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mercoledì 10 dicembre 2025

Dove abitano i mostri: Frankenstein | The Ugly Stepsister | La valle dei sorrisi | Together

Si può restituire vita alla materia inerte? È l'ossessione di Victor: lo scienziato che gioca a fare Dio. Si può dare nuova linfa a un classico adattato più volte? È il sogno di Guillermo Del Toro: dopo una carriera consacrata ai mostri gentili, il regista premio Oscar adatta la madre di tutte le storie. Splendido a vedersi, caratterizzato da un respiro epico e da un comparto tecnico di cui godere sul grande schermo, Frankenstein è una a trasposizione bellissima ma senza sorprese, sebbene i cambiamenti non manchino. Il Victor di Oscar Isaac, più sanguinario che mai, ha un background shakespeariano. Mia Goth, visione in abiti pastello, è la promessa sposa del fratello del protagonista. Jacob Elordi, papabile nominato agli Oscar, è una creatura meno vendicativa che nel romanzo: sotto i muscoli allungati e il corpo statuario, brilla per intelligenza emotiva e lirismo. Ma tutti i film di Guillermo, forse, sono sempre stati una lettera d'amore a Mary Shelley. E la sensazione è che sotto altri nomi, in altre forme, il regista ci abbia già raccontato la stessa storia in passato. Resta comunque un incanto, però, riascoltarla. (7,5)

Chi bella vuole apparire un po' deve soffrire: si dice così, no? È la lezione che impara la sorellastra cattiva di Cenerentola, nella riscrittura splatter e post-moderna del classico dei Grimm. A metà tra Pearl e The Substance, il retelling diretto dell'esordiente Emilie Blichfeldt segue la storia arcinota dal punto di vista dell'antagonista. Manipolata da una madre senza scrupoli, la povera Elvira ricorrerà alla rinoplastica, alla bulimia, agli interventi chirurgici e alle mutilazioni per conquistare le attenzioni del principe. Se la fata madrina è un chirurgo cocainomane, le uova di tenia sostituiscono le pillole dimagranti e il vestito di Cenerentola è rattoppato dai vermi, lo shock è presto servito. Anche se The Ugly Stepsister, a sorpresa, riesce a trovare il perfetto equilibrio tra il raccapriccio e la riflessione femminista, la dimensione sognante e il grottesco, rivelando al mondo l'espressività straordinaria dell'attrice norvegese Lea Myren. Nell'epoca dei live action, così, questa sconsiderata fiaba apocrifa si rivela la più fedele allo spirito originale. (7,5)

Al terzo lungometraggio, il trentenne Paolo Strippoli passa al Festival di Venezia con un film dall'estetica internazionale, in cui a impressionare è la scrittura densa e viscerale, in grado di rendere l'adolescente protagonista l'erede dei fanciulli infernali di Omen e Carrie. Chi non vorrebbe cedere il proprio dolore? È quello che i compaesani domandano a uno struggente Michele Riondino, professore accusato di trascinarsi dietro un lutto mai elaborato. Ma, dietro l'aria da folk horror, La valle dei sorrisi minaccia di commuoverci, più che di farti paura. Il merito spetta a una sceneggiatura che – al netto di qualche lungaggine – sa fare luce sul trauma collettivo; sull'essere queer in una realtà provinciale; sulla necessità di un dialogo tra insegnanti e allievi, adulti e adolescenti, per non commettere gli errori educativi delle passate generazioni. In cuffia, canta Mia Martini: come il quindicenne protagonista, un'altra vittima del pregiudizio, un'altra geniale incompresa. È la gentilezza del cinema di genere a stringerli entrambi a sé. Perché l'horror – almeno lui, nell'universo – offre il conforto di abbracci sinceri, e inni alla vita popolati di morti. (7,5)

Una coppia di lunga data combattuta tra affetto e noia. Un bosco teatro di una recente sparizione. Una fonte a cui sarebbe meglio non bere. A un anno da The Substance, a pochi mesi da Queer, arriva al cinema un'altra metamorfosi. Questa volta, si attinge a Platone. Mentre la radio canta una hit delle Spice Girls, il mito della caverna e quello delle anime gemelle si incontrano per raccontare una storia di dipendenze affettive, esistenze simbiotiche, identità cancellate. Amarsi implica necessariamente il completo annullamento? Convivere significa essere in ostaggio dell'altro? A farci strada nell'inferno dell'intimità sono gli ottimi Dave Franco e Alison Brie: coppia storica dentro e fuori dal set, si amano e si odiano, si scollano e si incollano, in un body horror fatto di arti disarticolati e ruoli di genere capovolti. È l'ennesimo film dell'anno sponsorizzato dal poster? No, complice un finale non all'altezza del resto: originale, spassoso, ispirato. Ma Together resta comunque la felice conferma di quanto il 2025 abbia regalato nuovo sangue al cinema di genere. (7)

lunedì 12 dicembre 2022

I bellissimi dell'ultimo periodo: Pinocchio | Blonde | Everything Everywhere All at Once | Cha Cha Real Smooth | The Batman

Nella prima edizione della storia, Pinocchio moriva impiccato e irredento: Italo Calvino lo considerava il protagonista dell'unico romanzo horror italiano. Al centro di innumerevoli trasposizioni (questa è la terza in tre anni), il piccolo bugiardo di Collodi trova finalmente la sua dimensione ideale nelle mani di Del Toro. E diventa inquietante, politico, dolcissimo, proprio come ci si aspetterebbe dal regista del Labirinto del fauno. Ambientata in un borgo dell'Italia in guerra e destinata a concludersi tra le acque insidiose dello Stretto, la trasposizione Netflix è una riscrittura brillante e personalissima in cui manca Mangiafuoco, la fata turchina ha una spaventosa gemella che veglia sui vivi e i morti, il Paese dei balocchi è un casermone dove plasmare la gioventù fascista. Lucignolo è il figlio del podestà, Geppetto intaglia crocifissi e piange il figlio perso nei bombardamenti, l'immortale Pinocchio fa gola tanto agli impresari senza scrupoli quanto al regime. Mussolini in persona non si divertirebbe forse a vederlo cantare e ballare? Ma questo burattino senza i fili e con un cuore grandissimo (nell'incavo del suo petto dorme il Grillo parlante) sfida il Duce e il mare pieno di bombe, insegnando che i genitori nutrono talora aspettative da smentire e che le bugie possono salvare la vita. Per il resto: sappiamo tutti come va a... O forse no? In lacrime, mi sono scoperto turbato per lo struggimento scorto sui volti in stop motion dei protagonisti e per la (non) morale di questo capolavoro della buonanotte. Una fiaba inedita, per bambini ribelli. E antifascisti. (8,5)


«Non sono una stella, sono soltanto una bionda». È abituata a sminuirsi, anche se legge Dostoevskij e Cechov; a nascondersi dietro un cliché, cosicché il mondo non la bracchi. Norma Jeane lo affronta con gli occhi di un cerbiatto abbagliato dai fari. E con gli stessi occhi si guarda da fuori con lucidità spaventosa. Si scolla da sé e allo specchio, sullo schermo, vede materializzarsi Marilyn: a volte alleata, altre nemica, è reclamata come un supereroe. Dove comincia una e finisce l'altra? Quale delle due ammortizza al meglio le violenze fisiche e psicologiche, gli aborti e i voltafaccia di quattro uomini tutti uguali ma tutti diversi? Dominik adatta Oates, e trasforma un flusso di coscienza in un'opera d'arte destinata a farsi amare e odiare su una piattaforma di consumo. Divisivo, Blonde metterà d'accordo per l'audacia del comparto tecnico e per la scommessa vinta da Ana De Armas, splendida e vulnerabile; scontenterà per tutto il resto. Ma questa via crucis lunga tre ore resta uno degli esempi di cinema più fulgidi di quest'anno accanto a Spencer: ancora una volta, un horror psicologico con un'icona tormentata dai ghigni dei paparazzi. Diana, però, si riappropriava perfino del suo cognome originario. Marilyn, invece, resta “la bionda”: è una prigionia senza fine, la sua, raccontata da un falso biopic terribile e bellissimo al contempo. A disagio, ho chiesto scusa a un fantasma vergognandomi di me stesso: mia Norma (anzi, al bando i possessivi: non “mia”, ma finalmente di te stessa), se puoi, per favore, perdonaci tutti. L'unico difetto di questo film è renderci complici, di nuovo, dalla sua autodistruzione, grazie a (o a causa di) un cinema che è voyeurismo e requiem solenne. Sono in difetto, poiché inerme e maschio. E, per questo e altro, sono colpevole anch'io. Perdonaci. Perdonami. (8,5)

Evelyn è la direttrice di una lavanderia a gettoni. Sull'orlo del divorzio, sommersa dalle richieste dei creditori, amareggiata per i dissapori con il padre anziano e la figlia omosessuale, rischia di perdere la testa. E di trascinarci tutti nel suo caos interiore, in un film pazzo e irresistibile che la vede protagonista di un'avventura senza precedenti: proteggere gli equilibri del multiverso, minacciato da una forza maligna di cui lei stessa è artefice. Ci sono innumerevoli Evelyn, con innumerevoli abilità a carico: ogni Evelyn ha imboccato, però, una direzione diversa. Quella che abita il nostro universo farà davvero da ago della bilancia in un conflitto millenario? Siamo nel nuovo film dei Daniels. Reduci dai fasti del sottovalutato Swiss Army Man, questa volta puntano agli Oscar con un piccolo film destinato a grandi incassi. Se lo stanno amando tutti, in lungo e in largo, c'è un perché. Nella sceneggiatura, geniale, ci sono: arti marziali, sassi parlanti, procioni da salvare, dita a forma di hot dog, marsupi che diventano nunchaku e butt plug che diventano trofei. Nel corso della visione i corpi esplodono in cascate di coriandoli e la bravissima Michelle Yeoh, qui al centro di un tripudio di colori e metamorfosi, è una padrona di casa cazzuta e perfetta. Al centro di un cast un po' cinese e un po' americano, incarna le faticose contraddizioni di una madre straniera in terra straniera: questo, infatti, è un film che parla di conflitti fisici e conflitti generazionali; di migrazioni concrete e metaforiche, al termine delle quali le identità dei protagonisti si scoprono in bilico. Chi saremmo senza i nostri errori e i nostri rimpianti, senza i nostri viaggi? La pazienza, la gentilezza e l'amore, all'ultimo, ci salveranno. Sempre. Ogni giorno, e in ogni universo parallelo, anche quando un gigantesco buco nero a forma di bagel minaccerà di divorarci tutti. Ho riso tra le lacrime per due ore e dieci. Viva le famiglie infelici a modo loro. Viva i Daniels. (9)

Lui, ventidue anni, ha appena finito l'università ed è tornato a casa dai genitori con la coda tra le gambe. Ha mamma e fratello minore per migliori amici e vive una doppia vita: di giorno commesso in un fast food, di notte animatore di feste per bambini ebrei. Lei, di una decina d'anni più grande, è madre di un'adolescente autistica e si sforza a tutti i costi di impegnarsi come genitrice e compagna. Ma, tra crisi di pianto e flirt, non riesce a rispettare il buon proposito di crescere. Chi vorrebbe diventare un'adulta responsabile, infatti, con accanto qualcuno come Cooper Raiff? Classe 1997, attore, sceneggiatore e regista, presta il suo sorriso pieno di candore a un Peter Pan infantile e straordinariamente maturo insieme. Goffo, dolcissimo e fuori luogo, è il cuore di una commedia romantica in stile Sundance nonché l'insospettabile interesse amoroso di Dakota Johnson. A fuoco come mai prima, la star di Cinquanta sfumature di grigio è un incanto con quelle smorfie un po' ironiche, un po' sensuali: nel cinema indie ha definitivamente trovato la sua isola felice. Uniti da un'alchimia palpabile e dalle perle di una sceneggiatura brillante nella sua semplicità, i due regalano un nuovo e prezioso spaccato di quella “quarter-life crisis” che tanto mi fa penare. Per fortuna ci sono film così, piccoli ma dal grande cuore, che ci fanno sentire tutti meno incompresi. Per fortuna, combattuti a giorni alterni tra gioia infantile e struggimento post-adolescenziale, possiamo fare come Cooper e Dakota: ballare, sbagliare, ricominciare. E, ancora e ancora, ballare. (8)

Mentre una Kristen Stewart da Oscar ha dato corpo alla “principessa triste”, Robert Pattinson ha prestato la sua mascella scolpita al “cavaliere oscuro”. Stranamente simmetrici, gli ex protagonisti di Twilight sono cresciuti. Bellissimi, arrabbiati e nevrotici, si confermano icone generazionali: negli occhi hanno l'inquietudine dei trentenni di oggi. In una Gotham derelitta e pericolosa, Batman semina il terrore: basta la sola apparizione del suo simbolo per far tremare i criminali. Isolato nella sua torre d'avorio, raramente getta via la maschera e mai, soprattutto, si lascia andare a gesti di gentilezza: cerca vendetta. È proprio questa stessa sete, inappagata, a legarlo a Catwoman (Zoe Kravitz: da infarto) e ai tranelli dell'Enigmista (Paul Dano, uno dei giovani attori più straordinari su piazza): come lui, i comprimari sono orfani alle prese con le promesse della generazione precedente. I figli erediteranno le colpe dei padri. E quante storture abbiamo ereditato noi? Quanti debiti, quante macerie, quanta immondizia? The Batman è un neo-noir denso e fluviale, alla David Fincher. È un una riflessione sul potere, che in ogni epoca e in ogni dove gronda sangue e bile come in Machiavelli. È la storia di un lutto mai elaborato. Oltre al mantello, Pattinson si trascina dietro una tristezza atavica e contemporanea al tempo stesso. Gli invidiamo l'armatura scintillante: nasconde quel disagio esistenziale in virtù del quale, per la prima volta, è stato possibile identificarsi con un supereroe del grande schermo. (7,5)

venerdì 18 febbraio 2022

And the Oscar goes to: La fiera delle illusioni | The Lost Daughter | Don't Look Up | CODA

Il cinema di Guillermo Del Toro è il Paese dei balocchi. Irresistibile all'apparenza, ha sempre nascosto un cuore buio. Ma le sue favole, anche quando contaminate dall'horror, non hanno mai rinunciato alla speranza: spesso, a portarla, era la morte stessa. Il suo ritorno al cinema, passato talmente inosservato che la nomination al Miglior Film è parsa un fulmine a ciel sereno, sorprende anche senza colpi di scena. È un Del Toro senza magie. È un Del Toro senza speranza Adattamento dell'omonimo romanzo, racconta l'ascesa e la caduta di un Bradley Cooper più bravo che mai: in fuga dai sensi di colpa, si rifugia prima tra gli artisti di un circo itinerante; successivamente, accompagnato da una dolcissima Rooney Mara, punta a mettere in pratica i trucchi appresi (anzi, rubati) presso riccastri affascinati dal mentalismo. Come non soccombere però alla seduzione di Cate Blanchett, perfida femme fatale esperta di psicologia e spiritismo? Diviso in due metà antitetiche, unite dalla beffarda chiusa circolare, La fiera delle illusioni inizia come un'epopea alla Steinbeck e ammalia, poi, con le atmosfere da noir: lo zampino del regista è lì, in un'estetica ineccepibile, e nella resa agrodolce della vita dei saltimbanchi (la giostra dei cavalli ispira romanticismo, ma la sorte dell'uomo bestia, intanto, fa raggelare). Al di là di uno stile ormai perfettamente riconoscibile, glissando sui cliché di un genere antiquato, il film si rivela una morality play amara, nichilista, dalla puntualità spaventosa. A muovere i passi (falsi) di Cooper è l'amore (per chi?), o la disperazione? Cosa spinge i suoi facoltosi clienti, invece, a lasciarsi illudere? Metafora della settima arte, forse la fabbrica di menzogne per antonomasia, è la perdita dell'innocenza di un autore Premio Oscar. Nel suo petto, batte un cuore nerissimo. E dal Paese dei balocchi, questa volta, si esce trasformati tutti in asini raglianti. (7,5)

Una professoressa di mezza età trascorre le vacanze al mare in solitaria. Qui viene attratta da una giovane mamma, dalla sua bambina e dalla bambola di lei: suggestionata dall'incontro, mette inconsciamente in moto vecchi e dolorosi ricordi. La trama di uno dei primi romanzi di Elena Ferrante, all'apparenza elementare, era in realtà materia incandescente difficile da maneggiare. Ci voleva qualcuno coraggio come l'attrice Maggie Gyllenhaal, qui al suo esordio alla regia, che forse sarebbe stata una scelta ben più giusta della solita Olivia Colman per incarnare le fragilità della protagonista femminile. Per non uscire fuori dai margini, Gyllenhaal rischia pochissimo (cambia l'ambientazione: non più l'Italia, ma la Grecia) e adatta il tutto con fedeltà filologica. Ma mentre il romanzo è sottile, una scheggia perfetta, il film si trasforma per eccesso di zelo nella sua versione più densa, caotica e pesante. Pur conservando i vaghi simbolismi horror, la regista rinuncia all'aura perturbante e saffica della vicenda – leggendo avevo pensato a un incrocio bollente tra Swimming Pool e Chiamami col tuo nome –, concentrandosi sui flashback di gioventù: per quanto la candidata all'Oscar Jessie Buckley si confermi un'interprete straordinaria, avremmo voluto vedere più Datoka Johnson. Motore dell'azione, l'attrice delle Sfumature di grigio ha poche battute e nessuna alchimia con il personaggio di Leda, che su carta immaginavo più intrigante e sensuale di questa Colman un po' goffa sotto l'ombrellone. Si può trarre un film da una storia pressoché infilmabile? Può una sceneggiatura sciogliere i non detti dell'inconscio? Qualcuno come Jane Campion, spietata e morbida perfino nel suo ultimo western, avrebbe osato il miracolo. Maggie Gyllenhaal, per quanto audace nelle scelte – ricordiamo, infatti, una carriera attoriale costellata di piccoli ruoli scandalosi –, fa il passo più lungo della gamba e non si dimostra all'altezza. (6)

Non me ne frega niente, cantava Levante, se il mondo crolla e non mi prende. La stessa indifferenza avvolge i protagonisti dell'ultima commedia di Adam McKay. Minacciata dall'arrivo di un cometa, la Terra ha cinque mesi prima della collisione: gli scienziati DiCaprio (bollato come il più sexy della TV) e Lawrence (vittima di una caccia alle streghe a colpi di meme) ci hanno avvisati. Peccato che, tra uno scandalo della Presidente Streep, le disavventure sentimentali della pop star Ariana Grande e i piani megalomani di un novello Steve Jobs, a nessuno importi dell'umanità. Se nell'era del consumismo tutto può essere monetizzato, chi ci salverà da noi stessi? Lungi dall'essere il miglior film del 2021, Don't Look Up è il più rappresentativo per ridere di gusto dei nostri folli anni e dei nostri folli coinquilini in quest'immensa casa blu chiamata Terra. Di quelli che negano ottusamente l'evidenza, anche davanti alle fosse riempite dal Covid-19; di quelli che minimizzano, procrastinano, inquinano; di quelli, stolti, che quando il saggio DiCaprio indica la luna (anzi, la cometa) guardano tuttalpiù il suo dito teso. Un cast di nomi altisonanti, per fortuna tutti adoperati al meglio, ci bacchetta prontamente in due ore tanto inquietanti quanto deliziose. L'apocalisse è già qui, ma siamo troppo impegnati a guardare altrove. Tranquilli: non è niente di serio, grazie a un quarto di Xanax e a una sceneggiatura originale (si fa per dire: si limita a mettere in fila i nostri cliché, i nostri orrori, il nostro peggio) già in odore di Oscar. (7)

Cosa si prova a essere l'unica persona udente in una famiglia di sordi? Lo ha raccontato Claudia Durastanti in un libro finalista al premio Strega e, ancora prima, un film francese di qualche anno fa: La famiglia Belier. Grande successo di pubblico e critica, si è inevitabilmente prestato a un remake americano. A sorpresa, l'ennesimo rifacimento non richiesto ha stravinto anche all'ultimo Sundance. E allora meglio concedere un'opportunità a CODA (acronimo di Child of Deaf Adults), diventato uno dei protagonisti della stagione dei premi. Ruby, diciassette anni, ha una doppia vita. Ogni mattina sale come mozzo su un peschereccio per poi appisolarsi in classe. Sbeffeggiata dai coetanei, in casa è comunque a disagio a causa di quei familiari rumorosi, libertini, imbarazzanti. Sordi. Destinata a seguire le loro orme nell'attività di famiglia, la giovane si impensierisce quando scopre un talento inespresso: la musica. Ma come potrebbe una carriera da cantante non apparire un affronto verso i genitori? Di buoni sentimenti, perfetto in tempi di inclusività, questo remake prende molti degli sketch comici del film originale, ma con un convincente alternarsi dei punti di vista approfondisce il disagio vissuto dai protagonisti. Nonostante gli occhi (lucidi) siano puntati sul talento di Emilia Jones, attrice emergente di straordinaria empatia, c'è spazio anche per gli altri membri della famiglia. Per le loro paure, per il legittimo egoismo, per il loro drammatico isolamento. Apparentemente esclusi dalla ricerca dell'indipendenza della secondogenita, provano tuttavia il doloroso bisogno di capirla. Questa volta non si chiamano Belier, ma Rossi. Non parlano francese (be', si fa per dire), ma inglese. E lì dove non arrivano le parole intervengono magicamente l'università dei gesti, delle canzoni e un'emozione chiamata cinema. (7,5)

giovedì 31 ottobre 2019

Mr. Ciak: Scary Stories to Tell in the Dark, Crawl, Eli, Wounds e altri horror per il tuo Halloween

Corrono gli anni dei film di Romero e del Vietnam. È la notte del trentuno e tre amici inseparabili, in compagnia dell’ultimo arrivato, l’hanno fatta grossa. In fuga dai bulli, si rifugiano dove nessuno andrebbe a fare dolcetto o scherzetto: una casa infestata. C’entrano una bambina prigioniera nello scantinato e il classico libro scritto con sangue umano, che pagina dopo pagina svela nuove vittime fra i giovani protagonisti. Si animano gli spaventapasseri nei campi di grano. I ragni sbucano sottopelle. Corpi disarticolati attentano dietro le sbarre e, nei lunghi corridoi degli ospedali, aspettano i mostri. Perfetto per Halloween, Scary Stories to Tell in the Dark attirerà in sala il pubblico più rumoroso – gli adolescenti – e gli spettatori affezionati al culto di Stranger Things. Pensato per intrattenere i Millennial, il ritorno al cinema del regista diThe Autopsy of Jane Doe segue la moda delle antologie a tema e della retromania dilagante. Il risultato, leggerissimo e con un sottotesto politico dal retrogusto agrodolce, somiglia a un’indagine vecchio stile della Misteri e affini. Prodotte da Guillermo Del Toro, le più popolari storie da falò prendono vita per raccontarcene infine una non così inedita. Di quelle da sussurrare al buio, ma da vedere senza il bisogno della luce accesa. Non spaventeranno, infatti, neppure i giovanissimi. (6)

Cose da non fare in caso d’uragano: passare a casa di tuo padre per chiedergli se è tutto bene su consiglio della sorella maggiore. E scoprire che è ferito in cantina, in balia di onde anomale e di rettili primordiali – con tanto di dolce cagnolina da salvare. Per quanto non sia un amante di questi horror acquatici nello stile di Paradise Beach, Crawl sa come diventare un’appassionantissima declinazione del genere home invasion. Può vantare un’invidiabile gestione dell’alta tensione, senza esagerare con arti mutilati, effetti splatter e sobbalzi; effetti visivi di gran livello; una prova convincente da parte della protagonista, la sfortunata Kaya Scodelario. Il merito maggiore, però, spetta alla regia di Alexandre Aja: nonostante qualche passo falso commesso in passato, finalmente sotto l’egida del produttore Sam Raimi, il francese torna a ricordarci di saperci fare in fatto di morti ammazzati e nefandezze a fantasia. C’è poco altro sotto la superficie, a parte il classico rapporto conflittuale padre-figlia, ma Crawl – umido e claustrofobico, senza tregua – fa il suo dovere. Prima di comprare una casa accanto alla palude, da oggi ci penseremo su due volte. E consulteremo più attentamente il bollettino meteorologico. (7)

Una coppia di genitori disperati si affida a un farmaco sperimentale per salvare il loro bambino, allergico al mondo esterno. L’ultima spiaggia, una clinica privata perduta nelle nebbie, somiglia proprio a una casa stregata. E ben presto il paziente inizia a mostrare segni di debolezza fisica e psicologica, stranezze. Sono le controindicazioni della terapia, o c’è dell’altro? Protagonista della versione horror di Noi siamo tutto, Eli sarà messo in allerta da una coetanea: dall’istituto, infatti, sono passati bambini simili a lui – senza mai uscirne. Atipica ghost story coprodotta dalla Paramount, può contare su un’ottima atmosfera, buone interpretazioni femminili – Kelly Reilly e Lili Taylor, sempre piacevoli da ritrovare –, piccoli grandi indizi all’insegna di un finale che fa fuoco e fiamme. L’effetto sorpresa è assicurato in molti casi, ma personalmente avevo indovinato il colpo di scena in anticipo. La visione, per fortuna, non ne perde affatto in gradevolezza, risultando un intrattenimento molto più godibile della media. Una variazione sul tema forse abusata ma affrontata da una prospettiva opposta, in cui i bambini in pericolo hanno nomi in assonanza con la parola “lie” e per sopravvivere al mondo servono bugie e anticorpi. (6,5)

Non ci si poteva aspettare altro da Babak Anvari, regista iraniano già amato-odiato ai tempi di Under The Shadow. Tornato al Sundance con il suo primo film statunitense, lascia l’Oriente per New Orleans ma non rinuncia alla suggestione. Horror di difficile comprensione, Wounds racconta delle ferite metaforiche di Armie Hammer: perdigiorno alcolista e traditore, diviso tra Dakota Johnson e Zezie Beetz. In ordine sparso lo affliggono: un’invasione di scarafaggi, escoriazioni di natura misteriosa, messaggi di morte recapitati da sconosciuti. Che lo si voglia leggere come un ordinario racconto di possessione soprannaturale o allegoria di qualcos’altro – un disagio che serpeggia nel profondo della coppia, la dipendenza da alcol –, Wounds si rivela un interessantissimo prodotto festivaliero. Spiazzante e audace, a metà fra Kafka e Bukowski, garantisce un delirio acustico e visivo capace di dividere il pubblico. Il protagonista, immerso totalmente nelle sue ricerche pur di dare un senso a un’esistenza vuota, troverà l’illuminazione o la disfatta? Restano più domande che risposte. Tante interpretazioni: tutte valide e tutte sbagliate. Troppo impenetrabile, l’ho seguito spinto da una fascinazione morbosa. L’ho compreso a sprazzi e con il senno di poi. Ma mi è piaciuto, sì, o almeno credo. (7)

Costretta a ritirarsi per la decenza della madre, una violoncellista di talento si rimbocca le maniche pur di riprendersi il posto che le spetta. In un territorio ostile, la protagonista scopre di avere una rivale: entra in competizione con lei, ma ne è attratta. Possibile frenare le scene bollenti se si parla delle bellissime Allison Williams e Logan Browning? Sexy e ributtante, sconsigliato agli ipocondriaci, The Perfection parte con un sofisticato prologo a Shangai e ci conduce poi verso l’ultima frontiera della competizione. Impossibile comprendere in anticipo dove andrà a parare. Altrettanto frenare le domande e il raccapriccio davanti agli efferati cambi di scenario, rotta e protagonista – chi è la buona e chi la cattiva, e dalla scuola di cui sono entrambe le stelle sarebbe meglio far di tutto per entrare oppure uscire? Mix febbricitante ma irresistibile, The Perfection fa il suo sporco lavoro con colpi di scena a raffica, un montaggio pazzo, sequenze di disfacimento fisico e morale. Il thriller di Shepard prende le mosse sulla scia del Cigno nero, per poi trasformarsi in un bagno di emoglobina a tinte trash, su cui pattinano personaggi chiamati alle vendette trasversali e ai duetti folli. Voi saprete contenere succhi gastrici, divertimento e orrore? (7,5)

Dopo Shining soltanto Stephen King, qui in collaborazione con il figlio Joe Hill, poteva immaginare un labirinto tanto singolare. Dopo The Cube soltanto il sottovalutato Natali, abilissimo ma a corto di progetti, poteva renderlo così claustrofobico. Partito sotto i migliori auspici, infatti, Nell’erba alta contava su uno spunto originalissimo e un regista a proprio agio con ambienti asfittici e relazioni torbide. Cosa ci fanno la famiglia dell’inquietante agente immobiliare Patrick Wilson e una ragazza incinta di sei mesi, in viaggio con il fratello, in un singolare dedalo verde dove il tempo e lo spazio hanno leggi imperscrutabili? Se al centro del labirinto c’è anche un misterioso monolite, le battute sull’erba – quanta ne hanno fumata per inventare questo guazzabuglio indigeribile? – potrebbero sprecarsi durante la visione. Trip senza fine, sontuoso dal punto di vista visivo, il racconto del Re diventa un horror psicologico dal pollice verde e dagli spunti oscuri. Servivano francamente qualche chiarimento in più e qualche sacrificio stucchevole in meno. Impossibile uscirne sani e salvi. E venirne a capo? Nel dubbio, cambiate strada all’ultimo minuto e, sul tema riti pagani e natura, guardate Apostle. (5)

Il medico Gleeson, la matriarca Rampling, i figli Ruth Wilson e Will Poulter. Dirige Lenny Abrahmson. Alla base: un gotico firmato da Sarah Waters, di recente portata anche a Cannes da  Park Chan-wook. Possibile, date le premesse, che L’ospite sia stato destinato in Italia direttamente allo streaming? Il perché, dato un film senza grandi demeriti, resta un mistero. Tragedia familiare dalle atmosfere angoscianti, racconta della fascinazione del protagonista verso una casa in rovina: anziché fuggire, ne è attratto – galeotti l’amore verso la primogenita da trarre in salvo e i ricordi di un’infanzia trascorsa, al contrario, in completa povertà. Immerso in scenari che ricordano il soggiorno a Hill House, il film britannico fa proprie psicosi, malanni ereditari, stanze anguste. Il paranormale ci metterà lo zampino soltanto nell’ultima mezz’ora, con porte sbattute all’improvviso, scampanellate notturne, scritte sui muri. Austero sotto ogni punto di vista, dal cast superbo alle scenografia, ha ritmi lentissimi e una regia ora incantevole, ora asfissiante. Non meritava l’oblio, però, nonostante una chiusa frettolosa. Somiglia proprio, infatti, a una di quelle magioni in rovina che conservano a sorpresa il loro fascino polveroso. (7)

Cresciuto dalla mamma single, James è un piccolo lord, pettinato con la riga di lato e sempre ben vestito. Senza amici, ha paura de ragni e di ricominciare altrove dopo un trasferimento improvviso. E non deve assolutamente giocare nei pressi della voragine che si apre al centro del bosco dietro casa. Disobbedisce, ovvio, e niente sarà più lo stesso. Ma le stranezze, crescenti giorno dopo giorno, le percepisce soltanto una mamma sull’orlo di una crisi nervosa o sono forse reali? Forte dei paragoni ingannevoli con The Babadook e della notevole somiglianza tra il bambino e Haley Joel Osment, The Hole è un horror a basso budget che raggiunge il massimo risultato con il minimo sforzo. Discreta macchina di tensione, con un’ottima interprete nel ruolo di protagonista, a ben vedere ha però un’introspezione psicologica appena accennata – il difetto maggiore è che manca di qualsiasi doppiezza o ambiguità – e una trama, con tanto di finale mordi e fuggi nelle grotte di The Descents, che rimesta alla cieca nel mito dei changeling e nei classici horror di ragazzini maligni e madri al limite. Non gli si vuol male, ma avremmo tutti fatti a meno della distribuzione in sala o dei confronti con una regista, Jennifer Kent, contro i cliché. (5,5)

Un’altra mamma single, un altro bambino con amici che stanno sulle dita di una mano. L’evasione non avviene grazie alle scorribande nei boschi, bensì con un giocattolo che già conosciamo tutti: l’iconico Chucky, incubo di generazioni vicine e lontane. Ritornato in un remake non richiesto, il rimodernamento della bambola infernale preferisce concentrarsi sulla dimensione infantile anziché su quella orrorifica. Il rinnovo generazionale, per fortuna, chiama comunque all’appello omicidi sanguinosissimi e un doppiatore d’eccezione, Mark Hamill, ad animare un villain per il resto non troppo convincente dal punto di vista estetico. Al tempo di Stranger Things e Black Mirror, i bambini sono ricettivi e gli adulti appaiono ciechi davanti all’evidenza; la crudeltà di Chucky non dipende da una possessione demoniaca, bensì da un malfunzionamento tecnologico. Preceduta da un geniale battage pubblicitario che faceva a pezzi i personaggi di Toy Story, la nuova Bambola assassina è una commedia nera scoppiettante ma prevedibile dall’inizio alla fine. Ben recita, capace di indovinare target ed equilibri, resta poco incisiva ma tanto è bastato a far gridare all’eccezione alla regola pubblico e critica, al cospetto di un remake al passo con i tempi. Ma se il gioco cambia estetica, le regole restano le stesse. (6)

Nell’era segnata dall’influenza dei cinecomic, ne sa qualcosa il caro Martin Scorsese, quanto poteva essere geniale un’idea del genere: prendere un eroe dei fumetti, amato da grandi e piccini, e trasformarlo questa volta nell’antagonista della storia. Il coraggioso Clark Kent, così, sbarcato da un pianeta lontano e adottato da una famiglia di amorevoli campagnoli, si trasforma in un bambino sfrenato e dispotico: respinto da una coetanea, irritato dalle bugie dei genitori, minaccia di usare i suoi poteri per i fini peggiori. Esisterà anche qui l’equivalente della kryptonite? Tipica storia sulle origini di un atipico supereroe, a Brightburn si chiedeva poco. Amaramente, il film prodotto da James Gunn osa dare perfino meno del previsto. Di scarsissime pretese, con un svolgimento indegno dell’assunto di base, ha un cast non di primo taglio – fa eccezione giusto Elizabeth Banks – e un Omen dotato di raggi laser negli occhi, meno carismatico e più caciarone dell’infante diabolico del classico di Richard Donner. Inutile accanirsi ulteriormente: questo volo nel lato oscuro lo abbiamo già scordato. (4)

lunedì 31 dicembre 2018

[2018] Top 10: Mr. Ciak



10. Figlia mia
Un selvaggio melodramma al femminile dai colori accesi e gli impressionanti piani sequenza. Un romanzo di formazione purtroppo passato in sordina, con affascinanti sprazzi kitsch e interpreti al loro meglio. In terre, in film, in cui raddoppiano l'emozione, le mamme e l'amore.

9. Lontano da qui – The Kindergarten Teacher
Insieme alla Bispuri, il grande outsider della rassegna. L'amicizia tra un'insegnante e un piccolo poeta di cui salvaguardare il talento (anche appropriandosene), in un dramma pedagogico fra due estremi: la disattenzione degli adulti e le pressioni morbose di chi sogna un futuro migliore. Sullo sfondo, un mondo troppo distratto per i geni incompresi e le maestre con una missione, che fa orecchie da mercante davanti alla poesia del cinema indie.

8. Tonya
L'ascesa e la caduta – soprattutto, i chiacchierati misfatti – di un nemico pubblico col vestito glitterato e il fiocco fra i capelli. Il risultato è la biografia politicamente scorretta che non ti aspettavi. L'altro lato della medaglia. 

7. Hereditary – Le radici del male
La prima parte è una logorante tragedia domestica, la seconda una libbra di carne da pagare alle logiche di mercato. I pro bilanciano i contro, se a dirigere c'è un esordiente con la mano dei miniaturisti. Tutte uguali le famiglie felici, infatti, a modo loro quelle le maledette.

6. Dogman
Storia di cure affettuose e violenza barbara, è un noir che si affranca grazie al cuore grande del cinema d'autore. Emoziona, intenerisce, spossa, con una vicenda a briglia sciolta legata all'orgoglio di un omino con un soprannome da anti-eroe da fumetto. Complice quale sei, ti salvi soltanto se corri più forte, lontano, del cane che abbaia e che morde.

5. Roma
Piccola grande ode alla tenacia delle donne, alla quiete delle case in ordine, alle infanzie da non rinnegare mai, in cui si ricercano con successo l'arte e la poesia dappertutto. Assieme alla bellezza di una nuova meta, una seconda Roma, dove darsi appuntamento con la puntualità dei ricordi.

4. Il filo nascosto
Bello in ogni suo orlo, occhiata e increspatura, l'ultimo Paul Thomas Anderson è la dimostrazione di come la perfezione stilistica possa risultare respingente. Come un abito preso in prestito, al di fuori della nostra portata, che abbiamo paura di sgualcire. Ma che, nel mio caso almeno, non ha avuto il cuore di restituire al legittimo proprietario.

3. Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Un bagno di male da cui si esce annaspanti, grati, toccati: colpiti in pieno petto. Si perdona, ci si vendica. Si piantano i fiori, e una donna in tuta da meccanico se ne prende cura, perché ha un cuore nero ma il pollice verde. Si aspetta che un cerbiatto – un segno del destino, diremmo – torni a brucare. Alle porte di Ebbing, Missouri, finché c'è rabbia c'è speranza.

2. La forma dell'acqua
Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La Bella e la Bestia a spasso nel Favoloso mondo di Amélie è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di fulmine per la settima arte. Quindi tuffatevi a recuperare quella scarpetta che se ne va alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi sentire battere e rombare il mare.

1. Chiamami col tuo nome
Con un indefinibile senso di meraviglia, Guadagnino ci lascia assistere al risveglio della natura di Elio e Oliver. In un melodramma intriso di classicismo e grazia, epidermico ma angelico insieme, che spiazza, spezza e spazza via. Partecipano Madre Natura in persona, i cinque sensi, e uno spettatore che non vorrebbe cacciare mai gli innamorati da quel Paradiso su misura. Le persone che si vogliono bene sono tutte belle. Queste, un po' di più.

I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome), Harry Dean Stanton (Lucky), Marcello Fonte (Dogman);
Miglior attrice protagonista: Diane Kruger (Oltre la notte), Margot Robbie (Tonya), Tony Collette (Hereditary);
Miglior attore non protagonista: Michael Stuhulbarg (Chiamami col tuo nome), Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), Alessandro Nivola (Disobedience);
Miglior attrice non protagonista: Allison Janney (Tonya), Elena Sofia Ricci (Loro), Claire Foy (First Man).




Muchacha sexy: Matilda Lutz (Revenge), Ophélie Bau (Mektoube, My Love: Canto Uno), Lily James (Mamma mia! Ci risiamo);
Bello e impossibile: Henry Golding (Crazy Rich Asians, Un piccolo favore), Armie Hammer (Chiamami col tuo nome), Alessandro Borghi (Napoli velata);
La coppia più bella del mondo: Chalamet-Hammer (Chiamami col tuo nome), Blunt-Krasinski (A Quiet Place), McAdams-Weisz (Disobedience);
Nice to meet you: Lady Gaga (A Star is Born), Alex Wolff (Hereditary), Adriano Tardiolo (Lazzaro felice).


Sing it back: Shallow (A Star is Born), Mystery of Love (Chiamami col tuo nome), Never Enough (The Greatest Showman);
Psycho Killer: Blake Lively (Un piccolo favore), Michael Shannon (La forma dell'acqua), Edoardo Pesce (Dogman);
Will you recognize me?: Robbie-Jenney (Tonya), Alessandro Borghi (Sulla mia pelle), Toni Servillo (Loro).
Let's talk about sex: La pesca (Chiamami col tuo nome), Il bagno-acquario (La forma dell'acqua), Mezzogiorno-Borghi (Napoli velata).
Cry me a river: Il ballo (La forma dell'acqua), I titoli di coda (Chiamami col tuo nome), Il ritrovamento del corpo (Searching). 



lunedì 26 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La forma dell'acqua | The Post

Era il La La Land di quest'annata, per numero di nomination, fazzoletti stropicciati a Venezia e un romanticismo d'altre epoche, d'altro cinema. Se per l'impazienza di vedere il musical di Chazelle avevo macinato però chilometri il primo giorno di programmazione, per l'ultimo Del Toro – stimatissimo ma non sempre venerato, non sempre seguito a scatola chiusa nelle sue irruzioni nel blockbuster – ho aspettato quel tanto che bastava ad ascoltare qualche parere contro, a nutrire dubbi su quanto magico fosse. Leggevo, infatti, di una sceneggiatura tutt'altro che a tenuta stagna. Di citazioni spesso a confine con il plagio (vedasi le rimostranze di Jeunet) e di occhi asciutti all'arrivo dei titoli di coda. Toccava vederlo e basta, ho capito. Tolto il dente, tolto il dolore. Soprattutto, tolto il sospetto che potesse deludere, quando le porte del solito multisala mi hanno restituito a piogge da giudizio universale, tanto simili a quelle che qui infradiciano la Baltimora degli anni Sessanta, e rubato le parole di bocca. La bellezza della Forma dell'acqua – fosco, sanguinoso, dolcissimo – sul momento mi ha stordito. Non può parlare nemmeno Elisa, timida donna delle pulizie che condivide un appartamentino pittoresco con il sensibile Richard Jenkins, coinquilino omosessuale dai consigli paterni sempre pronti, e segreti governativi con l'irresistibile collega Octavia Spencer, nel classico ruolo della matriarca ciarliera e orgogliosa alla Octavia Spencer. Shannon e Stuhlbarg, caratteristi eccelsi quasi usciti dai mondi di spie sovietiche e tic nervosi dei fratelli Coen, hanno strappato dalla laguna, in catene, un mostro marino. La creatura, contesa da americani e russi in piena Guerra Fredda, sente. Mangia un povero gatto d'appartamento, ma glielo si perdona. Si rifugia malinconicamente nel cinema sotto casa, se si perde. In pausa pranzo ama le uova sode, il linguaggio universale della musica classica e le gentilezze della donna che vorrebbe restituirlo al mare – la straordinaria Sally Hawkins, eppure etichettabile come bruttina a un'occhiata superficiale, sa sedurre con un misto di candore e civetteria, attenta agli accostamenti della mìse e alle richieste private del suo corpo di donna, audace con le scene di nudo integrale e gli stratagemmi che le permettono di unirsi carnalmente all'ospite in un'incredibile stanza-acquario. La protagonista non ha branchie, ma cicatrici longitudinali all'altezza della laringe. Non parla, ma è talmente espessiva, talmente comunicativa quando sbraita o si impunta, da rendere vana la comparsa dei sottotitoli in sovraimpressione. Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La Bella e la Bestia a spasso nel Favoloso mondo di Amélie è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di fulmine per la settima arte. Del Toro ruba qui e lì, come fanno i ladri e gli artisti gentili, e sulla scena del crimine, nella cassaforte vuota, lascia in pegno tutta la poesia e l'orrore di cui l'ho scoperto capace ai tempi del Labirinto del fauno. Voler dire troppo, tutte e niente, e non avere il dono delle parole giuste. Per fortuna si sopperisce con le mani, con il luccicore negli occhi. In un film in cui, se non lo si sa dire, lo si canta trasferendosi nel bianco e nero di un musical sognante. In una fiaba splatter in cui l'inserviente muta si innamora corrisposta di un Dio ricoperto di squame, e noi di loro. Altro non posso e non lo so dire, no. Quindi tuffatevi. A recuperare quella scarpetta rossa che se ne va piano, pianissimo alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi sentire battere e rombare il mare. (8,5)

Ogni anno c'è il film che mi pesa recuperare. Quello politicamente schierato. Quello, dicevamo, che si crede degno di lode soltanto perché indigesto. Già con il sopravvalutatissimo Spotlight non più appassionante ed esaustivo di una pagina Wikipedia, ma con un tema scabroso che ispirava comunque i travasi di bile, la rabbia – avevo mostrato la mia freddezza davanti al thriller d'inchiesta. Di solito pagine di storia poco indagate in passato, ma pur sempre pagine: informative, impersonali, freddissime. Anche quest'anno immancabile qualcosa come The Post, che immancabilmente non stupisce. Dramma giornalistico che nell'era Trump parla di presidenti truffaldini e libertà di stampa, il film del rigoso Spielberg – ritrovato in forma smagliante, lui sì, dopo il fiasco del Grande Gigante Gentile – segue i i giornalisti del Post alle prese con un caso di coscienza e uno scandalo presto scalzato via da Watergate. Quattro presidenti, il governo, hanno a lungo mentito sulla natura e la gravità della guerra in Vietnam. Tacere ed esserne complici? Denunciarli con tutte le ritorsioni personali del caso ma così facendo rilanciarsi, a discapito della concorrenza omertosa? Le decisioni spettano al caporedattore Hanks, per fortuna meno protagonista del previsto, e alla proprietaria del giornale – una Streep non particolarmente meritevole ma da al solito da manuale (basti guardare il modo in cui temporeggia al telefono, si tormenta bocca e mani), alla quale tocca riconoscere i pochi sprazzi di umanità in un cast che, per il resto, poco eccelle con i suoi inservibili volti televisivi. La guerra: mostrata solo nell'incipit. Il resto: dialoghi teatrali a raffica, ora alla cornetta e ora attorno a una scrivania, pieni di nomi, dati e date, che non annoiano soltanto da metà in poi, pur facendo costantemente pesare la mancanza di un Aaron Sorkin alla sceneggiatura. Tecnicamente inappuntabile, scorrevole grazie a una regia concitata, The Post ignora la dimensione individuale dei suoi protagonisti e, nel tentativo di risollevasi con una morale femminista altrettanto attuale, predilige alla fine la prospettiva della direttrice. La sola a mostrarsi in borghese, fragile e confusa davanti alla figlia Alison Brie, insieme a Sarah Paulson, moglie di Hanks lasciata ai margini. Questo e quell'altro politico bugiardo, ampie falcate da una redazione all'altra, dilemmi lunghi due ore, il rullo dei macchinari di un'inchiesta che infine va in stampa come risaputo. Non aggiungendo nulla alla verità, all'infinita filmografia di Spielberg, ai meccanismi raffinati dell'intrattenimento d'autore. Al pari un articolo bomba che, ormai, non fa più notizia. (5)

mercoledì 28 ottobre 2015

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Crimson Peak, The Final Girls, Chained, Curve, Tales of Halloween

Da Guillermo Del Toro, mi aspettavo qualcosa come Crimson Peak – elegante, simmetrico, gotico – sin dagli inizi della sua carriera. Quando vedevo Burton perdersi e Del Toro – poi passato alla graphic novel: un cambio di rotta che ho seguito, ma senza entusiasmi – primeggiare, in storie tutte ricami, ombre e splendori. Il ritorno al genere di appartenenza, con un horror finalmente – e finemente - tradizionale, omaggio ai romanzi d'appendice. La storia di Edith, giovane scrittrice, che sposando un uomo venuto da lontano sposa anche sua sorella e, di conseguenza, i loro misteri. E, sullo sfondo, c'è una magione in decadenza che trattiene entità malinconiche e custodisce gelosamente ogni segreto. Crimson Peak è per spettatori come me. Quelli che sono in pace con il mondo, con un castello a pezzi, gli scricchiolii e le nebbie ovunque, una Jessica Chastain al giorno – qui superba, accanto a una Wasikowska a proprio agio con le eroine romantiche e a un Hiddleston non abbastanza carismatico - che toglie la concorrenza di torno. Non è deludente, ma conforme alle aspettative: le mie, nonostante un'attesa di mesi e mesi, non tra le più elevate. Fantasticavo su un lato scenografico mozzafiato – e che aggettivo vago e spiccio che è, mozzafiato, ma davanti ai merletti di ragnatele, i buchi nel soffitto che accolgono i tasselli della natura che si spoglia e si riveste, le strutture affilate alla Dalì, i broccati raffinati e la neve macchiata dal cremisi dell'argilla è davvero impossibile non entrare in una fase di muta contemplazione estetica – e mi figuravo ritagli, originali ma non troppo, ma senz'altro bene assemblati, di articoli su crimini di sangue e collage di capolavori, a cura di uno che ama le notti buie e tempestorse e la magnificenza del decadente. La questione non è la paura, bensì il potere della suggestione; non è un horror tutto fremiti, questo, ma un prodotto romantico nel senso autentico del termine – eros e thanatos, le bizze di una natura indomabile, il sublime. E, a volte, si va al cinema semplicemente per restare con il naso all'insù, incantati. Ho avuto perciò quel che desideravano gli occhi – visivamente, è infatti tra le pellicole più affascinanti dell'anno – e un intreccio sobrio, equilibrato, che non commette passi falsi e, per il reverenziale ispirarsi a un canone classico, non rischia. Il difetto è che è un po' come lo immagini, ma poco importa: perché ci sono cose oggettive, e il bello è bello. Si gioca a carte scoperte sin dall'inizio – si conoscono i buoni e i cattivi, ma al quadro globale mancano ancora le motivazioni e la comparsa di spettri mostruosi, nonché di colpi di scena sparsi qui e lì – e, in un lungometraggio che ricerca i fasti di una volta, la dimensione eterea della fiaba nera, non è importante la novità che una scrittura meno citazionistica – o un altro twist – avrebbe forse conferito al racconto: alla fine, una Jane Eyre andata in sposa al consorte di Rebecca, tra le Cime Tempestose della brughiera britannica e i Giri di vite di una casa che vibra. Tutt'intorno aggiungete, con una pennellata a fantasia, il rosso – e in un epilogo cruento non si capirà se, a macchiare il bianco, sia poi l'argilla o il tanto sangue versato – e l'ululato del vento. Un sogno – o un bell'incubo? - che avrebbe potuto avere diritto a un architetto migliore. Ma, comunque, un sogno. (7)

L'horror è un genere che richiede viva partecipazione. Visione casalinghe con amici, ed ecco che partono – dal divano – coretti da stadio e reazioni a catena. Guardare un horror, infatti, è un po' come assistere a una partita della nazionale. Immancabili le imprecazioni, i consigli, gli insulti: il chiedersi, per tutto il tempo, io al posto loro cosa farei. Sicuramene, non commetterei gli stessi sbagli; sarei più sveglio; correrei più in fretta. Sogno di ogni amante del genere horror è farne parte almeno per un po'. Ipotesi surreale, ma estremamente divertente: catapultato nel bel mezzo dell'azione, in uno slasher vecchio stile, cosa combineresti? Qualcosa di simile capita a Max, figlia d'arte che, durante una proiezione in memoria della madre defunta - attrice amatissima che non ha mai sfondato –, finisce risucchiata nel lungometraggio che ha segnato, e bloccato, la carriera della genitrice. Sullo sfondo di un coloratissimo campeggio estivo, campo di battaglia di un serial killer che sembra il gemello di Venerdì 13, s'incrociano così generazioni distanti e spassosi cliché che, negli anni ottanta come nei duemila, puntualmente si ripetono: ricordiamo la bella (ma non per questo crudele) Nina Dobrev, l'adone (ma non per questo stupido) Alexander Ludwig, la dimessa (ma non per questo sprovveduta) Taissa Farmiga, insieme a una splendida Malin Akerman – mamma sprint a cui dire addio di nuovo, in un Ricomincio da capo da brivido – che, come il suo personaggio, ha vissuto di serial troncati e occasioni sprecate. Rapporti credibili e toccanti, omicidi non troppo crudi, battute fulminanti e citazioni sparse a piene mani conducono lo spettatore – nostalgico, e perciò conquistato – verso un epico finale, che necessita di un sequel a portata di mano. The Final Girls è a metà strada tra la parodia e l'omaggio: commedia horror semiseria, in cui niente è lasciato al caso – anche l'attorniarsi di attori del piccolo schermo, imprigionati in luoghi comuni da sventare – e il leitmotiv di Bette Davis Eyes conduce lontanissimo, nei mondi vintage e un po' kitsch riscoperti da poco dalla televisione – state seguendo Red Oaks? - e in un intelligente gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che ancora ci manca: lo adorerebbe. (7,5)

In un pomeriggio come tanti, Sarah e suo figlio, per viziarsi, decidono di prendere un taxi anziché il solito autobus. Ma, come dice un vecchio proverbio, chi lascia la strada vecchia per la nuova sa cosa lascia e non sa cosa trova. Bob, l'appesantito e anonimo tassista che dovrebbe portarli a casa in un lampo, è infatti un serial killer. Nella sua carriera di assassino, in quella vita modesta in periferia a cui solo l'omicidio ha dato un brivido in più, ha collezionato donne e donne. I loro corpi straziati, sepolti nello scantinato. Quello è il destino della giovane madre che vediamo nelle sequenze d'apertura – una Julia Ormond di passaggio – e che diventerà l'ennesimo ritaglio di giornale nel sempre più nutrito museo del tassista omicida. Chained è la storia di quel bambino incatenato al pavimento, poi adolescente, e dello squilibrato che lo renderà suo personale schiavo, nonché figlio adottivo. Il thriller di Jennifer Lynch – degna figlia di papà David -, uscito ormai quattro anni fa e da poco reperibile in versione homevideo, è un prodotto nudo e crudo. Una quotidiana storia di ordinario orrore che spicca per una regia personale e ambienti chiusi, che lo rendono angoscioso e verisimile. Il tutto, grazie a una sceneggiatura poco innovativa ma che ha infinita cura del vissuto dei suoi personaggi e a due protagonisti che, per tutto il tempo, reggono abilmente il gioco. Eamon Farren, giovane scheletrico e pallido; un inquietante Vincent D'Onofrio – al contrario, sovrappeso e paonazzo – che è un antagonista che si ricorda volentieri per il lavoro minuzioso di un caratterista che quest'anno, sotto l'occhio vigile della Netflix, già è stato un esemplare Kingpin. Girato quasi interamente in interni ristretti, a tratti sembra un realistico dramma a cui manca soltano il consueto tratto da una storia vera. Tant'è vero che lo spiazzante colpo di scena che arriva sul finale – imprevisto, ma superfluo – sembra di troppo: d'effetto, al contrario, i passi attutiti e i rumori che si avvertono mentre lo schermo si fa buio e i titoli di coda, dopo un'ora e trenta, calano insieme al sipario. A una saracinesca che, come in Saw, ci intrappola in preda dei nostri demoni. Allora, peggio la compagnia di un mostro o quella della solitudine? (7)

Mellie sta per sposarsi. Viaggia in auto, con l'abito bianco nel bagagliaio, in compagnia di una compilation di vecchi successi degli anni ottanta e di qualche ripensamento. Finché, come da copione, non è costretta a fermarsi nel deserto. In suo aiuto, un passante che le strappa anche un passaggio. Ma Christian, e nel copione c'è anche quello, è un predatore sessuale che ha già mietuto vittime. Per liberarsi di lui, la protagonista imbocca una brusca curva, finendo fuori strada. L'auto capovolta e lui a piede libero; lei, al contrario, è lì con un arto bloccato. Contro la fame e la sete, i roditori e una minacciosa allerta meteo. Il suo aguzzino che va e che viene, guardandola contorcersi. A favore di Curve, il fatto che non sia l'ennesimo The Hitcher. La sfida della protagonista – a lungo sola – ricorda più 127 ore, con un pizzico vago di L'enigmista. La disavventura di una ragazza in difficoltà, in balìa prima della natura e poi della violenza degli uomini, si rivela così un survival  non male, che non brillerà per originalità e non sarà ricordato a lungo, ma scorre. Distribuito dalla Universal e pensato per il noleggio, Curve è stato un passatempo inaspettatamente valido, in una domenica pomeriggio in cui cercavo un thriller leggero per riempire il tempo e, se possibile, questo post qui. L'ultimo film di Iain Softley – e il regista di Skeleton Key non è il primo venuto - arriva da noi per vie traverse e si rivela più piacevole del previsto. Ben diretto, con una tensione che perdura e due soli attori a reggere il tutto: la carinissima Julianne Hough, qui anche molto convincente – le curve del titolo chissà che non si riferiscano proprio alle sue –, e un Teddy Sears sornione e luciferino. (6)

Una baby sitter paga care le prepotenze verso il piccolo di casa; un vecchio diavolo e un bambino, suo allievo, vanno in giro a fare danni; una manciata di amici di mezza età sono terrorizzati da un gruppo di bambini in cerca di vendetta; l'evocazione di un demone, in soccorso a un ragazzo oggetto di bullismo; una ragazza seguita a casa da uno spirito malevolo; due coniugi con il desiderio insano di un erede; una guerra tra vicini per le decorazioni migliori; Jason contro un extraterrestre; rapitori senza scrupoli che rapiscono il bambino sbagliato; una zucca assassina che fa stragi. Dieci registi, dieci storie, dieci scuse per andare a dormire più tardi – e magari con la luce accesa. Tales of Halloween, film a episodi capace di una sua linearità e di una lodevole dose di brillante ironia, è di un genere – come vi hanno rivelato i miei dubbi verso l'acclamato Storie Pazzesche – che non tollero. Ma perfino il me che evita i racconti, le antologie di genere, non ha potuto che apprezzare. Questa volta, con poche riserve e tante risate. Il film ha qualche nome promettente alla regia – Bousman, McKee, Marshall -, qualche volto noto a bordo – ad esempio, occhio ai cameo di Landis e Dante -, qualche episodio degno di nota – su tutti, gli efficaci Trick e Ding Dong. Ora i bagni di sangue, ora l'umorismo nero; ora una beffarda morale, ora la scusa da poco per una mattanza gratuita. I toni sono leggeri, gli stili vari e il tempo vola. I vicini mascherati schiamazzano, le nebbie si sollevano e i bambini – sempre vessati da adulti immorali, dispettosi – si divertono ad affilare i coltelli. Loro, anche più dei grandi, adorerebbero lo spirito di Tales of Halloween: quasi natalizio, con le case addobbate, i caminetti accesi, il divertito gioco di causa-effetto (tu fai qualcosa di sbagliato, loro ti puniscono) come in Mamma ho perso l'aereo e company. Il senso del contrario e del proibito. Un dolcetto con trappola; uno scherzetto simpatico, alla giusta distanza dal trash. (6+)