Bella, bionda, sorridente. Ci voleva qualcuno di bravissimo per trasformare Barbie, simbolo del consumismo e del sessismo, in un'icona femminista. Hollywood ha schierato la coppia Gerwig-Baumbach, paladini del cinema indie, e un cast di attori impegnatissimi, in cui spicca Margot Robbie nelle doppie vesti di protagonista e produttrice. Bella, bionda, sorridente? Lei lo è senz'altro, e nuovamente, dopo Babylon, tiene tutti in scacco con una lacrima: questa volta è il simbolo dell'umanità spasimata. Barbie, in cerca di sé stessa, lascia il suo mondo pastello alla scoperta della California. Perché è improvvisamente tormentata dalla cellulite, dai piedi piatti e dal pensiero della mortalità? Pattina fino alla California per interrogare Mattel sui difetti di fabbrica. Con lei, il Ken di un esilarante Ryan Gosling: stanco di stare all'ombra della compagna, negli Stati Uniti scopre i pregi del patriarcato. Sì, perché a Barbie Land è tutto a rovescio e, in una fantasmagorica società matriarcale, gli uomini sono semplicemente uomini: le donne, invece, possono essere tutto. Gerwig centra il cast, i costumi e le scenografie da Oscar, i toni da commedia demenziale senza però ma trascurare una scrittura allusiva e intelligente. Schiacciata tra blockbuster e cinema femminista, crea un film che ha molte idee. E, spesso, molto confuse. Vittima dei troppi viavai e dei troppi spiegoni, Barbie ha il contro di rimarcare in grassetto la propria morale. Avrebbe avuto bisogno di essere asciugato in fase di montaggio. O, al contrario, di diventare un leggerissimo e delirante sogno pop come nei sogni più sfrenati di Ken: perché, a quel punto, non un musical? Il risultato, destinato a sbancare comunque, è una via di mezzo che non soddisferà completamente chi pretendeva la sceneggiatura perfetta anticipata dalle recensioni d'oltreoceano. Ci sono sbavature di troppo, poche sfumature di grigio, in quest'abbagliante rosa shocking. (7)
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sabato 5 agosto 2023
Fiabe per bambini femministi (e adulti intelligenti): Barbie | Nimona | La sirenetta
Ballister, un
prode cavaliere ingiustamente accusato di aver assassinato la sua amatissima regina, stringe alleanza con un'adolescente emarginata ma dai poteri
straordinari. Solitaria e annoiata, mutaforma, Nimona è una rossa
tutto pepe di età indefinita che sogna di affiancare un supercattivo per seminare
dappetutto caos e distruzione. Invece, suo malgrado, si ritrova a fare da spalla a uno spadaccino omosessuale, monco e ligio al dovere, ottusamente cieco davanti alla
corruzione del suo regno. Laggiù, infatti, chi è il vero mostro?
L'ultimo film Netflix, tratto dall'omonimo graphic novel edito Bao Publishing, mescola originalmente estetica medievale e tecnologia cyberpunk. È già un successo e, con mesi d'anticipo, è il papabile
vincitore dell'Oscar nella categoria Miglior film animato. Originale,
moderno e spassosissimo, riflette su etichette e cliché. E si
diverte a sabotarli spettacolarmente sotto le zampe di un irresistibile rinoceronte
fucsia – anche se l'epilogo omaggia la distruzione, serissima, dei
kaiju del cinema giapponese. Questa è la storia di due solitudini che si compensano. È
il gioco di una giovane dalla natura misteriosa, che con l'arma dell'ironia
dissimula il disagio di non avere un'identità predefinita. È
l'epifania di un uomo che aveva già sfidato il machismo dei
cavalieri e che, ora, sensibilizza vantando un drago per amico.
Nimona fa quello che fece Shrek con le fiabe vent'anni
fa. Parodia e sovverte i poemi epici-cavallereschi, ma soltanto per
crearne uno nuovo, credibile e bellissimo. Oro puro, nell'era delle
riscritture non richieste e dei live action. (8)
In rete lo hanno odiato a oltranza, a prescindere, ancora prima che fossero
condivise le prime immagini. Colpa di quella protagonista troppo diversa dal personaggio tradizionale o, forse, di un mal celato razzismo. Lo scrivo, perciò, con gioia; come
davanti alla vittoria di un perdente annunciato. La
sirenetta è tra i migliori live action di casa Disney e Halle
Bailey, con i suoi grandi occhi pieni di innocenza e una voce dal
vibrato struggente, è una Ariel che commuove col suo appassionato
desiderio d'altrove. Già modernissima nell'originale animato dal 1989, al
cinema trova un principe azzurro dal destino speculare: anche l'Eric di Jonah Hauer-King, infatti, vive con claustrofobia l'universo familiare e scalpita
di curiosità. Imprescindibile la visione sottotitolata. In
fondo al mare è un incrocio irresistibile tra un
documentario sui fondali marini e un musical; Baciala cambia una
parola, vero, ma non il suo memorabile sound; la Ursula di Melissa McCarthy, nel suo antro oscuro, conserva una vulcanica anima da drag queen. A suo agio con il genere,
il Rob Marshall di Chicago e Nine punta
con successo su volti sconosciuti e incanta per l'attenzione
naturalistica alla vita sotto la superficie. Qualcuno
storcerà il naso davanti agli amici animali di Ariel, qui niente affatto
antromorfizzati, e in rete criticherà per partito preso. Ma la
verità è che La sirenetta, oggi, è una grande storia
di conflitti genitori-figli e che un irriconoscibile Javier Bardem, davanti al
riconoscimento finale della voce dell'ultimogenita, rischia di
strapparci più di una lacrima. Noi, a differenza delle sirene,
possiamo commuoverci. (7+)
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giovedì 27 dicembre 2018
Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Roma, Cold War, First Man
Lavare
il battuto con acqua e sapone fino a farlo brillare. Svegliare i
bambini e andare a prendere il minore a scuola. Rassettare, cucinare
e la sera, per risparmiare sui consumi, fare un po' di ginnastica
alla luce delle candele. Appendere i panni in terrazza, e da lì
guardare gli aerei passare sempre alla stessa ora. Dove andranno?
Deve domandarselo Cleo, vent'anni e un lavoro a tempo pieno:
domestica in una famiglia alto-borghese in cui ci sono sempre
esigenze, bambini che hanno sempre voglia di giocare. Se il papà
medico è spesso assente con la scusa del lavoro, e va e viene
soltanto per lamentarsi della casa non abbastanza pulita, delle
cacche di cane sul vialetto, del parcheggio troppo stretto, la mamma
è una donna sull'orlo di una crisi nervosa, che poco presta
attenzione alla carrozzeria dell'auto e ai ruoli di potere,
eppure sa mostrarsi insospettabilmente forte nei momenti di
difficoltà. Alle prese con quattro bambini disobbedienti e una casa
presto sprovvista della figura paterna, le due donne condividono
abbandoni e segreti sulla maternità. Cleo, custode onnisciente dei
loro fragili equilibri, resta incinta di un esibizionista che si
sognava Bruce Lee: nello stesso mese perde la verginità e l'amore,
piantata in asso in un cinema. La vediamo macinare chilometri a
perdifiato, nonostante l'ingombro del pancione, in un Messico a
soqquadro in cui si specchiano alla perfezione le gioie e i dolori di
una famiglia che riconosciamo a colpo d'occhio come quella del
premiatissimo Cuarón:
sbaglio, o il piccolo di casa che fantasticava di altre vite già con
il piglio dei narratori è proprio l'alter-ego di Alfonso, fresco di
vittoria a Venezia? La macchina da presa spazia tra panoramiche e
piani sequenza, ricercando dettagli vitali e scorci di impareggiabile
manierismo in una vicenda altrimenti semplicissima. Stilisticamente
straordinario, senza l'esigenza di alzare inutilmente la voce, il
cineasta messicano ci regala sequenze memorabili – l'incendio dei
proprietari terrieri a Capodanno, la ferocia della rivolta dove vita e
morte corrono gomito a gomito, lo spettacolo sublime del mare aperto
e il coraggio di sfidarlo petto in fuori con il rischio di annegare –
e un album di ricordi in cui la settima arte si fa quanto mai
questione privata. Boyhood
è diventa la mia, però, mentre questa è rimasta quella di Alfonso:
troppo distante da me nello spazio, nel tempo, ma ode alla tenacia
delle donne, alla quiete delle case in ordine e alle infanzie da non
rinnegare comunque abbacinante. Contro l'incostanza di maschi
traditori, gli sconvolgimenti dell'esterno – terremoti, rivoluzioni
o bande armate che siano – e le richieste di una Hollywood che di
solito richiede storie sensazionali per sentirsi all'altezza. Gli ha
dato carta bianca Netflix, nonostante la nostalgia della sala buia si
faccia sentire, e la terra natìa gli ha suggerito tutto il resto. Il
segreto di Pulcinella di quei piccoli grandi film che cercano con
successo l'arte e la poesia dappertutto, e così facendo ne regalano
un po' anche alla tua vita. Assieme alla bellezza di una nuova meta,
una seconda Roma, in cui darsi appuntamento con la puntualità dei
ricordi. (8)
Paese
che vai, melodramma che trovi. Di quelli con le panchine all'alba,
dico, le passeggiate seguite da carrellate da maestro e finali
irrimediabilmente dolce-amari. Possono cambiare il contesto (la
Guerra fredda) e il formato (4:3), gli sfondi (la Polonia degli anni
Cinquanta) e le intenzioni (rendere omaggio ai genitori del regista
stesso), e perfino strutture narrative che quell'amore già così
sofferto decidono di dilatarlo e frantumarlo in novanta minuti di
visione. Siamo in territorio comunista, si cercano talenti cari al
regime: lei ha la frangia bionda, una voce da usignolo, un passato
losco; lui la accompagna prima con il pianoforte, infine nel sogno
della fuga. Durante una tappa a Berlino si danno infatti appuntamento
per scappare in Francia: non parlano bene il francese, ma si
piacciono e confidano che l'amore basterà. Zula non lo segue, non
subito. Abbiamo protagonisti con cui è difficile simpatizzare,
poiché incapaci di scendere a compromessi; la regia tutta geometrie
interne e bianchi e neri sopraffini di un Pawel Pawlikowski in cerca
di un secondo Oscar dopo Ida;
una freddezza che non si limita soltanto al titolo, no, ma viene
ammorbidita dal jazz in sottofondo e dalle braccia degli amanti. Sono
apolidi, innamorati a tratti come in Like Crazy,
e non hanno che l'uno e l'altra come bussola. Ma lui, attratto dal
mondo del cinema e dai guadi impossibili, è troppo egoista per la
condivisione. Ma lei, adolescente accusata di parricidio e donna
alticcia in pista da ballo, si accorge che fama e notorietà non si
sposano bene se nella lontananza ci si è scoperti altro da quel che
si era. Si daranno appuntamenti saltuari negli anni, nei locali
fumosi delle capitali. Si inseguiranno da un capo all'altro di linee
inviolabili, nonostante non ci sia perdono per i disertori – tanto
dei confini familiari quanto dei sentimenti negati. Vivranno insieme
per un po', ma mancherà loro il brivido del pericolo, quella casa in
cui non sono più i benvenuti. Si trovano così a combattere un'altra
guerra fredda, ma fra di loro. Minacciati dalla routine, dalle
gelosie verso gli uomini e le donne avuti nel frattempo, dalla
perdita d'ispirazione come in A Star is Born.
All'inizio li accompagnava la schiettezza dei canti folkloristici,
poi sono arrivati quelli di propaganda, infine le impalpabili ballate
parigine. Hanno perso la voglia e le parole giuste per cantare
d'amore. E noi perdiamo il conto dei viavai, degli sbalzi d'umore,
del passare del tempo. Provati dall'incessante andirivieni e dalle
brusche dissolvenze in nero, ma coinvolti in un'epopea tragica in cui
la vista è bellissima e l'avventatezza della nostalgia può mettere
seriamente in pericolo. Commossi da una guerra, e da un amore, le cui
sentinelle non abbandonano mai la retroguardia di un passato
romantico alla mercé degli avversari. (7)
Houston,
abbiamo un problema. Questione di aspettative disattese, di momenti
giusti o sbagliati, di film diversi da come ti aspettavi. Quelli che
su carta non promettevano niente di buono, soprattutto a te che poco
apprezzi il patriottismo a stelle e strisce e gli effetti speciali,
ma che a sorpresa ti prendono per la gola. È il caso di First
Man: accolto tiepidamente a
Venezia, bocciato da blogger con cui ho condiviso il grande amore per
La La Land, frainteso
dagli spettatori che in sala si aspettavano avventure o forti
emozioni. Lontano tanto dall'agiografia quanto dal classico
sensazionalismo del cinema di genere – eppure qualcuno lo paragona
a torto ai biopic di Steven Spielberg o Ron Howard –, l'ultima
fatica del prodigioso Chazelle è una ricostruzione inconsueta perché
capace di dividere. Chi se lo sarebbe aspettato, parlandosi di un
eroe americano già canonizzato? Il granitico Neil Armstrong,
interpretato da un Ryan Gosling che sceglie con intelligenza estrema
i propri ruoli – l'espressività non è il forte dell'attore
canadese, ed ecco che gli viene in soccorso un uomo dai sorrisi rari,
di poche parole –, è un fuggitivo. Scappa a ogni occasione dalla
routine, dagli effetti collaterali dei sentimenti, dal dolore
inespresso per la morte della minore delle figlie. Non trova pace su
questa sera e, da bravo codardo, preferisce puntare al cielo. La
moglie Claire Foy pietrificata davanti alla radio – gli occhi
lucidi, le mani da tormentarsi senza pace – intanto onora le regole
di buon vicinato, si prende cura di ciò che resta della famiglia, lo
aspetta. Suo marito, che da giovane aveva il pallino per il musical e
un'aria mite, si è reso il principale protagonista di una corsa allo
spazio che contrappone da un lato gli Stati Uniti, dall'altro la
Russia. I piloti morivano come mosche ancora prima di decollare, e i
contribuenti cominciavano a mormorare preoccupati; bisognava sfidare
costantamente il vomito, la claustrofobia, la paura delle vertigini;
i giornalisti incalzavano con domande incapaci di scalfire la tuta
bianca di Armstrong. Cosa dirà calpestando il suolo lunare, cosa
porterà con sé? Dimenticatevi i volteggi manieristici, i brani
memorabili e i colori pastello del musical con Emma Stone: qui hanno
la meglio i primissimi piani, i silenzi sacrali, le sequenze
contemplative, le angosciose soggettive attraverso il vetro di un
oblò. Per oltre due ore, complice una visione lenta e immersiva, è
come essere lì con lui, che parlava troppo di lavoro e poco di
sentimenti. Nel terrore, nello splendore. La terra vista da lontano
è uno spettacolo che all'improvviso reclama a sé la colonna sonora
da brividi di Justin Hurwitz e bastano la musica che finalmente fa
capolino, la visione struggente di braccialetto che scivola a terra
piano, a contrastare la freddezza siderale del mondo di Neil
Armstrong senza mai snaturarne l'indole. Come capitò anche ad
Astolfo, il cavaliere dell'Orlando Furioso in
cerca del senno perduto a cavallo di un ippogrifo, non restava che
puntare in alto per recuperare l'umanità. Prima la consapevolezza,
poi la meraviglia della passeggiata, valgono un mese di quarantena;
una visione ostica ma segnante. L'anno scorso ci ha dato le stelle,
adesso non chiedetegli anche la luna. (7,5)
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venerdì 27 gennaio 2017
Mr. Ciak - And the Oscar Goes to: La La Land
Sognavo
La La Land da un'estate, un autunno e un altro po'. Da quando
ha aperto un festival nel clamore generale e qualche mese dopo, sulla
scia degli applausi del pubblico pagante e dei kleenex stropicciati
nascosti in tasca, è arrivato agli Oscar diventando un evento.
Quattordici candidature complessive e quanta voglia, quella volta a
fine agosto, di macinare chilometri e chilometri all'insegna di
Venezia. Partire e andare, vederlo e tornare. Qualche chilometro l'ho
fatto comunque anche per potermi sedere dove dicevo io, in una sala
neanche particolarmente affollata, il primo giorno di programmazione.
Ho espatriato, sperando ne valesse la pena. E accoccolato in
poltrona, poco prima dell'inizio, mi sono chiesto: e metti che non è
bello come hai letto? L'ho temuto, davvero.
Per quella mezz'ora in macchina, il parcheggio fuori mano e un
multisala trovato tra mille incertezze. Per mio padre che mi
accompagnava in uno dei suoi rari giorni liberi. Lo stesso,
d'altronde, aveva fatto suo padre con lui ai tempi di Un americano
a Parigi e Sette spose per sette fratelli, riproposti
in disordine nei cinema parrocchiali, quarant'anni fa. In famiglia,
il musical ci ha sempre affascinato. Io l'ho scoperto con
Moulin Rouge, una videocassetta
pescata in un cestone del centro commerciale, e da allora l'ho
identificato con l'armonia e con queste nostre piccole trasferte in
auto. Pur essendo pigro; attirato più dai film di nicchia che dai
fuochi d'artificio; intonato sì, ma con imperdonabili lacune anche
in fatto di Macarena. Un'avvertenza, perciò. Questa è l'ennesima
lode sperticata che leggerete. Se la ripetitività non vi giova,
anzi, vi fa antipatia, passate con buona pace oltre. Vanno di moda la
misantropia e il cinismo. Il rifiutarsi di salire sul carro vincente
e, per partito preso, negarsi i fasti di La La Land.
Chi non l'ha visto, in questi giorni, scriverà su Facebook che è
noioso e sopravvalutato. Un cinema leggerissimo, glamour, colorato. E
non va mica bene. Si sottindende che la commedia musicale, così come
il jazz e i sentimenti, sia cosa fuori stagione. Ci si sbaglia. Il "mio" Miglior Film è quello popolare, che rivedrei subito daccapo. La
festa a cui sono invitati gli appassionati e i passanti occasionali.
Chi il piano sequenza non sa neppure cosa sia - lasciano a bocca
aperta quelli di Chazelle, tra tip tap colti d'un fiato e ingorghi
stradali che fanno tutta un'altra musica - e al Cinemascope, allo
scintillio del Technicolor, non ci bada; in compenso, però, ama
svanire nella magia di una storia e rimuginarci sopra sulla strada
del ritorno. Quella di La La Land è
elementare: un'aspirante attrice conosce un aspirante pianista. Lei
prepara i caffè, lavorando alla stesura di un monologo che si
preannuncia un fiasco; lui strimpella canzoni di Natale, piangendo la
chiusura dei cinema d'essai e dei locali jazz. Come coniugare vita
pubblica e vita privata? Al successo, premettere sempre l'amore? Ryan
Gosling, bello e talentuoso in egual misura, ha imparato a suonare il
pianoforte durante le riprese. Fischietta ritornelli che non
scaccerai più dai pensieri, calza senza difetto le scarpe da ballo.
Indispensabile e burbero principe azzurro, si muove alla spalle di
un'inarrivabile Emma Stone. Interprete, al contrario del
protagonista di Blue Valentine, che a volte mi piace e a volte
no. Con quegli occhi grandi, con quel sorriso che le increspa tutto
il viso, spesso esagera. Ma qui gli occhi passano da ridenti a colmi
di lacrime in un attimo. Sul viso le scorrono tutte le espressioni,
le smorfie, la meraviglia di questo mondo. Bellissima in blu, verde,
giallo. Bravissima con i piedi ballerini e il falsetto, su uno
scenario dai colori pastello. Soprattutto, con addosso una felpa col
cappuccio lilla e alle spalle un anonimo sfondo nero. Quando canta
con un filo di voce e un gruzzolo di speranze tutte rotte e, così
facendo, compone un epitaffio per chi le ha lasciato in eredità
questa stessa fame, questa stessa follia. Potrebbe mettercisi di
mezzo la vita. A gamba tesa, disarmonica e scordinata com'è. Mia e
Sebastian, amanti che hanno paura di perdersi e di svendersi,
riusciranno a stare al passo? Le quattro stagioni dell'amore si
affastellano su una panchina. Quel finale, etereo ma realistico,
struggente, è un colpo al petto. Chazelle ammicca
al passato – dalle sciantose di Grease
ai tramonti di West Side Story,
dalle giravolte di Cantando sotto la pioggia
ai voli impossibili di Moulin Rouge -
e nelle sue numerose strizzate d'occhio, in seno alle costellazioni,
scrive la storia di due sognatori sopraffatti da una giungla
d'asfalto. A proposito delle occasioni perse e ritrovate, di certi
amori che sono stelle fisse o forse semplici meteore, del sogno di
una zia parigina che fece un tuffo nella Senna e ne morì. Ci si
prende per mano, si scappa. Il tunnel, per fortuna, sbuca su un
dipinto di Monet in cui il tempo si è fermato. La La Land
è quella bolla di sapone. Una
campana di vetro, una dimensione dell'anima. Una fiaba postmoderna,
acre, incastonata nella miracolosa cornice di un “se”. Il cinema che
unisce e perdura. Quello con la lettera maiuscola. (9)
lunedì 27 giugno 2016
Mr. Ciak: Tutti vogliono qualcosa, Altruisti si diventa, The Nice Guys, Money Monster, Cell
Richard
Linklater è un grandioso cantore di amori, vite e gioventù. Anche quando, come in questo caso, non sembra. Anche quando, distante dagli
amanti della trilogia di Prima dell’alba e dall’esistenza
in presa diretta del miracoloso Boyhood, lontano dagli
impegni, confeziona una commedia generazionale che somiglia a Tutti
vogliono qualcosa: il titolo di una canzone dei Van Halen, le
matricole di una confraternita sullo sfondo dei fortunati anni ’80
e, tra le righe e le risate, una verità universalmente valida. I
giovani e l’inquietudine; la fatica del crescere. Questo,
in un film al maschile disimpegnato e godereccio, ma spensierato
solo in apparenza, che sembra raccogliere l’eredità di La vita
è un sogno (non l’ho visto: rimedierò) e cominciare lì dove
l’avventura del giovane Mason finiva: l’arrivo al college. Uno di
quei film, forse, che piaceranno più alla critica che al pubblico:
ai fedelissimi di Linklater, senz’altro. Ci vuole sforzo, inventiva
e un pizzico di fiducia, infatti, nel prenderlo sul serio: nel
vederci altro, o almeno un po’, dietro le feste di Animal House,
gli sportivi sopra le righe di Blue Mountain State e i bagordi
di un American Pie nella macchina del tempo. Parla di feste,
feste e feste; dei tre giorni che precedono l’inizio delle lezioni;
di una promessa del baseball che, iniziato agli eccessi e all’ozio
della vita in autonomia, si rende conto, lì, di essere uno dei
tanti, e non il migliore. Spassoso e nostalgico, Tutti vogliono
qualcosa ha bei colori, belle tracce, belle facce – e, anche
talent scout, il regista punta su stelle del piccolo schermo, nemmeno le più luminose del firmamento, che non ti aspetteresti.
L’ingenuo Blake Jenner (Glee), il competitivo Tyler Hoechlin
(Teen Wolf), l’esilarante Glen Powell (Scream Queens)
e i loro soci vanno a caccia di ragazze in pista, filosofeggiano se
sfatti, vestono jeans sfrangiati e camicie sgargianti, vivono a pieno
l’euforia di una generazione lontana da loro, giovani leve, e da
noi, spettatori del nuovo millennio. Ma contagiati comunque dal
buonumore; dal senso di estati che dureranno per sempre. Brilli,
valenti, speranzosi e affiatati, per due ore che scorrono
indisturbate, tanto quanto gli studenti senza compiti per casa e
senza progetti a lungo termine del Linklater più estivo – l’uscita
a giugno, infatti, calza a pennello – su piazza. (7)
Ben,
quarantacinque anni e un peso inconcepibile sulla coscienza, ha una
moglie che lo assilla con le carte del divorzio, ricordi spiacevoli e
una straordinaria propensione al bene. Vuole rendersi utile, trovale
uno scopo, all’indomani di un lutto che l’ha spezzato, ma non
vinto. La sua missione quotidiana, improvvisamente,
somiglia a Trevor: ventenne in carrozzella, che si descrive come
“bello e fico” - la modestia vien dunque da sé -, e ha la distrofia
muscolare e una mamma preoccupatissima a troncargli la gioventù.
Molto prosaicamente – e il contratto lo specifica -, Ben dovrà
pulirgli il sedere e assisterlo, nelle sue giornate sprecate in
soggiorno, tra commenti sozzi sulle presentatrici tivù, scherzi di
dubbio gusto, litigi frequenti. Un giovane senza autonomia, un adulto
senza senso: squadra tristanzuola, ma non troppo; improbabile di
certo. In The Fundamental of Caring – Altruisti si diventa,
produzione Netflix e chiare atmosfere da Sundance, sono proprio
l’indipendenza e il perdono che si cercano, e magari sono la tappa successiva di un tenero ed esilarante viaggio on the
road all’insegna dei desideri di Trevor: fare pipì all’impiedi,
guardare il buco più profondo d’America, darsi al sesso orale con
Katy Perry. Lungo il tragitto, però, accanto a una sconclusionata
donna in dolce attesa, un’altra stellina del pop: Selena Gomez, ribelle e in
fuga da casa. Mio carissimo Trevor, farai forse lo schizzinoso? Sono
dettagli. E sono i dettagli – e i protagonisti - che contano in una
commedia su ruote che fa il verso a Quasi amici e s’ispira a
un romanzo del da noi inedito Jonathan Evison: libera, scorretta e un
filino toccante. Vento di ponente nei territori del dolore, se
seriosità e tragedie non hanno un invito formale. Sì, invece, a
scaramucce, parolacce e buoni propositi di ripiego, con l’intenso Paul Rudd e l’adorabile Craig Roberts. Il resto: soste vietate e tante stupidaggini sul pensare positivo, che dette così, da loro, suonano
assolutamente convincenti. Tant’è vero che, giunti a destinazione,
spiace scendere e fare ciao. (7)
Una
macchina sbanda, sulle colline di Hollywood, e finisce dritta dritta
nel soggiorno di un bambino un po' vispo. Alla guida, morta, una
pornostar che lui conosce dettagliatamente. La prima di tante morti
sospette, quella, legate al mondo del cinema a luci rosse: roghi
misteriosi, addetti ai lavori giustiziati e, adesso, una giovane
ribelle in fuga. Sulle sue tracce – che ruolo avrà, infatti, in
tutto ciò? - due detective privati. Uno senza licenza, l'altro con
una vispa bambina a carico. Healy è massiccio e manesco; March è
scaltro, segaligno e urla fortissimo. Agli antipodi, inizialmente,
sono l'uno il nemico dell'altro, prima di allearsi. Il loro collante,
la piccola Holly – che avrà fatto incetta di storie alla Nancy
Drew – e omicidi legati al sicario Matt Bomer e alla potente
Kim Basinger. Un chiacchierone Ryan Gosling le prende e un Russel
Crowe dalla taglia forte, forse per la parte o forse semplicemente
per la sua buona forchetta, le dà, in un buddy movie vecchio
stampo che cita i nostri Bud Spencer e Terence Hill, Starsky e
Hutch, con il desiderio di fare di questa strana coppia, magari,
un'altra storica strana coppia. Ci sarà riuscito il buon
Shane Black, legato alla serie di Arma Letale e già regista
di Kiss Kiss Bang Bang, che similmente mescolava il giallo e
la commedia al maschile? La critica ne è entusiasta, il pubblico
ride. Io, intrattenuto ad arte per due ore e divertito il giusto, ho
trovato loro perfetti, accattivante lo stile, gustosissimo
l'intreccio. Ma, come accade con i film leggeri e leggerissimi, senza
strascichi: lì per lì. Il ricordo di questi “bravi ragazzi” -
il Bello e la Bestia – non resterà con me a
lungo, e forse è svanito già. In poltrona, nel famoso lì per lì di
cui sopra, non siamo stati stretti, tra poderose pacche sulla spalla,
scazzottate, schizzi di sangue e sorrisi rilassati. Carino, molto; finché dura, almeno. (6,5)
Lee
Gates, presentatore da strapazzo, nel suo seguitissimo show
televisivo dà consigli a chi, investendo, spera di arricchirsi
all'improvviso. Imbroglione che accenna passi di ballo e grossi
sorrisi, però, di finanza e dintorni ne capisce il minimo
indispensabile. Legge il gobbo alla lettera e, nelle orecchie, ha i
suggerimenti di Patty, regista che ha tutto sotto controllo. O quasi.
In diretta, infatti, vivono un incubo – che, sotto sotto, è il
sogno di tutti coloro che sognano le impennate dello share, gli
ascolti alle stelle, gli spettatori in visibilio. Kyle, giovane padre
che ha perso i suoi pochi risparmi, armato di esplosivi, pistole e
tanta disperazione, entra in studio e tiene Gates sotto tiro. A
telecamere accese, racconta la sua storia; denuncia. E, dalla parte
del torto, pian piano si sposta in quella della ragione. Le sue
frecciate, i suoi sospetti, puntano a un imprenditore emergente e a
sparizioni di denaro immotivate. La polizia è già fuori, l'accusato
è al di sopra di ogni sospetto. Come finirà? Dopo lo spigliato La
grande scommessa e l'emotivo 99 Homes, una
professionale Jodie Foster – nonostante la sua regia senza
guizzi, un po' televisiva – ci parla della recessione e di una Wall
Street in caduta libera in questo Money Monster. Leggero, a
sorpresa, ma per il resto ben poco sorprendente. Indeciso sui toni,
non troppo caustico né troppo impegnato, ricorda Live! e il
recente El desconocido, visto, piaciucchiato e snobbato. Mi
tocca rivalutarlo, quel thriller spagnolo su un banchiere fraudolento
in linea con un burattinaio truffato, all'indomani di un prodotto
come questo, fatto di nomi altisonanti e scarso mordente. Se fa
piacere, dopo Skins, vedere un O’Connell sempre più
lanciato, Clooney e la Roberts – lui esagerato e lei, per ragioni
di copione, sciatta – abbracciano ruoli interpretati in tempi
recenti. E gli occhi dello spettatore, in prove attoriali senza
sforzo e in risvolti telefonati, nonostante un ritmo forsennato e una
Foster che fa tanto piacere ritrovare, passano oltre senza indugiare.
(6)
Dieci
anni fa, Stephen King firmava Cell. Uno spunto interessante, sì, ma, a detta di
tutti, non un capolavoro. Di certo, non un romanzo degno di una
trasposizione tutta sua. Soprattutto, non così in ritardo. Il Re,
infatti, giocava con cannibalismo e tecnologia, prima che i social ci
rendessero dipendenti, che la tivù ci proponesse appuntamenti
settimanali con i non-morti di The Walking Dead, che qualcuno
– per altre vie, sotto nomi diversi – s’impossessasse
dell’idea, rielaborandola. E sono dieci anni, quindi,
che la trasposizione cinematografica di Cell fa parlare di sé,
ma non decolla. Eli Roth alla regia, oppure tra i produttori
esecutivi? Film, o riduzione televisiva? Il 2016, anno in cui King ha
subito un trattamento quantomeno dignitoso con la miniserie 22.11.63,
vede il progetto andare in porto e, in sordina, giungere al cinema.
D’estate. Stagione per eccellenza degli horror da poco. Il ritardo
è imperdonabile; la curiosità è scarsa anche se si è fan
sfegatati come me; il cast è buono, ma promette un compitino fatto
di fretta. Nonostante tutto, però, Cell si rivela ben
peggiore del previsto: inconcludente, inservibile, noiosissimo. Dopo
un incipit piuttosto efficace in un aeroporto contagiato dalla
pazzia, e già lì, per bruttezza, spiccavano i titoli di testa, il
film segue il viaggio di un inebetito John Cusack e di un
insopportabile Samuel L. Jackson in cerca del figlio del primo. Lungo
il cammino, giovani sopravvissuti – la nota meno dolente è
Isabelle Fuhrman, bollata come promettente sin dai tempi di Orphan
– e uomini e donne che hanno perso il senno. La violenza
scarseggia, i dialoghi vorrebbero conferire invano intimità a una
pellicola senza perché e, dando una spolverata a vecchi ricordi,
giurerei che tanto, tra le pagine, andasse diversamente. Ennesimo
caso in cui, passando sul grande schermo, Stephen King viene
massacrato, Cell è un’operazione fuori tempo massimo,
indesiderata, che, nel fatale passaggio, combina forse più disastri
dell’ennesima, incomprensibile apocalisse. (3)lunedì 11 maggio 2015
Mr. Ciak: La famiglia Bélier, Hungry Hearts, Sarà il mio tipo?, Lost River, The Last 5 Years, It Follows
La famiglia Bélier era finito nella lista delle prossime
visioni da sé. Destino di ogni commedia francese in cui mi imbatto. E
la storia di questa famiglia speciale è tutto quello che è stato detto, ma
io l'ho trovata troppo americana per i miei gusti. Pensata per il remake lampo. Svendutella. A
me il cinema dei cugini d'oltralpe piace invece quando è colto,
raffinato, snob. Sono abituato a francesi che hanno tutto sotto
controllo, eppure – nonostante la trama lineare – qui ci sono
svolte inserite a casaccio. La candidatura del
padre, la buffa prima volta del fratello, la storiella d'amore della
protagonista con uno che entra in scena come Edward Cullen e rimane
poi nell'anonimato: tutto accennato e messo in ombra dal sogno di
diventare cantante e da un provino, nelle scene conclusive, che so ha
commosso molti. Ho riso poco - risate concentrate soprattutto nella
scena del ginecologo, esilarante - e purtroppo le lacrime non sono arrivate. Il resto, tra battute non troppo fulminanti e sottotrame
abbozzate, è una sorta di I ragazzi stanno bene che indugia troppo a lungo dalle parti del film
per teenager con, chessò, Hilary Duff. Carino ma deludente. Mi sento
come il Grinch a Natale, perché gli ho trovato un pregio solo e
si chiama Louane Emera: questa ragazzina bionda, che ha
fatto The Voice ed è
carinissima, rotonda, spontanea. Ma tanto ho la coscienza pulita. Lo
sanno tutti che sono buono, ma a pranzo – e al cinema – dai
Bélier non vi consiglio entusiasticamente di andare. (6)
Ragazzo
conosce ragazza nel bagno di un ristorante. Ridono, si sposano: mandano avanti veloce. Sembrano i minuti
iniziali di una commedia indie. E quella tra Jude e Mina una grande
storia d'amore. Niente di più sbagliato; niente di più
giusto. Hungry
Hearts è
un amore tirato per i capelli, nutrito a suon di bugie e cibi
ipocalorici quando unica soluzione sarebbe stato abortirlo sul
nascere. Lasciarsi andare, strade separate e via, prima che Mina
diventasse una madre folle e Jude un padre sceso a compromessi. Prima
che un innocente ne pagasse caro il prezzo. Il dramma di Costanzo è una mosca bianca che
ronza, fastidiosa ma alta, nel panorama italiano. A metà tra i
drammi indipendenti che non ci sono estranei e il thriller
psicologico, genere che al contrario non appartiene alla nostra genetica.
Dopo le atmosfere orrorifiche di La
solitudine dei numeri primi,
il regista ha la storia adatta e un cast all'altezza. Sullo sfondo di
una New York caotica e lirica, l'ossessione serpeggiante, e gli
abbracci materni che diventano una morsa. Un Rosemary's
Baby ai
tempi del veganesimo, con la scusa del troppo bene. Lento, gelido,
straniante. A colpire, la forza delle citazioni e un uso
ipnotico della macchina da presa che schiaccia, deforma e inchioda le facce
affascinanti, malate, stambe di Driver e di una spregevole
Rohrwacher. Lei, per me, più brava di lui: coraggiosissima. Peccato che il doppiaggio appiattisca l'intensità
dei loro dialoghi. Avrei voluto sentire il brutto inglese di lei, lui
che storpiava Modugno. Cuori affamati, corpi a digiuno e
rabbia che si nutre d'altra rabbia però si vedono. E come
attraverso uno spioncino che ci sbatte in faccia la nostra impotenza di spettatori. (7)
Ecco,
qui ci avviciniamo. Alla mia commedia francese.
Alle giusta proporzione tra semplicità e impegno. Il titolo italiano prometteva risate e un epilogo solito. Non che quello
originale fosse diverso, non che la trama brillasse:
professore di filosofia in esilio,
intreccia una relazione con una ragazza che non ha grossi sogni. Lui frequenta convegni, lei si
esibisce al karaoke. Lui legge saggi,
lei ha la fissa per i rotocalchi e la Aniston. Uno
orgogliosamente parigino, l'altra – sia nel nome, sia nello
studiato look – esterofila. E ci provano sì a venirsi incontro. Ma Clément è
scettico, perfino sui dettami del cuore;
Jennifer, a un bivio, è stanca di inseguire l'uomo impossibile. E' lei a dire il primo e unico
ti amo; è lui a tenere gli occhi aperti mentre si baciano. La freddezza del prof e il romanticismo della parrucchiera
sono due modi di vedere la stessa storia. Il punto di vista
dello spettatore, però, finisce per coincidere con
lo sguardo limpido e comune della bravissima Emilie Dequenne – la
Rosetta
dei fratelli Dardenne ormai diventata donna. Ma è in lui,
opportunista e misantropo col volto impenetrabile di un ottimo Loic
Corbery, che mi sono un po' rivisto: brutto ammetterlo, ma viva
l'onestà. Parte con la consueta leggiadria e con
ritmi perfetti questo
Sarà il mio tipo?,
per poi imboccare l'inconsueta strada dei drammi da Sundance. Allora
sorprende, per l'amaro in agguato. Per quel
titolo originale, Ne
pas son genre,
che è simile al nostro, ma manca del punto interrogativo. Non
c'è dubbio, è una dura presa di coscienza: non è il mio tipo.
Illudersi del contrario è un attimo, un errore, una bugia. (7+)
Nonostante
sia bello e bravo in quantità uguali, Ryan Gosling lo si invidia un
botto, ma non lo si odia. Si attendeva, dunque, il suo esordio alla
macchina da presa. Lost River si
fa fatica a metterlo a fuoco. Non è quel che sembra, ma non si sa
cos'è: è girato da dio – anche
se, a sprazzi, sembra più un lavoro di Nicolas Winding Refn che
dell'onnipotente – ma è scritto da chi non sa bene come e cosa
comunicare. Un puzzle di storie dolci e crudeli, in un'oscura fiaba
che ha le ambientazioni surreali, i lupi cattivi esagerati,
personaggi dai nomi parlanti e una morale della storia che sfugge. La
procace Christina Hendricks è una madre che, per campare, ogni notte
lavora in un club di sensualità e massacri. Suo figlio, perseguitato
dal bullo Matt Smith e innamorato di Saoirse Ronan, la aiuta come
può, rubando rame e cercando Atlantidi sommerse. Ma non c'è un
attore che brilli davvero sugli altri, tant'è vero che la particina
della Mendes è aria fresca e l'iconica Barbara Steele strega. Tra
rimandi, fuoco e acqua, immagini sanguinose e suggestive e la ricerca
della fuga. Tecnicamente all'avanguardia, ma secco, troppo, nella
trasmissione del messaggio. Messaggio che ci sarà, ma personalmente
ho stentato a recepire. Come dire che sia brutto? Come dire che sia
bello? Si opta, perciò, per un è già finito; tutto qui? Resoconto
di un fantasmagorico videoclip muto. Senza canzone. (6)
The
Last Five Years è un altro
spettacolo di Broadway che fa il grande salto.
Fatto strano, perché quando si immagina il musical non si fa che
pensare agli epiloghi felici. Eppure le canzoni vivono
di cuori spezzati, fiducia infranta e continui facciamola finita.
Into the woods però
era una fiaba Disney, e vedi che noia. Figuriamoci se Like
Crazy o Blue Valentine
diventassero una ballata
sull'amore tradito, sorretta da un cast di due attori.
Inaspettatamente –
purché piaccia il genere – si rivela un musical moderno e adulto,
originale nella sua normalità. Cathy e Jamie si innamorano subito e
si disinnamorano in fretta: lei, il sogno dello spettacolo e le
insicurezze della moglie oggetto; lui, prodigioso scrittore che
colleziona riconoscimenti e musi lunghi. A reggere il tutto, i
bravissimi Anna Kendrick e Jeremy Jordan. Che lei canta e recita bene
lo testimoniano quella Cups Song tormentone
e una nomination all'Oscar, mentre le doti di lui – assodate per
chi ha seguito Smash –
si fanno ricordare grazie a note altissime e al personaggio più
umano della storia. Unico appunto: alcune canzoni, registrate in
presa diretta, sarebbero state meno precise ma più intense, con un sospiro o un singhiozzo piazzato al momento giusto. LaGravenese, con
la leggerezza di chi da tanto è tra gli addetti ai lavori,
confeziona un dramma sentimentale dal finale annunciato, in cui i punti di vista di lui e di lei si alternano, passando da toni
effervescenti a maturi faccia a faccia. E non ci si annoia,
nonostante la musica perenne e il tema agrodolce. Con l'allegria
contagiosa delle prime volte che sfuma canzone dopo canzone, mentre i
due si allontanano piano, tra loro e da te, senza lasciarti
amareggiato. (7)
It
Follows non
è il classico horror di nicchia che si pesca tra i film
inediti e si guarda con aspettative zero. Su di lui, pesavano
attese poderose. Chi dice sia il film di genere più bello
dell'ultimo decennio ha incuriosito e ha detto anche una
cazzata da guinness. Non so se le attese mi hanno reso troppo
fiducioso, ma al posto del troppo
io ho trovato il nulla. Mi ero informato a stento sulla trama e, per
un'ora e quaranta, paziente, sono andato in cerca di un senso. Horror
indipendente, premiatissimo, parla di un
terrore che si diffonde come una malattia venerea. Attraverso un
rapporto sessuale, un'adolescente contrae una maledizione e unico
modo per liberare la sua casa infestata – fior di metafora - è fare ancora sesso, per passare sortilegio e gonorrea al partner successivo. Il meccanismo della
videocassetta di The
Ring,
insomma, ma con la firma della Durex. Disposta ad aiutare la bellissima Maika
Monroe, spalla di Dan Stevens nell'idolesco
The Guest, al gioco della patata bollente - altra metafora - una fila lunga così. Riuscirà la nostra eroina a
darla via prima che oscure entità la facciano pentire della notte in cui ha ceduto all'altro sesso? Trama ridicola, personaggi insensati, una regia
particolarissima ma che dopo un po' viene a noia.
Mitchell scimmiotta Carpenter – vedi le sonorità vintage della
colonna sonora e l'ambientazione indefinita: kitsch e con sprazzi
futuristi - ma il suo
è
un omaggio inutile: ama tanto la macchina cinema e poco il genere. Magari ho visto il film sbagliato e, sotto il nome giusto,
c'era un video degli anni '80 sui giovani e l'importanza
del sesso protetto? Non fa paura, annoia, sembra nato
vecchio, ed è mortalmente serioso: fattori ricercati, tra l'altro, negli horror di ultima
generazione. E i tempi cambiano, e nostalgicamente preferisco quelli
vecchi: non c'ero io, ma vi ho assistito in differita. Una volta la paura viaggiava sul filo del rasorio. Oggi, al
massimo, sulla punta del pisello. Avrei usato un'altra metafora, ma le ho finite, sorry. (4)mercoledì 7 agosto 2013
Mr Ciak #14: Byzantium, Blue Valentine, Aftershock
Ciao
a tutti, amici lettori! Oggi, in una giornata caldissima, torno a
vestire i panni di Mr Ciak e a parlarvi di tre film che, in maniera
diversa, meritano decisamente la vostra attenzione. Solo uno dei tre - l'ottimo Blue Valentine - è
stato distribuito in Italia e, in quanto agli altri, arriveranno mai da
noi? Mentre i cinema proiettano horror scadenti e blockbuster dal
successo facile, mi sarebbe piaciuto trovare in sala anche due film
come Byzantium e Aftershock. Il primo su tutti: ritorno di un grande cineasta internazionale con un cast davvero,
davvero straordinario. Augurandovi buona lettura – e magari buona
visione – vi abbraccio tutti. M.
Vedendole
per strada, probabilmente, penseresti a due sorelle. La più grande,
che mostra appena un venticinque anni, seduce a ogni sguardo: le
gambe lunghissime, i capelli corvini, il seno prosperoso, la pelle
diafana. La minore, di circa sedici anni, è ancora una bambina: lo
sguardo sperduto, gli occhi bassi, un cappuccio rosso calato sui
capelli biondo cenere per non dare troppo nell'occhio. Sembrano
giovani, sembrano sorelle. Ma hanno duecento anni e sono madre e
figlia. Non sono umane, non più. Nessuno conosce la loro storia
senza tempo, ma la piccola e fragile Ella, ogni tanto, la affida a
parole che si perdono nel vento e ad anziani sofferenti che non
supereranno la notte. Sono due vampire senza casa: costantemente in
fuga, costantemente in pericolo. Vittime di uomini che le hanno
sfruttate, ferite, sedotte e abbandonate, uccise. La seducente Clara
uccide molti dei suoi amanti per ripagarli con la loro stessa moneta
e utilizza il suo fascino mozzafiato per sopravvivere... e nutrirsi.
Da quando, appena bambina, agli inizi dell'800, fu costretta a
prostituirsi da un uomo crudele e senza scrupoli, fa il lavoro più
antico del mondo e gestisce una ex pensione diventata una casa di
piacere. L'insegna sbiadita e tremolante riporta il nome di una città
antichissima, come lo sono lei e sua figlia: Byzantium, Bisanzio. I
loro inseguitori, tuttavia, le hanno raggiunte attraverso una lunga
catena di misteriosi delitti ed entrambe sono in pericolo, proprio
come lo è il fragile amore di Ella, per la prima volta dopo duecento
anni, innamorata di un umano che conosce il suo segreto più oscuro.
Diretto da Neil Jordan, acclamato regista di film come il controverso
La moglie del soldato, Byzantium è il ritorno dietro
la macchina da presa di un grande professionista che non ha mai
perso il suo tocco e il ritorno al cinema di vampiri malinconici e
dannati come quelli di Intervista col vampiro. Le atmosfere
tetre e caliginose dell'horror tratto dal best-seller di Anne Rice
sono in ogni inquadratura, proprio come in ogni scena ci sono il
sottilissimo erotismo, la violenza celata, i perfetti salti temporali
e i rapporti morbosi così profondamente presenti anche tra i Lestat
e i Lous di Tom Cruise e Brad Pitt. Il film ha un ritmo tutt'altro
che frenetico, ma offre quasi due ore che scorrono senza che lo
spettatore se ne accorga, ammaliato da una storia tanto strana,
eppure tanto vera. Un velo nero da tragedia greca sembra premere sui
personaggi e i numerosi flashback, in maniera efficace e delicata, ci
trasportano in un passato remoto di innocenza perduta, cascate di
sangue, superstizioni e isole maledette.
Nonostante la presenza di
ottimi interpreti maschili, tra i quali spiccano i bravi Sam Riley e
Johnny Lee Miller, questo è un film di sole donne e narrato da donne
sole. Donne forti, come lo sono tutte per la potenza della loro
stessa natura: madri, figlie, amanti, vittime, vampire. Unite contro
il resto del mondo, per un'eternità che è una condanna perpetua e
non voluta; una maledizione. Straordinarie, dunque, sono le
interpreti femminili. Saoirse Ronan cresce ad ogni film, fisicamente
e professionalmente: è di una bravura indiscutibile, emoziona,
commuove e, con i suoi occhi azzurri senza fine, incanta e disturba.
Ancora una volta, la sua è una prova che meriterebbe di essere
premiata. Se lei, tuttavia, è una conferma, Gemma Arterton è una
folgorante e inaspettata sorpresa: bravissima. E poi, quant'è
bella? Tanto, e in questo film sfoggia tutto il suo sex appeal, il
suo carisma e il suo talento, in una prova struggente e toccante. Le
due si rubano la scena a vicenda, fanno a gara a chi è più brava,
litigano e si feriscono a suoni di egoismo e rivalse. Saoirse, per
una volta, vorrebbe soltanto restare. Gemma, per una volta, vorrebbe
essere soltanto una madre – apprensiva, fastidiosa, affettuosa –
come tante. E, come tante mamme prima di lei, è alle prese con il
compito più ingrato: lasciare che la sua bambina, dopo duecento anni
insieme, voli via, libera come l'aria. Trascinante la colonna sonora,
ben dosati i pochi effetti splatter, affascinanti le ricostruzione
storiche e i dialoghi, perfetta la costruzione del dramma. Per me, è
un gran film. Un gran dramma umano, prima di essere un gran film sui
vampiri. La classe (e il sangue) non è acqua e Byzantium è
uno di quei film che meriterebbe la giusta attenzione e un'ottima
distribuzione. Come sempre, per il momento, in Italia ce lo siamo
lasciati sfuggire e lo stesso discorso vale per il Passion di
Brian De Palma, che – tra l'altro – ho trovato un tantino
inferiore a questo. E' originale, è oscuro ed è umano, oscillante
tra horror indipendenti come l'ottimo Lasciami entrare e
storie forti e intense, come il conturbante romanzo di Alma
Katsu, Immortal. Da vedere.
Un
film fragilissimo, che si basa su una trama fragilissima e sue due
personaggi fragilissimi. E' lento, logorante, statico, disarmante. Ha
l'impianto atipico di un film indipendente, con riprese talora
tremolanti e una colonna sonora ridotta all'osso, ma al suo esordio
dietro la macchina da presa l'acclamato Derek Cianfrance ha a
disposizione due attori semplicemente mostruosi. Semplicemente
immensi. Ryan Gosling e Michelle Williams – per questo ruolo,
candidata giustamente anche agli Oscar. Scelta geniale, vincente,
azzardata. Due
delle star più belle di Hollywood, simbolo per eccellenza del
melodramma e della commedia romantica, vengono scelti per un film che
si crogiola nel dramma più duro e che uccide i sentimenti.
Ingrassati leggermente, imbruttiti, stanchi di fingere e di vivere,
Ryan e Michelle sono bellissimi ugualmente, insieme. Il film narra
due storie parallele. L'inizio e la fine di un amore. Non ci sono
lieto fine. Vediamo i protagonisti dieci anni prima –
innamoratissimi, folli, giovani – e poi li vediamo adesso – con
una bambina, segreti sospesi, problemi grandi e piccoli.
L'amore li ha resi più brutti, più cinici, più cattivi. Brutta
bestia davvero i sentimenti umani. Ryan Gosling viene proiettato dal
romanticismo spettacolare e commovente di Le pagine della nostra
vita su un set che ha come sfondo una squallida e spenta
periferia. Con i capelli o stempiato, bello o brutto, felice o
depresso, lui è la stessa anima buona e romantica che aveva fatto
innamorare tutti i giorni la Rachel McAdams della trasposizione
cinematografica del bestseller di Sparks. Si sacrifica, accetta
l'onta ma non rinuncia all'amore, cerca di rucire a suoni di poco
convinti Ti amo quello che ormai è perduto nel fuoco. Fa
pena, fa commuovere, fa sorridere mentre – giovane e stonato –
canta una canzone d'amore alla sua anima gemella. Michelle Williams
ha la parte più difficile. Verso di lui scatta la compassione, verso
di lei l'odio. E' spietata, stronza, dura, realista. Lei è l'adulta,
lui è il bambino che – per far ridere sua figlia – mangia la
pasta con le mani o inventa fantasiose scuse per nascondere il più a
lungo possibile la morte del loro cane. Lui è un personaggio a cui è
facile volere bene, lei è facile da detestare. Eppure la vita è
così. Certe strade sono fatte per separarsi per sempre. Blue
Valentine è una storia come tante, ma di cui poco il cinema ha
parlato. E pensare che ci sono voluti tre anni affinché fosse
distribuito – male, tra l'altro – da noi... Perché la
verità è brutta e, a volte, lo spettatore vuole solo dimenticarla.
Un film bello, ma da vedere una volta e basta. Non credo reggerei
alla seconda. Non credo che, fino alla fine, riuscirei a fare a meno
di pensare a un epilogo diverso. Più fasullo, anche se più felice.
Con
la Dimension di Piranha 3D e Scream a produrre ed Eli Roth
nel cast e anche nelle vesti di produttore ufficiale, mi aspettavo
che Aftershock fosse un horror tutto da ridere. Uno di quegli
splatteroni talmente esagerati da essere perfino divertenti, con
protagonisti appena abbozzati, situazioni assurde e trash, effetti
truculenti a gogò. Il trailer americano, rigorosamente vietato ai
minori, avvalorava decisamente le mie ipotesi. Sesso, alcol, droghe,
aperitivi, ragazze in minigonne succinte, divertimento ed incubo
sullo sfondo di uno scenario affascinante ed esotico: il Cile. La
prima mezz'ora del film non mi ha fatto ricredere: tutt'altro. Tutto
filava come da copione, se non per il fatto che le battute e i
personaggi fossero leggermente più simpatici ed intelligenti di quelli
degli horror standard. Un cast internazionale – con attori
americani, spagnoli, ucraini e cileni – ben diretto dal giovane
Nicola Lopez, perfettamente amalgamato ed inserito in un contesto
scanzonato, ma lontano dagli eccessi e dalle volgarità più ovvie.
La vera svolta arriva quando i protagonisti, impegnati sulla pista da
ballo e in disastrosi tentativi di rimorchio, si trovano prigionieri
dell'inferno. La terra trema, il mondo crolla, la violenza del
terremoto si abbatte sul Cile. Era il 2010 e, nonostante numerose
licenze, il film s'ispira a fatti realmente accaduti. Pensarlo mette
i brividi e vedere i disastri della tragedia resi attraverso effetti
speciali realistici ed interessanti ti rende parte di quello scenario
di palme rigogliose, sangue, follia passeggera, tensione. Lo spirito
iniziale – da commedia sopra le righe e un po' trasgressiva –
cede il posto a un dramma umano sconvolgente, impressionante,
profondamente emozionante. Come
nello splendido The Impossible (guardetelo!), i protagonisti
si trovano a dover combattere una battaglia persa in partenza con
madre natura. Ma, tra strade disastrate, macchine accartocciate,
gente nel panico, nessuno ha fatto i conti con il pericolo più
grande. Perché alla furia della natura si può sopravvivere, ma non
a quella umana. Dalle carceri ormai distrutte, la peggior feccia di
galeotti si è riversata per le vie. Lo splatter viene utilizzato per
mettere in evidenza la loro crudeltà, le loro malate voglie, il
sangue di cui hanno sete. Per molti dei personaggi sopravvissuti al
terremoto non ci sarà scampo. Il regista, attraverso uno splendido
lavoro, ce li mostra mentre si scontrano con una violenza
inenarrabile e mentre, da vittime, si scoprono anche capaci di essere
carnefici. I fan del genere come me apprezzeranno certamente il
realismo del tutto e l'originalità e l'efferatezza di alcune scene
mostrate. E' un survival horror classico, efficace, ma è anche
attento al dramma e ai colpi di scena. Cattivo, ignobile, terribile,
cinico e realista, non risparmia lo spettatore neppure quando tutto
sembra essere giunto alla fine. Accanto a Eli Roth - simpatico,
disponibile e convincente -, un plauso obbligatorio per altri due
membri del cast. Il primo, Nicolas Martinez, grassoccio, imbarazzante
e rumoroso, mi ha ricordato inizialmente il mitico Alan di Una
notte da Leoni, per per poi scoprirsi anche un comprimario
ottimo, sensibile ed umano. L'altro complimento va alla bellissima
Andrea Osvart, un'attrice ungherese, ma che consideriamo italiana di
adozione dopo la sua partecipazione a Sanremo e a fiction Rai come La
donna della domenica, Le ragazze dello swing, Pompei. Un inglese
pressoché perfetto, un volto angelico ed acqua e sapone che buca lo
schermo, un'espressività eccellente. Davvero notevole. Purtroppo,
l'avevo sottovalutata. Come questo film.
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