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venerdì 28 agosto 2026

Recensione: La valle dell'Eden, di John Steinbeck


 | La valle dell'Eden, di John Steinbeck. Bompiani, € 16, pp. 784 |

Sono devoto al potere delle storie. Amo i romanzi in cui succedono le cose, le scritture al servizio dei fatti, la magica illusione di poter confondere la vita dei personaggi con la mia. Sotto questo punto di vista, La valle dell'Eden è la storia delle storie. Epico ma intimo, monumentale eppure scorrevolissimo, trasforma la valle del fiume Salinas nel cuore del mondo e quel terreno roccioso, da spartirsi coi coyote, nella Terra promessa. Qual è il segreto di un classico di settantaquattro anni, con impresso in copertina lo sguardo fiammeggiante di James Dean? A rivelarcelo è Lee, un servitore cinese colto e lungimirante, troppo fedele al padrone per aprire la libreria da sempre sognata. I miti biblici, spiega durante la lettura, sono eterni poiché universali: archetipi dove il sesso e la virtù, la vendetta e il potere, costituiscono la prima pietra del nostro DNA. Steinbeck è stato la mia Bibbia. In questo inno dedicato ai diseredati e ai ricchi di spirito, canta di un paradiso maledetto e di una felicità da costruire un tassello dopo l'altro. Tra la fine dell'Ottocento e la Grande guerra, infatti, era necessario ascendere socialmente per comprarsi l'amore, la dignità, la stima. E un destino alternativo?

La traduzione dell'American Standard ordina agli uomini di trionfare sul peccato e il peccato lo si può chiamare ignoranza. Quella di King James fa una promessa, con il suo “lo dominerai”, nel senso che l'uomo sicuramente trionferà sul peccato. Ma la parola ebraica timshel - “Tu puoi” - quella dà una possibilità. È forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta le cose sull'uomo. Perché, se “tu puoi”... è vero amche che “tu non puoi”.

Nel mezzo della corsa all'Ovest, due famiglie arrivano laggiù per un futuro di abbondanza. Samuel Hamilton, irlandese, è padre di nove figli: la terra, per lui, non ha segreti, e la affronta con la fantasia e il cuore di chi sa che siamo polvere di stelle. Adam Task viene dal Connecticut, è padre dei gemelli Caleb e Aaron, ha molti soldi ma scarso spirito imprenditoriale: l'abbandono della moglie Cathy – sociopatica, piromane, pluriomicida, prima prostituta e infine maitresse: un'antagonista indimenticabile – lo ha marchiato, condannandolo a compiere sempre gli stessi errori. Anche i figli della coppia saranno in lotta, proprio come Adam lo era stato col fratello Charles: al centro della contesa, l'amore di un padre anaffettivo e quello della medesima ragazza - Abra, l'antitesi di Cathy. Quelli di Steinbeck sono uomini d'altri tempi. Scavano pozzi, costruiscono mulini, coltivano fagioli. Polverosi e spiegazzati, tuttavia, sono capaci di una gentilezza commovente e pregano che le loro grosse mani callose, sempre libere del sangue, possano raccogliere le azalee. A volte meschini, altri generosi, camminano a notte fonda per non azzuffarsi e si confessano a vicenda il terrore di scoprirsi dalla parte sbagliata della storia.

Le bastava bere la bottiglia intera e lei sarebbe rimpicciolita ancora e scomparsa e avrebbe cessato di esistere. E la cosa migliore di tutte era che, quando avesse smesso di essere, non sarebbe mai stata. Quella era la sua certezza più cara.

All'incirca lì, dove tre generazioni di personaggi straordinari hanno deciso di intrecciare i loro destini, era stato esiliato anche Caino dopo l'assassinio di Abele. L'antico testamento dedica a lui quindici versi appena. Steinbeck, invece, lo mette a processo in oltre settecento pagine. E, a sorpresa, lo assolve con una parola-mondo: timshel, tu puoi. L'uomo non è prigioniero del proprio sangue. È libero di scegliere, ricordare, perfino dimenticare. Artefice del proprio destino e, per questo, pari agli dèi. Nella valle di Salinas cresce di tutto, ma soprattutto la convinzione che qualcosa possa sempre rinascere. Perché “siamo animali meravigliosi”. E capolavori così esistono proprio per ricordarcelo.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Work Song - Hozier

lunedì 27 luglio 2026

Recensione: American Psycho, di Bret Easton Ellis

| American Psycho, di Bret Easton Ellis. Einaudi, € 15, pp. 496 |

Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. Nella prime pagina del romanzo cult di Bret Easton Ellis, la citazione dantesca campeggia come un avvertimento - scritta a caratteri rosso sangue sul muro di una New York invasa di poster di Les Misérables, ristoranti fusion, yuppies in doppiopetto e clochard coi segni del Vietnam. La lettura sarà un viaggio infernale: senza catarsi, senza senso, senza ritorno. Eppure, c'è qualcosa di curiosamente irresistibile - divertente perfino - in questo lungo decalogo di oscenità e griffe, sentenze e torture. Quanto è liberatorio essere cattivi?

Io sono un'invenzione, un'aberrazione. Sono un essere umano incoerente. La mia personalità è appena abbozzata, informe; solo la mia crudeltà è persistente e alligna nel profondo. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze, sono scomparse molto tempo fa (probabilmente ad Harvard), se mai sono esistite. Non esistono più frontiere da varcare. Sono ormai al di là di ogni cosa.

A tentarci con questa domanda è Patrick Bateman, reso iconico dall'interpretazione di Christian Bale. Ventisei anni, ricco e vanesio, vive nello stesso grattacielo di Tom Cruise ma ambisce a diventare il prossimo Donald Trump. Capobranco dei lupi di Wall Street, ha una fidanzata che lo considera il ragazzo della porta accanto e una schiera di amici identici in quanto a vestiario, ideologie, nevrosi. Intercambiabili come replicanti – i capelli impomatati, l'abbronzatura da solarium, il terrore della stempiatura –, vivono per una prenotazione al Dorsia e parlano dell'avvento dell'Aids come se non potesse sfiorarli, facendo a gara di commenti discriminatori. A trentacinque anni dalla pubblicazione, i risvolti shock di American Psycho sono ormai famigerati. E i segreti di Bateman non più così segreti. Anch'io sapevo già perciò che, indossati i guanti di camoscio Armani, si trasforma in un assassino di animali, uomini, donne, bambini.

Questi non sono tempi per gli innocenti.

La sua violenza riempie pagine tanto fantasiose quanto aberranti – con tanto di cannibalismo e necrofilia: il film mostra soltanto la punta dell'iceberg –, in una America troppo presa dagli scandali di Reagan per procedere con la conta delle vittime. Non sapevo, invece, che mi sarei scoperto spettatore di una specie di live show h24 in cui l'alienazione del protagonista si manifesta attraverso crisi di pianto e raptus. Forse non così colto, non così brillante, non così in forma, Bateman sputa sul lettore frasi turpi e pensieri di morte, mentre discetta amabilmente di quadri astratti (anche se quello in salotto è appeso al contrario), lenzuola di cotone egiziano (peccato che la lavanderia all'angolo tratti le macchie di sangue con la candeggina), biglietti da visita (avorio o color guscio d'uovo?). Cinico, schematico, esilarante nella sua assoluta immoralità, Ellis fruga tra le pieghe - e le piaghe - più purulente della propria generazione, firmando un delirio d'onnipotenza che striscia e incalza come un pensiero intrusivo. Essere un serial killer anziché essere nessuno: la provocazione, oggi più che mai, suona profetica. Nel 2026, uno come Bateman non finirebbe di certo dietro una scrivania. Potrebbe essere un influencer. O abitare già la Casa Bianca.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads – Psycho Killer

giovedì 4 giugno 2026

Recensione: La cronologia dell'acqua, di Lidia Yuknavitch

 | La cronologia dell'acqua, di Lidia Yuknavitch. Nottetempo, € 17, pp. 334 |

Con quanta grazia è possibile nuotare nell'abisso? In acqua, Lidia Yuknavitch si muove come un pesce. Ha le spalle larghe, i capelli odorosi di cloro, gli occhi blu piscina. Ma mentre macina gare su gare, intanto, annega in sé stessa: tre matrimoni, due arresti per guida in stato d'ebbrezza, un'infanzia spesa accanto a un padre orco e a una madre troppo assuefatta agli abusi per reagire. Senza il kajal sugli occhi e gli anfibi ai piedi, si dedica allo sport quattro ore al giorno tutti i giorni. E, nei ritagli, legge Mary Shelley al posto della Bibbia. E folleggia. Sempre in hangover, sprezzante e arrabbiata, colleziona compulsivamente sogni di fuga, ciocche di capelli, aborti, uomini e donne. La storia della sua vita ha ispirato anche l'esordio alla regia di Kristen Stewart che, dopo la première a Cannes, arriverà in Italia il prossimo 11 giugno con Wanted Cinema.

Nell'acqua, come nei libri – puoi abbandonare la tua vita.

In questo memoir controcorrente, capace della turpitudine e del lirismo più devastanti, i ricordi emergono in ordine sparso. L'autrice getta il sasso, e le immagini affiorano come onde sul pelo dell'acqua: ecco le mani oscene di suo padre sulle sue, le ceneri sparse nell'oceano in un cappotto rosso, la rottura dell'imene in bicicletta, il brivido del sadomasochismo. Ma anche le lezioni di scrittura creativa con l'autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, l'ascesa nel mondo accademico dopo le sperimentazioni della controcultura, le gioia della maternità, la resurrezione attraverso il perdono. Niente podi né inni nazionali, ma soltanto una piscina anonima in un piccolo resort, accanto a un figlio che ha ancora paura di immergersi.

L'immagine di Giovanna d'Arco sul rogo bruciò dentro di me come una nuova religione. Il viso rivolto al cielo. La fede irrobustita come una guerra santa. E sempre la voce di un padre nella testa. Come me. Gesù. Che cos'è un uomo smagrito appeso a un pezzo di legno accanto all'immagine di una donna guerriera tra le fiamme?

Raramente, o forse mai, ho letto di così tanta carne; di così tanta pelle - pelle abrasa, lacera, spasimata. Yuknavitch è in fiamme. Come una Giovanna D'Arco queer, trasforma il fuoco che si porta dentro in un canto tribale: genera energia geotermica. Yuknavitch nuota. Verso un obiettivo, o lontano da qualcosa? Immancabile per chi ha divorato Neige Sinno, Tiffany McDaniel, Goliarda Sapienza – e si è lasciato da loro divorare –, La cronologia dell'acqua è una lettura talmente immersiva da farci scordare la terraferma. Yuknavitch è maestra dell'apnea. Con il tempo, ha domato la frenesia per mezzo della disciplina: le mani scattanti sia tra le corsie che sulla tastiera del PC. Si immerge, e porta tutto in superficie. Finalmente a galla. Senza peso.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Dido – White Flag

giovedì 22 gennaio 2026

Recensione: Middlesex, di Jeffrey Eugenides

| Middlesex, di Jeffrey Eugenides. Mondadori, € 16, pp. 612 |

Cos'è che determina chi siamo? I nostri cromosomi, la maniera in cui ci hanno educati, le nostre radici? È una domanda, questa, che riecheggia in ogni storia di crescita. Ma in quella di Jeffrey Eugenides – un classico moderno insignito del Pulitzer – un po' di più. A raccontarla è un narratore dalla doppia natura, cresciuto come una bambina prima di abbracciare un'identità di genere maschile. A causa di un gene imprevedibile, rimasto sopito per oltre due secoli, Calliope, negli anni della pubertà, si scopre intersessuale.

Gli eventi davvero importanti non dipendono mai da noi. La nascita per esempio, e la morte. L'amore. E ciò che l'amore ci lascia in eredità ancora prima che nasciamo.

Ha lunghi capelli a schermarne il viso, tratti spigolosi, mestruazioni che tardano ad arrivare. Oggetto d'attrazione sia per i maschi che per le femmine, a volte cavia e a volte splendida creatura mitologica, Cal racconta la propria storia a ritroso, dipanandola come un filo di seta. I toni, epici e brillantissimi insieme, ricalcano quelli dei poemi omerici, omaggiando il mito platonico dell'anima gemella e mescolando la hybris alla scienza. A conoscenza non soltanto dei retroscena del suo stesso concepimento, ma anche di ogni piccolo segreto familiare, l'onnisciente Cal rievoca la relazione incestuosa tra i suoi nonni – Lefty e Desdemona, in fuga dalla dissoluzione dell'Impero ottomano –, il matrimonio tra i genitori – Milton e Tessie, cugini di primo grado –, i turbamenti di una Detroit stravolta prima dal fordismo, poi dalle rivolte razziali, infine dall'arrivo dei ristoranti in serie.

Ho l'impressione di sentirti, lettore. È l'unico genere di intimità che mi mette a mio agio. Noi due, soli, nell'oscurità.

Benché al centro di una sorprendente ascesa sociale, gli Stephanides sono forse maledetti? Middlesex è la storia della donna che visse due volte e, soprattutto, della sua grossa grassa famiglia greca. Un romanzo fluviale, esilarante, coltissimo, il cui cuore ibrido batte a metà tra la tragedia classica e il sogno americano, Gabriel Garcìa Màrquez e Nathan Hill. Proprio come i suoi avi, anche Cal viaggerà in cerca di un nuovo centro di gravità. Ad attenderlo c'è una San Francisco notturna, tentacolare e affascinante, dove la già fiorente comunità LGBTQIA+ gli infonderà il coraggio necessario per esistere senza giustificarsi. Perché, a volte, è possibile trovare armonia anche nella disarmonia. Senza essere “uno”, per sentirsi completi.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Chappel Roan – Pink Pony Club

lunedì 1 settembre 2025

Recensione: Il Nix, di Nathan Hill

| Il Nix, di Nathan Hill. Bur, € 17, pp. 768 |

Secondo David Foster Wallace, tutte le storie d'amore sono storie di fantasmi. E quelle di famiglia, invece? Per la seconda estate consecutiva, mi sono regalato la lettura di un romanzo-mondo di Nathan Hill. Anche questa volta, un'epopea varia e giocosa, tentecolare e ambiziosissima, sulla vita vera e immaginaria di due generazioni a confronto. Senza sorprese, l'autore di Wellness fa ancora centro — anzi, lo aveva già fatto un decennio fa: Il nix è il suo esordio. Subito opzionato per una serie TV con Meryl Streep, purtroppo mai andata in porto, parte dall'aggressione all'aspirante presidente degli Stari Uniti. Cosa ha spinto una pensionata con un passato da sessantottina a lanciare sassi contro l'alter-ego di Trump?

Se non hai paura, non è un vero cambiamento.

A tentare di scrivere la biografia della terrorista di cui tutti parlano è Samuel, professore sull'orlo del licenziamento: Faye è la madre che l'ha abbandonato. È possibile perdonare ciò che scoprirà? O è proprio in quella conoscenza che si nasconde un’occasione di trasformazione? È così che il romanzo si apre, si espande, si moltiplica. Con invidiabile intelligenza, Hill ci guida tra linee temporali che si rincorrono, cambi di prospettiva, rimpianti a confronto. C’è l’infanzia di Samuel, segnata dall’incontro ambiguo con l'amico Bishop e dalla presenza di Bethany, la gemella violinista. C’è poi l’adolescenza di Faye, tra l’assassinio di Martin Luther King e un poligono sentimentale bruciato tra poesie di Ginsberg e lacrimogeni. Ma prima ancora c’è lui, nonno Frank: un immigrato norvegese che produce napalm, ma rimpiange una casa color salmone affacciata sui fiordi. È da lui che arriva la leggenda del titolo: il nix è uno spirito mutevole, che si manifesta sotto forma di ciò che desideri di più — ma solo per colpirti dove sei più vulnerabile.

Forse accanto al mondo reale c'era questa fantasia, quest'altra vita in cui aveva ereditato la fattoria color salmone. A volte queste fantasie possono essere più persuasive della vita vera, Faye lo sa. Una cosa non è necessario che accada perché sia vera.

Si viaggia dai videogiochi di ruolo ai libri-game, dai beatnik ai gamer, dal Vietnam all'Iraq. Ogni generazione ha il suo linguaggio, i suoi traumi, le sue rivoluzioni. Ma l'America di Hill, oggi, è un paese in cancrena, dove perfino la politica è un’operazione di marketing e il cinismo appare l’unica via di fuga. Eppure il suo è un debutto che vibra di rivoluzione, attraversato dalla consapevolezza che anche la rabbia, la disillusione, la paura siano scosse. Perché niente cambia senza crisi. E nessuna generazione si salva da sola.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles - Come Together

martedì 15 luglio 2025

Recensione: La radice del male, di Adam Rapp

| La radice del male, di Adam Rapp. NN Editore, € 22, pp. 544 |

Anni Cinquanta. Elmira, New York. Una modesta casetta costruita all'ombra di un sicomoro, gli infissi verde pisello e l'eco delle campane della vicina chiesa di San Giovanni. Una famiglia come tante. Numerosi, repubblicani, cattolici, i Larkin —un padre silenzioso, una madre devota, sei figli — cenano con un ritratto di Gesù in cucina. Molti dei protagonisti perderanno comunque la retta via. Come nelle grandi saghe familiari, seguiamo i loro trionfi e le loro sciagure fino ai giorni nostri. Dalla presidenza di Roosevelt al secondo mandato di Obama, passando per la guerra in Vietnam, l'AIDS, l'abolizione della sedia elettrica. Ogni capitolo, a punti di vista alterni, è una finestra aperta sulle loro esistenze. A scandirle sono la musica, il football, la cronaca nera.

Siamo tutti qui per poco più che un battito di ciglia, come i polli e le termiti, e se davvero c'è un Dio, è che che se ne frega di noi.

Myra, la primogenita, è un'infermiera impiegata nel braccio della morte: cresce da sola il figlio Ronan e non perde mai la grazia struggente con cui, a tredici anni, scriveva lettere d'amore al Giovane Holden. Fiona, spregiudicata e sessualmente promiscua, si oppone all'accudimento di Joan — la sorella disabile — per inseguire la carriera di attrice. Alec, la pecora nera con un passato da chierichetto, fugge per tutto il Midwest — mai dall'oscurità annidata in sé stesso — lasciandosi alle spalle cartoline macabre e altre briciole nella speranza di essere trovato. Nel frattempo, succede la vita. Splendida e imprevedibile, a volte beffarda, diventa materia viva nelle mani di Adam Rapp. Subito paragonato a leggende della scrittura, possiede la quiete grandezza della grande narrativa americana. La prosa è senza fronzoli. L'intreccio, epico e semplice al tempo stesso, è un gioco di prestigio dove le figurine di football e le prime edizioni del capolavoro di Salinger vengono trasmesse di madre in figlio. Cosa erediteremo, invece, dai nostri padri?

Siamo tutti condannati a essere quello che siamo.

Se lo domanda proprio Ronan, aspirante drammaturgo a New York, che ha ereditato dagli uomini della famiglia gli occhi infossati e i lupi nella testa. La criminalità è una tara genetica? Il serial killer John Wayne Gacy potremmo essere noi? Come nella Derry di Stephen King, qualcosa di malvagio si annida nel sottosuolo americano. La violenza è dappertutto. Nel ragazzo che flirta con te alla tavola calda. Nell'ubriacone molesto della lavanderia a gettoni. Nel prete che paga il tuo silenzio a furia di regali costosi. Nella luce del garage, che ti ordina di sterminate i tuoi cari con un martello. In mezzo a tutto questo male, tuttavia, è impossibile non volere a queste tre generazioni di Larkin tutto il bene del mondo. Anche se, a guardare bene, negli occhi infossati dei figli si intravede ancora il riflesso di quel martello. Sempre lì, sotto il lavandino della cucina. In attesa.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – The Sound of Silence

giovedì 9 gennaio 2025

Recensione: Cent'anni di solitudine, di Gabriel García Márquez

| Cent’anni di solitudine, di Gabriel García Márquez. Mondadori, € 15, pp. 384 |

Alla prima pagina della mia copia di Cent'anni di solitudine tengo un foglietto fittamente annotato. Ci ho segnato man mano i membri della famiglia Buendía e le loro parentele, talmente intricate che, a torto, temevo avrei perso il filo. Sul retro ho scritto altri dettagli. Una psichedelia illeggibile di fiori gialli e farfalle, effluvi stordenti e valzer di orologi, contagi d’insonnia e galeoni senza mare. Davanti a un romanzo così denso e meraviglioso, l'unica frustrazione nasce qui: dall'impossibilità fisiologica di tenere a mente i prodigi e gli anatemi della città di Macondo. La nostra memoria è limitata; Márquez, al contrario, sconfinato. Ambientato nel folto della sierra, il suo capolavoro si apre in un paradiso perduto in cui gli abitanti sono tutti al di sotto dei trent'anni, non c'è ancora nessun morto da seppellire e le case son bianche come colombe. I protagonisti, in fuga dai fantasmi del passato, sono tra i fondatori. José Arcadio e Ùrsula, cugini con il timore di mettere al mondo una nidiata di bambini dalla coda di maiale, saranno i primi di una stirpe di cui l'autore ci racconta i primordi e l'epilogo: delle sette generazioni di Buendía, impossibile non menzionare Amaranta e Rebeca, separate dall'amore per lo stesso italiano; il primogenito superdotato, assoldato in un freak show; il colonnello Aureliano, sorpreso davanti al plotone di esecuzione in uno degli incipit più famosi di sempre.

Confuso da due nostalgie, una di fronte all’altra come due specchi, perse il suo meraviglioso senso dell’irrealtà, e finì per raccomandare a tutti di andarsene da Macondo, di dimenticare i suoi insegnamenti sul mondo e sul cuore umano, di sbattersene di Orazio, e in qualunque posto fossero di ricordarsi sempre che il passato era una bugia, che la memoria non aveva via di ritorno, che ogni primavera antica era irrecuperabile, e che l’amore più sfrenato e tenace era comunque una verità effimera.

Gli uomini, instabili e nostalgici, si rifugeranno nelle passioni incestuose, nell'occulto, nei lavori di fino: quando perderanno la lucidità, vedranno scorrere la vita in timelapse legati a un castagno. Le donne non saranno angeli del focolare, bensí guide: non perderanno il controllo nemmeno nel buio della cecitá e rimanderanno l'ora della morte fino al completamento di un sudario ricamato. A sciabolate, l’autore Premio Nobel apre la sua Colombia prima al mare, poi al progresso, trasformando un'utopia senza chiese né gendarmi in un fiero avamposto di ribellione. Inevitabili gli scontri tra liberali e conservatori, gli illeciti di una compagnia bananiera, gli attimi di folle munificenza e i lunghi periodi di declino. In questa inesauribile girandola di accidenti e ritorni, per fortuna, la violenza non scalza mai lo stupore. Riusciranno i discendenti a opporsi alla profezia dello zingaro Melquíades, stimato conoscitore del cuore e del mondo? Il passato, il presente e il futuro si intrecciano in un labirinto di fiori esotici e sangue, fino a inglobare la casa dei protagonisti in un abbraccio. L'eternitá: soltanto un punto di interpunzione fissato da Marquez. Il suo romanzo, giá nel novero dei classici e subito tra i miei preferiti, è un girotondo in cui ogni fine è un inizio e dove nessuno va mai via per davvero.

In realtá non gli importava della morte ma della vita, per questo la sensazione che provò quando pronunciarono la sentenza non fu di paura ma di nostalgia.

Dall’immaginaria Macondo passa un treno destinato ai viaggi solo andata. I Buendía, seduti sotto il portico in una siesta senza fine, lo guardano passare; ci salutano. Non è un addio, ma un arrivederci. C'è sempre speranza di ritrovarsi. Laggiù, infatti, si ritorna controcorrente, nelle intestazioni delle strade e negli scricchiolii dei fantasmi, fino a quando qualcuno non avrà l'audacia di battezzerà il proprio figlio con un nome che sia diverso da Arcadio o Aureliano, Remedios o Ùrsula. E, almeno illusoriamente, porrá fine cosí a un secolo d'abbandono. Non contraddiciamolo. Non sveliamogli, mai, che era giá tutto previsto. A differenza dei membri della famiglia Buendía, noi che leggiamo della loro maledizione, d'ora in avanti, non conosceremo più la piaga della solitudine.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Riccardo Cocciante – Era già tutto previsto

mercoledì 4 dicembre 2024

Recensione: Intermezzo, di Sally Rooney


| Intermezzo, di Sally Rooney. Einaudi, € 22, pp. 432 |

Mio nonno è morto il mese scorso. Sono stato io a comunicarlo a mio fratello: raramente risponde alle telefonate di nostra madre. Ci siamo incontrati il mattino successivo a Porta Nuova. Avevo preso i biglietti per entrambi. L'ho rimproverato: vestiva leggero, era in ritardo. Se sono a Torino, in parte, è merito suo. Quando la nostra famiglia è implosa, lui è stato il primo a mettersi al riparo lontano. Siamo diversi. Siamo superstiti.
Sensibile come sempre, adulta come mai, Sally Rooney mi si è intrufolata nel profondo, sotto pelle, con una storia di elaborazione e fratellanza. Il suo ultimo romanzo è una camera ardente. Un lungo intervallo prima di tornare alla vita. È possibile che questo Intermezzo in cui rintanarsi in attesa che il peggio passi ci riservi, a sorpresa, anche il meglio? È auspicabile augurarsi che la quiete della stasi, che la ritrovata libertà dopo mesi di reparti oncologici, durino per sempre?

Lei fa una specie di tremolante risata. Be’, se c’è un Dio, dice, sono sicuro che ti ama molto. Lui abbassa gli occhi. Sì, a volte lo riesco a sentire. Tipo quando sono con te.

Peter, trentenne all'apparenza perfetto, è in cerca del suo centro. Imbottito di antidepressivi, si divide tra due donne: Sylvia, l'indimenticata ex tormentata dai dolori cronici; Naomi, un'universitaria con una pagina Onlyfans e un appartamento occupato abusivamente. Il secondogenito, Ivan, è una promessa degli scacchi mancata: goffo e asociale, si innamora di Margaret, una deliziosa neodivorziata con dieci anni di troppo. Combattuti tra desiderio e pregiudizio, i fratelli Koubek vivranno clandestinamente la bigamia e l'incanto di un colpo di fulmine. Alle prese con l'incompiuto, cercheranno conforto nel calore di un corpo nudo e nel piacere di rivelarsi a un'amante inconsapevole. Pretenderanno di amare ed essere amati: troppo? Galeotta, come sempre, la piovosa Dublino. I cappotti non sembrano mai pesanti a sufficienza e ogni conversazione è destinata a tramutarsi in nuvole di vapore: tanto vale affogare la malinconia nelle sbronze infelici, nel sesso riparatore, anche se, cerebrali al solito, i personaggi inciamperanno nei loro atti mancati al risveglio. Li si spia senza palesarsi. Li si legge senza prender nota. Tra le pagine c'è un'intimità tale che ogni voce improvvisa, qualsiasi fruscio, minaccerebbe di infrangerla. Non sempre, tuttavia, siamo altrettanto delicati con coloro che amiamo. Io e Peter giudichiamo aspramente le scelte dei nostri fratelli - come si vestono, chi frequentano, cosa fanno del loro denaro. Ci arroghiamo il diritto di essere i boia più imparziali. È per ispessire loro la pelle, per rafforzargli le ossa. Per proteggerli dal mondo.

Nessuno è perfetto. A volte hai bisogno che le persone siano perfette e loro non riescono a esserlo e allora le odi per sempre perché non lo sono anche se non è colpa loro, e neanche tua. È solo che avevi bisogno di qualcosa che loro non potevano darti. E poi capita lo stesso a te con altre persone, sei tu quello che non soddisfa le aspettative, che non riesce a far andar meglio le cose, e ti odi così tanto che vorresti essere morto.

Da sempre custode degli equilibri familiari, il primogenito mette al vaglio ogni errore del più piccolo: hanno idee agli antipodi e vivono un lutto che, anziché unirli, minaccia di separarli - parlo di loro, parlo di noi, non lo so più. Chi avrebbe pronunciato l'elogio funebre migliore? Che fine farà il cane, rimasto senza padrone? Dove passeranno il prossimo Natale? L'unico in grado di conciliarli, quel padre dell'est umile e arrendevole, non c'è più. Pensosi, i Koubek litigano per tutto e per niente. Si bloccano su WhatsApp. Vengono alle mani. Ma, con le labbra spaccate e le nocche livide, finiscono per trovare poi scampo nei luoghi in cui sono stati bambini. Quando, al telefono, gli amici di famiglia confondevano le loro voci. Quando, nelle fotoricordo, si somigliavano. Essere simili agli occhi degli altri era la fonte di irritazione e orgoglio più grande. Siamo fratelli. Siamo specchi. Non sappiamo perdonare al sangue del nostro sangue il difetto di essere imperfetto. Non sappiamo perdonarci. Al funerale di mio nonno abbiamo visto cugini che non frequentavamo da un decennio. La notte, poi, abbiamo dormito in due letti appiccicati. Sembrava di essere tornati nei giorni terribili della separazione dei nostri genitori. Segretamente, tra me e me, però, li ricordo anche belli. Non siamo mai stati altrettanto complici come allora.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Calcutta – Tutti 

venerdì 23 agosto 2024

Recensione: Wellness, di Nathan Hill

| Wellness, di Nathan Hill. Rizzoli, € 22, pp. 736 |

È possibile provare l'esistenza dell'amore a prima vista? Jack ed Elizabeth, dirimpettai, si studiano dalle finestre dei rispettivi palazzi: a separarli c'è soltanto un vicolo. Lui, fotografo, si è lasciato dietro le praterie del Kansas: romanticissimo, nasconde una sensibilità d'altri tempi dietro l'aspetto studiatamente trasandato. Lei, studentessa cresciuta in una magione invasa dai pipistrelli, è l'erede di una famiglia arricchitasi sulle disgrazie altrui: ribelle, molla tutto e decide di vivere da bohémien. Siamo nella Chicago degli anni Novanta, ma sembra di essere a Montmartre. Mentre l'avvento di internet semina dappertutto promesse, la scena artistica si colora di sperimentazioni. “Diversi in modi simili”, i nostri protagonisti tuonano contro il capitalismo e si fingono orfani. Cos'è dei loro sogni vent'anni dopo?

Credi in quello che vuoi, mia cara, ma credici con delicatezza. Credici con consapevolezza. Credici con curiosità. Credici con umiltà. E non fidarti dell'arroganza della sicurezza.

Ormai sposati, Jack ed Elizabeth puntano a mimetizzarsi tra le famiglie del circondario. Performanti, moderni, perfettibili, tentano (invano) di educare il figlio a un uso più accorto del Tablet e investono (invano, sempre) su un cantiere in corso d'opera, in un quartiere dove i grattacieli sono talmente brillanti da tendere trappole agli stormi. Le agenzie immobiliari sponsorizzano “case per sempre”, ma intanto consigliano alle coppie di dormire separate. Servono sex toys e locali per scambisti, pare, per tenere viva la scintilla. La società impone l'appagamento di bisogni continui, ma nel frattempo annichilisce con idiosincrasie, tensioni, caos. Gli orologi monitorano i respiri, gli algoritmi tracciano gli alti e bassi delle prestazioni lavorative e alcuni credono perfino che la vita non sia altro che una simulazione: il presente, insomma, è una distopia. Jack non tituba, ha finalmente una famiglia tutta sua per contrastare la solitudine vissuta nell'infanzia. Ma Elizabeth, più cinica, guarda angosciosamente la curva discendente della mezza età. È possibile preservarlo, l'amore? Famosa per gli studi sull'effetto placebo, sa che le persone amano lasciarsi ingannare pur di superare il dolore di vivere. E se la loro storia, sin dal primo incontro, fosse una frottola al pari dell'agopuntura?

Si poteva scegliere di essere sicuri o si poteva scegliere di essere vivi.

Wellness, sontuoso boy meets girl con dieci pagine di bibliografia in chiusura, resterà la folgorazione dell'anno. Arguto e coltissimo, Nathan Hill impiega 700 pagine per indagare il più grande dei misteri: il benessere matrimoniale. La sua prosa deve somigliare ai dipinti realizzati dalla sorella di Jack. Pennellate semplici e veloci, dettagli fugaci, con l'obiettivo della massiva universalità: la letteratura, così come le tempere, va fatta respirare. E questo romanzo respira, sì, e vive una vita propria in un luogo di confine in cui la commedia romantica e il saggio antropologico possono coesistere, fare l'amore e riprodursi. Come in Rooney, al centro ci sono due protagonisti perfetti l'uno per l'altra ma vittime dell'autosabotaggio. Come in Yanagihara, sullo sfondo, c'è una città popolata da bohémien vestiti da yuppie. Come in Franzen ci sono il disincanto, il grottesco, la satira, e si sorride a denti stretti di papà che cospirano su Facebook, strampalate coppie aperte, fortune fraudolente legate al Ku Klux Klan. Visceralmente contemporaneo, Hill gioca con la chimica delle emozioni e sonda le prese di coscienza di un'età in cui somigliare a tutti gli altri sembra la scelta più comoda. Si è troppo grandi per credere alle favole, alle bugie, alle cospirazioni. O forse no? Se perfino il mercato immobiliare collassa, infatti, gli unici architetti restano i romantici: costruttori di straordinarie bugie, in un mondo sempre più digitale e distratto, creano ogni giorno le emozioni per guarire in autonomia. Bisogna soltanto avere fede nella cura, e tenersi stretta la fede al dito. Il matrimonio è un placebo. Ma quanto è bello credere a una storia d'invenzione, per poi scoprirsi realmente cambiati?

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: The Smiths – How Soon Is Now?


lunedì 8 luglio 2024

Recensione: L'arte della gioia, di Goliarda Sapienza

| L'arte della gioia, di Goliarda Sapienza. Einaudi, € 15, pp. 540 |

Nell'omonima miniserie di Valeria Golino, è la voce suadente di Tecla Insolia a guidarci nel dedalo dei pensieri di Modesta. Queer, determinata, machiavellica, si inebria della forza segreta dell'odio ma inneggia all'amore libero. Ora ingenua e ora spietata, profondamente consapevole della sua intelligenza, ci sussurra la fiaba nera di una serva divenuta padrona. È possibile, seppure al termine di una lunga serie di nefandezze, arrivare a gioire con la nostra antieroina? Assolutamente sì, in una storia di curiosità intellettuale, emancipazione e lotta di classe, che prende avvio nella povertà delle campagne verghiane e giunge, infine, presso i palazzi nobiliari di Tomasi di Lampedusa. Questo, però, non è che l'inizio delle vicende di Modesta. Ci saranno altri uomini (dopo il gabellotto Carmine: Mattia, Carlo, Marco) e altre donne (dopo suor Leonora e la principessina Beatrice: Joyce e Nina); ci saranno figli biologici e figli acquisiti (Prando, Jacopo, Ida, Ntoni); arriveranno i totalitarismi e le loro promesse illusorie rivolte ai giovanissimi, un altro conflitto mondiale, una democrazia di cui diffidare.

Per prepararsi alla rivoluzione si deve bere tanta e tanta fantasia.

Attratta dalla rivoluzione ma nauseata dalla guerra, sedotta da una carriera in politica ma troppo idealista per appendere il ritratto del Re o del Duce in salotto, Modesta maturerà con grazia e nessun rimpianto in una casa in cui farà da benefattrice a geniali trovatelli, spie in incognito, sognatori instancabili. L'orfana incendiaria degli inizi diventa la matriarca di una comune definita “una piccola repubblica”; una donna come tante e come nessuna, impensierita dalle ansie della maternità e dalla Certa che incombe. I suoi protetti sconfesseranno amaramente ciò che lei ha insegnato loro? E se la vecchiaia, a ben vedere «una giovinezza cosciente», riservasse altre avventure, altri amori? Golino adatta soltanto la prima delle quattro parti di un romanzo asimmetrico e fluviale, splendido e spossante, che spesso ha l'andamento frammentario di certe poesie, di certi ricordi, di certi sogni. Lo ha scritto Goliarda Sapienza cinquant'anni fa, ma non l'ha mai visto pubblicato: protagonista di travagliate vicende editoriali e di una rocambolesca vita da film, l'autrice meriterebbe un discorso a parte. Quest'anno si celebra il centenario della sua nascita. Ma l'iconica Goliarda, in realtà, doveva venire dal futuro. Lascia in eredità alla sua Modesta l'ateismo, le simpatie comuniste, la fame di tutto e subito. L'Etna è un seno, la lava zampilla al posto del latte: nutrite col fuoco, sono destinate a non morire mai. Nella mia vita ci sarà sempre un prima e un dopo di loro.

E se questo mio vecchio ragazzo si stende su di me col suo bel corpo pesante e lieve, e mi prende come ora fa, o mi bacia fra le gambe proprio come Tuzzu faceva allora, mi trovo a pensare bizzarramente che la morte orse non sarà che un orgasmo pieno come questo.

Scritto in una lingua assonanzata e musicale, il romanzo slitta a piacimento dalla prima alla terza persona, da pagine dense di dialoghi a ellissi narrative che restituiscono informazioni confuse sul destino di taluni secondari. L'andamento: quello imprevedibile di una cantastorie controcorrente, contro natura, nata per seminare dappertutto un magico disappunto. Le ambientazioni: la testa febbrile di Modesta, il suo corpo flessuoso, e una Sicilia claustrofobica che spalanca occhi e cuore davanti allo spettacolo improvviso del mare. Laggiù, in quel blu fino ad allora immaginato attraverso gli occhi dell'indimenticato Tuzzu, la protagonista imparerà a nuotare. Ma anche a cavalcare, a fumare la pipa, a mostrarsi nuda senza l'ausilio del buio. A dare piacere. A darsi piacere. E a organizzare feste sfrenate dove i vivi ballano con i loro fantasmi e le fiaccole illuminano a giorno l'isola. Non si dimentica mai come si galleggia al largo, né la gioia di essere stati eccezionalmente ospiti nell'esistenza di una donna tanto scandalosa. Ora voglio nuotare controcorrente, progettare colpi di stato, chiamare un gatto Mody, ribellarmi sempre. Rubare tutta la vita che posso. L'arte della gioia è un diritto di natura: «come il pane, come l'acqua, come il sole».

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Parola (Rework) feat. Anna Caragnano

venerdì 31 maggio 2024

Recensione: Trilogia della città di K., di Agota Kristof

|Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Einaudi, € 14, pp. 384 |

Quando ho chiuso Trilogia della città di K, ho sentito il bisogno di sfogliarlo a ritroso. Ho recuperato un foglio volante e ci ho appuntato sopra nomi propri, cronologie, dettagli di un intreccio narrativo che cambia a piacimento e sconvolge. La scrittura è ordine e chiarezza, pensavo a torto. Ho condiviso le mie annotazioni con altri lettori: come me, a fine lettura, dichiaravano confusione. Ma le nostre opinioni sui misteri di Agota Kristof non collimavano. Le interpretazioni sul romanzo, anzi, si moltiplicano; il gioco di specchi si complicava. A chi appartenevano le parole lette? C'era una verità univoca, o la trilogia era una lunga bugia? Quanti erano i narratori inaffidabili: uno o due? Ambientato in un conflitto senza nome, in una città dell'est dall'identità violata dagli invasori stranieri, due gemelli temprano corpo e spirito a un passo dalla frontiera. Disabituati all'amore, alimentano una perversa fascinazione e nutrono uno strano senso della giustizia. In prima persona plurale, documentano le loro giornate sul Grande quaderno nascosto in soffitta. Man mano si passa a una narrazione in terza persona. Nella progressiva messa a fuoco, il periodare si fa articolato, i capitoli si allungano e i gemelli, finalmente distinguibili e collocati su uno sfondo meno favolistico, sperimentano lo struggimento della separazione: in La prova, Lucas resta privo della sua metà e trova consolazione in una famiglia improvvisata, ma capace di tenerezza. Che fine ha fatto l'altro? Il suo nome, anagrammatico, è Claus o Klaus? Intervengono personaggi dal linguaggio sibillino, allegoria di qualcosa di ben più sfuggente. Le identità si sovrappongono e mescolano. La trama si fa più oscura. Quarant'anni dopo, le frontiere si assottigliano e le vicende trovano risoluzione in un racconto a punti di vista alterni. Le ultime pagine rivelano la natura dello strappo, l'origine del trauma. Possiamo fidarci, però, se il titolo recita: La terza menzogna?

Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita.

Capace di suscitare parimenti curiosità e frustrazione, Kristof è l'attentissima Minosse di un labirinto in cui le nostre tre storie finiscono per sovrapporsi disordinatamente e in cui il gusto della narrazione, qui parente stretta della bugia, prende il sopravvento. Il filo rosso è proprio la scrittura: inseguendone il bandolo, arriveremo in una casa dalle imposte verdi, all'ombra di un noce abbandonato. I protagonisti, al contempo candidi e crudeli, fanno provviste dei prodotti di cancelleria; prendono cartolibrerie in gestione, seducono bibliotecarie con il pallino dei libri proibiti, rievocano un'infanzia scandita dal ticchettio della macchina da scrivere. Uno diventerà prosatore, uno poeta: lo faranno per legittima difesa. La Trilogia è un groviglio che infesta mente e cuore. Non ha una spiegazione né un senso: ne ha molteplici. Se me lo chiedeste oggi, per me teorizza il valore salvifico della finzione contro la brutalità dell'autofiction. È soltanto così che delle pedine inermi, in balia della violenza della Storia e delle istituzioni familiari, possono trasformarsi in soggetti attivi. Eroi della loro personale epopea tragica, vivono disavventure zeppe di morti, amplessi, ardori e mostruosità. Ma la spettacolarità futurista della guerra – macabra ma irresistibile – arde i noiosi salotti borghesi: è soprattutto lì, infatti, che si annidano mine mortali. Se me lo chiedeste domani, invece, chissà. È una storia che cambia pelle. E, nel frattempo, cambia la tua.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Max Richter – On the Nature of Daylight

venerdì 3 maggio 2024

“Un giorno”, tre lustri dopo: il cult di David Nicholls riletto a trent'anni

| Un giorno - One Day, di David Nicholls. Beat, € 15, pp. 489 |

Ho detto addio per sempre ai miei vent'anni in compagnia di David Nicholls. Avrei voluto rileggerlo da un po'. Il bisogno, poi, si è fatto urgenza con l'avvicinarsi del mio compleanno. Lo avrei festeggiato lontano da casa. Alla mia tavola, intento a soffiare sulla trentesima candelina, avrei avuto soltanto facce nuove; gli amici di oggi. E quelli storici? E il mio passato? Nell'impossibilità di averli con me, ho fatto posto a Emma Morley e Dexter Mayhew: li conosco come le mie tasche, in fondo, dalla metà esatta della mia vita. Quando li ho incontrati per la prima volta, al ginnasio, erano più grandi di me: con il loro odore di vino e sigarette, con il sogno di cambiare il mondo, mi sembravano irraggiungibili. Lei con una citazione letteraria per ogni occasione, lui con le Oxford ai piedi anche nelle scarpinate; lei con gli occhiali a fondo di bottiglia sfoggiati come una medaglia al merito, lui perennemente in posa come una stella del cinema italiano. Non sapevo ancora che avrei vissuto le stesse crisi, gli stessi strappi, le stesse frustrazioni. Non sapevo ancora che, soprattutto a venticinque anni, ci si sente tutti persi. Me lo sono ripetuto come un mantra dopo la laurea (insieme a un'altra frase cult: «Ti amo, ma non mi piaci più»), quando la cruda luce del giorno ha mostrato la spaventosa fragilità dei miei ideali: in balia del precariato, ho seguito le tracce di Emma. Come lei, insegno Lettere e vado al cinema per le rassegne di Kieslowski. Ma, sempre come lei, non smetto di sognare una mansarda parigina in cui rifugiarmi a scrivere in attesa del mio sudato lieto fine. Cosa ne sa invece Dexter: un bellimbusto che lavora in TV ed è sempre troppo brillo per aggiornare la lista delle sue amanti? A questa ennesima rilettura, mi è parso meno superficiale che in passato; non mi ci sono rivisto, ma ho visto in controluce quel suo cuore buono massacrato dagli eccessi, dai rovesci di fortuna, dalle coincidenze mancate.

Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”, di solito il consiglio era questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva o eri di cattivo umore? Molto meglio cercare di essere buoni e coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio cambiare il mondo, ma il pezzettino di mondo intorno a te. Esci allo scoperto con la tua passione e la tua macchina da scrivere e impegnati al massimo per… qualcosa. Magari cambia la vita degli altri con l’arte. Coltiva le amicizie, non tradire i tuoi principi, vivi intensamente, appassionatamente. Apriti alle novità. Ama e fatti amare, se ti capita la fortuna.

Emma si piega, ma non si spezza: ha dalla sua la costanza di chi continua a innaffiare perfino un'amicizia che, a volte, somiglia a un bouquet appassito. Dexter, restio a lasciarsi istruire con letture impegnate, resta incastrato sotto una maschera che fatica a calzargli una volta sfumato l'ardore giovanile: in crisi d'identità, chi è quando né i riflettori né l'adorazione di Emma lo illuminano più? Adorabili, affiatati e frustranti, ormai al centro di ben due adattamenti, sono ricordarti a torto come i protagonisti di una storia strappalacrime. Un giorno, in realtà, è una commedia brillantissima nello stile di Harry ti presento Sally, animata dal ritmo perfetto dei dialoghi cinematografici e da una scrittura pervasa dalla stessa malinconia di certe Polaroid. Più che a un'istantanea, però, questo romanzo somiglia alle foto in movimento di Harry Potter: in 500 pagine ecco che tutto cambia, ecco che tutti cambiano. Si passa dalla leggerezza degli anni Ottanta alla tragedia degli attentati terroristici, dai messaggi in segreteria ai primi cellulari, dalle lauree ai matrimoni; arrivano poi i figli, i mutui da pagare, le separazioni, il metabolismo rallentato, le rughe d'espressione. I corpi si inflaccidiscono, le volontà si infiacchiscono. L'irrequietezza iniziale lascia spazio al consolante trantran della mezza età: soltanto litigare di politica estera, allora, garantirà alla coppia annoiata un sussulto inatteso.

Forse era condannata a essere una di quelle persone che passano la vita a provarci.

In Nicholls mi sono visto come attraverso uno specchio deformante. Contemporaneamente e di colpo, ho avuto la consapevolezza di chi ero, sono, sarò. È troppo presto per immaginarmi a quarant'anni; ma intanto sorrido già ai bambini per strada, scorro le inserzioni degli appartamenti in vendita, ingollo pasticche di Bioscaline per prevenire la stempiatura. Scommetto che Emma e Dexter ci saranno anche allora, pronti a saltare fuori come una lettera d'amore dimenticata in India tra le pagine di Casa Howard; come un ritornello di musica leggera che, sparato di ritorno dalla gita scolastica, a sorpresa legherà me e i miei studenti in un canto intergenerazionale. Sono nato il 4 aprile: un detto popolare dice che, se piove quel giorno, pioverà per quaranta giorni. Il “giorno” di Nicholls cade il 15 luglio: i goccioloni a San Swithin sono sintomatici di un'estate piovosa. Coincidenze, dite? A quindici anni credevo che i film, i libri, le canzoni cambiassero la vita. A ventinove, mi davo dell'illuso. A trenta ho espresso un desiderio: non svilire mai la meraviglia degli adolescenti che siamo stati. A giudicare dalla sommessa euforia di questa rimpatriata, ho sempre avuto ragione. Ho riposto l'ombrello, piantato le candeline col numero trenta alla base della mia pianta grassa: sarà una primavera serena. Em e Dex, mancate sempre. Mancate già.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Smiths - There Is a Light That Never Goes Out

lunedì 6 novembre 2023

Recensione: Le schegge, di Bret Easton Ellis

| Le schegge, di Bret Easton Ellis. Einaudi, € 23, pp. 752 |

Un telefono a disco squilla nel salotto di una villa con piscina. Scatta la segreteria. Dall'altra parte, qualcuno sospira. Il suo silenzio vibra di minacce. Lo hanno preceduto effrazioni, regali misteriosi, animali domestici sottratti. L'obiettivo finale sono i giovani padroni di casa. Il serial killer, soprannominato Il Pescatore a strascico, comporrà un mostruoso patchwork con i corpi smembrati. L'inizio è degno di uno slasher di Wes Craven. Il prosieguo, a metà tra teen drama e satira sociale, è un'indagine antropologica della “peggio gioventù” di Los Angeles. Correvano gli anni Ottanta. Una volta ottenuta la patente, gli adolescenti sgommavano lontani dai rigidi regolamenti delle loro scuole private e dai confini sicuri dell'infanzia. Meta: la perdizione. Quelli cantati nel girone dei dannati di Bret Easton Ellis sembrano sbucati da un dipinto di David Hockney. Dediti a edonismo e oppiacei, belli e ricchissimi, appaiono disinteressati a tutto. Non li sfiorano le nozze di Carlo e Diana, l'omicidio di John Lennon, la setta dei Cavalieri dell'oltretomba, le avance sessuali degli adulti. A turbarli, piuttosto, è l'arrivo di Robert Mallory. Chi cambierebbe mai scuola l'ultimo anno di liceo? Da dove viene quell'adone al contempo sensuale e candido, che minaccia di far scoppiare coppie storiche – Susan e Thom, il re e la reginetta della Buckley –, ma cela un passato di disturbi mentali?

Molti anni fa mi resi conto che un libro, un romanzo, è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci s'innamora di qualcuno: il sogno diventa irresistibile, non c'è niente che tu possa fare, e infine cedi e soccombi anche se il tuo istinto ti dice di battertela a gambe perché potrebbe trattarsi, dopotutto, di un gioco pericoloso – in cui qualcuno probabilmente si farà male.

Da sopra gli occhiali da sole lo studia lo stesso Ellis; gli occhi appannati per la brama e il Valium. Segretamente omosessuale, benché fidanzato con la figlia di un famoso produttore cinematografico, l'autore sperimenta una dolorosa attrazione verso l'ultimo arrivato in città. E ne fa, presto, la sua ossessione. Il trasferimento di Robert coinciderà con un'ondata di follia lunga l'intero anno scolastico. È realmente lui il responsabile della rete di delitti che si stringe sempre più intorno agli amici di Bret? O la sua colpa più imperdonabile è quella di aver infranto il sogno di illusoria perfezione dei protagonisti, ponendo freno a un'estate creduta, a torto, senza fine? Tutti hanno un segreto. Tutti stalkerizzano tutti. In settecento pagine, a momenti alterni, tutti saranno vittime e carnefici; intrusi e perseguitati. A quarant'anni di distanza dai tragici eventi del 1981, l'autore sfida il disturbo post-traumatico da stress e sfoglia a ritroso un annuario dalla nutrita sezione in memoriam. Questa è una storia vera. O quasi.

Voi tutti non fate altro che proteggervi a vicenda. Da cosa? Dalla realtà.

Irresistibile nella sua inattendibilità, Ellis è ammicca furbamente ai temi caldi dei social: la retromania, l'autofiction, il true crime, il queerbaiting. Prende i tormentoni contemporanei e, all'apparenza, li sconsacra. Ma, a dispetto del cinismo diffuso – la dedica del romanzo recita proprio: A nessuno –, ci restituisce la rievocazione più verosimile e accorata di una generazione, di un mondo, a un passo dall'annientamento. Le schegge è un elettrizzante incubo vestito Ralph Lauren in cui il sangue e lo sperma, le paranoie e le prurigini occultano la nostalgia per un inconfessato primo amore. Lettore e cinefilo instancabile, il giovane Bret guardava il mondo con il voyeurismo compulsivo tipico degli scrittori. La sua futura professione lo rendeva attento già allora. Lo rendeva già bugiardo. Fermo al tempo dei suoi sconsiderati sedici anni, firma un thriller tanto spaventoso quanto eccitante – di quelli da leggere con la luce accesa, e con un'erezione prepotente nei boxer. Ma anche un sorprendente amarcord sull'impossibilità di risolvere il giallo di Robert Mallory, quando si è ancora intimamente irrisolti come adulti. Cosa resterà di quegli anni Ottanta? La voglia di vivere, amplificata a dismisura dalla paura di morire. Le schegge di un trip stupefacente, da cui sarà amaro svegliarsi soltanto per poi scoprirsi casti, invecchiati, sobri.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Ultravox – Vienna

lunedì 18 settembre 2023

Recensione: Il gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

 
 | Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, € 13, pp. 304 |

L'ho portato con me in Sicilia. Mancavo da vent'anni. Come il Gattopardo, sono sempre stato un nostalgico. Il Principe Fabrizio è una bestia mansueta. Incombe placidamente su uomini, donne e feudi. Su di lui, in salotti splendidi ma già polverosi, ci sono volte affrescate con pappagalli e bertucce, angeli e dei. Fuori dal suo palazzo, invece, si estendono giardini dai profumi stordenti: la dolcezza dei fiori di pesco, tuttavia, non nascondere il tanfo di putrefazione che sale intanto dal corpo di un soldato, morto proprio sotto le fronde di casa Salina. Ambientato tra l'arrivo dei garibaldini e il primissimo Novecento, il capolavoro di Tomasi di Lampedusa è una saga familiare sulla fine di un'era e l'inizio di un'altra; lo spaccato di un ceto, quello nobiliare, sprovvisto di qualsiasi sapere pratico e ottusamente chiuso al progresso; il gioco strategico di un grande pater familias, che riversa le sue ultime ambizioni nel nipote Tancredi pur di non conoscere l'oblio. Anche a costo di spezzare il cuore alla figlia Concetta.

Ma Lei sa meglio di me, principe, che anche le stelle fisse veramente fisse non sono.

Ogni capitolo ci apre per circa un giorno le porte della residenza di Donnafugata. È una scenetta dal gusto teatrale, in una commedia in costume e di costume. Amarissima, ma pur sempre una commedia. Qui, un narratore dalla sensibilità contemporanea fa gustosamente il verso alla fiorita prosa ottocentesca, ma delinea con mal celata ironia l'opulenta mollezza del palazzo. Perfino la bellissima Angelica, figlia di un parvenu da spennare, è sorpresa nell'atto di togliersi del cibo tra i denti con la forchetta. E il budino al rum prediletto dal padrone di casa? Diventa un fortino minacciato dalle forchette dei commensali, simbolo della disfatta in agguato. Tra tedio e intrighi matrimoniali, si spettegola delle prime femministe che protestano per il diritto al voto e della smania di collezionismo di taluni. Irresistibile e chirurgico, Tomasi di Lampedusa ci rende partecipi di una rivoluzione politica e familiare; di un risveglio dei sensi, a cui seguirà poi un timido risveglio delle coscienze.

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.

La Sicilia, troppo avvezza agli invasori per temere grandi cambiamenti, sonnecchia nella furia del solleone. Gli anziani rosolano al sole, il basilico contrassegna la casa delle prostitute, le suore custodiscono le ricette dei mandorlati. Laggiù, a differenza che sulla terraferma, ci si racconta che niente cambierà. Circondato dal suo affezionato e polveroso ciarpame rococò, non si farà illusioni il Gattopardo: un protagonista indimenticabile, con il difetto di avere una mente troppo veloce in un paese che troppo lentamente, invece, imbocca la strada del progresso. In un momento chiave del romanzo, il principe ricercherà l'aria aperta e le epifanie che garantisce. Di ritorno dal valzer, reso leggendario dal film di Visconti, rinuncerà alla carrozza e tornerà a piedi. Lui incombe su tutti, ma su di lui incombe a sua volta il cielo. Il principe ha provato spesso a venire a capo dei misteri del firmamento. Ma l'ha colto in contropiede la verità delle stelle fisse, che a ben vedere davvero fisse non sono. La limitatezza di un nobiluomo che accetta finalmente l'illimitatezza celeste si intrecciano così alla bellezza allo squallore, allo sfarzo e alla miseria, in un ballo degli opposti che celebra gli ultimi sospiri di un mondo in fin di vita. E brevemente ma per sempre, su carta, ne arresta così l'estinzione.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Giuseppe Verdi - Va', pensiero