Nella prima edizione della storia, Pinocchio moriva impiccato e irredento: Italo Calvino lo considerava il protagonista dell'unico romanzo horror italiano. Al centro di innumerevoli trasposizioni (questa è la terza in tre anni), il piccolo bugiardo di Collodi trova finalmente la sua dimensione ideale nelle mani di Del Toro. E diventa inquietante, politico, dolcissimo, proprio come ci si aspetterebbe dal regista del Labirinto del fauno. Ambientata in un borgo dell'Italia in guerra e destinata a concludersi tra le acque insidiose dello Stretto, la trasposizione Netflix è una riscrittura brillante e personalissima in cui manca Mangiafuoco, la fata turchina ha una spaventosa gemella che veglia sui vivi e i morti, il Paese dei balocchi è un casermone dove plasmare la gioventù fascista. Lucignolo è il figlio del podestà, Geppetto intaglia crocifissi e piange il figlio perso nei bombardamenti, l'immortale Pinocchio fa gola tanto agli impresari senza scrupoli quanto al regime. Mussolini in persona non si divertirebbe forse a vederlo cantare e ballare? Ma questo burattino senza i fili e con un cuore grandissimo (nell'incavo del suo petto dorme il Grillo parlante) sfida il Duce e il mare pieno di bombe, insegnando che i genitori nutrono talora aspettative da smentire e che le bugie possono salvare la vita. Per il resto: sappiamo tutti come va a... O forse no? In lacrime, mi sono scoperto turbato per lo struggimento scorto sui volti in stop motion dei protagonisti e per la (non) morale di questo capolavoro della buonanotte. Una fiaba inedita, per bambini ribelli. E antifascisti. (8,5)

Il cinema di Guillermo Del Toro è il Paese dei balocchi. Irresistibile all'apparenza, ha sempre nascosto un cuore buio. Ma le sue favole, anche quando contaminate dall'horror, non hanno mai rinunciato alla speranza: spesso, a portarla, era la morte stessa. Il suo ritorno al cinema, passato talmente inosservato che la nomination al Miglior Film è parsa un fulmine a ciel sereno, sorprende anche senza colpi di scena. È un Del Toro senza magie. È un Del Toro senza speranza Adattamento dell'omonimo romanzo, racconta l'ascesa e la caduta di un Bradley Cooper più bravo che mai: in fuga dai sensi di colpa, si rifugia prima tra gli artisti di un circo itinerante; successivamente, accompagnato da una dolcissima Rooney Mara, punta a mettere in pratica i trucchi appresi (anzi, rubati) presso riccastri affascinati dal mentalismo. Come non soccombere però alla seduzione di Cate Blanchett, perfida femme fatale esperta di psicologia e spiritismo? Diviso in due metà antitetiche, unite dalla beffarda chiusa circolare, La fiera delle illusioni inizia come un'epopea alla Steinbeck e ammalia, poi, con le atmosfere da noir: lo zampino del regista è lì, in un'estetica ineccepibile, e nella resa agrodolce della vita dei saltimbanchi (la giostra dei cavalli ispira romanticismo, ma la sorte dell'uomo bestia, intanto, fa raggelare). Al di là di uno stile ormai perfettamente riconoscibile, glissando sui cliché di un genere antiquato, il film si rivela una morality play amara, nichilista, dalla puntualità spaventosa. A muovere i passi (falsi) di Cooper è l'amore (per chi?), o la disperazione? Cosa spinge i suoi facoltosi clienti, invece, a lasciarsi illudere? Metafora della settima arte, forse la fabbrica di menzogne per antonomasia, è la perdita dell'innocenza di un autore Premio Oscar. Nel suo petto, batte un cuore nerissimo. E dal Paese dei balocchi, questa volta, si esce trasformati tutti in asini raglianti. (7,5)
Corrono
gli anni dei film di Romero e del Vietnam. È la
notte del trentuno e tre amici inseparabili, in compagnia dell’ultimo
arrivato, l’hanno fatta grossa. In fuga dai bulli, si
rifugiano dove nessuno andrebbe a fare dolcetto o scherzetto: una
casa infestata. C’entrano una bambina prigioniera nello scantinato e il classico
libro scritto con sangue umano, che pagina dopo pagina svela nuove
vittime fra i giovani protagonisti. Si animano gli spaventapasseri
nei campi di grano. I ragni sbucano sottopelle. Corpi disarticolati
attentano dietro le sbarre e, nei lunghi corridoi degli ospedali, aspettano i mostri. Perfetto per Halloween, Scary Stories to Tell in the Dark attirerà in sala
il pubblico più rumoroso – gli adolescenti – e gli
spettatori affezionati al culto di Stranger Things. Pensato
per intrattenere i Millennial, il ritorno al cinema del regista
diThe Autopsy of Jane Doe segue la moda delle
antologie a tema e della retromania dilagante. Il
risultato, leggerissimo e con un sottotesto politico dal
retrogusto agrodolce, somiglia a un’indagine vecchio stile della
Misteri e affini. Prodotte da Guillermo Del Toro, le più
popolari storie da falò prendono vita per raccontarcene infine una
non così inedita. Di quelle da sussurrare al
buio, ma da vedere senza il bisogno della luce accesa. Non
spaventeranno, infatti, neppure i giovanissimi. (6)
Cose
da non fare in caso d’uragano: passare a casa di tuo padre per
chiedergli se è tutto bene su consiglio della sorella maggiore. E
scoprire che è ferito in cantina, in balia di onde anomale e di rettili
primordiali – con tanto di dolce cagnolina da salvare. Per quanto
non sia un amante di questi horror acquatici nello stile di Paradise
Beach, Crawl sa come diventare un’appassionantissima
declinazione del genere home invasion. Può vantare un’invidiabile
gestione dell’alta tensione, senza esagerare con arti mutilati,
effetti splatter e sobbalzi; effetti visivi di gran livello; una prova
convincente da parte della protagonista, la sfortunata Kaya
Scodelario. Il merito maggiore, però, spetta alla regia di Alexandre
Aja: nonostante qualche passo falso commesso in passato, finalmente
sotto l’egida del produttore Sam Raimi, il francese torna a ricordarci
di saperci fare in fatto di morti ammazzati e nefandezze a fantasia.
C’è poco altro sotto la superficie, a parte il classico rapporto conflittuale padre-figlia, ma Crawl – umido e claustrofobico, senza
tregua – fa il suo dovere. Prima di comprare una casa accanto alla
palude, da oggi ci penseremo su due volte. E consulteremo più
attentamente il bollettino meteorologico. (7)
Una
coppia di genitori disperati si affida a un farmaco sperimentale per
salvare il loro bambino, allergico al mondo esterno. L’ultima spiaggia, una
clinica privata perduta nelle nebbie, somiglia proprio a una casa stregata. E
ben presto il paziente inizia a mostrare segni di debolezza fisica e
psicologica, stranezze. Sono le controindicazioni della terapia, o
c’è dell’altro? Protagonista della versione horror di Noi
siamo tutto, Eli sarà messo in allerta da una coetanea:
dall’istituto, infatti, sono passati bambini simili a lui – senza
mai uscirne. Atipica ghost story coprodotta dalla Paramount, può
contare su un’ottima atmosfera, buone interpretazioni femminili –
Kelly Reilly e Lili Taylor, sempre piacevoli da ritrovare –,
piccoli grandi indizi all’insegna di un finale che fa fuoco e
fiamme. L’effetto sorpresa è assicurato in molti casi, ma
personalmente avevo indovinato il colpo di scena in anticipo. La
visione, per fortuna, non ne perde affatto in gradevolezza,
risultando un intrattenimento molto più godibile della media. Una
variazione sul tema forse abusata ma affrontata da una prospettiva
opposta, in cui i bambini in pericolo hanno nomi in assonanza con la
parola “lie” e per sopravvivere al mondo servono bugie e
anticorpi. (6,5)
Non
ci si poteva aspettare altro da Babak Anvari, regista iraniano già
amato-odiato ai tempi di Under The Shadow. Tornato al Sundance
con il suo primo film statunitense, lascia l’Oriente per New
Orleans ma non rinuncia
alla suggestione. Horror di difficile comprensione, Wounds
racconta delle ferite metaforiche di Armie Hammer: perdigiorno
alcolista e traditore, diviso tra Dakota Johnson e Zezie Beetz. In
ordine sparso lo affliggono: un’invasione di scarafaggi,
escoriazioni di natura misteriosa, messaggi di morte recapitati da
sconosciuti. Che lo si voglia leggere come un ordinario racconto di
possessione soprannaturale o allegoria di qualcos’altro – un
disagio che serpeggia nel profondo della coppia, la dipendenza da
alcol –, Wounds si rivela un interessantissimo prodotto
festivaliero. Spiazzante e audace, a metà fra Kafka e Bukowski,
garantisce un delirio acustico e visivo capace di dividere il
pubblico. Il protagonista, immerso totalmente nelle sue ricerche pur
di dare un senso a un’esistenza vuota, troverà l’illuminazione o
la disfatta? Restano più domande che risposte. Tante
interpretazioni: tutte valide e tutte sbagliate. Troppo
impenetrabile, l’ho seguito spinto da una fascinazione morbosa.
L’ho compreso a sprazzi e con il senno di poi. Ma mi è piaciuto, sì, o almeno credo. (7)
Costretta
a ritirarsi per la decenza della madre, una violoncellista di talento si
rimbocca le maniche pur di riprendersi il posto che le spetta. In un territorio ostile, la
protagonista scopre di avere una rivale: entra in competizione con
lei, ma ne è attratta. Possibile frenare le scene bollenti se si
parla delle bellissime Allison Williams e Logan Browning? Sexy e
ributtante, sconsigliato agli ipocondriaci, The Perfection parte
con un sofisticato prologo a Shangai e ci conduce poi verso l’ultima frontiera della competizione. Impossibile
comprendere in anticipo dove andrà a parare. Altrettanto frenare le
domande e il raccapriccio davanti agli efferati cambi di scenario,
rotta e protagonista – chi è la buona e chi la cattiva, e dalla
scuola di cui sono entrambe le stelle sarebbe meglio far di tutto
per entrare oppure uscire? Mix febbricitante ma irresistibile,
The Perfection fa il suo sporco lavoro con colpi di scena a
raffica, un montaggio pazzo, sequenze di disfacimento fisico e
morale. Il thriller di Shepard prende le mosse sulla scia del
Cigno nero, per poi trasformarsi in un bagno di emoglobina a
tinte trash, su cui pattinano personaggi chiamati alle vendette
trasversali e ai duetti folli. Voi saprete contenere succhi gastrici,
divertimento e orrore? (7,5)
Dopo
Shining soltanto Stephen King, qui in collaborazione con il figlio
Joe Hill, poteva immaginare un labirinto tanto singolare. Dopo The Cube
soltanto il sottovalutato Natali, abilissimo ma a corto di progetti,
poteva renderlo così claustrofobico. Partito sotto i migliori
auspici, infatti, Nell’erba alta contava su uno
spunto originalissimo e un regista a proprio agio con ambienti
asfittici e relazioni torbide. Cosa ci fanno la famiglia
dell’inquietante agente immobiliare Patrick Wilson e una ragazza
incinta di sei mesi, in viaggio con il fratello, in un singolare dedalo
verde dove il tempo e lo spazio hanno leggi imperscrutabili? Se al
centro del labirinto c’è anche un misterioso monolite, le battute
sull’erba – quanta ne hanno fumata per inventare questo
guazzabuglio indigeribile? – potrebbero sprecarsi durante la
visione. Trip senza fine, sontuoso dal punto di vista visivo, il
racconto del Re diventa un horror psicologico dal pollice verde e
dagli spunti oscuri. Servivano francamente qualche chiarimento in più
e qualche sacrificio stucchevole in meno. Impossibile uscirne sani e
salvi. E venirne a capo? Nel dubbio, cambiate strada all’ultimo
minuto e, sul tema riti pagani e natura, guardate Apostle. (5)
Il
medico Gleeson, la matriarca Rampling, i figli
Ruth Wilson e Will Poulter. Dirige Lenny Abrahmson. Alla base: un
gotico firmato da Sarah Waters, di recente portata anche a Cannes da Park Chan-wook. Possibile, date le premesse, che
L’ospite sia stato destinato in Italia direttamente allo
streaming? Il perché, dato un film senza grandi demeriti, resta un
mistero. Tragedia familiare dalle atmosfere angoscianti,
racconta della fascinazione del protagonista verso una casa in
rovina: anziché fuggire, ne è attratto – galeotti l’amore verso
la primogenita da trarre in salvo e i ricordi di un’infanzia
trascorsa, al contrario, in completa povertà. Immerso in scenari che
ricordano il soggiorno a Hill House, il film britannico fa
proprie psicosi, malanni ereditari, stanze anguste. Il paranormale ci
metterà lo zampino soltanto nell’ultima mezz’ora, con porte
sbattute all’improvviso, scampanellate notturne, scritte sui muri.
Austero sotto ogni punto di vista, dal cast superbo alle scenografia,
ha ritmi lentissimi e una regia ora incantevole, ora asfissiante. Non
meritava l’oblio, però, nonostante una chiusa frettolosa. Somiglia
proprio, infatti, a una di quelle magioni in rovina che conservano a
sorpresa il loro fascino polveroso. (7)
Cresciuto
dalla mamma single, James è un piccolo lord, pettinato con la riga
di lato e sempre ben vestito. Senza amici, ha paura de ragni e di
ricominciare altrove dopo un trasferimento improvviso. E non deve assolutamente
giocare nei pressi della voragine che si apre al centro del bosco
dietro casa. Disobbedisce, ovvio, e niente sarà più lo stesso. Ma
le stranezze, crescenti giorno dopo giorno, le percepisce soltanto una mamma sull’orlo
di una crisi nervosa o sono forse reali? Forte dei paragoni ingannevoli
con The Babadook e della notevole somiglianza tra il bambino e
Haley Joel Osment, The Hole è un horror a basso budget che
raggiunge il massimo risultato con il minimo sforzo. Discreta
macchina di tensione, con un’ottima interprete nel ruolo di
protagonista, a ben vedere ha però un’introspezione psicologica
appena accennata – il difetto maggiore è che manca di qualsiasi
doppiezza o ambiguità – e una trama, con tanto di finale mordi e
fuggi nelle grotte di The Descents, che rimesta alla cieca nel mito dei
changeling e nei classici horror di ragazzini maligni e madri
al limite. Non gli si vuol male, ma avremmo tutti fatti a meno della
distribuzione in sala o dei confronti con una regista, Jennifer Kent,
contro i cliché. (5,5)
Un’altra
mamma single, un altro bambino con amici che stanno sulle dita di una
mano. L’evasione non avviene grazie alle scorribande nei boschi,
bensì con un giocattolo che già conosciamo tutti: l’iconico Chucky,
incubo di generazioni vicine e lontane. Ritornato in un remake non
richiesto, il rimodernamento della bambola infernale preferisce
concentrarsi sulla dimensione infantile anziché su quella
orrorifica. Il rinnovo generazionale, per fortuna, chiama comunque
all’appello omicidi sanguinosissimi e un doppiatore d’eccezione,
Mark Hamill, ad animare un villain per il resto non troppo
convincente dal punto di vista estetico. Al tempo di Stranger
Things e Black Mirror, i bambini sono ricettivi e gli
adulti appaiono ciechi davanti all’evidenza; la crudeltà di Chucky
non dipende da una possessione demoniaca, bensì da un
malfunzionamento tecnologico. Preceduta da un geniale battage
pubblicitario che faceva a pezzi i personaggi di Toy Story, la
nuova Bambola assassina è una commedia nera scoppiettante ma
prevedibile dall’inizio alla fine. Ben recita, capace di indovinare
target ed equilibri, resta poco incisiva ma tanto è bastato a
far gridare all’eccezione alla regola pubblico e critica, al cospetto di un remake al passo con i tempi. Ma se il gioco cambia estetica, le regole restano le
stesse. (6)
Nell’era
segnata dall’influenza dei cinecomic, ne sa qualcosa il caro Martin Scorsese, quanto poteva essere geniale un’idea del genere: prendere un eroe dei
fumetti, amato da grandi e piccini, e trasformarlo questa volta nell’antagonista
della storia. Il coraggioso Clark Kent, così, sbarcato da un pianeta
lontano e adottato da una famiglia di amorevoli campagnoli, si trasforma in un
bambino sfrenato e dispotico: respinto da una coetanea, irritato
dalle bugie dei genitori, minaccia di usare i suoi poteri per i fini
peggiori. Esisterà anche qui l’equivalente della kryptonite? Tipica storia
sulle origini di un atipico supereroe, a Brightburn si
chiedeva poco. Amaramente, il film prodotto da James Gunn osa dare perfino
meno del previsto. Di scarsissime pretese, con un svolgimento indegno
dell’assunto di base, ha un cast non di primo taglio – fa
eccezione giusto Elizabeth Banks – e un Omen dotato di raggi laser negli occhi,
meno carismatico e più caciarone dell’infante diabolico del
classico di Richard Donner. Inutile accanirsi ulteriormente: questo volo nel lato oscuro lo
abbiamo già scordato. (4)
Ogni
anno c'è il film che mi pesa recuperare. Quello politicamente schierato. Quello, dicevamo, che si crede degno
di lode soltanto perché indigesto. Già con il sopravvalutatissimo
Spotlight – non più appassionante ed esaustivo di una pagina Wikipedia, ma con
un tema scabroso che ispirava comunque i travasi di bile, la rabbia – avevo
mostrato la mia freddezza davanti al thriller d'inchiesta. Di solito
pagine di storia poco indagate in passato, ma pur sempre pagine: informative, impersonali, freddissime. Anche quest'anno immancabile qualcosa come The
Post, che immancabilmente non stupisce. Dramma giornalistico che nell'era Trump
parla di presidenti truffaldini e libertà di stampa, il film del
rigoso Spielberg – ritrovato in forma smagliante, lui sì,
dopo il fiasco del Grande Gigante Gentile
– segue i i giornalisti del Post alle prese con un caso di coscienza e uno
scandalo presto scalzato via da Watergate. Quattro presidenti, il
governo, hanno a lungo mentito sulla natura e la gravità della
guerra in Vietnam. Tacere ed esserne complici? Denunciarli con tutte
le ritorsioni personali del caso ma così facendo rilanciarsi, a discapito
della concorrenza omertosa? Le decisioni spettano al caporedattore
Hanks, per fortuna meno protagonista del previsto, e
alla proprietaria del giornale – una Streep non particolarmente
meritevole ma da al solito da manuale (basti guardare il modo in cui
temporeggia al telefono, si tormenta bocca e mani), alla quale tocca
riconoscere i pochi sprazzi di umanità in un cast che, per il resto, poco eccelle
con i suoi inservibili volti televisivi. La guerra: mostrata solo
nell'incipit. Il resto: dialoghi teatrali a raffica, ora alla
cornetta e ora attorno a una scrivania, pieni di nomi, dati e date,
che non annoiano soltanto da metà in poi, pur facendo costantemente
pesare la mancanza di un Aaron Sorkin alla sceneggiatura.
Tecnicamente inappuntabile, scorrevole grazie a una regia
concitata, The Post ignora
la dimensione individuale dei suoi protagonisti e, nel tentativo di
risollevasi con una morale femminista altrettanto attuale, predilige
alla fine la prospettiva della direttrice. La sola a mostrarsi in
borghese, fragile e confusa davanti alla figlia Alison Brie, insieme
a Sarah Paulson, moglie di Hanks lasciata ai margini. Questo e
quell'altro politico bugiardo, ampie falcate da una redazione
all'altra, dilemmi lunghi due ore, il rullo dei macchinari di
un'inchiesta che infine va in stampa come risaputo. Non aggiungendo
nulla alla verità, all'infinita filmografia di Spielberg, ai
meccanismi raffinati dell'intrattenimento d'autore. Al pari un
articolo bomba che, ormai, non fa più notizia. (5)
Da
Guillermo Del Toro, mi aspettavo qualcosa come Crimson Peak –
elegante, simmetrico, gotico –
sin dagli inizi della sua carriera. Quando vedevo Burton perdersi e
Del Toro – poi passato alla graphic novel: un cambio di rotta che
ho seguito, ma senza entusiasmi – primeggiare, in storie
tutte ricami, ombre e splendori. Il ritorno al genere di
appartenenza, con un horror finalmente – e finemente -
tradizionale, omaggio ai romanzi d'appendice. La storia di Edith,
giovane scrittrice, che sposando un uomo venuto da lontano sposa
anche sua sorella e, di conseguenza, i loro misteri. E, sullo sfondo, c'è una
magione in decadenza che trattiene entità malinconiche e custodisce
gelosamente ogni segreto. Crimson Peak
è per spettatori come me. Quelli che sono in pace con il mondo, con
un castello a pezzi, gli scricchiolii e le nebbie ovunque, una
Jessica Chastain al giorno – qui superba, accanto a una Wasikowska a proprio agio con le eroine romantiche e a un
Hiddleston non abbastanza carismatico - che toglie la
concorrenza di torno. Non
è deludente, ma conforme alle aspettative: le mie, nonostante
un'attesa di mesi e mesi, non tra le più elevate. Fantasticavo su un
lato scenografico mozzafiato – e che aggettivo vago e spiccio che
è, mozzafiato, ma davanti ai merletti di ragnatele, i buchi nel
soffitto che accolgono i tasselli della natura che si spoglia e si
riveste, le strutture affilate alla Dalì, i broccati raffinati e la
neve macchiata dal cremisi dell'argilla è davvero impossibile non
entrare in una fase di muta contemplazione estetica – e mi figuravo
ritagli, originali ma non troppo, ma senz'altro bene assemblati, di
articoli su crimini di sangue e collage di capolavori, a cura di uno
che ama le notti buie e tempestorse e la magnificenza del decadente. La questione non è la paura, bensì il potere
della suggestione; non è un horror tutto fremiti, questo, ma un prodotto
romantico nel senso autentico del termine – eros e thanatos, le
bizze di una natura indomabile, il sublime. E, a volte, si va al
cinema semplicemente per restare con il naso all'insù, incantati. Ho
avuto perciò quel che desideravano gli occhi – visivamente, è
infatti tra le pellicole più affascinanti dell'anno – e un
intreccio sobrio, equilibrato, che non commette passi falsi e, per il
reverenziale ispirarsi a un canone classico, non rischia. Il difetto
è che è un po' come lo immagini, ma poco importa: perché ci sono cose
oggettive, e il bello è bello. Si gioca a carte scoperte sin
dall'inizio – si conoscono i buoni e i cattivi, ma al quadro
globale mancano ancora le motivazioni e la comparsa di spettri
mostruosi, nonché di colpi di scena sparsi qui e lì – e, in un
lungometraggio che ricerca i fasti di una volta, la dimensione eterea
della fiaba nera, non è importante la novità che una scrittura meno
citazionistica – o un altro twist – avrebbe forse conferito al
racconto: alla fine, una Jane Eyre andata
in sposa al consorte di Rebecca, tra le Cime Tempestose della
brughiera britannica e i Giri di vite di
una casa che vibra. Tutt'intorno aggiungete, con una pennellata a
fantasia, il rosso – e in un epilogo cruento non si capirà se, a
macchiare il bianco, sia poi l'argilla o il tanto sangue versato – e
l'ululato del vento. Un sogno – o un bell'incubo? - che avrebbe potuto avere diritto a un architetto migliore. Ma, comunque, un sogno.
(7)
L'horror
è un genere che richiede viva
partecipazione. Visione casalinghe con amici, ed ecco che partono –
dal divano – coretti da stadio e reazioni a catena. Guardare un horror, infatti, è un po' come
assistere a una partita della nazionale. Immancabili le imprecazioni,
i consigli, gli insulti: il chiedersi, per tutto il tempo, io al
posto loro cosa farei. Sicuramene, non commetterei gli stessi sbagli;
sarei più sveglio; correrei più in fretta. Sogno di ogni amante del
genere horror è farne parte almeno per un po'. Ipotesi surreale, ma
estremamente divertente: catapultato nel bel mezzo dell'azione, in
uno slasher vecchio stile, cosa combineresti? Qualcosa di simile
capita a Max, figlia d'arte che, durante una proiezione in memoria
della madre defunta - attrice amatissima che non ha mai sfondato –, finisce risucchiata nel lungometraggio che ha segnato, e bloccato, la
carriera della genitrice. Sullo sfondo di un coloratissimo
campeggio estivo, campo di battaglia di un serial killer
che sembra il gemello di Venerdì 13, s'incrociano così
generazioni distanti e spassosi cliché che, negli anni ottanta come
nei duemila, puntualmente si ripetono: ricordiamo la bella (ma non
per questo crudele) Nina Dobrev, l'adone (ma non per questo stupido)
Alexander Ludwig, la dimessa (ma non per questo sprovveduta) Taissa
Farmiga, insieme a una splendida Malin Akerman – mamma sprint a cui
dire addio di nuovo, in un Ricomincio da capo da
brivido – che, come il suo personaggio, ha vissuto di
serial troncati e occasioni sprecate. Rapporti credibili
e toccanti, omicidi non troppo crudi, battute fulminanti e
citazioni sparse a piene mani conducono lo spettatore – nostalgico,
e perciò conquistato – verso un epico finale, che necessita di un
sequel a portata di mano. The Final Girls è a metà strada tra la parodia e l'omaggio: commedia
horror semiseria, in cui niente è lasciato al caso – anche
l'attorniarsi di attori del piccolo schermo, imprigionati in luoghi
comuni da sventare – e il leitmotiv
di Bette Davis Eyes conduce
lontanissimo, nei mondi vintage e un po' kitsch riscoperti da poco
dalla televisione – state seguendo Red Oaks?
- e in un intelligente gioco di metacinema che non ci godevamo,
forse, da Quella casa nel bosco.
Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri
una copia per il Wes Craven che ancora ci manca: lo adorerebbe. (7,5)
In
un pomeriggio come tanti, Sarah e suo figlio, per viziarsi, decidono
di prendere un taxi anziché il solito autobus. Ma, come dice un
vecchio proverbio, chi lascia la strada vecchia per la nuova sa cosa
lascia e non sa cosa trova. Bob, l'appesantito e anonimo tassista che
dovrebbe portarli a casa in un lampo, è infatti un serial killer.
Nella sua carriera di assassino, in quella vita modesta in periferia
a cui solo l'omicidio ha dato un brivido in più, ha collezionato donne e donne. I loro corpi straziati, sepolti nello
scantinato. Quello è il destino della giovane madre che vediamo
nelle sequenze d'apertura – una Julia Ormond di passaggio – e che
diventerà l'ennesimo ritaglio di giornale nel sempre più nutrito
museo del tassista omicida. Chained è la storia di quel
bambino incatenato al pavimento, poi adolescente, e dello squilibrato
che lo renderà suo personale schiavo, nonché figlio adottivo. Il
thriller di Jennifer Lynch – degna figlia di papà David -, uscito
ormai quattro anni fa e da poco reperibile in versione homevideo, è
un prodotto nudo e crudo. Una quotidiana storia di ordinario orrore
che spicca per una regia personale e ambienti chiusi, che lo rendono angoscioso e verisimile. Il tutto, grazie a una sceneggiatura poco
innovativa ma che ha infinita cura del vissuto dei suoi personaggi e
a due protagonisti che, per tutto il tempo, reggono abilmente il
gioco. Eamon Farren, giovane scheletrico e pallido; un inquietante
Vincent D'Onofrio – al contrario, sovrappeso e paonazzo – che è
un antagonista che si ricorda volentieri per il lavoro minuzioso di
un caratterista che quest'anno, sotto l'occhio vigile della Netflix,
già è stato un esemplare Kingpin. Girato quasi
interamente in interni ristretti, a tratti sembra un realistico
dramma a cui manca soltano il consueto tratto da una storia vera. Tant'è vero che lo spiazzante colpo di scena che
arriva sul finale – imprevisto, ma superfluo – sembra di troppo: d'effetto, al contrario, i passi
attutiti e i rumori che si avvertono mentre lo schermo si fa buio e i
titoli di coda, dopo un'ora e trenta, calano insieme al sipario. A una saracinesca che, come in Saw, ci intrappola
in preda dei nostri demoni. Allora, peggio la compagnia di un mostro
o quella della solitudine? (7)
Mellie
sta per sposarsi. Viaggia in auto, con l'abito bianco nel
bagagliaio, in compagnia di una compilation di vecchi successi degli
anni ottanta e di qualche ripensamento. Finché, come da copione, non è costretta a fermarsi nel deserto. In suo aiuto, un passante che le strappa anche un passaggio. Ma Christian, e nel
copione c'è anche quello, è un predatore sessuale che ha
già mietuto vittime. Per liberarsi di lui, la protagonista imbocca una brusca curva, finendo
fuori strada. L'auto capovolta e lui
a piede libero; lei, al contrario, è lì con un arto bloccato. Contro la fame e la sete, i roditori e una minacciosa
allerta meteo. Il suo aguzzino che va e che viene, guardandola contorcersi. A favore di Curve,
il fatto che non sia l'ennesimo The
Hitcher. La sfida della
protagonista – a lungo sola – ricorda più 127 ore, con un
pizzico vago di L'enigmista. La disavventura di una ragazza in difficoltà, in balìa prima della
natura e poi della violenza degli uomini, si rivela così un survival non male, che non brillerà per originalità e non sarà
ricordato a lungo, ma scorre.
Distribuito dalla Universal e pensato per il noleggio, Curve è stato un
passatempo inaspettatamente valido, in una domenica pomeriggio in cui
cercavo un thriller leggero per riempire il tempo e, se possibile,
questo post qui. L'ultimo film di Iain Softley – e il
regista di Skeleton Key
non è il primo venuto - arriva da noi per vie traverse e si rivela più piacevole del previsto. Ben
diretto, con una tensione che perdura e due soli attori a reggere il
tutto: la carinissima Julianne Hough,
qui anche molto convincente – le curve del titolo chissà che non
si riferiscano proprio alle sue –, e un Teddy Sears sornione e luciferino. (6)
Una
baby sitter paga care le prepotenze verso il piccolo di casa; un
vecchio diavolo e un bambino, suo allievo, vanno in giro a fare
danni; una manciata di amici di mezza età sono terrorizzati da un
gruppo di bambini in cerca di vendetta; l'evocazione di un demone, in
soccorso a un ragazzo oggetto di bullismo; una ragazza seguita a casa
da uno spirito malevolo; due coniugi con il desiderio insano di un
erede; una guerra tra vicini per le decorazioni migliori; Jason
contro un extraterrestre; rapitori senza scrupoli che rapiscono il
bambino sbagliato; una zucca assassina che fa stragi. Dieci registi,
dieci storie, dieci scuse per andare a dormire più tardi – e
magari con la luce accesa. Tales of Halloween, film a episodi
capace di una sua linearità e di una lodevole dose di brillante
ironia, è di un genere – come vi hanno rivelato i miei dubbi verso
l'acclamato Storie Pazzesche – che non tollero. Ma perfino
il me che evita i racconti, le antologie di genere, non ha potuto che
apprezzare. Questa volta, con poche riserve e tante risate. Il film
ha qualche nome promettente alla regia – Bousman, McKee, Marshall
-, qualche volto noto a bordo – ad esempio, occhio ai cameo di
Landis e Dante -, qualche episodio degno di nota – su tutti, gli
efficaci Trick e Ding Dong. Ora i bagni di sangue, ora
l'umorismo nero; ora una beffarda morale, ora la scusa da poco per
una mattanza gratuita. I toni sono leggeri, gli stili vari e il tempo
vola. I vicini mascherati schiamazzano, le nebbie si sollevano e i
bambini – sempre vessati da adulti immorali, dispettosi – si
divertono ad affilare i coltelli. Loro, anche più dei grandi, adorerebbero lo spirito di Tales of Halloween:
quasi natalizio, con le case addobbate, i caminetti accesi, il
divertito gioco di causa-effetto (tu fai qualcosa di sbagliato, loro
ti puniscono) come in Mamma ho perso l'aereo e company. Il senso del contrario e del proibito. Un dolcetto con trappola; uno
scherzetto simpatico, alla giusta distanza dal trash. (6+)