È una delle serie dell’anno corrente, ma lo sarebbe stata anche di quello passato. L’ho recuperata in ritardo, con ben due stagioni a disposizione. The Bad Guy non è ciò che sembra. Vedi Lo Cascio, leggi “mafia”, immagini la solita serie italiana: un giudice coraggioso, una lotta prometeica, una morte gloriosa. Dimenticatelo. Perché Nino, da anni impegnato nella caccia al latitante Suro, viene incastrato. Creduto morto, torna con una nuova identità. Non vuole vendicarsi soltanto del boss, ma dello Stato. Intrigante come il Conte di Montecristo, caustico come Walter White, un brillante Lo Cascio compie una rapida ascesa al fianco dei cattivi. Riuscirà a non sporcarsi le mani, tra pizzi, appalti e clan da aizzare l’uno contro l’altro? Dirige un duo, ma, nonostante lo splatter e l’ironia pungente, non si tratta dei Coen. Vulcanici e con ambizioni internazionali, Fontana e Stasi guidano un cast in stato di grazia – al suo meglio Pandolfi, sorprendente Catania, folgoranti Maenza e Caramazza – in una commedia nera che immagina un covo criminale in un parco acquatico e perfino il ponte sullo Stretto. Tra una risata e l’altra, non mancano cenni all’attualità né invettive. Nemmeno il Ministro degli Interni è senza colpe: ha assoldato il sicario Accorsi per mettere a tacere ogni dissenso. Il più buono, insomma, ha la rogna. Il più cattivo, invece, si è meritato una serie così. (8,5)
venerdì 27 dicembre 2024
Made in Italy: The Bad Guy | Storia della bambina perduta | Qui non è Hollywood | Hanno ucciso l'Uomo Ragno
lunedì 18 dicembre 2023
Italians Do It Better: C'è ancora domani | La chimera | Io capitano | Le otto montagne | La bella estate
Relegata a leggerissime commedie televisive, Paola Cortellesi prende finalmente parte al suo film migliore: lo dirige lei. Nazional-popolare, brutale e tenerissimo, sorprende per una scrittura in bilico fra la commedia e il dramma e per una cifra autoriale già matura. Si parla di femminismo e discriminazione di genere, di violenza domestica e conflitto generazionale. C'è ancora domani non è, però, l'ennesima storia di female empowerment. Delia è il tipico angelo del focolare. Sempre con il grembiule da cucina, sempre dimessa, sempre con qualcosa da fare. Corre continuamente, ma non va mai da nessuna parte. Il suo eroismo sta tutto nel sopportate a bocca chiusa gli abusi del tirannico Mastandrea. E, nell'impossibilità di denunciarlo, di trasformare i pestaggi in sequenze musical. La solidarietà femminile c'è, ma è nelle sporadiche confidenze in cortile; nell'amara consapevolezza di essere tutte prive di identità. A dar loro voce, ottant'anni dopo, è la comica romana. Che non urla messaggi progressisti, non forza la mano con gli anacronismi del politicamente corretto, ma ci fa sorridere delle sue “piccole donne” grazie alle battute di Fanelli o alle fantasticherie sulle note di Concato, Dalla, Silvestri. Cortellesi mette in scena una rivoluzione discreta e, in un epilogo indimenticabile, celebra un risveglio individuale che si fa anche collettivo. All'improvviso c'è una ragione per mettere il rossetto, la camicia nuova, stringere i pugni. C'è un luogo verso cui correre, con una lettera stretta al petto. Voi correte al cinema. Straordinario nella sua ordinarietà, è l'esordio più significativo degli ultimi anni. (8,5)
lunedì 11 gennaio 2021
Recensione: Supereroi, di Paolo Genovese

| Supereroi,
di Paolo Genovese. Einaudi, € 18, pp. 288 |
Si chiamano come i protagonisti di Lucio Dalla, ma ricordano più la coppia in crisi di una bellissima canzone di Brunori Sas. Anziché essere messi in musica, questi Anna e Marco si lasciano analizzare con schiettezza da un terapista d'eccezione, Paolo Genovese. Il regista di Perfetti sconosciuti – già pronto a portarli in sala, dove avranno i volti di Jasmine Trinca e Alessandro Borghi – ha racchiuso il loro amore nel romanzo che mi ha tenuto compagnia sotto Natale. Molto più che una semplice commedia romantica, Supereroi si dirama nell'arco di vent'anni. Grazie a un montaggio cinematografico di sorprendente fluidità, passato e presente si alternano e si avvicendano. Si inseguono attraverso flashback e flashforward, in una struttura che ricorda un puzzle. I protagonisti, quindi, siedono a bordo di una macchina del tempo che ce li mostra ora agli albori della loro relazione, ora sul viale del tramonto.
Tu che sei così bravo con i numeri, quante possibilità ci sono che due persone che si incontrano per caso si incontrino una seconda volta?
Si sono conosciuti nei primi Duemila, in una Milano fradicia di pioggia: cercavano entrambi riparo sotto i portici. Lei artista di strada, fumettista aspirante, che si dilettava a immaginare i turisti da anziani; lui futuro docente di Fisica, abituato a ponderare perfino le precipitazioni atmosferiche. Anna è un'anima imprevedibile, Marco tiene i calzini anche durante il sesso. Anna ha paura di essere felice, Marco si getta a capofitto tanto nei progetti accademici quanto in quelli di vita. Se gli opposti si attraggono, perché la routine li ha comunque resi schiavi? Da quando una è appollaiata sul water, mentre l'altro si lava i denti, senza più misteri? Come mai lui si volta platealmente a guardare il culo a un'altra, per strada: è forse insoddisfatto? Fatto di tira e molla, di spensieratezza e gravità, il romanzo di Genovese cattura i gesti quotidiani, i momenti di complicità, le sfide grandi e piccole. Parla con realismo poco consolatorio dei compromessi a cui talora tocca scendere per non perdersi di vista. Se il vostro partner vi tradisse, preferireste una bugia o l'amara verità? Se non volesse né un matrimonio né un figlio, sacrifichereste i vostri desideri per rispettarne la volontà? Messi duramente alla prova dalla convivenza, dall'ansia dell'orologio biologico, dalla spesa all'ultimo momento da fare, Anna e Marco sono i protagonisti di un amore adulto, che cambia modalità ma non per questo scolora. Eccoli: in vacanza vanno sempre nella solita Ponza; al cinema, spesso e volentieri, siedono da soli per inconciliabilità di interessi o di orari; qualche volta consumano i pasti in solitaria...
“Voglio fare un fumetto sui supereroi”, dice all'uomo. […] “Che hanno di speciale? Volano? Bruciano? Si trasformano”. “Stanno insieme”.
Trasformati in supereroi nelle strisce a fumetti di Anna – da qui il titolo –, trasmettono leggerezza pur condividendo i pesi della convivenza. Al contrario di Superman, non possono mandare indietro il tempo volando intorno al mondo in senso opposto. Come Spider-Man, qui e lì sono costretti a scegliere tra cuore e cervello, perché da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Pur non aggiungendo niente di nuovo al filone di One Day e Harry ti presento Sally – anzi, la deriva drammatica dell'ultima parte sembra un pegno da pagare al genere strappalacrime per eccellenza –, al momento giusto Supereroi saprà farà strage di cuori grazie a due personaggi profondamente simili a noi. Peccato per qualche forzatura di troppo, che potrebbe farmi preferire il film di prossima uscita al romanzo. Belli anche se più spiegazzati che agli inizi, piacevoli anche quando i toni si incupiscono, vivono l'avventura più coraggiosa che ci sia: restare insieme, nonostante tutto.
Il mio consiglio musicale: Brunor Sas – Per due che come noi
sabato 25 gennaio 2020
Mr. Ciak: Pinocchio | La dea fortuna | Martin Eden | The Nest
Se
in un’altra vita fossi un attore famoso, sognerei gli stessi ruoli
da protagonista di Luca Marinelli. Per fortuna mi limito a guardare, e in poltrona
ogni volta mi godo la bravura dell’attore romano. E quelle
somiglianze caratteriali impercettibili che da Virzì a Mieli, fino
ad arrivare a questo film del documentarista Pietro Marcello, ci rendono simili.
Avido, ambizioso e sognatore, l'eroe eponimo colleziona
lettere di rifiuto e porte in faccia: marinaio dall’istruzione
elementare, studia da autodidatta soltanto per amore di Elena ma le
soddisfazioni professionale – vorrebbe diventare scrittore –
faticano ad arrivare. Né abbastanza acculturato né abbastanza
rozzo, eppure senza mezze misure, lavora a racconti sordidi e si
lascia tentare dalla vita politica. Quello di Martin è un
personaggio che ho amato immensamente. Alla perfetta riuscita della prima parte, però, segue la
pesantezza annichilente della seconda. Dove un melodramma raffinato e
postmoderno si carica di connotazioni politiche di troppo; di
discorsi densi e carichi, che nel bene e nel male gettano il
personaggio sotto un’altra luce. E l’interpretazione di Marinelli
– protagonista di una corruzione fisica e morale che lo
imbruttisce e abbruttisce – si fa affamata, folle, grazie una regia
dalle influenze documentaristiche e una colonna sonora un po’
francese, un po’ napoletana, un po’ elettronica. La cultura rende
liberi o prigionieri? Si sta meglio nell’ignoranza? Il successo
letterario, croce e delizia, è paragonabile a una nave alla deriva? Questo lupo di
mare, infine, abbandona il timone per una macchina da scrivere. E forse scopre
sé stesso, forse si tradisce. Forse annega, o forse nuota. (8)
Un
bambino servito e riverito, protetto ai limiti della prigionia. Una
madre imperscrutabile e vendicativa, circondata da domestici e
figuranti sinistri. Gli ingredienti della loro convivenza infernale: nebbie
perenni, crocifissi, musica classica. Il loro esilio forzato, retto da
regole ferree, è una distopia a fin di bene? Nella casa entra presto il rock di Where
is my mind. Entra un’adolescente in fuga, bella e ribelle, che
tenta il protagonista con l’idea esecrabile della libertà. Il sorprendente e italianissimo The Nest, apprezzato da pubblico e critica internazionali, è un Lanthimos ad
altezza bambino dislocato però nei castelli infestati della narrativa gotica Shirley
Jackson. Ha sì qualche neo, ad esempio un colpo di scena finale che
non convince del tutto, ma anche un buon gusto fuori dall’ordinario:
vedasi la fotografia cupa e i costumi impeccabili, le scenografie eleganti come nel migliore cinema asiatico. Se la delicatezza della sceneggiatura ci regala
danze incantevoli e sevizie da autentico teatro degli orrori, sono però la
regia del trentottenne Roberto De Feo e l’intensità degli interpreti – su tutti Francesca
Cavallin, di solito relegata a ruoli televisiva ma qui degna rivale degli antagonisti del Racconto dell’ancella
– che ne fanno un esordio da incorniciare seduta stante. Un nido implica conforto,
sicurezza, riparo. Ma in cima a un albero contribuisce a renderci
isolati e irraggiungibili. Si può ingannare la crescita? Si può
frenare la curiosità? Si può dimenticare il mondo? Le risposte,
benché siano a volte un po' troppe, costituiscono un incubo familiare da cui non ci vorremmo
svegliare. (7,5)sabato 14 settembre 2019
Mr. Ciak: Il primo re, Il vizio della speranza, Ricordi? e altro Made in Italy
Siamo
in una Campania da terzo mondo. Nascosta sotto un cappuccio, con un molosso al seguito, la protagonista gestisce
gli affari di una trafficante di neonati in una landa di extracomunitari e prostitute. Fino a quando non
si scopre incinta. In lei, così, si risveglia il desiderio di fare
la differenza. Come può portare a termine il travaglio? Come può mettere al mondo un innocente in
una folla disumana, fatta eccezione per un giostraio dal cuore d'oro e
una ragazzina zoppa? Prendete la violenza morale di Dogman e
aggiungeteci i palpiti di Roma. Questo presepe
laico ha la crudezza del documentario, infatti, ma sorprende per l’accuratezza delle scenografie e la grazia di una regia
ispiratissima, capace di rintracciare la poesia anche nel totale
squallore. Pina Turco regge il film con la
tempra delle interpreti navigate: le rese dei conti con la spregevole
datrice di lavoro, il giro in giostra alla Truffaut e le
raccomandazioni al nascituro, per altro, le hanno dato man forte nello strapparmi lacrime di rabbia e gratitudine. Peccato non averlo visto
in sala: il ritorno di De Angelis sarebbe finito nel meglio della scorsa annata. Mi ha fatto un male
cane, ma gliene sono riconoscente: ci vizia con un altro
spaccato indimenticabile. Regalando speranze al cinema italiano, e
alle vite prigioniere dei forse. (8)
Passando
da Venezia, Valerio Mieli è tornato con un’altra coppia di
protagonisti memorabili e una storia d’amore ancora meno incasellabile di Dieci inverni. Quale sarebbe il
risultato se Malick potesse mettere mano ai capitoli della nostra
convivenza, montandoli in un flusso di coscienza dei suoi?
Incantevole e sperimentale, Mieli porta al cinema quella che Freud
chiamerebbe libera associazione. Sorretto da una partitura minima, il
suo film è fatto proprio della caotica poesia dei ricordi: quelli
che affiorano all’improvviso, disordinatamente, e accostano senza
un disegno le tessere di una relazione a un crocevia. Il
malinconico Marinelli e l’adorabile Cariddi fanno l’errore di bruciare le tappe. Lei è forse
pronta a rinunciare alla sua allegria per lui? Lui, invece, è pronto a tinteggiare la casa – la stessa
dell’infanzia – per lei? Il melodramma del
regista è della stessa materia ingannevole di cui è fatta
la memoria: ci attingiamo per conoscerci meglio; ci attingiamo, si
spera, per ritrovarci. Lui e lei si rubano il meglio. Si gettano addosso il peggio. Ne
escono svuotati, sfitti. Ma cambiati. In amore ci si influenza e ci
si limita, ci si perdona in nome della nostalgia: di per sé, il
sentimento del passato. Se una relazione, al contrario, è il futuro,
la nostalgia sarà abbastanza per costituirne le fondamenta? Lo è
senz’altro per realizzare un film imperfetto – troppo allungato,
quel finale da orchestra sinfonica – ma unico nel suo genere. (7,5)
Siamo
all’inizio degli anni Novanta. È un'estate euforica, quella dei
mondiali di calcio. Siamo a Roma: città rumorosa e dispersiva, splendida
e orribile insieme, in cui ovunque ci sono feste esclusive;
conversazioni altezzose; nomi altisonanti, reali o inventati.
Tre aspiranti sceneggiatori – un siciliano, un toscano, una romana
– sono indagati per la morte di un produttore, Giancarlo Giannini,
precipitato con la macchina nel Tevere. Sembra l’imitazione
del peggiore Sorrentino. Ma, amaramente, siamo invece al cospetto
dell’ultimo film di Paolo Virzì: accolto nel migliore dei casi con
freddezza, nel peggiore con stroncature spietate, è di ritorno dalla
traversata americana di Ella & John. Da bravo illuso, da
bravo fan, ho preferito non dare troppo credito alle stroncature: ho
fatto male. Storia mal recitata di giovinezze ambiziose, carriere
bruciate e grandi speranze, Notti magiche saccheggia i salotti della Grande bellezza e i triangoli del cinema
di Truffaut. Il risultato è inqualificabile, non
all’altezza delle citazioni e inutilmente ridondante, con
un miscuglio di generi incomprensibile. Un giallo stinto,
che nelle sue notti non trova magia. (4,5)
Un
altro film che parla di film. Un’altra Roma di
parvenu e donne fatali. Richelmy,
scrittore dalle sfumature imprevedibili, accetta che il villain di un
esilarante Barbareschi – accanto a lui, le pericolose Bellè
e Gerini: quest’ultima con una scena di nudo già iconica –
realizza la trasposizione del suo esordio: il risultato è disastroso. Come
salvare un film maledetto se non con tanta pessima pubblicità? L’ingegnosa strategia, ahimè, non ha riguardato
questo DolceRoma, passato a torto in sordina. Volutamente
esagerato e meta inematografico, rompe la quarta parte e spazia fra
i generi: un po’ commedia nera, un po’ noir, mescola verità e
finzione, realtà e aspettative. Venirne a capo, insieme a un bel
cast, è uno spasso. L’ottimo Resinaro s’ispira alla
regie forsennate di Ritchie e Boyle, e la sfrontatezza dell’impresa
fa del film un videoclip psichedelico – non
bello, ma fighissimo – visto di rado. Questa
Roma dolcissima e metropolitana, di luci al neon e rapimenti
inventati, per fortuna sa come non risultare stucchevole. Ma punge, a
tratti, come un’ape che a torto sembrava amichevole, quando invece
difendeva il proverbiale posto al sole. (7)
Cos’hanno
in comune Gassman e Bentivoglio, sesso a
parte? Tanto cafone il primo quanto snob il secondo, s’innamorano
nonostante le differenze. Ma come conciliare le famiglie, all’oscuro
della sessualità dei genitori? Si va insieme in villeggiatura,
e sarà la catastrofe annunciata. Il
problema sono i figli – su tutti, una straordinaria Trinca:
nevrotica e abbandonata – o i protagonisti stessi, opposti
destinati ad attrarsi solo per un po’? Riuscitissima commedia dei
caratteri, Croce e delizia diverte facilmente con le
contrapposizioni, i cliché, il conflitto ideologico e generazionale.
Lo fa con più emozione del previsto, schierando in campo alcuni dei
migliori attori di casa nostra – raramente, eppure, si sono
prestati in passato alla commedia brillante – e riproponendo il
sodalizio Godano-Steigerwaltz, già superiore alle aspettative in
Moglie e marito. Per rovinare tutto una famiglia media ha
forse bisogno dello shock di un outing fuori tempo massimo? No, lo fa
naturalmente. Evviva i film che sanno raccontarlo
senza pretese e con uno sguardo alle unioni civili. Evviva Simone
Godano, che al secondo film ci delizia davvero. (7)
Lui
è un aspirante cantautore. Lei è una hippy di
ritorno in patria. Lui segue lei a Roma, mettendo i suoi sogni in
pausa, e si reinventa intanto autore frustrato di jingle televisivi. Patiranno
l’imborghesimento e la città, amandosi, odiandosi e riprendendosi.
Ci sono di mezzo le ambizioni di La La Land, da premettere qui all’amore; una gelosia che ispira tanghi alla Moulin Rouge
nelle balere di borgata; campi e controcampi, nel finale, che
ricordano gli sguardi sui tetti di Across the universe. Se Michele Riondino, convincente anche dal punto di vista vocale, fa sempre una discreta figura, lo stesso non può dirsi purtroppo di una Laura Chiatti antipaticissima e dalla dizione robotica. E il regista
Marco Danieli, invece, passato dall’impegno di La ragazza del mondo
al musical in salsa italiana? Trainato interamente dalle canzoni
sempiterne di Battisti, Un’avventura è un esperimento
singolare. Ma, a dispetto dell’idea apprezzabile e della validità
del comparto tecnico, risulta goffo e didascalico soprattutto nella
parte musicale: imperdonabile, soprattutto, l’amatorialità del
montaggio sonoro. Si canta (molto), si balla (poco), si sguazza in un
mare di nostalgia (a tratti). Come in ogni avventura, memorabile o
meno, degna di questo nome. (5,5)mercoledì 27 marzo 2019
(Non solo) David | Euforia, Troppa grazia, Ride, Una storia senza nome, La prima pietra, Cosa fai a Capodanno?
L'Italia,
terra di miracoli e appalti truffaldini. A fare i conti con gli uni e
con gli altri è una geometra fresca di separazione, con ingaggi
ormai rarissimi e uno spiccato senso della giustizia. Se lei è la
radiosa Rohrwacher, talento impareggiabile a cui si addicono l'ironia
e la fisicità di un ruolo più solare dei soliti, non è una
sorpresa scoprirla in contatto nientemeno che con la Madonna: a
proprio agio con le questioni di fede, dopo Il miracolo e
Lazzaro felice, l'attrice fa i conti con un'entità dai modi
bruschi, disposta a strapparle i capelli e a prenderla a schiaffi pur
di sbatterle in faccia l'evidenza. Commedia in odore di santità,
troppo metaforica per risultare perfetta, Troppa grazia ha
un ottimo incipit e un prosieguo vittima dell'astrattismo post-new
age. Senza tralasciare gli alti e bassi della vita coniugale accanto
a Germano e gli atti coraggiosi per sovvertire la corruzione dello
status quo, il folle Gianni Zanasi mescola riflessioni sparse sulla
salvaguardia del territorio, l'immigrazione e il femminismo. Troppi
elementi, con il rischio che lo spettatore non sappia fino in fondo
su quale concentrarsi in vista di una chiusa significativa e un po'
irrisolta sulle note da lacrime dei Radiohead. Il titolo lo
suggeriva: troppo in ballo, ma poco importa. Una scrittura brillante
fatta di contraddizioni e paradossi e una Rohwacher da David bastano
a credere nei miracoli di un certo cinema italiano; alle preghiere di
una creatura bizzarra e amabile contro questo nostro mondo allo
sbaraglio. (7)
Mastrandrea fa di nuovo i conti con la morte: questa volta, dietro la macchina da presa. Accolto tiepidamente,
nonostante l'autorevolezza di un interprete capace anche di scrivere e dirigere, Ride è
una dramedy nostrana che piace per struttura e piglio. Organizzato in
lunghi quadri, il film studia le reazioni dei
superstiti – si parla di un incidente sul lavoro finito in tragedia
– e i loro meccanismi di difesa all'alba delle esequie. Mentre
l'orfano pianifica un'intervista per conquistare la bella della
classe e il padre del defunto si scontra con il secondogenito ripudiato, la vedova – la scommessa Chiara
Martegiani, compagna del regista – lotta con quelle lacrime
che non vogliono scendere. Perché non si strugge ma continua
ad avere fame e sonno, a cantare a squarciagola la loro canzone
d'amore anziché piangerci su? Non mancheranno i gesti di ribellione
e i riavvicinamenti, i faccia a faccia e le abbuffate consolatorie.
Non mancheranno la poesia del cinema indie: ricorderò a lungo un
bambino che apre l'ombrello in casa per riparare la mamma da una
pioggia torrenziale. Tutti hanno lacrime, storie, ricordi. Ma nella
Marchegiani, gli occhi screziati di mascara e l'accento veneto, il
giorno del funerale genera una strana ansia da prestazione. Grezzo ma
già interessantissimo, Ride ha
la colonna sonora giusta, dialoghi disarmanti e un espediente non da
poco: conoscere la persona scomparsa non in fotografa, non nei
flashback, ma attraverso chi le è stata accanto. Quali sono state
le sue ultime parole? Cosa direbbe se sapesse che la moglie ha
bisogno di imitare la fidanzatina del liceo per capire cosa sia il lutto? Proprio Mastandrea, parlava in Euforia
del diritto a stare male. Qui, invece, di quello a star bene. Non c'è
un unico modo per reagire. Non c'è un unico modo per trattarlo.
Valerio, con la fortuna del principiante, individua quello vincente.
(7+)
I
lettori ricorderanno Vani, l'eroina dei romanzi di Alice Basso: ghost
writer alle prese con i grattacapi del giallo. Di una
simile disavventura si rende
protagonista la goffa Ramazzotti: segretaria, di nascosto firma le
migliori sceneggiature di Gassman, dongiovanni bugiardo che a
piacimento le fa gli occhi dolci. Non era sua intenzione metterlo nei
guai. L'amante giace in coma, adesso, perché la nuova sceneggiatura
della protagonista ha fatto andare su tutte le furie le persone
sbagliate: peccato non l'abbia scritta lei. Si è fidata della
soffiata dell'enigmatico Carpentieri, e la storia della sua vita si è
trasformata all'improvviso in un intrigo spionistico di arte, donne e mafia. Sullo sfondo della settima arte, Una storia senza
nome è una commedia di grande
maniera. Autoironica, densa, fatta di storie dentro storie e
slittamenti frequenti. Ha tanto di buono, anche se non tutto
funziona. La
sceneggiatura, al contrario di quella scritta dalla Ramazzotti, ha
qualche intoppo, passaggi frettolosi, e pur divertendo lascia amareggiati al ricordo della buona prima parte. Non si rivela,
infatti, all'altezza dell'intelligenza dell'incipit, ma lo spettatore
finisce per congedare Roberto Andò senza rimproveri. Intrattenuto da un caso
di cronaca che l'immaginazione trasforma in un mystery. Stretto in un
cast variegato, in cui spesso rubano la scena mamma Morante e
un Gassman furfante anche in un letto d'ospedale. (6,5)
Prendete
una scuola pubblica, il personale oberato e un atto di
vandalismo che ha portato a convocare d'urgenza la famiglia del
bambino. C'è una finestra infranta da sostituire, ci sono due
bidelli che non si accontentano delle scuse. Aggiungete, poi, che il
bambino incriminato è pure straniero e che Kasia Smutniak e Serra Yalmaz sono pronte a difenderlo con le
unghie e con i denti scomodando razzismo e pregiudizio. I ruoli della
recita di Natale, tuttavia, riflettono quelli sociali: come si
difenderanno gli scoppiettanti Guzzanti e Mascino dall'accusa di avere assegnato agli alunni extracomunitari le parti
degli animali? Gli esiti, dati
da un coro di personaggi agli antipodi, sono di quelli conflittuali. A due giorni dalla festa che
dovrebbe renderci tutti più buoni, volano botte da orbi, veleni e
frustrazioni. Dotato di una struttura teatrale ormai meno
pericolosa che in passato, cattivo fino all'ultimo, La prima pietra è
scritto abbastanza bene da reggersi senza irritare ma non tanto da
risultare memorabile. Inferiore ai suoi referenti, da Polanski a
Genovese, resta comunque un gustoso anti-cinepanettone in giorni che
ci vorrebbero tutti più buonisti, tutti più ipocriti. Gli stranieri ci rubano il lavoro? Il crocifisso in aula,
sì o no? A farne le spese, mentre imperversa l'egoismo degli adulti,
saranno i bambini. (6,5)lunedì 31 dicembre 2018
[2018] Top 10: Mr. Ciak
Miglior attore protagonista: Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome), Harry Dean Stanton (Lucky), Marcello Fonte (Dogman);


















