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venerdì 4 settembre 2026

Recensione: Skippy muore, di Paul Murray


 | Skippy muore, di Paul Murray. Einaudi, € 22, pp. 720 |

Mentre l'estate giungeva al termine, un romanzo mi ha riportato in anticipo tra i banchi di scuola e ho indossato, così, l'uniforme grigiastra del Seabrook College: un esclusivo collegio maschile di Dublino in cui, da centoquaranta anni, si formano i rampolli della futura classe dirigente. In questo microcosmo senza donne, scandito da un rigido coprifuoco e talora travolto dagli scandali sessuali del clero, Paul Murray ambienta un esordio in cui una violenta crisi dei valori è destinata a schiantarsi su tutto e tutti con conseguenze disastrose. Dopo la morte del vecchio preside, il collegio abbraccerà finalmente il capitalismo, i valori laici, la tecnologia?

È solo che questi sono ragazzi, capisci? E le persone che dovrebbero occuparsi di loro, e insegnargli a essere maturi e responsabili... noi siamo peggio di loro.

Come in Il giorno dell'ape, l'autore irlandese affronta di petto argomenti delicatissimi – bullismo, disturbi alimentari, dipendenze, abusi –, mescolando denuncia e commedia, folklore e scienza, in pagine pirotecniche anche se non esenti da lungaggini. A scuola, si vive come in trincea: il 99% noia, l'1% terrore. Convivono con questi sentimenti sia gli allievi che gli insegnanti, troppo presi da loro stessi per accorgersi che c'è qualcosa che non va in Skippy – un quindicenne fragile e sfuggente, star della squadra di nuoto, che sfortunatamente si innamora della ragazza del bullo della scuola. Il romanzo è spaccato in due. Prima della sua morte, c'è quello che non deve mancare mai: le feste a tema e le sbronze, le fantasie erotiche e il sogno di scoprire un'altra dimensione nello scantinato dell'istituto. Dopo la sua morte, attorno a quel posto vuoto lasciato in classe, si spalanca un buco nero di sensi di colpa e segreti. Ruprecht, il geniale migliore amico, si ingozza di ciambelle e fantastica di multiversi; Lori, la fidanzata, sviluppa una dipendenza dalle pillole dimagranti; Carl, il bullo autolesionista, pesta i piedi agli spacciatori sbagliati; Howard, il professore di Storia da sempre tacciato di codardia, è a un bivio amoroso e professionale.

Ma la storia, alla fine, è solo un tipo diverso di racconto, e i racconti non sono la verità. La verità è incasinata e caotica e non finisce mai. Spesso non ha un senso vero e proprio. I racconti invece hanno sempre un senso, ma quello che fanno è eliminare ciò che non calza. E spesso ce n'è tanto.

Nonostante le atmosfere possano ricordare i classici del cinema di formazione, al Seabrook non troverete Robin Williams in cattedra: la vocazione, lì, non appartiene né ai preti né agli insegnanti. Vario e asimmetrico, esagerato e romanticissimo, Skippy muore ha i sali-scendi delle montagne russe. Si può scendere dalla giostra? Si può fermare il futuro? Fino a qualche anno fa, questo romanzo “sulle stringhe invisibili che ci uniscono” mi avrebbe fatto struggere per il destino del protagonista, così come mi era successo, da ragazzo, per la Alaska del cult di John Green. Oggi, invece, mi sono sentito più toccato dalle vicende degli insegnanti che da quelle dei ragazzi. E il loro cinismo, la loro indifferenza, mi ha fatto paura. Per quanto ancora potrò dirmi più vicino - anagraficamente e non solo - ai miei studenti che ai colleghi? Quando mi scoprirò un giovane prof prigioniero di un vecchio sistema scolastico - dunque, dall'altra parte della barricata? Avere quindici anni è una guerra. Restare abbastanza candidi da ricordarlo, forse, è già un modo per non perdere.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: About Today – The National


giovedì 16 luglio 2026

Recensione: Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates

 | Ho fatto la spia, di Joyce Carol Oates. La nave di Teseo, € 20, pp. 490 |

Come approcciarsi a una delle più grandi scrittrici viventi? L'indecisione, a lungo, mi ha tenuto lontano da Joyce Carol Oates: prolifica quanto Stephen King e, ogni anno, in odore di Premio Nobel. La conoscenza è avvenuta con un romanzo lungo, certo, ma meno sperimentale di altri. Una storia di formazione a metà tra Harper Lee e Ian McEwan, dove una dodicenne troppo curiosa scopre prematuramente le crepe del mondo adulto, il razzismo e altri mostri. Ultima di di sette figli, Violet Rue Kerrigan ama la sua famiglia. Al 388 di Black Rock Street, South Niagara, New York, vive questo affiatato clan di origine irlandese in cui la ragazzina vuole disperatamente essere accettata – soprattutto dai maschi, che più degli altri sembrano avere una vita segreta.

Una famiglia somiglia a un albero gigantesco. Può anche essere gravemente danneggiato, magari sta cominciando a morire e marcire, ma le sue radici sono aggrovigliate sottoterra, inestricabilmente.

L'irrequieta Violet incolla l'orecchio sulle porte chiuse e sulle assi del pavimento. Cerca di carpire i non detti, finché scopre qualcosa che tutti, compreso il sacerdote, le ordinano di omettere: i fratelli maggiori, senza motivo apparente, hanno ammazzato un giovane afroamericano. Lei è l'unica a sapere dov'è sepolta l'arma del delitto. Il titolo ce lo anticipa. Scissa tra senso di colpa e senso d'appartenenza, Violet farà la spia. Ma quella che sembra la fine è solo l'inizio di una storia che segue la protagonista dall'infanzia alla vita adulta, passando attraverso gli abusi di un insegnante, i lavori svilenti, le relazioni tossiche. Può la giustizia rovinare la vita? Uscita dalle grazie della famiglia, Violet imparerà che le parole sono irreparabili. E, davanti ai futuri predatori, avrà il terrore di perdere tutto, di nuovo, a causa di una sillaba di troppo.

La felicità non è affidabile. La malinconia sì.

Dopo una prima parte potentissima, la seconda sconta i difetti dei romanzi più lunghi del necessario. Gli stadi dell'esistenza della protagonista – fragile e provocatoria, vittima e carnefice – finiscono per somigliare a racconti sconnessi, quasi a sé. Anche quando il focus sembra perdersi, tuttavia, Oates resta straordinaria nel descrivere con asciuttezza la maturazione di Violet, il suo passare da una vita provvisoria all'altra, in attesa che la condanna dei fratelli – e, quindi, anche la sua – raggiunga il termine stabilito. Ma dove fare ritorno, se nel frattempo la casa d'infanzia è stata venduta per fronteggiare le spese giudiziarie? Ho fatto la spia è la storia di un esilio, di una ragazza con una cicatrice a forma di stella sotto l'attaccatura dei capelli e di un passato dolorosamente idealizzato, in cui le attese riempiono di speranza e terrore. Ogni famiglia è un microcosmo impenetrabile: la fedeltà è tutto, il silenzio è d'oro.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Chordettes – Mr. Sandman

giovedì 8 gennaio 2026

Questo blog è di un anno più vecchio della mia protagonista

Ha senso, nel 2026, continuare ad aggiornare un blog? I lettori sono sempre gli stessi, fermi ormai da anni. I commenti e le visualizzazioni scarseggiano. Ci sono cose di cui preferiscono parlare soltanto su Instagram, in maniera più immediata e informale. Ci sono libri o film di cui, qui sopra, non c'è traccia: Letterbox e le stories, ormai, hanno sostituito i post. Eppure, oggi è il nostro quattordicesimo compleanno. E questo posto, forse più freddo e meno accogliente di un tempo, resta la cosa più vicina alla mia idea di casa. Torno qui a raccontarmi, a leccarmi le ferite, al termine di un anno infernale in cui ho perso entrambi i miei nonni, la casa in cui ho trascorso l'ultimo decennio e, soprattutto, Ciro: il gatto tigrato che si è rivelato il mio amore e il mio dolore più grande. Eppure, è successo anche qualcosa di bellissimo: presto, Nutrimenti pubblicherà una storia che davo per persa. Finalista al Premio Neri Pozza nel 2021, è rimasta in un cassetto per tutto questo tempo. Leda, la mia protagonista, ha tredici anni: dunque, questo blog è di un anno più vecchio di lei. E nei ringraziamenti, immancabilmente, ci siete anche voi: gli affetti stabili che, nella buona e nella cattiva sorte, in silenzio o a voce alta, hanno sempre supportato il mio modo di raccontare le storie altrui. Sarò abbastanza bravo, questa volta, alle prese con la mia? La curvatura dell'orizzonte arriverà in libreria il 16 gennaio. Spero gli vorrete bene, come per tutti questi anni ne avete voluto a me. Con affetto, Michele.

| La curvatura dell'orizzonte. Nutrimenti, € 19, pp. 272 |

Leda ha tredici anni, vive su una piccola isola del Mediterraneo e il suo nome è una dichiarazione d’intenti. Intrattabile e solitaria come una gatta randagia, è stata registrata all’anagrafe per sposare un destino: distruggere. O almeno, è questo ciò che le ripete suo padre, l’aspirante sindaco dell’isola, sbucato dal passato per imporle il marchio del proprio cognome. Da allora Gemma, madre di Leda, si è rifugiata nel silenzio e la ragazza, smarrita, ha trovato i suoi punti di riferimento in Giosuè, figlio del maresciallo, e Saverio, bullo della scuola. Ma su quella loro isola, luogo sospeso tra mito e realtà, un giorno come tanti accade l’incredibile. E cambia tutto. Chi è la ragazza che Leda e Giosuè trovano in spiaggia, nuda e confusa? Tra fari abbandonati e notti d’estate piene di presagi, i ragazzi inseguono una verità che gli adulti hanno troppo a lungo nascosto. Un romanzo che, pur colpendo con grande forza e durezza, suona le corde della favola e che, prendendo le mosse da un immaginario neorealista, per i suoi ambienti e le lotte interne ai protagonisti, diventa storia di formazione raccontata in un modo nuovo, fresco, originale.

lunedì 25 novembre 2024

Recensione: Settembre nero, di Sandro Veronesi


|Settembre nero, di Sandro Veronesi. La nave di Teseo, € 20, pp. 304 |

Non faccio testo, penserete. Avevo amato il romanzo precedente e per un breve periodo avevo pensato finanche di tatuarmelo, un colibrì. Perfino i detrattori, però, concorderanno con me su un dettaglio: al di là degli sfoggi di bravura, oltre le improbabili tragedie, a brillare di luce propria era un capitolo dedicato alla collezione di Urania della famiglia Carrera. Settembre nero è infuso della stessa luce, è scritto dallo stesso Veronesi — quello meno manieristico e più malinconico. A dispetto del titolo, il suo è romanzo pieno di colori. Piccolo e lineare, ma non per questo meno complesso, è ambientato negli anni Settanta. La TV si è lasciata alle spalle il bianco e nero. I mangianastri cantano Bowie e Stevens. Le Olimpiadi incantano grandi e piccoli. Gigio, dodici anni, non sa ancora che tutto sta per cambiare: l'hard rock dei Led Zeppelin, col senno di poi, gli sembrerà profetizzare il terremoto in arrivo.

Se mi chiedessero di dire quale sia stato il singolo momento della mia prima vita in cui sono stato più felice, direi quello. Sul cedro. A guardare Astel da vicino. A non baciarla.

Candido e curioso come un novello Charlie Brown, il protagonista è ossessionato dallo sport, dai fumetti e dai segreti degli adulti: al Bagno Stella, in Versilia, si intrufola sotto le cabine in cerca delle loro dimenticanze e origlia come una spia le conversazioni dietro le porte chiuse. Il suo corpo cambia, cresce e stravolge i connotati senza prima avvisare. Allo stesso modo appaiono inarrestabili le dinamiche che minacciano di far scoppiare la bolla che il papà, avvocato, ha creato per proteggere il protagonista e la sorellina. Cosa lo trattiene in città? Perché sua moglie, un'irlandese dai capelli rossi come l'alba, è costretta a curare da sola le ustioni di quei figli troppo pallidi per sopportare tre mesi di villeggiatura? A distrarre Gigio c'è Astel: mulatta e con la testa fitta di treccine, è la ragazzina perfetta con cui spartire l'attesa di un bacio e l'amore per i cantanti americani. Cosa dicono quei testi? Gigio, bilingue, diventerà traduttore per amore. Accompagnato da una colonna sonora di divorante nostalgia, Veronesi rievoca un'epoca e una stagione precise, nonché l'insostenibile leggerezza dell'avere dodici anni. Si credeva a Babbo Natale fino alle scuole medie, il riposino pomeridiano era un imperativo categorico, il razzismo e la malizia apparivano come idee indefinite. La cronaca parlava di scandali e attentati; il conflitto israelo-palestinese teneva Monaco in scacco.

Non ho mai incontrato nessuno al quale sia successo così presto, e inaspettatamente, e precipitosamente, e brutalmente, e irreversibilmente, quello che è successo a me. Da non riuscire più a ricordare com'era fatta, quella vita che fu spazzata via; non non poter mai più dimenticare d'averla vissuta.

La storia del mondo è destinata a intrecciarsi a quella di Gigio, in questo struggente romanzo di formazione con echi di Il buio oltre la siepe e un'attenzione tutta nuova verso le emozioni dei giovanissimi, spesso minimizzate. Veronesi prende le vicissitudini del suo protagonista profondamente sul serio e traduce in immagini l'intraducibile. Perché ci saranno anche scioglilingua dotati di un significato criptico in versione originale, traduzioni italiane fatte di assonanze e libere perifrasi, ma Veronesi non ha bisogno di simili espedienti. Riesce a descrivere alla perfezione lo stupore per le isole che affiorano all'orizzonte, l'odore del sole — quel misto, insomma, di crema solare e materassini di gomma —, l'angoscia che le lezioni riprendano troppo presto. L'arrivo di settembre rappresenta la perdita dell'innocenza. Questo romanzo, per fortuna, è un'eterna estate. Sono stato al mare, così, anche a Torino, a novembre. Sono stato bambino anche a trent'anni.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Cat Stevens - When The Children Play

venerdì 6 settembre 2024

Recensione: E i figli dopo di loro, di Nicolas Mathieu

| E i figli dopo di loro, di Nicolas Mathieu. € 12, pp. 480 |

Abitano in una valle in cui non succede mai nulla. Pur di sfidare l'immobilismo, vivono le loro vite a velocità folle. Con le marmitte truccate e senza casco; il vento a spettinare loro i capelli. Li vediamo radunati sulle sponde di un lago in cui, ogni tanto, si registra un annegamento. In coda alle giostre del luna park, con le tasche dei jeans ingrossate dai gettoni degli autoscontro. Sulle piste di skateboard e nei pub col parquet appiccicoso di birra. Tutto è un gioco: perfino spaccarsi la testa. Siamo a Heillange, una cittadina di frontiera all'ombra degli altiforni. Le fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, incombono sugli abitanti come carcasse in putrefazione. È lì, negli anni dei Nirvava e delle vaccinazioni antitubercolari, che si muovono tre protagonisti con nulla in comune se non il fatto di essere giovani da morire.

All'orizzonte il cielo aveva preso colori esagerati. Inebriato, mollò il manubrio e spalancò le braccia. La velocità faceva sbattere i lembi della canottiera. Chiuse gli occhi per un istante, con il vento che gli fischiava nelle orecchie. In quella città mezza morta, Anthony filava a tutta birra, pieno di brividi, giovane da morire.

Anthony, robusto e con un occhio pigro, si mette spesso nei guai pur di forzare il destino: sempre in cerca della ragazza più bella, della festa piu divertente, incappa nelle spire della piccola criminalità. Hacine, immigrato marocchino, spera di diventare qualcuno attraverso lo spaccio: ruberà la motocicletta sbagliata al ragazzo sbagliato, portando in famiglia venti di tragedia. E poi c'è Steph, figlia di un aspirante assessore, indifferente alle attenzioni di Anthony: innamorata del classico bad boy, è il sogno erotico di grandi e piccoli e, segretamente, fantastica di trasferirsi nella capitale. Parigi appare lontanissima: esiste soltanto nei film in bianco e nero. Com'è possibile affrancarsi dalla vita mediocre degli adulti, fatta di lavoretti in nero e sussidi statali? C'è futuro per gli adolescenti, che escono tutte le sere senza mai sapere bene dove andare? Assetati di un altrove che si trova chissà dove, i protagonisti bruciano gli anni migliori nella noia esistenziale. Hanno madri single e padri gravemente depressi, un'idea sorpassata della mascolinità e, in cuffia, una playlist con le hit più indimenticabili degli anni Novanta.

Da mesi prometteva a suo padre di andarlo a trovare. Ma aveva paura di vedersi di ronte un fantasma. Coralie lo aiutava anche in questo. Il retaggio impossibile e la morte che incombe. Lo prendeva per mano, gli diceva: “Scopami forte, tesoro mio”, cose semplici che aprono crepe nella solitudine.

Il bravissimo Nicolas Mathieu, nell'arco di otto anni, ci racconta quattro estati di un gruppo di diseredati teneri e smaniosi. Lunghissimo, ma all'apparenza povero di eventi, il suo esordio vive d'atmosfere palpabili. Come nel migliore cinema francese, è quasi possibile percepire l'odore zuccherino del sudore adolescenziale; gli umori viscosi del sesso, consumato goffamente in macchina o nelle tende da campeggio; l'oscillazione ipnotica delle code di cavallo e l'elettricità di quei temporali estivi prima preannunciati, infine abortiti. In un epilogo da incorniciare, splendido e simmetrico, la rabbia si depositerà come polvere. Ci sono i mondiali, si brinda e ci si abbraccia disinteressati ai trascorsi personali, si acquistano TV fuori budget: improvvisamente è un bel momento per essere giovani e francesi, per bearsi della “terribile dolcezza dell'appartenenza”. E i figli dopo di loro è il romanzo da leggere su un treno per il nord, quando al termine delle ferie ci si lascia alle spalle con un po' di commozione la provincia amata-odiata che ci ha visti crescere. Per dire addio all'estate, finita troppo in fretta. E, se come me si ha già trent'anni, anche alla giovinezza che fu.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are

venerdì 3 maggio 2024

“Un giorno”, tre lustri dopo: il cult di David Nicholls riletto a trent'anni

| Un giorno - One Day, di David Nicholls. Beat, € 15, pp. 489 |

Ho detto addio per sempre ai miei vent'anni in compagnia di David Nicholls. Avrei voluto rileggerlo da un po'. Il bisogno, poi, si è fatto urgenza con l'avvicinarsi del mio compleanno. Lo avrei festeggiato lontano da casa. Alla mia tavola, intento a soffiare sulla trentesima candelina, avrei avuto soltanto facce nuove; gli amici di oggi. E quelli storici? E il mio passato? Nell'impossibilità di averli con me, ho fatto posto a Emma Morley e Dexter Mayhew: li conosco come le mie tasche, in fondo, dalla metà esatta della mia vita. Quando li ho incontrati per la prima volta, al ginnasio, erano più grandi di me: con il loro odore di vino e sigarette, con il sogno di cambiare il mondo, mi sembravano irraggiungibili. Lei con una citazione letteraria per ogni occasione, lui con le Oxford ai piedi anche nelle scarpinate; lei con gli occhiali a fondo di bottiglia sfoggiati come una medaglia al merito, lui perennemente in posa come una stella del cinema italiano. Non sapevo ancora che avrei vissuto le stesse crisi, gli stessi strappi, le stesse frustrazioni. Non sapevo ancora che, soprattutto a venticinque anni, ci si sente tutti persi. Me lo sono ripetuto come un mantra dopo la laurea (insieme a un'altra frase cult: «Ti amo, ma non mi piaci più»), quando la cruda luce del giorno ha mostrato la spaventosa fragilità dei miei ideali: in balia del precariato, ho seguito le tracce di Emma. Come lei, insegno Lettere e vado al cinema per le rassegne di Kieslowski. Ma, sempre come lei, non smetto di sognare una mansarda parigina in cui rifugiarmi a scrivere in attesa del mio sudato lieto fine. Cosa ne sa invece Dexter: un bellimbusto che lavora in TV ed è sempre troppo brillo per aggiornare la lista delle sue amanti? A questa ennesima rilettura, mi è parso meno superficiale che in passato; non mi ci sono rivisto, ma ho visto in controluce quel suo cuore buono massacrato dagli eccessi, dai rovesci di fortuna, dalle coincidenze mancate.

Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”, di solito il consiglio era questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva o eri di cattivo umore? Molto meglio cercare di essere buoni e coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio cambiare il mondo, ma il pezzettino di mondo intorno a te. Esci allo scoperto con la tua passione e la tua macchina da scrivere e impegnati al massimo per… qualcosa. Magari cambia la vita degli altri con l’arte. Coltiva le amicizie, non tradire i tuoi principi, vivi intensamente, appassionatamente. Apriti alle novità. Ama e fatti amare, se ti capita la fortuna.

Emma si piega, ma non si spezza: ha dalla sua la costanza di chi continua a innaffiare perfino un'amicizia che, a volte, somiglia a un bouquet appassito. Dexter, restio a lasciarsi istruire con letture impegnate, resta incastrato sotto una maschera che fatica a calzargli una volta sfumato l'ardore giovanile: in crisi d'identità, chi è quando né i riflettori né l'adorazione di Emma lo illuminano più? Adorabili, affiatati e frustranti, ormai al centro di ben due adattamenti, sono ricordarti a torto come i protagonisti di una storia strappalacrime. Un giorno, in realtà, è una commedia brillantissima nello stile di Harry ti presento Sally, animata dal ritmo perfetto dei dialoghi cinematografici e da una scrittura pervasa dalla stessa malinconia di certe Polaroid. Più che a un'istantanea, però, questo romanzo somiglia alle foto in movimento di Harry Potter: in 500 pagine ecco che tutto cambia, ecco che tutti cambiano. Si passa dalla leggerezza degli anni Ottanta alla tragedia degli attentati terroristici, dai messaggi in segreteria ai primi cellulari, dalle lauree ai matrimoni; arrivano poi i figli, i mutui da pagare, le separazioni, il metabolismo rallentato, le rughe d'espressione. I corpi si inflaccidiscono, le volontà si infiacchiscono. L'irrequietezza iniziale lascia spazio al consolante trantran della mezza età: soltanto litigare di politica estera, allora, garantirà alla coppia annoiata un sussulto inatteso.

Forse era condannata a essere una di quelle persone che passano la vita a provarci.

In Nicholls mi sono visto come attraverso uno specchio deformante. Contemporaneamente e di colpo, ho avuto la consapevolezza di chi ero, sono, sarò. È troppo presto per immaginarmi a quarant'anni; ma intanto sorrido già ai bambini per strada, scorro le inserzioni degli appartamenti in vendita, ingollo pasticche di Bioscaline per prevenire la stempiatura. Scommetto che Emma e Dexter ci saranno anche allora, pronti a saltare fuori come una lettera d'amore dimenticata in India tra le pagine di Casa Howard; come un ritornello di musica leggera che, sparato di ritorno dalla gita scolastica, a sorpresa legherà me e i miei studenti in un canto intergenerazionale. Sono nato il 4 aprile: un detto popolare dice che, se piove quel giorno, pioverà per quaranta giorni. Il “giorno” di Nicholls cade il 15 luglio: i goccioloni a San Swithin sono sintomatici di un'estate piovosa. Coincidenze, dite? A quindici anni credevo che i film, i libri, le canzoni cambiassero la vita. A ventinove, mi davo dell'illuso. A trenta ho espresso un desiderio: non svilire mai la meraviglia degli adolescenti che siamo stati. A giudicare dalla sommessa euforia di questa rimpatriata, ho sempre avuto ragione. Ho riposto l'ombrello, piantato le candeline col numero trenta alla base della mia pianta grassa: sarà una primavera serena. Em e Dex, mancate sempre. Mancate già.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Smiths - There Is a Light That Never Goes Out

sabato 15 luglio 2023

Recensione: Sul lato selvaggio, di Tiffany McDaniel

| Sul lato selvaggio, di Tiffany McDaniel. Atlantide, € 19, pp. 377 |

Fa' diventare bello il lato selvaggio. È la richiesta che la nonna fa alla protagonista, mentre le insegna i segreti dell'uncinetto e, attraverso quest'ultimi, la vita stessa. Per bocca di una narratrice esperta, i traumi e le violenze possono essere addomesticati e prontamente trasformati in fiabe. Arch imparerà a cucire e a imbastire straordinarie bugie: non a vivere. Nata e cresciuta nell'Ohio più rurale, erede di streghe lontane e figlia di tossicodipendenti irredenti, ha usato il potere delle storie per costruire un mondo migliore per sé e la sorella gemella Daffy. Identiche nell'aspetto, hanno sempre fatto tutto di pari passo: disegnare torte sui pavimenti, rasarsi i capelli, farsi scudo contro la violenza degli uomini. Insieme hanno preso anche a farsi di eroina, per cercare di sconfiggere all'unisono il mostro della dipendenza. Sognavano una casa dalle tende gialle, ambivano a un futuro promettente, finché l'abisso dell'annientamento non le ha ghermite. Arch e Daffy hanno fallito perfino nel prendersi cura di un gattino nero; non sono state l'eccezione alla regola.

La nostra prima colpa è stata credere che non saremmo mai morte. La seconda, credere che fossimo vive.

Questo romanzo racconta di una maledizione senza scampo. E di un serial killer che, come un novello Jack Lo Squartatore, prende a colpire indisturbato donne ai margini. Sin dall'inizio sappiamo che Arch è stata una delle sue vittime. Ammazzata, invendicata, insepolta, racconta dall'aldilà una saga familiare tutta al femminile e le tappe di un'indagine poliziesca disperata, che si muove tra aspiranti politici e spaventosi clienti vestiti da clown. C'è il sesso - un sesso scoperto prestissimo, a forza, pagato con un Happy Meal. Ci sono temuti trafficanti, i cui tatuaggi rivelano una sensibilità sconosciuta, e donne dalla pelle bollente che scavano in cerca di punte di freccia con cui contrattaccare. E poi c'è Tiffany McDaniel, con tutto il suo sconvolgente talento, con tutte le sue immagini indelebili, che torna a farsi venerare e temere dopo L'estate che sciolse ogni cosa.

Il problema coi mostri è che a volte, per sconfiggerli, devi avvicinarti abbastanza da mettere a repentaglio la tua stessa anima. Ma per mia sorella ero disposta a tutto: anche ad arrivare così vicino a Satana da sentire battere il suo cuore.

Sono passati due anni dalla lettura di quel romanzo. Ne passeranno altrettanti prima di cimentarmi con altro di suo. Come ci si riprende? Quando? Ancora una volta ha scritto una storia incantevole e scioccante che ha il sapore ferroso delle verità. Un sogno vorticoso, a tinte forti, in cui la scrittura è polvere di fata cosparsa sui bordi dell'abisso. Sul lato selvaggio è un horror asfissiante sul miraggio della sobrietà, dove l'autrice americana getta luce e miele sulle cronaca nera, mescolando i toni trasognati di Amabili resti e i deliri fluo di Euphoria. Estremo, ci bracca fino al colpo di scena della pagina conclusiva. Le eroine di Tiffany si fanno di eroina. Passano dell'ago da cucito a quello ipodermico, perché la droga è un altro dei metodi per anestetizzare i propri demoni interiori. Si bucano, ma per non bucare il velo che ammanta la realtà e, dunque, ne ammorbidisce i contorni. Ora galleggiano, rigide, nei fiumi. Ma, a braccia spalancate, pallide e biondissime, sembrano angeli in volo.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Labrinth – All for Us

giovedì 6 luglio 2023

Recensione: Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti

| Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti. Mondadori, € 20, pp. 367 |

In estate ho guadagnato centimetri in altezza. Ho iniziato a preferire i boxer in spiaggia, imbarazzato dalla prima peluria. Mi sono innamorato. L'estate resta il tempo in cui si cresce. Ho iniziato a odiarla, forse, da quando ho smesso. Cristallizzato in questa anonima forma adulta, ho preso a lamentarmi soltanto dei difetti dell'afa in città. Ma le cose belle succedono nella bella stagione. E, da ragazzino, non ho fatto eccezione neanch'io. Dai miei nonni leggevo Harry Potter sui gradini e mi sentivo già grande. Ma sotto il sole della controra bramavo poi di sentirmi piccolo, piccolissimo, appresso agli altri bambini del circondario: randagi che sarebbero andati via come me, a settembre, e di cui non avrei avuto più notizie. Recentemente ho chiesto di loro a mio fratello – il solo testimone di quei giorni lontani, a parte me – per sincerarmi che non fossero tutti parte di un lungo sogno. A mettere in moto questa eccezionale macchina del tempo fatta di ricordi e disincanto, curiosità e nostalgia, è stato l'ultimo romanzo di Lavinia Petti: amatissima sin dall'esordio, mi ha sempre portato lontano. Questa volta, invece, mi ha portato vicino: più vicino a me stesso.

Ho fatto sogni che mi sono sembrati più veri dell'estate dei miei dodici anni.

Sono tornato ad avere dodici anni in un paesello della Campania e a credermi il re di una tribù selvaggia. Ho corso a perdifiato, costruito un fortino, origliato i segreti degli adulti. Ho sperato, invano, di non diventare uguale a loro. Questo romanzo è per i fan di Ferrante e King. Per tutti coloro che hanno barattato un bosco per un giardino di cemento, e ne stanno ancora smaltendo il trauma. Abbarbicato in cima a una collina, il Paradisiello ha leggi tutte sue e le cicatrici profonde della Seconda guerra mondiale. Siamo negli anni Sessata. Elia fa le scuole medie, ha appena perduto la sorellina, è attratto dai brividi freddi di Edgar Allan Poe e Ai confini della realtà. I suoi nuovi amici lo chiamano il “poeta”. Cova in sé un gusto per il macabro che li seduce tutti e ha un occhio attentissimo con cui rimesta a piacimento fra le violenze, i peccati e gli amori degli altri condomini. Nell'affidarlo alle cure della zia Giovanna, il padre gli ha promesso che vivrà l'estate più incredibile della sua vita. Lavinia Petti tiene fede alla parola del genitore. Dove nascono le ombre ama scorrazzare nei venti ettari di un rigoglioso giardino condominiale, di cui tuttavia è severamente vietato cogliere i frutti, e spingersi oltre i confini di un bosco grande quanto l'oceano. Si mormora che laggiù, vent'anni prima, sia sparito il giovane Nino Basile: fu opera del diavolo? I protagonisti, per ammazzare il tempo, cercano risposte fra gli alberi. Ma il loro gioco, oltre a scomodare una tragica verità, li porterà allo scontro con la generazione precedente e, soprattutto, a perdere l'innocenza primigenia. Gli adulti sono guasti. È possibile ingannare le lancette dell'orologio e restare bambini? Niente dura per sempre. Amaramente, ce lo ricordano l'autrice partenopea e la sua inconfondibile voce da cantastorie.

È a questo che servono le storie, poeta? A ricordare le cose dimenticate? A cercare quelle perdute? Ad aggiustare quelle rotte?

Il suo terzo romanzo è una fiaba nerissima di boschi senzienti e cani famelici, in cui la cosa più spaventosa resta l'inevitabile: il divenire. C'è da avere paura degli uomini in giacca e cravatta, non di quelli che portano maschere di cervo. C'è da sperare che la natura sopravviva ai venti della civilizzazione, e che ci sopravviva. Sorretta da una morale ecologista sorprendentemente attuale, la lettura avrebbe incantato il Michele bambino che nel silenzio di una casa addormentata, in mutande e canottiera, era solito divorare romanzi di formazione e gialli. Oggi, invece, ha finito per commuovere un adulto diventato tale senza nemmeno accorgersene: uno che ha perso e si è perso, che ha giurato e poi se l'è rimangiato, che ha preferito il grigiore di Londra alle fate dell'Isola che non c'è. Lavinia Petti ci ricorda che ogni storia di fantasmi è una storia d'amore. E che alcune ombre vanno custodite e coltivate, coccolate, perché temono la solitudine. C'è vita nell'oscurità di certi tunnel; ha vita il buio. Onoriamolo. Ciò che non si dimentica non muore mai.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Aranciata

giovedì 29 giugno 2023

Recensione: Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow, di Gabrielle Zevin

| Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow, di Gabrielle Zevin. Nord, € 19, pp. 440 |

Lui, per metà coreano, è un secchione occhialuto con un inseparabile bastone da passeggio: da bambino, nell'incidente stradale che uccise la madre a Mulholland Drive, si ruppe il piede in ventisei punti. Lei, secondogenita di una facoltosa famiglia ebrea, è una giovane donna che ha imparato presto a scendere a compromessi per farsi strada in un mondo di soli uomini. I due si conoscono da bambini, nella sala giochi di un ospedale. Diventeranno inseparabili. Sembra l'inizio di una commedia romantica di quelle che piacciono a me, colte e ciarliere, ma Sam e Sally non si scambieranno mai neppure un bacio. Per questo, forse, la loro non è una grande fiaba d'amore? Il nuovo romanzo di Gabrielle Zevin – popolarissimo, a giusta ragione, sui social – è in realtà molto di più. È la storia di un lungo sodalizio creativo. È un'ode spassionata alla libertà degli anni Novanta e alla ricchezza del multiculturalismo. È una vicenda di profonda devozione. I protagonisti, messi alla prova dalla vita vera, si costruiscono mondi di fantasia su misura: progettano videogiochi.

Falle capire che ci sei. E, se puoi, portale un biscotto, un libro, un film. L'amicizia è un po' come avere un Tamagotchi.

Da semplice hobby, la loro passione diventerà un mestiere che li porterà fino a Los Angeles. E Ishigo, quel primo esperimento ispirato alle xilografie di Hokusai e ai poemi omerici, sarà un trampolino di lancio verso il sogno americano. Quando le cose si metteranno male – troppo narcisista Sam, troppo pretenziosa Sally –, stempererà i malumori Marx: migliore amico e produttore inizialmente nell'ombra, finirà per diventare il vostro personaggio del cuore; un po' come Ettore, l'eroe dell'Iliade che ama citare alla stregua di un mentore. Paragonato a Una vita come tante, Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow regala ai suoi protagonisti più gioie che dolori, ma similmente riesce a catturare il tempo che scorre, i rapporti che mutano, il mondo che si evolve. Forgiati dai loro traumi, Sam e Sally si stimolano, supportano e aiutano per custodire il senso di meraviglia che ha guidato i loro primi passi. L'America, nel frattempo, diventerà sì più inclusiva, ma anche più folle; perderà il senso dell'umorismo e si perderà nel politicamente corretto; prometterà e, infine, si negherà. Vittima di un infondato pregiudizio da bontemponi, tacciati di essere ricettacolo di violenza e alienazione generazionale, i videogiochi si fanno in questa lettura antidoto contro la solitudine.

Tu non morirai mai. E, anche se fosse, mi basterebbe ricominciare un'altra partita.

I matrimoni omosessuali? Saranno contemplati, ad esempio, prima in un gioco nello stile di The Sims che nella Costituzione. Non lasciatevi ingannare dai toni brillantissimi, dalla copertina colorata, dall'eccezionale accoglienza online. L'autrice cita nel titolo un celebre monologo di Shakespeare e, con dolce amarezza, ragiona di eterni ritorni e del controllo illusorio offerto dalle console. Nella vita vera non possiamo ripristinare ciò che non va, resettare gli errori. Senza la possibilità di indossare i panni di un invincibile alter-ego, i limiti fisici sono destinati a rimanere tali e delle tragedie, indelebili, non è possibile fare un reset. Nei videogiochi nulla è mai per sempre, nemmeno la fine. Fuori, al contrario l'imprevedibilità dell'amore e l'irreparabilità della morte rendono ogni attimo una sfida. Ma, con un po' di coraggio, si può essere eroi. Anche senza joystick, anche senza check-point. Almeno per oggi. Domani, poi, chissà.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mika – Stardust

venerdì 31 marzo 2023

Recensione: Cieli in fiamme, di Mattia Insolia

|Cieli in fiamme, di Mattia Insolia. Mondadori, € 18,50, pp. 256 |

Quando passa la fame? I protagonisti dell'esordio di Mattia Insolia seguivano lo stomaco e l'istinto animale. In una provincia cannibale, non vivevano: sopravvivevano. Cresciuto, ma per fortuna non troppo, l'autore catanese torna in libreria a tre anni di distanza. E la fame, di vita e di morte, di tutto e subito, chimica e soverchiante com'è, resta la stessa. Teresa, Riccardo e Niccolò hanno lo stesso metabolismo assassino dei passati protagonisti. Al tempo si era parlato di fratelli. Ora, in una polveriera sanguinaria di non detti e oscenità, al centro ci sono i genitori e i figli. Ogni parola di Insolia, indelicato e proprio per questo coraggiosissimo, è una detonazione.

Il dolore è il più rigido dei capifamiglia.

A esplodere per prima è la pubertà in Teresa: siamo al principio del nuovo millennio e lei, in vacanza al Sud, è una sedicenne succube di un padre inerme e di una madre spietata. Irrequieta, vorrebbe bruciare le tappe al pari delle altre adolescenti, ma si sente indesiderata perfino nella sua stessa famiglia. Chi potrebbe amarla, con i suoi vestiti da bambina e un seno abbondante che porta alla stregua di un'onta? Non Riccardo, bello e cattivo, che illuminato dalla luce del tramonto le sembra il capo di una tribù selvaggia: il re del mondo. È un peccato mangiare la carne di venerdì, lasciarsi iniziare al mondo degli adulti, sentirsi "scopabile" agli occhi rapaci di un maschio? Tra loro non nascerà un amore struggente, bensì un odio viscerale lungo vent'anni. E un figlio non previsto, Niccolò: in viaggio con il padre derelitto, diretto lì dove tutto ha avuto inizio, il terzo protagonista interrogherà ad alta voce le proprie paure inconsce. È forse uguale a quel suo genitore scellerato, che sulla soglia dei quaranta filosofeggia e fa a botte come se la giovinezza non fosse mai finita? Arrabbiato, vizioso e narcisista, Niccolò fatica a comprendere Riccardo - sono due paesi in guerra, con due lingue diverse -, ma nei passaggi più felici del romanzo, tra palloncini legati al polso e trip allucinogeni condivisi fianco a fianco, ispirano commozione.

Ci si abitua a tutto: alla bellezza e alla mostruosità. Perché succeda non serve né odiare né dimenticare chi ci ha fatto del bene ed è andato via, non serve né perdonare né uccidere chi ci ha fatto del male ed è rimasto. Si diventa indifferenti, si offusca la vista. E un pezzetto di noi muore.

Sono animali teneri e amorali, sono l'uno lo specchio dell'altro. Ma somigliarsi, a volte, è una maledizione. Lo scopriranno protagonisti e lettori, in una storia senza luce né perdono. Sulle vacanze di Teresa, sulla macchina di Riccardo e Niccolò lanciata a velocità folle sull'autostrada, incombe per tutto il tempo un cielo grigio asfalto: minaccia apocalisse. I loro mondi distanti sembrano in rotta di collisione. C'è chi scalpita per non farsi ingabbiare in una forma, per lasciarsi accadere. E chi, dietro una maschera di trucco, trova finalmente conforto: una specie di senso d'appartenenza. L'irrequietezza è ereditaria? E la violenza? Esiste una cura contro gli inciampi del DNA e gli errori dei genitori? Mettere al mondo un figlio è un atto di egoismo. A pugni stretti contro l'incertezza contemporanea, siamo costretti, a parte inverse, a prenderci cura anche della fallibilità dei nostri genitori.

I figli sono coacervi di rimorsi e rimpianti, dolori e piccole felicità mai dimenticate o vissute che i genitori, poveri diavoli che lottano per preservarsi dall'annientamento, costruiscono nel tentativo di ricostruirsi. Mescolandoli a quell'amore che sono convinti, e felici, di riversare nei propri figli, infilano nel risultato della loro unione pure tutti i materiali di scarto accumulati fino a quel momento. Per alleggerirsi, discolparsi e, infine, amarsi.

Chi ci protegge, ora che gli adulti responsabili di turno siamo solo e soltanto noi - eredi della disfatta dei padri? Se lo chiede Niccolò. Se lo chiede Insolia. E, senza sforzi, accomunato dalla stessa stanchezza, gli ho fatto eco io. Cieli in fiamme è un viaggio al termine della notte da compiere in solitaria. Mosso da sentimenti ancestrali, amarissimo e amatissimo, abbandona le sue creature al buio. Ma, su una spiaggia, di notte, eccole sollevare per la prima volta le teste dai loro mostri e cercare con gli occhi la benevolenza celeste. Sarà così che torneranno “a riveder le stelle”. E vorranno divorarle.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gianmaria – Mostro

lunedì 23 gennaio 2023

Recensione: Il giovane Mungo, di Douglas Stuart

| Il giovane Mungo, di Douglas Stuart. Mondadori, € 22, pp. 456 |

Due ragazzi si baciano. Portano tute acetate coloratissime e i segni freschi dell'acne. Un velo di sudore sulla fronte, l'alito – cattivo – che sa di caramelle mou. La copertina, bella e sfacciata, ammicca dagli scaffali delle librerie italiane: promette amore e anni Ottanta. Seppure ambientato nella Scozia irrequieta di un quarantennio fa, il ritorno dell'autore vincitore del Booker Prize richiama le atmosfere dei classici dickensiani e conquista, a sorpresa, con una dimensione corale che soltanto nella seconda metà cede il passo alla scoperta della sessualità del protagonista. Mungo, quindici anni, protestante, finisce sempre per cacciarsi nei guai. Figlio di un padre morto in una disputa tra gang e di una madre alcolista, ha un animo troppo candido per uscire integro dalla violenza urbana di Glasgow. Tutti vorrebbero farne un uomo d'un pezzo: il fratello, Hamish, attraverso i traffici di speed; la sorella, Jody, attraverso un'adeguata educazione scolastica. Né abbastanza feroce né abbastanza intelligente, l'adolescente è completamente sé stesso – qualsiasi cosa significhi, qualsiasi cosa sia – accanto a Jack: un coetaneo dalle orecchie a sventola, cattolico, che passa i pomeriggi in una colombaia e non si affanna per diventare l'uomo che la società, patriarcale, pretende.

Era niente, eppure sembrava tutto.

Douglas Stuart sottopone il suo innocente eroe a prove di una durezza inenarrabile. La strada della crescita è lastricata di tappe terribili. E la giovinezza, a volte, è intima amica del senso di colpa. Abusato nel corpo e nello spirito, Mungo vorrebbe urlare al mondo l'oltraggio e l'amore dei suoi quindici anni. Ma si vergogna tanto di essere vittima quanto di essere innamorato. Cosa ha a che spartire la tenerezza con la vergogna? C'è speranza di sottrarsi a un futuro di ruderi e casermoni puntando insieme, mano nella mano, al miraggio del mare? Mungo e Jack fantasticano di compiere sedici anni e, abbandonata la scuola dell'obbligo, di rifugiarsi su un'isola deserta. E laggiù, finalmente soli, di sperimentare un sesso che non sia più stupro, pornografia, clandestinità coatta. Convenzionale nelle tematiche soltanto all'apparenza, Il giovane Mungo è insieme romanzo di formazione, educazione sentimentale, vendetta trasversale. Gli indimenticabili randagi della famiglia Hamilton mi hanno tenuto compagnia per oltre un mese e se qualcuno mi avesse attentamente osservato, sui mezzi pubblici, avrebbe visto smorfie a centinaia incresparmi la fronte. È stato come se Mungo, affetto da un tic nervoso che ne altera inavvertitamente l'aria angelica, mi avesse prestato per cinquecento pagine il caos di un viso – e di una vita – che non sa gestire. Mungo si gratta, si schiaffeggia, si impone di non lasciare che ogni sentimento mutevole gli si legga sulla faccia. Si tormenta, perennemente imbarazzato. Ma che colpa ne hanno i prismi, che colpa ne hanno gli arcobaleni.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Hozier – Take me to Church

lunedì 26 settembre 2022

Recensione: Il cardellino, di Donna Tartt

Il cardellino, di Donna Tartt. Rizzoli, € 17, pp. 890 |

Ho iniziato a leggerlo ad agosto, su un treno per il Salento. Quel tomo ingombrante, dalla copertina avorio, aveva attirato le attenzioni di più di qualcuno – compreso il controllore che, stupito per la mia buona volontà, si era complimentato per la scelta. Era un grande fan di Donna Tartt. Avevo letto altro dell'autrice Premio Pulitzer? Sì, avevo risposto, Dio di illusioni: affascinantissimo, mi aveva irretito nella prima metà e deluso nell'ultima. A distanza di anni ricordavo una penna di sconfinata classe, atmosfere torbide e affascinanti, ma un mistero dalla gestione un po' goffa. Potrei scrivere lo stesso del Cardellino: straordinario all'inizio, ma destinato a una parabola discendente – rocambolesca, delirante, retorica – mai completamente metabolizzata. Arrabbiato, a fine lettura avevo richiesto confronti con alcuni lettori. Cercavo il romanzo dell'estate, infatti, ma la frustrazione del momento lo aveva trasformato nella mia memoria in qualcosa di ben peggiore di un'esperienza mediocre: una lettura – di quasi 900 pagine, per di più – destinata a scontentare proprio sul più bello. Come aveva potuto Tartt fidelizzarmi per poi lasciarmi in balia di un epilogo febbricitante, dove l'azione avviene fuori scena e la morale della storia è condensata in uno spiegone grossolano? All'epoca del viaggio, però, non potevo saperlo. E con il controllore avevo scambiato impressioni entusiastiche sulle disavventure d'altri tempi di Theo Decker: un orfanello di dickensiana memoria che, dopo la morte della madre amatissima durante un attentato terroristico, si muove tra benefattori e carcerieri, tragedie e fortune esagerate, in città piene di bellezze insidiose.

Tutto ciò che sopravvivere alla Storia dovrebbe essere considerato un miracolo.

Prima ospite della famiglia Barbour nella signorile New York, poi affidato al padre e alla nuova compagna in una Las Vegas indimenticabile nella sua dissolutezza, Theo potrò contare su una manciata di costanti in un'esistenza per il resto raminga: il negozio di antiquariato di Hobie, sua guida e maestro; l'amore platonico per Pippa e l'amicizia autodistruttiva con Boris, adorabile “lucignolo” dall'inconfondibile accento russo; soprattutto, il dipinto-feticcio di Carel Fabritius, rubato e mai restituito nella confusione dell'attentato terroristico iniziale. Conoscerà la ricchezza e la misera più sfrenate, sperimenterà droghe leggere e pesanti per fuggire al disturbo post-traumatico da stress, diventerà genio e criminale per mezzo delle sue naturali capacità seduttive. Soprannominato Potter per via degli occhiali a fondo di bottiglia e della frangia impettinabile, si fa voler bene proprio come il personaggio di J.K. Rowling: eroe di un'epopea varia, coinvolgente, totalizzante, in cui l'assoluta libertà del protagonista diventa anche specchio della sua struggente solitudine. Come l'uccellino immortalato dal pittore fiammingo, Theo trasmette insieme energia e inquietudine: benché il suo petto sembri continuamente pulsare di vita, è prigioniero del proprio trespolo. Esiste, per lui, via di fuga? Bisogna forse ricercarla nella bellezza, nell'arte, nell'amore? Il cardellino fallisce quando prova ad abbozzare risposte, a cercare un senso al girotondo del suo primattore, ad arginare il suo caos – cosmico e narrativo – in una struttura da thriller americano. La scrittura di Donna Tartt è sconvolgente: l'esplosione di una bomba. Ma quando prova a mettere ordine, a trarre una morale di fondo, compie il medesimo errore di Fabritius. E mette un capolavoro in una cornice laccata; una catena d'argento alla zampa della sua creaturina piumata, condannandola, infine, alla cattività.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – Karma Police

lunedì 25 aprile 2022

Una mail a Sally Rooney: la recensione di Dove sei, mondo bello

| Dove sei, mondo bello, di Sally Rooney, Einaudi, € 22, pp. 312 |

Cara Sally. Per parlare del tuo ultimo romanzo ho pensato di scriverti una mail: una di quelle intime, prolisse, fieramente vecchio stile, che le tue protagoniste – migliori amiche distanti ma non troppo – si scambiano a capitoli alterni. È perché, in fondo, ti sento distante ma non troppo. È perché anch'io, ormai, ti sento amica. Ho letto Dove sei, mondo bello a singhiozzo, in maniera discontinua, maltrattandolo sui mezzi pubblici – tempo sottratto allo studio per il concorso ordinario, compagnia rubata con l'inganno. È vero quel che si legge in giro: resta la solita storia di quattro trentenni scostanti e brontoloni che filosofeggiano sui massimi sistemi, scopano un sacco e bevono vino rosso dai bicchieri di plastica. Ma sapessi quanto mi ha fatto felice, questo libro. Mi ha regalato sollievo, sorrisi e alibi.

Non credo di piacerti di più io. Credo che ci piacciamo uguale. Lo so, non sempre coi miei gesti lo dimostro, ma su questo ci posso lavorare. E ci lavorerò. Io ti amo, okay? Lei lo ascoltava con un'espressione strana, stupefatta, una mano sulla guancia. Anche se sono un caso psichiatrico, disse. Lui rise, si staccò dallo stipite e chiuse la porta. Ovvio, rispose. Anche se lo siamo tutti e due.

Cronicamente stressati, i personaggi assumono o hanno assunto psicofarmaci. Per certi versi sono troppo maturi e per altri, al contrario, troppo infantili. Alice, scrittrice di successo reduce da un esaurimento nervoso, si è rifugiata nella campagna irlandese e sulle app d'incontri online: lì conosce Felix, magazziniere dalla sessualità fluida, assai indecifrabile nei sentimenti ma piuttosto in pace con le proprie contraddizioni. Chi tiene le briglie della loro relazione? Eileen, correttrice di bozze abile in materia di autosabotaggi, cerca costantemente le attenzioni degli uomini ma ottiene, suo malgrado, l'effetto opposto: per fortuna ha Simon – amico d'infanzia di cinque anni più grande: bellissimo, pio, politicamente impegnato –, che si prende cura del suo cuore con commovente devozione. Cosa succederebbe se anteponessero l'amore alla loro storica amicizia? Ex compagne di università, le tue Alice e Eileen commentano in via telematica il declino della società contemporanea, la piaga dell'inquinamento e le conseguenze della Brexit, ma finiscono puntualmente per parlare di sesso, amici e famiglia. Troppo presi da noi stessi, infatti, dimentichiamo i contagi da Covid-19 e i venti di guerra per fare dei nostri amori (e della fine di questi ultimi) il centro del mondo – peccato si un mondo che va a rotoli. Per questo meriteremmo forse una dolcissima estinzione?

Mi dico che voglio vivere una vita felice e che le circostante per viverla non si sono semplicemente presentate. Ma se non fosse vero? Se fossi io che non riesco a concedermi di essere felice? Per paura, o perché credo di non meritarmi niente di buono, o per qualche altra ragione. Ogni volta che mi capita qualcosa di bello mi ritrovo a pensare: chissà quanto durerà prima di finire male. E desidero quasi che il peggio arrivi presto, meglio prima che dopo, e se possibile subito, così almeno smetto di stare in ansia.

Ben vengano l'egoismo, l'eros, la leggerezza: quei sacrosanti momenti in cui, per un attimo soltanto, ci si scopre immuni al contingente. Le distanze geografiche si annullano, allora, e gli abbracci in stazione sono così forti da minacciare di incrinarci le costole. Le nostre ordinarie miserie, messe in pausa, si annullano durante una cena in compagnia per cui sentirsi grati. Io, pensa un po', mi sono sentito grato per queste trecento pagine scarse. Ti ho trovato matura, poetica, rivelatoria; bravissima nel gestire i tuoi dialoghi fiume e, soprattutto, quei silenzi vibranti di omissioni. E mi sono ritrovato a rivalutare il sexting, reso buffo e sensualissimo dalla tua pena, e l'insostenibile leggerezza dell'avere ventotto anni senza un piano per il futuro. Quando ho salutato Alice e gli altri, mi sono sentito come di ritorno da una rimpatriata perfettamente riuscita: un irresistibile brusio in sottofondo, le persone a cui vuoi bene che a sorpresa si vogliono bene anche tra loro, la sensazione di essere al posto giusto per una volta nella vita. La bellezza – prossima, possibile – appare, all'improvviso, a portata di mano: andava guardata, non vista. Era acquattata lungo le strade rischiarate dai lampioni, nelle cornici delle finestre illuminate a festa, in un Dio inteso come architetto celeste. Anche se non crediamo in Lui. Anche se, nei giorni brutti, Lo dimentichiamo. Il mondo bello, Sally, è lì, allora. Ed è qui, con te. Con tutto il mio amore.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish – Happier Than Ever

venerdì 11 febbraio 2022

Recensione: Morsi, di Marco Peano

 
| Morsi, di Marco Peano. Bompiani, € 17, pp. 186 |

Considerato a torto un genere minore, l'horror ha saputo farsi metafora degli argomenti più disparati. Non stupisce allora che Marco Peano, autore dell'acclamato L'invenzione della madre e stimato editor Einaudi, sia tornato in libreria con una storia vicina ai mondi di Stephen King: una favola nerissima, in pendant con il candore della neve e il rosso fluviale del sangue. Citando apertamente Shining e It, Morsi digrigna i denti e racconta i disagi universali della crescita attraverso il filtro dello splatter: che siano avvisati i deboli di stomaco. In un paesino delle valli piemontesi, a metà degli anni Novanta, un vento gelido proveniente dalla Russia – forse proprio dalla famigerata Cernobyl'? – sconvolge i bollettini meteorologici e il quieto vivere degli abitanti. La neve, abbagliante, semina smarrimento. Il silenzio è impenetrabile. Ma i cuori, intanto, battono forte un ritmo di morte. Disorientati, i piccoli protagonisti si imbarcano in un'avventura ai confini della realtà: i pericoli si annidano soprattutto fra gli adulti.

Ormai era chiaro a entrambi che diventare grandi significa imparare a dire addio.

Sonia, dieci anni, si è da poco riprese da una febbre che l'ha resa un po' più donna: di notte si sveglia con la mascella indolenzita per via del bruxismo e si rigira talora nel letto, in preda ai primi turbamenti. Si domanda, ad esempio, come facciano due innamorati a non mordersi mentre si scambiano un bacio alla francese. Studiosa e matura, si affida per il resto al potere delle parole e, in mancanza di una maggiore stabilità familiare, alle cure della nonna. Peccato che l'anziana – rispettata all'unanimità, o più probabilmente temuta – non conosca dolcezza e, in segreto, traffichi con l'occulto. Cosa nasconde nella stanza che tiene chiusa a chiave? Qual è il legame tra lei e l'insegnante che, un giorno, ha raggelato un'intera classe a colpi di taglierino? Mentre gioca alla detective, muovendosi in punta di piedi in una casa d'un tratto niente affatto rassicurante, Sonia incrocia il cammino di Teo: un coetaneo a proprio agio con le malie del dialetto e la praticità della vita contadina, disposto a correre il rischio pur di affiancare l'amica passo dopo passo.

Per quanto si possa tentare di dimenticarli, alcuni momenti della vita emotiva di ciascuno di noi risultano indelebili. Che sia un episodio tremendo o piacevole, un evento gioioso o qualcosa che si vorrebbe cancellare per sempre, il tempo agisce sulla memoria lasciando un segno. Una cicatrice, per costringerci a ricordare – ogni volta che ci si passa sopra il dito – che qualcosa è accaduto.

Il passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza, in Peano, è un rito d'iniziazione doloroso e sanguinario: parte come una tipica vicenda di formazione, ambientata nella profonda provincia settentrionale; muta rapidamente, poi, in un pandemonio di cannibalismo e autodistruzione; si assesta, infine, nei territori del survival horror, con tanto di macchina fotografica di Topolino per immortalare i momenti clou. La scrittura dell'autore, cristallina a dispetto dei toni foschi, trasfigura luoghi sicuri (le aule scolastiche, le case piene di chincaglierie dei nostri nonni) in autentiche scene del crimine e raggiunge, a tratti, picchi di sensibilità che me l'hanno reso sorprendentemente affine. È questo, nel mio piccolo, che ho scritto in passato. È questo che mi piacerebbe scrive in futuro. Le poche pagine, purtroppo, gli impediscono di approfondire alcune sottotrame: l'epilogo chiarisce soltanto alcune delle stranezze di Lanzo Torinese; le sequenze truculente, generosissime, hanno la meglio sulla delicatezza di alcuni momenti d'insieme; la metafora alla base della vicenda s'intravede filigrana. Atteso al varco, ma inatteso in vesti simili, Peano mette la narrativa italiana – di cui conosce a menadito, ormai, i meccanismi intrinseci – al servizio del genere. Il risultato è un intreccio tanto semplice quanto efficace che avrebbe dovuto concedere a Sonia e Teo più tempo per collezionare piccoli brividi e diventare, così, grandi insieme. Crescere? Che paura.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Kasabian - Stevie