Visualizzazione post con etichetta Commedia francese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Commedia francese. Mostra tutti i post

lunedì 11 dicembre 2017

Pillole di recensioni: Assassinio sull'Orient-Express | La figlia del dottor Baudoin

Titolo: Assassinio sull'Orient-Express
Autrice: Agatha Christie
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 210
Prezzo: € 13,50
Il mio voto: ★★★
Qual è il colmo per un blogger che vive di romanzi? 
Non aver mai letto prima d'ora Agatha Christie.
Qual è il colmo per un romanzo interamente ambientato a bordo di un treno? Leggerlo su un Frecciabianca guardando gli altri passeggeri con occhi un po' sospettosi e sperando che nessuno di loro scambi l'ironia per minaccia. Ho scelto proprio Assassinio sull'Orient-Express per apprezzare a colpo sicuro la madre del giallo inglese e per una compagnia a tema durante un viaggio lungo sette ore. In sala, intanto, l'incentivo dell'ultima trasposizione firmata Kenneth Branagh. L'intreccio lo si sa a campanello: c'è un convoglio di lusso che viaggia sotto la neve, d'inverno, da Instabul a Calais. Ospita passeggeri disparati, per sesso, provenienza ed estrazione sociale. Microcosmo itinerante di vite sconosciute che in realtà hanno tutte qualcosa da nascondere; mille e un segreto a unirle. All'improvviso, un urlo nella notte. La vittima, pugnalata più volte nella propria cabina, è Samuel Edward Ratchett: gangaster sotto falso nome, sfuggito alla giustizia dopo l'omicidio di una bambina rimasto impunito. Chi (non) lo voleva morto? Indaga l'immancabile Poirot: la testa tonda, i baffetti impomatati, la propensione tutta sua nel trovarsi al posto giusto nel momento sbagliato. I sospetti: dodici. Su un mezzo che sembra un teatro di posa, Poirot smuove le acque e scandaglia con ordine esemplare. Ispeziona le storie personali dei passeggeri, i loro bagagli pesanti, la solidità degli alibi. Per questione di gusto, però, ammetto di averla trovata pesante, a tratti, quella struttura troppo reiterata, troppo schematica: da manuale, verissimo, ma lontana da me. Che alla precisione delle risposte premetto la confusione delle domande. Che al metodo della giustizia preferisco invece il caos dei peccatori. Classico, teatrale, rigoroso, Assassinio sull'Orient-Express mi ha rivelato che il treno del talento di Agatha Christie non è passato, no. Sa divertire. Soprattutto sa sorprendere, se ignari come me dei risvolti di un finale tanto noto – un po' macchinoso, un po' improbabile, ma sorprendente, sì. Molti giallisti hanno percorso questa stessa tratta: sono passati da qui, da lei. Ma altrettanti, la bellezza di ottantadue anni dopo, per fortuna sono andati anche oltre.

Titolo: La figlia del dottor Baudoin
Autrice: Marie-Aude Murail
Editore: CameloZampa
Numero di pagine: 208
Prezzo: € 15,90
Il mio voto: ★★★+
Il dottor Baudoin ha uno studio medico in centro, un collega che è il suo esatto opposto, uno squadrone di figli che crescono. Tutte e tre le cose gli danno da pensare. Se l'ambulatorio è diventato “una sfilata di stitici e rompipalle”, se lavorare fianco a fianco a quel Vianney Chasseloup troppo ligio e propositivo gli ricorda quanto sia diventato scostante con l'arrivo dei cinquanta, a insospettirlo è piuttosto il comportamento di Violaine – la figlia maggiore, quella che scopre il sesso e le responsabilità, mentre i restanti fratelli pensano ora agli abiti firmati, ora ai videogiochi. La figlia del dottor Baudoin è andata a letto con un coetaneo, più per sfida che per amore. Violaine non è noiosa come le dicono i compagni di scuola: visto? Violaine, matura ma a volte troppo avventata, non è pronta a diventare madre. C'è la vita che cresce in lei e a poco serve fingere una comune influenza; a poco basta rimandare a domani una gravidanza indesiderata. Il secondo romanzo che leggo dell'instancabile e apprezzata Marie-Aude Murail parla di tutti loro – inserito nella collana Le Spore come young adult, ma intergenerazionale e senza peli sulla lingua come solo certe commedie francesi sanno. Baudoin: un umorismo caustico che si spreca e prescrizioni facili per togliersi presto di torno il disturbo dei pazienti. Chasseloup: gli occhi dolci nonostante un'infanzia difficile, un gatto randagio detto Cassonetto e una fiducia cieca non nei farmaci, bensì nell'ascolto dell'altro. La vulnerabile Violaine che, nel dubbio, proprio al giovane Chasseloup si rivolge per non sbugiardarsi davanti a papà. A unirli e dividerli, nell'arco dell'intero romanzo, un ascensore che sale e che scende. Una visione antitetica ma magicamente complementare dell'etica professionale, dei rapporti interpersonali, della vita. Una scrittura frizzante, autoironica, che parla dell'aborto senza sconfinare mai nel buonismo – anzi, sulle interruzioni volontarie di gravidanza apre con violenza gli occhi – ma che potrebbe prendere in contropiede chi, come me, non aveva messo nei patti questa struttura corale. Si parla di ripensamenti. Di segreti. Di confronti che fanno crescere a qualsiasi età. La decisione finale, insomma, spetta all'adolescente o agli altri? Nella Murail non ci sono né risposte giuste né risposte sbagliate. E, forse a malincuore, un personaggio a cui spetti davvero l'ultima parola, in un cicaleggio di punti di vista distanti, con al centro un tema caldo e un po' di confusione intorno. La figlia del dottor Baudoin mi è piaciuto ma, semplicemente, non è il romanzo che avrei sperato di leggere.

sabato 22 aprile 2017

Mr. Ciak: The Edge of Seventeen, La cura dal benessere, Famiglia all'improvviso, Baby Boss, Piuma

Nadine convive con il trauma della morte del padre, una mamma protettiva, un fratello vanesio ma non vuoto come il luogo comune vorrebbe. La sua migliore amica, la sola, le ha spezzato il cuore. A scuola la fanno distrarre un insegnante esasperato, che la protagonista deve avere scambiato per uno sportello psicologico, e il classico ragazzo bello e dannato. Eppure The Edge of Seventeen non è il classico film teen. Di certo, non un'altra stupida commedia americana. Esordio fortunatissimo nel circuito indipendente - la protagonista è arrivata anche ai Golden Globe -, è una fotografia agrodolce della vita liceale. Ci sono i pro e i contro, il pessimismo cosmico, le beffe di Madre Natura. Un'eroina sconsolata che, in cerca della propria autenticità, si perde e si ritrova. Nadine non è particolarmente bella, non è particolarmente popolare. Costretta alla crudeltà per legittima difesa, si rende una una spina nel fianco pur di non essere ignorata. Sboccata, egocentrica, sprezzante, è fieramente chiusa nella propria misantropia: barricata dietro i musi lunghi e i vestiti brutti; nella lotta contro i mulini al vento, gli adulti e il suo nemico numero uno – se stessa. Solo lei soffre, infatti. Solo lei ama non ricambiata. Solo lei ha ragione, mentre chi le sta accanto ha torto marcio. A essere sbagliati sono l'universo, gli altri, o proprio lei? Hailee Steinfeld, qui brutto anatroccolo, è adorabile con le sue smanie, il suo cinismo e gli scarponi che danno nell'occhio: sui Red Carpet, intanto, fa girare le teste. Il titolo originale parla dell'adolescenza come fosse una vertigine. Un bordo, un limite. Ma tranquilli, dice, se vi sbucciate le ginocchia. Se baciate le persone sbagliate, rispondete male e ve ne pentite. A un tratto rinsavisci. Hai tanto tempo, tanta vita ancora, per rimediare. Per fare pace con il tuo riflesso allo specchio, mattina dopo mattina. (7)

Lockhart, giovane rampante a Wall Street, viene spedito in una spa all'ombra delle alpi per ricondurre all'ovile un importante azionista. Chi, in fondo, non sarebbe lieto di soggiornare in un simile paradiso? Bloccato con una gamba rotta nel castello – teatro, duecento anni prima, di un amore finito nel fuoco –, Lockhart si infatuerà della sfuggente Hannah e, in cerca della verità, tornerà dal suo trattamento cambiato nel profondo. Sano o malato? La cura dal benessere, nuova creatura dell'inaffidabile Verbinski, è un'esperienza curiosa. Ha una durata spropositata, una straordinaria estetica burtoniana, un gusto tipicamente europeo. Lo spettatore, dall'inizio alla fine, ne è in balia. Avevo provato qualcosa di simile, vagamente, seguendo le stranezze  di The OA – e dal gioiello Netflix, neanche a farlo apposta, Verbinski prende in prestito lo scienziato pazzo di Jason Isaacs. Se però nella serie TV il gioco valeva la candela, lo stesso non può dirsi di questo ibrido riuscito a metà. Un horror con lo spunto di Shutter Island, le montagne innevate di Youth e i degenti sui generis di The Lobster, che sembra un gioco punta e clicca. Un'indagine nei territori del romanzo gotico e della mente umana, in cui il senso di attesa – in definitiva, mal riposto – porta all'affermarsi di una progressiva frustrazione. In due ore e venti di incesti, corpi in formaldeide e anguille, La cura dal benessere si rivela squilibrato e a tratti senza capo né coda. Ci sono buchi narrativi imperdonabili, scene visionarie splendide ma assolutamente fini a loro stesse – il sontuoso ballo finale, la sequenza di un Lockhart annaspante mentre il suo infermiere si trastulla –, dettagli che vanno al posto sbagliato o restano sospesi nel loro brodo primordiale. Verbinski risponde con un comparto tecnico impeccabile, il carisma del promettente DeHaan, la seduzione di Mia Goth (che a volte è bella, altre brutta, ma nel dubbio si fa contemplare). La sua: una terapia claustrofobica, irrisolta, piuttosto superficiale. Un pasticcio di idee, echi, volontà incoerenti. Ma un pasticcio di quelli affascinantissimi, e tanto basta. (6)

Samuel mette la testa a posto nel momento in cui si scopre padre. Tocca farlo, se la mamma di sua figlia gli lascia la neonata tra le braccia e scompare. Il protagonista parte per Londra in cerca della genitrice in fuga. Rimarrà lì, dopo aver trovato lavoro come stuntman e rinunciato alla speranza di dare una madre alla piccola Gloria. Finché, otto anni dopo, la fuggitiva non torna all'ovile. Famiglia all'improvviso è il remake di una commedia messicana vista qualche anno fa, Instructions Not Included: una chicca imperfetta ma emozionante, con una protagonista dolcissima e una svolta finale da crepacuore. La copia carbone dei francesi – di solito, quelli destinati a essere riadattati, non a riadattare – piacerà, forse, a chi non sa bene cosa aspettarsi. A chi della pellicola originale non ha conosciuto il calore e i difetti grandi e piccoli – una durata eccessiva e la serietà della parentesi giudiziaria, anche qui superflua e furbissima. La storia cambia lingua e colore, e nella traduzione trova quella retorica, quella stucchevolezza, di cui non reputavo capace il cinema d'oltralpe. Il remake parigino ambientato in Inghilterra sembra una produzione statunitense. Con gli sfarzosissimi loft dai mattoni a vista, gli stereotipati amici gay, la bambine ricciolute che scorazzano in giro come in Annie e un Omar Sy, venuto già a noia, che vorrebbe essere Will Smith. Una falsa americanata, insomma. Di quelle patinate, ricattatorie, che del vecchio film fa proprie le pecche ma non l'onestà. Che si lasciano guardare a guance asciutte, e da chi ha lasciato i dotti lacrimali sfitti in attesa che This is us, a proposito di genitori e figli, di famiglie allargate, torni a farci disperare come questo Hugo Gélin qualsiasi non sa. (5,5)

L'usurpatore è arrivato in casa in taxi. Indossava un completo scuro e uno di quei sorrisi che fanno fessi gli adulti. Si è introdotto nella famiglia perfetta. Solo Tim sa che il nuovo arrivato, però, non è innocente come appare. Sembrerebbe l'intreccio di un thriller home invasion. Siamo, invece, all'interno dell'ultimo cartone DreamWorks. Colui che ha stravolto gli equilibri di una famiglia come tante altri non è che un neonato. Un fratello minore tenero e dispotico, che monopolizza le attenzioni, toglie il sonno e, sul suo seggiolone, ordisce congiure insieme ai malefici bimbi del vicinato. Da dove vengono i bambini? Cosa fanno quando nessuno li tiene d'occhio? In Baby Boss non li portano le cicogne né crescono sotto i cavoli. Qualcuno di loro, infatti, si forma in una compagnia esclusiva in cui si resta imberbi per sempre e si combatte la concorrenza spietata dei cuccioli, amatissimi sui social. E se smettessimo di fare figli, un giorno, preferendogli il cane dei sogni? Tra allegre contaminazioni di generi e citazioni – dall'Esorcista al Signore degli anelli, chi ne ha, più ne metta -, pappe e guance cicciottelle, Baby Boss è un intrattenimento spassosissimo, educativo e originale nell'approccio. Racconta le rivalità in famiglia come in una storia di spie (in pannolino). Ricorda l'importanza dei legame di sangue – i parenti purtroppo non li scegli e non puoi neanche rimandarli indietro, tocca farseli piacere scovando il meglio – con una leggerezza gradevole, ma incapace di durare nel tempo. Per chi dai fratelli maggiori ha ereditato i panni smessi e i giocattoli usati. Per chi, come me, dai minori ha preso tutto il resto – complessi di inferiorità inclusi. (6,5)

Ferro e Cate hanno fatto una cazzata epocale. Glielo rimproverano tutti. Adolescenti o poco più, si sono imbarcati in un'impresa più grande di loro: diventare genitori. Pensano di tenere la bambina. Vorrebbero chiamarla così, Piuma, come augurio di leggerezza. Presentato al Festival di Venezia, accolto dalla severità dei fischi in sala, la commedia di Roan Johnson aveva disseminato il tappeto rosso di simpatiche paperelle di gomma. Aveva provato invano a portare una ventata di freschezza nel rigore della nostra kermesse. Di chi era la colpa: della critica ufficiale, notoriamente intransigente, o di un film troppo modesto per un cinema italiano che ci ha regalato numerosi fiori all'occhiello? La verità sta nel mezzo. Piuma è un lungomotreggio senza grandi ambizioni e senza grossi meriti. Male non gli si vuole, ma il Juno dalla cadenza romanesca – qui, a tratti, decisamente fastidiosa – ha esordienti spontanei e una sceneggiatura risicata. Le arie da commedia indie, giustificate nelle sequenze oniriche a pelo d'acqua, si incontrano e si scontrano con situazioni concepite calcando la mano; con personaggi chiassosi, nevrotici, che non rimpiangevamo. Le minacce d'aborto portano i protagonisti a passare l'estate a casa, rinunciando al viaggio della maturità. I compagni ritornano vittoriosi, tra tentazioni e conquiste amorose. L'appartamento si restringe, con una piscina gonfiabile in salotto, due genitori litigiosi e un papà scansafatiche, un nonno con procace fisioterapista al trotto. E ci si ripensa ma ci si ravvede. E si esagera, a volte, con la commedia goliardica – quella delle famiglie allargate, dei tradimenti immotivati, dei figli venuti a colpo sicuro: I Cesaroni, per intenderci –, preferita provincialmente a quella indipendente. (5,5)

sabato 14 maggio 2016

Recensione: Aspettando Bojangles, di Olivier Bourdeaut

Quella follia la avevo accolta a braccia aperte, poi le avevo richiuse per stringerla forte fino a restarne infuso; ma temevo che una tale dolce follia non fosse eterna. Per lei, la realtà non esisteva.

Titolo: Aspettando Bojangles
Autore: Olivier Bourdeaut
Editore: Neri Pozza
Numero di pagine: 141
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Immaginate di essere un bambino e di avere un padre che non chiama mai vostra madre con lo stesso nome. Immaginate poi che a vostra madre quest’abitudine non dispiaccia affatto, poiché tutte le mattine, in cucina, tiene lo sguardo fisso e allegro su vostro padre, col naso dentro la tazza di latte oppure col mento tra le mani, in attesa del verdetto; e poi, felice, si volta verso lo specchio salutando la nuova Renée, o la nuova Joséphine, o la nuova Marylou... Se immaginate tutto questo, potete mettere piede nel fantastico universo familiare descritto dal bambino in queste pagine. Un universo in cui a reggere le sorti di tutto e tutti è Renée, Joséphine, Marylou… la madre. Di lei, suo marito dice che dà del tu alle stelle, ma in realtà dà del voi a tutti, a suo marito, al bambino e alla damigella di Numidia che vive nel loro appartamento, un grosso uccello strambo ed elegante che passeggia oscillando il lungo collo nero, le piume bianche e gli occhi di un rosso violento. Renée, Joséphine, Marylou, o anche, ogni 15 febbraio, Georgette, ama ballare con suo marito sempre e ovunque, di giorno e di notte, da soli e in compagnia degli amici, al suono soprattutto di Mister Bojangles di Nina Simone, una canzone gaia e triste allo stesso tempo. Per il resto del tempo si entusiasma e si estasia per ogni cosa, trovando incredibilmente divertente l’andare avanti del mondo. E non tratta il suo piccolo né da adulto né da bambino, ma come un personaggio da romanzo. Un romanzo che lei ama molto e nel quale s’immerge in ogni momento. Di una sola cosa non vuole sentire parlare: delle tristezze e degli inganni della vita; perciò ripete come un mantra ai suoi: «Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una bella storia, voi che sapete mentire così bene». La realtà, però, è a volte molto banale e triste, così scioccamente triste che occorre più di una prodigiosa arte del mentire per continuare a gioire del mondo.

                                            La recensione
Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una bella storia, voi che sapete mentire così bene.
Ho mangiato paella a pranzo – ma del tipo surgelato, in busta, senza poesia – e mentre scrivo ascolto il blues di Nina Simone, allegro e struggente proprio come mi assicuravano, giusto per tenerli con me un altro po', un'altra giornata. I protagonisti di un romanzo piccino, dico, e arrivato a sorpresa, che si legge in un attimo ma resta. Eccome, se resta. Al pari di quelle storie, di quelle persone, con cui ridi e scherzi, inconsapevole della commozione a tradimento. Lo dicevano le fascette, me lo assicuravano i colleghi blogger. Onestamente, però, Aspettando Bojangles non me lo aspettavo così. Dell'idea che fosse troppo surreale, poco Neri Pozza, mi ricordava – a un'impressione superficiale, almeno – La schiuma dei giorni, del compianto Boris Vian. Che mi era piaciuto, a modo suo, e ricordo ancora nel dettaglio (come scordarsela, d'altronde, una storia così azzardata?), ma non ero pronto a qualcosa di simile: non in un momento simile. Nella sensibilità di Olivier Bourdeaut, esordiente bravissimo e francesissimo, c'è qualcosa dell'estro di Gondry, eppure abbondano le suggestioni e i colori di un Jeunet: a unire il cinema dell'uno e dell'altro, la costante della deliziosa Audrey Tautou, bravissima e francesissima pure lei. Sono abbastanza duecento pagine per racchiudere una saga familiare in pillole, vera, e adorabile, e disarmante? Bourdeaut, mi pare chiaro, dev'essere magico al pari dei suoi protagonisti. Una famiglia di tre persone, che basta a se stessa così. Con il mondo contro, i pugni chiusi, il proposito di bere per dimenticare. L'amarezza va giù con le bollicine. Loro, intanto, ballano, festeggiano, vivono la vita – e l'amore – come fosse un eterno compleanno. Si danno del "voi" e, quando fioriscono i mandorli, scappano ad abbronzarsi nel loro castello in Spagna. Testimone di una tenerezza rara, paggetto di un matrimonio sui generis e figlio desiderato, il protagonista legge i diari del padre, George, per sapere come ha conosciuto la sua anima gemella. Una donna che dà a tutti del voi – anche alle stelle, anche al figlio – e che ogni giorno chiede di essere chiamata con un nome alternativo. Renée, Marylou, Joséphine, però, sono mille facce della stessa persona. Una visione in abiti da charleston che, a bordo piscina, con le piume nei capelli e un cocktail in mano, dice a George, uomo d'affari, che è tale e quale al soldato prussiano raffigurato sul suo caminetto. Ha immaginato di sposarlo, quel soldato, notte e dì. Così, dopo la festa e una fuga in macchina, conoscenti e poco più, i genitori del narratore si sposano e ballano la Simone sul sagrato. La ballerina sfacciata, però, si accende e si spegne, come una luce ad intermittenza: all'interno, è rotta. 
La mamma, quindi, da regina della casa, diventa regina dei dementi, in un istituto per arginare il danno. La si chiude in soffitta, nelle sue giornate no, per evitare che faccia male a se stessa e ai propri cari. C'è cura per la donna che ha cento nomi, ma un solo cuore malandato? C'è speranza in una fuga impossibile, sulla scia della salvezza? Ci raccontantano l'attesa del signor Bojangles, tanto simile alla chimera di Becket, le pagine di un'autobiografia tragicomica, lasciataci in eredità, e le parole di un diretto testimone: un bambino con una mamma instabile, un padre succube e un uccello esotico per migliore amico. I suoi genitori lo lasciano restare sveglio fino a tardi. Permettano che faccia un tiro con la sigaretta, perché adora fare gli anelli con il fumo e deve esercitarsi, per farne di perfetti. Beve qualche drink di straforo e sa, nelle stanze da letto, cosa fanno gli ospiti con le ospiti. Lo ritirano da scuola; i maestri giudicano e non capiscono. Gli fanno vivere una vacanza che perdura, su di giri. Dandosi alla pazza gioia. Un pessimo modello per qualcuno, ma sono innamorati ribelli che si sono trasformati in genitori – e amici, soprattutto – che fanno invidia. E non per i party che non finiscono, ma perché tra separazioni e lotte per l'affidamento, la lontananza da casa e  altri mali delle famiglie contemporanee, tutti e tre ci insegnano che è possibile e doveroso amarsi come la prima volta. Cercarsi, anche nel momento del bisogno. 
E se il bisogno non passa più? Se il momento si estende per un'intera esistenza? Allora ci si trasferisce lì: chiaro. Si fanno i bagagli e la follia, in coppia, è un fardello tollerabile. Com'è che si dice? Mal comune, mezzo gaudio. Aspettando Bojangles è irresistibile, lunatico, e non c'è trucco e non c'è rimedio. Leggerlo, però, sarà la vostra migliore pazza idea; la cura. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nina Simone – Mr. Bojangles

lunedì 25 aprile 2016

Recensione: Storia di un postino solitario, di Denis Thériault

Ma soprattutto c'erano lettere d'amore. L'amore restava il più comune dei denominatori, il tema che conciliava quasi ogni penna. L'amore declinato in tutti i tempi e in tutti i modi...

Titolo: Storia di un postino solitario
Autore: Denis Thériault
Editore: Frassinelli
Prezzo: € 16,90
Numero di pagine: 170
Sinossi: Chi non ha mai sognato, almeno una volta, di vivere la vita di qualcun altro? Lirico e avvincente, emozionante e delicato, Storia di un postino solitario è davvero un piccolo gioiello, e un non più piccolo caso editoriale, dal momento che – pubblicato per la prima volta in Canada nel 2004 – il romanzo ha conquistato, un lettore alla volta, un sogno alla volta, il palcoscenico dell'editoria mondiale. Il « postino solitario » è Bilodo, 27 anni, un ragazzo schivo, con pochi amici, appassionato e dedito al suo lavoro, lavoro che gli permette di trovare nelle vite degli altri quello che manca nella sua. Bilodo infatti è un postino indiscreto, per quanto assolutamente innocuo: apre, di notte, le lettere che dovrà distribuire il mattino successivo, e si immedesima nelle esistenze dei corrispondenti. Immagina, fantastica, sogna; si appassiona, si commuove, si arrabbia. Tra tutte, le lettere che più è ansioso di «ricevere», sono quelle di Ségolène, una donna misteriosa che vive in Guadalupa, e che manda degli «haiku» – i caratteristici componimenti poetici giapponesi – a Gaston Grandpré, una delle persone servite da Bilodo, che di Ségolène, in qualche modo, si è innamorato. Quando, a causa di un incidente, Gaston morirà, proprio sotto gli occhi di Bilodo, il giovane postino non riuscirà a rassegnarsi alla perdita di quei componimenti che ormai sente in qualche modo come «suoi», e si sostituirà a Grandpré nella corrispondenza con Ségolène . E non soltanto in quella.

                                                  La recensione
Bilodo, ventisette anni, ha uno strano nome e, se possibile, un hobby ancora più strano. Malinconico cronico, apparentemente asessuato, con la testa fissa lassù tra le nuvole, è un postino a tempo pieno e nel suo monolocale smista la posta, in previsione del mattino successivo. Qui, con l'aiuto del vapore, apre le lettere, le legge, poi le richiude come se nulla fosse. Si diverte, si arrabbia e si commuove, intrufolandosi nelle vite degli altri. Entra ed esce, discreto. Ma se di una vita, di una coppia, non riuscisse più ad abbandonare la metaforica soglia? 
Bilodo s'innamora perdutamente della penna gentile di Sègolene, bella isolana: ecco un suo primo piano, in una foto rubata, ed ecco che così non smette di pensare notte e giorno a lei... Il suo rivale in amore, scapigliato e misterioso, viene investito davanti allo stesso Bilodo, affastellandosi in strada per imbucare una lettera decisiva. Muore sul colpo, sotto la pioggia. Il protagonista, un po' tenero e un po' sinistro voyeur, dal defunto eredita le briglie della corrispondenza e un appartamento ammobiliato in stile orientale in Rue des Hetres. Passeggia tra i beni che nessun parente ha reclamato per sé e, esperto di grafie, tenta di ingannare la sua lei come può, ma c'è un ma grosso quanto una casa. Bilodo sarà sì l'ultimo dei romantici, ma non ha l'indole del poeta. Per fortuna, c'è un kimono appeso a una gruccia che può far faville. E la curiosità, imperitura, lo spingerà a documentarsi, a leggere, a ricercare. Si possono imparare i segreti della scrittura, nel nome dell'amore? Può a una passione aggiungersene all'improvviso un'altra? Storia di un postino solitario, ultima uscita di un editore che raramente fa passi falsi, presenta due aspetti che in teoria amo, ma che in pratica non mi arrivano: la connaturata delicatezza della lingua francese, l'affascinante spiritualità della poesia nipponica: troppo trasognati i francesi, troppo algidi gli autori con gli occhi a mandorla. A questo, però, aggiungete la cornice dei rossi autunni canadesi, un eroe indiscreto ma a fin di bene, una musa celebrata come nello Stil novo, due comprimari simpaticissimi – l'amico Robert, la cameriera a cui il postino ha infranto il cuore – e, tra un haiku e l'altro, gradualmente, un sentimento che da spirituale si fa carnale. 
Da platonico, può l'amore diventare vero? Può un appuntamento tra un impostore e una donna ignara dello scambio di identità perpetrato avere il lieto fine? Uscito dodici anni fa in patria e straordinario successo del passaparola, il romanzo di Denis Thériault è una sofisticata sorpresa franco-canadese che, dalla sua, ha un'idea curiosa per un curioso protagonista e uno stile leggerissimo. Fiabesco, quasi, con poche pagine, rari dialoghi e aggettivi à gogo che non lo appesantiscono neanche per un attimo, anzi. Uno spunto d'altri tempi e, in mezzo ai brevi componimenti poetici già apprezzati durante la lettura di Il canto delle parole perdute, il disegno di un anello che somiglia al serpente che si morde la coda di Nietzsche. Simbolo d'eterno ritorno per il filosofo tedesco e "enso" per il buddhismo zen, è infatti l'ultimo segreto di un racconto a spirale carinissimo, molto francese, a cui con la scusa degli haiku, con il pretesto della suggestione, si aggiunge una chiusa shock. 
Un colpo di scena repentino, dopo languidi colpi di cuore. 
Come a dire che c'è una magia sottile nell'amore incorporeo tra Bilodo e Sègolene, e che la magia chiama magia. E se la lingua più delicata incontra i culti più suggestivi, se i protagonisti dicono di sì a un appuntamento faccia a faccia, non c'è freno al sogno.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Please, Mister Postman

sabato 16 gennaio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Revenant, Creed, Dio esiste e vive a Bruxelles

Oscar 2016
12 candidature 
Il Nuovo Mondo è una terra per combattenti, un'arena ghiacciata e impervia per soli uomini. Vi si muove in sincronia, passando attraverso boschi intricati, fiumi gelidi e lande deserte, un gruppo di esploratori britannici. A ogni passo, c'è la paura di un agguato: i nativi, che reclamano il loro territorio messo a ferro e fuoco dai colonizzatori; i rivali francesi, sempre in competizione; i compagni d'avventura, perfino, se sei stato ferito nel corpo e nell'anima e abbandonato lì fuori, tra infinite insidie, perché i furbi scappano a gambe levate e gli onesti, che annaspano nel loro stesso sangue, restano fermi. Questo il destino di Hugh Glass, che ha fatto bene a fidarsi degli indigeni – da una di loro ha avuto un figlio, Hawk – e male, invece, a fare affidamento sull'avaro Fitzgerald: straziato da un orso bruno, viene lasciato all'addiaccio, solo, sebbene abbia ancora un po' di fiato in corpo. Non abbastanza, comunque, per denunciare un delitto che lo tocca da vicino e gridare giustizia. Revenant, lunga epopea americana, è una storia di morte e rinascite, contro le bestie selvagge, la pochezza dei nostri simili e un inverno rigido, che non perdona. E non perdona il protagonista, che arranca e si arrangia, lotta e cerca casa, mosso da istinti basici e necessari: vita e vendetta. L'ultima fatica di Alejandro Gonzàlez Inàrritu, reduce dai fasti – da me non condivisi – di Birdman, è una novella Odissea. Un estenuante viaggio omerico, che va ad inserirsi in quel filone cinematografico che ha i suoi esempi celebri in Balla coi lupi e L'ultimo dei Mohicani. La violenza che macchia il candore di un rosso arterioso – e non c'è confine a separare l'amico dal nemico, il buono dal cattivo – e tutte le sfide atroci dei survival di ogni dove. L'uomo in guerra contro i quattro elementi e che, creatura a sangue freddo, si adatta: nella scena più forte, ad esempio, DiCaprio smembra un cavallo e usa il corpo dell'animale a mo' di coperta termica. Ma per tutto il tempo, nel film che tutti acclamavano ancora prima di assistere alle proiezioni ufficiali, c'è un fastidioso senso di già visto – anche se nessuno, finora, aveva fatto bene come il messicano che ogni cinefilo doc porta sul palmo della mano. Revenant ha una regia straordinaria e un lato tecnico che sconvolge per la potenza e la solerzia. La fotografia, per descrivere la quale ci vuole proprio quel “mozzafiato” che la mia prof delle superiori consigliava di evitare, mostra una pellicola dalla realizzazione travagliata – leggevo che Inàrritu e il suo cast hanno lavorato in situazioni impossibili, solo con l'ausilio della luce naturale – e di indicibile cura. DiCaprio, ormai osannato a priori per consolarlo dai dispetti dell'Academy, regala una sentita prova fisica: bravo come lo è stato anche in lavori passati, dunque poco sorprendente. Questa volta, trionferà il suo lavoro di introspezione – ha poche battute e il ruolo dell'eroe tutto d'un pezzo –, anziché il mimetismo altrui? Con lui, messi a dura prova dai climi pungenti ma agevolati dalle indicazioni dell'onnipresente Alejandro, il giovane Will Poulter, con i lineamenti così comici e un'intensità finora sconosciuta; Domhnall Gleeson, che ho bollato come promettende da un po'; uno spregevole Tom Hardy che, fuoriclasse che non è altro, ruba la scena al protagonista moribondo. Però le due ore e trenta di visione, tante sì, ma non pesano particolarmente, sono state in poltrona tutte un continuo: questo mi ricorda Il gladiatore – i flashback ovattati in cui Glass ripensa alla moglie -, quello Robinson Crusoe – non manca, infatti, il provvidenziale savage savant. Questo Cold Mountain – il ritorno e i presagi di sciagura -, quello Gangs of New York – il sanguinoso conflitto conclusivo. E se ricorda un po' questo e un po' quello, vorrà dire che Revenant, impeccabile nella resa, fin troppo antiquato e freddo nell'ideazione, si scorderà in fretta? O, banalmente, farà lo scalpo ai rivali? Come lo scorso film premio Oscar di Steve McQueen, che dava tante di quelle scudisciate eppure non lasciava il segno, lì per lì mi ha soddisfatto, ma sospetto che non stenterò, tra dodici mesi, a trovargli un più valido rimpiazzo. Un'americanata con tutte le concessioni del caso - quante sofferenze per il povero Leo, e altrettante inspiegabili, colossali botte di fortuna - con una direzione artistica che fa la differenza. (7+)

Oscar 2016
migliore attore non protagonista
Gli Stati Uniti sfidavano la Russia, in Rocky IV. Questione politica, poi sportiva. I russi erano alti, biondi, spietati. Gli americani, invece, benché ci fossero sembrati guerrieri nei film precedenti, erano in schiacciante svantaggio. Nel round conclusivo, Rocky non si era fatto però buttare al tappeto; vani i “ti spiezzo in due” dell'avversario. Ma quello precedente, di round, aveva riservato ai protagonisti di una saga che unisce generazioni lontane una sconfitta e un lutto. Apollo Creed, con i suoi famosi pantaloncini a stelle e strisce, era morto sotto i pugni del nemico straniero. Zio Sam era stato messo KO. C'era stata, puntuale, la rivalsa. Perché quello, essenzialmente, predicava Rocky: cadere e rialzarsi, sfidare tutti i pronostici. E li ha sfidati Silvester Stallone, settant'anni a luglio, agli scorsi Golden Globes: il meritato premio al miglior attore protagonista, mentre gli snob non se ne capacitavano e la concorrenza si sfregava le mani, per la partecipazione a Creed. Storia di un figlio nato fuori dal matrimonio, con il pugilato nel sangue, che segue le orme di quel padre che non ha mai conosciuto. Un'operazione commerciale come tante, immaginavo, prima di trovare il buon Silvester anche in lizza per i prossimi Oscar. Ci avevano già provato dieci anni fa, con un sequel tanto nostalgico quanto spento, con un protagonista vedovo e amareggiato, un ristorante da mandare avanti, un'ultima sfida in cui sotto sotto non credeva lui per primo. Non aveva più l'età. Stallone, così, cede sceneggiatura e macchina da presa a Ryan Coogler, acclamato per Fruitvale Station, e abbandona gli scontri corpo a corpo per spiegare i trucchi del mestiere, ormai saggio e stanco, a uno di famiglia. “Zio”, lo definisce Adonis Creed, incurante che la loro pelle non sia dello stesso colore e che sia prematuro raccogliere la sua eredità. L'eppure convincente Michael B. Jordan, infatti, ha un personaggio acerbo, a cui manca tutto quello che Rocky, ancora prima di diventare ufficialmente mentore, aveva insegnato ai suoi spettatori. Gli abbiamo voluto bene perché era umano, improbabile e un po' tonto, forse per tutte quelle botte in testa o forse no. E io ci sono legato, pur non amando il genere, perché incarna il senso delle seconde opportunità in cui credo fermamente. Adonis, figlio d'arte, ha il gioco facile: un fisico statuario, un cognome che gli apre tante porte e, tra il pubblico, una fidanzata musicista e un coach leggendario. Non è un ragazzo di strada, nonostante un'infanzia in riformatorio. E non si sviluppa una reale empatia nei suoi confronti, con una presunta vittoria che nessuno mette in dubbio e una situazione sentimentale – la vicina di casa di cui s'innamora è destinata a perdere l'udito – che non sfiora. Gli si preferisce senz'altro il granitico Jake Gyllenhaal, pugile mancino in Southpaw, che mi aveva commosso con il vuoto lasciato dalla sua personale Adriana, una bambina di cui riconquistare la fiducia, le magie delle fenici che rinascono. Così dicendo, non negherò però che Creed emoziona e coinvolge, tra strizzate d'occhio, citazioni e immancabili tappe nei luoghi simbolo della serie originale. Se convince, è solo per la partecipazione straordinaria di questo inimitabile italoamericano che qui intristisce e sorprende, perché anziano, infermo, abbandonato a se stesso. Le visite alla tomba di Adriana, le immagini di repertorio, il lasciapassare per gli omaggi più sentiti – ed ecco Jordan in tuta grigia che cattura galline per allenare i riflessi o che, nella corsa per la vittoria, coinvolge un corteo di motociclisti e sostenitori. I gradini scalati in passato, ancora, che sembrano impraticabili; una scalata. Ma, per tutto il tempo, chi aiuta chi? La classica umanità di Stallone, al giro di boa con il suo personaggio cult, amico immaginario suo e nostro, vince a mani basse contro i muscoli del nuovo protagonista e l'idea di un fatale lascito. Stallone è spalla, su carta, ma in realtà è linfa vitale dell'intero progetto. Che funziona alla perfezione come capitolo complementare, meno come reboot. Provano a limitarlo, a fargli fare la parte del grillo parlante, ma Rocky – nella fragilità, nelle ossa che cigolano, nella ricerca di futuri eredi al titolo – non si lascia mettere in un angolo. L'allievo, al contrario, non ha gli occhi della tigre. (6,5)

Golden Globes 2016
miglior film straniero 
Nell'attico di un grigio condominio, in un grigio Belgio, vivono una madre remissiva, un padre padrone e un'adolescente ribelle. Del figlio maggiore, un hippy, è vietato chiedere. La testarda Ea non potrebbe sbirciare nell'ufficio disordinato del normativo genitore, mettere il naso fuori. La segreta via di fuga in un tunnel al di là della lavatrice, elettrodomestico profondo tanto quanto la tana del Bianconiglio, e un atto di estrema disubbidienza – rivelare agli uomini la loro data di morte – la porteranno nel mondo e a intavolare una discussione a muso duro con papà, l'Onnipotente. Noi crediamo in Lui – o, almeno, c'è chi ci crede –, ma lui crede in noi? La nuova commedia del regista dello splendido Mr. Nobody siede alla destra del Padre e nella prestigiosa cinquina dei migliori film stranieri ai Golden Globes e, dopo il capolavoro Alabama Monroe, mostra un Belgio diverso senz'altro, leggero, ma a suo modo in ghingheri. E Bruxelles, base prescelta dal divino Benoit Poelvoorde, io la immaginavo – insieme alla fuggitiva Ea - meno cupa, più soleggiata; sarà davvero il posto giusto per cercare l'ispirazione per un nuovo Nuovo Testamento e completare la squadra degli apostoli? All'appello, ne mancano sei, e sono tipi infelici, fuori posto, vinti. Scrive le loro storie un profeta clochard e a leggercele, all'alba della fine del mondo, è la gemella di Amèlie Poulain, bambina dalla voce schietta e dirompente. Una “piccola principessa” che, mentre i più imparano a morire, imparerà a vivere, pianificando amori e realizzando sogni nel cassetto. Dio esiste e vive a Bruxelles è un apologo blasfemo, dissacrante, da lacrime agli occhi, che fa riflettere e indispettire. Poi stare bene. Ritocchi a fantasia al dipinto dell'Ultima Cena, qui affollatissima, che non farebbero storcere il naso né al ricordo di Leonardo, né al credente più osservante: la scrittura è brillante, l'immagine è surreale e c'è innegabile poesia nel provocare. Perché in ogni persona risuona una melodia segreta e la protagonista procede con gli abbinamenti, con le "corrispondenze di amorosi sensi", e alla regia l'irresistibile canaglia Van Dormel fa altrettanto. Dio è morto, cantava qualcuno. O, come dico spesso, dorme e si è voltato dall'altra parte. Il regista belga aggiunge, di suo, che le troppe birre, le giornate inoperose e lo sport, in tivù, conciliano la sacra pennichella post Creazione. E che, soprattutto, il Grande Capo avrebbe bisogno di un vice; magari di un centrino ricamato qui e lì, di un tocco femminile. Ogni tanto le stuatue piangono; sui Cristi in croce appaiono espressioni di sofferenza. Qual è il prodigio? Il miracolo che manca, come diceva Troisi, sarebbe piuttosto questo, vedere una Madonna che ride. (7)

lunedì 7 settembre 2015

Mr. Ciak: Southpaw, Città di carta, Cop Car, Love is in the air, Final Girl

Dove finiva Cinderella Man inizia questo Southpaw. Dopo la sfida per la vittoria, una casa in città per una famiglia felice, il riscatto sociale, un inizio difficile e finalmente una specie di pace garantita da una specie di guerra. Billy Hope, il mancino cresciuto tra case famiglia e riformatori, di mestiere fa il pugile. Il suo lieto fine ha un occhio nero e la faccia pesta. Ma la violenza chiama violenza, e quell'apparente epilogo felice si rivela un inizio in bilico. Quando Billy accarezzava l'idea del ritiro, ecco che perde ogni cosa: una faida con un futuro avversario, e tra le braccia gli muore la donna della sua vita. Perde il denaro, la figlia, la fama; Billy Hope perde amore e speranza, ma dovrà ritrovarsi. Se la vita picchia e tu non puoi ricambiare, tocca almeno imparare a schivare i colpi più duri. Southpaw parla di cosa succede quando la grande donna che è dietro un grande uomo va via. Di un campione dei pesi massimi restano allora i cocci e nessun montante farà mai tanto male quanto scoprirsi abbandonato. Il dramma sportivo di Fuqua è la classica americanata sin dalle premesse; è come lo immagini. I valori sani del sogno americano – la famiglia, la ricerca della felicità, la rivalsa – e una trama elementare che, con tanta carne al fuoco, pecca sì di retorica. Ma io che non amo questo cinema, che non sono uno sportivo e lo sport neanche lo seguo, che critico spesso chi ti dice quello che vuoi sentirti dire, al tribolato Southpaw – stroncato dalla critica ufficiale, pieno di guai – male non ho mai voluto. Ho pensato a un The Judge, per la fragilità dei legami di sangue; a un Warrior in cerca d'autore, per legami simili e le tante botte. Questo film però è sceneggiato più alla buona, senza quei dialoghi intensi e i grandi exploit, e non ha colpi proibiti dalla sua. Non aggiunge niente a un genere capace di emozioni e lividi, ma non commette imperdonabili passi falsi. Trama già collaudata, regia consueta, protagonisti ottimi. Un piccolo ruolo per una Rachel McAdams che lascia grandi vuoti; un Forest Whitaker che è una solida spalla; un Jake Gyllenhaal, carico di muscoli e tragedie, in forma smagliante. Un uomo di pietra, dopo che la prova maiuscola in Lo sciacallo lo aveva voluto macilento e bruttissimo, appeso alla volontà delle sue piccole donne. Si è con lui in un angolo del ring mentre insegue il suo sogno, può essercene concesso un altro?, e commuove profondamente con l'immagine di un Rocky tenero e provato che, invano, cerca la sua Adriana nel pubblico in fervore. Quando non la troverà, tu acclamalo più forte. Perché incarna il miracolo delle seconde opportunità, e in persone come lui – che cadono e poi si rialzano - hai sempre confidato. (7)

Tutti i diciottenni hanno avuto la loro Margo. Il sogno erotico, il pensiero fisso. Quella di Quentin ha gli occhi grandi, i capelli lisci, l'aria triste. La fortuna vuole che abiti nella casa di fronte. Dopo un'infanzia insieme ci si è persi di vista però, e adesso non si può fare altro che ammirarla da lontano. Una notte picchia alla tua finestra, ha bisogno di un vecchio complice: ti permette per un attimo di vedere quel che c'è oltre la maschera per poi sparire. Con un invito a osare e una richiesta d'aiuto che suona tanto come vienimi a cercare. Il successo di Colpa delle stelle era stato la fortuna di John Green: l'autore di young adult che all'inizio conoscevo grossomodo solo io, ma che poi era su tutte le bocche e su ogni scaffale. Così era tornato in commercio Città di carta, all'inizio irreperibile, e di lì a un anno sarebbe arrivato il film. Il romanzo, aiuto prezioso nella prima Sessione Estiva della mia vita, mi aveva assicurato ore serene, grandi risate e un senso di benessere duraturo. Con personaggi adorabili, qualche mistero, quella scrittura che dà voce a dialoghi piacevolissimi e a perle di saggezza. Ho seguito i casting, ho dato un'occhiata al trailer, l'ho aspettato ma non troppo. Così era stato con Colpa delle stelle – romanzo che eppure non mi era mai arrivato al cuore - e vedi il film che coccolone, e che amore, era stato. Al cinema, il romanzo per ragazzi che, di questi tempi, mi sollevava dall'ansia e mi portava alla mente gli anni del liceo, risulta carino, scorrevole e senza pretese. Senza drammi e senza grandi amori struggenti. Manca qualche ombra, manca un po' di profondità – tra una pagina e l'altra, i lettori affezionati ricorderanno chicche da tenersi strette – ma si sorride e, tra fughe rocambolesche e una colonna sonora indie rock al bacio, si spiega ai più che Green non è solo lacrime. Anche se, a fine visione, le lacrime strappate a tradimento non si scordano e queste quattro risate in buona compagnia sì. Più difficile risultare incisivi con ironia che commoventi, soprattutto se sei un regista all'esordio ufficiale. Nat Wolff – accompagnato dagli amici esilaranti che ricordavo: uno Stifler in piccolo e il più grande collezionista di Babbi Natale di colore – convince a colpo sicuro. L'esordiente Cara Delevingne – dal fascino speciale, modella nota – è una Margo diversa, meno prosperosa e fatale, ma con il giusto cipiglio. Una ragazza di carta, inarrivabile perché messa su un piedistallo, stanca già di essere mito. (6)

Quando hai dieci anni, l'amicizia è una sfida continua. Chi dice più parolacce, chi si spinge più in là, chi tocca quella macchina ferma al bordo della strada. Ma non ci si limita a toccarla, questa volta: la portiera è aperta, le chiavi sono inserite nell'accensione. Cosa non insegnano ai bambini i videogiochi? Travis, sfacciato, e Harrison, schivo, scorazzano perciò come matti per le vie deserte del Texas, giocando con la radio e curiosando in giro: sul sedile posteriore, fucili e pistole; nel bagagliaio, qualcosa che si muove e chiede aiuto. Hanno rubato, in un pomeriggio di noia, l'auto del poliziotto sbagliato: appartiene allo sceriffo Kretzer – sbirro assassino e senza scrupoli – e farà tutto il possibile per riaverla indietro. Proprio mentre avveniva il furto, infatti, lui si stava sbarazzando dell'ennesimo cadavere nel cuore del bosco. Cop Car ispirava, con una trama alla The Hitcher e la regia del Jon Watts del recente Clown, qui nel fiore delle sue potenzialità. Sin dall'inizio però, con protagonisti più piccoli del previsto e scorci di una polverosa America rurale, si rivela un thriller diverso da qualsiasi mia previsione e un film migliore. Equivalente cinematografico di un romanzo di formazione noir, con le avventure di Mug e figure che sarebbero care ai fratelli Coen, l'ultimo film del promettente Watts – retto da due attori piccoli ma grandi e da un Kevin Bacon dai baffi di rame, in forma dopo la recente cancellazione di The Following – è poco più di un racconto, per dimensioni e semplicità, che intriga con le atmosfere sonnacchiose d'altri tempi, una regia sapiente, l'abilità di mostrare – a volte con la ferocia che già conosciamo, soprattutto in vista di un finale necessario e sanguinoso – l'infanzia come un periodo cruciale e crudele. I bambini sperimentano il brivido della velocità e della paura e si rendono, così, figure di una agrodolce storia alla Ammaniti, a costo di smarrire per sempre retta via, vita e innocenza. A sirene spiegate contro la tragedia, l'acceleratore schiacciato a tavoletta, in una interessantissima produzione che presso un pubblico di nicchia potrebbe diventare, un giorno, un mezzo cult. (7)

Volare da New York a Parigi. Un viaggio lungo, lunghissimo. E se come compagno di posto ti capitasse l'antipatia in persona? Peggio: se accanto a te sedesse l'ex che ti ha spezzato il cuore e che, dopo tre anni, non riesci a dimenticare? Due vecchi amanti, rancorosi e ai ferri corti, si incontrano su un volo internazionale. Lei è in procinto di sposarsi, e forse in dolce attesa; lui è il Casanova di sempre. I vuoti d'aria colmeranno i vuoti di memoria, le turbolenze li renderanno vicinissimi. In volo e in flashback, mentre gli altri passeggeri fanno da ascoltatori e amici e familiari da comparsa, ricorderanno quel che li avvicinò e quel che li allontanò. Il classico espediente del melò fa da input a questo Love is in the air: commedia sentimentale alla maniera dei francesi, arrivata con due anni di ritardo. Meno sofisticata del solito, ma divertente e scorrevole, questa nuova, vecchia romcom ha la freschezza e il fascino dei suoi protagonisti – la bellissima Ludivine Sagnier e quel Nicolas Bedos visto qui e lì. Ora appassionati, ora amareggiati, uniti da un buon montaggio che mescola carte e sentimenti con naturale leggerezza. Tutto ciò mentre gli europei che tanto mi piacciono si stanno americanizzando e, a sorpresa, gli americani spiazzano sempre più con toni agrodolci e finali in bilico. Nonostante l'altitudine, in Love is in the air – sì, come la canzone – c'è poco di sospeso e un finale telefonato; ma che volete farci? I prevedibili amori al di là delle alpi – o comunque pensati lì, ma in transito nel cielo blu - mi fanno prevedibilmente tutto un altro effetto. (6,5)

Un gruppo di spietati figli di papà caccia bionde nei boschi. Venti vittime da quando hanno imparato a coltivare l'hobby dell'omicidio, ma adesso hanno adescato la ragazza sbagliata. Un'orfana cresciuta da un assassino professionista metterà finalmente in pratica quello che le hanno insegnato. Final Girl prende il nome da una figura fissa nel cinema dell'orrore: la ragazza indifesa che, scampata a mille sevizie, si rivolta contro il suo stesso carnefice. La ragazza con l'accetta in pugno, nell'esordio alla regia del buon Tyler Shields, è anche uno dei serial killer della trama. Come una Dexter in abito rosso, insegue i suoi cacciatori, corre, picchia forte. Ha un legame curioso con il suo genitore putativo e frequenta caffetterie vintage, dove le ragazze indossano l'abito da ballo e i ragazzi il papillon. La banda alle sua calcagna, invece, è composta da quattro dandy: fischiettano, giocano e nella surreale scena della loro preparazione all'ultima notte di violenza – tra cene con mamme incestuose, danze con l'ascia, incontri d'amore – ricordano alla lontanissima Arancia Meccanica, con la stessa aria sorniona e una inquietante cura per le simmetrie. Final Girl è il film che ti aspetti con il finale che ti aspetti – purtroppo senza sangue, e sbrigativo nell'ultima parte – ma il regista, fotografo di alta moda, crea un'impeccabile confezione retrò e con rimandi alti e espedienti intriganti – il bosco illuminato a giorno, droghe per condurre gli antagonisti in un trip – inserisce una scontata storia di vendetta in una cornice accattivante. Aria vintage, toni favolistici, spazi ristretti, una protagonista che a volte sembra una maliziosa pin up. Nel cast, Wes Bentley – che dopo il boom con American Beauty si è perso - e una Abigail Breslin diversa dal solito. Il capello biondo, qualche chilo in più che la rende sorprendentemente seducente, due occhi di ghiaccio – e non li avevo mai notati – belli da morire. (6)

venerdì 10 luglio 2015

Mr. Ciak: 5 to 7, Ted II, While We're Young, Burying The Ex, Woman in Gold, Duri si diventa

Brian vive in un monolocale e, alle pareti, tiene appese le prove dei suoi fallimenti. Ma ha ventiquattro anni appena e, fuori dalla finestra, la città più stimolante del mondo: New York. E succede così che, durante una delle sue lunghe passeggiate, dall'altra parte della strada vede Arielle, all'angolo fumatori di un ristorante di lusso: si innamora a prima vista. Lei – francese, felicemente sposata, di dieci anni più grande – per qualche motivo ricambia; tuttavia, nel suo matrimonio aperto, c'è posto per un giovane amore adulterino una volta a settimana, per due ore. Ma se lui, ragazzo di sani principi, non capisse cos'è questa storia che i francesi, civili e libertini, sono disposti a condividere l'anima gemella con un terzo incomodo? E se a quell'adulta che si chiama come un sirena – e delle sirene ha il potere di sedurre poveri marinai e confusi scribacchini – a un certo punto non sapesse più rinunciare? 5 to 7, ai più sconosciuto, è una delizia di commedia romantica che, in tutta sincerità, mi aveva incantato sin dalla copertina. Ho potuto giurargli un po' d'amore nell'ora e mezza in cui, spensierato, mi sono goduto coi protagonisti lo spettacolo raro del cielo in una stanza. Bizzarri amici di letto, il romanziere e la sua esotica Mrs. Robinson passano il tempo che hanno a disposizione a braccetto, nelle suite degli hotel, passeggiando a Central Park, andando a pranzo con il marito di lei e a cena con i genitori di lui. Intraprendono conversazioni lunghissime e, prima e dopo il sesso, si confrontano sugli americani moralisti e sugli europei spregiudicati, progettando nuovi sogni e scrivendo nuovi racconti. Creando inconsapevolmente, insieme, un gioiellino di parole e fatti, un po' newyorkese e un po' parigino, ma comunque tanto malinconico. I sentimenti secondo Victor Levin flirtano con Allen e Truffaut, e coinvolgono con uno di quegli amori sospesi e un epilogo limone e vaniglia che incrina il cuore. Arguto, loquace, colto. Classe sconfinata che fischia appresso ai taxi gialli, degusta vini rinomati e fa ridere chi, smaliziato, sa che “baiser” non significa quel che tutti pensano. Avvenenti e naturali, i proprietari di queste due anime trasognate – e di questi visi che fanno centro - danzano su melodie da gourmet. Anton Yelchin, mite e dalla voce bellissima, che fa gli stessi film che farei io se fossi un attore avvenente e naturale, mite e dalla voce bellissima, ovviamente; e – nel suo letto, al suo braccio – la soprannaturale Bérénice Marlohe. Una che quando sorride ferma il traffico. (7,5)

Il caro Ted è tornato. Dopo averci parlato di come la magia del Natale avesse regalato un migliore amico a un bambino solitario, adesso l'orso sporcaccione di MacFarlane è pronto a diventare papà. Come dimostrare di essere umano? Mentre perde lavoro e moglie, un'avvocatessa rampante e l'inseparabile amico John lo aiuteranno nella lunga battaglia per i diritti (in)civili. Il primo film, divertentissimo, aveva messo d'accordo tutti. L'estate scorsa, poi, il regista – lì anche attore in carne e ossa – ci aveva riprovato con Un milione di modi per morire nel west, e anche in quell'occasione – tra crossover, momenti da musical e cameo folli – aveva centrato il besaglio. Il successo cerca successo e un sequel non poteva mancare. Da parte mia, l'accoglienza era delle più favorevoli. Però, come nel caso di Pitch Perfect e 21 Jump Street, ecco un altro seguito sì atteso, ma poco necessario. Una delle famose volte in cui si ride più con il trailer che con il lungometraggio in sé. Fatto di quella comicità nonsense poco familiare agli italiani, strappa risate nelle poche scene non contemplate negli spot tivù – ad esempio, riferimenti scorretti a personaggi noti e a tragedie mondiali cinicamente scomodate. Sensibile forse senza volerlo, funziona paradossalmente più nei momenti da film per famiglie – riposte via droghe e birre – mentre la sua comicità bostoniana lascia freddini. Per il resto, tralasciando una capatina al Comic Con, sono poche le soddisfazioni legate al vecchio cast – nuovo ingresso, giusto la solare Amanda Seyfried – ma c'è il tema, in compenso, a fare pensare. Ted 2, infatti, a modo suo, mi è sembrato anticipasse il giorno in cui Facebook si è colorato d'arcobaleno e gli hashtag, su Twitter, hanno celebrato un altro passo avanti della civiltà. (5,5)

Quando ci si accorge di essere diventati adulti? La vecchiaia, per Cornelia e Josh, è un'invenzione borghese: loro – ben oltre i quarant'anni – si sentono reattivi, innamorati, così diversi dalle coppie di amici che, vuoi i figli, vuoi la famiglia tradizionale, sono cresciute in un giorno solo. Ma si sentono fuori luogo accanto ai loro coetanei, dotati di una voglia di diventare genitori che loro non sentono particolarmente, proprio come non si sentono di stare al passo con Jamie e Darby, venticinque anni e tutto il tempo per rivoluzionare il mondo del documentario. Più deprimente chiudersi in casa, rassegnati, o tentare la via, tra pattini e lezioni di danza, di una seconda e impossibile gioventù? While we're young – da noi, Giovani si diventa – parla della vana ricerca del tempo perduto e, con un colpo di scena che colpo di scena non è, della spietatezza del rinnovo generazionale: quella coppia hypster tanto affabile sta dando loro un'altra possibilità, in nome di una strana amicizia, o sta cercando di strappare via dai due – soprattutto da lui, competitivo e geloso - la soddisfazione delle ultime volte, con relazioni “usa e getta” e bugie su bugie? La commedia scritta e diretta da Noah Baumach – di cui mi tocca recuperare quel Frances Ha acclamato come capolavoro – è profonda, intelligente, bene interpretata. Prevedibilmente riuscita, nel bene e nel male. Nel bene, perché fa sempre piacere vedere uno Stiller più serio del solito, una Watts che si scatena, gli occhi da bambola della Seyfried e il viso indefinibile del promettente Adam Driver; nel male, perché Giovani si diventa è profondo, intelligente, bene interpretato proprio come immaginavi fosse prima di vederlo. Cosa va ad aggiungere ai Peter Pan del primo Muccino – ma qui senza strepiti, fortunatamente -, che inevitabilmente sentivamo anche più vicini a noi? Niente, o così mi è parso. Ma è un niente, il mio, che non sottintende disprezzo. Fa molto più che compagnia e, in definitiva, molto meno che rumore. (6,5)

Lo scorso anno, a un Festival di Venezia più serioso che mai, veniva proiettato Burying the Ex. Ventata d'aria fresca e ritorno alla regia di Joe Dante – regista di commedie horror come Gremlins; anche per me, che all'epoca non ero neanche nella mente dei miei genitori, must. Dopo averci provato con gli spauracchi per ragazzi e il 3D, eccolo con una storia divertente e sanguinosa. Max ama Olivia a cui è legato da una forte attrazione fisica e dal comune amore per i film di serie B; non molto tempo fa, però, nella sua vita c'era Evelyn. Vegana convinta, dispotica: come lasciarla senza spezzarle il cuore? A quello che dovrebbe essere l'ultimo appuntamento, Evelyn attraversa di fretta e l'urto con un autobus le spezza il collo. Il cuore, in compenso, è sano e salvo. L'accanita non morta sbuca dalla tomba e getta le basi per un'infernale convivenza. Il risultato è una commedia più che discreta, sulla persistenza dei ricordi e lo stalking da parte di splendide ex. E beato il sempre in parte Anton Yelchin, da me odiatissimo: cioè, in Like Crazy aveva Felicity Jones e qui, in meno di novanta minuti, sia Ashley Greene – e con lei, prima vampira e adesso zombie, neanche la necrofilia pare così strana – che quello schianto di Alexandra Daddario? La mano di quello che un tempo è stato un regista culto si nota palesemente nei dettagli: i poster italiani appesi ai muri, il cinema all'aperto e le proiezioni di Romero, le citazioni sparse; ma a metà tra Warm Bodies e La sposa fantasma c'è un territorio piuttosto arido in quanto a fantasia. Poteva essere più spassoso, folle, originale: arriva in ritardo. Ma gli si perdona tutto, in fondo, per il glamour del trio e perché Joe, sessantottenne, sa ancora il fatto suo. George Miller – di due anni più anziano – però ha diretto una cosetta come Fury Road: tanto per dire. (6+)

La storia vera dietro un capolavoro e quella della donna che per riaverlo – dopo le razzie naziste – chiamò in giudizio l'intera Austria. Giusto privare Vienna della sua splendida Monnalisa e lasciare che trionfi una giustizia senza prezzo? L'apparenza suggerisce un prolisso polpettone, no? Invece la durata contenuta, la compresenza del dramma delle persecuzioni – visto, qui, da una prospettiva nuova – e della parentesi giudiziare, fanno sì che il lungometraggio scorra, tocchi e, soprattutto, intrattenga grazie all'ennesima prova maiuscola di Helen Mirren. Maria Altman era pungente, severa e volitiva e aveva ingaggiato, sapendo di perdere in partenza, il figlio di amici di famiglia – qui, un bravo Ryan Reynolds – per tentare, rimasta sola al mondo, la carta disperata della giustizia. Quando il passato prende vita e si passa dalla Los Angeles degli anni novanta alla Vienna assediata, la Mirren ringiovanisce e diventa la nostra Tatiana Maslany – talento puro, alle prese con un'altra sfida: l'accento tedesco – e, accanto a lei, si ritagliano ruoli minori il giovane marito Max Irons e Daniel Bruhl, uno dei pochi austriaci disposti a non dimenticare i crimini dei padri. Ma Woman in Gold, oltre a parlare di arte e di donne, è anche la storia di un giovane uomo –  americano, ma con il cognome di uno dei più grandi musicisti del secolo scorso – che, commosso, fa pace con le sue origini. Inedito come Philomena e sotto sotto fiaba come Saving Mr. Banks, il dramma di Simon Curtis si dipana tra passato e presente, con la sua struttura tradizionalissima, un solido rigore, un po' di retorica e, a sprazzi, tocchi d'umorismo che contribuiscono a renderlo una visione non imprescindibile, ma degna. Anche se qualcosa andava evitata – un flashback alla Titanic di troppo -, qualcosa approfondita – il rapporto tra la piccola Maria e zia Adele, la musa di Klimt – e non è tutto oro quel che luccica. (6,5)

Chi ha tutto ha tutto da perdere. Così James, imprenditore, finisce nei guai: andrà in un carcere di quelli infernali. Come proteggere, in quel covo di criminali, la sua virtù? Ha trenta giorni per imparare le regole del vivere selvaggio, così si affida all'afroamericano Darnell – quieto padre di famiglia che, in cambio di una somma da capogiro, insegnerà al protagonista a essere una belva. Duri si diventa ha la tipica comicità che, in estate, il cinema ha da offrire: o ti accontenti di horror che non spaventano o, come è già successo con Affare fatto, di linguaggio coloritissimo e facce simpatiche. Nel dubbio, meglio farsi due risate con questi due tipi qui, quando la giornata è lunga, lo stress uccide e sorridere – per parolacce e chiappe (o peggio) al vento – alleggerisce il male di vivere. Si sa inizio, svolgimento e fine, ma questa Poltrona per due al contrario – e senza Landis e repliche a Natale – non le manda molto a dire e, fisico e invadente, con sparatorie, sessioni di sollevamento peso e disgustosi tentativi di imparare l'arte del sesso orale – perché se non puoi batterli, almeno fatteli amanti, i carcerati – è fresco e funzionale. Soprattutto grazie a un istrionico Will Ferrell – lo stesso che spesso e volentieri trovo irritante – che qui gigioneggia alla grandissima e regge ogni singolo sketch, tra una battuta razzista e un pianto da ragazzina. (6)

venerdì 3 luglio 2015

Mr. Ciak: Suite Francese, Poltergeist, Una nuova amica, Les Combattans, La risposta è nelle stelle, Affare fatto

Un capolavoro rimasto in una valigia. Una figlia che lo riscopre per caso e Suite Francese improvvisamente sulla bocca di tutti. Come uno schiaffo al nazismo. Mi ci sono avvicinato quando al cinema arrivava il film: lieve, di un bello che non fa rumore. Mentre il romanzo si articola per racconti, la pellicola si concentra su uno dei pochi momenti in cui puoi vedere i protagonisti quasi felici: la campagna francese, l'illusoria quiete, tempo d'amore. Ma questo Suite Francese è l'ultimo dei tre tempi che il lettore ha già sperimentato, eppure non è solo quello. In un'ora e mezza sanno trovare spazio trame amorose, sottotrame spionistiche e alcune delle figure marginali che erano contemplate nei capitoli che precedevano quello monografico sulla dimezzata famiglia Angellier. Ovunque, l'eleganza, la pudicizia, la discrezione. Lo sguardo benevolo sulla guerra che, sono certo, non avrebbe reso fastidiosa all'autrice la licenza poetica dello sceneggiatore: la suite incompiuta di lei, ebrea, paragonata alla suite incompiuta di Bruno, nazista. Saul Dibb, dopo The Duchess, torna alla regia – e al dramma storico – e questa volta è più abile nel dare voce ai personaggi e ai loro silenzi, anziché al gusto di una Knightley che, in quell'occasione, i cultori della moda avevano amato e gli spettatori insensibili a nastri e cappellini assai meno. Suite Francese, delicato e laconico come i suoi appasionati personaggi, non è il polpettone che chi cerca singhiozzi si aspetta. Controllato, alla maniera dei britannici, ha questi Michelle Williams e Matthias Shoenaerst, splendidi, che si corteggiano come col linguaggio dei segni. Puntuale e oroglioso, pensa più alla coerenza dell'operazione che ai nostri dotti lacrimali e, anche se non un'autentica trasposizione, con tutte le sue variazioni sul tema, si rivela un sentito omaggio, una vendetta. Una specie di tardiva vittoria. (7)

Poltergeist non è un titolo familiare a chi è della mia generazione. Se l'ho visto – e non so dirvelo con certezza, perché ho in testa una compilation di scene famose che forse avevo occhieggiato nel reale lungometraggio, forse in Scary Movie 2 – non l'ho venerato. Questo remake di dubbia utlità non sarà il peggiore horror che in estati in cerca di vani brividi passeranno dalle nostre sale. Scorre e ripropone con autoironia le sequenze cult, viaggiando maggiormente dalle parti del cinema fantastico che di quello che dovrebbe farci strizza. La storie come tante dei Bowen è al centro di un horror da bollino verde, dunque, che non dispiacerà alle famiglie. Si scontra con quello che pare una specie di capolavoro, ma con così tanto candore – e leggerezza – che con questo horror buono dentro, alla fine, non puoi essere cattivo. Si accontenta dell'essenziale e, poco dark e con effetti speciali rigorosamente al computer, con il suo cast non di primissima scelta, è una visione carina e senza pretese, con presenze poco demoniache e, al contrario, angioletti di pargoli, tra cui spicca il bravo Kyle Catlett – che quale anno fa o solo il mese scorso? - è stato T.S Pivet per Jeunet. Si prende come modello più la storia firmata trent'anni fa da Spielberg che la cupezza del prodotto di Hooper: i bambini sono in pericolo ma si sa che non succederà loro niente di grave; il lieto fine arriverà; la casa è infestata, ma con il mercato che langue, tanto, sai quante ne trovi all'ombra dei tralicci dell'alta tensione. (5,5)

Qualcuno dice che è il primo amore che non si scorda, ma Claire ha sempre avuto in testa Laura, sua migliore amica dai tempi dell'asilo. E' per questo che quando muore, si prende una pausa dal lavoro e si chiude in casa, preda di un dolore incomprensibile ai cuori altrui. Quando Claire, ospite non invitata, becca l'inconsolabile vedovo a indossare i vestiti della moglie defunta reagisce prima con la ragionevole confusione, poi con la curiosità che solo le donne hanno. Perché David sente il bisogno di vestirsi come la Laura che hanno entrambi amato? Omossesualità taciuta o un modo per superare il lutto? Una nuova amica potrebbe sembrare l'Hitchcock più celebre o un Almodòvar in crisi di identità; un noir sui disturbi della personalità oppure un'esuberante racconto sopra le righe. Non è né l'una né l'altra cosa, o forse entrambe. Come lo sconsolato David che, una parrucca bionda e i tacchi, diventa la querula Virginia; sostituto perfetto della migliore amica e dell'anima gemella. Una fuga dalla realtà, un compromesso, quando per dire addio c'è tempo e l'atto di guardarsi dentro – adesso che si è accasati – crea tragicommedie. Una nuova amica ha i meccanismi del thriller psicologico, la brillantezza della migliore commedia sofisticata e l'indefinito erotismo di una drammatica indagine sulle cose che più sfuggono e affascinano: la sessualità, il desiderio. Ma altro non è che opera del bravissimo Ozon. Dunque l'eleganza – e l'ambiguità, e una regia impeccabile, e personaggi cesellati con la cura che avrebbe un analista  - è compresa nel pacchetto. Non ci sono dissonanze, solo una credibilità forte, e non ha sbavature il trucco di questo Romain Duris che recita en travesti, mentre la seducente Anais Demoustier gioca a fingersi sua amica, amante e perfino rivale, nella sequenza immaginata in cui Duris, sotto la doccia, tocca il marito di lei. Con il cervello e l'anima che litigano, le membra che cercano un inammissibile tipo di abbraccio e i guardaroba, invece, che preferirebbero l'altra parte – quella sbagliata – del negozio di abbigliamento all'angolo. (7,5)

Lui, muratore, conosce lei, annoiata figlia unica di una coppia borghese. Partono col piede sbagliato: può da una lotta corpo a corpo nascere la scintilla? Lui, che è segretamente romantico, segue perciò lei, che è un pezzo di ghiaccio, a un campo di addestramento: le ragazze di oggi sognano di entrare nell'esercito. Così, tra una corsa a ostacoli e la levataccia al mattino, vivere tutt'uno con l'ambiente e scoprirsi più alti di una spanna. Questa, in parole semplici, la trama del semplice Les Combattans, che da noi si becca un titolo anglofono e il sottotitolo Addestramento di vita. Opera prima rinfrescante e dotata di spunti mai sfiorati prima dalla romcom tradizionale, forse non meritava tutti i premi che ha vinto qui e lì – per nulla impegnata, non abbastanza chic da essere sopravvalutata -, ma ha dialoghi aciduli, due protagonisti abbastanza bislacchi da risultare memorabili e un'aria tutt'altro che perfettina. Eccolo, il suo segreto, insieme a un romanticismo che meno romantico non si può e alla giunonica Adèle Haenel, divertentissima e adorabile nella sua impassibilità di soldato fatto e finito (e poi, diciamolo, con “quella sua maglietta fina” tutta bagnata sta benissimo). Battute mirate, colonna sonora che gasa e un epilogo ahimè un po' così - tu chiamalo sospeso, io inconcludente – anticipato da una ansiogena scena da survival horror. Sono abituato alla commedia francese che sa di roselline di campo, Chanel n°5 e altri luoghi comuni, ma anche questa – che odora di napalm al mattino – non è mica male. (7)

Una studentessa incontra un cowboy: è colpo di fulmine. Un novantenne, nel frattempo, prende in pieno un guardrail: il suo, invece, è colpo di sonno. Una storia che nasce e una che finisce si incrociano nell'ennesima trasposizione di Nicholas Sparks. La risposta è nelle stelle però non funziona, e lo dico da spettatore saltuariamente tollerante al suo saccarosio che, senza pregiudizio, si è sorbito queste due ore – tante – in compagnia di una vicenda doppio strato – da un lato la gioventù oggi, dall'altro il matrimonio ieri, sull'abusato sfondo della guerra. Young adult più melò: un polpettone alla Rai Uno sconsigliato agli insofferenti cronici che tra scontatezze, morti tragiche che latitano – Sparks, qui non uccidi nessuno? - e dialoghi tremendi sembra la casa terremotata delle fiabe coi mattoncini del meglio di The Notebook e del peggio di The Last Song. E' che più di uno Sparks all'anno non si tollera e che quest'anno ho già visto l'accettabile The Best of me, o che questo film è prolisso e dolciastro da non credere? Ma occhio a Britt Roberts – io l'ho già adocchiata e sono un suo stalker convinto – e a Scott Eastwood, che dalla sua ha un padre leggendario e una faccia straordinaria. Mistero le recensioni, a sorpresa, positive. Mistero ancora più misterioso il titolo italiano: penserei a una strizzata d'occhio a Colpa delle stelle, se non fosse che il romanzo – con il titolo uguale – ha ormai qualche anno. Al massimo, tra buoi, cavalli e vaccate varie, alcune perdonabili e altre no, in The Longest Ride la risposta agognata sarà nelle stalle? (5-)

Dopo il buon Starbuck – paradossale storia di un donatore di sperma che si scopre padre di un migliaio di figli sparsi per il mondo – e il remake americano che avevo evitato, immaginandolo uguale all'originale, il canadese Ken Scott torna alla commedia a stelle e strisce: rumorosa, volgarotta, canonica, simpatica. Piacevole abbastanza. Si ridacchia, infatti, nel seguire tre perdenti – un padre assente, un venticinquenne con la testa tra le nuvole, un anziano che vorrebbe divorziare – e il tentativo rocambolesco di siglare un vantagioso accordo, anche se la spietata Sienna Miller trama loro conto. Si vola a Berlino nella stagione clou e si pensa alla famiglia lontana, alla prima volta, alla giovinezza persa. L'avventura europea di tre che hanno probabilmente visto troppe volte Jerry Maguire –American Pie – nel suo piccolo sembra funzionare, soprattutto grazie a un cast calibratissimo, con un comprimario come Nick Frost, grasso campione della risata grassa. Vince Vaughn e i suoi soliti ruoli; il due volte candidato all'Oscar Tom Wilkinson, che ha la leggerezza dei giovani; Dave Franco, fratello minore di James, che ci meraviglia con tempi comici notevoli, la timidezza dei nerd e la sbadataggine che lui, belloccio, di certo non conosce in prima persona. Affidati a lui, tra visite ai glory hole e posizioni del kamasutra non meglio idenficate, i momenti in cui si ride, non si pensa a niente e svanisce così, magicamente, l'ansia da Estiva. (6)