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sabato 15 dicembre 2018

Mr. Ciak: Lazzaro felice, Il testimone invisibile, Searching, Lucky

Si chiama Lazzaro e come l'omonimo biblico ha vissuto una doppia vita. La prima ha inizio in una campagna senza confini e senza tempo in cui si sgobba con il sorriso sulle labbra: un'adolescenza come mezzadro nei terreni di un'avara nobildonna e, grazie all'arrivo del figlio ribelle di lei, finalmente l'epifania. La marchesa ha costretto i braccianti a un Medioevo ignorante, truffaldino e malpagato: sovrana di un impero di tabacco pronto a vacillare, la Braschi ha intossicato la manodopera con un lavoro nobilitante all'apparenza e infinite bugie. La verità, tuttavia, rende liberi davvero? Qual è l'effetto del progresso su chi l'ha conosciuto di sfuggita per generazioni e generazioni, complici le visite sporadiche di rampolli capricciosi dal ciuffo punk? L'acclamatissima Alice Rohrwacher porta con sé i plausi di Cannes, l'affezionata sorella Alba e un diffuso senso di stupore. Il taglio verista di una prima metà in linea con il cinema di Olmi si sposa con le stranezze della conclusiva: quella in cui scoprire che il tempo è relativo, e che per alcuni non passa mai, per altri vola in un lampo. Quella in cui questo Lazzaro con gli occhi belli dell'esordiente Adriano Tardiolo – ventenne acerbo e imbabolato, eppure capace di bucare lo schermo con la semplicità di un'occhiata – ci conduce in una moderna agiografia piena di allegorie e prodigi inspiegati. Proprietà di nessuno, senza mamma né padre, il protagonista si fa in quattro per il prossimo e ama sognarsi fratellastro di un figlio di papà di cui brama l'amicizia. Non cede a compromessi, non cresce, non viene scacciato. Fa ingresso nella sua seconda vita sulle proprie gambe, gioioso come una Pasqua, seguendo le indicazioni stradali dei ladri d'appartamenti e la luna nel cielo. Un Piccolo principe in cerca della sua Rosa, un San Francesco capace di ammansire le bestie selvagge e meno i capitalisti, che fa tappa in un'altra esistenza. Poiché miserabile quanto la prima, bisogna imparare a sfruttare per non essere sfruttati e non c'è traccia di verde se non ai bordi delle ferrovie. C'è sempre indigenza, ma di un tipo diverso. Abbondano i grigi, i debiti, lo squallore, e la magica sospensione dell'apologo viene minacciata dalla mancanza di galanteria, dallo strombazzare delle automobili imbottigliate, dalla fila inferocita in banca. Lo segue la musica. Lo segue un lupo, anche a costo di sfidare il traffico dell'ora di punta. Lo seguiamo noi, a tratti troppo confusi per dirsi felici, ma incantati. (7,5)

L'ambizioso imprenditore Scamarcio è riverso in una camera d'albergo. Poco più in là c'è il cadavere di una Leone femme fatale. La stanza è chiusa dall'interno, le finestre bloccate. Da dov'è entrato, da dov'è uscito l'assassino? All'alba di una testimonianza decisiva, una grandissima Maria Parato torchia l'uomo: seduti agli antipodi del tavolo, avvocato e cliente rivangano il passato. Arrivando a riesumare il ricordo di un incidente con omissione di soccorso di cui papà Bentivoglio ancora non si capacita. E un piano criminale su più livelli i cui esiti lasciano basiti per i mille incastri, lo studio machiavellico dei colpi di scena, gli intrighi delle deposizioni. Il testimone invisibile, visto in anteprima a una proiezione gratuita, è un thriller coi fiocchi: non facciamone un altro mistero. Peccato che, a proposito di inganni, abbia un risvolto negativo: le sue idee migliori vengono dal bel Contrattempo, passato purtroppo in sordina su Netflix. Copia carbone dell'originale spagnolo, il film nostrano si sposta dalla Catalogna al Trentino; ripropone l'eleganza della messa in scena e le claustrofobiche atmosfere teatrali senza improvvisare variazioni sul tema. Il remake non aggiunge niente di nuovo, no, ma continua a essere un intrattenimento a regola d'arte: possiamo fargliene forse un crimine se Mordini, dopo Pericle il nero, proprio non sfigura nel paragone? Le dinamiche del giallo alla Christie restano vincenti perché lasciate intonse. Rispondono a tono, così, il montaggio serratissimo; una regia di insospettabile classe; un quartetto di attori convincenti che non si lasciano intimidire mai dai voltafaccia o dagli stravolgimenti dei punti di vista. Una domanda resta, e su un blog che parla di romanzi suonerà senz'altro obbligata: perché scomodare autori stranieri con le librerie piene di firme rinomate – vedasi Donato Carrisi, prima scrittore e poi regista dell'altrettanto solido La ragazza della nebbia? Mi sarei lambiccato, confesso, davanti a un rimaneggiamento indecoroso. I bandoli del Testimone invisibile, nonostante la conoscenza dell'originale abbia rovinato l'effetto sorpresa, mi hanno però divertito da morire. Trucchi, beffe e segreti di un giallo perfetto su un delitto perfetto: peccato, questa volta, sia d'importazione. (7)

Che invenzione, il computer. Scatola magica che da vent'anni a questa parte custodisce le nostre vite come un infinito album fotografico. Contiene traccia delle nostre gioie e dei nostri dolori, una copia delle ricette della nonna e le e-mail urgenti, scatti e video in abbondanza. Un corto circuito, un comune guasto, e ci sentiremmo persi per sempre. Il computer è un diario intimo: a volte, il confessore dei nostri peggiori segreti. Lo pensiamo seguendone attravero uno schermo gli alti e bassi della splendida famiglia Kim – dalla spensieratezza dei primi giorni di scuola fino alla tragica morte della donna di casa, senza mai trascurare i saggi di fine anno o le vacanze in compagnia – e a proprie spese, nel momento del bisogno, lo scopre il capofamiglia di un John Cho sempre più serio, sempre più intenso. Sua figlia, quindici anni, è scomparsa. Tre chiamate perse in piena notte, l'impossibilità di rintracciarla, e infine un'amara consapevolezza. Non è in gita con gli amici – non ne aveva –, non è a lezione di pianoforte – ha smesso di nascosto sei mesi prima –, non è nella macchina ripescata dal fondo della palude – qualche macchia di sangue sul cruscotto, ma il cadavere manca. L'opinione pubblica, gli hashtag, i messaggi su Facebook parlano di Margot come di una novella Laura Palmer: che fine ha fatto? Sono tutti sospettati, compreso quel papà apprensivo – evidentemente non abbastanza – con cui l'adolescente evitava qualsiasi dialogo, preferendo raccontarsi perfino agli sconosciuti di YouCam. Aggiungete al quadro un'ottima Debra Messing, inedita sbirra con a cuore il destino della scomparsa, e potreste avere la trama del classico giallo investigativo. La realizzazione di Searching invece spiazza: esperimento non meno efficace dei recenti The Guilty e American Vandal, a opera di un esordiente di ventisei anni appena. È da un computer che assistiamo all'intero diramarsi della vicenda: leggiamo i messaggi privati, origliamo le conversazioni telefoniche, frughiamo nei ricordi in cerca di indizi. Zoomiamo. E in questo intelligente elogio all'arte del multitasking – i pericoli della rete, eppure, son sempre dietro l'angolo – si trovano le risposte a tutti i misteri, i colpi di scena spiazzanti e un cuore assolutamente commovente. Toccante e calibratissimo, perfetta unione di mezzi tecnici e scrittura d'impatto, Searching è la struggente ricerca di un uomo solo: una tipica riflessione sul rapporto genitori-figli, sul paradosso tutto contemporaneo dell'asocialità al tempo dei social, che sceglie il più atipico dei mezzi per illuminarci. Dopo Crazy Rich Asians, è l'anno degli attori coerani che conquistano i cinema e il botteghino americano. È l'anno dei gialli bellissimi perché inaspettati, come una richiesta d'amicizia inoltrata dalla suspance in persona. (7,5)

Esercizi tutte le mattine, lunghe passeggiate, un irrinunciabile pacchetto di sigarette nel taschino. Le gambe snelle, il cuore giovane, due polmoni perfetti. Finché Lucky, arzillo ma solo al mondo, un giorno sviene: così, dal nulla. Ha novant'anni suonati e prima di quel malessere viveva la sua modesta routine nell'inconsapevolezza: non si era mai reso conto di essere vecchio. Come reinventarsi nell'immobilismo stagnante di certe province? Come essere una persona migliore, se a lungo ha evitato aiuti esterni, compagnia e palliativi? Sorprendersi delle piccole cose è sempre un'ottima idea: i quiz a premi alla tivù, un posto a sedere alternativo nel solito bar, la testuggine in fuga dell'amico David Lynch, qualche rissa da non disdegnare poiché reduce di guerra. Non pensarci, alla morte, significa forse evitare che accada? È stata lei alla fine a cogliere in contropiede lo straordinario Harry Dean Stanton: il caratterista nell'ombra, qui al suo primo e ultimo film da protagonista, sarebbe scomparso poco dopo aver prestato acciacchi e speranze a un personaggio dal nome augurale. Retore astutissimo, caratterizzato da un senso di giustizia e un decoro d'altre epoche, l'anziano ascolta Johnny Cash, s'imbuca ai compleanni dei bambini e canta con i mariachi commuovendoci un po', parla di nichilismo e antichi conflitti armati. Lascia la porta aperta alle tartarughe, che magari poi tornano a casa, e alla bellezza dell'imprevisto: un cactus centenario e mal tenuto – peggio di lui, insomma – sulla cui cima non smettono di fiorire i boccioli. Piccolo e saggio, con atmosfere vicine ai romanzi di Kent Haruf, l'esordio alla regia di John Carroll Lynch è una lezione di vita già sentita, ma con l'urgenza agrodolce del commiato. Senza mai calcare la mano – anzi, il passo – cammina su questa terra, in questa esistenza, e a ben vedere qualche impronta la lascia. Grazie agli andirivieni di una routine reiterata. Grazie a una sceneggiatura onesta, che non cerca stratagemmi per farsi ricordare, eppure ci farà ricordare di Stanton. Per sentirci fortunati di averlo conosciuto: anche se poco, anche se in ritardo. (7)