. Tutt'intorno va infatti affermandosi un modello femminile che, tanto inconsciamente quanto brillantemente, la spregiudicata migliore amica incarna da anni. Che Lenù possa avere la sua rivalsa, per quanto impigrita dalla maternità e dal blocco dello scrittore, con la comparsa dell'indimenticato Nino?

Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per la prima volta solo in quella circostanza. Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza un'ambizione determinata. Ero voluta diventare qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei.

Si parla di piacere sessuale e pari opportunità. Di matrimoni di cui ci si stanca in fretta. Di personaggi meno numerosi che in passato, che qui si muovono però anche su altri sfondi – tutto il mondo, in fondo, è paese. Sono gli anni del terrorismo d'estrema sinistra e della confusione, delle droghe da sperimentare, delle rimostranze in pubblico e in privato. I telefoni fissi non tacciono un attimo, e la bolletta della luce sarà salatissima. Sono le interurbane delle amiche per curiosare nella reciproche vite, gli squilli di un flirt.
Elena Ferrante, spietatissima, le mette in vivavoce. A Lila e Lenù fa le pulci. Ce le rende due serpi antipatiche e opportuniste: sgradevoli ma perfino più che umane, sovrumane. Io, che da grande amerei fare questo mestiere, sarei in grado di raccontare il peggio dei personaggi principali – di una saga, per di più – senza aver paura di allontanare il lettore, che a torto giudica il libro in base alla simpatia del protagonista? Saprei volere male, non soltanto bene, alle mie creature; ai figli miei?

Volevo che si acquietasse ma lei non ci riusciva, mi rovesciava addosso frasi in disordine: non farmi leggere più niente, non sono adatta, mi aspetto da te il massimo, sono troppo sicura che sai fare di meglio, voglio che tu faccia meglio, è la cosa che desidero di più, perché chi sono io se tu non sei brava, chi sono?

Ho terminato Storia di chi fugge e di chi resta affascinato, turbato, ammiratissimo. Per le vie poco concilianti che imbocca, pur apparendo sempre coinvolgente. E per quei lati oscuri che mi metterebbe in soggezione scandagliare. Oggettivamente meno accattivante degli altri, è un plumbeo ingresso nell'età della ragione: mancano le magiche suggestioni di un'infanzia da monelle, o la spensieratezza dell'estate dei diciotto anni in quel di Ischia. Il terzo romanzo, un giro di boa, sa destabilizzare: manca il carisma di Lila, c'è troppa Lenù per i miei gusti, e la stizza indicibile verso l'epilogo ti farebbe dire alla storia grazie tante, a mai più rivederci. Ci si aspettava, infatti, un consolidamento; un capitolo filler. Ma l'autrice, piuttosto, ne fa una prova del nove per testare la fedeltà dei lettori, per vedere se – come da titolo – fuggiranno o resteranno. Signora Ferrante, io resto.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Luigi Tenco – Ciao amore, ciao

lunedì 19 novembre 2018

I ♥ Telefilm: AHS Apocalypse | I Medici. Lorenzo il Magnifico

Quando si è in caduta libera non resta che un ultimo gesto disperato: tornare alle origini. American Horror Story, da otto anni a questa parte, ha sempre avuto dalla sua ambizioni e difetti esagerati. Dalle case infestate al circo, passando attraverso gli istitutiti di igiene mentale e la politica contemporanea, ha saputo rinnovarsi nel bene e nel male. Prendendo una china sfortunata da cui, tra spettatori che danno forfait e mancati successi nella stagione dei premi, anche gli autori non avranno visto ritorno. Quest'anno si ripiega perciò sulla furbizia, in mancanza di idee brillanti; e a sorpresa, pensate un po', ci si trova a rivalutare in positivo anche le caotiche Hotel, Roanoke e Cult. Si parla di un futuro prossimo in cui, all'indomani di un'apocalisse ordita da una coppia di hacker sopra le righe e l'Anticristo, i sopravvissuti vivono in un bunker arredato come una fortezza medievale: sono parte dell'èlite – un'ereditiera, una presentatrice tivù, una gloria del cinema horror – e per capriccio hanno portato laggiù amanti, parrucchieri e domestiche. Nei primi episodi assistiamo a una convivenza claustrofobica fatta di strepiti, regole ferree e tracolli psicologici. Dal terzo in poi, forse l'unico degno di nota, un ribaltamento a sorpresa trasforma Apocalypse in quello che era stato preventivamente annunciato: un crossover. Non vi dico come né perché – i nessi, fidatevi, sono futilissimi – ma scendono in campo le streghe di Coven, stagione da me tutt'altro che apprezzata, per salvare le sorti della serie e sconfiggere un Diavolo in terra agghindato a metà tra Lady Oscar e un cattivo di Twilight. Che fine aveva fatto la Congrega al femminile e come ha potuto ingannare la morte? Cos'è stato di Michael Langdon, il bambino infernale concepito alla fine di Murder House? Le streghe hanno trovato la passata formazione e cercano la nuova Suprema: appaiono sprecate, a tal proposito, le partecipazioni in sordina di Farmiga, Rabe e Bassett, se a lungo rubano la scena le battute salaci delle sempre straordinarie Sarah Paulson e Frances Conroy. L'incursione sui luoghi maledetti della stagione introduttiva è d'obbligo, ma l'effetto nostalgia fa sorridere senza compiere miracoli: un inchino al cameo di Jessica Lange, il rischio glicemia per il tardivo lieto fine degli amatissimi Tate e Violet, e subito si scappa a far guerra contro l'Anticristo – con una piccola tappa in quell'Hotel Cortez senza più tracce di Lady Gaga. Veli pietosi sui flashback nella Russia dei Romanoff, su una Bates in versione Terminator, sulle trasformazioni camaleontiche di un Peters che cambia pelle ma resta svestito di ruoli memorabili. Compitino presuntuoso e stucchevole, impunemente trash, l'ultimo American Horror Story sembra l'opera di un feticista dello show che si sognava sceneggiatore improvvisato: il risultato, godibile ma spesso involontariamente comico, è una fanfiction fine a se stessa che regala alla premiata ditta di Murphy la sua annata peggiore. Bisogna forse auspicarsi conflagrazioni da fine del mondo per far tabula rasa dello sfacelo in corso? (5)

Dopo l'approccio negativo con la prima stagione e qualche pregiudizio di troppo, lo scorso anno avevo evitato senza rimpianti il soggiorno nella corte più raffinata d'Italia. Non ho conosciuto il Cosimo di Richard Madden, così, né assistito alla progettazione della famosa cupola di Brunelleschi. Qualcuno mi consigliava di tornare sui miei passi, ma la pigrizia e la scarsa attrazione verso le produzioni in costume hanno sempre avuto la meglio sull'idea passeggera di recuperare la fortunata collaborazione tra Rai e Stati Uniti. Approfittando della natura antologica della serie kolossal, non so nemmeno io perché, ogni martedì sera per quattro settimane mi sono ritrovato ad assistere agli intrighi e ai sospiri di due generazioni successive di Medici. Cosimo e Contessina, ancora rimpianti, si sono trasformati in leggenda nel ricordo del popolo toscano. L'antico splendore, però, ha un prezzo salatissimo. Se le strutture desiderate dall'illustre avo sono ancora solide e inattaccabili, lo stesso non può dirsi del potere della famiglia. Fra la secolare rivalità con i Pazzi di Sean Bean – questa volta, statene certi, non passerà a miglior vita troppo presto –, le trattative con gli Sforza e i disperati tentativi di procurarsi i favori di papa Raoul Bova, gli sconvolgimenti sono nell'aria. Con l'arte e la poesia messe ai margini, abbondano le alleanze politiche e matrimoniali, e voltafaccia di cui si finisce per perdere il conto. Il risultato finale non annoia né coinvolge, grazie o a causa delle trame arzigogolate e di parentesi romantiche rubate a man bassa a uno sceneggiato per signore. C'è la volitiva Clarice, non la classica moglie oggetto, desiderosa di imporsi ai danni della fatale e pessima Alessandra Mastronardi. Ci sono i biondissimi Bradley James e Matilda Lutz – rispettivamente Giuliano e Simonetta, in posa per un capolavoro pittorico dell'amico Botticelli –, amanti appassionati nonostante il matrimonio oppressivo e la salute cagionevole di lei; la sorella minore Aurora Ruffino, invece, è innamorata del nemico giurato come in una riscrittura di Romeo e Giulietta. A prendere le redini di tutto con un colpo di stato è il giovane Lorenzo, amato dalle donne e odiato dai restanti altri: il britannico Daniel Sharman, che già rubava la scena in Teen Wolf per una bellezza e una mascella fuori dal comune, si conferma il migliore di un cast miscellaneo – poco convincente, in definitiva, l'interazione fra voti internazionali e nostrani, con gli ultimi penalizzati dal doppiaggio scadente – insieme a Matteo Martari, antagonista dal fascino sinistro. Impossibile farsi bastare l'opulenza di scenografie, costumi, trucco e parrucco. E no, non contano nemmeno la sigla di Skin o le scene di nudo audaci per la prima serata. Avrebbero giovato una sceneggiatura meno romanzata e più solida, i ritmi sostenuti proposti negli episodi conclusivi: I Medici, tocca riconoscerglielo, è una serie che per fortuna migliora strada facendo. Fino a un finale appassionato e violento – la congiura dei Pazzi non poteva che essere il logico congedo –, dove l'azione e il sangue delle vittime sacrificali trionfano sui languori da Harmony e i buchi di una sceneggiatura che distingue fra figli e figliastri. Nella programmatica scena di chiusura, culmine perfetto, arriva infatti la Primavera a rianimare in time lapse una tela squarciata. E assieme a lei, allora, fioriscono le speranze per un prosieguo da attendere perfino con un briciolo di curiosità aggiunta. (6,5)

lunedì 9 luglio 2018

Mr. Ciak - Flaiano Film Festival: Figlia mia, La terra dell'abbastaza, Sono tornato, Youtopia

Dal 29 giugno al 6 luglio, con una cerimonia finale sullo sfondo di Piazza della Rinascita, si è tenuto a Pescara il quarantacinquesimo Flaiano Film Festival. Il primo per cui ho timbrato il biglietto. Diciotto film divisi in quattro categorie, Riccardo Milani come direttore artistico e un red carpet aperto ad alcuni fra i migliori volti di casa nostra: il tre volte Premio Oscar Vittorio Storaro, Ferzan Ozpetek, Elena Sofia Ricci, Monica Guerritore, Greta Scarano, Filippo Timi, Massimo Popolizio, Francesco Montanari, Ennio Fantastichini, Rolando Rovello, il trio Ward-Conticini-Muniz, lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, Alessandro Cattelan.

La Sardegna è quella brulla e ancestrale di Michela Murgia. Lì si raccontano leggende e bugie. Ci si scambia i figli. Si vive di quel che porta a riva la benevolenza del mare. Valeria Golino, con una tinta scura che le fa più bella e i vestiti dei giorni di festa, ha affidato le sue preghiere prima alla Madonna, poi ai lombi della Rohrwacher: tanto bene integrata la prima, quanto sciagurata la seconda, non avrebbero in comune niente, se non un segreto con i capelli rossi; un patto da violare nel momento in cui la derelitta Angelica, tutta abitini inguinali e lingua impastata, non avanza una pretesa prima di lasciare l'isola per sempre. Conoscere un po' per capriccio, un po' per desiderio, la bambina che ha partorito e subito ceduto a una genitrice migliore di lei. La piccola Vittoria non conosce la verità sulla propria nascita, ma è troppo selvatica, troppo curiosa in fatto di baci e imprese impossibili, per appartenere a una famiglia dalle discrete possibilità economiche che le impone gli abiti da signorina, il costume intero in spiaggia, gli orecchini meno appariscenti e animali domestici che non somiglino a scrofe, galline o cavalli. Il sangue chiama. La bussola interiore porta sempre e comunque alla fattoria fuori mano dell'irresponsabile madre biologica; mentre colei che l'ha cresciuta, in paese, si strugge per diritti che non le spettano, la torta di compleanno intonsa, un letto vuoto. Dopo Vergine giurata, Laura Bispuri torna al cinema con un melodramma al femminile con i colori accesi, la telecamera a mano impegnata a seguire le protagoniste in piani sequenza impressionanti, una storia di maternità salveggia. Figlia mia è una carnale romanzo di formazione fra due fuochi, sotto il sole a picco, con affascinanti sprazzi kitsch e interpreti al loro meglio. Disarmante per immediatezza e generosità, è il rito iniziatico di una bambina contesa, voluta allo stesso tempo da tutti e da nessuno. Come succede alle anguille, stando ai racconti dei padri pescatori, viene partorita al largo per poi raggiungere il punto di partenza. Perché le bestie dalla natura acquatica e le figlie della Bispuri, tagliato il cordone, trovano sempre la strada di casa: a guidare le due litiganti, colei che dall'alto del suo sfacciato metro e trenta se ne frega della buona educazione e delle leggi degli uomini. In terre, in film, in cui raddoppiano l'emozione, le mamme, l'amore. (7,5)

Mirko e Manolo frequentano la scuola alberghiera, ma non vogliono essere camerieri. Proprio non se ne parla, di servire. Si desiderano padroni. All'inizio pensavano a un'attività in proprio, ma il destino ha piani alternativi. Hanno avuto la fortuna di investire l'uomo giusto: ricercato da un clan del posto, il latitante è stato freddato per caso da due ventenni su di giri, che fanno di quell'omicidio preterintenzionale una merce di scambio; un modo per svoltare. Il clan vuole sdebitarsi, li vuole a bordo. Perché se uccidere viene loro sorprendentemente facile, il malaffare è la via. Siamo nell'immancabile provincia romana di Garrone, Sollima, Caligari: volgare, stagnante, miserabile. Le femmine sognano i talent show alla TV; i maschi di continuare a giocare alla guerra. Qualche mamma nel frattempo fa i salti mortali per sbarcare il lunario e qualche padre – un inedito Tortora – liquida la morte come fosse un hobby. Applaudito all'unanimità al Festival di Berlino e vincitore della Migliore opera prima ai Nastri d'argento, l'esordio dei fratelli D'Innocenzo è una tragedia urbana pesantissima e potente. A sangue freddo. Non lascia scampo con i suoi schiaccianti primi piani e una scrittura in caduta libera, che da candida si fa efferata. Nuovo capitolo da inserire con successo nel filone dei drammi criminali, quelli che più ci riescono ma che più annoiano, La terra dell'abbastanza racconta sempre la stessa storia, sì; mostra sempre il solito sesso squallido e i soldi sporchi; tutto già detto, tutto già visto. Eppure, guardandolo, ho avuto la sensazione di assistere alla nascita di qualcosa di significativo: sentiremo parlare presto dei D'Innocenzo, che hanno un taglio indie come marcia in più, e degli scapestrati Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti, che ricordano Marinelli e Borghi (amici-nemici al limite nello speculare Non essere cattivo) non solo per la fisicità o gli accenti. Anche se tra te e te credevi in fondo di averne avuto abbastanza, di spari a tradimento e ragazzi interrotti. (7)

Dici Miniero, e pensi subito ai remake su misura d'italiano. Dici Sono tornato, e ti vengono in mente il best-seller tedesco che non sei riuscito ad avere o la trasposizione che non ti ha mai interessato troppo. Vedi Popolizio, con una voce e una presenza sceniche straordinarie, e pensi che sia perfetto per il ruolo di colui che ingannava e incantava il gregge. Vedi Matano, ancora, e ti domandi cosa ci faccia in un film semiserio, e pensi che peccato: ti è sempre stato simpatico, sì, ma non che come attore convinca granché. Comunque poco male. Perché combattuto tra pro e contro, tra il desiderio di recuperare l'originale e la consapevolezza che questo aggiornamento potesse cogliere più nel (nostro) segno, sono andato a vedere la commedia satirica in cui a tornare non è il famigerato baffone, bensì il socio. Letteralmente piovuto dal cielo, si fa seguire da un aspirante documentarista – e a Matano, con il ruolo giusto, male non si può volere – in giro per uno Stivale da riconquistare. Gli extracomunitari, le unioni civili, la destra e la sinistra che non esistono più: a detta sua, il nostro disonore. Gli italiani lo trovano spassoso e affascinante, lo scambiano per un comico: gli danno un programma che fa ascolti, e tutte le ragioni. Miniero prende senz'altro il meglio dal film originale, sferza e smuove, ma il politicamente corretto resta – a sorpresa, direi, se parte di un Paese di spettatori permalosi, di gente più colpita dall'uccisione di un cagnolino in CGI che dalle persecuzioni razziali. Si ride dunque moltissimo, ma a denti serrati. Si ha paura, sotto sotto. Lo share, la popolarità, dicono come i più trovino il Duce non soltanto simpatico, ma una soluzione necessaria. Voce della ragione, una nonna smemorata che mette la pelle d'oca con i suoi ricordi shock. Al suo arrivo in sala, eppure, Sono tornato non ha fatto gran rumore. Troppo intelligenti gli italiani, o troppo punti sul vivo per proferire verbo?  Si ride nerissimo, ci si guarda indietro e avanti. Dove eravamo. Dove andremo. In una Italia su ruote, sui canali della TV trash, che spererebbe di riprendere tutto ciò che è suo. Un nulla di fatto, sublimato dalla peggiore forma di nostalgia. (6,5)

Si è riso più che con Favola. Si è storto il naso più che per la mancanza di carattere di Dopo la guerra. La soglia della credibilità, abbassata più che nella fiaba Tito e gli alieni. Ma non parliamo di una commedia grottesca, di un dramma politico che non sa bene che pesci prendere, di fantascienza per bambini; piuttosto della disperazione per la crisi economica, di sesso e potere, del lato sporco di internet. Di una ragazza che a diciott'anni mette all'asta la propria verginità per salvare la casa dal pignoramento. Lei è una De Angelis tutta tette a vista e bronci, che nella sua cameretta chatta con il romantico avatar doppiato dall'attore di Mommy e si concede un paio di topless davanti alla webcam. Donatella Finocchiaro, qui mesta e avvinazzata, è sua madre: ci prova anche lei a spogliarsi, a un certo punto, ma alla fine cuce alla figlia un vestito da Cenerentola per la temutissima notte con Haber: farmacista pescarese vizioso e repellente, con un improbabile sottoposto che conosce il Deep Web e una schiera di prostitute a cui proporre i peggiori giochi di ruolo. Vuole la carne fresca, adesso, di un'adolescente che non contempla altra via, che un lavoro non sembra mai cercarlo davvero, che ha fatto del proprio status la versione sozza di Ready Player One. Vorrebbe essere un dramma di denuncia ma ha gli scivoloni delle commedie sexy, questo Youtopia. Indifendibile su ogni fronte, brutto e immorale, ridicolo per sbaglio – vedasi i ben poco ammiccanti pruriti anali di una escort impegnata a flirtare col farmacista sbagliato o un annuncio che, nonostante le lacrime esagerate della Finocchiaro, genera l'ilarità in sala. Di cattivo gusto, senza uno sguardo o un briciolo di sex appeal, Youtopia è risate incerte a scena aperta e una bella De Angelis che, purtroppo, si perde nelle maglie della rete, e della bruttezza. (4)

Ho rivisto: Favola (7,5); Tito e gli alieni (7,5).