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sabato 7 gennaio 2023

11 anni e Top 5: cosa succede, a volte, ai buoni propositi

Al principio dello scorso anno sono risultato positivo al Covid. Ho passato i primi venti giorni di gennaio barricato nella mia stanza. La mia prigionia da hikikomori, però, durava da più tempo. Bloccato in un pantano, ero stato a lungo spettatore della vita altrui dal buco della serratura. In attesa del risultato del tampone molecolare, infine, avevo formulato un buon proposito: non sarei più rimasto chiuso dentro. L'ho rispettato. Sono arrivati i concorsi, i viavai, lo studio matto e disperato, le attese spasmodiche, le graduatorie: altre attese. È arrivato il contratto a tempo indeterminato e, anche se non credevo di avere né le forze né il coraggio, sono andato via. Completamente libero e completamente solo. Lontanissimo da me. A ventotto anni ho messo radici altrove, o almeno ci sto provando. Torino mi somiglia. È malinconica, ordinata; cupa qualche volta. Mi piace, Torino, perché si fa i fatti suoi. È il posto migliore per ricominciare. Anche se fa un freddo secco, che mi arrossisce la faccia alle fermate degli autobus, e non ho ancora superato quell'istinto naturale che mi spinge a ricercare il mare tra i ritagli dei palazzi porticati. Lavoro in una città a un'ora di distanza dal centro. Mi sveglio all'alba e la sera crollo presto. A scuola ho cinque classi – un centinaio di alunni circa. Dovrei sentirmi euforico, ma a volte sono stanco e basta. Però, sull'autobus del ritorno, se ho i Pinguini Tattici Nucleari in cuffia e un raro sole negli occhi, mi scopro felice come non mai. Quando stacco, mi dirigo verso un posto – un appartamento in zona Porta Nuova, con altri tre coinquilini sconosciuti fino a settembre – che chiamo già “casa”. Ho letto poco; forse guardato meno ancora. Immagino che, quest'anno, sia stato troppo impegnato a vivere. Ma, benché distrattissimo, sono tra coloro che si ricordano di onorare festività, ricorrenze e compleanni. Oggi, miei cari superstiti, il blog compie undici anni. Non posso promettere nulla: maggiore costanza soprattutto. Ho già il lavoro e la sveglia a impormi spietate tabelle di marcia. Voglio che questa resti la mia ora d'aria, il mio giardino felice. Incoltivato, forse, ma felice sempre. Come da tradizione, lascio in coda le mie top (ahimè, saranno Top 5) di romanzi, serie TV e film, ma vorrei tantissimo che mi raccontaste di voi. Un abbraccio e grazie per la compagnia.







5. Tasmania: Il mondo va a rotoli? Mi trasferisco con l'ultimo Paolo Giordano. 
4. Spatriati: E' il vincitore del Premio Strega. E racconta di due meridionali in fuga da loro stessi, nel medesimo anno in cui mi sono “spatriato” anch'io. 
3. La città dei vivi: Brividi di orrore e bellezza nell'ultimo Lagioia. Se fossimo noi le vittime del prossimo caso di cronaca nera? Se fossimo, soprattutto, i colpevoli?
2. Dove sei, mondo bello: Il mondo bello è ora e qui, tra le pagine di Sally Rooney. La voce più vera della nostra generazione.
1. Patria: La tragedia delle guerre intestine in una saga familiare indimenticabile. Non è un romanzo: è un'esperienza umana.








5. The Fabelmans: I ricordi, le famiglie (in)felici, il cinema. Spielberg non smette di regalarci magie.
4. Cha Cha Real Smooth: Avete superato i venticinque, siete tornati all'ovile, vi innamorate di persone al di fuori della vostra portata? Non siete soli. Una commedia in puro stile Sundance, scritta diretta e recitata da un giovane prodigio (classe 1997).
3. Spencer/Blonde: Gli anti-biopic dell'anno. Horror psicologici al femminile: cupi, metaforici, asfissianti. Stewart e De Armas, principesse di un castello di sogni e orrori, entrambe da Oscar.
2. Pinocchio: Questa visione mi ha scavato un buco in petto. E, da allora, ci vive dentro un grillo parlante. Guillermo Del Toro al suo meglio.
1. Everything Everywhere All at Once: Pagare le tasse? Che avventura. Un viaggio nei multiversi del cuore, folle e coloratissimo, sulle migrazioni vere e figurate di una famiglia cinese in America. Segnatevelo: ai prossimi Oscar vincerà tutto.









5. Heartstopper: L'insostenibile leggerezza di essere adolescente e innamorato. I cuoricini si scioglieranno come Polaretti in un congelatore in panne.
4. Stranger Things – Stagione 4: Troppo teen, troppo inflazionata, troppo commerciale? Sarà. Ma la serie dei Duffer Brothers non sbaglia un colpo e sforna momenti cult.
3. The Staircase/Landscapers/Pam & Tommy: Storie d'amori tossici, storie vere, storie nere. Quando la realtà supera l'immaginazione e agli attori, in stato di grazia, tocca cambiare pelle.
2. Euphoria – Stagione 2: Zendaya che scappa per non finire in rehab, Sydney Sweeney che si strugge allo specchio, Eric Dane che balla un lento in un bar gay. Nel mondo della serialità ci sarà sempre un “prima” e un “dopo” Euphoria.
1. This is us – Stagione conclusiva: L'ultimo treno di Rebecca Pearson e di una famiglia che non dimenticheremo. Grazie per questi sei anni di lacrime. Ci hanno fatto sentire più umani, e più vivi.

venerdì 7 gennaio 2022

Mio caro Stoner: lettera aperta a un altro me stesso per i primi dieci anni del blog

Mio caro Stoner, 

qualche anno fa ti leggevo ed entravo in crisi d'identità. Non volevo diventare come te; insegnare. Mi spaventava la tua vita grigia e monotona, nei binari. Ti leggevo, ascoltavo Brunori Sas («la verità è che ti fa paura l'idea di scomparire») e piangevo. In comune avevamo gli studi, la malinconia e il destino annunciato. Perché avevo studiato Lettere, accumulato i crediti giusti e tutto il resto? Perché mi ero condannato inconsapevolmente a vivere la tua esistenza e i tuoi medesimi sbagli? Nel 2021 appena salutato ho scoperto che essere come te, invece, non è così male. 

Mi piace la mia routine, mi piace avere una tabella di marcia, mi piace sentirmi adulto e indispensabile per qualcun altro. Questo post nasce per ricordare il compleanno del blog, sono online da dieci anni tondi tondi, ma  anche e soprattutto per stilare un lucido bilancio dell'anno appena trascorso. Nonostante tutto, sono grato al 2021: mi ha messo alle strette fino a farmi diventare più me stesso. Mi piaccio così? A giorni alterni, a tratti, ma adesso almeno so chi sono: Michele Del Vecchio, ventisette anni, insegnante precario, con un angolo virtuale in cui raccontarmi e un romanzo nel cassetto (semifinalista a un concorso letterario, è stato poi oggetto di due illustri rifiuti da cui fatico a riprendermi). Da ragazzino avevo l'ossessione di condividere, arrivare, scrivere: volevo farne un lavoro. Ora che sono diventati semplicemente hobby, me li vivo meglio e me li godo di più. È il sette gennaio e non ho ancora cominciato una nuova lettura; non scrivo, invece, dalla scorsa estate. Sono meno presente che in passato? Pazienza. Leggo meno? Non fa nulla, ma spero di leggere almeno i libri giusti. Mi comporta troppo tempo scrivere lunghi post? Poco male, mi racconto così come viene su Instagram e Letterbox. 

Dieci anni fa, per la prima volta, pubblicavo un post online. Era una presentazione di poche righe, goffa ma onesta proprio come il sottoscritto. Sono andato a rileggerla, oggi, e non mi sono scoperto poi troppo diverso dal diciassettenne di quando tutto cominciò. Resto ancora così, anche se tanto è cambiato nel frattempo: perfino il mio modo di descrivermi, raccontarmi, interagire. Sono subentrate la consapevolezza della malattia, la sindrome d'abbandono, l'ansia sociale. Ma anche la pacata accettazione di chi non sarà mai il fantastico Harry Potter o l'ambizioso Jay Gatsby, bensì qualcuno come te: un insegnante occhialuto e riservato, magari un po' grigio se visto da fuori, ma con una vita immaginaria di un'intensità talora commovente. Questo significa arrendersi? Significa crescere, forse, e considerare i sogni per quel che sono: cose da fare nei ritagli in cui la vita, finalmente, ci lascia in pace. Spero comunque di farne ancora e ancora di bellissimi. 

A rileggerci tra altri dieci anni, 

Michele 

giovedì 7 gennaio 2021

Nove anni online: l'acqua è pur sempre oceano?

Nove anni fa, oggi, scrivevo il mio primo post. Avevo diciassette anni, tantissime idee e altrettanta speranza. Per forza di cose, i compleanni del blog mi immalinconiscono sempre. Finiscono per trasformarsi in un bilancio dell'anno appena trascorso e questa volta, dopo tutto il male che il 2020 ci ha riservato, avrei preferito glissare. Dimenticare questa data e passare direttamente al post successivo. Ma questi appuntamenti, ogni sette gennaio, significano per me lasciare una traccia del mio passaggio. Un picchetto ad alta quota. Come nei videogiochi, sono dei check-point da cui è possibile ripartire. Potrei parlarvi perciò delle convivenze claustrofobiche del lockdown, delle mascherine che ormai penzolano dagli specchietti retrovisori al posto degli Arbre Magique, delle sabbie mobili che impediscono di mettere un piede dietro l'altro, della frustrazione per le opportunità mancate, delle visualizzazioni in calo e dei commenti un po' più timidi del solito. Psicologicamente, sì, è stato un anno impegnativo. Ma non sono mai stato un tipo cagionevole, per fortuna, e allora meglio non crucciarsi troppo per gli sbalzi d'umore: sto bene. Mi sto sforzando di vedere il bicchiere mezzo pieno. La vecchia insoddisfazione ha lasciato il posto alla quieta accettazione che insegna Soul, l'ultimo capolavoro Disney Pixar su un jazzista insoddisfatto. Appassionato com'è, perché il protagonista fa fatica a ritagliarsi un posto nel mondo? Sogna forse troppo in grande? Meglio accantonare la vocazione artistica: che resti soltanto un innocuo hobby?

Conosco una storia che parla di un pesce che va da un pesce anziano e gli dice: “Sto cercando quella cosa che tutti chiamano oceano”. “L'oceano” risponde il pesce più vecchio “è quello in cui nuoti adesso”. “Questo?” dice il giovane pesce. “Questa è l'acqua. Io invece cerco l'oceano”.

Fino ai venticinque anni avrei voluto mangiare il mondo; poi ho dichiarato indigestione. Avrei voluto l'oceano anch'io, ma a ventisei ho realizzato che il punto in realtà è imparare a galleggiare – in mancanza del Pacifico, anche lo spazio ristretto di una piscina gonfiabile andava benone. Perché non è il talento a essere al servizio della vita, insegna il film d'animazione, ma l'esatto contrario. Sopravvissuto alla crisi del settimo anno, resisto anche al Covid-19 e a tutto quello che mi toglie: compresa la voglia di leggere. Come mandare avanti un blog letterario se il blocco del lettore si è ripresentato più volte nel tempo? Come evadere con l'immaginazione, se barricato in una stanza che d'inverno ha per di più grossi problemi di umidità? L'oceano, dove sta? Ho letto e postato meno del solito, ma probabilmente nessuno se n'è accorto: sono bravo a tamponare. Ho vissuto la mia improvvisa discontinuità senza grossi sensi di colpa né rancori. Anzi, spesso e volentieri ho cercato la condivisione con altri mezzi – Instagram, la spietata concorrenza: da novembre con tanto di soffertissime storie parlate –, senza vivere la cosa come un tradimento verso chi c'era prima dei followers o degli hashtag. La compagnia e l'ispirazione, insomma, le ho trovate dove capitava. Sono diventato più social per sentirmi meno solo. L'importante è stato costruire – anche semplicissimi castelli di carte –, per opporsi all'anno che distruggeva ogni cosa. Qualche nuovo mattoncino, nonostante tutto, l'ho impilato anche qui. Il risultato è una sgangherata casa di Lego che qualche volta fa acqua – presto acquisterò un nuovo dominio: confesso che vorrei dare una rinfrescata alle pareti, cambiare volto; riprovarci –, ma in cui è comunque possibile svernare in attesa della fine dell'apocalisse.

martedì 7 gennaio 2020

Otto anni insieme (il peggio è passato)

All’inizio di questa avventura avevo diciassette anni e grandi ambizioni. Normale, a quell’età. Sognavo che questo blog sarebbe stato un banco di prova e che, crescendo insieme a me, avrebbe potuto darmi qualche sbocco lavorativo. M’illudevo che scrivere sarebbe diventata la mia professione. E piccole e grandi soddisfazioni – i contatti con gli uffici stampa, gli omaggi con il mio nome scritto a stampatello sulla busta, perfino una menzione su Repubblica –, a lungo, hanno alimentato la speranza. Poi all’improvviso sono cresciuto, e guardandomi attorno ho realizzato che la fortuna purtroppo si era tenuta alla larga da me, facendosi beffa dei miei buoni propositi. Me lo hanno fatto notare anche amici e parenti durante le feste, chiedendomi quanto guadagno con i post (niente), cosa potrei fare dei miei contatti dopo una laurea in Lettere (boh, servirebbe un master), perché un’esistenza chino sul portatile (a giorni alterni, me lo domando anch’io).
Ci ho ragionato in un anno di frustrazioni, bilanci, amarezze. Un anno in fermo, dove l’inattività successiva alla laurea mi ha permesso di rimuginare più del solito. Me la sono presa anche con il blog. Costretto con le mani in mano – credetemi, lo dico senza presunzione –  mi sono sentito un po’ come quegli attori prodigio che da bambini sono sulla cresta dell’onda e da grandi diventano tossicodipendenti. Che ne è stato del blogger a cui tutti erano affezionati come a una sorta di mascotte, perché al passo sebbene giovanissimo? Cosa ho perso, se per via della concorrenza dei social sono diventato ormai uno dei tanti? Farlo per me, per me e basta, non è più sufficiente?
Quest’anno è cambiato il rapporto con questo spazio: per la prima volta si è fatto più conflittuale. Gli ho dato colpe che non aveva mica. Ho postato meno che in passato. A una settimana dall’inizio dell’anno nuovo, non ho ancora ultimato la lettura di un solo romanzo. Se un tempo leggere e scrivere rappresentavano infatti quello che riuscivo a fare nonostante tutto – i ritmi dell’università, i drammi della famiglia –, oggi mi ricordano a tratti le scuse con cui riempio il tempo anziché dedicarmi alla vita vera. Blogger, in crisi già da un po’, di certo non aiuta.
Per fortuna, a sorpresa, gli stimoli sono arrivati da Instagram: il viaggio a Milano all’inseguimento di David Nicholls; le reazioni a caldo su film e letture; tante belle persone da conoscere dal nuovo, contro i silenzi sempre più fitti degli innumerevoli colleghi che abbandonano man mano la nave. Sento l’esigenza di cambiare pelle, di trovare un nuovo modo per raccontarvi me e i libri: mi consigliano ad esempio di scrivere post più brevi, di metterci la faccia più spesso, di parlare in video. Ma francamente un po’ mi vergogno, un po’ ho paura di tradirmi. Se non voglio essere tagliato fuori, però, a poco servono le remore. A poco serve dichiararsi orgogliosamente parte di una retroguardia in via d’estinzione, additare i social come fossero nemici, quando così facendo rischiano di avere la peggio i libri – qui meno visibili che altrove – e i sogni. Il diciassettenne degli inizi ha scoperto il disincanto: è disposto sia a sbracciarsi che scendere a patti, soprattutto con sé stesso. È provato, ma non smette di imparare – che si tratti del segreto degli hashtag giusti, delle foto a effetto, del mancato dono della sintesi. Famoso non ci diventa, no. Ma magari ritrova il piacere di condividere, dopo un 2019 con il pilota automatico in cui quello che ha avuto non era quello di cui aveva bisogno. L’ho confessato anche alla fontana di Trevi, sabato sera, lanciando una moneta in cambio di un desiderio di rinnovamento; un proposito di leggerezza, per tornare a godere di quello che ho e della compagnia dei pochi (ma buoni) che restano.

lunedì 7 gennaio 2019

Blogversary | La crisi del settimo anno

Sette anni, parecchi.
Quelli della crisi, o così dicono. 
Il blog non perde un colpo nella sua programmazione settimanale, ho post su post per i giorni a venire, eppure è vero, non lo nascondo: la crisi, nell'aria, c'è. 
Quella di una piattaforma, Blogger, ormai in caduta libera. 
Quella verso i social, in particolare Instagram, che vorrebbero sostituire la frivolezza delle fotografie alla ricchezza della parola scritta, i Like opportunistici ai vostri commenti.
Su questa barca, mi accorgo nel classico post-bilancio d'inizio gennaio, siamo sempre meno. Un manipolo di superstiti che non troppo si cura delle testate confinanti che chiudono i battenti, dei colleghi in pausa di riflessione ormai a tempo indeterminato, delle visualizzazioni modeste o di interazioni non coinvolgenti quanto in passato. Lo scriveva già la mia amica Lisa, con cui, durante questa ricorrenza, mi trovo a condividere le riflessioni (sul divenire generazionale e una concorrenza altrove spietata), i dubbi (perché spendersi tanto se la scrittura è in crisi d'identità?), la nostalgia (quanti eravamo un tempo, e guardate adesso: cosa sono tutte queste case sfitte nel vicinato, con le assi alle finestre e i giardini con l'erba troppo alta?). Non si cede alle dirette o alle videorecensioni su Youtube, ai sorrisi in posa su un profilo privato che ospita le mie letture e poco altro (lo so, che noia), alla tentazione di fermarsi qui. All'anno di una crisi da far passare in fretta, allora, fra l'ultimo esame il 16 del mese e la laurea si spera ad aprile, i comodini e gli hard-disk che pesano già per tutto ciò che di bello c'è da recuperare, una piccola esperienza editoriale che ho la crescente paura si fermi ad appena novanta copie dal traguardo (se non lo avete fatto, date una chance al mio romanzo in forse).
A ben vedere, però, qualcosa resta: l'essenziale.
L'atmosfera da tavola calda che piace a me, se si incrociano ormai sempre le solite facce e una chiacchiera tira immancabilmente l'altra. E resto io, che ho il bisogno vitale di leggermi e farmi leggere e, a volte, tanto mi basta. Per il vecchio desiderio di condividere le pagine e i sogni, di scambiare occhiate e saluti, di parlare a voce alta se l'apatia mi schiaccia tutti i giorni in un angolo senza niente di interessante da aggiungere alle conversazioni altrui. Voi come me, scommetto. Voi con me. Mangiamo allora questa torta immaginaria in buona compagnia e, per favore, grazie, non lasciamoci mangiare.
Sette anni, parecchi.
Quelli della crisi, o così dicono. Ma, in fondo, un po' mentono. 

lunedì 8 gennaio 2018

Blogversary | Sei anni

Sei anni. (Ieri.)
Quando un bambino comincia le elementari.
Quando ho imparato a leggere e scrivere.
Quando il liceo finisce, e il primo anno senza – la sveglia alle sette, i sorrisi della compagna di banco, i trucioli sulla fòrmica azzurrina – ci si sente soli e sperduti.
Quando un blogger – dipendente sì, ma troppo dagli altri, troppo da queste vacanze che lasciano in giro ghirlande e tristezza, tappi di vecchio spumante – sente di non sapersi godere niente, nemmeno la sua festa.
Sarà l'amarezza che non mi scollo di dosso, gli strascichi di due anni fa.
Sarà che, questa volta, mi è difficile raccontarmi in una lista di cose belle per dire che tutto passa, che poi sto meglio anch'io – una c'è stata, c'è, così bella da credere di meritarla a giorni alterni. 
Sarà che ho questa cosa, dentro, in ballo, che mi rende stanco e irrequieto. Sempre in dubbio. Neanche con un libro in mano, davanti a un film, pare di trovare più pace. Che quest'anno – non in un post di compleanno, ma in un augurio per me e per voi – ce ne porti almeno un po'.
Di persone, di libri, di film che restano.
Scusate.
Grazie, perché scegliete me.
Anche quando a dormire, a fantasticare, non restano che Ryan Gosling e Emma Stone lassù, in un header fuori stagione. Diamo la colpa all'influenza, al raffreddore, per questa pagina di caro diario che in fondo suona un po' brutta. Non badate a una voce roca che avrebbe voluto dirvi di meglio. Domani, magari, mi ritorna in gola. E potremo cantare i folli e i sognatori, e tanti auguri a me.
Sei anni. (Ieri.)

sabato 7 gennaio 2017

[Bloggeanno] Cinque anni e cinque cose che forse non sapevi

Sarà questo periodo, non lo so. O forse sì.
Cinque anni fa, quando ho scritto il primo post, non dovevo sentirmi tanto diversamente. Erano i primi giorni di gennaio: tempo di bei propositi, di bilanci. E così, anno dopo anno, mi ritrovo da tradizione in preda a una specie di ingiustificata malinconia. Saranno le cose che finiscono. Sarà che ho l'albero di Natale da disfare e proprio non mi va. Sarà che le feste, in cui la spensieratezza è d'obbligo, da qualche tempo a questa parte non mi piacciono più. Ogni sette gennaio, fatto sta, mi ritrovo a scrivere questi lunghi e personalissimi post-confessione. Il resoconto di cosa succede da un anno all'altro, anche se tra le righe parlano le recensioni, le stagioni in cui posto spesso o raramente. L'ultimo post per il compleanno del blog, 365 giorni fa, è così doloroso che non ho il coraggio di aprirlo. Ma tutto passa: ci si fa il callo. Anche ai post nerissimi, che ti raccontano i giorni difficili. Quest'anno pensavo di saltarlo, il rituale del compleanno. Avevo in mente uno stato Facebook e via. O di mettere in palio qualche romanzo. Ma sarebbero accorsi soltanto sconosciuti in cerca di un colpo di fortuna. Invece a me piacciono le persone che leggono questi post inutili, senza niente in ballo, e che questa volta non disturberò con storie tristi: croce sul cuore. Cosa faccio, allora? Un quiz? Un post di curiosità? Un sondaggio? Mi è venuto in mente, poi, il suggerimento che una volta mi ha dato una persona cara. Alla fine della giornata, elencare un tot di cose positive. Nel nostro caso, facciamo alla fine di un anno: legati ai riti che contemplano i punti della situazione e le fotoricordo. E se è stato un anno lungo e difficile come quello appena passato, se festeggiamo un lustro, elenchiamone cinque, di cose belle, per fare pendant. Passerò a rileggermi, così, quando mi scordo che nonostante tutta ce la faccio. 


1. Ho traslocato. In casa si accumulavano scatoloni già da un po'. Siamo in tre; in due qualche volta. La casa nuova è più grande, più calda, e ha queste larghe vetrate in cucina e in soggiorno che la rendono perfetta d'inverno e una sauna d'estate, quando tocca rifugiarsi dall'altro lato dell'appartamento per sfuggire al sole. Abbiamo caricato due armadi, due specchi e una scrivania in una normalissima e rigatissima 156. Abbiamo risparmiato comprandoli all'Ikea e poi abbiamo compensato con le bestemmie, tra bulloni contati e pezzi che stentavano a combaciare. Abbiamo imparato a fare la piega alle tende. Adesso so usare l'asciugatrice e il trapano elettrico. Saremmo stati più contenti in quattro, ma non tutto può andare liscio e la nostalgia va e viene. Con le feste. Quando provo a descriverla.
2. Ho scoperto che la comune paura degli zitelli e delle zitelle di ogni dove – morire soli con sette gatti – non ha senso. Io ne ho uno e, senza, non saprei come fare. Quali fotografie ci metto su Instagram, senza il muso simpatico di Ciro? Chi mi sveglia alle tre del mattino trascinando la ciotola vuota in corridoio e facendosi perdonare, dopo, rubandomi la trapunta? Ciro, in realtà, c'è da due novembri. Questo luglio, però, in esplorazione sui cornicioni della casa nuova – che gli piace, molto più della precedente – è caduto dal secondo piano. Ha riportato una microfrattura al bacino e un taglio bruttissimo sotto la coda: il sangue non si fermava più. La sfortuna non ci voleva dare scampo. Mio padre si disperava, mio fratello gridava – chi aveva lasciato la finestra aperta? - e io, che a diciott'anni dicevo di non volere neanche la patente, guidavo in direzione della veterinaria più vicina. Ora è come nuovo, zampetta per casa senza zoppicare, mi mangia i calzini e le ghirlande dell'abete sintetico. Mi si siede in braccio solo se lo costringo. Ma certe volte mi guarda dritto negli occhi e poi scappa via con quel ruggito (prrrù) tutto suo.
3. Quando è successo quel che è successo, il mio pensiero è stato: e ora come faccio, con l'università e il resto? C'è chi molla, preso dallo sconforto, e chi affoga nello studio. Faccio parte della seconda categoria. In un anno da pendolare ho fatto sei esami – tra questi, i mostri Letteratura italiana e Storia dell'arte contemporanea – e in un mese, complice una relatrice che mi ha dato carta bianca, ho scritto una tesi di ottanta pagine. Ho scelto una copertina blu, una cravatta bordeaux, un completo preso con gli sconti a Piazza Italia e il dodici dicembre mi sono laureato. A Capodanno eravamo sparpagliati, ma la discussione ha riunito un'altra volta la mia famiglia. Sembravamo stare, se non bene, meglio.
4. A un certo punto ho finito di scrivere una cosa a cui stavo lavorando da tempo, ma senza crederci davvero. C'era una scaletta da seguire, ma le parole sfuggivano. Sono ritornate in primavera e, prima del mio ventiduesimo compleanno, ho messo un punto fermo a quello che è nato come un pegno verso il me adolescente. Da allora la storia è stata tagliata, ampliata, riscritta in parte. Ho lavorato di stucco e lima, complice l'aiuto di una meravigliosa amica virtuale conosciuta proprio da queste parti. Qualche volta mi dico bravo, qualche altra condannerei il malloppo al macero. Ma io ho paura di tutto. Quindi aspetto, ci penso e, tra una cosa e un'altra, scrivo pagine più urgenti, più mie, in cui ci sono i cinque punti di quest'oggi e il buco nero di ieri. Non so quando, non so se. So che, in caso, vi toccherà darmi corda perché sì.
5. Diamo i numeri. Il blog ha raggiunto mille lettori qui, duemila sulla pagina Facebook, quattrocento su un neonato profilo Instagram. Le visualizzazioni sono tante, non so neanche leggerle, e non c'è neanche un post orfano di commenti. Sono stato candidato per il secondo anno di fila ai Macchianera Italian Awards: dopo l'ultimo posto dell'anno scorso, siamo avanzati dignitosamente fino al settimo. Questo, benché la mia grafica faccia pena e resti sempre quella – quando finisce la sessione invernale la cambio, se Photoshop collabora – e le esigenze universitarie mi abbiano fatto recensire un'ottantina di romanzi, sì, ma con una fretta che avete finto di ignorare. E io - per tutto, tutti - vi ringrazio.

giovedì 7 gennaio 2016

Come se la passa Mr. Ink, quattro anni dopo?

Sono passati quattro anni. Se non tanti, comunque abbastanza. 
Per capirci, per saperci leggere tra le righe a vicenda. Libri aperti.
Il non conoscerci ci rende senza peli sulla lingua e senza segreti. Non abbiamo niente da rinfacciarci. Nessuna debolezza su cui fare leva. Al contrario che nei rapporti interpersonali – dove, vuoi o non vuoi, ad un certo punto, si pretende l'amore, l'amicizia, una mano nei momenti no -, in ballo non ci sono interessi. 
Mi presti gli appunti di Linguistica?Ma tu mi vuoi bene?Passo a prenderti stasera?
Ci leggiamo solo perché ci fa piacere. Perché quel giorno ci andava così. Di me, in prima persona, piace poco parlarle. Strano, direte, per uno che ha scelto la parola diaro per battezzare il suo blog. Strano, soprattutto, per uno che scrive lunghe recensioni, per parlare un po' dei libri e un po' dei libri secondo lui. Il compleanno di Diario di una dipendenza, però, mi coglie sempre in momenti di forte malinconia. Sarà un caso? Ero malinconico anche quel giorno, scommetto, quattro anni fa. Partito da zero, con poche e stentate idee, che somigliavano tanto a una lista di buoni propositi. E' bastato un click, pazienza e una dose di fortuna. Quella volta, forse, una volontà superiore mi voleva vedere sorridente e, in minima parte, realizzato. E questa volta, invece? Cos'è di me, quattro anni dopo? Il diploma, l'inizio dell'università e, se Dio vuole, a novembre, la laurea triennale. La laurea, sì, e chi verrà a sentirmi discutere la tesi? Uno dei pensieri che in questi giorni difficili mi è balenato per la mente: il più stupido. Una volta, al veglione di Capodanno, ho visto una ragazza scoppiare a piangere all'improvviso, circondata dalle sue amiche; non capivo che avesse. Adesso, a modo mio, ho capito. Le feste ti ricordano cosa hai fatto e cosa non hai fatto. Chi non c'è. Vi ho accennato al mio Natale buio, ed è stato più buio – e freddo, e solitario – di quanto pensiate. Meglio non parlare del primo dell'anno.
Chi non c'è a Capodanno non c'è per tutto l'anno? In tanti mi avete chiesto cosa stesse succedendo. Ma cosa rispondervi... Non lo sapevo nemmeno io. A qualcuno l'ho detto, poi; scriverlo l'ha reso più vero e spietato. Chiaro. Mi ha sbattuto in faccia una verità che non posso negarvi, adesso, in un post di resoconti, bilanci e promesse, diverso dai miei soliti. A freddo, senza ricercare motivazioni e colpe, in pillole amare, sputo d'un fiato che mia mamma non vive più con noi e che domani sarà un mese esatto che non la vedo. Che sono arrivate le lettere degli avvocati, ma quello è stato il minimo, e che la situazione, dopo due figli e trent'anni di confidenze, con gli alti e bassi comuni a ogni famiglia, è diventata sporca, complicata. C'è chi porta acqua al proprio mulino come può, ci sono stati i musi lunghi, la rabbia, la depressione, i colpi proibiti sotto la cintola. In tre, piccoli uomini, ci siamo fatti forza e compagnia. Ma mancava il meglio. Non ho mai passato un Natale in silenzio. Mi rendevo conto di avere apparecchiato per quattro, e piangevo. Al supermercato, la radio passava il ritornello di Le tasche piene di sassi e io avevo un attacco d'ansia tra i panettoni senza candiditi e le lenticchie del cenone. Facevo una lavatrice, appendevo il bucato e mi chiedevo se lei avesse bisogno di qualcosa, se avesse con sé i calzini spessi o mutande a sufficienza. E se sta meglio di noi?, e io la odiavo. E se invece sta peggio?, e mi odiavo io. Sono appena stato in cucina e ho strappato un pezzo di Scottex, ché mi accorgo di piangere ancora. Dopo la tempesta, infatti, la siccità emotiva per la stagione più corta al mondo. Squilla il cellulare e io fingo indifferenza: papà è stato peggio di tutti e gli risparmio la notizia che il figlio tornato all'università, lontano ma non troppo, non ha finito tutte le lacrime appresso a loro. Però va meglio, piano piano. Mio padre ha ripreso a lavorare, mio fratello aspetta di sapere se al call center gli prolungheranno il contratto un mese ancora e mia madre dice che la lontananza, almeno quella, è una cosa provvisoria. Non so quando sarò pronto a vederla. Ho preso a rispondere ai suo sms da poco. Io come sto? Io sto. Galleggio e solo rare volte mi passa di mente com'è, quella storia dell'inspirare ed espirare. Il blog era l'ultimo dei miei pensieri, in ordine di importanta. Una marea di post programmati, per fortuna, e andava avanti con le magie del pilota automatico. Non pensavo sarebbe sopravvissuto a tutto questo, che avrebbe spento la sua quarta candelina. Un mese fa sì, ma quanto cambia in un mese? Mi sono trascurato, ho troncato rapporti – il tempo ci darà la pace, si spera, ma alcuni legami vanno declinati al passato, troppo grande il male – e, dal mio personale eremo, ho saltato i festeggiamenti. Non so bene dove sia mia madre, non so se mi legge. Ma, se mi legge, le dico che non importa. Se sa dov'è, le dico vieni qui. Ieri, tornato alla mia mansardina di studente fuori sede, ho messo ordine. Richiamato alla base d'urgenza, con un dispendioso Intercity, avevo lasciato la stanza nel caos, le felpe e il pigiama ad ammollo nella lavatrice, il cibo ormai guasto in frigo. Ho buttato qualcosa, dato una pulita, fatto fare un'altra centrifuga ai panni abbandonati oltre l'oblò. Ho ricominciato. Ma a lungo non ho saputo dove andare. Casa mia l'ha strappata da terra un uragano, mi domandavo? E se è ancora, lì, invece, quanto rovinata la trovo? Chi ci trovo a passeggiare scalzo tra le macerie, con scopa e paletta per salvare il salvabile? Tornare a scrivere di quello che scrivono gli altri, a leggere, è stato sollievo e distrazione. Qui, dove tutto rimaneva uguale, con il resto che mi cambiava intorno. Quindi, di cuore, grazie. Più di quanto lo abbia detto prima d'ora. Restiamo una bella storia, anche se quest'anno – nel solito post commemorativo – c'è un capitolo che, mi dispiace, mette tristezza. E sono qui, ignaro di ciò che succederà domani, sfiduciato sul fatto che la corrente elettrica possa presto tornare a brillare sulla mia famiglia, ma ci sono piccole cose che so che farò – arrivare informato alla notte degli Oscar, divertirmi a leggere storiacce di persone che se la passano peggio di me, iniziare la tesi, in estate, e per l'estate mettere un punto a qualcosa che vorrei leggeste – e circoscrivo, così, pensieri che altrimenti mi spezzerebbero in due. Con Diario di una dipendenza non si ricomincia. Semplicemente, si continua. I libri, e chi li legge, mi hanno teso infatti un salvagente. L'ennesimo.

mercoledì 7 gennaio 2015

Ciao, mi chiamo Mr. Ink e la mia dipendenza dura ufficialmente da tre anni. Però tu chiamalo, se vuoi, blogversary.

Ma non penso che sia un darsi per scontati, solo che nei lunghi rapporti di amicizia, dopo tanto tempo, può capitare. Non trovare le parole per esprimere certe cose, non sfoggiare particolare originalità nel dirsi, una volta all'anno, tanti auguri. Quel messaggio speciale, studiato a puntino e inviato allo scoccare preciso della mezzanotte, arriva in occasioni speciali. Come quando si festeggiano i diciott'anni, che – è risaputo – sono speciali di loro. Ci si ingegna come si può, si scopiazza qualcosina su Pensierieparole.it, si condisce il tutto con cuori, punti esclamativi e smile – sapete che io odio abusi simili, ma a volte non è mai troppo, no? - e si finisce con un ti voglio bene; con un augurio di felicità. Dopo i diciotto, arrivano i diciannove, i venti e neanche per il tuo migliore amico, chessò, meritano poi troppa attenzione. Nel senso: bastano gli auguri e via, senza pensieri. Il ti voglio bene magari resta e resta l'sms al mattino, finché a restare è il pensiero dell'altro. Quando si passa al commentino in bacheca, quando è Facebook a ricordarci le date e le persone, allora una cosa si è rotta e un filo si è teso e strappato. Così la penso io. Questo, per dire che oggi facciamo tre anni; per dire che sì, io me lo ricordo eccome. Uso il plurale, perché senza voi Diario di una dipendenza sarebbe davvero una casa vuota. A tre anni, un bambino ha già imparato a camminare ma continua a farla barbaramente nel pannolino. Tre anni e, come recitava il titolo di una commedia francese, finisce l'amore. I miei tre anni su Blogger sono la relazione più lunga, o quasi, della mia vita. Un proposito per l'anno nuovo, quando correva il 2012 e il calendario Maya minacciava tutti con la sua idiozia e i suoi best seller abominevoli, e l'idea di un blog sembrava un impegno troppo grande per me. A diciassette anni – ma anche adesso – cosa non è spaventoso e grandissimo, poi? Ho perso chili e ho guadagnato (pochi) centrimetri in altezza, mi sono fatto i capelli diversi e ho comprato un comodino nuovo. Nelle foto mi sono scoperto sorridente. Più magro o più alto, più sicuro o più adulto, nella casa in cui sono cresciuto o altrove, nell'appartamento universitario che mi ha visto ripetere a voce alta fino a tardi e fare ogni tanto disastri ai fornelli – chi lo sapeva che gli spaghetti avevano un tempo di cottura minore, dico io? -, un libro in mano ce lo avevo sempre. Alcune cotte non passano, e non passa neanche Diario. Sono orgoglio di noi. Forse, per questo, quando tutti si lamentavano a voce alta di che pessimo anno fosse stato quello che abbiamo appena visto andare via, io – che eppure ho una annale carriera di lamentatore part time – non avevo rimpianti. Mi sono fatto un tatuaggio sul polso, ho dato sette esami più due, ho ottenuto una gran bella borsa di studio, ho adottato un gatto randagio. Sul polso, però, l'inchiostro mi ha lasciato due virgolette; se all'università va tutto per il meglio e perché faccio una cosa che mi piace, e ho scoperto che mi piace grazie a questo posto qui; per Ciro, il gatto... Be', nulla che abbia a che fare con i libri. In realtà, l'ha portato a casa mio fratello e non ero neppure nei dintorni, quel giorno. Mai letti romanzi con gatti in copertina, che tra l'altro mi stanno anche antipatici. Ma ogni storia di crescita che si rispetti, immagino, si merita come comprimario un fratello biondo, lunatico, indisponente e gattaro nell'anima, o facciamo anche finta di sì. E pare che questa, di storia, stando a oggi, si meriti ottocentosedici lettori qui e mille e quattordici sulla pagina fan, e – miracolato - non mi pare di meritarmi niente perché io così tanta gente neanche la conosco, pure sommando asilo, elementari, medie, superiori e università. Tre città, traslochi immuerevoli, una manciata di vite. Sinceramente, non so se la cosa mi renda malinconico, patetico, poetico, vagamente disperato come fossi un altro protagonista di Her – in caso, non sarebbe male, dai – ma, finché ci sarete, ci sarò. Battete un colpo, se ascoltate. Anche se non c'è tra voi una Scarlett Johansson, non fa niente. Su. Battete un colpo lo stesso.
Ché siamo una bella storia. 

martedì 7 gennaio 2014

Secondo Blogversary: a due anni di noi!


Stamattina mi sono svegliato con un pensiero fisso. Avevo una cosa da fare, anche se non sapevo esattamente cosa. Qualcosa c'era, ecco. Ed era importante. Poi, alle sette in punto, mia mamma è entrata nella stanza, chiamando mio fratello per nome: Diego doveva ritornare a scuola, ma non io. Uno dei pochissimi pregi dell'università, ho realizzato, ad occhio e croce. L'università... Ho pensato a questo, sono sprofondato di nuovo nel cuscino e ho poltrito ancora. Reagisco così allo stress. Più dovrei essere attivo, più dormo. Più dovrei studiare, più mi specializzo nella nobile e antica arte del perdere tempo. Ho messo i piedi giù dal letto qualche tempo dopo, inforcato gli occhiali che – coricandomi – infilo sempre nelle ciabatte sistemate ai lati di un letto a castello che ormai non è più così alto e, facendo colazione, davanti alla mia tazza di latte e tristissimi corn flakes, ho iniziato a rivedere schemi ed appunti. Infilato tutto in quella lavastoviglie rossa che emette sempre e comunque strani borbottii, ho iniziato a sottolineare un nuovo saggio di uno dei miei tre libri di Storia del Cinema, armato di una matita ben appuntita e di un vecchio biglietto del treno. Perché a casa mia non abbiamo nemmeno una comune squadretta e sottolineo con quello, sì. E perché a Febbraio ho il primo esame: prenotato nel cuore della notte, con la follia e l'avventatezza di un kamikaze con lo zaino in spalla, che, per il nuovo anno, ha propositi assurdamente ingenui per uno che, ad aprile, compirà vent'anni tondi tondi. Mentre, in TV, Forum dava il peggio di sé, con una causa esilarante che – in realtà – era un vero e proprio lancio pubblicatio delle Cinquanta Sfumature di Grigio, ho pranzato in fretta e mi sono concesso, prima di iniziare una nuova sessione di studio più o meno intenso, una pausa al computer. In realtà, tra un appunto e l'altro, con la scusa di dover cercare qualcosa di urgente su Google, c'avevo abbondantemente perso tempo già prima. Quando il cazzeggio è un'arte illustre. Rispondendo alla mail di una casa editrice, ho parlato del mio blog, come faccio tante volte e come tante volte farò. Ho scritto a un lontano e sconosciuto addetto stampa che era la mia seconda casa, il luogo d'incontro con i miei più grandi amici e che, in un pomeriggio di solitudine, con mio padre che mi dava consigli e input preziosi, l'avevo fondato due anni fa. Due anni fa... Il calendario mi diceva che, oggi, era il 7 Gennaio. Che oggi, se la matematica non è un'opinione, sarebbero stati 730 giorni di noi – ancora in contatto, ancora compagni virtuali, ancora insieme. Io, senza la scuola a scandire più i miei ritmi, avevo perso il conto dei giorni, e mi sono sentito così in colpa. Mi sono insultato, tolto quell'imbarazzante pigiama a rombi che era diventato la mia seconda pelle e messo al computer. Non con i miei abiti migliori, ma con una dignitosissima tuta grigia e con un felmone blu con una faccina sorridente sopra: io sono questo. Senza eleganza, senza un post già preparato, senza una lista di persone da ringraziare, ma questo. Mosso soltanto dalla voglia pazzesca, sincera e naturale di sentirvi vicini, nel giorno di un mese troppo lungo, ma che accoglie – tra le sue giornate fredde, deprimenti e brevi – il nostro secondo anniversario: l'unica cosa bella. Sicuramente l'unica mia cosa bella. Di parole ne scrivo tante, ma per una volta penso che dilungarmi non sarà necessario. Non ci sono concetti da spiegare, non ci sono sentimenti da esprimere: voi sapete già tutto, e da sempre. Rivolgo i miei ringraziamenti più vivi a chi sa il perché. A chi ha fatto di questo piccolo blog la cosa più bella che ho, in assoluto. Vi adoro. Quindi, lontani e vicini, brindiamo a un altro anno di noi. All'abbraccio di gruppo più grande che i Guinnes dei primati contemplino. ♥

lunedì 7 gennaio 2013

Primo Blogversary: 365 giorni insieme! :')

Perché niente è come te e me insieme..
(Chiara Due respiri)

 

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui Blogger è diventato casa mia.
Era il 7 gennaio 2012 e, dopo un'epica abbuffata di dolci, con la paura di ritornare ad essere l'adolescente troppo paffuto di un tempo, ero andato per il lungo mare con papà. La voglia di camminare pari a zero e la marcata tendenza a riempire di chiacchiere l'uomo silenzioso e affabile che mi stava accanto. L'argomento erano i libri, ovvio.
Lo aggiornavo sulle mie ultime letture, sui libri che con la mia limitatissima paghetta avevo intenzione di acquistare, sul trauma di non avere una biblioteca comunale in una cittadina carina, seppur piccola, come la nostra. Lui, come me, non è un gran parlatore. Io parlavo, lui mi ascoltava. Finché, ad un certo punto, aveva dato voce a un'idea che assillava anche me da qualche tempo.
- Perché non lo apri anche tu, un Blog?
Era il mio desiderio e la mia paura più grande, credetemi. La tecnologia e la costanza, francamente, non erano mai stati i miei cavalli di battaglia e il terrore di trovarmi su una barca alla deriva, da solo, mi gelava il sangue nelle vene. L'argomento era caduto così come era sorto. Poi, nel pomeriggio, mentre ero perso nella mia ennesima lettura, la sua voce familiare mi aveva chiamato dal soggiorno. A mia insaputa, aveva superato il confine. Aperto la Home di Blogger e cliccato sulla pericolosissima voce “Crea un Blog”. Con un poderoso calcio nel sedere mi aveva gettato nella mischia.
Nel più totale anonimato, e senza nemmeno dirgli grazie, avevo lavorato ad una grafica che risultasse semplice e accogliente e a un nome che da un lato mi rispecchiasse, dall'altro suonasse efficace. Pur non avendo mai amato i fumetti, ero cresciuto con gli eroi della Marvel. Come il noioso e gracile Peter Parker, avrei creato il mio alter ego.
L'eroe che mi avrebbe salvato dai numerosi momenti “No” e dalla tristezza che, inspiegabilmente, mi pervadeva di tanto in tanto. Sarei stato l'eroe di me stesso: Mr. Ink. Un essere mitologico a metà tra un nerd e un eroe romantico. L'inchiostro nel sangue, un paio di Ray Ban agli occhi, una piuma nella tesa del cappello.
Il mio cuore aveva tremato, poi, gli occhi chiusi, con il dito sospeso sul mouse, avevo cliccato “Invio”. Il giorno successivo avevo il mio primo commento e i miei primi lettori. Le gioie più grandi dei miei diciassette anni di vita. Alcuni erano colleghi già affermati che, con mia grande sorpresa, avevano voluto sostenermi sulle loro pagine Facebook. Altri erano semplici passanti, capitati per caso tra i miei libri e i miei deliri. Non sapevo ancora che sarebbero diventati parte della mia nuova, sempre più numerosa, famiglia. Ora, a 365 giorni da quel giorno, mi trovo a spegnere la prima candelina insieme a voi. Non ho desideri da esprimere, perché penso di stare vivendo proprio in questo momento quello più grande. Non sentirmi più solo. Nelle situazioni più disparate, abbiamo imparato a conoscerci e, con il sorriso, ho capito che, lontani o vicini, anche se non eravamo a conoscenza delle nostre reciproche esistenze, avevamo vissuto, inconsapevolmente, vite simili. Perché noi lettori – malinconici, solitari, sempre con la testa tra le nuvole - siamo un po' figli della stessa mamma. E, sempre in silenzio e in punta di piedi, arrampicati sulla nostra montagna di libri, muoveremo il mondo a colpi di parole. Non posso fare altro che ringraziarvi. Di vero cuore. 
Ringrazio chi è passato soltanto e chi, invece, ha deciso di fermarsi. Chi mi rallegra o commuove con i suoi affettuosi commenti e chi, silenzioso come lo sono anch'io, non parla, ma c'è. Chi mi sopporta pazientemente e, pieno di fiducia, legge i miei lunghi sproloqui, consapevole che il più delle volte avranno un senso.. forse! Ringrazio le Case Editrici e gli autori che in un anno hanno risposto alle mie email, facendomi sentire ogni volta come un bambino davanti a un Natale senza fine e riempendo di vita una desolata casella di posta elettronica che, fino a prima, raccoglieva solo Spam e pubblicità (... del Viagra soprattutto!!). Ringrazio i miei colleghi più cari, che mi dimostrano che, nonostante il mondo sia un posto crudele per i romantici, la solidarietà e la gentilezza non si sono estinte insieme ai dinosauri: Monica (la mia carissima mamma 2.0), Sonia (che, non lo dimenticherò mai, mi ha insegnato regole che avevo sempre ignorato!), Juliette (la più internazionali delle avventuriere di Blogger!), Morna, Denise, Fede, Noemi, Alessia, Matteo, le ragazze di Sognando tra le righe (che già mi vedono un grande scrittore *-*), Veronica, Ronnie, Giuls, Lenah, Olivia, Silvia... e sicuramente starò dimenticando qualcun altro di voi, fedele membro del Club dei bibliotecari, ma non il prezioso appoggio che mi avete offerto! E, soprattutto, ringrazio te. Che hai letto fino alla fine. Che ci sei stato e ci sarai. Che, con un tuo commento, mi strapperai ancora un sorriso e ancora una speranza. Per altri 365 giorni. Per tutto il tempo che, grazie a te, continuerò ad essere. Utile, interessante, apprezzato, vivo.