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mercoledì 29 aprile 2020

Recensione: Trilogia di New York, di Paul Auster

| Trilogia di New York, di Paul Auster. Einaudi, € , pp. 314 |

Prima o poi dovevo conoscerle di persona. Le storie del prolifico Paul Auster, l’ebbrezza del viaggio in solitaria. In periodo di fermo, per di più, come rinunciare all’opportunità di un volo diretto a New York? Per l’occasione mi avrebbe fatto da guida lo scrittore americano secondo soltanto a Woody Allen nel raccontare le leggende della Grande Mela. Ma a tradimento sono stato lasciato a me stesso in una città straniera, chiamato a districarmi tra indizi fumosi e parole sibilline: lo ammetto, mai avuto grande senso dell’orientamento. Soprattutto per venire a capo di romanzi come questi: ambiziosi e ostici, dalle curiose atmosfere lynchiane, dove tutti parlano per enigmi e sembrano avere fini imperscrutabili. Nonostante ne riconosca il genio, semplicemente, il postmodernismo non fa per me. 
Trilogia di New York mi è parso un gioco di specchi funambolico e sottile, ma piuttosto fine a sé stesso. E Paul Auster un narratore magistrale, dalle capacità retoriche incontrovertibili, seppure alle prese con del materiale oscuro e fumoso. Come reagite voi davanti a storie del genere? Rispondete al richiamo dell’irrisolto con la fascinazione o con l’irritazione? Alla fine di una lettura ben più faticosa di ciò che le sue sole trecento pagine suggerivano, me lo sono chiesto e richiesto contorcendomi senza pace tra le lenzuola. Se parlano di New York come della città che non dorme, in fondo, un motivo c’è. Vittime come me dell’insonnia – e dell’ossessione, dell’ambizione e della gelosia – anche i protagonisti di questi tre racconti non riescono a chiudere occhio. Inappaganti se letti separatamente, ma connessi in maniera meno coerente del previsto, in comune hanno il tema della ricerca e qualche dettaglio: oggetti e nomi, che di volta in volta assumono però nuovi ruoli e significati.

Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, lo scrittore non ha una vita propria. Anche quando lo hai di fronte non c’è veramente.
Nel primo racconto, bellissimo, uno scrittore di gialli riceve una telefonata: scambiato per un investigatore privato, fa luce per sfida sulle vicende della famiglia Stillman. Lo aspetta il delirio – a cavallo tra linguistica, teologia e narratologia – di un professore in cerca dell’idioma di Dio. Si rievocano il mito della torre di Babele e la gestazione del Don Quisciotte, e Paul Auster compare genialmente anche come attante.
Nel secondo, noir ambientato negli anni Quaranta, un detective è incaricato di spiare un tale dalla finestra del terzo piano. L’uomo sotto sospetto, però, non fa altro che scrivere o leggere il classico di Thoureau. Il lavoro dell’osservatore è ossessivo e solitario; gli lascia troppo tempo per stare in compagnia del peggiore degli avversari: sé stesso. Se tutti i personaggi hanno nomi di colori – Blue, White, Black, Brown –, è alto il rischio che le identità si mescolino in una tavolozza tanto confusa quanto imprevedibile.
Nel terzo, infine, un critico dalle aspirazioni frustrate è chiamato a giudicare la produzione manoscritta del migliore amico scomparso. Nel garantirgli la fama postuma, il protagonista si addentrerà a tal punto nella vita dell’altro da rubargli la moglie, il figlio, la madre. Peccato che l’intreccio si concentri soprattutto sul lavoro filologico e redazionale del critico, finendo per ricordarmi le noie della mia tesi di laurea. 

New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore.
Trilogia di New York parla di taxi gialli lanciati all’inseguimento; travestimenti ed equivoci da vaudeville; saltimbanchi, accattoni e musicisti. Con il sole e con la neve, con la luce e col buio. All’ombra transitoria di un simbolo che ormai non c’è più: le Torri Gemelle. 
È un libro sui libri. È un libro sul desiderio comune di scomparire, scivolando dietro il drappo della finzione. È tante altre cose che non ho colto fino in fondo. So dirvi cosa non è però: non un cosiddetto page turner, né una lettura d’evasione. Mi ha trovato smarrito e impreparato, e forse lo sarei stato sempre: con le vicende sospese, infatti, ho un problema. Preferisco quelle organiche e coerenti, senza vuoti da riempire. Tutte le altre mi affascinano moltissimo all’inizio, e dopo un po’ mi stancano. Qui sono andato in visibilio per Città di vetro, ho faticato con Fantasmi, sono arrivato già insofferente alla Stanza chiusa.
Nonostante tutto, resta il desiderio di riprovarci con Auster: un talento simile va scandagliato meglio alla prossima occasione. E la folle tentazione di andare a New York, quando tutto sarà finito, per cercare di  risolvere in prima persona un giallo che qui non trova risoluzione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Frank Sinatra – Strangers In the Night

martedì 17 marzo 2020

Recensione: I baffi, di Emmanuel Carrère

 
| I baffi, di Emmanuel Carrère. Adelphi, € 17, pp. 149 |

Un’osservazione su una certa pendenza del naso mai notata in precedenza. Un occhio storto da riallineare chirurgicamente per guardare il mondo alla maniera di tutti gli altri. I personaggi dei capolavori di Luigi Pirandello, maestri di arrovellamenti interiori e riflessioni profonde, scorgevano per la prima volta allo specchio magagne e difetti. E riflettevano sulla percezione di sé, sulla spersonalizzazione dell’uomo moderno, su fughe dalla realtà ora fisiche e ora metaforiche.
Iniziano sempre allo specchio, in bagno, le disavventure del protagonista senza nome del mio primo Carrère: un architetto in crisi – che tanto, tutto deve agli anti-eroi dello scrittore siciliano – alle prese con un cambiamento importante. Il taglio dei baffi. Come reagiranno la fidanzata, gli amici? Gli donerà il pallore sul labbro superiore? A sorpresa, a taglio avvenuto, nessuno sembra però accorgersi del nuovo look. Anzi, instillano nel protagonista un dubbio divorante: i baffi li ha mai portati? Da uno spunto curiosissimo prende avvio questo strano thriller dell’anima. Una lettura grottesca, sfuggente, che all’inizio affascina e poi lascia interdetti, man mano che i risvolti si fanno inquietanti. Il protagonista diventa sospettoso, aggressivo, delirante: al centro di una fantomatica cospirazione, punta il dito contro la compagna – una donna intrigante e spiritosa, amante degli scherzi di dubbio gusto – e i colleghi. È tutta una macchinazione di Agnés? È pazza? O forse il pazzo è lui, che fruga nell’immondizia, interroga i passanti, non ricorda né le vacanze né la foto sulla carta di identità? Con i comprimari che negano strenuamente la presenza dei vecchi baffi, dunque il suo passato, l’uomo – con cinquanta franchi in tasca e il passaporto arrabattato all’ultimo – punta a vivere una seconda vita come un epigono dell’indimenticabile Mattia Pascal.

Non era pazzo. Solo che nell’ordine del mondo si era verificato un guasto, insieme abominevole e discreto, che era sfuggito all’attenzione di tutti tranne che alla sua, e questo lo metteva nella posizione dell’unico testimone di un crimine, che in quanto tale va abbattuto.
Forse allegoria di una mente che si smarrisce, forse riflessione amareggiata su una convivenza amorosa che annulla l’individuo a favore della coppia, questo romanzo è un lungo forse. Ammetto di non averlo capito fino in fondo. In coscienza, ho chiesto aiuto anche alla trasposizione cinematografica diretta dallo stesso autore e arrivata in Italia con il titolo L’amore sospetto nel 2005: fedelissimo e altrettanto manierato, altrettanto algido, il film brilla per il fascino spiegazzato dell’attore Vincent Lindon e per la vorticosa colonna sonora di Philip Glass, ma si perde comunque nelle svolte rocambolesche della seconda metà. Tanto sullo schermo quanto sulle pagine, infatti, si ha la stessa sensazione: lo spunto si sarebbe prestato meglio a un racconto breve, a un cortometraggio. 
Per le donne sarà accaduto con un taglio di capelli troppo scalato. Per gli uomini con uno sgarbo del barbiere, magari un giovincello con la mano pesante. Un taglio netto, uno sfregio che scontenta e stravolge così il volto e l’autostima. Personalmente sono in guerra con i rasoi elettrici che si inceppano, fanno le bizze, strappano più del dovuto. Un po’ di peluria in viso, inutile negarlo, fa tantissimo. È un trucco per nascondere il mio naso grande, le mie labbra sottili, i miei zigomi sporgenti; un vezzo diffuso per illudersi di essere più affascinanti o semplicemente più adulti. Calcare la mano durante la rasatura non sarà più lo stesso, dopo Carrère: un incubo senz’altro interessante, ma vittima a malincuore della propria vanità. Non aspettavi spiegazioni o risoluzioni consolatorie. Né il romanzo né il film, molto lenti, costituiscono il classico intrattenimento sul filo del rasoio. Tocca soltanto abbandonarsi a questa escalation di violenza, lasciarsi stringere e soffocare dalle spire di una piccola vicenda delirante. Personalmente, in un momento storicamente sbagliato, ho opposto resistenza. Come all’idea di rivedermi allo specchio senza barba né baffi, dopo il trauma insuperato di qualche rasatura fa.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Edith Piaf – Milord

giovedì 19 dicembre 2019

Recensione: La casa delle voci, di Donato Carrisi

| La casa delle voci, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 400 |

Al pari di quelli di Stephen King, anno dopo anno, i romanzi di Donato Carrisi sono diventati un appuntamento ricorrente. Apprezzato qualche mese fa anche in sala, nonostante una trasposizione all’apparenza impossibile da realizzare, lo scrittore e regista pugliese dalla carriera inarrestabile deve aver fatto un tour de force per regalarci un altro mistero sotto Natale. Ma sempre al pari del prolifico collega del Maine, quest’anno giunto in libreria con il dimenticabile L’istituto, anche il genio dietro i mille intrighi del Suggeritore purtroppo mi ha parzialmente deluso. Che mi abbia abituato, infatti, troppo bene?
In pausa dalle saghe lasciate in sospeso, Donato si trasferisce a Firenze. E senza fare il passo più lungo della gamba si concede un thriller psicologico dei più classici – penso ai mondi di Dorn, Fitzek, Kepler –, genere finora da lui mai approcciato. Meno cruento e meno macchinoso del solito, benché su carta non meno complesso, La casa delle voci è un enigma senza morti ammazzati. Ne ho apprezzato a primo impatto l’eleganza, e nella folla fiorentina ho subito scorto il cappotto Burberry del protagonista; l’ho seguito fino al suo studio in un palazzo del centro. Pietro Gerber –  trent’anni, da poco papà, un vago passato da dongiovanni – è uno psicologo infantile esperto in ipnosi. È un lavoro delicatissimo, il suo, e lo studio ne riflette le particolarità. Sprovvisto di sedia e scrivania, ha una comoda poltroncina, giocattoli di ogni tipo, una vista irrinunciabile: ha voluto che somigliasse a un grembo materno, a un nido. Pietro è un ottimo ascoltatore. Dei bambini conosce i meccanismi di difesa, le fantasticherie più maliziose. Chi ha detto che dicono sempre la verità, che sono anime innocenti? A volte hanno una natura vendicativa. A volte mentono.

Per un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra, oppure il più pericoloso: ogni psicologo infantile lo sa bene. Solo che un bambino non sa distinguere la differenza.
Una chiamata dall’Australia, però, è la spinta decisiva per accettare un incarico atipico; un’eccezione alla regola. Hanna Hall, fumatrice di nero vestita senza nessun senso dell’ironia, ha un nome in assonanza con un personaggio indimenticabile di Woody Allen e i sabati mattina tutti per sé: adulta, racconta al protagonista di un’infanzia da survival americano – cito qualche titolo: Captain Fantastic, Il castello di vetro, Light of My Life – al seguito di una coppia di genitori vagabondi. Quella vita allo sbando, piena di regole, sembrava soltanto un gioco. Ma chi erano gli estranei da cui stare alla larga? Perché quella bara minuscola da seppellire dal nuovo a ogni trasferimento? Cosa successe la notte dell’incendio?
Che si tratti di schizofrenia o di doti paranormali, le intuizioni inspiegabili della paziente inquietano lo psicologo. Che porta, così, la stessa suggestione anche dentro casa. Al decimo romanzo, Donato Carrisi riconferma la sua grammatica riconoscibilissima: non mancano gli albi illustrati e le cantilene, gli archivi polverosi e i manicomi, i mostri sotto il letto e altri elementi di un lessico che attinge puntualmente alle fiabe dei Grimm; riecco all’appello le allegorie infantili, gli interessanti approfondimenti psicologici – plagio, rimozione, suggestione –, le riflessioni sulla fallibilità della custodia degli adulti. Ma questa volta, però, sembra rinunciare alla struttura concatenata dei serial americani e svecchiare uno spunto piuttosto sdoganato: come in un noir d’altri tempi, il transfert tra i personaggi ribalta infatti le carte in tavola; l’interrogatorio si fa dialogo. Chi studia chi?

Se vuoi vivere, devi imparare a morire.

Per la prima volta ammetto di aver intuito il finale in anticipo: da metà in poi, mi sono limitato a veder succedere quello che avevo supposto. Basta un colpo di scena in più, uno in meno, a compromettere la piacevolezza di una lettura?  Vi risponderei di no, ma questo è il maggiore difetto della Casa delle voci. Un romanzo che non vive né di stile né di personaggi, ma della sorpresa dell’intreccio. Tolta quella, mi sono chiesto, cosa resta? Ad alimentare i dubbi sono state le considerazioni su una scrittura essenziale, incalzante ma frettolosa: benché ne guadagni in sveltezza, con un ritmo più veloce che mai, i moventi risultano poco definiti e i personaggi abbozzati con pennellate rapide. Lo sceneggiatore ha avuto la meglio sul narratore; l’architetto di trame sull’autore. Con un protagonista meglio indagato, più tormentato – magari con l’adozione della prima persona, variazione sul tema che personalmente avrei apprezzato –,  il mancato stupore dell’epilogo non mi avrebbe infastidito affatto.  Ma Pietro Gerber mi è parso qui una semplice pedina da condurre alla fine del tabellone e la sua ricerca della verità, letteralmente, non mi ha ipnotizzato; la delusione ha cancellato la paura di non svegliarsi più, annullando il conto alla rovescia. L’isolato passo falso, comunque, non mi spingerà a mettere questa piccola casa stregata in subaffitto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Linkin Park - Castle of Glass

lunedì 4 novembre 2019

Recensione: La camera azzurra, di Georges Simenon

| La camera azzurra, di Georges Simenon. Adelphi, € 11, pp. 153 |

Si incontrano ogni giovedì. Il segnale per dirsi disponibili è un asciugamano lasciato volutamente a sventolare sul davanzale. Il luogo che ospita i loro appuntamenti sensuali e truffaldini, la camera numero tre dell’Hotel des Voyageurs. Sullo sfondo, intanto, sonnecchia pigra ma tutt’altro che indifferente la città costiera di Saint-Justin, distante anni luce dallo sfarzo metropolitano di Parigi. Gli amanti clandestini si chiamano Tony e Andrée.
Lui, sciupafemmine di origini italiane non nuovo all’adulterio, ha a casa una bambina curiosa e una moglie dimessa di nome Gisèle. Lei, moglie insoddisfatta del cagionevole garzone Nicolas, è una ex compagna di scuola da sempre infatuata dell’uomo: galeotto un guasto all’automobile, scoppia una passione bruciante all’inseguimento del tempo perduto. Gli amplessi sono famelici, orgasmi senza precauzioni – e strascichi?
I loro incontri, otto in totale, sono spalmati in undici mesi d’amore. Ma se l’inebriato Tony si dà a promesse da poco, dettate soprattutto dall’eccitamento momentaneo, Andrée al contrario ci spera: parla di un futuro insieme. Se uno dei due fosse ufficialmente libero, domanda all’amante, cosa farebbe l’altra persona? Lo seguirebbe, lo asseconderebbe: vorrebbe amarlo alla luce del sole? Le pressioni di lei alimentano le paranoie ossessive di lui; le lettere sentimentali, mandate in forma anonima, vengono scambiate per minacce davanti all'arrivo di un mistero. Se in un romanzo breve di Georges Simenon, anima del commissario Maigret, le angosciose preoccupazioni del protagonista appariranno infatti assolutamente legittime.

Non era una cosa reale. Non c’era niente di reale nella camera azzurra. O piuttosto si trattava di una realtà diversa, impossibile da comprendere altrove.

A volte spettatore passivo, altre manipolatore inafferrabile, Tony è sottoposto a interrogatori ininterrotti inframmezzati dai flashback della tresca. Inequivocabilmente, c’è un cadavere di cui domandare spiegazioni. Ma difficile dire chi sia il morto, se non a un passo dalla fine, o anticipare  le contraddizioni dei protagonisti sotto indagine. Una cosa è certa: l’adulterio non è la sola macchia sulla coscienza dell’italiano. Benché raccontato in terza persona, La camera azzurra sembra avere la voce stessa del coro degli accusatori. Al contrario di quella compagna ignara per quieto vivere, in provincia tutti sapevano delle lenzuola sgualcite dopo le visite all’hotel.
La struttura è originalissima, i gesti dei personaggi restano ambigui anche nella chiusa a effetto, frasi e immagini tormentano il lettore come un sinistro refrain. La carica erotica che sprigionano le pagine – i dialoghi scabrosi, gli umori corporei messi al vaglio – appare insolita per gli anni Sessanta. Il mio primo Simenon, acquistato sovrappensiero all’edicola della stazione, si è lasciato divorare in un pomeriggio. E affascina ancora per la modernità dell’orchestrazione, per le malie di una femme fatale nell’ombra e per lo spaccato veritiero di una routine matrimoniale che ha bisogno di una scintilla estranea per sopravvivere oppure bruciare. Dal mistero, però, mi aspettavo qualche lato oscuro più accentuato; spire avvolgenti in cui perdermi fino all’asfissia.

Era vero. In quel momento tutto era vero, perché viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire.

Il parziale apprezzamento del classico del noir deve fare i conti con la mia famigerata incapacità di astrarre. Se razionalmente so che la penna di Georges Simenon è giunta ben prima di The Affair, Attrazione Fatale e L’amore infedele a scandagliare le pieghe pericolose delle relazioni extraconiugali, passando alla pratica è stato invece difficile godersi appieno la storia avendo già fatto la conoscenza di film e romanzi che ne hanno saccheggiato le idee, le intenzioni, gli spunti. Il rischio: far perdere alla lettura parte della sua carica eversiva, con una vicenda rivista spessissimo in tempi recenti attraverso ammodernamenti, semplificazioni, riscritture non dichiarate.
Resta uno spirito che fa tutt’oggi la differenza. Il desiderio di non farne una semplice indagine, mettendo al centro – del tavolo autoptico, del letto – non l’intreccio arzigogolato bensì i personaggi nudi e crudi. Uomini e donne sfaccettati, pieni di secondi fini e doppiezze, che preoccupano e divertono da morire. Mi ha ingannato la fama dell’autore. Se il giallo mi è parso meno abbagliante del previsto, ho preferito allora lasciarmi ipnotizzare dall’azzurro di una camera da letto in cui si è fedeli soltanto agli istinti animali e alla stricnina.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli - Il cielo in una stanza

mercoledì 17 luglio 2019

Recensione: Le siamesi, di Alessandro Berselli

Le siamesi, di Alessandro Berselli. Elliot, € 14,50, pp. 126 |

Che cosa misteriosa sono i gusti personali. Che cosa misteriosa, ancora, sono i gusti che cambiano all'improvviso. Quelle storie che anni fa avresti amato – quando, ragazzino, ti nutrivi di scritture al vetriolo e incubi nichilisti – ma che oggi sopporti a malapena. 
Si cambia come persone, dentro e fuori. Si cambia come lettori. Promessa doverosa per spiegare il mio disamore verso il romanzo di Alessandro Berselli: finito in fretta nello scatolone dei Remainders ma rispolverato da molti grazie ai consigli della fidatissima Silvia. Rivelare la seguente verità, amarissima, dispiacerà a me e forse anche un po' a lei. 
Benché si sia fatto divorare, Le siamesi mi è parso una lettura difficoltosa dall'inizio alla fine. Questione di stili che a pelle non piacciono. Di un'antipatia epidermica verso i personaggi e il loro mondo, che ha reso la lettura provante per i motivi sbagliati. Cercavo proprio un romanzo breve e destabilizzante. Un riempitivo con qualcosa in più: un graffio feroce. Ho trovato effettivamente una piccola storia crudele, di amicizie al femminile e vendette trasversali, ma dalla quale sono uscito, in definitiva, senza mai entrare.

La morte non è sempre la cosa peggiore che ci può capitare.

Siamo nella Milano della peggio gioventù. Universitari ricchi e annoiati, affetti da un immotivato mal di vivere, combattono la noia esistenziale con conversazioni radical chic – arte, architettura, massimi sistemi – e s'incontrano ora durante i vernissage delle matrigne approfittartici, ora in discoteca. Parlano un inglese misto a italiano, ossia il frutto inevitabile della globalizzazione, e sfuggono alla routine ficcanasando nell'occulto; sfidando ad armi impari la morte. A capo di questa dissoluta corte dei miracoli c'è lei, Ludovica: vent'anni, la risposta sarcastica sempre sulla punta della lingua, figlia maggiore di un avvocato distratto e di una mamma morta suicida. È alta un metro e settanta, pesa quaranta chili scarsi, ingolla soltanto alcol per una dieta che rifugge i carboidrati. L'incontro con Emanuele e Laura – il primo regista di snuff movie, l'altra migliore amica allontanatasi dopo una bravata di troppo – le spalanca le porte di una casa stregata appartenuta a un architetto col pallino dell'occulto, all'insegna di un sabato sera da ricordare. Maestra dei giochi pericolosi, la ragazza è chiamata ad alzare l'asticella. Anche i ricchi piangono, e muoiono. Accetterà la sfida?

Non mi piace questa gente. Confondono l'edonismo con le gerarchie, come se tra Epicuro e Hitler non ci fosse nessuna differenza.
Vivere senza obiettivi. Non problematizzare le questioni. Prendere le cose che si hanno voglia di prendere quando ti capitano. Essere indulgenti con se stessi. Anteporre il piacere al dovere. Non legarsi a nessuno. Interpretare ogni giorno come se fosse l'ultimo. Essere parassiti nei confronti della vita.
Questa va bene, è la filosofia di vita che mi appartiene.

Da cacciatrice a preda, nel torbido thriller di Berselli, il passo è breve. Tutto punti fermi e periodi ellittici, tutto grandi marchi in sfilza e dettagli di gelido interior design, lo stile potrà ricordare a qualcuno gli esordi di Chuck Palahniuk, Bret Eston Ellis o della nostra Isabella Santacroce; il residuo di una letteratura cannibale tipicamente anni Novanta, insomma, che da sinonimo di dinamicità futurista si è trasformato, oggi, nel suo opposto. Risultando, purtroppo, compassato. Sarà che il compito di una scrittura camaleontica è quello di rispecchiare alla lettera il modus operandi dei suoi protagonisti? Per raccontarceli, così, Berselli si sacrifica per forza di cose alla loro logica alienata; al loro gusto kitsch. Non poteva fare altrimenti, ma non mi è piaciuto. Ho realizzato infatti che gli rimprovero difetti soggettivi e che, semplicemente, almeno a questo giro, la sua penna non fa per me. 
Al centro di un macabro ed esilarante quiz a premi degli orrori, Ludovica diventa il cuore nero di una storia di rivalsa più o meno godibile, basata su prove di dantesca memoria e una chiusa alla Saw – L'enigmista. Parlerà fino all'ultimo come un libro stampato, rintracciando pretenziose implicazioni filosofiche nei meccanismi della sua roulette russa; si darà a notazioni da arredatrice d'interni, con tanto di brand snocciolati a campanello, anche nella cattiva sorte. La conoscenza delle Siamesi potrebbe ispirare di pari passo nel lettore una sintesi di magnetismo e repulsione. Il sottoscritto, per una volta, va controcorrente. Il romanzo ha lo stesso spessore di un aperitivo sui Navigli: un mordi e fuggi istantaneo, che ricorda la sorte delle olive nei drink di Ludovica. Quelle che la ragazza mordicchia e lascia da parte, senza mangiarle, interessata com'è solo all'ebbrezza della sbronza.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Poker Face 

giovedì 7 febbraio 2019

Blog Tour "Bianco Letale", di Robert Galbraith: ricapitolando i casi di Cormoran Strike


Amici, è ufficiale. Cormoran e Robin sono finalmente tornati. È passato ormai un po' da quando, durante il primo anno all'università, avevo divorato nella mia stanzetta da matricola la loro indagine introduttiva, scoprendo una Rowling divertita e perfettamente credibile nelle vesti di novella Agatha Christie: serviva forse uno pseudonimo maschile a farcene dimenticare la connaturata classe? Se tra me e la serie televisiva prodotta dalla BBC purtroppo non è scattata la scintilla e gli altri esperimenti della mamma di Harry Potter non piacciano affatto – Animali fantastici, dico a te, che con il tuo secondo capitolo ci hai regalato uno dei peggiori film dello scorso anno –, comunque resta una certezza: questa volta si intitola Bianco letale, sfiora le ottocento pagine per rendere meno doloroso l'inevitabile arrivederci e ha il pregio di fugare la nostra curiosità, si spera, attraverso un altro caso al cardiopalma. Facendo il conto alla rovescia per gustarmelo – in questo periodo preme la scrittura della tesi, e a malincuore risulta sconsigliato dedicarsi a letture tanto corpose lavorando a pieno regime: il romanzo, però, è già pronto sul mio comodino e vi ricordo il Review Party l'11–, nella mia tappa del blog tour a tema ricapitolo insieme a voi i casi precedenti. Pronti, via!

Titolo: Bianco Letale
Editore: Robert Galbraith
Numero di pagine: Salani
Prezzo: € 24,00
Numero di pagine: 784
Data di pubblicazione: 4 febbraio 2019
Sinossi: Quando il giovane Billy, in preda a una grande agitazione, irrompe nella sua agenzia investigativa per denunciare un crimine a cui crede di aver assistito da piccolo, Cormoran Strike rimane profondamente turbato. Anche se Billy ha problemi mentali e fatica a ricordare i particolari concreti, in lui e nel suo racconto c’è qualcosa di sincero. Ma prima che Strike possa interrogarlo più a fondo, Billy si spaventa e fugge via. Cercando di scoprire la verità sulla storia di Billy, Strike e Robin Ellacott – una volta sua assistente, ora sua socia – seguono una pista tortuosa, che si dipana dai sobborghi di Londra alle stanze più recondite e segrete del Parlamento, fino a una suggestiva ma inquietante tenuta di campagna. E se l’indagine si fa sempre più labirintica, la vita di Strike è tutt’altro che semplice: la sua rinnovata fama di investigatore privato gli impedisce di agire nell’ombra come un tempo e il suo rapporto con Robin è più teso che mai. Lei è senza dubbio indispensabile nel lavoro dell’agenzia, ma la loro relazione personale è piena di sottintesi e non detti…

Il richiamo del cuculo: l'angelo che non volava.
Ha avuto inizio tutto da qui. Cormoran cercava una segretaria che ne sopportasse gli odori, il disordine, i modi burberi; Robin si spingeva in un vicolo di Londra in cerca di un incarico che la distraesse da una relazione perfetta solo all'apparenza. Per la loro fortunatissima collaborazione, e per il nostro istantaneo colpo di fulmine, galeotto era stato un cadavere: quello della top model Lula Landry, detta “Cuckoo”, precipitata dal terzo piano del suo invidiabile appartamento con vista. Suicidio oppure omicidio? Se sei giovane, bella e hai il mondo dell'alta moda che ti rema contro, meglio accantonare l'idea della depressione e mettersi alla ricerca del colpevole. Sarà insospettabile.

Il baco da seta: l'editoria uccide.
Dalle passerelle alle case editrici, meno sfavillanti ma altrettanto letali, il passo è breve. Tanto era classico e teatrale l'intrigo del romanzo introduttivo, tanto scandalizza per violenza e causticità questo secondo tassello. La Rowling si sporca le mani, e a macchiarle è sangue copioso. Questa volta la vittima è Owen Quine, scrittore controverso in attesa di pubblicare Bombyx Mori: titolo quanto mai programmatico se l'ultimo manoscritto era una bomba a orologeria pronta a denunciare il peggio dell'editoria britannica. L'uomo è stato eviscerato, cosparso di acido, condannato alla medesima fine del protagonista del suo inedito. Tutti lo odiavano, tutti lo temevano. Investigare sarà meno facile, soprattutto se salterà fuori senza avvisare una ex di Cormoran a scombinare le carte in tavola: proprio quando tra lui e Robin, non più semplice segretaria bensì suo braccio destro, iniziava a esserci finalmente del tenero.

La via del male: le bugie hanno le gambe... mozze.
Robin, eterna fidanzata di Matthew, è pronta a fare il grande passo. Seduta nel solito ufficio, attende forse un mazzo di rose, forse le macchine fotografiche usa e getta da distribuire agli invitati al matrimonio. Il corriere, figura chiave nel cuore dei blogger di ogni dove, malauguratamente la sorprende con una consegna ben diversa: una gamba mozzata. Il mandante, vecchia conoscenza di Cormoran, mira a far crollare il detective privato. Se la stampa parla già del ritorno di Jack Lo Squartatore, la serie con la firma del fittizio Galbraith va facendosi sempre più pulp e irresistibile: la rosa dei loschi sospettati, a questo giro, somiglia alla formazione dei cattivissimi membri della Suicide Squad.

Calendario
3 Febbraio - Aspettando Cormoran - (Desperate Bookswife - Baba) 
4 Febbraio - Dove eravamo rimasti? (L'ennesimo Book Blog
5 Febbraio - Chi sono Cormoran e Robin? (La Tana di una Booklover)
6 Febbraio - Serie Noir. Perché leggere Roberth Galbraith (Un libro per amico
7 Febbraio - Ricapitolando i casi Di Cormoran Strike (Diario di una dipendenza)
8 Febbraio - E la Serie? Dal libro agli schermi della BBC (La tana di una booklover)
9 Febbraio - Londra e l'ambientazione per un giallo (Desperate Bookswife - Nadia)

mercoledì 9 gennaio 2019

Recensione: La segretaria, di Renée Knight

| La segretaria, di Renée Knight. Piemme, € 19,50, pp. 305 |

Leggi segretaria in cima a una copertina conturbante e il primo pensiero non è per la signora di mezza età che nella sala d'attesa del dentista ti fa firmare liberatorie o ti rivolge dal bancone sorrisi di convenienza. Uomo o donna che tu sia, infatti, non importa: penserai comunque a uno sguardo sornione incorniciato da un paio di occhiali non graduati, a una gonna al ginocchio con sotto calze velate e tacchi alti. Colpa del cinema noir, della commedia sexy degli anni Sessanta, che hanno fatto del ruolo di queste figure professionali – riservate, attente, onniscienti – un nostro fumoso sogno erotico. Purtroppo o per fortuna il secondo romanzo di Renée Knight non cade nel cliché. Anche se le confidenze troppo intime tra capo e impiegata – due donne di potere, in definitiva, come negli irresistibili Da una storia vera e Un piccolo favore si sarebbero prestate benissimo. Anche se, a conti fatti, la storia della segretaria bella e manipolatrice immaginata a scatola chiusa avrebbe avuto maggiore appeal sul sottoscritto, piuttosto annoiato invece dall'ultima lettura di dicembre.

Ho mentito “per” Mina così tante volte, capisci? Ma mai “a” lei.

All'inizio del romanzo Christine, mamma poco presente e moglie disposta a rinunciare facilmente al proprio matrimonio per un'ingrata ascesa, non sa di firmare un patto di sangue con la sua datrice di lavoro, Mina: donna, al contrario suo, benvoluta ed emancipata con la fama di essere la risposta femminile a Gordon Ramsey. I giornali parlano con reverenza dell'anziano padre Lord, dell'educazione in Svizzera, di una relazione glamour ma puramente di facciata con un attore di soap opera e, soprattutto, di un'etica professionale assai meno limpida del previsto. Erede di una catena di supermercati, presenza ricorrente sui rotocalchi e presto conduttrice di un programma culinario di successo, quella Mina sempre impegnata lascia impegni e corrispondenze da sbrogliare – colpe comprese – alla sua collaboratrice. Una presenza invisibile che per diciotto anni la assiste negli imbrogli grandi e piccoli senza batter ciglio, e insieme a lei impara ad apprezzare le camicette Armani, i pregi di una dizione perfetta, la vita pubblica rispetto a quella privata.

Io e Mina fiorimmo insieme. Lei naturalmente, come una specie dominante. Io, invece, come una pianta del sottobosco, che sbocciava alla sua ombra.

Finché un giorno tutto crolla sulla scia dello scandalo. L'insoddisfazione degli agricoltori trascina la Appleton's al completo in tribunale: la segretaria, servile ai limiti della spersonalizzazione e inconsapevole per tutto il tempo di ciò che accadeva sotto il suo naso, è la pedina più sacrificabile. A metà si parla di inchieste e scandali finanziari, di una burocrazia dagli ingranaggi mal oleati e d'intralcio alla giustizia. Temi tutt'altro che accattivanti, se si immaginava purtroppo qualcosa di diverso: un thriller psicologico, magari, che trattava di mobbing e rivincite fuori dalle aule di tribunale. Se un intreccio da dramma giudiziario non assicura né brividi né colpi di teatro, linearissimo nonostante descriva due decenni di taciti servigi, l'isolato punto di forza sta allora in personaggi talmente convincenti da valere una lettura altrimenti senza nerbo. Mancano i ritmi, manca il mistero. Se la protagonista appare sin da subito alla disperata ricerca di approvazione, infatti, l'altra è la classica donna di potere amichevole in teoria ma velenosa in pratica. A un passo dall'invidiata Villa Minerva si consuma così la placida vendetta di una professionista tranquilla e metodica anche nel crimine. Christine, spesso sull'orlo di una crisi di nervi, conosce a memoria password importanti e gli effetti proverbiali dell'ira dei miti: abituata com'è a un lavoro implacabile perché sempre uguale a se stesso, il quale richiede riserbo e spirito di osservazione in cambio di sparute soddisfazioni. Gli stessi compromessi, in fondo, richiede anche la lettura della Knight: una vicenda che si fatica a incasellare, benché non dispiaccia.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: The Hives – Nasty Secretary

venerdì 21 dicembre 2018

Recensione: Ellie all'improvviso, di Lisa Jewell

| Ellie all'improvviso, di Lisa Jewell. Neri Pozza, € 18, pp. 304 |

Qual è il vademecum per il thriller perfetto? Personaggi pieni di ombre, intrighi imprevedibili, colpi di scena spiazzanti in vista del gran finale. Quale, ancora, quello per superare stadio dopo stadio il peggiore dei dolori: seppellire una figlia in un'uggiosa mattina londinese? Autocommiserarsi a piccole dosi, perdonarsi giacché umani e frangibili, stringersi nell'abbraccio dei restanti membri della famiglia. 
Nel primo romanzo che leggo della prolifica Lisa Jewell – giallista, ma in passato anche autrice di narrativa rosa –, a sorpresa nessuna di queste voci viene rispettata. A partire dalla protagonista femminile, mamma affranta che a dieci anni dalla scomparsa della bambina prediletta si è allontanata suo malgrado dai figli maggiori e da un ex marito troppo accomodante, fino a includere un intreccio che non ha sostanziali misteri per il lettore navigato: i legami tra i personaggi saranno presto intuiti, infatti, e la verità è immaginata a cento pagine dall'epilogo. Potremmo rimproverargli prevedibilità e pressappochismo, una protagonista affatto simpatica di primo acchito e un finale tirato per le lunghe: che senso ha prendersi il tempo necessario per chiamare i proverbiali nodi al pettine quando le spiegazioni sui meccanismi di causa-effetto appaiono quasi superflue? L'ultimo romanzo Neri Pozza, editore che non sbaglia mai, è un dramma fosco e introspettivo che nel suo piccolo travalica generi e convinzioni. Che fine ha fatto Ellie, ci si domanda da sinossi?

Da tre anni cercava di non pensare a Ellie. Si era imposta una nuova routine, impegnativa, dura come una camicia di forza. Da tre anni, si teneva dentro la propria follia e non ne parlava con nessuno. Di colpo, però, la follia aveva ripreso il sopravvento.

L'adolescente tutta pepe e sorrisi aveva nella lista dei buoni propositi un giro in deltaplano, perdere la verginità con il fidanzatino di sempre e, a un passo dagli esami finali, vantare una media migliore in matematica – l'insufficienza, suo unico cruccio tralasciando il mancato acquisto di un adorabile criceto da bambina, è da fronteggiare grazie alle ripetizioni di un'insegnante irlandese che puzza di patatine fritte e certi giorni è in vena di confessioni. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa: oggi, all'incirca mia coetanea, ne avrebbe venticinque. Lì per lì si è pensato a un rapimento: in seguito a un furto nella ridente casa Mack sono stati sottratti candelabri di discreto valore, il passaporto e qualche vestito della minore, una torta al cioccolato appena sfornata. Voleva partire per la Francia, suppongono le autorità, e così testimonierebbero le sue ossa: trovate infine sulle scogliere di Dover. 
A poche pagine dall'inizio abbiamo il cadavere e i funerali, e abbiamo l'ingresso di Floyd: matematico fascinoso e benestante, per fortuna troppo umano per incarnare il prototipo del bel tenebroso che non deve chiedere mai, che in un caffè del centro propone una forchettata di torta a una Laurel in via di guarigione. 
La mamma della vittima, cinquantacinquenne fresca di parrucchiere anaffettiva per legittima difesa, ha chiesto il divorzio da un marito di cui ha imparato ad apprezzare tardi l'ottimismo e l'indiscriminata bontà; ha rapporti distesi ma infrequenti con gli altri figli, diventati grandi nonostante Ellie, dei quali ricerca il contatto con la scusa delle pulizie o di una chiamata di cortesia. Laurel e Floyd sono attraenti, eleganti, di mezza età, e il loro colpo di fulmine dalla malinconia post-adolescenziale mi ha ricordato più le modalità di L'età ingrata o di Noi due e gli altri che gli amori bugiardi di Gillian Flynn o le stranezze delle pendolari di Paula Howkins. Il brivido a fior di pelle è comunque dietro l'angolo: indossa vestiti da bambolina da film horror, studia privatamente, rifugge la compagnia dei coetanei e a nove anni legge Donna Tartt, atteggiandosi con arie teatrali. È Poppy, figlia di Floyd, nata dopo la ribelle Sara-Jade: come spiegarsi la somiglianza impressionante tra la bambina prodigio e quella Ellie sepolta da poco, eppure difficile da scordare?

Le storie sono l'unica cosa reale al mondo. Tutto il resto è sogno.

Se i dettagli più torbidi sulla triste sorte della giovane scomparsa non ci vengono risparmiati, al punto da far sorgere spontaneamente il paragone fra Ellie e l'indimenticata Susie di Amabili Resti, a rendere la lettura un'eccezione alla regola è stata la sensibilità tutta femminile dell'autrice: amante dei particolari eleganti e delle atmosfere borghesi, dei personaggi inquieti e sfaccettati, delle seconde opportunità. A pochi passi da dove viveva un tempo, quando era parte di un nucleo felice, Laurel cerca di costruire così una famiglia allargata, speculare, ignorando volutamente e non segni allarmanti – l'aura del suo compagno è oscura, le giura la cognata al telefono, e qualche conoscenza in comune proprio non torna. Fino a che punto spingersi per il folle sogno di tornare a essere donne desiderate, ancora madri? Si fanno largo ben presto nuovi e strazianti punti di vista: quello di Ellie e, in prima persona, quello di chi deve averla tenuta sottochiave per un po'. Vengono messi da parte prospettive che ritenevamo all'inizio cruciali. Abbondano gli esami di coscienza e le riflessioni sul perdonare, sul perdonarsi, quando la presunta infallibilità di un genitore alza bandiera bianca davanti alla tragedia ordita da una mente criminale. In apertura si parlava delle regole del giallo, dell'importanza dei colpi di teatro e degli incastri che sfuggono. 
Non solo di quello vivono i thriller. Non solo di quello, soprattutto, vivono le storie ben raccontate. I romanzi belli all'improvviso.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – Alive

giovedì 13 dicembre 2018

Recensione: Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi

| Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 400 |

Quest'anno, prestandosi con grande successo anche al mondo del cinema, l'adorato Donato Carrisi ha guadagnato sul palcoscenico dei David di Donatello l'ennesimo riconoscimento: quello al Miglior regista esordiente. A porgergli il premio, fra orgoglio e incredulità, un ospite d'eccezione: Steven Spielberg, in quel periodo nelle sale italiane con il nostalgico Ready Player One. Sarà un caso, mi domando adesso, al termine di un romanzo che proprio di avatar e giochi di ruolo, di una tecnologia che a volte unisce e altre divide, parla? A indossare il visore, a impugnare un joystick collegato a insidiose dimensioni virtuali, è una giocatrice che attendevamo al varco da un po'. Con il vestiario rigorosamente all black, una cascata di capelli ramati e tagli profondi su tutto il corpo, non somiglia affatto a una nerd in simbiosi con la propria console. Lei non scherza né gioca, mai. Nemmeno ora che è madre della brillante Alice, nemmeno lontana dalle scene del crimine: vive in una casa isolata in riva al lago, tagliata fuori dal mondo, e non per i capricci dei villeggianti. 
A distanza di cinque anni dall'Ipotesi del male, dopo un'apparizione sorprendente nell'Uomo del labirinto, Mila Vasquez è tornata: affascinante e dolente segugio che non conosce ferie pagate né sentimenti. E insieme a lei è tornato un suggeritore nell'ombra, un subdolo Charles Manson senza sangue sulle mani o generalità, catturato in pagine introduttive che in realtà rappresentano solo il lancio del dado. L'anonimo sospettato è in una cella dalle pareti rosa, colore che pare plachi i bollenti spiriti; ha tatuaggi su ogni centimetro del corpo – numeri, coordinate geografiche – e una segreta preferenza per la protagonista affetta da alessitimia. Cosa c'entrano il massacro della famiglia Anderson con il caso irrisolto di tre studentesse strangolate? Cosa, ancora, la sparizione di un'incostante cinquantaseienne con il pallino degli incontri amorosi su Facebook? Qual è il portale per accedere a Due, gioco online nato sotto i migliori auspici e diventato infine la valvola di sfogo dei nostri peggiori istinti animali?

Internet è un'enorme spugna: assorbe ciò che siamo, soprattutto il peggio. Nella vita reale siamo costretti ad adattarci per convivere con gli altri, a scendere a compromessi con la nostra natura, ad accettare leggi e convenzioni. A volte dobbiamo anche indossare una maschera, ma è inevitabile: altrimenti non riusciremmo a far parte della società... In rete invece ci sentiamo liberi da tutta questa ipocrisia, ma è soltanto un'illusione: ci hanno semplicemente lasciato soli con i nostri demoni.

Nella Gotham senza nome che in passato ha già fatto da sfondo a tre romanzi qualcosa è cambiato: la criminalità è in rapida diminuzione grazie ai metodi della Shutton, giudice dai tailleur d'alta sartoria e dal polso di ferro che ha esiliato gang e malintenzionati nella stessa nebbia che li aveva partoriti. O così sembra: il male, come la Vasquez, è uno stacanovista che non conosce riposo. E strappandola a una nuova routine di cibo d'asporto e gattini da salvare, sottraendole la piccola Alice, la chiama a forza alle armi. La ricerca sul campo somiglia a una staffetta, a una caccia al tesoro in cui un indizio tira l'altro, e nel Gioco del suggeritore si svolge su un duplice binario. Doppiamente in pericolo, doppiamente in trappola, Mila esplora i pixel e le zone cieche dell'Altrove aiutata dall'immancabile Berish con cane al guinzaglio, dalle indicazioni di un uomo nascosto sotto un passamontagna, da un enigmatico bambino con una maglietta rossa. 
Il gioco del titolo non è solo metaforico, e ha adepti imprevedibili. C'è chi fa del male anche fuori, a partita conclusa. C'è chi esiste sottoforma di spettro soltanto in quella dimensione fittizia. C'è chi, soprattutto, sceglie volontariamente di perdervisi. Così facciamo noi, che a occhi chiusi ci facciamo soggiogare da un decennio dal giallista che perfino gli americani ci invidiano un po'. Implacabile e sempre sul pezzo, l'ultimo Carrisi sceglie una dimensione videoludica anni Novanta – alla Second Life, sì – e si concede un'allarmante riflessione sui pro e i contro del progresso informatico: gli adescamenti ingannevoli sui social network, il bullismo dei leoni da tastiera, le creepypasta di tendenza fra gli adolescenti, intelligenze artificiali che superano l'uomo perfino nella cattiveria. Nonostante la sua attualità, la lettura mi ha convinto in parte: colpa mia, ma ho fatto una certa fatica a immaginare i miei personaggi preferiti – terreni perché irrequieti, dannati, ma pronti a scoprirsi vulnerabili in un finale bellissimo – in queste atmosfere surreali, da cyberthriller a tinte lisergiche.

Puoi sfuggire al buio. Ma non può impedire al buio di cercarti.

Il modus operandi di un serial killer, insegna l'autore pugliese, somiglia a quello delle nonne alla prese con la torta perfetta. Il metodo di uno scrittore di bestseller segue regole simili, ferree. Ma a Donato Carrisi non è mai piaciuto vincere facile, perciò improvvisa qualche variazione sul tema in un romanzo a cavallo fra il vecchio (la struttura da serial televisivo, con casi connessi questa volta in maniera un po' troppo arbitraria) e il nuovo (videogiochi interattivi come discarica di pulsioni mortifere, mentre scarseggiano purtroppo i cenni ai finali aperti delle storie precedenti), anche a rischio di commettere piccole imprecisioni. Se l'impresa riesce – che sia l'omicidio premeditato o l'altra pasticceria poco importa –, perché cambiare ricetta? 
Il mio prurito alle mani – all'inizio per lo scarso feeling verso questi mondi digitali, poi per il sopraggiungere della forma più smaniosa di curiosità – suggeriscono sia presto per un reclamo in cucina. Il familiare solletico alla base del collo, infatti, informa Mila che la partita resta aperta.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Subsonica – Aurora sogna

lunedì 10 dicembre 2018

Recensione: Vincoli. Alle origini di Holt, di Kent Haruf

| Vincoli. Alle origini di Holt, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 260 |

Quando da bambino i miei nonni mi portavano in campagna non vedevo l'ora di fare dietrofront. Gli insetti pizzicavano dappertutto, dalla terra riarsa si sollevavano sbuffi di polvere che peggioravano i miei attacchi d'asma, la conigliera in cui uno dei cugini mi aveva attirato con l'inganno durante una sfida a nascondino mi terrorizzava. Ero piccolo e goffo, troppo per arrampicarmi sugli alberi. Avevo il fiato corto, troppo per correre dietro un pallone di cuoio – beccare in pieno la porta del granaio significava goal – o per fare tana libera tutti. Perciò contavo. E mentre mio fratello Diego si divertiva a insozzarsi come mamma non gli avrebbe mai permesso, ad accarezzare il manto di mucche e cavalli, mi convincevo con un braccio sugli occhi – uno, due, tre, quattro, cinque – che le fattorie erano belle giusto in versione giocattolo; che la vita all'aria aperta non faceva per me. Ho cambiato idea crescendo. Anche se continuano a sembrarmi inimmaginabili il campo che scarseggia o le linee telefoniche a intermittenza. Anche se quelle estati d'infanzia preferisco non ripeterle, no, stranito dalla faticosa routine del mondo rurale; da coetanei che non vedono l'ora di ereditare le proprietà dei genitori, sposarsi, costruire la loro casa mattone dopo mattone – senza la comodità degli agenti immobiliari, insomma, o il bisogno di cambiare prospettiva in un condominio alto sei piani. Questo topo di città, infatti, ha cominciato a fantasticare sulla pace della natura grazie a storie come quelle raccontate da Kent Haruf: resoconti di esistenze frugali, di piccole gioie, che cullavano i sensi le volte in cui sognavo un bicchiere di vino sul portico, arpeggi di chitarra in filodiffusione, la disintossicazione dallo stress. Avete presente quando il cielo vi sembra il coperchio di una scatola di scarpe? Quella voglia di radunare il necessario e partire senza avvisare per luoghi in cui non sembra più così drammatico l'essere tagliato fuori dal mondo?

In seguito ognuno di noi rientrò nel suo solco. E qualche volta, ripensando a questa storia, mi pare che non ci sia altro che questo: una serie di solchi indipendenti. Alcuni sono durati per quattro o cinque anni, altri per venti, ma erano comunque solchi, come quelli scavati da una mandria di mucche sfinite che occasionalmente si fermano ad abbeverarsi e riposare un po', e magari a dare una bella leccata a un blocco di sale, quegli stessi solchi che poi le riportano in mezzo alla sabbia della contea di Holt. Diamine, è sempre così, in qualsiasi pascolo.

Holt mi accoglie a braccia aperte, ho un posto ormai riservato, ma questa volta mi dice che il soggiorno non sarà facile. Non è tutto oro quel che luccica, e la campagna non è solo per candidi vecchini e villeggianti impreparati; non è solo grilli festosi e silenzio. Qualcosa di brutto è capitato ai Goodnough: la loro graziosa casa gialla è in fiamme, qualcuno non ce l'ha fatta durante quell'incendio doloso, e l'unica superstite è anche l'unica sospettata. I giornalisti indagano sulla colpevolezza di Edith, ottant'anni, e i poliziotti piantonano il reparto di terapia intensiva. La sua famiglia è lì da generazioni. Sono partiti dall'Iowa al Colorado prima i genitori, sposini in cerca di un lotto appartenuto agli indiani: Ada e Roy – lei malata di malinconia, lui padre padrone – hanno scoperto a proprie spese che il sogno americano era una bugia, tutto sabbia e incuria. Si sono rimboccati le maniche, e i loro figli ne hanno ereditato i frutti. Ma cosa si dice di chi semina vento? Edith e Lyman hanno raccolto oneri e tempesta, consacrandosi sin da adolescenti ai rovesci di fortuna della trebbiatura e agli scontenti. Li descrive con autentica commozione Sanders Roscoe, figlio di John – in gioventù interesse amoroso proprio della bella Edith –, che per anni ha vissuto a un chilometro di distanza.

La maggior parte di quello che sto per dirti, lo so per certo. Il resto, lo immagino.

In provincia arrivano di sfuggita il proibizionismo, le notizie dal fronte occidentale, e fra unioni di convenienza e solitudini volontarie la tragedia di Pearl Harbor è l'occasione buona per voltare pagine. Da scapolo di mezza età che ha ignorato a lungo la birra, il poker, il gentil sesso, Lyman si trasforma in un damerino capriccioso e ben vestito, sempre in viaggio sulla sua Pontiac fiammante. Alla remissiva Edith spettano invece venti dollari con un fiocco rosso per Natale e qualche cartolina esotica da appendere nel tinello: aspetterà alla finestra della sua casa-prigione fino a sfiorire, e anche allora infrangerà giovani cuori. Perfino quello del narratore, cotto di lei nonostante i trent'anni di differenza, che dai Goodnough può masticare liberamente gomma americana e farsi carico dei fardelli della nubile solitaria. Sognare di scappare è controproducente tanto quanto pisciare controvento. Quella routine non ha spiragli.

Se Edith e Lyman fossero stati ragazzi di città, le cose sarebbero potute andare diversamente. Perfino nel 1915 i ragazzi di città avevano qualche opportunità di fuga in più rispetto ai ragazzi di campagna. […] Le cose sarebbero potute andare diversamente anche se Edith e Lyman fossero stati ragazzi di campagna adesso, nei vivaci, rumorosi anni Settanta. […] Ma quelle cose, quelle occasioni e opportunità di fuga, Edith e Lyman non le avevano. Erano ragazzi di campagna nel secondo decennio di questo secolo violento, ed erano intrappolati.

Si muore presto d'infarto, si abbandonano gli studi già alle scuole medie, si mungono le mucche due volte al giorno con la loro coda infangata che ci frusta la faccia, si raccolgono brandelli di dita umane nelle erbacce. È una Holt irriconoscibile, questa, perché ancora in costruzione: nessuna Main Street lungo la quale passeggiare a braccetto, nessuna poesia d'amore sul dondolo al tramonto. I vincoli del titolo: la terra dei padri, i rapporti di sangue. Quanto costa liberarsi e, soprattutto, cosa comporta? Cani bastonati dalla catena troppo corta, gli indimenticabili protagonisti si strozzano a furia di tirare, mordono se serve, infine si inseguono la coda. Ci sono le camicie da stirare, il pollo ripieno o la crostata di zucca da preparare, un'altra fiera da visitare sorridendo un po' dei maiali da esposizione o dei sottaceti da guinness. Il decoro a ogni costo: anche nella disperazione del fallimento, anche nell'omicidio premeditato. Questo Kent Haruf tanto diverso ai tempi dell'esordio – l'inconsueta cornice mystery, gli intrighi delle saghe familiari che per magia stanno alla perfezione in trecento pagine scarse – è meraviglioso. Al solito, più del solito. Al punto che dici grazie, mi fermo qui a leccarmi le ferite. Quasi quasi resto a Holt.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash – I See a Darkness

mercoledì 5 dicembre 2018

Recensione: Abbiamo sempre vissuto nel castello, di Shirley Jackson

| Abbiamo sempre vissuto nel castello, di Shirley Jackson. Adelphi, € 18, pp. 182 |

Tanto tempo fa, ai margini di un paese piccolo e infido quanto una punta di spillo, vivevano due sorelle nel totale isolamento. Era un cancello di ferro battuto, non un intrico di rovi magici, a tagliarle fuori dal resto del mondo. Il sentiero di ghiaia, percorso in un anno dalle auto di pochissimi eletti e chiuso all'andirivieni del pubblico di curiosi, conduceva alla loro casa: antica, sì, ma abbastanza ben tenuta da fare ancora sincera invidia ai compaesani. Qualcuno, da lontano, avrebbe potuto distrattamente scambiare Mary Katherine e Constance per una coppia di malinconiche principesse afflitte dalla stessa sorte avversa dei loro avi. In realtà, del famoso castello di Shirley Jackson – autrice di nuovo sulla cresta dell'onda a cinquant'anni dalla sua scomparsa per il meritato successo della trasposizione Netflix dell'Incubo di Hill House –, sono più le streghe cattive.

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott'anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l'Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della nostra famiglia sono tutti morti.

Quando la minore di loro sconfina due volte alla settimana per fare la spesa o prendere i libri in biblioteca, l'avventurarsi nel mondo esterno ci viene descritto con le stesse mosse di un gioco da tavolo. Merricat compra beni di prima necessità non senza concedersi qualche capriccio, s'intasca a prestito manuali di cucina o fiabe per la buonanotte, e immaginando dolcissimi sogni da fine del mondo torna in fretta sui propri passi. L'incantevole Constance, che indossa abiti da bambola di porcellana e fa faville in cucina, al contrario non si allontana mai dall'uscio. Immancabilmente, però, la raggiungono anche lì pettegolezzi, insulti e cantilene infantili. Dei Blackwood superstiti si mormora che servano pranzi luculliani, in barba alle modeste condizioni del circondario; che siano troppo tronfi per mischiarsi alla feccia, e questo spiegherebbe la loro spasimata reclusione; che saggia cosa sia rifiutare i loro inviti a entrare. Hanno sempre vissuto nel castello e, durante un'indimenticata cena di famiglia, hanno spolverato i mirtilli di arsenico. Restano uno zio disabile di cui prendersi cura e le protagoniste ormai adulte, prosciolte dalle accuse ma non dal pregiudizio altrui. Poco male: le sorelle si accontentano dei regali spontanei dell'orto e del giardino, fanno deliziose conserve per l'inverno e spolverano con impegno le stanze disabitate, stanno bene come stanno. Sole contro un mondo vendicativo e ignorante. Finché la primavera nell'aria non porta un cambiamento destabilizzante e un quarto coinquilino, Charles: cugino seducente e arrivista, per scoraggiare il quale non bastano talismani o inquietanti parole magiche. L'usurpatore fruga nei vestiti, nelle carte notarili, nei lasciti. Siede a capotavola come un fantasma molesto e intanto escogita il colpo di stato. Lieve ed elegantissima, forse un po' prevedibile negli esiti, la lettura della mia seconda Shirley Jackson non ha riservato sorprese.

Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m'avveleni.

In rete lo descrivono già come un classico intramontabile, ma personalmente qualche difetto l'ho scorto: se non fosse per il fascino di una narratrice irresistibile, infatti, le 180 pagine complessive – in generale poche – apparirebbero in eccesso. La voce dirompente di Merricat – misantropa, ladra, piromane – elenca veleni mortali, si auspica danze sfrenate sui cadaveri degli estranei e ci turba con un apologo nerissimo a cui sarebbe stata meglio la dimensione ridotta del racconto. Da confortevole nido, la casa diventa prigione. Da scelta, la solitudine si fa infine obbligata. La crudeltà vandalica del prossimo, in un capitolo che mi ha ricordato l'assedio commovente di Edward mani di forbice, potrebbe rendere le protagoniste ancora più disperate, naufraghe, scollate dalla realtà. Con un film di prossima uscita in cui a impersonarle ci saranno Taissa Farmiga e Alexandra Daddario, a mezzo secolo di distanza dai loro chiacchierati e ambigui misfatti, le sorelle Blackwood vivono sempre. Sorvegliano, ci spiano, ridono di noi nel loro linguaggio segreto. Le troviamo inquietanti dall'esterno, ma forse sono soltanto felici. 
Come successo a Shirley Jackson, narratrice di fiabe gotiche, diventata regina del brivido grazie all'incoronazione postuma di un adorante Stephen King. 
Come successo, appunto, a due principesse decadute che non mangiavano bambini, non attentavano alle coppiette innamorate né custodivano sotto il materasso fortune straordinarie, ma di bocca in bocca diventavano leggenda metropolitana.
 Qui, in una chicca oscura e agrodolce da rispolverare. Lì, nel loro castello costruito sulla luna, dove ci si veste di foglie secche, i pionieri non s'avventurano senza i debiti scongiuri e gli extraterresti non fanno paura.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Birdy – Strange Birds