giovedì 19 dicembre 2019

Recensione: La casa delle voci, di Donato Carrisi

| La casa delle voci, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 400 |

Al pari di quelli di Stephen King, anno dopo anno, i romanzi di Donato Carrisi sono diventati un appuntamento ricorrente. Apprezzato qualche mese fa anche in sala, nonostante una trasposizione all’apparenza impossibile da realizzare, lo scrittore e regista pugliese dalla carriera inarrestabile deve aver fatto un tour de force per regalarci un altro mistero sotto Natale. Ma sempre al pari del prolifico collega del Maine, quest’anno giunto in libreria con il dimenticabile L’istituto, anche il genio dietro i mille intrighi del Suggeritore purtroppo mi ha parzialmente deluso. Che mi abbia abituato, infatti, troppo bene?
In pausa dalle saghe lasciate in sospeso, Donato si trasferisce a Firenze. E senza fare il passo più lungo della gamba si concede un thriller psicologico dei più classici – penso ai mondi di Dorn, Fitzek, Kepler –, genere finora da lui mai approcciato. Meno cruento e meno macchinoso del solito, benché su carta non meno complesso, La casa delle voci è un enigma senza morti ammazzati. Ne ho apprezzato a primo impatto l’eleganza, e nella folla fiorentina ho subito scorto il cappotto Burberry del protagonista; l’ho seguito fino al suo studio in un palazzo del centro. Pietro Gerber –  trent’anni, da poco papà, un vago passato da dongiovanni – è uno psicologo infantile esperto in ipnosi. È un lavoro delicatissimo, il suo, e lo studio ne riflette le particolarità. Sprovvisto di sedia e scrivania, ha una comoda poltroncina, giocattoli di ogni tipo, una vista irrinunciabile: ha voluto che somigliasse a un grembo materno, a un nido. Pietro è un ottimo ascoltatore. Dei bambini conosce i meccanismi di difesa, le fantasticherie più maliziose. Chi ha detto che dicono sempre la verità, che sono anime innocenti? A volte hanno una natura vendicativa. A volte mentono.

Per un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra, oppure il più pericoloso: ogni psicologo infantile lo sa bene. Solo che un bambino non sa distinguere la differenza.
Una chiamata dall’Australia, però, è la spinta decisiva per accettare un incarico atipico; un’eccezione alla regola. Hanna Hall, fumatrice di nero vestita senza nessun senso dell’ironia, ha un nome in assonanza con un personaggio indimenticabile di Woody Allen e i sabati mattina tutti per sé: adulta, racconta al protagonista di un’infanzia da survival americano – cito qualche titolo: Captain Fantastic, Il castello di vetro, Light of My Life – al seguito di una coppia di genitori vagabondi. Quella vita allo sbando, piena di regole, sembrava soltanto un gioco. Ma chi erano gli estranei da cui stare alla larga? Perché quella bara minuscola da seppellire dal nuovo a ogni trasferimento? Cosa successe la notte dell’incendio?
Che si tratti di schizofrenia o di doti paranormali, le intuizioni inspiegabili della paziente inquietano lo psicologo. Che porta, così, la stessa suggestione anche dentro casa. Al decimo romanzo, Donato Carrisi riconferma la sua grammatica riconoscibilissima: non mancano gli albi illustrati e le cantilene, gli archivi polverosi e i manicomi, i mostri sotto il letto e altri elementi di un lessico che attinge puntualmente alle fiabe dei Grimm; riecco all’appello le allegorie infantili, gli interessanti approfondimenti psicologici – plagio, rimozione, suggestione –, le riflessioni sulla fallibilità della custodia degli adulti. Ma questa volta, però, sembra rinunciare alla struttura concatenata dei serial americani e svecchiare uno spunto piuttosto sdoganato: come in un noir d’altri tempi, il transfert tra i personaggi ribalta infatti le carte in tavola; l’interrogatorio si fa dialogo. Chi studia chi?

Se vuoi vivere, devi imparare a morire.

Per la prima volta ammetto di aver intuito il finale in anticipo: da metà in poi, mi sono limitato a veder succedere quello che avevo supposto. Basta un colpo di scena in più, uno in meno, a compromettere la piacevolezza di una lettura?  Vi risponderei di no, ma questo è il maggiore difetto della Casa delle voci. Un romanzo che non vive né di stile né di personaggi, ma della sorpresa dell’intreccio. Tolta quella, mi sono chiesto, cosa resta? Ad alimentare i dubbi sono state le considerazioni su una scrittura essenziale, incalzante ma frettolosa: benché ne guadagni in sveltezza, con un ritmo più veloce che mai, i moventi risultano poco definiti e i personaggi abbozzati con pennellate rapide. Lo sceneggiatore ha avuto la meglio sul narratore; l’architetto di trame sull’autore. Con un protagonista meglio indagato, più tormentato – magari con l’adozione della prima persona, variazione sul tema che personalmente avrei apprezzato –,  il mancato stupore dell’epilogo non mi avrebbe infastidito affatto.  Ma Pietro Gerber mi è parso qui una semplice pedina da condurre alla fine del tabellone e la sua ricerca della verità, letteralmente, non mi ha ipnotizzato; la delusione ha cancellato la paura di non svegliarsi più, annullando il conto alla rovescia. L’isolato passo falso, comunque, non mi spingerà a mettere questa piccola casa stregata in subaffitto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Linkin Park - Castle of Glass

12 commenti:

  1. Caspita! Non credevo gli assegnassi solo 3 stelle. Non amo particolarmente Carrisi, ma Il suggeritore mi era piaciuto davvero molto... Per questo romanzo, ci penserò ☺️☺️

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non credevo neanche io. Soprattutto dato il prezzo esorbitante.

      Elimina
  2. SOno incuriosito da morire da questo nuovo romanzo di Carrisi, autore che sto imparando ad amare soprattutto nel corso degli ultimi due anni. Adesso sto portando a termine la trilogia del Tribunale delle anime - per me pazzesca, anche solo per l'ambientazione - poi deciderò se buttarmi sul Suggeritore o su questo standalone (sempre che si tratti di uno standalone). Anche perchè già ho veramente paura che L'uomo del labirinto mi abbia spoilerato clamorosamente la trilogia del Suggeritore...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vai tranquillo, nessuno spoiler sul Suggeritore! C'è solo Mila protagonista. Ti consiglio di passare all'altra serie, questo non mi ha entusiasmato purtroppo.

      Elimina
  3. E dire che mi ispirava più degli altri suoi libri! Ciao da Lea

    RispondiElimina
  4. Sul lavoro di Carrisi sono indietro forse più che con quello di King. Anche perché questi due lavorano davvero un sacco!
    Non credo ce la farò a mettermi mai in pari.

    Di questo libro mi pare sia più interessante quella Hanna Hall che il protagonista...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anche solo per il nome cinefilo, in effetti...

      Elimina
  5. la tua recensione l'aspettavo!!!
    ecco, un po' mi fa tentennare, però è pur vero che siccome di base carrisi me gusta e m'attira, anche questo lo leggerò..., sperando mi entusiasmi un po' più di come è successo a te :-D

    RispondiElimina
  6. Ne abbiamo già discusso a fine lettura e ammetto di essere una lettrice più "ingenua": alcuni particolari li avevo colti, ma l'epilogo per me rimane un dubbio irrisolto.
    Aspettiamo il prossimo per capire che piega prenderà il Donato nazionale :)
    Stefi

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Te l'ho detto. Secondo me, invece, nessuna ambiguità nell'epilogo. Ma qualche dalla di troppo. Vedremo... :)

      Elimina