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lunedì 11 gennaio 2021

Recensione: Supereroi, di Paolo Genovese


Supereroi, di Paolo Genovese. Einaudi, € 18, pp. 288 |

Si chiamano come i protagonisti di Lucio Dalla, ma ricordano più la coppia in crisi di una bellissima canzone di Brunori Sas. Anziché essere messi in musica, questi Anna e Marco si lasciano analizzare con schiettezza da un terapista d'eccezione, Paolo Genovese. Il regista di Perfetti sconosciuti già pronto a portarli in sala, dove avranno i volti di Jasmine Trinca e Alessandro Borghi – ha racchiuso il loro amore nel romanzo che mi ha tenuto compagnia sotto Natale. Molto più che una semplice commedia romantica, Supereroi si dirama nell'arco di vent'anni. Grazie a un montaggio cinematografico di sorprendente fluidità, passato e presente si alternano e si avvicendano. Si inseguono attraverso flashback e flashforward, in una struttura che ricorda un puzzle. I protagonisti, quindi, siedono a bordo di una macchina del tempo che ce li mostra ora agli albori della loro relazione, ora sul viale del tramonto.

Tu che sei così bravo con i numeri, quante possibilità ci sono che due persone che si incontrano per caso si incontrino una seconda volta?

Si sono conosciuti nei primi Duemila, in una Milano fradicia di pioggia: cercavano entrambi riparo sotto i portici. Lei artista di strada, fumettista aspirante, che si dilettava a immaginare i turisti da anziani; lui futuro docente di Fisica, abituato a ponderare perfino le precipitazioni atmosferiche. Anna è un'anima imprevedibile, Marco tiene i calzini anche durante il sesso. Anna ha paura di essere felice, Marco si getta a capofitto tanto nei progetti accademici quanto in quelli di vita. Se gli opposti si attraggono, perché la routine li ha comunque resi schiavi? Da quando una è appollaiata sul water, mentre l'altro si lava i denti, senza più misteri? Come mai lui si volta platealmente a guardare il culo a un'altra, per strada: è forse insoddisfatto? Fatto di tira e molla, di spensieratezza e gravità, il romanzo di Genovese cattura i gesti quotidiani, i momenti di complicità, le sfide grandi e piccole. Parla con realismo poco consolatorio dei compromessi a cui talora tocca scendere per non perdersi di vista. Se il vostro partner vi tradisse, preferireste una bugia o l'amara verità? Se non volesse né un matrimonio né un figlio, sacrifichereste i vostri desideri per rispettarne la volontà? Messi duramente alla prova dalla convivenza, dall'ansia dell'orologio biologico, dalla spesa all'ultimo momento da fare, Anna e Marco sono i protagonisti di un amore adulto, che cambia modalità ma non per questo scolora. Eccoli: in vacanza vanno sempre nella solita Ponza; al cinema, spesso e volentieri, siedono da soli per inconciliabilità di interessi o di orari; qualche volta consumano i pasti in solitaria...

Voglio fare un fumetto sui supereroi”, dice all'uomo. […] “Che hanno di speciale? Volano? Bruciano? Si trasformano”. “Stanno insieme”.

Trasformati in supereroi nelle strisce a fumetti di Anna – da qui il titolo –, trasmettono leggerezza pur condividendo i pesi della convivenza. Al contrario di Superman, non possono mandare indietro il tempo volando intorno al mondo in senso opposto. Come Spider-Man, qui e lì sono costretti a scegliere tra cuore e cervello, perché da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Pur non aggiungendo niente di nuovo al filone di One Day e Harry ti presento Sally – anzi, la deriva drammatica dell'ultima parte sembra un pegno da pagare al genere strappalacrime per eccellenza –, al momento giusto Supereroi saprà farà strage di cuori grazie a due personaggi profondamente simili a noi. Peccato per qualche forzatura di troppo, che potrebbe farmi preferire il film di prossima uscita al romanzo. Belli anche se più spiegazzati che agli inizi, piacevoli anche quando i toni si incupiscono, vivono l'avventura più coraggiosa che ci sia: restare insieme, nonostante tutto.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Brunor Sas – Per due che come noi

sabato 7 aprile 2018

Mr. Ciak - (Non solo) David di Donatello: La ragazza nella nebbia, The Place, Una questione privata, Puoi baciare lo sposo

Aspettavo Donato Carrisi nel fitto del bosco, al varco. Nato in origine come sceneggiatura, il best-seller che corteggiava i meccanismi dei thriller anni Novanta è diventato un film per mano del suo stesso autore, qui atteso per la prova del nove. Assiepata dai paparazzi, l'immaginaria Avechot è una fortezza in cui nessuno entra e nessuno esce. Sembra un indovinello, quasi: chi ha rapito la sedicenne Mary Lou, così come trent'anni fa ci si domandava che fine avesse fatto Laura Palmer. Il teatrale Toni Servillo, a colloquio con lo psichiatra Jean Reno e la spietata cronista Galatea Renzi – unica interprete femminile convincente, tocca ammetterlo, accanto all'irriconoscibile Scacchi –, richiama i giornalisti in paese e gli spettatori in sala. Se l'agente in questione è però un irresistibile sciacallo per cui la verità è un optional, l'indagine diventa una messa in scena: caccia alle streghe ai danni del mite e intenso Alessio Boni, capro espiatorio al posto sbagliato nel momento sbagliato. La ragazza nella nebbia, nerissimo e verisimile, racconta un voyeurismo all'estremo, le trasmissioni che investono sul dolore e le ronde notturne, gli interrogatori a destra e a manca, che diventano presto coreografia a effetto. La morte si fa spettacolo al tempo dei mass media. La suspance, in Italia, non è solo Dario Argento. Via le soggettive e le mani che stringono coltelli. Via il gore, i detective improvvisati, i finali semplici. Dato il minutaggio, si sentiva forse la necessità di qualche sforbiciata qui e lì – soprattutto per gli stilemi televisivi con cui vengono introdotte le vicende di Boni –, ma le lungaggini di sorta sono il peccato di vanità di un genitore che vuole troppo bene alla sua creatura per cambiarla. Puntando sul fascino naturale delle atmosfere, su un intrigo di punti di vista che convince più che su carta, Carrisi svecchia il genere e lo riporta in sala. Con l'accuratezza della scrittura che ho già ampiamente sperimentato in passato – i backstage preferiti alla violenza della scena del crimine, i colpi di scena ben ponderati. Con un gusto internazionale, già maturo, che si nota nella cura della messa in camera e nella varietà dei referenti (il rigore del giallo scandinavo, ma anche l'umanità di Vinterberg). Strano ma vero: c'era bisogno della nebbia, nel thriller all'italiana, per tornare a vedere la luce. (7+)

Siede al solito posto. In vetrina, al tavolo in fondo. Distinto, elegantissimo, con un misterioso taccuino davanti e una tazza di caffè sempre piena. A ben vedere, questa volta, l'uomo – forse Satana, forse un angelo custode – sembra diverso; ha lo sguardo meno sornione di un silenzioso Valerio Mastandrea. Cambiano, anche se di poco, gli scenari. L'insegna luminosa, il juke box nell'angolo che suona Fausto Leali e Sunny, l'Italia fuori. Cambiano i volti – di casa nostra, numerosi, eppure non ce n'è uno che appaia fuori posto – che si avvicendano al tavolo, sebbene restino sostanzialmente immutate le storie, i drammi, i desideri. Un Giallini in cagnesco vorrebbe riconquistare la fiducia del ribelle Muccino, suor Rohrwacher cerca Dio ma incontra il non vedente Borghi, Papaleo deve proteggere la bambina minacciata da Marchioni, la Lazzarini mette bombe come cura per l'Alzheimer e l'infelice Puccini fa scoppiare coppie in nome dell'egoismo e dell'amore. Al centro di significativi siparietti, dietro il biancone, Sabrina Ferilli: cameriera in bilico sui tacchi alti che, assieme allo spettatore, si chiede chi sia, cosa faccia, quel genio della lampada in grado di realizzare qualsiasi desiderio in cambio della tua anima. The Booth at the End, serie sperimentale che parlava di misfatti e miracoli su sfondi fissi, scopre il cinema e la tentazione del remake. Dopo i fasti di Perfetti sconosciuti – singolare colpo di genio, sospetteremmo col senno di poi un Genovese forse già a corto di idee si affida alla brillante idea di qualcun altro. Se le due stagioni con Xander Berkeley avevano atmosfere accoglienti, familiari, il restauro poco necessario di questa tavola calda ai confini della realtà la mostra più fumosa, elegante, notturna. Non manca qualche nuovo incastro, qualche nuova richiesta, qualche difetto – la meccanicità delle dissolvenze in nero, nonostante la grande precisione della regia, e l'utilizzo di una colonna sonora che vorrebbe enfatizzare invano svolte ed emozioni. Per il resto, nessuna aggiunta sul menu. Ogni azione ha pro e contro. Tutti, corruttibili nel profondo, un prezzo da pagare. Ciascuna riproposizione tanto fedele all'originale, tanto pedissequa, presentia i difetti soprattutto delle copie carbone che funzionano, magari, ma non osano affatto. Attento a ciò che desideri, si dice: potrebbe avverarsi. Attento alla ricerca di un cinema eticamente impegnato, di uno spunto degno del successo di una commedia nera fa: caro Genovese, potrebbe intrappolarti. (6,5)

Milton, Giorgio, Fulvia. Il malinconico che parla l'inglese, il bello dai pigiami di seta, la civetta che prima promette e poi si nega. Un triangolo sentimentale in erba, accennato appena, nell'afa della campagna torinese. La guerra all'improvviso, poi separarsi – non per l'amore per Fulvia, ma per quello di Patria. Rivedere la casa in cui si sono conosciuti, con i partigiani che inseguono i fascisti nella nebbia delle Langhe, accende nel protagonista i ricordi. E il dubbio. Giorgio e Fulvia si sono amati alle sue spalle? Si parte alla ricerca dell'amico d'infanzia, caduto in mano alle camicie nere. Liberarlo, o almeno tentare, in nome di una questione privata. Dopo Shakespeare e Boccaccio, i Fratelli Taviani adattano Fenoglio: un romanzo breve, irrisolto, postumo, sospeso nella bruma e nell'incompiutezza di una pagina a metà. Trasposizione snella e fedele, con microscopiche aggiunte da apprezzare e una corsa finale che manca purtroppo dello slancio vitale, il dramma bellico dei registi pisani – presentato prima a Toronto, poi a Roma – è sommesso, intimo, lattiginoso. Troppo. I dialoghi teatrali si susseguono meccanicamente, rigidamente. Mancano, nel finale soprattutto, l'ardore, il tarlo che rode, la passione. Potremmo chiederci dove sia il pathos, a questo punto, se soltanto la freddezza del tutto non fosse un tentativo di rendere sul grande schermo la scrittura cruda e secca di un narratore che non amava i fronzoli e il tanto rumore per nulla. Dramma italiano inconsueto perché senza urla né lacrime, originale cronaca di una guerra senza più sangue da mostrare, ha un Marinelli dallo sguardo naturalmente malinconico e una Bellè che ammicca svelando le mutandine sui rami dei ciliegi in fiore. Accanto ai due, già insieme nel sopravvalutato Principe Libero, un manipolo di volti da fiction – giovani, sbarbati: una generazione perduta – per una guerra mostrata per vie traverse. Se ne apprezzano, infatti, le sequenze liriche (la bambina che va a dormire come se nulla fosse fra i cadaveri dei propri cari, l'assolo del percussionista impazzito, l'esecuzione di Riccio). Più il taglio stilistico (fotografia e scenografie, bellissime, e Somewhere Over the Rainbow a fare da spettrare leitmotiv) che l'umanità. Ripulita del sangue, del fango, della pioggia battente, la crociata di Milton la si segue sì, ma senza entrarci mai per davvero. (6)

Cristiano Caccamo e Salvatore Esposito, aspiranti attori a Berlino, decidono di convolare a nozze. Il problema, annunciarlo a casa durante le vacanze di Pasqua: in un sud Italia chiuso ai migranti e al nuovo. Facilissimo, infatti, vivere alla luce del sole nel capoluogo tedesco; condividere un appartamentino con la Del Bufalo, spassosa ereditiera, e un Abbrescia in transizione. L'outing è solo l'inizio, se la mamma dal pugno di ferro di una strepitosa Monica Guerritore, facendosi beffa dell'intolleranza del marito Abatantuono, sogna un grosso grasso matrimonio gay. In un suggestivo borgo medievale, si susseguono le vicende e gli sketch della godibilissima commedia di Alessandro Genovese, sul delicato tema delle unioni civili. Semiserio, buono di cuore e innegabilmente un po' buonista, Puoi baciare lo sposo è nel suo complesso ben recitato e diretto, con tanto di scena musical in chiusura. Il difetto: una scrittura frettolosa, dalle idee non del tutto sfruttate, che piace e diverte nonostante le sbavature a un passo dal finale. Lì, in un epilogo troncato di netto, tutti i limiti e l'inspiegata fretta dei suoi novanta minuti di durata. Lontano dalla poesia di Mine Vaganti e, con un sospiro di sollievo, dalle arie da cinepanettone mancato di Io che amo solo te, il film a tinte arcobaleno è meno sciocco di quanto appaia. Non così disimpegnato negli intenti – lodevoli più in teoria che in pratica – e popolato da allegre macchiette a cui, fra il boss di Gomorra che scopre l'autoironia e un conducente di autobus en travesti, si vuol bene a prima vista. Sarà per questo – il romanticismo delle soggettive iniziali, la spensieratezza diffusa a manciate generose – che è purtroppo impossibile perdonargli l'amarezza lasciata dalla chiusa. Coi fiori d'arancio e i confetti, noi preferivamo un'altra fetta di dessert. Un'altra risata leggera leggera, prima dei titoli di coda. (5,5)

venerdì 10 novembre 2017

I ♥ Telefilm: Alias Grace | The Booth at the End

Grace ha violato il quinto comandamento. Ha ucciso. Condannata all'ergastolo, ha evitato l'impiccagione per il beneficio del dubbio. Immigrata irlandese poco più che adolescente, avrebbe massacrato i padroni di casa con la complicità di un garzone. Un giovane psichiatra, quindici anni dopo, la interroga. La verità sfugge. La protagonista taglia e cuce, inventa e soggioga, si difende con parole studiatissime, lo seduce. Con il suo viso angelico, coi suoi misteri insolvibili, diventa un'ossessione. Sarà innocente o colpevole? O l'una e l'altra cosa, se scrive Margaret Atwood, sceneggia Sarah Pauley, dirige Mary Harron e le piccole sfumature, sì, contano? Period drama in sei puntate, senza particolari guizzi ma con un cuore bugiardo fino all'ultimo, Alias Grace inquieta e confonde. Ha i suoi difetti in qualche svolta soap di troppo – il prevedibile transfert vissuto da un imbambolato Edward Holcroft, eppure intenso amante di Ben Whishaw in London Spy, o il doppio ruolo del furfante Zachary Levi – e in un epilogo accelerato, dopo qualche episodio a metà scorso invece a rilento. Ispirata a una storia vera ma con una fortissima matrice letteraria alla base, la miniserie della regista di American Psycho si muove sul filo. La coerenza, sacrificata per fedeltà assoluta a una protagonista manipolatrice: Sarah Gadon, assassina impenetrabile e incantevole. Paranormale, follia, o forse semplice menzogna? E quel finale ambiguo, che svela e non svela: sospeso o inconcludente? Gli sguardi in camera che tanto mi avrebbero fatto dannare l'anima in un'ora e trenta, i puntini di sospensione, a lungo hanno invece finito per infastidirmi. A volte, soprattutto in un tocco femminile impossibile da fraintendere, Alias Grace somiglia alla Maurier di My Cousin Rachel: una caccia alle streghe guidata dal pregiudizio dei tempi, dalla misoginia, in cui l'essere donne era il vero crimine da scontare. Altre a un Gone Girl in costume, in cui a una protagonista messa con le spalle al muro spetta l'ultima parola. Altre ancora, e lì non convince chi come me non apprezza il genere, a un feuilleton che sacrifica il dramma giudiziario, la seduzione del doppio gioco, in nome di una classica storia di orfane sfortunate e grandi soprusi. Di The Handmaid's Tale, inevitabile metro di paragone, mancano purtroppo la sorpresa, lo spessore, la doppiezza. E dalla penna della Atwood – per un soffio, mancato premio Nobel – quest'anno ci si aspettava l'impossibile en plein. (6)

Siede nell'angolo più estremo di una tavola calda. L'uomo, un affascinante cinquantenne con la giacca elegante e il taccuino sempre aperto, non abbandona il suo posto fino all'orario di chiusura. In un bar ai confini della realtà,  il protagonista fa accomodare davanti a sé interlocutori innumerevoli. Presta ascolto, prende nota. Ci sono uomini e donne, anziani e perfino qualche bambino. Ognuno brama disperatamente qualcosa. Una famiglia unita, la bellezza, l'eterna giovinezza, il denaro, l'amore, Dio. L'uomo senza nome, che ha le premure di un analista e i poteri del genio della lampada, può esaudire le loro richieste in cambio di un prezzo salatissimo. Ci si vende l'anima con il furto a mano armata, le stragi in piazza, l'infanticidio, la tortura, il concepimento di un figlio indesiderato, la corruzione da cui non sono esenti né gli agenti di polizia né le spose di Cristo. Mi ha dato il suo biglietto da visita Paolo Genovese: forse a corto di buone idee dopo il successo del magnifico Perfetti Sconosciuti, forse sinceramente interessato a farci riscoprire una piccola serie dal grande potenziale. Le due stagioni di The Booth at the End – in totale, dieci episodi di venti minuti ciascuno – spaventano con i loro spunti faustiani, degni delle ispirazioni di Black Mirror, ma si trasformano in qualcosa di impercettibilmente diverso pur non tradendo l'originalità del menù. Restano il leggero umorismo nero e i dilemmi etici. Il meglio e il peggio degli avventori rievocato a voce, se non ci si può allontanare da quello scenario fisso. A cavallo di una stagione e l'altra, invece, le costanti sono questa misteriosa cameriera che sa molto più di quanto crediamo; una ragazza riportata in vita dall'egoismo del padre in lutto; lo straordinario Xander Berkeley, forse un diavolo spregevole o forse la personificazione del nostro angelo custode, che rischia di rimanere a tal punto invischiato nei drammi mortali da non poter più rinunciare alla loro compagnia. E da scoprire bricioli di mortalità, di moralità, perfino in sé stesso. The Booth at the End ha richieste tremende e una delicatezza conciliante. L'uomo spinge i suoi clienti l'uno tra le braccia dell'altro con incastri perfetti, per combattere la solitudine e l'infelicità. A volte si incontrano, trovano il lieto fine. Altre cozzano, collidono, in tragedie agghiaccianti già predette e scritte sul suo fedele quadernino. Qualcuno, in una tavola calda qualsiasi, ha il potere di esaudire i tuoi peggiori desideri. Ti spinge al limite, ti ascolta arrabbiarti per quello che non hai. Nel mentre – proprio quando progetti ordigni esplosivi, rapimenti, cuori spezzati, remake italiani – ti ravvedi, magari, e ti accorgi del bicchiere mezzo pieno; di ciò che hai già. (7,5)

sabato 5 marzo 2016

Mr. Ciak: Perfetti sconosciuti, Suffragette, The Gift, 99 Homes, Il segreto dei suoi occhi

Cena coi fiocchi a casa di amici. Hanno un salotto ampio, cucina abitabile, un terrazzino con vista panoramica da cui osservare l'eclissi che incanta Roma. L'astro li rende tutti un po' lunatici, il vino bio assai su di giri e la noia del conoscersi bene li spinge perciò a un esperimento dagli effetti tragicomici. Tra una portata e l'altra, poggiare gli smartphone sul tavolo. E, ad alta voce, dirsi tutto quello che arriva. Quanto si è in armonia? Quanto sanno i mariti delle mogli, quanto le mogli dei mariti, e cosa nascondiamo al nostro migliore amico? La Rorhwacher e Leo, neosposini, devono far conto con la lucidità di lei – ultima arrivata – e la mancata serietà di lui. La Foglietta e Mastandrea, con un paio di mutandine sfilate di nascosto e uno scambio di cellulari per salvare una relazione di facciata, scendono all'ennesimo compromesso. Battiston, licenziato da poco e da poco fidanzato, quanto fa bene a non portare il suo ultimo amore a quella cena all'insegna della rivelazione. Giallini, chiurgo plastico, e la Smutniak, analista, irreprensibili padroni di casa, pensano all'aiuto di uno psicologo e a un ritocco al seno: preferirebbero, però, ricorrere a terzi. Perfetti sconosciuti, commedia italiana a sorpresa, perché così ben pensata e tanto di successo, darà senz'altro fiducia ai più. Per dire che il cinema italiano, come asserisco da un po', è in forma e che il pubblico generalista, a volte, individua e premia un prodotto valido ancor prima della critica. Per dire che, a me, le commedie di Genovese – viste in tivù quando capitava, mai recensite perché mi sarei limitato a usare poche parole e diminutivi da prima elementare – in realtà piacciono quasi sempre, mi rilassano, ma qui scrive e dirige meglio. Qui fa la differenza. E se il genere, dal granitico impianto teatrale, richiede situazioni credibili e ambienti circoscritti, ci pensano alcuni degli attori più impegnati e versatili di casa nostra – la Rorhwacher convince di più quand'è seria e pensierosa, ma Mastandrea e Battiston sono bravissimi. Ci si ispira al caustico Carnage e ci si inserisce in quel filone che, tra I nostri ragazzi e Il nome del figlio, lo scorso anno, mi aveva regalato finali agghiaccianti, discorsi fiume, interpretazioni maiuscole. Perfetti sconosciuti però, indispensabile presenza, è più divertente del primo – al contrario, atipico thriller – e più accattivante del secondo – libero adattamento di una pièce d'oltralpe. I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce, con altro alcol e le fedi lanciate come fossero trottole – e le riflessioni in abbondanza, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellirà tutti prima dell'arrivederci e dei dove l'ho lasciato, il cappotto? (8)

Maud, moglie e mamma, si spezza la schiena in una lavanderia industriale. La paga è una miseria e il capo ha le mani troppo lunghe. Quasi sicuramente, ha abusato di lei. Erano gli anni dieci del novecento e, di lì a poco, Londra e il mondo avrebbero vissuto i dolori di due guerre. Nei quartieri popolari, tra le baracche fatiscenti della classe operaia, il momento di marciare era arrivato in anticipo: un'altra piccola guerra e, a combatterla, le donne. Tutte in piazza per il diritto al voto. I discorsi ispiranti dell'attivista Emmeline Pankhurst e la toccante storia della coraggiosa Maud per parlare, così, di un'altra epoca e di figure femminili che, titaniche, non si lasciano mettere in un angolo. La colonna sonora è di Desplat, la sceneggiatura di Abi Morgan, il un cast è di lusso, sebbene Meryl Streep abbia poco più che un cameo e Helena Bonham Carter, credibile se lontana da Tim Burton, figuri in un ruolo secondario, al serivizio della coralità. Materiale rigoroso, storia vera, l'ombra vaga della BBC, per una pellicola di genere esatta e tradizionale. Sarah Gavron, semi-esordiente, lavora, infatti, a una ricostruzione sorprendentemente poco laccata. Protagonista dolce e combattiva, una potente Carey Mulligan: gli occhi belli e le fossette più adorabili in circolazione, in unione a un'espressività che emoziona. Personaggi struggenti, orgogliosi, fragili. Donne tormentate, maltrattate, battute, condannate al silenzio e alla sottomissione, in Suffragette, dramma d'apertura allo scorso Festival di Torino. E gli uomini, superficialmente si osserva, erano tutti tanto cattivi? Durante l'orario di lavoro, c'è il signorotto di turno che gioca a fare Dio. Il poliziotto Brendan Gleeson mantiene l'ordine con il pugno di ferro. In casa, ci sono mariti come Ben Whishaw, ottusi ma fondamentalmente buoni, che hanno idee ancora confuse. Suffragette, appassionante, ma poco memorabile, non ci risparmia neanche il sangue – la polizia placava le manifestazioni a suon di manganellate, non aveva pietà – e i trattamenti crudeli nelle galere inglesi – perquisizioni, docce fredde, percosse. A mancargli, forse, il fuoco della ribellione e, nell'esposizione, maggiore audacia; di sicuro, non una certa, connaturata forza d'animo. (6,5)

Per Simon e Robyn, sposi affiatati con il desiderio di ampliare la loro famiglia felice, è il trionfo del sogno americano: una splendida casa, un lavoro di successo per lui, nuove amiche per lei. Finché, dal passato di un marito al di sopra di ogni sospetto, non emerge un'ombra isolata. Gordo, compagno d'infanzia, che inizia a presentarsi alla loro porta con doni e attenzioni indesiderate. Ma niente sarà più come prima, se un passato vergognoso bussa alla tua porta e, nell'ultimo pacco regalo, troverai verità, e colpi di scena, impossibili da rimandare al mittente. Un Bateman ormai a proprio agio fuori dai territori della commedia e l'affascinante Rebecca Hall fanno da contraltare a quel Joel Edgerton, qui subdolo antagonista, che ho trovato completamente in parte solo in Warrior. L'attore australiano, però, fa perdonare il suo carisma latitante, scoprendosi non solo autore, ma anche regista, di questa riuscita opera prima. The Gift è il thriller rigoroso e senza sbavature, molto elegante nella resa, che proprio non ti aspettavi dai produttori di Sinister e Insidious. Il paranormale, questa volta assente all'appello, cede il posto, infatti, a un accattivante triangolo in cui, a una prima parte che non tenta di evitare i cliché degli Attrazione Fatale a fantasia, segue uno sviluppo da dramma borghese, all'insegna della scoperta dell'altro e dei segreti di un ennesimo "amore bugiardo". La vendetta, sottile e da servire fredda, tarda ad arrivare ma non fa sconti di sorta e l'epilogo, tra strizzate d'occhio a Bed Time e un palese omaggio a I soliti sospetti, sorprende ma non troppo, sovvertendo ogni cosa per i protagonisti, ma mantentendo intatto un equilibrio – stilistico e strutturale – che, intelligente fino all'ultimo, non altera la verosimiglianza dell'ispezione psicologica con gratuiti colpi di scena. (7-)

Ci sono lavori che non faresti mai. L'annunciatore di brutte notizie, l'ambasciator che porta pena, lo sciacallo. Ma qualcuno deve pur farli, no? Soprattutto all'indomani di una crisi finanziaria che ti butta a calci in mezzo alla strada. Prestiti scoperti, ipoteche sulla casa, i debiti che ti sommergono e tu poi anneghi. Dennis, ragazzo padre e onesto manovale, è l'ennesimo annegato che ha chiuso il suo passato in una scatola e, con madre e figlio, si è trasferito in un motel. A lanciargli il salvagente, l'agente immobiliare Rick Carver: la sigaretta elettronica, la pistola negli stivali, l'incarnazione del cinismo. Carver, una mattina, ha intimato a Dennis di abbandonare la casa in cui è cresciuto: ha decretato la sua rovina – e la sua ascesa. Il giovane uomo senza più futuro diventa prima factotum, poi stretto complice di quel delinquente in giacca e cravatta. L'allievo supererà il maestro? 99 Homes, un'ora e cinquanta e tanta voglia di vederlo, dalla presentazione - due estati fa - in quel di Venezia. Il dramma di Ramin Bahrani si rivela una triste storia di ordinaria follia. Una parabola ora ascendente, ora discendente di senso di colpa e porte in faccia. La terra delle opportunità, nel 2008, ne ha date fin troppe e le ha pretese indietro. C'è incubo peggiore di perdere tutto, perfino quella felicità che è il punto saliente di una costituzione che incanta e illude? Se Adam McKay, fresco di premio Oscar, guarda alla recessione con l'occhio del finanziere e il piglio da circense, Bahrani – origini indiane e un film solido, ma dal taglio televisivo e non esente da un po' di sana retorica a stelle e strisce – dirige un piccolo Wall Street aggiornato, in cui il Gekko di turno è uno Shannon al solito superbo e cattivissimo, e il suo discepolo è un contrito ed umano Andrew Garfield, addirittura più convincente dell'antagonista, che vuole emozionarci e ci riesce con un nonnulla. Non immagino, infatti, nulla di più spaventoso che perdere tutto. E ricominciare, sì, ma vendendo l'anima. 99 Homes, ben recitato ma scritto di fretta, colpisce punti nevralgici: esempio di un cinema timido e tradizionale, ma dal forte impatto emotivo, lì dove il sogno americano tuo diventa, ben presto, l'incubo di qualcun altro. All'umiliazione non c'è fine. Il dispiacere non trova tregua. E la violenza, in un mondo in cui tutto è all'asta, non ha prezzo. (7)

All'indomani dell'undici settembre, si vive nel terrore. Negli uffici di polizia, gran fermento e, sul campo, è lotta al terrorismo. Ma, quando è caccia al nemico straniero, in un commissariato in cui l'arrivo di Claire ha già turbato gli equilibri interni, ci si sposta dal timore degli ordigni a quello, più intimo e naturale, che nasce dallo stupro e dall'assassinio impunito di una figlia. Passano tredici anni. L'assassino si è volatilizzato, il caso è caduto nel dimenticatoio, la team force si è separata. Ma qualcuno non ha dimenticato. Il segreto dei suoi occhi, remake dell'omonimo film argentino, premio Oscar nel 2010, nessuno lo voleva e nessuno lo aspettava. Uscito in sordina lo scorso inverno, non aveva attirato su di se aspre critiche: l'operazione pareva discutibile, il risultato non necessario, ma un trio di ottimi attori e uno script rivisto, a tratti, assicuravano due ore non da buttare. E, grossomodo, questo è. L'originale l'ho visto sei anni fa, mi era anche piaciuto, ma lo ricordavo vagamente: qualcosa che aveva a che fare con la dittatura, un grande amore e un mistero da risolvere. Mi sono approcciato al remake senza pregiudizi e senza memoria. Ci si sposta dall'America Latina agli Stati Uniti e la dittatura cede il posto all'allarmismo post Bin Laden. L'amore, conflittuale sì, ma per nulla struggente, poco fa breccia con due personaggi così agli antipodi. Il mistero c'è, e ha più spazio del cuore e più spessore della cronaca. La Roberts, smunta e invecchiata, superba, cerca vendetta e sollievo. La Kidman, anche se troppo Lady Diana per convincere come procurato distrettuale, anche se troppo bella per essere vera – e infatti tanto vera non è -, ci suggerisce sporadicamente, ad esempio nella sequenza dell'interrogatorio, che un tempo era la migliore. Chiwetel Ejiofor, che offre la prova più costante tra i tre, è però un agente scritto seguendo qualche stilema televisivo di troppo. Qualcosa manca e, nonostante Il segreto dei suoi occhi resti una storia piena di dolore e passioni, al di là della buona prova dei tre, per nulla ci si addolora e ci appassiona il minimo indispensabile. (5,5)