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venerdì 21 febbraio 2025

Recensione: I ragazzi della Nickel, di Colson Whitehead

| I ragazzi della Nickel, di Colson Whitehead. Mondadori, € 13,50, pp. 216 |

A lungo ho avuto il timore di leggerlo. Troppo impegnato l'autore, vincitore di ben due Pulitzer a distanza di pochi anni. Troppo drammatico il tema, tra discriminazioni e violenze sullo sfondo di una America non così lontana. I ragazzi della Nickel è un romanzo che disattende le aspettative. E, per fortuna, è la cosa più bella che possa fare. È possibile rendere luminosissima un'orribile vicenda realmente accaduta? Ai piedi di un riformatorio, in tempi recenti, fu rinvenuto un cimitero di morti mai reclamati. Le ossa appartenevano agli studenti – anzi, ai prigionieri – di un istituto della Florida: negli anni Sessanta del Novecento, laggiù, lo schiavismo era un incubo ancora reale.

Era una follia scappare ed era una follia non scappare. Come poteva un ragazzo guardare oltre il confine della proprietà, vedere quel mondo vivo e libero e non pensare di evadere? Per decidere del proprio futuro, una volta tanto. Sopprimere ogni idea di fuga, anche un’idea così, effimera come una farfalla, significava uccidere la propria umanità

Colson Whitehead modifica i nomi, non lo sconcerto, e affida la narrazione a un protagonista che fa la differenza. Dotato di un ottimismo incrollabile, fragile ma resiliente, Elwood è un faro di speranza in una storia nerissima. Studioso, occhialuto, profondamente legato alla nonna materna, è cresciuto con le foto degli attivisti sulle pagine di Life e con i discorsi di Martin Luther King, ascoltati al posto del peccaminoso Elvis. Destinato a studi brillanti, si scontrerà con l'imprevedibilità del destino a causa di un crimine mai commesso. La reclusione nella Nickel Academy, un campo di lavoro nascosto dietro la facciata di scuola rispettabile, cambierà tutto. Non servono cancellate né filo spinato: in un inferno gestito da alcuni dei fondatori del Ku Klux Klan, infatti, nessuno osa scappare. Diviso tra rivalsa e sottomissione, Elwood rispetta a denti stretti le regole e riga dritto, a differenza del più scapestrato Turner: un piccolo truffatore già finito dentro due volte.

Dobbiamo credere nel profondo dell’anima che siamo qualcuno, che siamo importanti, che meritiamo rispetto, e ogni giorno dobbiamo percorrere le strade della nostra vita con questo senso di dignità e di importanza.

Spesso, tuttavia, sarà impossibile volgere lo sguardo altrove. Il suo spiccato senso della giustizia metterà il protagonista nei guai. E allora, nei meandri di una fabbrica del dolore che si fa magistralmente emblema di tutto il marcio che c'è, sperimenterà addosso le vendetta dei sorveglianti, con un rumoroso ventilatore industriale a coprire le urla. Caratterizzato da una sorprendente delicatezza, nonostante i supplizi a cui sono condannati i suoi ragazzi, Whitehead firma un'opera con il respiro dei classici più intramontabili – di quelli con orfani sfortunati, amicizie salvifiche, fughe mirabolanti. Il lessico, preso in prestito dai romanzi d'avventura. La formazione di Elwood deforma le ossa e disegna sulla schiena una mappa di cicatrici ritorte. Il titanismo non è nel parare le scudisciate, ma nella capacità di abbattere con una risata i muri della segregazione, nelle nobiltà d'animo, nella gentilezza. A volte, come in questo caso, diventa perfino contagioso. Soltanto imparando da Elwood – vincendo il cinismo, ispessendoci la pelle – è possibile sopportare con prontezza di spirito un ribaltamento finale magnifico e agghiacciante insieme, che altrimenti avrebbe fatto più male delle cinghiate del sovrintendente Spencer.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Alex Somers – Stare

sabato 22 luglio 2023

Recensione: Less a zonzo, di Andrew Sean Greer

Less a zonzo, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 20, pp. 280 |

L'ho portato con me su un aereo per la Sardegna. L'ho letto su una sedia rossa, in un camping un po' hippy in cui tutti giravano seminudi. Non poteva che essere questo il destino di Less, che mi ha seguito fedelmente anche in un tour per le isole della Maddalena: andarsene a zonzo. Tornato in libreria con un secondo capitolo non necessario ma comunque godibile, il vincitore del Pulitzer ha ritrovato l'amore: non radici solide. Sorprendentemente temerario, lo scrittore omosessuale di Andrew Sean Greer abbandona il caratteristico completo blu e si fa crescere i baffi a manubrio. Guida un camper, ha un carlino al seguito, si mimetizza discretamente: lui che è sempre fuori fuoco, lui che anche a cinquant'anni suonati non smette di inseguire invano gioventù e bellezza. Questa volta, indebitato fino al collo, cerca di salvare casa e famiglia in un viaggio su ruote che lo porterà fino alle origini, in Delaware. Nel mezzo ci sono: un premio letterario da decretare, un'intervista a un capriccioso autore fantasy, un adattamento in chiave musical finanziato da un misterioso benefattore. E, soprattutto, l'ombra di un padre truffatore a cui il nostro eroe somiglia ogni giorno di più.

Vai a perderti da qualche parte, ti fa sempre bene.

Lo si comprende sin dall'incipit, ambientato al funerale di Robert, lo storico ex che per anni ha rappresentato il baricentro del protagonista: dovrà fare i conti con tutti gli uomini della sua vita. Da alcuni ha preso in prestito ambizioni, riti, nevrosi; da altri la sindrome di abbandono. E poi c'è Freddie, il compagno ritrovato nonché il narratore dell'intera vicenda, che gli giura amore al telefono ma è in cerca, intanto, della propria voce. C'è aria di crisi. La stessa crisi coinvolte anche gli Stati Uniti. Me Less, per fortuna, non è a disagio nel caos. Inetto memorabile nel suo candore, ape tardiva tormentata dai rimpianti, il protagonista si conferma un grande padrone di casa con i suoi modi alla Charlot. Poco importa se, a questo giro, le tappe sono meno accattivanti o i capitoli più lunghi. Strampalato eppure profondamente crepuscolare, il romanzo diverte fino alle risate: vedasi l'equivoco finale, o le interazioni del protagonista in un goffo tedesco (che sembra, in traduzione, sardo). Ma scorre vita vera, vita piena, soprattutto nelle preziose riflessioni esistenziali tra una tappa e l'altra. In attesa del perdono, o di un uragano: l'unico in grado di spazzare via traumi infantili e adolescenze mai vissute?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Zac Brown Band - From Now On

lunedì 26 settembre 2022

Recensione: Il cardellino, di Donna Tartt

Il cardellino, di Donna Tartt. Rizzoli, € 17, pp. 890 |

Ho iniziato a leggerlo ad agosto, su un treno per il Salento. Quel tomo ingombrante, dalla copertina avorio, aveva attirato le attenzioni di più di qualcuno – compreso il controllore che, stupito per la mia buona volontà, si era complimentato per la scelta. Era un grande fan di Donna Tartt. Avevo letto altro dell'autrice Premio Pulitzer? Sì, avevo risposto, Dio di illusioni: affascinantissimo, mi aveva irretito nella prima metà e deluso nell'ultima. A distanza di anni ricordavo una penna di sconfinata classe, atmosfere torbide e affascinanti, ma un mistero dalla gestione un po' goffa. Potrei scrivere lo stesso del Cardellino: straordinario all'inizio, ma destinato a una parabola discendente – rocambolesca, delirante, retorica – mai completamente metabolizzata. Arrabbiato, a fine lettura avevo richiesto confronti con alcuni lettori. Cercavo il romanzo dell'estate, infatti, ma la frustrazione del momento lo aveva trasformato nella mia memoria in qualcosa di ben peggiore di un'esperienza mediocre: una lettura – di quasi 900 pagine, per di più – destinata a scontentare proprio sul più bello. Come aveva potuto Tartt fidelizzarmi per poi lasciarmi in balia di un epilogo febbricitante, dove l'azione avviene fuori scena e la morale della storia è condensata in uno spiegone grossolano? All'epoca del viaggio, però, non potevo saperlo. E con il controllore avevo scambiato impressioni entusiastiche sulle disavventure d'altri tempi di Theo Decker: un orfanello di dickensiana memoria che, dopo la morte della madre amatissima durante un attentato terroristico, si muove tra benefattori e carcerieri, tragedie e fortune esagerate, in città piene di bellezze insidiose.

Tutto ciò che sopravvivere alla Storia dovrebbe essere considerato un miracolo.

Prima ospite della famiglia Barbour nella signorile New York, poi affidato al padre e alla nuova compagna in una Las Vegas indimenticabile nella sua dissolutezza, Theo potrò contare su una manciata di costanti in un'esistenza per il resto raminga: il negozio di antiquariato di Hobie, sua guida e maestro; l'amore platonico per Pippa e l'amicizia autodistruttiva con Boris, adorabile “lucignolo” dall'inconfondibile accento russo; soprattutto, il dipinto-feticcio di Carel Fabritius, rubato e mai restituito nella confusione dell'attentato terroristico iniziale. Conoscerà la ricchezza e la misera più sfrenate, sperimenterà droghe leggere e pesanti per fuggire al disturbo post-traumatico da stress, diventerà genio e criminale per mezzo delle sue naturali capacità seduttive. Soprannominato Potter per via degli occhiali a fondo di bottiglia e della frangia impettinabile, si fa voler bene proprio come il personaggio di J.K. Rowling: eroe di un'epopea varia, coinvolgente, totalizzante, in cui l'assoluta libertà del protagonista diventa anche specchio della sua struggente solitudine. Come l'uccellino immortalato dal pittore fiammingo, Theo trasmette insieme energia e inquietudine: benché il suo petto sembri continuamente pulsare di vita, è prigioniero del proprio trespolo. Esiste, per lui, via di fuga? Bisogna forse ricercarla nella bellezza, nell'arte, nell'amore? Il cardellino fallisce quando prova ad abbozzare risposte, a cercare un senso al girotondo del suo primattore, ad arginare il suo caos – cosmico e narrativo – in una struttura da thriller americano. La scrittura di Donna Tartt è sconvolgente: l'esplosione di una bomba. Ma quando prova a mettere ordine, a trarre una morale di fondo, compie il medesimo errore di Fabritius. E mette un capolavoro in una cornice laccata; una catena d'argento alla zampa della sua creaturina piumata, condannandola, infine, alla cattività.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – Karma Police

venerdì 8 luglio 2022

Recensione: Less, di Andrew Sean Greer

Less, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 19, pp. 292 |

L'animo devi cambiare”, scriveva Seneca, “non il cielo”. Che male c'è, però, nello scappare per un po' lontani da noi stessi – pensierosi e tutto, ovvio, ma diretti verso mete dalla vista mozzafiato? Arthur Less, il primo degli inetti o forse l'ultimo dei romantici, fa in quattro e quattr'otto i bagagli e coglie al balzo l'opportunità di fuggire dal malumore: è una corsa tragicomica, la sua, contro il tempo (sta per compiere cinquant'anni), le responsabilità (il suo nuovo romanzo, bocciato dall'editore, ha bisogno di essere riscritto) e il crepacuore (il suo compagno convola a nozze, e non con lui). Si muove da San Francisco fino al Giappone, con innumerevoli tappe intermedie (tiene un reading in Messico, ritira un premio a Torino, presiede a un corso di scrittura creativa in Germania, attraversa il deserto in Marocco). Porta con sé, fra le altre cose, l'inseparabile completo blu pavone e un ago da cucito per rammendarlo all'occorrenza. In ogni paese, alla stregua di James Bond, sedurrà bellissimi forestieri e si affiderà alla saggezza di confidenti inaspettati. Tra check-in, jet lag e fusi orari, tuttavia, avrà parecchia difficoltà ad arginare il sopraggiungere dei ricordi – e a padroneggiare le insidie della lingua tedesca.

Less supponeva da sempre di essere inetto come scrittore. Inetto come amante, come amico, come figlio. Ma a quanto pare la sua condizione è ancora peggiore: lui è inetto a essere se stesso.

Raccontato da un narratore onnisciente, la cui identità è tenuta segreta fino a un passo dalla fine, Less potrebbe essere saltato fuori da una striscia a fumetti o da un film di Jacques Tati: eterno Peter Pan, si muove nel mondo con il candore e la goffaggine di un bambino, ma ha in sé un animo tragico che neanche il grande potenziale comico riesce a camuffare. Omosessuale di mezza età, scrittore mediocre all'ombra di colleghi ben più blasonati, mette alla berlina la vanagloria del microcosmo editoriale ed esprime il disagio di chi, sopravvissuto alla generazione decimata dall'Aids, invecchia in solitaria con sommo orrore. Mentre in gioventù ha voluto brillare della luce riflessa di un celebrato poeta d'avanguardia, nella maturità si è legato a un toy boy: ne è uscito con il cuore spezzato e con il conforto della sola compagnia di sé stesso.

Tu hai la fortuna di un personaggio comico. Sfortunato nelle cose che non contano, fortunato in quelle che contano. Io mi sono fatto l'idea, anche se tu probabilmente non sarai d'accordo, che tutta la tua vita sia una commedia. Non solo la prima parte. Tutto. Non hai mai smesso un attimo di combinare pasticci e ti sei comportato da sciocco, hai frainteso e parlato a sproposito e sei andato a sbattere contro tutto e tutti quelli in cui ti imbattevi lungo il percorso, e hai vinto. E non te ne rendi neanche conto.

C'è ancora spazio per l'amore? O il segreto per essere felici, da adulti, è chiudere le porte a Cupido e aprire le ante del frigorifero? Il lieto fine è una bufala, come affermano i cinici? Leggerissimo, sofisticato, cangiante e sgargiante, il romanzo di Andrew Sean Greer gli è valso il Pulitzer – forse non troppo meritatamente, ma non importa – e ha confermato il talento narrativo dell'autore, già apprezzato con La storia di un matrimonio. I suoi veri meriti non stanno tanto nel ricco itinerario suggerito, né nelle riflessioni agrodolci sul mestiere dello scrittore o sul divenire delle relazioni sentimentali, bensì nella brillantezza con cui vengono rovesciati i toni e le situazioni. A ben vedere, quella del nostro protagonista è una lacerante storia di inadeguatezza e viaggi a vuoto: una tragedia in cui ogni comprimario è una finestra a specchio per ingannare i morsi dell'abbandono. Greer, però, ci lascia inforcare degli occhiali speciali e la vita, così, perfino quella più derelitta, ci appare una divina commedia dalle selve oscure magicamente screziate di rosa: anzi, di uno sfavillante “blu lessiano”. Lo custodirò con cura, per rileggerlo – e comprenderlo meglio – a cinquant'anni.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Freddie

martedì 2 marzo 2021

Recensione: Le conseguenze, di Richard Russo

| Le conseguenze, di Richard Russo. Neri Pozza, € 19, pp. 383 |

Come nella Casa sul lago di David James Poissant, un gruppo di personaggi si riunisce per trascorrere un ultimo weekend insieme prima che gli agenti immobiliari piantino il cartello vendesi sul vialetto. Come in Ohio di Stephen Markley, i protagonisti – tre amici di lunga data che non si vedono da un bel po' – si scoprono uniti da un garbuglio di bugie, segreti e non detti. È forse possibile sperimentare una seconda giovinezza, darsi una seconda possibilità? Quanto sappiamo davvero del bagaglio psicologico delle persone che ci circondano? La verità, una volta scoperta, renderà liberi come recitano i proverbi? Ormai ultrasessantenni, Lincol, Teddy e Mickey si danno appuntamento a Martha's Vineyard: è settembre, i turisti stanno andando via. Quarant'anni prima la stessa isola ha fatto da sfondo a un mistero rimasto irrisolto. Che fine ha fatto Jacy, l'unica ragazza del gruppo – quella di cui erano tutti innamorati alla follia? Compagni di college ai tempi dell'arruolamento per il Vietnam, i protagonisti formavano un quadretto organico nella sua disorganicità.

Quali erano le possibilità che quei tre finissero nello stesso dormitorio per matricole al Minerva College, sulla costa del Connecticut? Perché basta tirare un filo della trama del destino umano e tutto si dipana. Però potremmo pure dire che le cose hanno la tendenza a dipanarsi anche da sole.

Lincoln, bello e benestante, è diventato un agente immobiliare con sei figli e una nidiata di nipoti: circondato dall'amore di una grande famiglia, prende le distanze da un padre verso cui ha sempre nutrito sentimenti conflittuali. Teddy, figlio di una grigia coppia di insegnanti, ha abbandonato il sogno del basket in seguito a un grave infortunio e si è rifugiato tra i libri di teologia: editor frustrato, per quale motivo rifugge la compagnia delle donne e l'obiettivo di scrivere un libro tutto suo? Infine c'è Mickey, italo-irlandese scappato in Canada per evitare la guerra: musicista sboccato e rumoroso, all'apparenza è il bamboccione di sempre, ma si rivelerà il più sfuggente dei tre uomini. Oltre che essere un agrodolce amarcord, però, Le conseguenze è anche e soprattutto un giallo: a volte inquietante, a volte incantevole, Jacy – mi ha ricordato la Jenny di Forrest Gump, disinibita e sofferente – è un fantasma che li ossessiona; una sposa in fuga che baciava tutti ma non sceglieva nessuno, frequentava le spiagge nudiste, si spingeva al largo per sottrarsi a ogni scelta... Tridimensionali, affiatati, indagati tanto nei reumatismi quanto nelle contraddizioni, i riusciti protagonisti di Richard Russo sono tre anziani che tra bistecche, birre e rock 'n roll parlano del Vietnam, dell'ascesa di Donald Trump, del destino.

Ci sono un sacco di cose che non sappiamo delle persone, anche di quelle che amiamo di più. Ci sono delle cose che non ti ho mai detto di me, e probabilmente ci sono delle cose ce non sono affari miei e che tu non mi hai mai detto. Ma le cose che teniamo segrete tendono a rappresentare proprio il cuore di ciò che siamo.

Nella vita c'è un disegno? Le cose sarebbero andate diversamente se non si fossero mai incontrati all'università? Emozionante nel ritratto di una tipica amicizia al maschile, sincera ma laconica, il romanzo punta ai colpi di scena dell'epilogo e qui e lì incappa in qualche cliché di troppo – il vicino gradasso guardato con sospetto, il classico poliziotto in pensione dedito all'alcol e all'autocommiserazione –; in qualche spiegone evitabile che, anziché amalgamarsi al resto della narrazione, sembra spezzarla bruscamente. Scorrevole ma non sempre fluido, il premio Pulitzer Russo predilige inoltre una narrazione corale che non include uno dei tre protagonisti: tagliato fuori dall'alternanza dei punti di vista, e per questo guardato con maggiore scetticismo dal lettore, il personaggio in questione si sottrarrà in parte all'effetto sorpresa dello scioglimento. Sentitissimo ritorno alla narrativa americana, Le conseguenze mi ha regalato atmosfere e personaggi cari per risollevarmi di morale dopo una serie di letture deludenti. Poco originale, ma appassionante comunque, piacerà per i toni amareggiati e per i suoi lunghi viali di speranze infrante. Chi, a vent'anni, non si è illuso di poter cambiare il mondo? Chi, a sessantasei, può considerarsi in pace con sé stesso? Con l'avanzare dell'età non sopraggiunge alcuna saggezza. Ma soltanto l'ora di pagare, con interessi raddoppiati, e conseguenze delle nostre scelte.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Johnny Mathis – Chances Are

lunedì 2 settembre 2019

Recensione: Nemesi, di Philip Roth

Nemesi, di Philip Roth. Einaudi, € 11, pp. 182 |

Era la mafia a uccidere solo d’estate nel film d’esordio di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. A seguire lo stesso modus operandi, a metà degli anni Quaranta, è un’altra maledizione: la poliomelite. All’inizio assimilabile a una comune influenza – temperatura corporea in aumento, spossatezza, torcicollo –, presto riduceva le sue vittime a gusci vuoti; fantocci inamovibili intrappolati dentro un letto d’ospedale, in un polmone d’acciaio. I più colpiti: i giovanissimi. È una strage fra i minori di quattordici anni. Il morbo implacabile falcia un’intera generazione di bambini mentre gli Stati Uniti, già colpiti fin dentro le ossa, si struggono per i caduti a Pearl Harbour.

Dentro il carro Mr Cantor vide il feretro. Impossibile credere che Alan giacesse in quella disadorna, pallida cassa di pino solo perché si era preso una malattia estiva. La cassa da cui non esiste via di fuga. La cassa in cui un dodicenne resta per sempre un dodicenne. Il resto di noi sopravvive e invecchia, ma lui continua ad avere dodici anni. Trascorrono milioni di anni, e lui ne ha ancora dodici.

A Newark, nello stato del New Jersey, si disputa quindi una doppia guerra mondiale: da un lato abbiamo l’inquietudine per gli allarmi antiaerei; dall’altro, invece, il rumoroso passaggio delle sirene dell’ambulanza. Ma del propagarsi del morbo, a lungo, nessuno parlerà: gli americani se ne rendono conto quando i casi di polio ammontano già a quaranta. Le cause, sconosciute. Colpa degli immigrati italiani, che sputacchiano dappertutto; degli hot dog a buon mercato; dei bagni sporchi; dei cani e dei gatti; degli scemi del villaggio?  Un allarmismo da caccia alle streghe fa abbattere i randagi come fra le strade di Chernobyl, evitare il contatto con il prossimo, scappare dai centri più popolosi puntando diritti alla linea del mare. Qualcuno, appartenente alla schiera dei privilegiati, taglia la corda. Qualcuno, la maggioranza, resta. E continua a chiacchierare sul portico di casa come se nulla fosse, mentre i bambini fanno cose da bambini e sperano in cuor loro che l’estate – perfino quell’estate famigerata, sì – non finisca mai. Se il germe più pericoloso è la paura, come difendersi? Non preoccupatevi, siamo in un altro bellissimo romanzo di Philip Roth. 
La tragedia, lontana dalla cronaca asciutta e senz’anima che poco gradisco, è raccontata dal punto di vista di un uomo comune. Un anti-eroe al centro del contagio – non un soldato di stanza altrove, né un villeggiante baciato dalla fortuna –, con il fisico scattante e gli occhiali troppo spessi. Avrebbe voluto arruolarsi insieme ai migliori amici, ma la miopia l’ha costretto lì:  ad allenare i bambini a softball, con la speranza di fare comunque la differenza.

Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovare la ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio oppure in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore.

Nato in una famiglia d'origini polacche, allevato sano e forte nel retrobottega dei nonni, Bucky Cantor è l’emblema del ventitreenne tutto d’un pezzo. Stoico per natura, disabituato all’ironia, fa i conti con la sindrome del sopravvissuto e con la vergogna dei codardi: nei giorni buoni, però, gli sono di consolazione quei novanta ragazzi di cui prendersi cura e l’amore a distanza per Marcia, che gestisce goffamente al telefono. In che modo alternativo può manifestarsi l’eroismo in mancanza di un’esistenza consacrata all’azione? 
Marcus, indimenticato protagonista di Indignazione, si poneva domande simili nel romanzo di formazione che mi aveva fatto innamorare per la prima volta della penna del mancato premio Nobel. Era l’anticonformismo a parlare; una smania di ribellione che si esprimeva nelle accese invettive contro un decano intransigente. Era un senso di colpa logorante, insito forse nelle radici stesse dell’essere ebrei, che portava il giovane a commettere scelte sbagliate in nome di alti ideali. In principio inarrestabile, quintessenza della mascolinità, come reagirà invece Bucky davanti alla prospettiva di accettare un impiego su un quieto lungolago che ricorda la magia dei campeggi di Nickolas Butler?  A raccontarci le tappe del percorso dell’allenatore, perseguitato dalla tragedia e da dubbi sempre più striscianti, è Arnold: un personaggio che eccezionalmente non condivide mai la scena con Cantor prima della fine; uno dei suoi allievi, che in prima battuta si ammala per non riprendersi mai definitivamente.

Non metterti contro te stesso. Nel mondo c’è già abbastanza crudeltà. Non peggiorare le cose facendo di te un capro espiatorio.

Il popolo di Facebook, in questo periodo, si divide fra vax e no vax
I miei genitori, nati sul finire degli anni Sessanta, sull’avambraccio hanno la cicatrice del vaccino antivaiolo. 
Gli stendardi di Bucky, le sue ferite, sono invisibili e profondissime, di quelle condivise soltanto dai personaggi letterari dotati di una simile intensità. Se la prende con Dio, tanto lodato eppure tanto crudele. Se la prende con sé stesso, tanto affidabile eppure tanto sfortunato: che abbia nuociuto anche ad altri, dopo aver ammazzato sua madre venendo al mondo? Romanzo storico dalle ricostruzioni inappuntabili, con le angosce di un survival horror senza scampo, Nemesi cerca un senso, un perché, a un’ondata mortifera misteriosa come lo sono d’altronde tutte le pandemie. E lo trova in una scrittura inimitabile, che condensa grandi emozioni in pagine centellinate. In un capogruppo in canottiera, pantaloncini e scarpe da ginnastica, che alla fine della corsa lancia il suo amato giavellotto sotto lo sguardo conquistato degli allievi. Sembra proprio Eracle in persona, il figlio di Zeus. Un velo di sudore sulle tempie, le gambe solide, i muscoli tesi. Poi un grido di battaglia, che diventa pian piano sintomo di dolore e frustrazione. Un urlo elevato verso ciò sfugge e tormenta; verso un cielo aperto che, comunque vada, sera dopo sera, tramonterà sulle disgrazie di un’estate memorabile. E della vita stessa. 
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Francesco Guccini - Dio è morto

lunedì 2 gennaio 2017

Recensione a basso costo: Indignazione, di Philip Roth

Non avevo il fegato per battagliare con il decano, non più di quanto ce l’avessi per battagliare con mio padre o con i miei compagni di stanza. Eppure, nonostante tutto, battagliavo.

Titolo: Indignazione
Autore: Philip Roth
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 136
Prezzo: € 10,50
Sinossi: È il 1951 in America, il secondo anno della guerra di Corea. Marcus Messner, un giovane serio, studioso e ligio alle leggi, di Newark, New Jersey, sta cominciando il secondo anno di università in un campus rurale e conservatore dell'Ohio: il Winesburg College. Perché ha deciso di frequentare il Winesburg invece del college della sua città, a cui si era inizialmente iscritto? Perché il padre, il risoluto e laborioso macellaio del quartiere, pare impazzito: impazzito per la paura e l'apprensione di fronte ai pericoli della vita adulta, ai pericoli del mondo, ai pericoli che vede incombere a ogni angolo sul suo amato figliolo. Come spiega al figlio la longanime madre messa a dura prova dal marito, è una paura che nasce dall'amore e dall'orgoglio che il padre prova per lui. Ciò non toglie che Marcus covi una rabbia troppo grande per poter ancora sopportare di vivere con i genitori. Li abbandona e, lontano da Newark, nel college del Midwest, si deve districare fra le consuetudini e le repressioni di un altro mondo americano.
                                                La recensione
Cerca di essere più grande dei tuoi sentimenti. Non sono io che te lo chiedo, ma la vita. Altrimenti finirai spazzato via. Spazzato via senza poter più tornare indietro. I sentimenti possono essere il più grande dei problemi. I sentimenti possono giocare gli scherzi più crudeli. 
Facendo finta che il Natale non fosse mai arrivato, negli scorsi giorni ho preferito tenermi leggero a tavola. Mentre sui gruppi Whatsapp arrivavano auguri come catene di Sant'Antonio, fotografie di pranzi da pascià e maglioni tesi su pance piene, io mi sono seduto in balcone, al sole, con il Kindle sulle ginocchia. La mia sola concessione alla pesantezza, la scelta volontaria del più grande autore della letteratura americana. Philip Roth, sconsigliato nei giorni di festa che domandano assoluta spensieratezza e poco indicato dopo pasti abbondanti, l'ho scoperto con i brindisi e i botti in lontananza: a celebrare, quasi, un primo incontro rimandato a lungo per il solito timore reverenziale e una lettura meravigliosa, in cui non pensavo di imbattermi con la sabbia della clessidra in progressivo esaurimento e i bilanci già fissati su carta. Ho iniziato in anticipo coi bei propositi di serietà, recuperando prima la saga familiare in pillole di quella Strout che non mi ha convinto e, infine, uno dei romanzi brevi a opera dello scrittore puntualmente depredato del Nobel. L'anno appena passato – un anno lungo e brutto, con troppi cambiamenti, pochi dei quali felici – mi ha sorpreso, però, serbando alla fine una delle letture più memorabili. Quanto ho amato Indignazione, su quel balcone su cui si è stati caldi fino a Santo Stefano. Quanto mi sono rivisto nei pugni chiusi, le unghie piantate a fondo nei palmi delle mani, di un protagonista che non dimenticherò. Indignazione è la storia della sua silenziosa e tragica rivolta. Siamo nel 1951. Marcus, diciottenne, è il figlio unico di un oppressivo macellaio kosher e della sua fedele moglie. Di altre generazioni, ma più limpido e schietto dei protagonisti di qualsiasi young adult, ha cugini che sono stati sepolti dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e una sorte che non gli va a genio. Colto e intraprendente, primo della sua famiglia a immatricolarsi, non vuole portare avanti l'impresa dei parenti: a lavorare al bancone accanto al padre, d'estate, si è vergognato come un ladro, fra polli da eviscerare e pattumiere incrostate. 
Ambisce a una preparazione accademica e ai benefici che ottocento chilometri messi tra sé e una famiglia conservatrice possono regalare. Dal provinciale New Jersey si trasferisce in uno studentato in Ohio, arrangiandosi come cameriere: teme di morire vergine, schiva le confraternite e persegue la solitudine, conosce per la prima volta ragazzi estranei alla comunità ebraica (e omosessuali, afroamericani, figli di coppie divorziate). Ma il Winesburg College, aconfessionale solo in teoria, è un tempio eretto alla tradizione, in cui i dormitori femminili sono severamente preclusi e gli studenti, bene educati ma immaturi, sono soggetti a capricci infantili. Il protagonista, presuntuoso ma coerente, litiga con Yahweh, i compagni di stanza e gli insegnanti, quei genitori iperprotettivi che in sua assenza contemplano l'idea della separazione. E c'è uno schianto di ragazza, Olivia, che nasconde profonde cicatrici sui polsi e armeggia sapientemente con la patta dei suoi pantaloni, china sui seggiolini della LaSalle chiesta in prestito. 
A chi ha riservato lo stesso trattamento, si domanda tra lo sconvolto e il lusingato un Marcus incapace di abbandonarsi senza drammi all'orgasmo? A tormentarlo, l'immagine premonitrice del sangue: le bestie al macello, il tentato suicidio della volubile Olivia, la minaccia non troppo remota della leva obbligatoria. Nella sua divisa inamidata, lo studente sguaina la penna a sfera e combatte i mulini a vento del conformismo e dei rovesci di fortuna: si arruola – con i suoi coetanei in partenza per la Corea – per un'altra guerra persa in partenza. Anche a rischio, come l'Ortis di Ugo Foscolo, di perdere per ben due volte reputazione, vita, amore. Gli salgono, così, a fiotti incontenibili, vomito, ispirazione e turpiloquio. Se sconfitto, si prenderà la soddisfazione di un sonoro vaffanculo pronunciato al momento propizio. E giù il sipario, con il fruscio delle bombe cadenti. Marcus, giovane per sempre, cerca disperatamente di uniformarsi agli altri. Si veste come i ragazzi delle brochure, acquistando di nascosto scarpe di camoscio, completo e cravattino. Si morde la lingua, tentando di darle un freno. Canta a fior di labbra un inno alla rivolta seduto di malavoglia nel suo banco a messa: la parola chiave è quella, sì, indignazione. Philip Roth, disincantato e mordace, tutt'altro che riguardoso, affida alla pagina – e sono pagine rade ed esaltanti, le sue, zeppe di scontri velati e struggenti soliloqui – la formazione di un adolescente genuino e a tratti esasperante, che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto e non sa godersi la quiete dei giorni pari: uguale a me, che al contrario non amo battibeccare, né sentirmi dare inutili ragioni. Ma nel mio silenzio il non detto accende la miccia delle rimostranze e delle incomprensioni; e l'indignazione sobbolle.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: David Bowie - Nature Boy 

mercoledì 21 ottobre 2015

Recensione [libro e film]: I segreti di Brokeback Mountain - Gente del Wyoming, di Annie Proulx

La camicia pareva pesante, ma poi Ennis si accorse che all'interno ce n'era un'altra, con le maniche accuratamente infilate dentro quelle della camicia di Jack. La sua vecchia camicia scozzese persa tanto tempo prima: sporca, con il taschino strappato, i bottoni saltati, rubata e nascosta. Eccole là, come due pelli, una nell'altra.

Titolo: Gente del Wyoming – I segreti di Brokeback Mountain
Autrice: Annie Proulx
Editore: Dalai Editore
Numero di pagine: 51
Prezzo: € 9,30
Sinossi: In Gente del Wyoming, Annie Proulx, che ormai si è affermata come una delle poche e indiscussi eredi della grande tradizione narrativa nordamericana, è riuscita a fare un piccolo miracolo. L’intreccio è una specie di ingranaggio esplosivo. I due personaggi centrali sono uomini semplici, rudi cowboy abituati alle lunghe solitudini delle transumanze e dei pascoli estivi. Nel desolato paesaggio, tra i due gradualmente si accende una passione erotica, una vera pulsione amorosa. Siamo però nel cuore dell’America tradizionale, dove i ruoli sessuali sono rigidi e le identità tagliate a colpi di accetta e di autocensure. Questo sentimento “proibito” è quindi destinato a scatenare conflitti, che sconvolgeranno tutto il loro mondo. Da questo romanzo e’ stato tratto il film di Ang Lee “Brokeback Mountain”, vincitore del Leone D’Oro alla Mostra del cinema di Venezia 2005.
                                               La recensione
Tu non hai voluto saperne, Ennis, e adesso quel che abbiamo è Brokeback Mountain.
Tutto costruito su quello. Fai il conto di quanti pochi minuti siamo stati insieme, in vent'anni. Io non sono te. A me non bastano un paio di scopate ad alta quota un paio di volte l'anno.Tu sei troppo importante per me, Ennis, figlio di una puttana troia. Vorrei riuscire a mollarti.” Sono due poveri diavoli, in cerca di un impiego per l'estate. Si scrutano furtivamente, appoggiati ai loro pick up rugginosi, e si domandano senza dirselo se troveranno un punto in comune, spunti per fare quattro chiacchiere, in quei tre mesi di solitudine, in alta montagna. Sono giovani mandriani, con ancora le facce belle della gioventù, ma le mani già segnate per la fatica dei campi: conservano banconote in un barattolo, sognando di mettere su famiglia e di essere proprietari di un piccolo appezzamento di terra; finalmente, non più schiavi. Fuori, tutt'intorno, la natura mostra i suoi volti nascosti, con il sole battente, la grandine all'improvviso, la neve ad agosto. Dentro, in una tenda, nel frattempo, Ennis Del Mar – tanto secco che, se non fosse per gli stivali pesanti, potrebbe soffiarlo via il vento - e Jack Twist – i denti a zappa, i fianchi larghi, la cintura con la fibbia dei rodei - scoprono la loro, di natura. In quell'estate di fatica e passione che va a intaccare, così, vent'anni e due vite parallele. Un avvenire intriso di malinconia che vive di rari incontri, spizzichi e bocconi, immensi rimpianti. Struggendosi nel ricordo di un fazzoletto di terra, un ruscello, un misero sacco a pelo contro la tempesta. Tutto quello – ed era poco, pochissimo – di cui c'era bisogno per volersi bene alla luce del sole. Brokeback Mountan potrebbe smettere di essere una bolla di sapone, un'isola che non c'è, se tutti sanno – lo raccontano, nelle bettole, contadini ciarlieli – qual è il destino degli uomini che vivono senza donne, nel sospetto perenne del vicino di casa? Un acro di felicità vale forse una vita piena di bugie? Per tutto il tempo, allora, i due immensi protagonisti si fronteggiano, tremanti. Gli speroni piantati a terra, le braccia ai lati, per prendere pistole – o scudi, ché a volte serve solo proteggersi – invisibili. Lo sguardo rassegnato, ma fiero. Occhi che sembrano lampeggiare e dire: ora lo stritolo, lo ammazzo. Ora lo bacio. Il cuore vuole una cosa, il corpo un'altra. Messi alle strette, l'uno si adatta all'altro. Sembra tutto facile, no? Quest'anno, I segreti di Brokeback Mountain compie dieci anni. All'epoca ero bambino, frequentavo la quinta elementare, forse la prima media, e la storia dei due cowboy innamorati mi faceva ridacchiare. Se solo fossi stato a conoscenza, invece, delle lacrime e dei nervi, ogni volta, in agguato... Era il duemilacinque. Grandi attori avevano rifiutato il ruolo, troppo forte l'imbarazzo, e il dramma declinato al maschile di Ang Lee era stato sottoposto a una censura tanto inspiegabile quanto spietata. Tante cose sono cambiate, per fortuna, anche se il film, vietato ai minori di quattordici anni, con l'America che ha detto sì e Facebook che si è tinto di arcoboleno per qualche giorno, è tutt'ora destinato a repliche in tarda serata, su canali secondari. 
Quando invece vent'anni fa, dunque dieci anni prima, un altro cowboy romantico ci aveva mostrato, anche se con toni più melensi, qualcosa di simile: l'acre faccia del rimpianto. I ponti di Madison County, come il più impegnato Brokeback Mountain, è il ritratto dell'amore che, a un bivio, aspetta che la vita – lenta, inesorabile come un camion dal carico pesante – liberi il passaggio a due che, da un lato e l'altro della strada, si guardano senza potersi raggiungere. In mezzo, un mare di pedoni che giudicano senza clemenza e schiere di coniugi che non possono chiudere un occhio una volta di troppo. Sergio Leone, parlando di Eastwood, lo diceva dotato di due espressioni messe in croce: con e senza il cappello. Ennis Del Mar ha un cappello per tutte le stagioni, invece, e una sola espressione – è rassegnato; è stato un bambino triste e un adulto a metà – ed è perciò che strazia quando, nei suoi occhi, spunta un luccichio, nella scena in cui – dopo quattro anni – rivede Jack. Lo aspetta con addosso il completo buono: un jeans senza toppe, una camicia stirata a puntino da Alma, la moglie. Lo chiama piccolo mio, in quell'intimità spiata da una partner giustamente sospettosa, giacché non conosce tenerezze, burbero e pragmatico com'è, se non quelle che rivolge alle sue figlie. E' giusta la sua tristezza? E' giusta quella di una moglie che lo ama – una dolcissima Michelle Williams – ma che deve accettare di condividerlo con un altro? Heath Ledger, qui, e per questo la sua scomparsa è così dolorosa, è come il giovane Eastwood secondo Leone, ma migliore. Laconico, scostante, fedele come un cane pastore. Sembra mettersi meno in gioco, non tenere altrettanto a quel Gyllenhaal chiacchierone e solare; meno angosciato senz'altro, quest'ultimo, da una sessualità che, probabilmente, per lui non era un mistero da un po'. Il Jack Twist sempre in moto, sempre innamorato. Bisognoso di certezze e piani di riserva – ad esempio, una compagna intelligente e capace come quella Anne Hathaway in carriera. Ma, come gli rivela nell'ultimo, indimenticabile confronto, è per Jack che Ennis ha messo in pausa matrimonio e lavoro. 
Per potere scattare alla porta, pimpante e puntuale, sentendo scricchiolare il suo camioncino sulla ghiaia del vialetto di casa. Allora non resta che l'eco di quella dannata armonica scordata e due camicie, appese sulla stessa gruccia, mai lavate, che sopravvivono, insieme a una cartolina, alla maledizione dei compromessi e perfino a loro stessi. Fu pioggia di candidature e qualche statuetta guadagnata – anche se sembra eccessiva quella a un Ang Lee con un progetto sì coraggioso, ma una regia, purtroppo, poco più che modesta; i pugni chiusi di Heath Ledger, straordinario, meritavano indubbiamente riconoscimenti più del resto – per un film storico: una delle ingiustizie più grandi commesse dall'Academy – quell'anno, gli preferirono il dimenticabile Crash – e tra le storie d'amore più commoventi del decennio passato. Alla sua base, il racconto asciutto, rapido e indolore di un'autrice Premio Pulitzer. Un'attenta descrizione di quello che succede intorno a loro, fuori, ma non di inquietudini laceranti e battiti mancati. Più cronaca che narrazione, dunque, laddove abbondano le descrizioni paesaggistiche e scarseggiano, sfortunatamente, gli stati d'animo. Scene in rapida sequenza; dialoghi calzanti, ripresi per filo e per segno nel lungometraggio. Ma non ci si sbilancia, non si dice altro che non si sappia già. Li ha sentiti più Lee – a cui tanto si può rimproverare, ma non un'emozione latitante: in caso contrario, fatevi controllare il cuore; c'è qualcosa che non va – che la Proulx. Valida narratrice, non aiutata da quelli che per me sono i pochi pregi e i molti difetti della dimensione del racconto. C'è però la verosimiglianza. La realtà rude che il cinema poi finisce per abbellire – vedi i protagonisti, scelte secondarie della produzione, quasi ultime ruote del carro, che sono (o erano) tra gli attori più corteggiati e richiesti – e il sentimento che la grazia dell'immagine e la forza di interpretazioni maiuscole, poi, acuisce. E' così breve, è cosi veloce, che – leggendolo – non si immagina di trovarsi davanti a una storia grande, entrata immediatamente, di petto, nell'immaginario collettivo. Avendo visto già il film, sembra un riassunto. Un racconto basato su una sceneggiatura, e non viceversa. Se la lettura non è imprescendibile, la visione sarà al contrario necessaria – stessa cosa, lo scorso anno, avevo detto parlando del deludente romanzo che aveva ispirato, negli anni novanta, il triste randez vous tra Eastwood e la Streep. La vita è breve, l'amore è lungo. Ma, accanto alla persona sbagliata, nel letto sbagliato, accade il contrario. Gli aggettivi si invertono. La vita si allunga a dismisura – e come passarla, se sei condannato a una gioia clandestina? - e l'amore si accorcia – in incontri tra amanti pieni di vergogna, e in sprazzi di libertà che ti fanno sentire contento e colpevole. Non sprecate un attimo, perciò.
Per dire “Jack, io giuro”, usate questa vita. Usate questo amore.
Il libro: ★★★ Il film: 8
Il mio consiglio musicale: Gustavo Santaolalla - The Wings

mercoledì 13 agosto 2014

Recensioni a basso costo: Dio di illusioni, di Donna Tartt

La morte è la madre della bellezza. E cos'è la bellezza? Terrore

Titolo: Dio di illusioni 
Autrice: Donna Tartt
Editore: Bur – Rizzoli
Numero di pagine: 622
Prezzo: € 11,00 (Scontato: € 9,35)
Sinossi: Un piccolo raffinato college nel Vermont. Cinque ragazzi ricchi e viziati e il loro insegnante di greco antico, un esteta che esercita sugli allievi una forte seduzione spirituale. A loro si aggiunge un giovane piccolo borghese squattrinato. In pigri weekend consumati tra gli stordimenti di alcol, droga e sottili giochi d'amore, torna a galla il ricordo di un crimine di inaudita violenza. Per nascondere il quale è ora necessario commeterne un altro ancora più spietato...
                              La recensione
Di Dio di illusioni non mi dicevano semplicemente che era un libro bello, ma che era uno di quei libri – scritti una volta ogni tot di anni – che cambiano la vita di chi lo legge. Aspettative, dunque, non alte: di più. E' stato strano leggerlo, nella sua voluminosa interezza, nell'attesa perenne di qualcosa. Esperienza unica girare pagina con la speranza di trovarsi lì, prima a pagina cento, poi a pagina seicentoventi, cose rare e grandi. Giravo, giravo, giravo: come faccio per casa, con i piedi che non stanno fermi, quando aspetto un ospite importante. Sono stato vigile, in attesa, sull'attenti, ma qualcosa è andata per il verso sbagliato. Nessuno ha bussato alla porta, quel misterioso senso del tutto non si è voluto far vivo. Dunque, filosoficamente, umanamente, culturalmente, non mi ha cambiato come persona. Sono lo stesso di una settimana fa, solo con un romanzo in meno da leggere. Avrei voluto vederci tanto, ma cosa avrei dovuto, esattamente, cercare di scorgere? Non so bene, e aspetto che qualcuno mi faccia luce e mi indichi, magari, la strada corretta. Sulla neve fresca del Vermont, la scia dei miei passi alla deriva. Non ho visto granchè di quello che non c'era scritto, quindi mi concentro sul concreto. Dati empirici, inchiostro indelebile, pagine da annusare. Un romanzo, grosso, di seicento pagine e oltre, che ho scoperto all'inizio di quest'anno. Pubblicato per la prima volta ventidue anni fa, ha rivisto la luce grazie a una ristampa recentissima. La misteriosa Donna Tartt, donna bellissima e criptica che pubblica un libro ogni dieci anni, aveva vinto il premio Pulitzer e scritto un ennesimo capolavoro. Ennesimo. Il che vuol dire che ce ne erano stati necessariamente degli altri. Recuperare il primo, su consiglio di amici e colleghi, è stato immediato. L'ho portato al mare con me, anche se – per la sua strana natura – è l'opposto del libro da ombrellone. Sinceramente, però, non sapevo quando altro avrei potuto leggerlo: in precedenza, con la sessione estiva e il tempo cattivo? Ad ottobre, con i nuovi corsi e i sali e scendi continui per raggiungere l'università? Il mare mi rilassa, mi lascia concentrato e vigile, mi rovina il dorso dei romanzi in brossura, ma tant'è. Non essendoci momento migliore, l'ho creato un po' da me. Leggendolo sono arrivato a una sacrosanta conclusione: io guardo troppi film. Ma proprio tanti. Leggo anche molto, certo, ma mai un libro al giorno. Invece un film al giorno, bello o brutto che sia, la guardo; necessariamente. Ecco che succede, quindi, quando un libro scritto benissimo, e con splendide parole di troppo, ti racconta una storia che già hai visto e rivisto altrove: sensazione nota, sentimento spiacevole. Lo fissavo da tempo e lo temevo, a giusta ragione. Era lungo, prolisso, impegnativo: mi domandavo, tra me e me, se avrei retto. La lettura si è rivelata piuttosto scorrevole in molti punti, lenta in altri, ma indubbiamente valida. Mi ha annoiato raramente e raramente ho desiderato di portalo in fretta alla fine. Perché, come dicevo, aspettavo. Chissà cosa, ma aspettavo. Finchè mi sono ritrovato le mani vuote: le pagine erano tutte finite. Allora mi sono concentrato su altro e, pensando a un commento da scrivere, mi sono chiesto cosa mi fosse rimasto... Cosa mi è rimasto? Il sentore forte di un'infinita, connaturata classe: Donna Tartt è una signora scrittrice. 
Riempie le crepe, i fori, i graffi con il cemento di una prosa invidiabile. Si stenta a credere di trovarsi davanti a un esordio, ma lei è nata brava. Già. Brava nell'intrattenere, nello spaccare il capello in quattro, nel dire perfino le cose più superflue nel modo più giusto. Mescola le filosofie di altri e una filosofia che è solo sua. Costruisce una chiesa in cui si avvertono echi vibranti di Nietzsche, Dostoevskij, Euripide: una tragedia gialla che inizialmente non afferri. Ti limiti a definirla “affascinante”, perché così è. Nonostante parli con consapevolezza e faccia sfoggio di una cultura vasta e approfondita e ancora, nonostante nemmeno per un secondo il suo sapere mi sia parso vuota ostentazione da prima della classe, ha elaborato personalmente dottrine, teorie, idee in cui già mi sono imbattuto con i miei studi, per dovere o curiosità personale. Cinque sudati anni di Liceo Classico mi hanno dato un metodo di studio, un'infarinatura di filosofia, nozioni di greco antico: trovate tutto nelle brochure! Nonostante la lingua di Omero non sia diventata mezzo per parlare astrusamente in codice e rendendomi a malincuore conto che i protagonisti del romanzo in due anni di corsi già parlavano fluentemente una lingua morta, alla faccia mia, la particolarità dei caratteri, i frammenti colti di un Callimaco, i riferimenti a miti e credenze passate non mi hanno impressionato. Toglieteci, dunque, la mancata persuasione. Toglieteci che la trama, esile ma articolata alla perfezione, mi sembrava un elegante pasticcio di cose già note. Quel che restava di Dio di illusioni: una prosa florida e poco altro; quei personaggi ipocriti, cinici, biechi, che eppure – delineati in maniera tanto sopraffina – facevano buona compagnia, sorseggiando drink ad alto tasso alcolico e intossicandoti col fumo stantio delle sigarette, il miasma della cospirazione, l'incenso pungente del rito dionisiaco. 
Li vedo qui davanti a me, come fantasmi: questa è una storia che, anche se non lo sapete ancora, ne è piena. Perciò loro, al buio, mi guardano con occhi a raggi x. Inquadrati in contre plongée che fissano il baratro, con un cadavere sul fondo, mentre il baratro fissa loro. Giacca e cravatta, camicia inamidata, occhiali tartatugati, l'aria distinta, la complicità assicurata da un comune misfatto. Il narratore, Richard: un ragazzo di umili origini, bugiardo per necessità, che veste abiti di seconda mano e arrabatta denaro come può, nei gelidi inverni all'università; il delicato Francis, che solo tra amici può permettersi di non nascondare la sua sessualità vissuta con cruccio; gli inseparabili fratelli gemelli, Charles e Camilla: brillanti e avvenenti angeli; l'imponente e ricco Henry, dall'ambizione smodata e con un animo di fango da Mr Ripley; infine, il ragazzo il cui destino è svelato alla prima pagina, Bunny: assassinato. E perché? Il romanzo parte dalla fine, svelando a poco a poco i retroscena dell'omicidio; le indagini della polizia locale; gli sbrigativi piani b; la cattiva influenza di un ottimo insegnante, l'affascinante e ambiguo Julian. Un burattinaio che rimane, fino alla fine, in ombra, indecifrabile e bizzarro, eppure motore vero di quel giovane coro tragico. Rituali e pratiche arcane: descritte con toni più perfidi e coinvolgenti in L'età sottile. L'istruzione che uccide e insani legami studente-insegnante: L'allievo, Cracks, Symbiosis, Formula per un delitto, Giovani Ribelli, Oxford Murders, l'ottimista L'attimo fuggente (addio, Robin). Soprattutto, ho pensato a The Dreamers, tratto da un racconto datato 1989, mi dice Wikipedia: i giochi sentimentali dei personaggi, le combinazioni amorose, la paura che una crepa nella torre d'avorio possa buttare giù tutto, l'affinità elettiva, cenni all'omosessualità e le preoccupanti gelosie dei fratelli verso le sorelle gemelle. Eloquenti e dotti, dal primo all'ultimo, inquietanti e inquieti, dal primo all'ultimo, discettano di alti argomenti e, parlando di splendore e paura, immortalità e dannazione, lavorano a un crimine perfetto. Difetto di un libro non altrettanto perfetto: l'autrice mette per bene i puntini sulle "i" e, nella parte conclusiva, elenca vita, morte e miracoli di inutili personaggi minori. Nulla è lasciato al caso, almeno apparentemente. Il finale è risolutivo e appagante, ma le informazioni, le digressioni e le novità aggiuntive mi hanno dato come l'impressione che la Tartt, furba, cercasse di distrarci, e da quelle che, purtroppo, sono incongruenze; banalità; toppe posticce. Non lo diresti, vedendola cullarsi in una molteplicità sterminata di dettagli, ma ha una fretta matta. Io, che tenevo d'occhio più il filo conduttore della trama che il superfluo, l'ho notato: la tensione si scoglie in un unico, prevedibile passo lasciato in balia del caso. Lei svela quello che non deve svelare, dicendo quello che, imprevedibile, doveva custodire solo la notte. Un deforme romanzo di formazione. Un esordio folgorante, ma lontano, sia dal Paradiso che dal pagano Olimpo. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Dario Marianelli – Briony (da Espiazione)

Attenzione: Spoiler: evidenziare, per leggere. 
Il suicidio della vera anima del gruppo: la polizia a cosa lo attribuisce? Depressione? E quei colpi volati nella stanza d'albergo? Com'è possibile che tutti l'abbiano fatta franca, proseguendo beatamente con le loro vite annoiate? Colpa, senso di fallimento, abbandono... Penso che anche il più sbatato dei poliziotti avrebbe collegato il colpo di pistola autoinflitto, alla fine, alla morte ancora senza perché di Bunny. Mah. Dal giallo non prende in prestito il ritmo, ma il peggio: vale a dire, forze dell'ordine idiote!