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lunedì 18 luglio 2022

Recensione: La città dei vivi, di Nicola Lagioia

| La città dei vivi, di Nicola Lagioia. Einaudi, € 22, pp. 460 |

Ci sono libri che divori nell'arco di qualche giorno. E ci sono libri che divorano te. Il processo di masticazione è ben più lungo – una lacerazione sanguinosissima, un supplizio. Scrivo ancora intrappolato tra le fauci dell'ultimo Nicola Lagioia, in attesa di metabolizzare, o di essere metabolizzato. Nella Città dei vivi non c'è scampo: lasciate, dunque, ogni speranza. Al decimo piano di un condominio romano, al termine di tre notti di deliri d'onnipotenza e cocaina, si consuma una mattanza gratuita: in un appartamento a soqquadro dove persistono i resti di una sfrenata festa di morte tra cui metteranno ordine, si spera, mamma e papà, la polizia rinviene il corpo di un ventitreenne. Luca, avvolto in un piumone, aveva i calzini ai piedi e un coltello piantato in petto. I suoi assassini, pressoché sconosciuti, lo avevano adescato in seguito a una roulette russa su WhatsApp: al posto del giovane – figlio adottivo di una famiglia di ambulanti, con una fidanzata innamoratissima benché ignara della sua doppia vita: meccanico di giorno, gigolò di notte –, avremmo potuto esserci noi. Per qualcuno si è trattato di un delitto sociale, per altri di un festino a luci rosse finito male.

Mentre parlava mi sentii improvvisamente in colpa. In colpa perché io avevo quarantacinque anni e lui nemmeno trenta. Una colpa anagrafica, oggettiva. Gli adulti sono sempre colpevoli quando i giovani vivono in un mondo che fa schifo. Di chi altri dovrebbe essere la responsabilità? […] Pensai che non apparteneva a una generazione perduta. Come potevano pensare una cosa simile? Saremmo stati perduti noi, se li avessimo lasciati soli.

Per fortuna sono sano e salvo, per fortuna non sono io la vittima: quante volte lo abbiamo pensato ascoltando la cronaca nera al telegiornale? L'autore barese, in prima linea con un'inchiesta diventata infine un'ossessione privata, spiazza con la riflessione che nessuno ha il coraggio di formulare: per fortuna non sono io l'assassino. Ci crediamo forse impermeabili al male? Pensiamo che Manuel Foffo e Marco Prato, i ricchi aguzzini, siano nati con un gene diabolico che li rende estranei a noialtri? Il primo, figlio di un imprenditore che forse non lo ha amato a sufficienza, è un fuoricorso che non riesce a sfondare nelle start-up; l'altro, animale sociale dai modi persuasivi e seducenti, si strugge ascoltando Dalida e richiama le folle dei locali gay più popolari. Foffo è il succubo, Prato l'incubo. Empatico senza essere indulgente, attento ai fatti senza essere asettico, l'autore – al pari di un novello detective – interroga, incalza, scava. Perfino lui, sopravvissuto a una giovinezza dissoluta e maleducata in cui farneticava di vendicarsi di Eco, ha indugiato per un po' sulla linea grigia che separa i buoni dai cattivi. Siamo sicuri di essere saldamente piantati nella parte giusta?

Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell'incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di potere essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?

Torbido, disturbante e invasivo, La città dei vivi è un thriller pervaso d'umorismo beffardo, in cui la verità supera spesso la finzione; un atto d'accusa contro le lungaggini della giustizia italiana, artefice di una doppia tragedia; un'analisi antropologica su una generazione perduta e solitaria, in perenne lotta per l'autoconservazione. In una Roma infernale – già simbolo di corruzione morale nella storiografia classica –, gli abitanti devono sgomitare con topi e gabbiani sotto un mantello di pioggia battente. Le precipitazioni minacciano di portare alla luce anticaglie sommerse. O, in un moderno giudizio universale, di purgarci per sempre dei nostri peccati. Sotto lo schiaffo dell'acqua, meriteremmo il perdono o l'estinzione? Giunti all'ultima pagina – sopraffatti, sommersi –, tendiamo le mani in alto. Ci sono libri, bellissimi e terribili, a cui domandiamo la catarsi. Dalle fauci di Lagioia, dalla pancia della balena, veniamo così sputati fuori – affrancati, miracolati. Finalmente, e più che mai, vivi.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Dalida – Ciao, amore, ciao

lunedì 21 dicembre 2020

Recensione: Solo un ragazzo, di Elena Varvello

| Solo un ragazzo, di Elena Varvello. Einaudi, € 18,50, pp. 181 |

È stato un bravo bambino, non faceva né i capricci né piangeva. È diventato grande in maniera serpentina e sfuggente, incomprensibile ai suoi stessi parenti: silenzioso, selvatico, con la bocca serrata e gli occhi spalancati, tutt'uno con la natura circostante. Si è trasformato, a diciassette anni, in un brivido lungo la spina dorsale: il ragazzo è una presenza quiescente ai piedi del letto, con un cacciavite stretto nel pugno. Le mie parole, come diapositive in rapida successione, spererebbero di mettere in ordine il puzzle di questa crescita spaventosa. E di farvi luce. Quale speranza ho di comprenderne il disagio esistenziale – le irruzioni, i furti, gli atti vandalici, le tendenze voyeuristiche –, se perfino chi l'ha messo al mondo brancola a tentoni appresso al suo mistero? Lo scriveva anche Donato Carrisi nel suo ultimo romanzo, riflettendo su una questione spinosa: quando la cronaca nera ci racconta di una gioventù criminale, quanta responsabilità dovrebbero assumersi i genitori del minorenne? Come possono una mamma e un padre perdonare loro stessi, se non hanno saputo leggere i segnali della catastrofe incombente? Discreta e minimalista come i migliori autori americani – ho pensato a Elizabeth Strout per le somiglianze con le vicende della sfortunata famiglia Doyle, presente in Olive Kitteridge –, l'autrice di La vita felice indaga con decoro le inquietudini degli incompresi e di chi non li comprende, gli estinti e i superstiti, i fantasmi che il bosco libera di notte.

Facciamo tutti cose orribili, anche se non vogliamo.

Ogni capitolo segue un membro della famiglia e, costruito tra passato e presente, costituisce quasi un racconto a sé stante. Come in Lacci di Domenico Starnone, la storia di una famiglia italiana annientata dalla tragedia e dal peso della vergogna prende vita grazie all'alternanza dei punti di vista. Perché nessuno è nella testa di nessuno, scrive l'autrice, e allora tanto vale prestare ascolto alle storie di Sara, Pietro, Angela e Amelia: quattro derelitti che orbitano attorno a un'unica assenza, allo stesso buco nero. Ex infermiera, Sara è una madre anziana e sconfitta, con la mente e il cuore fragili: durante una tormenta di neve, con il Natale alle porte, crede di vedere il figlio redivivo sotto un cappuccio scuro. Pietro, il marito prigioniero di un matrimonio votato all'incomunicabilità, si è rifugiato nell'insegnamento: professore stacanovista e integerrimo, conosce una bidella dal trucco pesante e accarezza l'idea del tradimento. Le loro figlie, Angela e Amelia, si confrontano invece in un campeggio in riva al fiume: divorate dai sensi di colpa, confrontano i ricordi falsati legati al fratello più piccolo e dicono basta alle bugie. Le illusioni, il sesso, gli ansiolitici, la religione sono soltanto alcuni dei palliativi più frequenti per mettere a tacere le coscienze. Nell'ultimo capitolo, struggente e originalissimo, ne sapremo di più del ragazzo del titolo. Un adolescente dalle tendenze sociopatiche, con frequenti pensieri cattivi e il sogno di vivere da eremita.

Lui è gentile e buono e sorridente. È il primo della classe. È un piccolo ladruncolo, un bugiardo, un tipo strano. Un guardone del cazzo, un'ombra che si aggira in un parcheggio. È tutte queste cose e insieme non è niente.

Poco più che un'ombra ai margini della carreggiata e delle vite altrui, il ragazzo spicca comunque. Perché le assenze si notano, e urlano a squarciagola. Mentre ambienta il romanzo in una località fittizia che ricorda le suggestioni del Midwest – le atmosfere placide, gli stili di vita sonnacchiosi, i portici, i torrenti e le vallate –, Elena Varvello fa apparire semplicissimo ciò che è difficile. Ci sono piccoli dettagli stridenti a rendere sinistri i suoi scorci verdeggianti. I personaggi hanno alibi oscuri e cuori misteriosi. Il tempo del racconto, in maniera sorprendente, si piega, si plasma e si scioglie in una scansione cronologica degna del film A Ghost Story. Molto più che un thriller, oltre il dramma, Solo un ragazzo è una presenza fantasmatica che regala qui e lì fantasiose tinte horror. Selvatico ma poetico come il soggetto di un dipinto di Ligabue, il non protagonista di questo romanzo è una creatura sorpresa da un passante nel proprio habitat naturale. Elena Varvello gli tende la mano. Descrive le profondità dell'insondabile, e non tenta di illuminarlo a ogni costo. Quando il ragazzo fugge via, no, lei non lo insegue. Si rifiuta di braccarlo, di abbassargli a forza il cappuccio, di affibbiargli un nome proprio. Il suo rispetto – la sua resa – appartiene alla pietas degli autori bravissimi.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Maneskin – Vent'anni


giovedì 3 dicembre 2020

Recensione: Io sono l'abisso, di Donato Carrisi

| Io sono l'abisso, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 382 |

Il lago di Como è il posto più tranquillo della terra, recitano le agenzie immobiliari. Ma nessun luogo è perfettamente al sicuro se c'è Donato Carrisi nei paraggi: l'autore e sceneggiatore pugliese, che da dieci anni frequento assiduamente in libreria, sceglie le location dei suoi romanzi con un fiuto infallibile per le anomalie. Anche il fondo limaccioso del lago, dunque, nasconde vortici e misteri sotto le acque placide. Descritto come una discarica, conserva nelle sue profondità forzieri e cadaveri smembrati dalla corrente. Quanti decidono di farla finita annegandosi? Quanti anziani, spostandoci invece in città, vengono ritrovati ormai mummificati nell'indifferenza del parentado? Torbido come un brodo primordiale, il lago è amico di coloro che desiderano l'oblio: sotto, intanto, si agitano forze sconosciute.

Chi nasceva in questi posti, invece, non se ne poteva andare. La cacciatrice ci aveva provato, traslocando in un appartamento in una città lontana. Ma dopo un po' il lago era venuto a cercarla, e lei aveva iniziato a sentire il suo richiamo dagli scarichi dei lavandini. Un odore penetrante accompagnato da una voce di misteriosi gorgoglii, l'invito a ricongiungersi con quel brodo ancestrale. Era colpa del lago che ti entrava nelle ossa fin da bambino. Lo bevevi nel ventre di tua madre. Gli appartenevi.

Io sono l'abisso è la storia di tre personaggi che vorrebbero essere invisibili. Sprovvisti del nome di battesimo, vengono identificati dalle loro caratteristiche fisiche o dalle loro compulsioni. Mai realmente anonimi, si braccano in queste quattrocento pagine sorprendentemente intime. Eccezionalmente, il fulcro del romanzo è costituito dalla somma dei loro dolori. L'uomo che pulisce è un netturbino con un infernale amico immaginario, due cicatrici sulle tempie e un'infanzia scandita dalle visite degli assistenti sociali. Semianalfabeta e con una questione irrisolta con la madre, questo novello Norman Bates si ribella a un destino di scarti intromettendosi furtivamente nella routine dei comaschi: perfino i rifiuti custodiscono storie. Solitamente incapace di empatia, l'uomo si espone salvando una tredicenne di buona famiglia dall'annegamento: la ragazza col ciuffo viola, tanto disperata da non vedere più una via d'uscita, è troppo piccola per fare le cose da grandi a cui la costringono e, come il netturbino, vorrebbe soltanto scomparire. Mentre veglia sulla giovane come un vigilante, l'uomo che pulisce rischia di finire nella tela della cacciatrice di mosche: una collaboratrice di giustizia di mezza età, schierata a difesa delle donne, che in seguito al ritrovamento di un braccio mozzato si convince che il lago celi i misfatti di un femminicida impunito. Un sociopatico può trasformarsi all'occorrenza in un angelo custode? Le mura che proteggono le ville dei ricchi servono per proteggere la discrezione delle famiglie, o per nascondere qualcosa? Può una madre perdonarsi se, abituata a stanare il male, ha commesso l'errore di non vederlo aleggiare intorno ai propri familiari?

Le storie non sono mai lineari, si ripeteva. Invece sono labirinti. E, a volte, ci si imbatte in porte chiuse che immettono in realtà parallele o in altre segrete.

Maestro di rompicapi e incastri esemplari, dopo due bestseller ai quali avevo imputato una certa ripetitività, Donato Carrisi mi fa ricredere con la lettura di un romanzo sì imperfetto, ma diversissimo dagli altri. A corto di colpi di scena realmente a effetto, con un epilogo per me troppo frettoloso che non rende giustizia al destino di tutti, Io sono l'abisso si ribella agli stilemi dei thriller in serie e gioca a carte scoperte: in una narrazione a capitoli alterni, infatti, seguiamo le azioni tanto dei buoni quanto dei cattivi. L'originalità, per una volta, sta nell'immediatezza. Più semplice e meno legato ai ritmi americani, il romanzo è guidato dalle motivazioni di personaggi atipici. Malinconici e dolenti, non inquietano mai ma infondono un'angoscia familiare: sembrano stati restituiti al lettore attraverso l'abisso della cronaca nera. Da poco padre di un secondo figlio, Donato Carrisi è più sensibile che mai alle tematiche dei notiziari. E, per questo, più allarmato. Abusi sui minori, revenge porn, violenza domestica: fare zapping, oggi, significa imbattersi nell'onnipresenza del crimine; nella terribile banalità del male. Donato Carrisi non cambia canale. Studia, osserva e somatizza, e questa volta racconta l'attualità nuda e cruda attraverso un punto di vista originale. Il difetto: dal momento che ci si ispira a storie vere, l'intreccio più prevedibile del solito potrebbe deludere gli amanti dell'adrenalina. Più che il thriller al cardiopalma pronosticato, questo è il racconto di tre solitudine legate dal filo del disagio: si colmeranno a fine lettura? Probabilmente non vi mozzerà il fiato, ma vi spezzerà il cuore.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Melancholia - Léon


mercoledì 17 febbraio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Room, Il caso Spotlight

Miglior film, Regia, Attrice, Sceneggiatura non originale
Una mamma prigioniera, un figlio che non ha mai visto l'esterno. Dopo la fuga, il miracolo impensato di una seconda infanzia per il piccolo Jack - tra i narratori più dolci in cui mi sia mai imbattuto – e anche per noi lettori. A volte, troppo presi dal resto per accorgerci di quanto sia azzurro il cielo e di quanto grande, ma spaventoso sia invece il mondo. Là fuori, piccoli principi - sui loro pianeti a forma di capanno degli attrezzi - e orchi famelici. Mi era piaciuto raccontarvelo come una fiaba, a parole mie. Un ricordo per un ricordo, scambio equo, e una panoramica personalissima su undici metri che racchiudevano tutto l'amore e tutta la speranza di questa nostra folle umanità. Nella Stanza, c'è però chi ci ritorna. Ho letto il bestseller di Emma Donoghue a dicembre e l'ho incoronato senza doverci pensare su romanzo dell'anno; dalla mia palla di vetro, da petto e stomaco che scalpitavano all'unisono, vi avevo anticipato la sua necessaria presenza alla notte degli Oscar, dopo la calorosa accoglienza a Roma e il premio alla migliore attrice protagonista ai Golden Globes. Lo avevo letto in cerca del meglio – sull'innocente Jack, così minuto eppure così forte, il fardello di un triste inizio e delle mie aspettative astronomiche – e, di lì a poco, avrei visto la trasposizione cinematografica a cura di Lenny Abrahmson, già autore del dissacrante Frank, con simile ansia. Se Revenant era un'americanata senza fantasia e Brooklyn una commedia retrò dallo scarso mordente, in Room cercavo la potenza e l'originalità di cui il cinema indie è naturalmente capace. Il miglior film della competizione, o almeno il mio - amante, al contrario dell'Academy, del cinema di nicchia, più della sostanza che della forma e di emozioni che, nel tempo, non ti tradiranno. Room, rimaneggiato, è altrettanto struggente e trasognato. Una trasposizione rispettosa e calzante di un racconto che si articola in due parti: la vita dentro, sotto chiave, e l'avventuosa conquista del fuori. Ma dove si sta meglio e dov'è più facile volersi bene? Per vivere in questo mondo, ci vogliono gli occhiali scuri, la crema solare, un cappello a forma di orso per ripararsi da una pioggia scrosciante che no, non ci affogherà. Bisogna farsi gli anticorpi, contro l'insensata crudeltà del prossimo. Allo spettatore, invece, per sopportarla – la vicenda infatti sconvolge, ma i toni sono quelli delicatissimi in cui confidavo sin dall'inizio - basta guardare gli occhi blu dello straordinario Jacob Tremblay, grandi e stupiti, mentre contempla un cielo di un colore sconosciuto, ritagliato tra i fili del telefono, i rami secchi, la ruggine del pick up del padre assassino. Ancora in cattività, ma presto libera, una intensa Brie Larson: la notevole somiglianza fisica, la confidenza e l'intimità di un piccolo set, di una piccola stanza, rendono i due attori metà combacianti e parenti di sangue. Lui, ancora più di lei, è un ometto da applausi: inspiegabile la sua mancata candidatura. E Leo, al posto tuo, avrei avuto paura del prodigioso Jacob. Si sorride, inteneriti. Si piangono fiumi di lacrime, ma sono sincere, e scorrono più per le cose belle che per quelle brutte. E nel dramma madre-figlio di Abrahmson, nonostante la rabbia e il disgusto, c'è davvero tanto per cui gioire: l'amore non ha confini, la stanza è un buco arredato alla bell'e meglio, ma il film del regista irlandese sa essere immenso. Ciao Ma', sii forte, e ciao Jack, di mezza spanna già più alto. Sapete che in sala sta per passare una perla tutta schegge e speranze che parla niente meno che di voi? Arriverci Letto, arrivederci Armadio, arrivederci Specchio; a tutti, addio. Anche a te, cuore, che ormai dici di voler restartene lì, per un altro po'. (8,5)

6 Nominations 
Siamo negli anni ottanta e, in una commissariato di Boston, c'è una mamma interrogata, insieme al figlio. Il bambino è stato molestato - e da chi, all'epoca, non ti saresti aspettato mai. Il suo aguzzino indossava l'abito talare. Ma il crimine non poteva essere denunciato: si seppelliva la verità sotto mucchi e mucchi di sabbia, se poteva creare scandali mediatici. Per il sacerdote, il minimo indispensabile della pena: il trasferimento presso un'altra parrocchia. E lì, come riveleranno i coraggiosi giornalisti del Globe, altre vittime innocenti, altri occhi chiusi, altre menzogne. Sono trascorsi quasi vent'anni e siamo precisamente agli inizi del nuovo millennio, quando nella redazione di un quotidiano locale arrivano un nuovo direttore e, dal passato, uno scoop. All'incirca, le statistiche dimostrano che il sei percento dei sacerdoti, almeno una volta, ha abusato di un loro piccolo parrocchiano: un chirichetto, il bambino più timido che frequenta il gruppo del catechismo, un fragile dodicenne che ha confessato al parroco gli ingenui sospetti sulla propria omosessualità... Fatte le debite proporzioni, nel capoluogo del Massachussets dovrebbero essere quasi novanta i preti tacciati di pedofilia. Invece, risultavano dieci scarsi quelli implicati in lunghi casi giudiziari che si erano conclusi o con l'omertà, o con un irrisorio risarcimento danni. E gli altri ottanta a piede libero, ma mai denunciati? Cos'era stato, soprattutto, di quei minori che per vergogna non avevano chiesto prima giustizia? Spotlight, presentato in anteprima a Venezia, premiatissimo e nominato nelle maggiori delle categorie, è un thriller che ruota intorno alle indagini di un manipolo di tenaci reporter statunitensi, invischiati in un caso che sfugge, disgusta, mette a dura prova i nervi. All'inizio, hanno pochi nomi e tanti nemici. L'indagine è circostritta e delicata. Da metà in poi, lo scandalo pedofilia supererà i confini nazionali e, nel mirino, il vicino di casa, il vecchio insegnante di religione, il Vaticano. E la Chiesa che, potente e corrotta associazione a delinquere, intima che si faccia al più presto silenzio. Tom McCarthy, ispirandosi a un'indagine Premio Pulitzer, scrive e dirige un film d'inchiesta che ha, dalla sua, insieme a una storia spinosa e quantomai attuale, un cast d'eccezione. Prevalgono la dimensione corale, la portata della notizia e la ricerca dei sopravvissuti al tocco ignobile di alcuni adulti, piuttosto che le singole storie dei giornalisti in azione. I riflettori saranno puntati, dunque, sui dati nudi e crudi e sui resoconti delle vittime, non su prove attoriali piene di discrezione, tatto e naturalezza – Keaton, Schreiber, Tucci e Crudup non sono meno soprendenti, infatti, del sempre grande Ruffalo e di un'anonima Rachel McAdams. Le vittime, bambini bisognosi e taciturni a cui un cattivo sacerdote, un orco, aveva rubato l'innocenza e, peggio, la Fede nel prossimo. Non ci sono religioni giuste o sbagliate, non c'è un Padreterno che vendica in questa vita – e nell'altra? - i torti subiti: la colpa, conferma il lucido e analitico McCarthy, è degli uomini. E lo fa con uno stile cronachistico, valido e incalzante, ma con il taglio di un documentario. Spotlight, percio, seppure fruibile e schietto, è un film d'inchiesta che ha riflessioni e dita puntate, ma non il guizzo. Incontrovertibile e ingiudicabile. Non la mia idea di miglior film, laddove l'attinenza ai fatti e il forte realismo lasciano da parte il piacere di una storia – vera o falsa che sia – raccontata con personalità, assieme ai non trascurabili benefici della quarta parete, qui assente. Ci perde Dio, sotto accusa. Ci perde l'essere umano, vile. E quando ci guadagna qualitativamente parlando il cinema, se trionfa la verità? (6,5)