Visualizzazione post con etichetta Donato Carrisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Donato Carrisi. Mostra tutti i post

martedì 25 gennaio 2022

Recensione: La casa senza ricordi, di Donato Carrisi

| La casa senza ricordi, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 398 |

Me lo hanno regalato per Natale, come da tradizione, e l'ho portato con me in vacanza nella terra d'origine dell'autore. In una vecchia presentazione Donato Carrisi aveva dichiarato che Il suggeritore, esordio indimenticabile, fosse nato proprio all'ombra dei trulli. L'idea di terminare l'anno ospite di La casa senza ricordi, sfortunatamente, non è stata delle migliori: per me, fan della prima ora, è il romanzo più deludente del giallista pugliese. Sequel di La casa delle voci, a sua volta già poco entusiasmante, riprende le vicende di Pietro Gerber: psicologo infantile e ipnotista, ha messo a rischio famiglia e reputazione per il caso di Hanna Hall. Ormai divorziato, gira lungo le strade di una nebbiosa Firenze nel solito trench Burberry in attesa del prossimo caso di cronaca nera. Può un bambino con il caschetto biondo e gli innocenti occhi azzurri essere il novello mostro della città?

Tu l'hai mai incontrato un mostro, dottore? Uno di quelli che pensi esistano soltanto nelle fiabe o nei film dell'orrore? Un essere immondo, uno sbaglio di Dio? Per capire che ce l'hai proprio davanti agli occhi, devi prima convincerti che è possibile. Ed è la parte più difficile. Perché nessuno ti ha mai insegnato a riconoscerlo. Nessuno ti ha mai spiegato che, quando lo vedrai, ti sembrerà del tutto simile alle persone che incontri ogni giorno.

Scomparso insieme alla mamma otto mesi prima, Nico è stato trovato nei boschi del Mugello in stato catatonico ma senza un capello fuori posto: che abbia ucciso la madre, rimasta nel frattempo irrintracciabile? Passo dopo passo, innesto dopo innesto, il protagonista s'intrufola nel girone infernale dei ricordi del bambino. Ma la storia da incubo che racconta Nico – ossia la convivenza con un misterioso orco in un casolare sperduto – è ambientata vent'anni prima e appartiene a qualcun altro. Esclusa l'evenienza di una possessione demoniaca, non resta che un pensiero: la mente del bambino, vittima di un subdolo parassita, è manipolata da un affabulatore; un ipnotista pari a Gerber, se non perfino più potente.

Nessuno è disposto a credere alle storie dei bambini.

Questo Carrisi si concede ritmi più dilatati, tempi meno serrati. Caratterizza i personaggi un po' meglio che negli ultimi scritti – li avevo trovati rapidi e cinematografici quanto sceneggiature –, introduce comprimari, sottotrame e idee. Le parti più degne di interesse riguardano il passato di Pietro e il suo rapporto con il defunto padre, il Signor B., membro di un'affascinante confraternita di ipnotisti fiorentini: è qui che l'autore intriga, da grande intrattenitore qual è, con giochi di carte in cui si rischia la pazzia o con brevi dissertazioni sulla licantropia (esiste davvero!). Il resto è una sfida a distanza tra ipnotisti, circondata da un'aura di paranormale alla The Prestige, in cui il piccolo Nico diventa un tramite tra Pietro e il suo personale Moriarty. Quale sarà l'identità della sua nemesi? Lungo, nebuloso e frustrante, il romanzo finisce per seminare domande e disappunto in un epilogo inconcludente più che sospeso: un buco nell'acqua. Non aspettatevi colpi di scena né risposte: sono rimandate al prossimo best-seller, per fidelizzarci tutti meglio. Sempre di arrivarci, questa volta, con qualche ricordo a cui aggrapparsi.

Il mio voto: ★★

giovedì 3 dicembre 2020

Recensione: Io sono l'abisso, di Donato Carrisi

| Io sono l'abisso, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 382 |

Il lago di Como è il posto più tranquillo della terra, recitano le agenzie immobiliari. Ma nessun luogo è perfettamente al sicuro se c'è Donato Carrisi nei paraggi: l'autore e sceneggiatore pugliese, che da dieci anni frequento assiduamente in libreria, sceglie le location dei suoi romanzi con un fiuto infallibile per le anomalie. Anche il fondo limaccioso del lago, dunque, nasconde vortici e misteri sotto le acque placide. Descritto come una discarica, conserva nelle sue profondità forzieri e cadaveri smembrati dalla corrente. Quanti decidono di farla finita annegandosi? Quanti anziani, spostandoci invece in città, vengono ritrovati ormai mummificati nell'indifferenza del parentado? Torbido come un brodo primordiale, il lago è amico di coloro che desiderano l'oblio: sotto, intanto, si agitano forze sconosciute.

Chi nasceva in questi posti, invece, non se ne poteva andare. La cacciatrice ci aveva provato, traslocando in un appartamento in una città lontana. Ma dopo un po' il lago era venuto a cercarla, e lei aveva iniziato a sentire il suo richiamo dagli scarichi dei lavandini. Un odore penetrante accompagnato da una voce di misteriosi gorgoglii, l'invito a ricongiungersi con quel brodo ancestrale. Era colpa del lago che ti entrava nelle ossa fin da bambino. Lo bevevi nel ventre di tua madre. Gli appartenevi.

Io sono l'abisso è la storia di tre personaggi che vorrebbero essere invisibili. Sprovvisti del nome di battesimo, vengono identificati dalle loro caratteristiche fisiche o dalle loro compulsioni. Mai realmente anonimi, si braccano in queste quattrocento pagine sorprendentemente intime. Eccezionalmente, il fulcro del romanzo è costituito dalla somma dei loro dolori. L'uomo che pulisce è un netturbino con un infernale amico immaginario, due cicatrici sulle tempie e un'infanzia scandita dalle visite degli assistenti sociali. Semianalfabeta e con una questione irrisolta con la madre, questo novello Norman Bates si ribella a un destino di scarti intromettendosi furtivamente nella routine dei comaschi: perfino i rifiuti custodiscono storie. Solitamente incapace di empatia, l'uomo si espone salvando una tredicenne di buona famiglia dall'annegamento: la ragazza col ciuffo viola, tanto disperata da non vedere più una via d'uscita, è troppo piccola per fare le cose da grandi a cui la costringono e, come il netturbino, vorrebbe soltanto scomparire. Mentre veglia sulla giovane come un vigilante, l'uomo che pulisce rischia di finire nella tela della cacciatrice di mosche: una collaboratrice di giustizia di mezza età, schierata a difesa delle donne, che in seguito al ritrovamento di un braccio mozzato si convince che il lago celi i misfatti di un femminicida impunito. Un sociopatico può trasformarsi all'occorrenza in un angelo custode? Le mura che proteggono le ville dei ricchi servono per proteggere la discrezione delle famiglie, o per nascondere qualcosa? Può una madre perdonarsi se, abituata a stanare il male, ha commesso l'errore di non vederlo aleggiare intorno ai propri familiari?

Le storie non sono mai lineari, si ripeteva. Invece sono labirinti. E, a volte, ci si imbatte in porte chiuse che immettono in realtà parallele o in altre segrete.

Maestro di rompicapi e incastri esemplari, dopo due bestseller ai quali avevo imputato una certa ripetitività, Donato Carrisi mi fa ricredere con la lettura di un romanzo sì imperfetto, ma diversissimo dagli altri. A corto di colpi di scena realmente a effetto, con un epilogo per me troppo frettoloso che non rende giustizia al destino di tutti, Io sono l'abisso si ribella agli stilemi dei thriller in serie e gioca a carte scoperte: in una narrazione a capitoli alterni, infatti, seguiamo le azioni tanto dei buoni quanto dei cattivi. L'originalità, per una volta, sta nell'immediatezza. Più semplice e meno legato ai ritmi americani, il romanzo è guidato dalle motivazioni di personaggi atipici. Malinconici e dolenti, non inquietano mai ma infondono un'angoscia familiare: sembrano stati restituiti al lettore attraverso l'abisso della cronaca nera. Da poco padre di un secondo figlio, Donato Carrisi è più sensibile che mai alle tematiche dei notiziari. E, per questo, più allarmato. Abusi sui minori, revenge porn, violenza domestica: fare zapping, oggi, significa imbattersi nell'onnipresenza del crimine; nella terribile banalità del male. Donato Carrisi non cambia canale. Studia, osserva e somatizza, e questa volta racconta l'attualità nuda e cruda attraverso un punto di vista originale. Il difetto: dal momento che ci si ispira a storie vere, l'intreccio più prevedibile del solito potrebbe deludere gli amanti dell'adrenalina. Più che il thriller al cardiopalma pronosticato, questo è il racconto di tre solitudine legate dal filo del disagio: si colmeranno a fine lettura? Probabilmente non vi mozzerà il fiato, ma vi spezzerà il cuore.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Melancholia - Léon


sabato 18 gennaio 2020

Pillole di recensioni e inediti d'autore: Carrisi, Murgia, Avallone

(usciti nel 2011 con Corriere della Sera, al prezzo di un euro ciascuno)

Ci sono bruchi che diventano farfalle. Altri falene. È una legge della natura, non ci si può fare niente. Io l’ho sempre saputo. E non mi dispiace. 

Reduce dal successo internazionale e da polizieschi scritti sul modello dei serial statunitensi, un Donato Carrisi da riscoprire sceglie questa volta il tinello domestico per raccontare eccezionalmente orrori ordinari. Inquadrate tra Piemonte, Puglia e Spagna, le protagoniste sono tre minorenni da poco scarcerate. Rosi, una gigante buona; Cinzia, moderna Bonnie senza più il suo Clyde; infine Tecla, anima del gruppo che le ha radunate. Il loro ultimo colpo: rapinare una pensionata e farla franca. Eccole in una casetta di un borgo meridionale, con a terra il cadavere di un’anziana e un telefono che squilla incessantemente. E imprigiona le ragazze lì, nel dubbio. Rispondere o riagganciare? Chi ci sarà dall’altra parte? Più vicino alla nostra cronaca, questo Carrisi al femminile – ho pensato, ad esempio, ai thriller di Barbara Baraldi – è rapido ma nient’affatto indolore. Racconto disperato e sottile di abusi e rivalsa, con uno stile evocativo e tutti i ribaltamenti possibili in sole sessanta pagine – il tutto, senza perdere mai la giusta credibilità –, Falene è attratto dalla luce ma è destinato all’oscurità. Proprio come la sua protagonista, reduce da un’infanzia tragica e in cerca di vendetta per quella sorella bellissima – traviata da uomini e eroina – , che non dimentica né perdona i torti subiti. Anzi, se li lega al dito. E ne fa intrichi; intrighi.

Cosa può il richiamo del proprio sangue contro la consapevolezza di essere stati la causa involontaria del primo sangue sgorgato dal ginocchio di un amico?

A Cabras c’è una tradizione particolare. Durante la processione pasquale, da un capo all’altro del paese partono due statue – Maria e Gesù – che si incontrano nel momento dei festeggiamenti solenni. Qualcosa cambia quando una seconda parrocchia divide il paese in giurisdizioni diverse: si può fare una doppia processione? A raccontarci il tormento del paesello è il piccolo Maurizio, che vive una condizione sospesa: né natio né turista, guarda Cabras dalla soglia della porta – il folklore, il senso di appartenenza – e si domanda se sarà mai incluso in quel “noi”. Su uno sfondo colorato e pulsante, una Michela Murgia leggera e divertita dà vita a un gioco bellicoso che diventa infine una classica lezione sul perdono, regalata proprio dai coetanei di Maurizio. L’episodio, semplice e curioso, è sviscerato senza bisogno di grandi trame o personaggi, come nella migliore tradizione del racconto breve; ma con la suddetta tradizione ha in comune anche una vaghezza d’intenti che a volte fatico ad apprezzare. Caratterizzato da un andamento lesto e da una dimensione corale perfettamente resa, L’incontro conferma lo stile di Michela – una che con le parole fa il Tetris, centellinandole con precisione matematica – nonostante uno spunto destinato a esaurirsi tardi ma in fretta. Resta il migliore dei tre, ma è quello che meno intrattiene.

Andrea gli sedeva accanto. Con le ginocchia che toccavano le sue, e i polpacci che toccavano i suoi. Gli dava delle gomitate leggere. Sorrideva come può sorridere una statua gotica nell’anfratto più buio di una chiesa.

Piero, non nuovo dagli andirivieni dal carcere, è un criminale insospettabile. Fascinoso e furtivo, con a casa una moglie che non gli ha dato neanche la gioia di un figlio, durante una tappa in autogrill dà uno strappo in macchina all’enigmatico Andrea: biondo e spigoloso, seduto sul lavandino di un bagno pubblico, legge Tex all’una del mattino. Tra l’adulto e l’adolescente scatta un colpo di fulmine inspiegabile, che a volte somiglia a un rapporto padre-figlio, altre un’attrazione erotica. Regali, viaggi, mazzette: Piero paga per la compagnia del ragazzino, cercando di conquistarne i favori. L’uno è un gatto selvatico, che graffia e fa le fusa. L’altro è una lince, maestro del furto e dell’inganno. Quali dei due, bestie senza padrone, avrà la meglio? In una provincia italiana di acciaierie e risaie si svolge l’attrazione divorante di una canaglia verso un efebo inarrivabile. Cosa c’è dietro la sua bellezza? Cosa dietro la sua tristezza? Sulla scia di Morte a Venezia, benché le atmosfere metropolitane e torbide ricordino Le ferite originali, La lince è un racconto feroce e seducente con uno svolgimento, per forza di cose, appena abbozzato. Due personaggi tanto tormentati e contorti, nonostante l’indiscreto talento di una Silvia Avallone distante dalla freddezza dell’esordio, non hanno purtroppo il loro spazio vitale. Quando Piero perde la testa, l’autrice perde il filo. La lettura, così, si chiude con un senso d’irrisolto che non soddisfa, come se fosse l’assaggio di una storia dal grande potenziale. Sessanta pagine erano poche per una storia di crimini, desiderio e genitorialità: peccato; avremmo voluto sinceramente saperne di più.

giovedì 19 dicembre 2019

Recensione: La casa delle voci, di Donato Carrisi

| La casa delle voci, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 400 |

Al pari di quelli di Stephen King, anno dopo anno, i romanzi di Donato Carrisi sono diventati un appuntamento ricorrente. Apprezzato qualche mese fa anche in sala, nonostante una trasposizione all’apparenza impossibile da realizzare, lo scrittore e regista pugliese dalla carriera inarrestabile deve aver fatto un tour de force per regalarci un altro mistero sotto Natale. Ma sempre al pari del prolifico collega del Maine, quest’anno giunto in libreria con il dimenticabile L’istituto, anche il genio dietro i mille intrighi del Suggeritore purtroppo mi ha parzialmente deluso. Che mi abbia abituato, infatti, troppo bene?
In pausa dalle saghe lasciate in sospeso, Donato si trasferisce a Firenze. E senza fare il passo più lungo della gamba si concede un thriller psicologico dei più classici – penso ai mondi di Dorn, Fitzek, Kepler –, genere finora da lui mai approcciato. Meno cruento e meno macchinoso del solito, benché su carta non meno complesso, La casa delle voci è un enigma senza morti ammazzati. Ne ho apprezzato a primo impatto l’eleganza, e nella folla fiorentina ho subito scorto il cappotto Burberry del protagonista; l’ho seguito fino al suo studio in un palazzo del centro. Pietro Gerber –  trent’anni, da poco papà, un vago passato da dongiovanni – è uno psicologo infantile esperto in ipnosi. È un lavoro delicatissimo, il suo, e lo studio ne riflette le particolarità. Sprovvisto di sedia e scrivania, ha una comoda poltroncina, giocattoli di ogni tipo, una vista irrinunciabile: ha voluto che somigliasse a un grembo materno, a un nido. Pietro è un ottimo ascoltatore. Dei bambini conosce i meccanismi di difesa, le fantasticherie più maliziose. Chi ha detto che dicono sempre la verità, che sono anime innocenti? A volte hanno una natura vendicativa. A volte mentono.

Per un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra, oppure il più pericoloso: ogni psicologo infantile lo sa bene. Solo che un bambino non sa distinguere la differenza.
Una chiamata dall’Australia, però, è la spinta decisiva per accettare un incarico atipico; un’eccezione alla regola. Hanna Hall, fumatrice di nero vestita senza nessun senso dell’ironia, ha un nome in assonanza con un personaggio indimenticabile di Woody Allen e i sabati mattina tutti per sé: adulta, racconta al protagonista di un’infanzia da survival americano – cito qualche titolo: Captain Fantastic, Il castello di vetro, Light of My Life – al seguito di una coppia di genitori vagabondi. Quella vita allo sbando, piena di regole, sembrava soltanto un gioco. Ma chi erano gli estranei da cui stare alla larga? Perché quella bara minuscola da seppellire dal nuovo a ogni trasferimento? Cosa successe la notte dell’incendio?
Che si tratti di schizofrenia o di doti paranormali, le intuizioni inspiegabili della paziente inquietano lo psicologo. Che porta, così, la stessa suggestione anche dentro casa. Al decimo romanzo, Donato Carrisi riconferma la sua grammatica riconoscibilissima: non mancano gli albi illustrati e le cantilene, gli archivi polverosi e i manicomi, i mostri sotto il letto e altri elementi di un lessico che attinge puntualmente alle fiabe dei Grimm; riecco all’appello le allegorie infantili, gli interessanti approfondimenti psicologici – plagio, rimozione, suggestione –, le riflessioni sulla fallibilità della custodia degli adulti. Ma questa volta, però, sembra rinunciare alla struttura concatenata dei serial americani e svecchiare uno spunto piuttosto sdoganato: come in un noir d’altri tempi, il transfert tra i personaggi ribalta infatti le carte in tavola; l’interrogatorio si fa dialogo. Chi studia chi?

Se vuoi vivere, devi imparare a morire.

Per la prima volta ammetto di aver intuito il finale in anticipo: da metà in poi, mi sono limitato a veder succedere quello che avevo supposto. Basta un colpo di scena in più, uno in meno, a compromettere la piacevolezza di una lettura?  Vi risponderei di no, ma questo è il maggiore difetto della Casa delle voci. Un romanzo che non vive né di stile né di personaggi, ma della sorpresa dell’intreccio. Tolta quella, mi sono chiesto, cosa resta? Ad alimentare i dubbi sono state le considerazioni su una scrittura essenziale, incalzante ma frettolosa: benché ne guadagni in sveltezza, con un ritmo più veloce che mai, i moventi risultano poco definiti e i personaggi abbozzati con pennellate rapide. Lo sceneggiatore ha avuto la meglio sul narratore; l’architetto di trame sull’autore. Con un protagonista meglio indagato, più tormentato – magari con l’adozione della prima persona, variazione sul tema che personalmente avrei apprezzato –,  il mancato stupore dell’epilogo non mi avrebbe infastidito affatto.  Ma Pietro Gerber mi è parso qui una semplice pedina da condurre alla fine del tabellone e la sua ricerca della verità, letteralmente, non mi ha ipnotizzato; la delusione ha cancellato la paura di non svegliarsi più, annullando il conto alla rovescia. L’isolato passo falso, comunque, non mi spingerà a mettere questa piccola casa stregata in subaffitto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Linkin Park - Castle of Glass

sabato 9 novembre 2019

Mr. Ciak: Parasite | Doctor Sleep | L'uomo del labirinto

Li vediamo setacciare la casa, un seminterrato infestato dalle blatte, in cerca del segnale wi-fi da rubare ai vicini. Sono i membri di una famiglia di disperati che all’occorrenza sa reinventarsi, glissando sui legami di parentela o pompando il curriculum. Qualcuno potrebbe definirli degli imbroglioni, parassiti. Ma se appaiono in verità un gruppo di lavoratori instancabili, che male c’è a insediarsi a casa dei ricchi facendo qualche sgambetto per primeggiare? Agli antipodi, infatti, c’è una villa che è un capolavoro di design: due bambini irrequieti, cagnetti di razza e una coppia di genitori attraenti, con il classico uomo d’affari assente e una moglie con la testa tra le nuvole. In un Oriente devastato dalla lotta di classe e dalle disparità, è necessario fare di necessità virtù: in nome di una strana forma di nepotismo, piano piano, i protagonisti – un tutor d’inglese, una maestra d’arte, un autista e una domestica – rimpiazzano il personale preesistente. Quando i gatti non ci sono, i topi ballano. E nel tempo restante recitano come attori navigati la loro lista di menzogne, soprattutto se c’è da coprire le tracce dei loro dispetti. Ma potrebbe smascherarli un odore che fa arricciare il naso ai potenti. È quello di chi condivide lo stesso sangue sporco. È quello della povertà. Guerra tra disperati al tempo dei ricatti online e dei rifugi anti-Corea del Nord, l’ultimo vincitore della Palma d’oro è una commedia caustica e divertentissima, talora dai toni perfino fiabeschi, che spiazza con il bagno di sangue dell’epilogo e riflessioni a proposito di disparità sociali esemplificate nel contrasto alto-basso, grigliate in giardino ed esondazioni da arginare. Si ride a denti stretti e ci si indigna fino a perdere le staffe, senza però ricorrere mai a passaggi didascalici. Imbastito come una tragicommedia degli equivoci, ma teso come un thriller psicologico, Parasite si poggia su una sceneggiatura da Oscar e sulla regia millimetrica di Bong Jooh-ho. I colpi bassi, gli spruzzi di sangue e una vena sentimentale fortissima porteranno, nonostante tutto, a una di quelle chiuse commoventi possibili grazie alla magia del cinema asiatico. Ai travasi di bile, infatti, si risponde con una risata isterica degna di Arthur Fleck e con un messaggio di resilienza in codice Morse. Abbiate cura di questi parassiti, non correte ai ripari con la disinfestazione. Sono i protagonisti del mio film dell’anno. (9)

Qual è il termine oltre il quale un sequel può dirsi fuori tempo? Sono passati trentanove anni da Shining e sei dall’arrivo in libreria del secondo capitolo. King, infatti, aveva un conto in sospeso con questa storia. Ai ferri corti con Kubrick – regista colpevole di avere stravolto il materiale di partenza dello scrittore del Maine –, ha voluto ricondurci all’Overlook attraverso le disavventure di un Danny cresciuto. Tanto di cappello al talento di Mike Flanagan, questa volta schiacciato tra l’incudine e il martello: da un lato la visione di Kubrick e dall’altra quella di King; da un lato un epilogo sotto zero e dall’altro un drappo di fuoco e fiamme. Avrebbe saputo mediare? Equilibrista e arredatore di incubi bellissimi, fa il possibile confezionando l’intrattenimento che non ti aspetteresti sotto Halloween: un film lungo ed elegante, con nessun sobbalzo e una squadra di cattivi – capitanati da una magnetica Ferguson, superiore al resto del cast  – protagonista tanto quanto gli eroi. Meno spavaldo del previsto, fedele a un seguito che parte da lontano e giunge all’hotel con un pretesto da poco, Flanagan non si butta a bomba. Si prende il suo tempo: ossia quasi tre ore. Ci insegna, con la solita emozione, che non tutte le paure vanno chiuse in un cassetto. Ci mostra, in una sequenza debitrice agli archivi di Inside Out, i cassettoni dove sono racchiusi i segreti e le memorie di una bambina speciale – e guai a frugarci dentro, benché la sequenza del viaggio astrale di Rose Cilindro sia una delle migliori del film. Flanagan fa il giro lungo e, quando arriva al punto di partenza rifiuta di entrare dalla porta principale. Crea enfasi, ci prepara alla resa dei conti. E ci porta infine lì dove perfino un profano non vedeva l’ora di tornare: i corridoi dove si annidano le gemelle diaboliche, le vecchie marcescenti e i tricicli spericolati. Proprio qui, ahimè, si nascondono le pecche di un’operazione troppo rispettosa per rischiare, che prepara il terreno all’omaggio anziché preoccuparsi di essere memorabile. È fuori tempo massimo il sequel che adesso deve fare i conti anche con la Stranger Things mania – soprattutto se, a ben vedere, Dan e Abra ricordano Hopper ed Eleven? È destinato a rimanere nell’ombra l’horror che per incutere paura si limita a macinare strizzate d’occhio e citazioni? Ai posteri la sentenza. Nel dubbio, risulta comunque gradevole il dialogo telepatico e intergenerazionale tra passato e presente. Anche se la “luccicanza” di Doctor Sleep, con affetto, è luce riflessa. (6,5)

Ci sono storie che funzionano meglio su carta, perché troppo lunghe, troppo intricate, troppo immaginifiche. E  ci sono quei finali abbastanza clamorosi, per fortuna, da funzionare dappertutto. È questo il destino dell’Uomo del labirinto, ritorno alla regia dell’autore Donato Carrisi. Questa volta, come sapranno i lettori a lui affezionati, la faccenda si complica ulteriormente: ci sono un profiler straniero, un investigatore dalle ore contate e una ragazza sopravvissuta alle sevizie di un moderno Enigmista. Siamo in un tempo vago, al centro di una metropoli devastata dalla canicola e dagli annunci apocalittici. Ma i nomi dei personaggi, un po’ italiani e un po’ stranieri per depistarci, rendono le ambientazioni tanto care all’autore vagamente posticce nel passaggio al cinema. La sensazione iniziale, infatti, è quella di trovarsi in un girone infernale – fra figuranti spaventosi e testimoni grotteschi – grazie alle tappe di una caccia al tesoro forse più adatta al linguaggio delle serie TV. Donato ha cura nel dettaglio delle scenografie e della messa in camera, e dirige senza ansia da prestazione un cast di stelle non sempre brillanti come la loro fama garantirebbe: se Hoffman prende parte alla produzione devotamente e umilmente, con un ruolo piuttosto stratificato, il collega Servillo esagera in una prova sin troppo manierata; un plauso alla Bellè, invece, imbruttita e costretta in un letto d’ospedale, che regala anima e corpo al personaggio della mancata vittima – nonostante qui e lì, purtroppo, il doppiaggio  ne appiattisca le buone intenzioni. I difetti non sono pochi, e comprendono anche lungaggini e sottotrame da asciugare in fase di sceneggiatura, e superano senz’altro quelli del giallo precedente: una storia più radicata nel nostro paese, al contrario, che guardava alla cronaca nera anziché ai puzzle di Christopher Nolan e poteva vantare a bordo un ispirato Boni. Ma le sbavature hanno tutte a che fare con la passione di un professionista, narratore in primis, che nel passaggio alla pellicola tende a mettere tanto, troppo del proprio universo espanso: anche a rischio di confondere i profani. Con l’ambizione di un novello Icaro che si brucia, vero, ma lascia comunque ammirati. In un panorama italiano a corto di thriller, di colpi di scena o di testa, come non restare affascinati dalla follia di un salto più lungo della gamba? (7)

venerdì 6 settembre 2019

I film che leggeremo: cast da best-seller

Il cardellino
10 ottobre 2019
Un'autrice dal fascino innegabile; un romanzo premio Pulitzer; una storia di formazione, arte e mistero che si dipana in oltre 800 pagine. Le stesse di cui, mi assicurano, farei meglio a non preoccuparmi troppo. Nella mia libreria dal giorno della pubblicazione, mai approcciato per paura di imbarcarmi in una lettura troppo complessa nel momento sbagliato, Il cardellino spicca il volo verso il grande schermo. Un best-seller celebratissimo non poteva avere un cast da poco: Ansel Elgort, Nicole Kidman, Luke Wilson, Sarah Paulson e Jeffrey Wright saranno diretti dal regista del delizioso Brooklyn nella pellicola attesa proprio in questi giorni al Toronto Film Festival. Riuscirò a rispettare il mio buon proposito – vale a dire, il faccia a faccia definitivo con Donna Tartt – dopo tanto titubare?


Che fine ha fatto Bernadette?
10 ottobre 2019
Che fine ha fatto, piuttosto, Richard Linklater? Dopo la trilogia con Julie Delpy ed Ethan Hawke e i miracoli di Boyhood, storia di una crescita immortalata in vent'anni di riprese, il regista statunitense sembra essere a corti di progetti interessanti. Potrà riscattarlo la divina Cate Blanchett, qui mamma in fuga dalle pretese di marito e figli, al centro di una commedia gialla tratta dall'omonimo romanzo di Maria Semple? Con lei: Billy Crudup, Steve Zahn, Judy Greer, Kristen Wiig, Megan Mullaly. Se dagli Stati Uniti arrivano stralci di recensioni tutt'altro che entusiastiche, fa invece gola il prossimo progetto annunciato da Linklater: un musical girato nuovamente nell'arco di un paio di decenni, Merrily We Roll Along, che non vedremo in sala prima del 2040.


L'uomo del labirinto
30 ottobre 2019
Si era ispirato alla cronaca nera per il suo esordio cinematografico, poi premiato ai David di Donatello da Steven Spielberg in persona. A sorpresa – chi lo avrebbe mai detto? – i colpi di scena della Ragazza nella nebbia convincevano ancora più che su carta. Lo scrittore Donato Carrisi torna al cinema, e adatta ancora sé stesso. Ritrova Toni Servillo, ormai attore feticcio, e lascia Jean Reno per un'altra star internazionale: Dustin Hoffman. Conigli di lynchiana memoria, una ragazza senza identità, un intrigo al cardiopalma. L'uomo del labirinto, a oggi, è per me il migliore dei suoi romanzi accanto al Suggeritore. Lo confesso perciò, ho doppiamente paura. Come se la caverà Carrisi, Minosse incontrastato del suo stesso dedalo della suspance?


Mio fratello rincorre i dinosauri
5 settembre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo del giovane Giacomo Mazzariol, poi anche sceneggiatore della serie Baby, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dalla convivenza con fratellino dalla sindrome di Down. Sospettavo una scrittura a tavolino e un battage pubblicitario spietatissimo, per inseguire la scia di un altro successo basato su affetti e diversità: Wonder. Mi sbaglierò? Preferisco scoprirlo, per una volta, direttamente in sala: anzi, in homevideo quando sarà. Se qualche pregiudizio resta, ispirano maggiore fiducia Alessandro Gassman, Isabella Ragonese e Rossy de Palma.


Tutto il mio folle amore
24 ottobre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo mediatico di Andrea e Franco Antonello, aiutati nella scrittura dall'autore Fulvio Ervas, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dall'avventura on the road con un figlio autistico al seguito. Insomma: cambiano i nomi, cambia la patologia, ma il sospetto – troppi ammiccamenti, gran furberia – è identico a quello di cui è vittima Mazzariol. Almeno su carta. Al cinema, infatti, Se ti abbraccio non aver paura preferisce citare Domenico Modugno nel titolo, portare sulla retta via il nostro Gabriele Salvatores – basta, per favore, coi cinecomic – e far montare in sella Claudio Santamaria e Valeria Golino. Il viaggio sarà memorabile come spero? Dal Festival di Venezia, si aspettano notizie fresche e cartoline.


A Million Little Pieces
30 agosto 2019 (UK)
Potrebbe essere il film più interessante della carrellata. Potremmo, purtroppo, non vederlo mai doppiato in italiano. Passato al Toronto Film Festival più di un anno fa, apprezzatissimo dalla critica in particolare per la prova maiuscola di Aaron Taylor-Johnson – qui diretto dalla moglie Sam, regista di Cinquanta sfumature digrigio –, non ha nessuna data di distribuzione. Eppure del romanzo alla base, in patria, si è parlato in lungo e in largo. Spacciato dall'autore per un'autobiografia – storia di cadute e rinascite, in sintesi, fra alcol e droghe pesanti –, aveva preso tutti in contropiede quando si era rivelato un romanzo magnifico ma una mistificazione; un'opera di finzione annunciata per vera. Ma davanti a un prosa inappuntabile, davanti a un bel film, perché stare qui a sindacare?

Il re
1 novembre 2019
Non c'è best-seller senza William Shakespeare. Già citato nella puntata precedente con la trasposizione in chiave femminista di Ophelia, il Bardo – instancabile e inesauribile fonte d'ispirazione – torna in sala, anzi su Netflix, con Il re. Addamento cinematografico brutto, cattivo e violento, che in due ore condensa titanicamente sia Enrico IV sia Enrico V ma schiera sul campo di battaglia i bellissimi di oggi: le fan di Twilight avranno sguardi d'eccezione per Robert Pattinson, ma attesa e ammirazione qui sono tutte per Thimotée Chalamet e Lily-Rose Depp: anche coppia nella vita reale, stando ai rotocalchi, o per mero gossip o per passione filologica verso i classici, ci faranno seguire di buon grado anche un rimaneggiamento poco necessario.

sabato 15 dicembre 2018

Mr. Ciak: Lazzaro felice, Il testimone invisibile, Searching, Lucky

Si chiama Lazzaro e come l'omonimo biblico ha vissuto una doppia vita. La prima ha inizio in una campagna senza confini e senza tempo in cui si sgobba con il sorriso sulle labbra: un'adolescenza come mezzadro nei terreni di un'avara nobildonna e, grazie all'arrivo del figlio ribelle di lei, finalmente l'epifania. La marchesa ha costretto i braccianti a un Medioevo ignorante, truffaldino e malpagato: sovrana di un impero di tabacco pronto a vacillare, la Braschi ha intossicato la manodopera con un lavoro nobilitante all'apparenza e infinite bugie. La verità, tuttavia, rende liberi davvero? Qual è l'effetto del progresso su chi l'ha conosciuto di sfuggita per generazioni e generazioni, complici le visite sporadiche di rampolli capricciosi dal ciuffo punk? L'acclamatissima Alice Rohrwacher porta con sé i plausi di Cannes, l'affezionata sorella Alba e un diffuso senso di stupore. Il taglio verista di una prima metà in linea con il cinema di Olmi si sposa con le stranezze della conclusiva: quella in cui scoprire che il tempo è relativo, e che per alcuni non passa mai, per altri vola in un lampo. Quella in cui questo Lazzaro con gli occhi belli dell'esordiente Adriano Tardiolo – ventenne acerbo e imbabolato, eppure capace di bucare lo schermo con la semplicità di un'occhiata – ci conduce in una moderna agiografia piena di allegorie e prodigi inspiegati. Proprietà di nessuno, senza mamma né padre, il protagonista si fa in quattro per il prossimo e ama sognarsi fratellastro di un figlio di papà di cui brama l'amicizia. Non cede a compromessi, non cresce, non viene scacciato. Fa ingresso nella sua seconda vita sulle proprie gambe, gioioso come una Pasqua, seguendo le indicazioni stradali dei ladri d'appartamenti e la luna nel cielo. Un Piccolo principe in cerca della sua Rosa, un San Francesco capace di ammansire le bestie selvagge e meno i capitalisti, che fa tappa in un'altra esistenza. Poiché miserabile quanto la prima, bisogna imparare a sfruttare per non essere sfruttati e non c'è traccia di verde se non ai bordi delle ferrovie. C'è sempre indigenza, ma di un tipo diverso. Abbondano i grigi, i debiti, lo squallore, e la magica sospensione dell'apologo viene minacciata dalla mancanza di galanteria, dallo strombazzare delle automobili imbottigliate, dalla fila inferocita in banca. Lo segue la musica. Lo segue un lupo, anche a costo di sfidare il traffico dell'ora di punta. Lo seguiamo noi, a tratti troppo confusi per dirsi felici, ma incantati. (7,5)

L'ambizioso imprenditore Scamarcio è riverso in una camera d'albergo. Poco più in là c'è il cadavere di una Leone femme fatale. La stanza è chiusa dall'interno, le finestre bloccate. Da dov'è entrato, da dov'è uscito l'assassino? All'alba di una testimonianza decisiva, una grandissima Maria Parato torchia l'uomo: seduti agli antipodi del tavolo, avvocato e cliente rivangano il passato. Arrivando a riesumare il ricordo di un incidente con omissione di soccorso di cui papà Bentivoglio ancora non si capacita. E un piano criminale su più livelli i cui esiti lasciano basiti per i mille incastri, lo studio machiavellico dei colpi di scena, gli intrighi delle deposizioni. Il testimone invisibile, visto in anteprima a una proiezione gratuita, è un thriller coi fiocchi: non facciamone un altro mistero. Peccato che, a proposito di inganni, abbia un risvolto negativo: le sue idee migliori vengono dal bel Contrattempo, passato purtroppo in sordina su Netflix. Copia carbone dell'originale spagnolo, il film nostrano si sposta dalla Catalogna al Trentino; ripropone l'eleganza della messa in scena e le claustrofobiche atmosfere teatrali senza improvvisare variazioni sul tema. Il remake non aggiunge niente di nuovo, no, ma continua a essere un intrattenimento a regola d'arte: possiamo fargliene forse un crimine se Mordini, dopo Pericle il nero, proprio non sfigura nel paragone? Le dinamiche del giallo alla Christie restano vincenti perché lasciate intonse. Rispondono a tono, così, il montaggio serratissimo; una regia di insospettabile classe; un quartetto di attori convincenti che non si lasciano intimidire mai dai voltafaccia o dagli stravolgimenti dei punti di vista. Una domanda resta, e su un blog che parla di romanzi suonerà senz'altro obbligata: perché scomodare autori stranieri con le librerie piene di firme rinomate – vedasi Donato Carrisi, prima scrittore e poi regista dell'altrettanto solido La ragazza della nebbia? Mi sarei lambiccato, confesso, davanti a un rimaneggiamento indecoroso. I bandoli del Testimone invisibile, nonostante la conoscenza dell'originale abbia rovinato l'effetto sorpresa, mi hanno però divertito da morire. Trucchi, beffe e segreti di un giallo perfetto su un delitto perfetto: peccato, questa volta, sia d'importazione. (7)

Che invenzione, il computer. Scatola magica che da vent'anni a questa parte custodisce le nostre vite come un infinito album fotografico. Contiene traccia delle nostre gioie e dei nostri dolori, una copia delle ricette della nonna e le e-mail urgenti, scatti e video in abbondanza. Un corto circuito, un comune guasto, e ci sentiremmo persi per sempre. Il computer è un diario intimo: a volte, il confessore dei nostri peggiori segreti. Lo pensiamo seguendone attravero uno schermo gli alti e bassi della splendida famiglia Kim – dalla spensieratezza dei primi giorni di scuola fino alla tragica morte della donna di casa, senza mai trascurare i saggi di fine anno o le vacanze in compagnia – e a proprie spese, nel momento del bisogno, lo scopre il capofamiglia di un John Cho sempre più serio, sempre più intenso. Sua figlia, quindici anni, è scomparsa. Tre chiamate perse in piena notte, l'impossibilità di rintracciarla, e infine un'amara consapevolezza. Non è in gita con gli amici – non ne aveva –, non è a lezione di pianoforte – ha smesso di nascosto sei mesi prima –, non è nella macchina ripescata dal fondo della palude – qualche macchia di sangue sul cruscotto, ma il cadavere manca. L'opinione pubblica, gli hashtag, i messaggi su Facebook parlano di Margot come di una novella Laura Palmer: che fine ha fatto? Sono tutti sospettati, compreso quel papà apprensivo – evidentemente non abbastanza – con cui l'adolescente evitava qualsiasi dialogo, preferendo raccontarsi perfino agli sconosciuti di YouCam. Aggiungete al quadro un'ottima Debra Messing, inedita sbirra con a cuore il destino della scomparsa, e potreste avere la trama del classico giallo investigativo. La realizzazione di Searching invece spiazza: esperimento non meno efficace dei recenti The Guilty e American Vandal, a opera di un esordiente di ventisei anni appena. È da un computer che assistiamo all'intero diramarsi della vicenda: leggiamo i messaggi privati, origliamo le conversazioni telefoniche, frughiamo nei ricordi in cerca di indizi. Zoomiamo. E in questo intelligente elogio all'arte del multitasking – i pericoli della rete, eppure, son sempre dietro l'angolo – si trovano le risposte a tutti i misteri, i colpi di scena spiazzanti e un cuore assolutamente commovente. Toccante e calibratissimo, perfetta unione di mezzi tecnici e scrittura d'impatto, Searching è la struggente ricerca di un uomo solo: una tipica riflessione sul rapporto genitori-figli, sul paradosso tutto contemporaneo dell'asocialità al tempo dei social, che sceglie il più atipico dei mezzi per illuminarci. Dopo Crazy Rich Asians, è l'anno degli attori coerani che conquistano i cinema e il botteghino americano. È l'anno dei gialli bellissimi perché inaspettati, come una richiesta d'amicizia inoltrata dalla suspance in persona. (7,5)

Esercizi tutte le mattine, lunghe passeggiate, un irrinunciabile pacchetto di sigarette nel taschino. Le gambe snelle, il cuore giovane, due polmoni perfetti. Finché Lucky, arzillo ma solo al mondo, un giorno sviene: così, dal nulla. Ha novant'anni suonati e prima di quel malessere viveva la sua modesta routine nell'inconsapevolezza: non si era mai reso conto di essere vecchio. Come reinventarsi nell'immobilismo stagnante di certe province? Come essere una persona migliore, se a lungo ha evitato aiuti esterni, compagnia e palliativi? Sorprendersi delle piccole cose è sempre un'ottima idea: i quiz a premi alla tivù, un posto a sedere alternativo nel solito bar, la testuggine in fuga dell'amico David Lynch, qualche rissa da non disdegnare poiché reduce di guerra. Non pensarci, alla morte, significa forse evitare che accada? È stata lei alla fine a cogliere in contropiede lo straordinario Harry Dean Stanton: il caratterista nell'ombra, qui al suo primo e ultimo film da protagonista, sarebbe scomparso poco dopo aver prestato acciacchi e speranze a un personaggio dal nome augurale. Retore astutissimo, caratterizzato da un senso di giustizia e un decoro d'altre epoche, l'anziano ascolta Johnny Cash, s'imbuca ai compleanni dei bambini e canta con i mariachi commuovendoci un po', parla di nichilismo e antichi conflitti armati. Lascia la porta aperta alle tartarughe, che magari poi tornano a casa, e alla bellezza dell'imprevisto: un cactus centenario e mal tenuto – peggio di lui, insomma – sulla cui cima non smettono di fiorire i boccioli. Piccolo e saggio, con atmosfere vicine ai romanzi di Kent Haruf, l'esordio alla regia di John Carroll Lynch è una lezione di vita già sentita, ma con l'urgenza agrodolce del commiato. Senza mai calcare la mano – anzi, il passo – cammina su questa terra, in questa esistenza, e a ben vedere qualche impronta la lascia. Grazie agli andirivieni di una routine reiterata. Grazie a una sceneggiatura onesta, che non cerca stratagemmi per farsi ricordare, eppure ci farà ricordare di Stanton. Per sentirci fortunati di averlo conosciuto: anche se poco, anche se in ritardo. (7)

giovedì 13 dicembre 2018

Recensione: Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi

| Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 400 |

Quest'anno, prestandosi con grande successo anche al mondo del cinema, l'adorato Donato Carrisi ha guadagnato sul palcoscenico dei David di Donatello l'ennesimo riconoscimento: quello al Miglior regista esordiente. A porgergli il premio, fra orgoglio e incredulità, un ospite d'eccezione: Steven Spielberg, in quel periodo nelle sale italiane con il nostalgico Ready Player One. Sarà un caso, mi domando adesso, al termine di un romanzo che proprio di avatar e giochi di ruolo, di una tecnologia che a volte unisce e altre divide, parla? A indossare il visore, a impugnare un joystick collegato a insidiose dimensioni virtuali, è una giocatrice che attendevamo al varco da un po'. Con il vestiario rigorosamente all black, una cascata di capelli ramati e tagli profondi su tutto il corpo, non somiglia affatto a una nerd in simbiosi con la propria console. Lei non scherza né gioca, mai. Nemmeno ora che è madre della brillante Alice, nemmeno lontana dalle scene del crimine: vive in una casa isolata in riva al lago, tagliata fuori dal mondo, e non per i capricci dei villeggianti. 
A distanza di cinque anni dall'Ipotesi del male, dopo un'apparizione sorprendente nell'Uomo del labirinto, Mila Vasquez è tornata: affascinante e dolente segugio che non conosce ferie pagate né sentimenti. E insieme a lei è tornato un suggeritore nell'ombra, un subdolo Charles Manson senza sangue sulle mani o generalità, catturato in pagine introduttive che in realtà rappresentano solo il lancio del dado. L'anonimo sospettato è in una cella dalle pareti rosa, colore che pare plachi i bollenti spiriti; ha tatuaggi su ogni centimetro del corpo – numeri, coordinate geografiche – e una segreta preferenza per la protagonista affetta da alessitimia. Cosa c'entrano il massacro della famiglia Anderson con il caso irrisolto di tre studentesse strangolate? Cosa, ancora, la sparizione di un'incostante cinquantaseienne con il pallino degli incontri amorosi su Facebook? Qual è il portale per accedere a Due, gioco online nato sotto i migliori auspici e diventato infine la valvola di sfogo dei nostri peggiori istinti animali?

Internet è un'enorme spugna: assorbe ciò che siamo, soprattutto il peggio. Nella vita reale siamo costretti ad adattarci per convivere con gli altri, a scendere a compromessi con la nostra natura, ad accettare leggi e convenzioni. A volte dobbiamo anche indossare una maschera, ma è inevitabile: altrimenti non riusciremmo a far parte della società... In rete invece ci sentiamo liberi da tutta questa ipocrisia, ma è soltanto un'illusione: ci hanno semplicemente lasciato soli con i nostri demoni.

Nella Gotham senza nome che in passato ha già fatto da sfondo a tre romanzi qualcosa è cambiato: la criminalità è in rapida diminuzione grazie ai metodi della Shutton, giudice dai tailleur d'alta sartoria e dal polso di ferro che ha esiliato gang e malintenzionati nella stessa nebbia che li aveva partoriti. O così sembra: il male, come la Vasquez, è uno stacanovista che non conosce riposo. E strappandola a una nuova routine di cibo d'asporto e gattini da salvare, sottraendole la piccola Alice, la chiama a forza alle armi. La ricerca sul campo somiglia a una staffetta, a una caccia al tesoro in cui un indizio tira l'altro, e nel Gioco del suggeritore si svolge su un duplice binario. Doppiamente in pericolo, doppiamente in trappola, Mila esplora i pixel e le zone cieche dell'Altrove aiutata dall'immancabile Berish con cane al guinzaglio, dalle indicazioni di un uomo nascosto sotto un passamontagna, da un enigmatico bambino con una maglietta rossa. 
Il gioco del titolo non è solo metaforico, e ha adepti imprevedibili. C'è chi fa del male anche fuori, a partita conclusa. C'è chi esiste sottoforma di spettro soltanto in quella dimensione fittizia. C'è chi, soprattutto, sceglie volontariamente di perdervisi. Così facciamo noi, che a occhi chiusi ci facciamo soggiogare da un decennio dal giallista che perfino gli americani ci invidiano un po'. Implacabile e sempre sul pezzo, l'ultimo Carrisi sceglie una dimensione videoludica anni Novanta – alla Second Life, sì – e si concede un'allarmante riflessione sui pro e i contro del progresso informatico: gli adescamenti ingannevoli sui social network, il bullismo dei leoni da tastiera, le creepypasta di tendenza fra gli adolescenti, intelligenze artificiali che superano l'uomo perfino nella cattiveria. Nonostante la sua attualità, la lettura mi ha convinto in parte: colpa mia, ma ho fatto una certa fatica a immaginare i miei personaggi preferiti – terreni perché irrequieti, dannati, ma pronti a scoprirsi vulnerabili in un finale bellissimo – in queste atmosfere surreali, da cyberthriller a tinte lisergiche.

Puoi sfuggire al buio. Ma non può impedire al buio di cercarti.

Il modus operandi di un serial killer, insegna l'autore pugliese, somiglia a quello delle nonne alla prese con la torta perfetta. Il metodo di uno scrittore di bestseller segue regole simili, ferree. Ma a Donato Carrisi non è mai piaciuto vincere facile, perciò improvvisa qualche variazione sul tema in un romanzo a cavallo fra il vecchio (la struttura da serial televisivo, con casi connessi questa volta in maniera un po' troppo arbitraria) e il nuovo (videogiochi interattivi come discarica di pulsioni mortifere, mentre scarseggiano purtroppo i cenni ai finali aperti delle storie precedenti), anche a rischio di commettere piccole imprecisioni. Se l'impresa riesce – che sia l'omicidio premeditato o l'altra pasticceria poco importa –, perché cambiare ricetta? 
Il mio prurito alle mani – all'inizio per lo scarso feeling verso questi mondi digitali, poi per il sopraggiungere della forma più smaniosa di curiosità – suggeriscono sia presto per un reclamo in cucina. Il familiare solletico alla base del collo, infatti, informa Mila che la partita resta aperta.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Subsonica – Aurora sogna

sabato 7 aprile 2018

Mr. Ciak - (Non solo) David di Donatello: La ragazza nella nebbia, The Place, Una questione privata, Puoi baciare lo sposo

Aspettavo Donato Carrisi nel fitto del bosco, al varco. Nato in origine come sceneggiatura, il best-seller che corteggiava i meccanismi dei thriller anni Novanta è diventato un film per mano del suo stesso autore, qui atteso per la prova del nove. Assiepata dai paparazzi, l'immaginaria Avechot è una fortezza in cui nessuno entra e nessuno esce. Sembra un indovinello, quasi: chi ha rapito la sedicenne Mary Lou, così come trent'anni fa ci si domandava che fine avesse fatto Laura Palmer. Il teatrale Toni Servillo, a colloquio con lo psichiatra Jean Reno e la spietata cronista Galatea Renzi – unica interprete femminile convincente, tocca ammetterlo, accanto all'irriconoscibile Scacchi –, richiama i giornalisti in paese e gli spettatori in sala. Se l'agente in questione è però un irresistibile sciacallo per cui la verità è un optional, l'indagine diventa una messa in scena: caccia alle streghe ai danni del mite e intenso Alessio Boni, capro espiatorio al posto sbagliato nel momento sbagliato. La ragazza nella nebbia, nerissimo e verisimile, racconta un voyeurismo all'estremo, le trasmissioni che investono sul dolore e le ronde notturne, gli interrogatori a destra e a manca, che diventano presto coreografia a effetto. La morte si fa spettacolo al tempo dei mass media. La suspance, in Italia, non è solo Dario Argento. Via le soggettive e le mani che stringono coltelli. Via il gore, i detective improvvisati, i finali semplici. Dato il minutaggio, si sentiva forse la necessità di qualche sforbiciata qui e lì – soprattutto per gli stilemi televisivi con cui vengono introdotte le vicende di Boni –, ma le lungaggini di sorta sono il peccato di vanità di un genitore che vuole troppo bene alla sua creatura per cambiarla. Puntando sul fascino naturale delle atmosfere, su un intrigo di punti di vista che convince più che su carta, Carrisi svecchia il genere e lo riporta in sala. Con l'accuratezza della scrittura che ho già ampiamente sperimentato in passato – i backstage preferiti alla violenza della scena del crimine, i colpi di scena ben ponderati. Con un gusto internazionale, già maturo, che si nota nella cura della messa in camera e nella varietà dei referenti (il rigore del giallo scandinavo, ma anche l'umanità di Vinterberg). Strano ma vero: c'era bisogno della nebbia, nel thriller all'italiana, per tornare a vedere la luce. (7+)

Siede al solito posto. In vetrina, al tavolo in fondo. Distinto, elegantissimo, con un misterioso taccuino davanti e una tazza di caffè sempre piena. A ben vedere, questa volta, l'uomo – forse Satana, forse un angelo custode – sembra diverso; ha lo sguardo meno sornione di un silenzioso Valerio Mastandrea. Cambiano, anche se di poco, gli scenari. L'insegna luminosa, il juke box nell'angolo che suona Fausto Leali e Sunny, l'Italia fuori. Cambiano i volti – di casa nostra, numerosi, eppure non ce n'è uno che appaia fuori posto – che si avvicendano al tavolo, sebbene restino sostanzialmente immutate le storie, i drammi, i desideri. Un Giallini in cagnesco vorrebbe riconquistare la fiducia del ribelle Muccino, suor Rohrwacher cerca Dio ma incontra il non vedente Borghi, Papaleo deve proteggere la bambina minacciata da Marchioni, la Lazzarini mette bombe come cura per l'Alzheimer e l'infelice Puccini fa scoppiare coppie in nome dell'egoismo e dell'amore. Al centro di significativi siparietti, dietro il biancone, Sabrina Ferilli: cameriera in bilico sui tacchi alti che, assieme allo spettatore, si chiede chi sia, cosa faccia, quel genio della lampada in grado di realizzare qualsiasi desiderio in cambio della tua anima. The Booth at the End, serie sperimentale che parlava di misfatti e miracoli su sfondi fissi, scopre il cinema e la tentazione del remake. Dopo i fasti di Perfetti sconosciuti – singolare colpo di genio, sospetteremmo col senno di poi un Genovese forse già a corto di idee si affida alla brillante idea di qualcun altro. Se le due stagioni con Xander Berkeley avevano atmosfere accoglienti, familiari, il restauro poco necessario di questa tavola calda ai confini della realtà la mostra più fumosa, elegante, notturna. Non manca qualche nuovo incastro, qualche nuova richiesta, qualche difetto – la meccanicità delle dissolvenze in nero, nonostante la grande precisione della regia, e l'utilizzo di una colonna sonora che vorrebbe enfatizzare invano svolte ed emozioni. Per il resto, nessuna aggiunta sul menu. Ogni azione ha pro e contro. Tutti, corruttibili nel profondo, un prezzo da pagare. Ciascuna riproposizione tanto fedele all'originale, tanto pedissequa, presentia i difetti soprattutto delle copie carbone che funzionano, magari, ma non osano affatto. Attento a ciò che desideri, si dice: potrebbe avverarsi. Attento alla ricerca di un cinema eticamente impegnato, di uno spunto degno del successo di una commedia nera fa: caro Genovese, potrebbe intrappolarti. (6,5)

Milton, Giorgio, Fulvia. Il malinconico che parla l'inglese, il bello dai pigiami di seta, la civetta che prima promette e poi si nega. Un triangolo sentimentale in erba, accennato appena, nell'afa della campagna torinese. La guerra all'improvviso, poi separarsi – non per l'amore per Fulvia, ma per quello di Patria. Rivedere la casa in cui si sono conosciuti, con i partigiani che inseguono i fascisti nella nebbia delle Langhe, accende nel protagonista i ricordi. E il dubbio. Giorgio e Fulvia si sono amati alle sue spalle? Si parte alla ricerca dell'amico d'infanzia, caduto in mano alle camicie nere. Liberarlo, o almeno tentare, in nome di una questione privata. Dopo Shakespeare e Boccaccio, i Fratelli Taviani adattano Fenoglio: un romanzo breve, irrisolto, postumo, sospeso nella bruma e nell'incompiutezza di una pagina a metà. Trasposizione snella e fedele, con microscopiche aggiunte da apprezzare e una corsa finale che manca purtroppo dello slancio vitale, il dramma bellico dei registi pisani – presentato prima a Toronto, poi a Roma – è sommesso, intimo, lattiginoso. Troppo. I dialoghi teatrali si susseguono meccanicamente, rigidamente. Mancano, nel finale soprattutto, l'ardore, il tarlo che rode, la passione. Potremmo chiederci dove sia il pathos, a questo punto, se soltanto la freddezza del tutto non fosse un tentativo di rendere sul grande schermo la scrittura cruda e secca di un narratore che non amava i fronzoli e il tanto rumore per nulla. Dramma italiano inconsueto perché senza urla né lacrime, originale cronaca di una guerra senza più sangue da mostrare, ha un Marinelli dallo sguardo naturalmente malinconico e una Bellè che ammicca svelando le mutandine sui rami dei ciliegi in fiore. Accanto ai due, già insieme nel sopravvalutato Principe Libero, un manipolo di volti da fiction – giovani, sbarbati: una generazione perduta – per una guerra mostrata per vie traverse. Se ne apprezzano, infatti, le sequenze liriche (la bambina che va a dormire come se nulla fosse fra i cadaveri dei propri cari, l'assolo del percussionista impazzito, l'esecuzione di Riccio). Più il taglio stilistico (fotografia e scenografie, bellissime, e Somewhere Over the Rainbow a fare da spettrare leitmotiv) che l'umanità. Ripulita del sangue, del fango, della pioggia battente, la crociata di Milton la si segue sì, ma senza entrarci mai per davvero. (6)

Cristiano Caccamo e Salvatore Esposito, aspiranti attori a Berlino, decidono di convolare a nozze. Il problema, annunciarlo a casa durante le vacanze di Pasqua: in un sud Italia chiuso ai migranti e al nuovo. Facilissimo, infatti, vivere alla luce del sole nel capoluogo tedesco; condividere un appartamentino con la Del Bufalo, spassosa ereditiera, e un Abbrescia in transizione. L'outing è solo l'inizio, se la mamma dal pugno di ferro di una strepitosa Monica Guerritore, facendosi beffa dell'intolleranza del marito Abatantuono, sogna un grosso grasso matrimonio gay. In un suggestivo borgo medievale, si susseguono le vicende e gli sketch della godibilissima commedia di Alessandro Genovese, sul delicato tema delle unioni civili. Semiserio, buono di cuore e innegabilmente un po' buonista, Puoi baciare lo sposo è nel suo complesso ben recitato e diretto, con tanto di scena musical in chiusura. Il difetto: una scrittura frettolosa, dalle idee non del tutto sfruttate, che piace e diverte nonostante le sbavature a un passo dal finale. Lì, in un epilogo troncato di netto, tutti i limiti e l'inspiegata fretta dei suoi novanta minuti di durata. Lontano dalla poesia di Mine Vaganti e, con un sospiro di sollievo, dalle arie da cinepanettone mancato di Io che amo solo te, il film a tinte arcobaleno è meno sciocco di quanto appaia. Non così disimpegnato negli intenti – lodevoli più in teoria che in pratica – e popolato da allegre macchiette a cui, fra il boss di Gomorra che scopre l'autoironia e un conducente di autobus en travesti, si vuol bene a prima vista. Sarà per questo – il romanticismo delle soggettive iniziali, la spensieratezza diffusa a manciate generose – che è purtroppo impossibile perdonargli l'amarezza lasciata dalla chiusa. Coi fiori d'arancio e i confetti, noi preferivamo un'altra fetta di dessert. Un'altra risata leggera leggera, prima dei titoli di coda. (5,5)

lunedì 18 dicembre 2017

Recensione: L'uomo del labirinto, di Donato Carrisi

| L'uomo del labirinto, di Donato Carrisi. Longanesi, € 19, pp. 390 |

Mi ha giocato l'ennesimo brutto scherzo – di quelli bellissimi però. Ancora una volta, ancora un romanzo, ancora Carrisi, e mi ritrovo nel cuore della notte a voltarmi e rivoltarmi fra le coperte. Senza riposo ma finalmente con le risposte. Non avrei dovuto cercarle prima di andare a dormire. Cattiva idea fare le ore piccole sperando ci stessero su misura colpi di scena tanto grandi. La curiosità mi ci ha fatto lasciare lo zampino, e ora chi ha più sonno. Giunto all'ultima pagina, L'uomo del labirinto vorresti rileggerlo da cima a fondo con il senno di poi: come sbrogliare altrimenti questo gioco compiaciuto e ingarbugliato di piani narrativi e punti di vista paralleli? Puntualissimo – sempre sul pezzo, sempre sul filo del rasoio – Donato Carrisi dava sperate conferme anno dopo anno, ma non mi sorprendeva tanto platealmente forse dai tempi dell'esordio. Questa volta lascia a bocca aperta, sì, e per quattrocento pagine è il nostro carceriere. Conosce tutti i trucchi, i cunicoli, le scorciatoie. Ti precede ogni volta di un passo. Questo aguzzino che sotto Halloween ha conquistato anche le sale cinematografiche ha però sprazzi di straordinaria umanità. Perfino il male che escogita, infatti, è a fin di bene: nel suo labirinto scegliamo di restarci con le buone o con le cattive – di sindrome di Carrisi, si tratta, non di Stoccolma –, al prezzo di un urlo di stupore. Facciamo ritorno nella Gotham City del Suggeritore. Un luogo immaginario che rifiuta i toponimi, che rinnega i confini, in cui la crudeltà è nell'aria ferma e le varietà dei cognomi indica una Babele irrequieta. Fa talmente caldo all'inferno da svendere il sole per la luna: si vive a rovescio, mettendo il naso fuori di casa dal tramonto all'alba. Come negli universi espansi di Stephen King, le storie si parlano fra loro; parlano di loro. Qualcuno, chiacchierando del più e del meno, del tempo che fa, fa allora analogie e differenze con il clima di una Roma sott'acqua. Qualcuno, se si parla di ragazze scomparse nella nebbia e poi ritrovate, ricorda i mass media ad Avechot. Altri – un investigatore dai giorni contati, per l'esattezza – spulciano nei casi irrisolti del Limbo chiedendo a Simon Berish aiuto e notizie sulla latitanza dell'indimenticabile Mila Vasquez. Il detective privato Bruno Genko sta morendo: un difetto al pericardio, in una prognosi che non lascia speranze, e poco tempo per rispolverare un contratto vecchio quindici anni. Gli Andretti lo avevano ingaggiato per sapere cos'era stato della loro unica figlia, la piccola e indifesa Samantha, ma le indagini non lo avevano portato che in un vicolo cieco. Finché, tre lustri dopo, la ragazzina non viene restituita dallo stesso nulla da cui era stata inghiottita ma non mangiata. Ora donna a pezzi, e con cicatrici e vuoti di memoria da spiegare in primis a sé stessa. Ora in ospedale, sotto stretta osservazione, con un telefono giallo accanto e l'attenta guida del dottor Green.

Lui non lo sa, ma c'è un posto da cui non può scappare. Ed è lì che avverrà la caccia: non là fuori, ma nella tua mente.

La condanna a morte trasforma Genko in un uomo che non ha nulla da perdere, ma che al tempo stesso si aggrappa a quel poco di onore e di fiato che gli restano – emozionanti i pochi momenti con Linda, una prostituta transessuale che gli fa un po' da coscienza e un po' da moglie, e pericolosissime le acque palustri che andrà a smuovere in cerca di una verità quantomai relativa. L'assassino è un coniglio a misura d'uomo con due terrificanti occhi a forma di cuore. La sua tana, che di certo non porta a un paese di meraviglie, è un budello di un grigio cemento che rende mansueti e in cui, come in Saw – L'enigmista, magari puoi salvarti completando l'ultima faccia del Cubo di Rubik. Gli ingredienti, quelli del thriller più torbido: la perversione che attenta all'infanzia, i superstiti sul letto di morte che svelano gli altarini, un albo a fumetti o un nastro da sbobinare come scuola di messaggi subliminali, la depravazione e le risorse di un Deep Web di cui tutti parlano ma nessuno sa. Le ricerche parallele di Genko e di Green – la prima su un impraticabile terreno di caccia, l'altra nella psiche della vittima – ribadiscono che cattivi non si nasce, si diventa, e che il buio ha una vasta progenie a cui passare la staffetta. Non si incroceranno mai. Donato Carrisi non inventa niente dal niente: attinge al meglio di un genere e al peggio di noi uomini. Come il suo nuovo protagonista, non conosce scadenze; non abbandona i suoi casi, i suoi personaggi, fino all'ultimo. Anche quando sembra passare oltre, come questa volta, mette sul chi va là i lettori affezionati scartabellando nomi conosciuti e misfatti dal suo archivio segreto. Tornando per vie traverse su passate scene del delitto, ancora fresche di sangue. L'uomo del labirinto – coi suoi simboli grotteschi, con un occhio lungo che ti fa sentire perdutamente in balia dell'autore – fa paura. Una paura che ti scarta la carne e ti divora. E che, in due notti, in quarantatré capitoli, si lascia divorare a sua volta. In un gioco di ruolo perfido e irrinunciabile, in cui ora si mangia e ora si viene mangiati. Da un incubo, eppure, che indossa la maschera del roditore più pavido e che detiene le regole, le chiavi. Morfeo e Minosse, il sonno e la veglia, hanno collaborato alla costruzione di un labirinto fisico e metaforico in cui ogni svolta ti porta al punto di partenza. Spalle al muro, impossibile uscire: hai perso, ti sei perso.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Negramaro – Mentre tutto scorre 

sabato 10 dicembre 2016

Recensione: Il maestro delle ombre, di Donato Carrisi

Ma a volte bisogna lavare via il male con il male.

Titolo: Il maestro delle ombre
Autore: Donato Carrisi
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 360
Prezzo: € 18,80
Data di pubblicazione: 2 dicembre 2016
Sinossi: Una tempesta senza precedenti si abbatte sulla capitale con ferocia inaudita. Quando un fulmine colpisce una delle centrali elettriche, alle autorità non resta che imporre un blackout totale di ventiquattro ore, per riparare l’avaria. Le ombre tornano a invadere Roma. Sono passati cinque secoli dalla misteriosa bolla di papa Leone X secondo cui la città non avrebbe «mai mai mai» dovuto rimanere al buio. Nel caos e nel panico che segue, un’ombra più scura di ogni altra si muove silenziosa per la città lasciando una scia di morti… e di indizi. Tracce che soltanto Marcus, cacciatore del buio addestrato a riconoscere le anomalie sulle scene del crimine, può interpretare. Perché Marcus è sì un prete, ma appartiene a uno degli ordini più antichi e segreti della Chiesa: la Santa Penitenzieria Apostolica, conosciuta anche come il tribunale delle anime. Ma il penitenziere ha perso la sua arma più preziosa: la memoria. Non ricorda nulla dei suoi ultimi giorni, e questo dà un enorme vantaggio all’assassino. Soltanto Sandra Vega, ex fotorilevatrice della Scientifica, può aiutarlo nella sua caccia. Sandra è l’unica a conoscere il segreto di Marcus, ma ha sofferto troppe perdite nella sua vita per riuscire ad affrontare nuovamente il male. Eppure, qualcosa la costringe a essere coinvolta suo malgrado in questa indagine... Ma il tramonto è sempre più vicino, e il buio è un confine oltre il quale resta soltanto l’abisso.

                                                La recensione
Una misteriosa bolla papale, una paura inconscia: vietato lasciare al buio la Città eterna. Cinquecento anni fa, Leone X ordinava che le strade della capitale fossero illuminate a giorno dopo il tramonto; scongiurava il sopraggiungere delle tenebre – e dei loro sudditi. Cosa temeva nel profondo? Cosa nascondeva negli esigui confini di Città del Vaticano, piccolo albergo per grandi segreti? L'invenzione dell'illuminazione elettrica ci ha fatto dimenticare l'enigma della bolla pontificia e l'ancestrale fobia del buio. Un semplice scatto dell'interruttore, e i mostri spariscono. Le telecamere a circuito chiuso puntate ogni dove, e il desiderio di delinquere va a dormire. I crimini si consumano nei coni d'ombra. Dove il bagliore dei lampioni non arriva. E se per dodici ore retrocedessimo in un Medioevo senza tecnologia? E se la folgore si abbattesse su una centrale elettrica e, in una proverbiale notte buia e tempestosa, i timori dimenticati di Leone X diventassero realtà? 
A Roma scende il crepuscolo. Un drappo nero di nebbie e nubifragi, sotto il quale covano l'omicidio e l'anarchia. Ci si domanda a quanto ammonterà la conta delle vittime all'alba. Ci si prepara a venire a capo degli infiniti atti di vandalismo, delle sommosse contro le forze dell'ordine, delle liti domestiche sfociate in tragedia: indisturbati, irriconoscibili, ci si sente giustificati a peccare. Per Marcus - cacciatore del buio in abito talare, vecchia conoscenza – c'è molto di più in ballo. Si è risvegliato nudo e ammanettato, con una chiave nello stomaco. Soprattutto, senza memoria: la cicatrice sulla tempia racconta una passata amnesia, un colpo di pistola a tradimento che già una volta l'ha visto sopravvivere per miracolo. Tirarsi fuori da un pozzo senza fondo come in un capitolo di Saw non è però che l'inizio. Lo tormentano i ricordi mancanti, notazioni sparse che ha scritto di proprio pugno, omicidi rituali che partono dalla sparizione del piccolo Tobia Frai e arrivano a lei, l'immancabile Sandra. La fotorilevatrice, adesso addetta all'ufficio passaporti, ha collaborato due volte con il penitenziere e due volte ha detto addio agli uomini che amava: rischia di innamorarsi anche di Marcus – e dunque di perderlo –, se il tempo stringe, la luna concilia e l'orrore li stringe forte. Dopo Il tribunale delle anime e Il cacciatore del buio, galeotta è nuovamente Roma. Dopo La ragazza della nebbia, parentesi a mio dire non del tutto convincente, l'adorato Donato Carrisi torna al thriller esoterico dai toni concitati e dai meccanismi perfetti, con il terzo capitolo di una saga inaugurata più di qualche autunno fa. 
Questa volta è una partita a mosca cieca: Marcus e Sandra indagano a tentoni fra reti fognarie e palazzi signorili abbandonati, imbattendosi nelle vittime sacrificali della Chiesa dell'eclissi – con loro, ora a redarguirli e ora a stanarli, il cardinale Erriaga, il vizioso ispettore Vitali e uno storico serial killer che, da dietro le sbarre, conduce le danze come Hannibal Lecter. Questa volta c'è una Roma inedita, con vista sull'apocalisse: il Tevere trabocca, i ratti abbandonano le fogne, l'alluvione e il caos spazzano via l'arte in ondate alte e dense. All'ombra della ruota panoramica dell'EUR si celebrano le messe nere. Architetto di una catastrofe assolutamente plausibile, un inarrivabile giallista che tra sé e sé si domanda: se Roma non è stata costruita in un giorno, la si può forse distruggere in una notte di bagordi? Il maestro delle ombre è una corsa dai minuti contati. Muscolare, fulmineo, drastico. Originalissimo; non il migliore. Non bastano comunque i piedi lesti, non ci si limita a uno stile senza sbavature che sta perfettamente al passo con l'avventura: Carrisi – folle, figo vero – demolisce la città più bella del mondo in un romanzo dotato di una sconvolgente potenza visiva. È un assedio che dura dal tramonto all'alba. Spiace solo che, costretti a ritmi vertiginosi e sopraffatti dagli eventi, i protagonisti non abbiano un attimo per dirsi e raccontarsi. Che Carrisi – magico aedo d'altre epoche in La donna dei fiori di carta – strizzi l'occhio al cinema regalandoci, qui, qualche pagina bella di meno. Che questa deleteria lezione finisca troppo presto. Ma il sole, tanto, non scaccia i fantasmi: svela l'intensità dei danni, accentua i chiaroscuri e spunta lassù, facendosi beffa di chi non c'è. Il maestro delle ombre ti lascia boccheggiante, col fiatone: in attesa di non sai cosa. Ti manda in corto circuito. Tutte le strade portano a Roma, recita il detto. E le intasano ingorghi, code chilometriche, colonne di fuoco, se la pioggia battente e il blackout spengono le luci e, di colpo, riaccendono l'odio.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Bastille – Of The Night