Visualizzazione post con etichetta Alice Rohrwacher. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alice Rohrwacher. Mostra tutti i post

lunedì 18 dicembre 2023

Italians Do It Better: C'è ancora domani | La chimera | Io capitano | Le otto montagne | La bella estate

Relegata a leggerissime commedie televisive, Paola Cortellesi prende finalmente parte al suo film migliore: lo dirige lei. Nazional-popolare, brutale e tenerissimo, sorprende per una scrittura in bilico fra la commedia e il dramma e per una cifra autoriale già matura. Si parla di femminismo e discriminazione di genere, di violenza domestica e conflitto generazionale. C'è ancora domani non è, però, l'ennesima storia di female empowerment. Delia è il tipico angelo del focolare. Sempre con il grembiule da cucina, sempre dimessa, sempre con qualcosa da fare. Corre continuamente, ma non va mai da nessuna parte. Il suo eroismo sta tutto nel sopportate a bocca chiusa gli abusi del tirannico Mastandrea. E, nell'impossibilità di denunciarlo, di trasformare i pestaggi in sequenze musical. La solidarietà femminile c'è, ma è nelle sporadiche confidenze in cortile; nell'amara consapevolezza di essere tutte prive di identità. A dar loro voce, ottant'anni dopo, è la comica romana. Che non urla messaggi progressisti, non forza la mano con gli anacronismi del politicamente corretto, ma ci fa sorridere delle sue “piccole donne” grazie alle battute di Fanelli o alle fantasticherie sulle note di Concato, Dalla, Silvestri. Cortellesi mette in scena una rivoluzione discreta e, in un epilogo indimenticabile, celebra un risveglio individuale che si fa anche collettivo. All'improvviso c'è una ragione per mettere il rossetto, la camicia nuova, stringere i pugni. C'è un luogo verso cui correre, con una lettera stretta al petto. Voi correte al cinema. Straordinario nella sua ordinarietà, è l'esordio più significativo degli ultimi anni. (8,5)

Alice Rohrwacher torna e incanta con una nuova fiaba bucolica in cui un tormentato Orfeo vive continue catabasi per riunirsi alla perduta Euridice. A unirli c'è un filo rosso, in una sceneggiatura in cui nessun simbolismo è lasciato al caso e al mito del poeta che commosse Proserpina si mescolano le suggestioni di quello di Arianna, salvezza di Teseo fuori dal labirinto. In una tragicommedia in cui la fotografia fuligginosa e la colonna sonora anni Ottanta riconfermano quanto prezioso sia il miscuglio di eccentricità e lirismo del cinema della nostra Rohrwacher, un ruolo chiave spetta al personaggio di Isabella Rossellini: qui irriconoscibile, è una nobildonna prigioniera della sua sedia a rotelle, dell'ossessione per la figlia scomparsa e di una magione che è un colabrodo. In cambio di qualche lezione di canto, l'anziana tiranneggia su una sua allieva che tratta come sguattera; all'apparenza servizievole, la giovane nasconde piccoli insospettabili segreti e seduce il fascinoso Josh O'Connor, tombarolo ospite di una baraccopoli dalle ore contate. Tutti aggrappati a mondi precari, destinati ora all'ospizio e ora alla galera, i personaggi rubano e vengono derubati, si illudono e vengono illusi, inseguendo ciascuno i propri sogni impossibili. Ma quanto è pericoloso preferire il vecchio al nuovo; i mausolei ammuffiti alle stazioni trasformate in centri d'accoglienza da manipoli di donne illuminate? Strambo e incantevole, forse troppo per un'Italia ostile all'audacia, La chimera è un apologo pieno di morte che, a sorpresa, si rivela uno dei film più vitali dell'anno; un tesoro che, come certi luoghi abbandonati, appartiene un po' a tutti e un po' a nessuno; un sogno agitato sui seggiolini scomodi di un regionale. Ma un sogno, finalmente, possibile. (8)

Un intrepido sedicenne con il sogno del rap e dell'Europa intraprende un estenuante viaggio della speranza dal cuore dell'Africa alle coste della Sicilia. Dirige Matteo Garrone, la cui bravura è ormai indiscussa da vent'anni a questa parte. Commuove l'esordiente Seydou Sarr, che nel primissimo piano finale, come già accaduto a Fonte in Dogman, entra a gamba tesa nell'olimpo del cinema italiano. Ma il problema di Io capitano è il seguente: visto il trailer, purtroppo, visto il film. Le tappe del viaggio del giovane sono tutte contenute in quei pochi minuti pubblicitari, tra dune e onde, prigioni e palazzi. L'esperienza umana, preziosa, si fa raramente anche esperienza cinematografica. E accade soprattutto negli sporadici momenti in cui il regista romano tralascia le tappe della sua canonica odissea per sconfinare nei territori visionari della fiaba. È allora che il film diventa qualcosa di più di un'edificante lezione di educazione civica, rivelandosi una riscrittura sorprendente del suo medesimo Pinocchio. Il nostro eroe dice bugie alla mamma, ha uno sfacciato Lucignolo come compagno di viaggio, viene derubato e sfruttato innumerevoli volte. Infine finisce in mare. All'orizzonte c'è la terraferma. O è forse la sagoma della famelica balena? Per fortuna, sappiamo in anticipo che diventerà un bambino vero. Anche se qualcuno al governo, oggi, lo negherebbe strenuamente proprio al sopraggiungere dei titoli di coda. (7)

Ogni amicizia è una storia d'amore. Non si può pensare che questo riflettendo sull'intensità che si annida nei “sovrumani silenzi” tra Pietro e Bruno; sulla persistenza di un sentimento viscerale, più che fraterno, costellato di lunghe attese e lunghi sguardi. Ispirandosi all'omonimo romanzo di Paolo Cognetti, un topo di città e un topo di campagna uniscono le loro forze – dopo quindici anni di distanza – per rendere omaggio alla memoria del padre che li ha formati un po' entrambi. I registi di Alabama Monroe, coppia tanto nell'arte quanto nella vita, ci portano ad alta quota e riportano sullo schermo un'altra coppia amatissima: Luca Marinelli e Alessandro Borghi, che questa volta giocano con gli accenti dell'estremo nord e recitano con tutta la potenza della loro fisicità. C'è chi va, c'è chi viene. E c'è chi si aspetta. La costruzione della loro amicizia, graduale e faticosa, spezza le vene delle mani. E graduale e faticoso, per qualcuno, potrebbe essere anche questo film: una scalata lunga due ore, da cui si esce però con le mani fredde e il cuore caldo. Le otto montagne è lungo, lento, morbidissimo. Come un abbraccio improvviso, che prima ti spezza le ossa e poi te le rinsalda insieme – o viceversa. (9)

Dal classico di Cesare Pavese, un film modernissimo nella sua fedeltà Proprio come il romanzo che l'ha ispirato, il lungometraggio dell'ottima Laura Luchetti è un inno alla gioia, alla confusione, al piacere femminile. All'importanza del perdersi, a volte, per ritrovarsi. Morbido, delicato e sottilmente erotico, mostra attraverso le espressioni fuggevoli di un'intensa Yile Vianello – anche musa di Alice Rohrwacher – i dilemmi di una giovane sarta scissa fra campagna e città, uomini e donne; le fa da contraltare l'esordiente Deva Cassel, sì acerba, ma perfetta nell'incarnazione dell'ambiguo e bellissimo oggetto del desiderio. La bella estate si prende tutto il tempo che serve. È di una lentezza che avvolge, proprio come l'abbraccio in balera fra le protagoniste; proprio come la regia, materna, che veste di silenzi e verità l'unica scena d'amore. La colonna sonora cresce, così come cresce il personaggio di Ginia. Le stagioni si avvicendano, ma Torino resta sempre magica sullo schermo. L'avvento del fascismo è una notizia da tagliare fuori: basta chiudere le imposte. Piccole magie di un piccolo film, pieno delle simmetrie gelide della mia città d'adozione e delle asimmetrie di un caldo corpo in fioritura. (7,5)

sabato 15 dicembre 2018

Mr. Ciak: Lazzaro felice, Il testimone invisibile, Searching, Lucky

Si chiama Lazzaro e come l'omonimo biblico ha vissuto una doppia vita. La prima ha inizio in una campagna senza confini e senza tempo in cui si sgobba con il sorriso sulle labbra: un'adolescenza come mezzadro nei terreni di un'avara nobildonna e, grazie all'arrivo del figlio ribelle di lei, finalmente l'epifania. La marchesa ha costretto i braccianti a un Medioevo ignorante, truffaldino e malpagato: sovrana di un impero di tabacco pronto a vacillare, la Braschi ha intossicato la manodopera con un lavoro nobilitante all'apparenza e infinite bugie. La verità, tuttavia, rende liberi davvero? Qual è l'effetto del progresso su chi l'ha conosciuto di sfuggita per generazioni e generazioni, complici le visite sporadiche di rampolli capricciosi dal ciuffo punk? L'acclamatissima Alice Rohrwacher porta con sé i plausi di Cannes, l'affezionata sorella Alba e un diffuso senso di stupore. Il taglio verista di una prima metà in linea con il cinema di Olmi si sposa con le stranezze della conclusiva: quella in cui scoprire che il tempo è relativo, e che per alcuni non passa mai, per altri vola in un lampo. Quella in cui questo Lazzaro con gli occhi belli dell'esordiente Adriano Tardiolo – ventenne acerbo e imbabolato, eppure capace di bucare lo schermo con la semplicità di un'occhiata – ci conduce in una moderna agiografia piena di allegorie e prodigi inspiegati. Proprietà di nessuno, senza mamma né padre, il protagonista si fa in quattro per il prossimo e ama sognarsi fratellastro di un figlio di papà di cui brama l'amicizia. Non cede a compromessi, non cresce, non viene scacciato. Fa ingresso nella sua seconda vita sulle proprie gambe, gioioso come una Pasqua, seguendo le indicazioni stradali dei ladri d'appartamenti e la luna nel cielo. Un Piccolo principe in cerca della sua Rosa, un San Francesco capace di ammansire le bestie selvagge e meno i capitalisti, che fa tappa in un'altra esistenza. Poiché miserabile quanto la prima, bisogna imparare a sfruttare per non essere sfruttati e non c'è traccia di verde se non ai bordi delle ferrovie. C'è sempre indigenza, ma di un tipo diverso. Abbondano i grigi, i debiti, lo squallore, e la magica sospensione dell'apologo viene minacciata dalla mancanza di galanteria, dallo strombazzare delle automobili imbottigliate, dalla fila inferocita in banca. Lo segue la musica. Lo segue un lupo, anche a costo di sfidare il traffico dell'ora di punta. Lo seguiamo noi, a tratti troppo confusi per dirsi felici, ma incantati. (7,5)

L'ambizioso imprenditore Scamarcio è riverso in una camera d'albergo. Poco più in là c'è il cadavere di una Leone femme fatale. La stanza è chiusa dall'interno, le finestre bloccate. Da dov'è entrato, da dov'è uscito l'assassino? All'alba di una testimonianza decisiva, una grandissima Maria Parato torchia l'uomo: seduti agli antipodi del tavolo, avvocato e cliente rivangano il passato. Arrivando a riesumare il ricordo di un incidente con omissione di soccorso di cui papà Bentivoglio ancora non si capacita. E un piano criminale su più livelli i cui esiti lasciano basiti per i mille incastri, lo studio machiavellico dei colpi di scena, gli intrighi delle deposizioni. Il testimone invisibile, visto in anteprima a una proiezione gratuita, è un thriller coi fiocchi: non facciamone un altro mistero. Peccato che, a proposito di inganni, abbia un risvolto negativo: le sue idee migliori vengono dal bel Contrattempo, passato purtroppo in sordina su Netflix. Copia carbone dell'originale spagnolo, il film nostrano si sposta dalla Catalogna al Trentino; ripropone l'eleganza della messa in scena e le claustrofobiche atmosfere teatrali senza improvvisare variazioni sul tema. Il remake non aggiunge niente di nuovo, no, ma continua a essere un intrattenimento a regola d'arte: possiamo fargliene forse un crimine se Mordini, dopo Pericle il nero, proprio non sfigura nel paragone? Le dinamiche del giallo alla Christie restano vincenti perché lasciate intonse. Rispondono a tono, così, il montaggio serratissimo; una regia di insospettabile classe; un quartetto di attori convincenti che non si lasciano intimidire mai dai voltafaccia o dagli stravolgimenti dei punti di vista. Una domanda resta, e su un blog che parla di romanzi suonerà senz'altro obbligata: perché scomodare autori stranieri con le librerie piene di firme rinomate – vedasi Donato Carrisi, prima scrittore e poi regista dell'altrettanto solido La ragazza della nebbia? Mi sarei lambiccato, confesso, davanti a un rimaneggiamento indecoroso. I bandoli del Testimone invisibile, nonostante la conoscenza dell'originale abbia rovinato l'effetto sorpresa, mi hanno però divertito da morire. Trucchi, beffe e segreti di un giallo perfetto su un delitto perfetto: peccato, questa volta, sia d'importazione. (7)

Che invenzione, il computer. Scatola magica che da vent'anni a questa parte custodisce le nostre vite come un infinito album fotografico. Contiene traccia delle nostre gioie e dei nostri dolori, una copia delle ricette della nonna e le e-mail urgenti, scatti e video in abbondanza. Un corto circuito, un comune guasto, e ci sentiremmo persi per sempre. Il computer è un diario intimo: a volte, il confessore dei nostri peggiori segreti. Lo pensiamo seguendone attravero uno schermo gli alti e bassi della splendida famiglia Kim – dalla spensieratezza dei primi giorni di scuola fino alla tragica morte della donna di casa, senza mai trascurare i saggi di fine anno o le vacanze in compagnia – e a proprie spese, nel momento del bisogno, lo scopre il capofamiglia di un John Cho sempre più serio, sempre più intenso. Sua figlia, quindici anni, è scomparsa. Tre chiamate perse in piena notte, l'impossibilità di rintracciarla, e infine un'amara consapevolezza. Non è in gita con gli amici – non ne aveva –, non è a lezione di pianoforte – ha smesso di nascosto sei mesi prima –, non è nella macchina ripescata dal fondo della palude – qualche macchia di sangue sul cruscotto, ma il cadavere manca. L'opinione pubblica, gli hashtag, i messaggi su Facebook parlano di Margot come di una novella Laura Palmer: che fine ha fatto? Sono tutti sospettati, compreso quel papà apprensivo – evidentemente non abbastanza – con cui l'adolescente evitava qualsiasi dialogo, preferendo raccontarsi perfino agli sconosciuti di YouCam. Aggiungete al quadro un'ottima Debra Messing, inedita sbirra con a cuore il destino della scomparsa, e potreste avere la trama del classico giallo investigativo. La realizzazione di Searching invece spiazza: esperimento non meno efficace dei recenti The Guilty e American Vandal, a opera di un esordiente di ventisei anni appena. È da un computer che assistiamo all'intero diramarsi della vicenda: leggiamo i messaggi privati, origliamo le conversazioni telefoniche, frughiamo nei ricordi in cerca di indizi. Zoomiamo. E in questo intelligente elogio all'arte del multitasking – i pericoli della rete, eppure, son sempre dietro l'angolo – si trovano le risposte a tutti i misteri, i colpi di scena spiazzanti e un cuore assolutamente commovente. Toccante e calibratissimo, perfetta unione di mezzi tecnici e scrittura d'impatto, Searching è la struggente ricerca di un uomo solo: una tipica riflessione sul rapporto genitori-figli, sul paradosso tutto contemporaneo dell'asocialità al tempo dei social, che sceglie il più atipico dei mezzi per illuminarci. Dopo Crazy Rich Asians, è l'anno degli attori coerani che conquistano i cinema e il botteghino americano. È l'anno dei gialli bellissimi perché inaspettati, come una richiesta d'amicizia inoltrata dalla suspance in persona. (7,5)

Esercizi tutte le mattine, lunghe passeggiate, un irrinunciabile pacchetto di sigarette nel taschino. Le gambe snelle, il cuore giovane, due polmoni perfetti. Finché Lucky, arzillo ma solo al mondo, un giorno sviene: così, dal nulla. Ha novant'anni suonati e prima di quel malessere viveva la sua modesta routine nell'inconsapevolezza: non si era mai reso conto di essere vecchio. Come reinventarsi nell'immobilismo stagnante di certe province? Come essere una persona migliore, se a lungo ha evitato aiuti esterni, compagnia e palliativi? Sorprendersi delle piccole cose è sempre un'ottima idea: i quiz a premi alla tivù, un posto a sedere alternativo nel solito bar, la testuggine in fuga dell'amico David Lynch, qualche rissa da non disdegnare poiché reduce di guerra. Non pensarci, alla morte, significa forse evitare che accada? È stata lei alla fine a cogliere in contropiede lo straordinario Harry Dean Stanton: il caratterista nell'ombra, qui al suo primo e ultimo film da protagonista, sarebbe scomparso poco dopo aver prestato acciacchi e speranze a un personaggio dal nome augurale. Retore astutissimo, caratterizzato da un senso di giustizia e un decoro d'altre epoche, l'anziano ascolta Johnny Cash, s'imbuca ai compleanni dei bambini e canta con i mariachi commuovendoci un po', parla di nichilismo e antichi conflitti armati. Lascia la porta aperta alle tartarughe, che magari poi tornano a casa, e alla bellezza dell'imprevisto: un cactus centenario e mal tenuto – peggio di lui, insomma – sulla cui cima non smettono di fiorire i boccioli. Piccolo e saggio, con atmosfere vicine ai romanzi di Kent Haruf, l'esordio alla regia di John Carroll Lynch è una lezione di vita già sentita, ma con l'urgenza agrodolce del commiato. Senza mai calcare la mano – anzi, il passo – cammina su questa terra, in questa esistenza, e a ben vedere qualche impronta la lascia. Grazie agli andirivieni di una routine reiterata. Grazie a una sceneggiatura onesta, che non cerca stratagemmi per farsi ricordare, eppure ci farà ricordare di Stanton. Per sentirci fortunati di averlo conosciuto: anche se poco, anche se in ritardo. (7)