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giovedì 1 agosto 2024

Recensione: L'amore è un fiume, di Carla Madeira

 
| L'amore è un fiume, di Carla Madeira. Fazi, € 18,90, pp. 180

La chiamano saudade. È la nostalgia che illanguidisce gli arti e i petti con l'avvicinarsi del crepuscolo. Intraducibile in italiano, è il sentimento che nell'antichità accompagnava gli uomini di ritorno dalla caccia. Le mogli avrebbero riabbracciato i mariti morti di fatica? E i mariti le mogli, ritte alla finestra? Come un vento caldo, la saudade soffia tra le pagine del romanzo di Carla Madeira: un successo del passaparola, con una scrittura a ritmo di bossanova e un intreccio da gustarsi preferibilmente sotto l'ombrellone, con il mare a fare pendant con il blu della copertina. Ambientato in un Brasile senza tempo, è la sfida tra tre personaggi combattuti tra la difficoltà di disimparare l'odio e il bisogno di tornare ad amare.

Non si ragiona con chi è malato di saudade.

Separati in casa all'indomani di una tragedia da non svelare, Venancio e Dalva erano la coppia più invidiata di una citta divisa tra chiesa e bordello. Tutti ricordano gli oggettini intagliati da lui e il profumo delle empadas di lei. Tutti ricordano il giorno delle nozze, con quel vestito bianco ricamato da ognuno dei presenti e i canti festosi a fare da accompagnamento. Cosa li ha divisi? Se lo chiede anche Lucy, la piu fiera e capricciosa tra le prostitute, desiderosa di conquistare l'inconquistabile Venancio: l'unico maschio con l'ardire di rifiutarla. Ne deriverà un gioco di seduzione a colpi di provocazioni e sberleffi, in cui a dominare sarà il fascino dei personaggi femminili: la gelosia bruta del protagonista, conteso tuttavia per l'intero romanzo, nulla può contro i silenzi misteriosi di quella moglie piena di decoro né contro la sensualità dell'amante, stesa come una lucertola all'ombra del quartiere a luci rosse.

Perché l'amore scatti, ci vuole un qualche tipo di coincidenza. In ogni contatto, esiste una percentuale di miracolo. Non è peregrino dire che l'amore è sacro.

Il pensiero corre alle squillo sagge di Marquez, al cinema femminista e fieramente kitsch di Almodovar: pulsioni ancestrali, istinti bassi, parole abbastanza palpitanti da evocare la morbidezza dei colpi e la passionalità degli amplessi. Forte di atmosfere semplicemente irresistibili, Madeira pecca di un intreccio esile e di una narrazione a tratti inutilmente corale, in cui i comprimari (i genitori di Dalva, la miracolosa Francisca) hanno il difetto di affollare una narrazione troppo leggera, troppo breve, per prestarsi alla polifonia: non aiuta l'esagerato colpo di scena conclusivo. L'amore è un fiume. L'autrice non lo argina con una struttura più ragionata, ma lo lascia scorrere senza padroni. Ha numerose forme, ha mille sblocchi. Cosa succede quando lo inquinano un raptus mortifero, i tradimenti e i difetti di forma? Basta lasciarlo scorrere. E aspettare, aspettare, aspettare. Al resto penserà la naturale magia della narrativa sudamericana.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ornella Vanoni – La voglia, la pazzia

lunedì 6 novembre 2023

Recensione: Le schegge, di Bret Easton Ellis

| Le schegge, di Bret Easton Ellis. Einaudi, € 23, pp. 752 |

Un telefono a disco squilla nel salotto di una villa con piscina. Scatta la segreteria. Dall'altra parte, qualcuno sospira. Il suo silenzio vibra di minacce. Lo hanno preceduto effrazioni, regali misteriosi, animali domestici sottratti. L'obiettivo finale sono i giovani padroni di casa. Il serial killer, soprannominato Il Pescatore a strascico, comporrà un mostruoso patchwork con i corpi smembrati. L'inizio è degno di uno slasher di Wes Craven. Il prosieguo, a metà tra teen drama e satira sociale, è un'indagine antropologica della “peggio gioventù” di Los Angeles. Correvano gli anni Ottanta. Una volta ottenuta la patente, gli adolescenti sgommavano lontani dai rigidi regolamenti delle loro scuole private e dai confini sicuri dell'infanzia. Meta: la perdizione. Quelli cantati nel girone dei dannati di Bret Easton Ellis sembrano sbucati da un dipinto di David Hockney. Dediti a edonismo e oppiacei, belli e ricchissimi, appaiono disinteressati a tutto. Non li sfiorano le nozze di Carlo e Diana, l'omicidio di John Lennon, la setta dei Cavalieri dell'oltretomba, le avance sessuali degli adulti. A turbarli, piuttosto, è l'arrivo di Robert Mallory. Chi cambierebbe mai scuola l'ultimo anno di liceo? Da dove viene quell'adone al contempo sensuale e candido, che minaccia di far scoppiare coppie storiche – Susan e Thom, il re e la reginetta della Buckley –, ma cela un passato di disturbi mentali?

Molti anni fa mi resi conto che un libro, un romanzo, è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci s'innamora di qualcuno: il sogno diventa irresistibile, non c'è niente che tu possa fare, e infine cedi e soccombi anche se il tuo istinto ti dice di battertela a gambe perché potrebbe trattarsi, dopotutto, di un gioco pericoloso – in cui qualcuno probabilmente si farà male.

Da sopra gli occhiali da sole lo studia lo stesso Ellis; gli occhi appannati per la brama e il Valium. Segretamente omosessuale, benché fidanzato con la figlia di un famoso produttore cinematografico, l'autore sperimenta una dolorosa attrazione verso l'ultimo arrivato in città. E ne fa, presto, la sua ossessione. Il trasferimento di Robert coinciderà con un'ondata di follia lunga l'intero anno scolastico. È realmente lui il responsabile della rete di delitti che si stringe sempre più intorno agli amici di Bret? O la sua colpa più imperdonabile è quella di aver infranto il sogno di illusoria perfezione dei protagonisti, ponendo freno a un'estate creduta, a torto, senza fine? Tutti hanno un segreto. Tutti stalkerizzano tutti. In settecento pagine, a momenti alterni, tutti saranno vittime e carnefici; intrusi e perseguitati. A quarant'anni di distanza dai tragici eventi del 1981, l'autore sfida il disturbo post-traumatico da stress e sfoglia a ritroso un annuario dalla nutrita sezione in memoriam. Questa è una storia vera. O quasi.

Voi tutti non fate altro che proteggervi a vicenda. Da cosa? Dalla realtà.

Irresistibile nella sua inattendibilità, Ellis è ammicca furbamente ai temi caldi dei social: la retromania, l'autofiction, il true crime, il queerbaiting. Prende i tormentoni contemporanei e, all'apparenza, li sconsacra. Ma, a dispetto del cinismo diffuso – la dedica del romanzo recita proprio: A nessuno –, ci restituisce la rievocazione più verosimile e accorata di una generazione, di un mondo, a un passo dall'annientamento. Le schegge è un elettrizzante incubo vestito Ralph Lauren in cui il sangue e lo sperma, le paranoie e le prurigini occultano la nostalgia per un inconfessato primo amore. Lettore e cinefilo instancabile, il giovane Bret guardava il mondo con il voyeurismo compulsivo tipico degli scrittori. La sua futura professione lo rendeva attento già allora. Lo rendeva già bugiardo. Fermo al tempo dei suoi sconsiderati sedici anni, firma un thriller tanto spaventoso quanto eccitante – di quelli da leggere con la luce accesa, e con un'erezione prepotente nei boxer. Ma anche un sorprendente amarcord sull'impossibilità di risolvere il giallo di Robert Mallory, quando si è ancora intimamente irrisolti come adulti. Cosa resterà di quegli anni Ottanta? La voglia di vivere, amplificata a dismisura dalla paura di morire. Le schegge di un trip stupefacente, da cui sarà amaro svegliarsi soltanto per poi scoprirsi casti, invecchiati, sobri.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Ultravox – Vienna

martedì 12 luglio 2022

Recensione: Servirsi, di Lillian Fishman

| Servirsi, di Lillian Fishman. E/O, € 17, pp. 230 |

Il sesso vende, soprattutto d'estate. E viene dagli Stati Uniti il nuovo filone letterario – anticipato, in parte, dall'opera prima di Sally Rooney – che su TikTok porta il nome di “sad hot girl”. Le protagoniste sono generalmente Millennal, bianche, colte ed emancipate, alle prese con relazioni sentimentali talmente turbolente da minarne gli equilibri interiori. Non si sottrae a questo canovaccio neanche l'esordio di Lillian Fishman, classe 1994, che ha calamitato in fretta le attenzioni grazie al rosa ipnotico della copertina e al triangolo bollente della sinossi: monogama e all'apparenza felice accanto alla compagna pediatra, Evie – complice un nudo postato online per noia – viene introdotta nel mondo di Olivia, aspirante pittrice, e di Nathan, uomo d'affari noto per dominare le partner tanto in ufficio quanto a letto. La protagonista, senza punti di riferimenti né ambizioni, costantemente desiderosa di diventare l'adulta responsabile sognata dal papà imprenditore, aderisce alla routine della coppia come se si trattasse di un culto religioso. Ma mentre il volitivo Nathan sembra in grado di decifrare i suoi desideri più intimi per renderla adorante, la nevrotica Olivia si limita spesso a fare da voyeur: ai margini della camera da letto, guarda e soffre. E soltanto così, forse, gode.

Da anni mi chiedevo cosa significasse il sesso per gli altri...

Con una scrittura sinuosa e mai volgare, Fishman scandaglia senza esprimere giudizi tre sessualità poco convenzionali e immerge il lettore in un'atmosfera densa, torrida, che innegabilmente intriga come le migliori fantasie erotiche. Creatura anfibia, l'irrequieta Evie si muove tra mare e terra, uomini e donne, e sbatte contro una contraddizione: si può essere femministe, autosufficienti e padrone di sé, anche se sottoposte al gioco di qualcun altro? Si può trovare la piena realizzazione personale nel raggiungimento dell'orgasmo? Cerebralmente stimolante, il romanzo lascia inerte il resto del corpo. È solo voce: pura astrazione intellettuale. I protagonisti, abbozzati, sono impossibili da immaginare fisicamente. Il sesso, filosofeggiato in lunghe e pretenziose conversazioni radical chic, è consumato a parole e raramente nei fatti. Mancano proprio i corpi, la carne, l'eccitazione e la loquacità dell'atto sessuale in sé. È un segreto implicito in ogni relazione: i giochi di potere avvengono direttamente fra le lenzuola. Qui se ne scrive a lungo a riguardo, ma risulta nel frattempo insoddisfacente lo spazio lasciato alla libera espressione dell'amante gaudente – del dominatore, del dominato. Peccato: Servirsi è un gemito di piacere soffocato dalle chiacchiere. Quasi come se per scrivere di sesso, oggi, dovessimo sentirci obbligati a legittimarlo e nobilitarlo a ogni pagina. Cosa c'è di più legittimo, mi domando invece? Cosa di più nobile?

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Tananai & Rosa Chemical – Comincia tu

venerdì 24 giugno 2022

Recensione: L'arte di bruciare, di Sarah Hall

 
| L'arte di bruciare, di Sarah Hall. Sellerio, € 16, pp. 220 |

Sulla copertina di Una vita come tante c’è il primo piano di un uomo. Il viso increspato da una smorfia indecifrabile: estasi o dolore? L’arte di bruciare, arrivato in libreria sempre con Sellerio, si libra similmente fra eterni opposti: amore e morte. Inscindibili, si intrecciano in spire sensuali in un romanzo tanto breve quanto intenso. Quanto bisogna essere lontani dal pericolo per non lasciarsi vincere dall'angoscia della tempesta appena passata? Alla risposta, mutevole, è legato l'apprezzamento – o il biasimo – verso il romanzo di Sarah Hall. Con una prosa musicale e immaginifica, nelle corde di Tiffany McDaniel, la scrittrice britannica ci sfida a tormentare con le dita quella ferita che tutt'ora fatica a cicatrizzarsi: il Covid-19. In queste pagine ci sono l'aggressività e lo scetticismo nei confronti verso il prossimo, gli approvvigionamenti degni di un survival, le sirene in dissolvenza. Ma c'è, soprattutto, la commovente intimità del prendersi cura di qualcun altro.

Chi ha storie da raccontare sopravvive.

Immersi in un silenzio innaturale, cinti da una natura fiabesca e selvaggia, i protagonisti trovano rifugio dal contagio ai confini della civiltà: all'interno di un ex capannone industriale, ormai fucina creativa, che si erge al termine della brughiera come un Eden dove illusoriamente prosperare. Lei, Edith, è l'artefice di sculture controverse – per alcuni subito iconiche, per altri scandalose –, cresciuta con trascuratezza da una mamma scrittrice colpita da un aneurisma. Lui, Halit, è lo chef di un ristorante nordafricano: porta con sé due nomi, due vite, ma parla pochissimo dei traumi dell'immigrazione – il suo corpo, in compenso, dice tutto ciò che conta.

Se fossimo andati un po' più a fondo uno dentro l'altra avremmo trovato un nascondiglio.

Edith e Halit annullano le distanze, combattono la freddezza dello stato d'emergenza, si studiano nudi in nome della lussuria e per monitorare l'apparizione di sintomi eventuali. Raccontato a distanza di anni da Edith, ma non a distanza di sicurezza, il romanzo presenta una narrazione frammentaria. Ricorda i picchi di delirio delle febbri convulse: è un insieme di flash e suggestioni sparse, infatti, che l'attualità della materia raccontata contribuisce tuttavia a riordinare fino a formare un disegno organico. Anzi: un gruppo scultoreo. Di quelli contemporanei, spigolosi, vagamente inquietanti, realizzati con la pratica dello shou sugi ban: prevede di bruciare il legno per proteggerlo; di creare attraverso la distruzione. La vedo la scultura, sì: rappresenta due corpi che bruciano, di passione e febbre, fino a decomporsi: fluisce vita tra loro, fluisce vita in loro. È il virus, che li penetra mentre si penetrano. È il virus che, come un figlio del futuro, cerca un ospite in cui proliferare. Perché perfino la morte vuol vivere.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – I Set Fire to the Rain

martedì 16 febbraio 2021

Recensione: Lolita, di Vladimir Nabokov


| Lolita, di Vladimir Nabokov. Adelphi, € 12, pp. 395 | 

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Sono passati sessantasei anni da quando Vladimir Nabokov spese queste parole indimenticabili per introdurci la sua protagonista, Dolores Haze, e stupisce constatare come la malia della scandalosa ninfetta continui tutt'ora a illuminare, ardere, far dannare. L'incipit, uno dei più belli di sempre, ci catapulta immediatamente in una storia tossica che non ha bisogno di presentazioni: quella tra Humbert Humbert, accademico di mezza età originario della Costa Azzurra, e l'unica figlia dell'insipida Charlotte, sposata soltanto per bearsi della vicinanza della bambina. Perché Lolita, tredici anni, è questo: una bambina, già consapevole della propria avvenenza, bramata da un predatore sessuale. Il suo stesso patrigno. A dispetto di una tematica che riempe di repulsione – la pedofilia –, il censuratissimo classico dell'autore russo annovera uno stuolo di lettori che ne parlano come del romanzo della vita: cosa lo rende un capolavoro estraneo tanto al tempo quanto alla morale? Attratto dalle mentalità deviate e dagli argomenti scabrosi, ho letto senza formulare giudizi «la confessione di un vedovo di razza bianca»: il diario dettagliato di un'ossessione morbosa che, anziché inquietare, nella prima parte regala sprazzi di impensabile poesia. Il merito spetta a Humbert, il supremo dei narratori inattendibili: con voce musicale e mani da rapace, sceglie parole di miele per svelarci le proprie perversioni. Soave perfino nella turpitudine, irresistibile anche quando osceno, intreccia fantasie pedopornografiche e pensieri omicidi in una tessitura sopraffina di istinti animaleschi, caos e fatalità. Dall'alto di una prima persona tronfia ed egoriferita, Humbert sventola il dito verso una giuria immaginaria. Apostrofa il lettore.

Non siamo dei depravati! Non violentiamo come fanno i bravi soldati. Siamo miti signori infelici, con occhi da cane, sufficientemente ben integrati da saper controllare i nostri impulsi in presenza degli adulti, ma pronti a dare anni e anni di vita per un'unica occasione di toccare una ninfetta. Non siamo, nel modo più categorico, degli assassini. I poeti non uccidono mai.

Tra lunghe digressioni e alibi furbastri, legittimato da una ricca schiera di poeti antichi e criminali, il protagonista sotto accusa costruisce un'orazione ciceroniana dove attraverso gli espedienti retorici più fantasiosi cerca di giustificare ogni scelleratezza. Comunque ben lontani dall'assolverlo, non possiamo non gustarci i suoi guizzi funambolici; un eloquio impreziosito di francesismi e calembour, colto fino a diventare insopportabile; la resa visiva di ambientazioni lussureggianti e lussuriose, d'altri tempi, popolose di creature botticelliane. Se la prima parte sarebbe da imparare a memoria – il capitolo più magistrale, per quanto disturbante, racconta l'inutile veglia di Humbert in attesa che i narcotici agiscano sulla figliastra: medita di violarla nel sonno –, la seconda si trascina fino ad annoiare. Rinunciando a quell'incantevole sentore di sospensione, i protagonisti si dedicano a estenuanti viaggi in macchina che danno al romanzo un'indigesta dimensione on the road. La loro è una fuga dal mondo, dal sospetto altrui, che tuttavia non può tagliare fuori il tempo: continuando a scorrere incessantemente, arrotonda le forme della giovinetta; le aggiunge centimetri in altezza; la rende più ordinaria. Servita e riverita, schiava d'amore o forse perfetta padrona del gioco, Lolita tiranneggia al suon di gelosie e capricci. Bambina fatale, amante dei rotocalchi cinematografici e del tennis, conduce il romanzo verso territori noir e il suo compagno di viaggio in una caccia sincopata, febbricitante, vertiginosa.

La vita è molto breve. Da qui a quella vecchia macchina che conosci così bene ci saranno venti, venticinque passi. È un tragitto brevissimo. Falli, quei venticinque passi. Subito. Immediatamente. Vieni così come sei. E vivremo per sempre felici e contenti.

La mia Lolita – quella che, dall'immaginario collettivo, ricordavo ben prima di fare la sua conoscenza – abita le prime duecento pagine e basta. È una farfalla intrappolata in una cornice, splendida perché cristallizzata, immortalata in tutta l'innocenza dei suoi anni sfacciati. Al posto di trasformarsi in una riflessione sulla fugacità della giovinezza, sull'eternità della poesia, l'epilogo tradisce la compostezza dell'inizio. Privata della sua magia, strappata da un Eden in cui prende languidamente il sole, la protagonista «morta e immortale» viene trascinata in disavventure rocambolesche. Conosce lo squallore dei motel, l'irruenza del sesso, il desiderio di altri malintenzionati, la maturità. Sgualcita, strattonata a destra e a manca, diventa più adulta e perde di poesia. Tradisce Humbert Humbert, secondo me, ma viene a sua volta tradita da Vladimir Nabokov. Non ho apprezzato, in particolare, il salto cronologico degli ultimi capitoli: ambientati a tre anni di distanza dagli eventi narrati, sono un brusco ridestarsi; l'amara consapevolezza che perfino le creature leggendarie, le ninfe, perdano la scintilla. Da questo sogno erotico impossibile, lungo oltre mezzo secolo, sarebbe stato meglio non svegliarsi.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Mystery of Love

martedì 30 giugno 2020

Recensione: L'animale morente, di Philip Roth

 | L’animale morente, di Philip Roth. Einaudi, € 10, pp. 113 |

Se fosse stato pubblicato oggi, avrebbe suscitato più di qualche polemica. È infatti il racconto della relazione sessuale tra un professore sessantaduenne e un’universitaria di ventiquattro anni, sua allieva. Il cinico protagonista, per di più, non è nuovo ad avventure di queste ed è solito vantarsene con un collega. Quanto sfrutta la sua posizione accademica per circuire le amanti? Come giudicheremmo la sua concezione del corteggiamento – un dispendioso convenevole che punta dritto alla camera da letto –, se non squallida e maschilista? Nato nel 1930, David Kepesh  è figlio dei suoi tempi. Ha vissuto il primo matrimonio alla stregua di una fase di passaggio inevitabile. Ha tagliato i ponti con l’unico figlio, che a tratti giudica e a tratti invidia i suoi modi da viveur. Ha abbracciato la rivoluzione sessuale negli anni Sessanta: ne ha colto i frutti e ne ha goduto fino all’alba del nuovo millennio. Monologo-confessione rivolto a un interlocutore indefinito, a metà tra colto divertissement e autobiografia fittizia, L’animale morente è il terzo Philip Roth che leggo: il più celebrato del trio, ma quello che meno ho preferito. Affezionato al ricordo dei suoi eroi freschi e tormentati, sempre alle prese con i dogmi e il senso di colpa della loro educazione, ho fatto una certa fatica – per colpa della distanza anagrafica e, soprattutto, delle digressioni di troppo – a simpatizzare con questo personaggio dagli echi dannunziani e con le innumerevoli parentesi che apre.

La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?
Magistrale pur nella ripetitività, il romanzo finisce però per ammaliare tutte le volte in cui entra in scena Consuela Castillo: originaria di una ricca famiglia cubana, giunonica ma sinuosa, arrendevole ma volitiva, la studentessa zelante ha capelli lucenti e camicette peccaminose. Malato di desiderio, David è eccezionalmente colto in contropiede: lo impensieriscono la gelosia, l’ossessione e la brama di possesso finora inedite; lo infastidiscono i cenni ai fidanzati precedenti, al punto che eccellere nell’arte amatoria diventa una questione di vita o di morte. Nonostante conoscessi in anticipo gli esiti drammatici della loro frequentazione – dodici anni fa ho visto il film tratto dal romanzo, Lezioni d’amore, con una Penelope Cruz forse al suo meglio –, la lettura mi ha riservato le emozioni più forti nel momento dei loro incontri. Spregiudicati, perversi, struggenti, fanno della contemplazione della bellezza femminile un’opera d’arte. E il corpo statuario di Consuela, cristallizzato nel fulgore degli anni verdi, diventa poesia e monumento: Roth versifica la carne tremula di lei, allora, ed erige monumenti straordinari ricalcando la forma dei suoi seni pesanti.

Cosa crede, la gente, che basta innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. È l’amore che ti spezza. Tu sei intero e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso.
Al pari delle muse di Modigliani, anche Consuela punta all’eternità. Quanti anni ha oggi? È viva? Il tempo è stato clemente con le sue ambizioni e con la sua avvenenza? In queste pagine – in definitiva, una conturbante danza dei sette veli – avrà vent’anni per sempre. E cosa ne sarà stato di David, ancora: è riuscito a fermare il decadimento fisico e morale grazie alla ricerca del piacere? 
Ricordo che poco prima che la mia nonna paterna morisse, la colse un’energia impensata: si sollevò dalla sedia senza il deambulatore e, lei che era sempre tenuta a stecchetto dai medici, andò a rubare per capriccio un dolcetto dal pensile della cucina. Mio padre parlò di quello slancio vitale con amarezza. In dialetto lo definì: una miglioria della morte; nonna mancò il giorno dopo. L’animale morente  è la cronaca di un impeto simile, di un ultimo “friccico”. Il ritratto di una donna indimenticabile e di un uomo terrorizzato dall’oblio, sulle debolezze della carne e su quelle, ben peggiori, del cuore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Minuetto