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sabato 10 marzo 2018

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Revenge, The Crescent, The Lodgers, Les Affamés

Alcune bellezze sono così sfacciate da mettere nei guai. Succede a Jen, che arriva a bordo di un elicottero privato nella villa dell'amante. Una casa da rivista nel bel mezzo del deserto di Mad Max. Il sesso, le feste, i viscidi soci di lui. Che la guardano ballare con la bava alla bocca, la desiderano, la hanno con la forza. Prima stuprata, poi messa a tacere con le cattive, Jen muore e resuscita in un letterale bagno di sangue. La sua sola colpa: essere troppo bella. Il suo solo scopo, se in un rape and revenge di quelli classici ma rigorosissimi, vendicarsi in maniera memorabile. Nero, esilarante, femminista, Revenge di originale non avrebbe nemmeno il titolo. Cosa me l'ha resto però un potenziale cult all'interno di un sottogenere che di spregevoli violenze sessuali e torture esemplari ne ha proposte e riproposte in abbondanza? Lo stile inappuntabile di chi sa unire Lolita a Rambo, un'estetica assurdamente alla moda a una violenza ributtante. Il corpo a corpo a nudo, come in La promessa dell'assassino, e trip allucinogeni che amplificano i cinque sensi ma spengono il dolore. Il mancato physique du role di due dei tre aguzzini, quasi buffi, e quello invece da capogiro di una Matilda Lutz che ci mette l'anima e soprattutto il corpo. Non violentate Jennifer, recitava il titolo del capostipite di film come questo. Non ci provate neanche lontanamente con l'attrice di origini italiane, già vista con occhi innamorati in L'estate addosso e Rings, che qui impressiona ancheggiando perfino uno spettatore poco ormonale come me e lascia che tutti i nodi vengano al pettine, armata di fucile e tanga. Se in un film che ha la marcia in più del cinema francese, se diretta da una regista donna, se in un'opera prima di quelle autoironiche e spregiudicate, Matilda passa da succinta icona sexy ad amazzone, da oggetto sessuale a corpo contundente. Mostrando che per alcuni fondoschiena, per qualche amore sbagliato, è necessario avere il porto d'armi. (7,5)

Mamma e figlio, una villa sulla scogliera troppo grande per due, un vuoto. Si sente forte la mancanza dell'uomo di casa, se il bambino piange e fa i capricci. Si sente forte la mancanza di un compagno, se si è ancora giovani per essere vedove e il crepuscolo, il vicinato, pietrificano per lo spavento. Quando cala il buio, dall'acqua emergono figure spettrali. Il male gocciola sul bagnasciuga e, immobile, spia dalle finestre. Cosa vuole la notte da quei protagonisti fragilissimi, già perseguitati dalla morte e dagli spettri della perdita? Horror psicologico che con molta probabilità e altrettanto disappunto qui non vedrà mai la luce, The Crescent è un esordio precoce, impressionante, nel segno delle tragedie familiari e dei simboli sfuggenti di quel Babadook che miete già proseliti. La prima parte ha la lentezza e l'intensità di un dramma a due. Mamma e figlio, bravissimi, dividono la scena fra momenti di sconforto e altri di tenerezza. Ti ci affezioni piano. Speri che lui si comporti da ometto e che lei riesca a trovare nella pittura, nell'amore per il piccolo, una via di fuga dalla depressione. La suggestione, le stranezze, salgono insieme all'alta marea, ma l'esordio del canadese Seth A. Smith affascinava già prima che i misteri della costa venissero a galla. Per la bellezza dei moti ondosi che, in sequenze quasi liriche, si confondono con i grumi di colore delle opere d'arte della protagonista. Per l'umanità di naufraghi del dolore che per tutto il tempo vorrebbero soltanto aggrapparsi: alla vita che resta, tra loro. Spaventa la mutamorfosi del sinistro dirimpettaio, che nasconde sotto la pelle la corazza di un paguro in cerca di casa. Si intuisce il colpo di scena finale, arrivati al giro di boa, ma il difetto è un altro: quei finali, al plurale, sì, che appaiono di troppo. Puntini sulle “i” per dare confini precisi a un incubo lynchiano; a un delirio subacqueo che un senso, una chiave di lettura, li troverebbe lo stesso. Alla deriva in un film, in un oceano – emblema ora di vita, ora di morte –, che strappa e risarcisce. (7,5)

La solita magione fatiscente nell'Irlanda del primo Novecento. Due gemelli – lui morboso e agorafobico, lei desiderosa di scappare con un giovane soldato ferito – che hanno chiuso fuori il mondo. A mezzanotte, la loro casa ospita i fantasmi. I due, chiusi in camera da letto, ne evitano il contatto: pur sapendo che è cosa impossibile eludere le loro attese; cambiarne i piani. Il regista Brian O'Malley, presente in sala, ha citato The Others, Giro di vite e Miriam si sveglia a mezzanotte fra le proprie ispirazioni. Ha parlato di un'educazione come artista, che si palesa a colpo d'occhio nelle atmosfere fiabesche e in un'insolita cura formale – nota a margine, ha scelto come set cinematografico una casa dalla fama losca che, nell'anno delle riprese, avrebbe compiuto fatidicamente 666 anni. Avrei anche perdonato la scarsa originalità, un colpo di scena male assestato, ma The Lodgers non ci prova nemmeno. Nessuna attesa, nessuna suspance, nessun brivido. Che senso hanno i fantasmi senza questioni irrisolte, se di un solito horror si tratta? Accanto alla bravura dei protagonisti, quei Charlotte Vega e Bill Milner che a onor del vero hanno volti inquietanti il giusto, in The Lodgers purtroppo si stentano a trovare altri pro. Affascinante nelle atmosfere ma sonnolento – chiedetelo a mio fratello, che non ha resistito a occhi aperti allo spettacolo delle ventidue –, questa solita ghost story ha spauracchi che paura non fanno e uno sviluppo non prevenuto. Stanco, non ho neanche avuto voglia di pungolare Diego per irritarlo a dovere. The Lodgers si meritava il suo sonno, sì, e i sottotitoli su Cineblog01. Non una sala per sé, né di certo un festival. (4,5)

Il solito manipolo di sopravvissuti, tra le nebbie e le campagne di un paese che resiste a un'inspiegata apocalisse. Spostarsi qui e lì, ma purtroppo a passo di gallina, in cerca di qualche supersiste con cui relazionarsi e di non morti ora da raggirare, ora da uccidere con qualsiasi arma a disposizione. Ero curioso di conoscere gli zombie secondo Robin Aubert, pare assai bene accolto allo scorso Toronto Film Festival. Di scoprire un cinema franco-canadese che non viveva soltanto del genio di Xavier Dolan, ma anche di registi poco conosciuti alle prese con una storia troppo risaputa. Les affamés (disponibile anche su Netflix, con il titolo I famelici) non mi è piaciuto, e non ne faccio misteri. L'ho trovato irritante, pretenzioso, e a fine visione non ho fatto compagnia a quegli spettatori che hanno abbozzato un mezzo applauso. Visivamente suggestivo (i misteriosi totem eretti nella brughiera, l'inquietante fissità di mostri immobili come le gemelline di Kubrick, un gore presente nelle giuste dosi), è un horror scarno, secco, ma vuoto più che esile. Si va lenti, molto, pur essendo per tutto il tempo in pericolo mortale. Si vagabonda senza speranze come nella Strada di Cormac McCarthy, ma senza mai prendere a cuore i protagonisti – volti e vicende anonime, che il pomeriggio stesso avevo già scordato. In un genere a digiuno di novità, con gli zombie che da otto anni a questa parte si sono fatti anche a puntate, Les affamés sceglie le peggiori borie da film da festival per distinguersi. Come se tutta questa noia, nell'horror, fosse poi l'ingrediente che mancava. (5,5)

martedì 14 febbraio 2017

I ♥ Telefilm: Santa Clarita Diet | Sense8 - A Christmas Special

Sheila e Joel sono agenti immobiliari di mezza età e di bell'aspetto. Un quartiere residenziale in una California da cartolina. La solita villetta con giardino, uguale a quella accanto. La solita coppia felice, che si conosce dal liceo e lotta contro i capricci di una figlia adolescente. Finché, nel bel mezzo di una compravendita, Sheila non imbratta di vomito la moquette nuova. E, nel disgustoso intruglio verdastro, non scorge un organo: presubilmente, ha rimesso anche quello. Il suo cuore smette di battere. Non avverte il dolore fisico. Ha voglie irrefrenabili – dal sesso orale all'ultimo modello di un fuoristrada al di fuori della loro portata – e, soprattutto, una fame inesauribile. Manzo, pollo, tacchino: carne cruda, al sangue. Dopo avere assaggiato quella umana, però, impossibile tornare indietro. Tocca fare i conti con la realtà: la madre di tua figlia, la tua compagna da venticinque anni, è una non-morta. Non si decompone, almeno non subito. Diventa ancora più seducente, solare e schietta. Qual è il suo segreto di bellezza, si domandano le amiche invidiose? Cosa nasconde la coppia, si chiedono invece i vicini di casa poliziotti? La dieta di Santa Clarita prevede un impianto da sitcom, toni grotteschi, generosi sprazzi di nonsense e un duo affiatatissimo. Cosa non farebbe un sorprendente Timothy Olyphant, mai tanto divertito, per l'adorabile Drew Barrymore? Santa Clarita Diet, visto nell'arco di due pomeriggi, segue le vicende degli adulti – che, in cerca di una cura miracolosa, rischiano spesso di allontanarsi – e di un'adolescente irrequieta che, con il fidato amico nerd alle costole, tenta di abituarsi alla nuova conformazione di questa assurda famiglia. La patologia di Sheila, infatti, porta i familiari restanti a interrogarsi sull'istinto, la libertà, il senso del pudore. L'andamento è dei più leggeri, i trenta minuti a puntata si incastrano a meraviglia in qualsiasi momento della giornata e, tra frattaglie e scaramucce, ho riso tanto. La serie di Victor Fresco, già autore di My Name is Earl, è un Modern Family con zombie. Una commedia nera, nello stile di La morte ti fa bella, in cui qualcosa va a male e qualcosa dura. La vita coniugale richiede compromessi, piccoli pegni. Se l'amore lo pretende, poi, anche qualche sacrificio umano. (7)

Ho aspettato il ritorno di Sense8 più del giorno della mia laurea. Anche se ritorno non è, bensì un semplice speciale natalizio. Anche se toccherà pazientare fino a maggio per scoprire cos'è stato, durante la loro assenza, dei magnifici otto che due anni fa conquistavano il primo posto fra i miei telefilm preferiti. Netflix vizia, intrattiene, elude l'attesa con un contentino lungo due ore. Si fa un approfondito punto della situazione. Si fa un'ampia panoramica per chiamare all'appello i personaggi, che nel mentre hanno raggiunto un bivio e aspettano noi per decidere cosa verrà. Gli snodi narrativi non procedono oltre, in vista della prossima primavera; i protagonisti vengono individuati dai poderosi zoom delle sorelle Wachowski. La notizia dell'omosessualità di Lito, latin lover sudamericano, ha raggiunto la stampa: è outing al cenone di mamma. Sun, dirigente coreana e campionessa di arti marziali, è in isolamento: suo fratello, sangue del suo sangue, l'ha incastrata e nessuna cella è abbastanza grande per nascondersi dalle cospirazioni. Wolfgang, in una Germania sotto zero, abbraccia la vita criminale della sua stirpe; Kala, sposa indiana in vacanza a Positano, tentenna all'idea della prima notte di nozze; Capheus, al centro di un recasting che non tange, trova un rimpiazzo per il suo pulmino con Van Damme sulla fiancata. Nomi è in fuga, così come Will e Riley: rifugiati in una catapecchia islandese, i due scacciano con l'eroina le interferenze di chi li vorrebbe cavie. Siamo con loro, nati in agosto, quando spengono le candeline per i loro compleanni coincidenti e si imbrattano di glassa. alla Vigilia, fra cori gospel e rivelazioni a cui non si risponde che con l'accettazione. Al countdown per Capodanno, che prevede colpi di pistola e fuochi d'artificio in una Berlino imbiancata. Si entra in scena con Feeling Good, ammaliando, e ci si prepara ai saluti con un'emozionantissima Hallelujah. A metà, visioni dell'eredità di Daryl Hannah e il sesso di gruppo che infrange i tabù, celebrando i corpi nudi, gli intrecci di anime, i colori della diversità. Sono benvenuti nel mucchio selvaggio anche la frizzante Amanita, compagna di Nomi, e l'adorabile Hernando di Alfonso Herrera, che fa strano vedere accanto a Silvestre e senza l'abito talare di The Exorcist. Si toccano pelle contro pelle gli uomini e le donne, i bianchi e i neri, a ricordarci sotto le feste il calore, l'armonia e l'apertura (di gambe, cuori o teste che sia). Lo speciale natalizio di Sense8 seduce a colpo sicuro ribadendo i suoi punti di forza – le emozionanti scene d'insieme, le intense affinità erotiche e intellettuali, il montaggio da videoclip – e ti lascia presto, dando respiro a te che ami lamentarti dei film a tema sul Cinque e dici di andare fiero della tua misantropia, e invece no. 

mercoledì 26 ottobre 2016

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Train to Busan, Goodnight Mommy, 31, Martyrs (US)

Su un treno ad alta velocità diretto a Busan, in una Corea annientata da un contagio di cui si intuisce appena l'origine, si incrociano le storie di personaggi agli antipodi, ma in lotta per avere salva la vita. Dislocati da un capo e l'altro dello stesso convoglio, devono raggiungersi. Un broker anaffettivo, divorziato, e la figlia per cui non è mai stato presente; una scolaresca; una coppia in attesa del loro primogenito; due sorelle anziane, che vivono in simbiosi. Al centro, però, vagoni e vagoni stipati di infetti famelici: la bava alla bocca, i morsi letali, fame di carne umana. Presentato prima a Cannes, poi alla Festa del cinema di Roma, Train to Busan è il film sugli zombie che i festival internazionali – vuoi lo straordinario successo in patria o le coloriture politiche che, purtroppo, non ho saputo cogliere – non si sono lasciati sfuggire. Cosa ci fanno i morti viventi, tra pellicole impegnate e critici con la puzza sotto il naso? Come si sopravvive su un mezzo affollato che, spedito, punta dritto all'apocalisse? L'horror di Sang-ho Yeon, regista orientale che proviene dall'animazione più all'avanguardia e che solo ora, solo qui, passa agli attori in carne e ossa – la carne, però, dev'essere rigorosamente al sangue, come i survival di ogni dove insegnano -, piace ai più colti per il ritratto di una Corea contemporanea, dilaniata, contraddittoria; a tutti gli altri – dunque, a me, a digiuno di attualità – per l'intrattenimento perfetto che, con le sue due ore dense e angoscianti, rappresenta. Non sono un appassionato di cinema coreano e gli zombie, visti in tutte le salse, in ogni contesto immaginabile, sono le figure da brivido che meno mi attirano. Nonostante le riserve iniziali, però, Train to Busan è una corsa a perdifiato, sorprendente per realizzazione, ritmo, sentimenti in ballo; non mancano una o due trovate spassose – il buio pietrifica i non-morti, ad esempio, e i protagonisti, allora, si trovano ad attendere la galleria successiva come l'acqua nel deserto –, ma non erano stati messi in conto gli occhi un po' lucidi, in un finale mélo. L'umanità disparata e disperata di Yeon, autore altresì generoso con lo splatter e la spettacolarità in pieno stile Hollywood, si stringe forte, infatti, contro la pandemia; e gli esseri umani, vili, a volte feriscono più dei mostri. Questi zombie corrono come atleti olimpici, elevano muraglie di morti, si ergono come una barriera tra te e la speranza. Questi protagonisti, eroi disarmati ed empatici, fanno stringere i pugni e le lacrime della piccola Soo-an, mossa dalla tenera volontà di conquistare l'attenzione di un genitore sfuggente, spezzano il cuore. Senti il suo pianto, la sua canzone, alla fine del tunnel? (7,5)

Lucas ed Elias sono angelici, biondi e perfettamente identici. Per loro, ogni momento è buono per giocare; per loro, è sempre estate. Si inseguono sotto la grandine, giocano nei boschi e il loro rapporto, simbiotico e misterioso, è troppo stretto e morboso per comprendere un'altra persona. Esclusa perfino la mamma, dunque, che trovano assai cambiata dopo un'operazione di chirurgia plastica al viso. Sotto le bende, ci sarà la donna di sempre o c'è stato uno scambio? In una casa impersonale e dispersiva, immersa nel folto dei boschi viennesi, si consuma così un angosciante e malato gioco di ruolo: i posti si invertono, le vittime diventano carnefici e i dubbi si accumulano. Goodnight Mommy, gelido thriller psicologico coi ritmi lenti e le immagini senza sbavature del cinema europeo, parlerà di mamma folli o dell'innocenza del diavolo? Ibrido a metà strada tra il dramma esistenzialista e l'orrore, il lungometraggio diretto a quattro mani dalla coppia Fiala-Franz si rivela sì e no all'altezza delle alte aspettative. In rete, ormai mesi fa, già recensioni fidate lo accoglievano con entusiasmo. Goodnight Mommy è inquietante, simbolico, malato: materia freudiana fatta di incubi ad occhi aperti, disgustose allucinazioni a sprazzi, misteri che purtroppo hanno esiti molto prevedibili. Se il colpo di scena finale risulta scontato, al contrario appaiono però di grande originalità la curata messa in scena – la casa dei tre è una prigione austera, piena di ombre acuminate – e svolte crudeli che vanno al di là della violenza fisica e psicologica. I volti fasciati e la crisi di identità. Cornici vuote e tragedie di cui nessuno parla. Fratelli coalizzati sempre, anche nel perpetrare il male. Una paura realistica, ma meno universale che nello splendido The Babadook – anche lì l'infanzia, l'essere genitori e metafore su metafore – che non ti abbandona. Goodnight Mommy è una stridente ninna nanna con lo stile di La pelle che abito e un non so che del miglior Polanski: sgradevole e strisciante, nonostante tutto, come il pensiero che fino alla fine ti accompagna. Quante energie ti prosciuga un bambino? Soprattutto, perché un figlio? (7)

Siamo negli anni '70, ed è la notte più infestata dell'anno. C'è, però, chi ad Halloween si diverte a modo suo: a spese degli altri. Come una ricca e misteriosa coppia di coniugi che, imbellettati come due antichi artistocratici, ospitano una casa degli orrori che è la loro corte di sanguinari e bizzarri assassini. Tradizionalmente, giunto il trentuno di ottobre, catturano le loro prede: questa volta, una rozza e affiatata compagnia di giostrai girovaghi. Devono sopravvivere agli attacchi letali di nani neonazisti, losche figure da fumetto e pagliacci con nessunissima voglia di scherzare. Vedere l'alba, a Murder World, è un'impresa. Come eludere, per dodici ore, la compagnia della morte? Dopo i bistrattati Salem e Halloween, Rob Zombie – per alcuni regista cult, per altri sconclusionato affabulatore: io, al solito, sto comodo al centro -, sembra abbandonare i concettualismi da poco e ritornare alle origini. C'è tanto della famiglia Firefly, Sheri Moon compresa, nell'allegra brigata protagonista. Zombie ritorna con un horror piccolo, a basso budget, il cui titolo suona quasi come un matematico conto alla rovescia: dopo La casa dei 1000 corpi, adesso questo 31. Survival tutt'altro che inconsueto negli sviluppi, che sembra un The Purge rivisto e corretto: sporcato dentro e fuori, fino alle ossa, da un regista che non va per il sottile. Il gore, la patina di sporcizia superficiale, i villain memorabili – su tutti, il “conte” McDowell e un esagerato Richard Brake, che farebbe le scarpe a qualsiasi Joker da strapazzo. Purtroppo, l'originalità di 31 si limita al monologo d'apertura e a una chiusa irrisolta, con gli splendidi Aerosmith in cuffia; agli sporadici guizzi nella caratterizzazione dei comprimari. Il resto, una lotta alla sopravvivenza a cui ripetitività, interpretazioni e resa non giovano di certo. Zombie, raffinatissimo perfino nello shock e nei litri di profondo rosso versato, altrove si era dimostrato un abile regista: qui, senza controllo del mezzo e con un'irritantissima telecamera a mano, si dà alle riprese traballanti, amatoriali, e nelle scene più concitate confonde fino al mal di stomaco. 31, inizialmente annunciato dal modesto Rob come il suo capolavoro, perfino molto atteso, in realtà è il solito horror con figurine abbozzate, senza ieri e senza domani, con antagonisti rimarchevoli e la regia di uno Zombie che farà parlare pochissimo di sé, se non per la grana insolitamente grezza della sua ultima regia. (5,5)

Correva l'anno 2008. E, a scatola chiusa, mi procuravo sottotitolato un horror sconosciuto, che di lì a poco tutti avrebbero considerato capolavoro. Martyrs mi aveva convinto a metà: un inizio folgorante, che ammiccava alla ghost story, al “rape and revenge”, e un prosecuzione logorante, sadica, in cui l'occhio della macchina da presa indugiava fino alla noia sulle violenze ai danni della tribolata protagonista. La domanda: cosa c'è dopo la morte? Otto anni dopo, se qualcuno me lo chiedesse, direi che non mi era piaciuto, giacché di mio tengo a mente più gli epiloghi – quello, di estrema crudeltà – che gli ottimi spunti. Vuoi azzardare il remake di un cult, tu, se sei parte di una coppia di registi esordienti, hai un cast televisivo, tutto il mondo contro e la possibilità concreta che il film, messo già alla gogna, sia distribuito solo in homevideo? Vuoi sfidare i cinefili che ancora prima di vedero, avevano espresso un giudizio sfavorevole, su Imdb? I fratelli Goetz e gli sceneggiatori di Vacancy ci provano. Due orfane, a dieci anni dal loro incontro, fanno irruzione in una casa come tante: brutalmente, la più provata del duo massacra i membri della famiglia. E, nel loro scantinato, scoperchia un segreto scomodo. Fino a metà, il nuovo Martyrs è lineare e rispettoso: meno cupo, meno autoriale anche, non ha però il taglio dozzinale che presumevo. Nella seconda parte, invece, prende una strada alternativa, diventando tutt'altro: forse il solito horror americano, che meno indugia nei dettagli morbosi, meno prova le nostre resistenze, ma agli occhi di chi l'originale – proprio in vista del bagno di sangue conclusivo e degli spiegoni intrisi di misticismo – non l'aveva bene assimilato, il lavoro dei Goetz pare decoroso. Certo, le sevizie sono blande e lo splatter parsimonioso. Certo, forzato parlare di martirio – le sedute di tortura sono costellate di ellissi – e irrealistica la riscossa finale di una delle protagoniste. La Sally Langston di Scandal è un'affascinante antagonista;Troian Bellisario, con la sua eroina traumatizzata e dolorante, si conferma la sola interprete capace nell'allegro pollaio di Pretty Little Liars. E questo Martyrs perderà prevedibilmente il confronto con il suo capostipite – ne lima le particolarità, gioca a carte scoperte, non tenta la via della provocazione intellettuale – ma a chi, isolata voce fuori dal coro, all'altro aveva rimproverato presunzione, sofismi e persistenza, sembrerà un trattamento tutt'altro che barbaro; non il massacro predetto. (6)

venerdì 10 luglio 2015

Mr. Ciak: 5 to 7, Ted II, While We're Young, Burying The Ex, Woman in Gold, Duri si diventa

Brian vive in un monolocale e, alle pareti, tiene appese le prove dei suoi fallimenti. Ma ha ventiquattro anni appena e, fuori dalla finestra, la città più stimolante del mondo: New York. E succede così che, durante una delle sue lunghe passeggiate, dall'altra parte della strada vede Arielle, all'angolo fumatori di un ristorante di lusso: si innamora a prima vista. Lei – francese, felicemente sposata, di dieci anni più grande – per qualche motivo ricambia; tuttavia, nel suo matrimonio aperto, c'è posto per un giovane amore adulterino una volta a settimana, per due ore. Ma se lui, ragazzo di sani principi, non capisse cos'è questa storia che i francesi, civili e libertini, sono disposti a condividere l'anima gemella con un terzo incomodo? E se a quell'adulta che si chiama come un sirena – e delle sirene ha il potere di sedurre poveri marinai e confusi scribacchini – a un certo punto non sapesse più rinunciare? 5 to 7, ai più sconosciuto, è una delizia di commedia romantica che, in tutta sincerità, mi aveva incantato sin dalla copertina. Ho potuto giurargli un po' d'amore nell'ora e mezza in cui, spensierato, mi sono goduto coi protagonisti lo spettacolo raro del cielo in una stanza. Bizzarri amici di letto, il romanziere e la sua esotica Mrs. Robinson passano il tempo che hanno a disposizione a braccetto, nelle suite degli hotel, passeggiando a Central Park, andando a pranzo con il marito di lei e a cena con i genitori di lui. Intraprendono conversazioni lunghissime e, prima e dopo il sesso, si confrontano sugli americani moralisti e sugli europei spregiudicati, progettando nuovi sogni e scrivendo nuovi racconti. Creando inconsapevolmente, insieme, un gioiellino di parole e fatti, un po' newyorkese e un po' parigino, ma comunque tanto malinconico. I sentimenti secondo Victor Levin flirtano con Allen e Truffaut, e coinvolgono con uno di quegli amori sospesi e un epilogo limone e vaniglia che incrina il cuore. Arguto, loquace, colto. Classe sconfinata che fischia appresso ai taxi gialli, degusta vini rinomati e fa ridere chi, smaliziato, sa che “baiser” non significa quel che tutti pensano. Avvenenti e naturali, i proprietari di queste due anime trasognate – e di questi visi che fanno centro - danzano su melodie da gourmet. Anton Yelchin, mite e dalla voce bellissima, che fa gli stessi film che farei io se fossi un attore avvenente e naturale, mite e dalla voce bellissima, ovviamente; e – nel suo letto, al suo braccio – la soprannaturale Bérénice Marlohe. Una che quando sorride ferma il traffico. (7,5)

Il caro Ted è tornato. Dopo averci parlato di come la magia del Natale avesse regalato un migliore amico a un bambino solitario, adesso l'orso sporcaccione di MacFarlane è pronto a diventare papà. Come dimostrare di essere umano? Mentre perde lavoro e moglie, un'avvocatessa rampante e l'inseparabile amico John lo aiuteranno nella lunga battaglia per i diritti (in)civili. Il primo film, divertentissimo, aveva messo d'accordo tutti. L'estate scorsa, poi, il regista – lì anche attore in carne e ossa – ci aveva riprovato con Un milione di modi per morire nel west, e anche in quell'occasione – tra crossover, momenti da musical e cameo folli – aveva centrato il besaglio. Il successo cerca successo e un sequel non poteva mancare. Da parte mia, l'accoglienza era delle più favorevoli. Però, come nel caso di Pitch Perfect e 21 Jump Street, ecco un altro seguito sì atteso, ma poco necessario. Una delle famose volte in cui si ride più con il trailer che con il lungometraggio in sé. Fatto di quella comicità nonsense poco familiare agli italiani, strappa risate nelle poche scene non contemplate negli spot tivù – ad esempio, riferimenti scorretti a personaggi noti e a tragedie mondiali cinicamente scomodate. Sensibile forse senza volerlo, funziona paradossalmente più nei momenti da film per famiglie – riposte via droghe e birre – mentre la sua comicità bostoniana lascia freddini. Per il resto, tralasciando una capatina al Comic Con, sono poche le soddisfazioni legate al vecchio cast – nuovo ingresso, giusto la solare Amanda Seyfried – ma c'è il tema, in compenso, a fare pensare. Ted 2, infatti, a modo suo, mi è sembrato anticipasse il giorno in cui Facebook si è colorato d'arcobaleno e gli hashtag, su Twitter, hanno celebrato un altro passo avanti della civiltà. (5,5)

Quando ci si accorge di essere diventati adulti? La vecchiaia, per Cornelia e Josh, è un'invenzione borghese: loro – ben oltre i quarant'anni – si sentono reattivi, innamorati, così diversi dalle coppie di amici che, vuoi i figli, vuoi la famiglia tradizionale, sono cresciute in un giorno solo. Ma si sentono fuori luogo accanto ai loro coetanei, dotati di una voglia di diventare genitori che loro non sentono particolarmente, proprio come non si sentono di stare al passo con Jamie e Darby, venticinque anni e tutto il tempo per rivoluzionare il mondo del documentario. Più deprimente chiudersi in casa, rassegnati, o tentare la via, tra pattini e lezioni di danza, di una seconda e impossibile gioventù? While we're young – da noi, Giovani si diventa – parla della vana ricerca del tempo perduto e, con un colpo di scena che colpo di scena non è, della spietatezza del rinnovo generazionale: quella coppia hypster tanto affabile sta dando loro un'altra possibilità, in nome di una strana amicizia, o sta cercando di strappare via dai due – soprattutto da lui, competitivo e geloso - la soddisfazione delle ultime volte, con relazioni “usa e getta” e bugie su bugie? La commedia scritta e diretta da Noah Baumach – di cui mi tocca recuperare quel Frances Ha acclamato come capolavoro – è profonda, intelligente, bene interpretata. Prevedibilmente riuscita, nel bene e nel male. Nel bene, perché fa sempre piacere vedere uno Stiller più serio del solito, una Watts che si scatena, gli occhi da bambola della Seyfried e il viso indefinibile del promettente Adam Driver; nel male, perché Giovani si diventa è profondo, intelligente, bene interpretato proprio come immaginavi fosse prima di vederlo. Cosa va ad aggiungere ai Peter Pan del primo Muccino – ma qui senza strepiti, fortunatamente -, che inevitabilmente sentivamo anche più vicini a noi? Niente, o così mi è parso. Ma è un niente, il mio, che non sottintende disprezzo. Fa molto più che compagnia e, in definitiva, molto meno che rumore. (6,5)

Lo scorso anno, a un Festival di Venezia più serioso che mai, veniva proiettato Burying the Ex. Ventata d'aria fresca e ritorno alla regia di Joe Dante – regista di commedie horror come Gremlins; anche per me, che all'epoca non ero neanche nella mente dei miei genitori, must. Dopo averci provato con gli spauracchi per ragazzi e il 3D, eccolo con una storia divertente e sanguinosa. Max ama Olivia a cui è legato da una forte attrazione fisica e dal comune amore per i film di serie B; non molto tempo fa, però, nella sua vita c'era Evelyn. Vegana convinta, dispotica: come lasciarla senza spezzarle il cuore? A quello che dovrebbe essere l'ultimo appuntamento, Evelyn attraversa di fretta e l'urto con un autobus le spezza il collo. Il cuore, in compenso, è sano e salvo. L'accanita non morta sbuca dalla tomba e getta le basi per un'infernale convivenza. Il risultato è una commedia più che discreta, sulla persistenza dei ricordi e lo stalking da parte di splendide ex. E beato il sempre in parte Anton Yelchin, da me odiatissimo: cioè, in Like Crazy aveva Felicity Jones e qui, in meno di novanta minuti, sia Ashley Greene – e con lei, prima vampira e adesso zombie, neanche la necrofilia pare così strana – che quello schianto di Alexandra Daddario? La mano di quello che un tempo è stato un regista culto si nota palesemente nei dettagli: i poster italiani appesi ai muri, il cinema all'aperto e le proiezioni di Romero, le citazioni sparse; ma a metà tra Warm Bodies e La sposa fantasma c'è un territorio piuttosto arido in quanto a fantasia. Poteva essere più spassoso, folle, originale: arriva in ritardo. Ma gli si perdona tutto, in fondo, per il glamour del trio e perché Joe, sessantottenne, sa ancora il fatto suo. George Miller – di due anni più anziano – però ha diretto una cosetta come Fury Road: tanto per dire. (6+)

La storia vera dietro un capolavoro e quella della donna che per riaverlo – dopo le razzie naziste – chiamò in giudizio l'intera Austria. Giusto privare Vienna della sua splendida Monnalisa e lasciare che trionfi una giustizia senza prezzo? L'apparenza suggerisce un prolisso polpettone, no? Invece la durata contenuta, la compresenza del dramma delle persecuzioni – visto, qui, da una prospettiva nuova – e della parentesi giudiziare, fanno sì che il lungometraggio scorra, tocchi e, soprattutto, intrattenga grazie all'ennesima prova maiuscola di Helen Mirren. Maria Altman era pungente, severa e volitiva e aveva ingaggiato, sapendo di perdere in partenza, il figlio di amici di famiglia – qui, un bravo Ryan Reynolds – per tentare, rimasta sola al mondo, la carta disperata della giustizia. Quando il passato prende vita e si passa dalla Los Angeles degli anni novanta alla Vienna assediata, la Mirren ringiovanisce e diventa la nostra Tatiana Maslany – talento puro, alle prese con un'altra sfida: l'accento tedesco – e, accanto a lei, si ritagliano ruoli minori il giovane marito Max Irons e Daniel Bruhl, uno dei pochi austriaci disposti a non dimenticare i crimini dei padri. Ma Woman in Gold, oltre a parlare di arte e di donne, è anche la storia di un giovane uomo –  americano, ma con il cognome di uno dei più grandi musicisti del secolo scorso – che, commosso, fa pace con le sue origini. Inedito come Philomena e sotto sotto fiaba come Saving Mr. Banks, il dramma di Simon Curtis si dipana tra passato e presente, con la sua struttura tradizionalissima, un solido rigore, un po' di retorica e, a sprazzi, tocchi d'umorismo che contribuiscono a renderlo una visione non imprescindibile, ma degna. Anche se qualcosa andava evitata – un flashback alla Titanic di troppo -, qualcosa approfondita – il rapporto tra la piccola Maria e zia Adele, la musa di Klimt – e non è tutto oro quel che luccica. (6,5)

Chi ha tutto ha tutto da perdere. Così James, imprenditore, finisce nei guai: andrà in un carcere di quelli infernali. Come proteggere, in quel covo di criminali, la sua virtù? Ha trenta giorni per imparare le regole del vivere selvaggio, così si affida all'afroamericano Darnell – quieto padre di famiglia che, in cambio di una somma da capogiro, insegnerà al protagonista a essere una belva. Duri si diventa ha la tipica comicità che, in estate, il cinema ha da offrire: o ti accontenti di horror che non spaventano o, come è già successo con Affare fatto, di linguaggio coloritissimo e facce simpatiche. Nel dubbio, meglio farsi due risate con questi due tipi qui, quando la giornata è lunga, lo stress uccide e sorridere – per parolacce e chiappe (o peggio) al vento – alleggerisce il male di vivere. Si sa inizio, svolgimento e fine, ma questa Poltrona per due al contrario – e senza Landis e repliche a Natale – non le manda molto a dire e, fisico e invadente, con sparatorie, sessioni di sollevamento peso e disgustosi tentativi di imparare l'arte del sesso orale – perché se non puoi batterli, almeno fatteli amanti, i carcerati – è fresco e funzionale. Soprattutto grazie a un istrionico Will Ferrell – lo stesso che spesso e volentieri trovo irritante – che qui gigioneggia alla grandissima e regge ogni singolo sketch, tra una battuta razzista e un pianto da ragazzina. (6)

lunedì 15 giugno 2015

Mr. Ciak: Il racconto dei racconti, Maggie, Insidious 3, Stuart - A Life Backwards, Mia madre

Una regina che davanti ai lazzi dei giullari di corte non ride. Lo sguardo serio, il grembo vuoto: il desiderio di un erede. Un re straniato dal mondo, il suo bizzarro animale domestico e quella figlia sfortunata data in moglie a un orco che non conosce tenerezza. Due anziane sorelle che sperimentano l'amore – e la depravazione – di un nobile smanioso: per magia, una ritrova la sua lontana gioventù; l'altra, nella sua casupola di paglia, sogna la vita a palazzo e la perduta compagnia della sua confidente. Tre storie che si completano, nelle loro cupe mancanze e nel bestiale desiderio di possesso che muove, come pedine, tutti i personaggi. Sovrani sudditi di sogni che non possono sognare. Tre storie tra tante, tratte da una Bibbia visionaria e fiabesca di più di qualche secolo fa: Lu cuntu de li cunti. Poesia in lingua napoletana che ho scoperto nei miei esami più recenti, nelle origini campane dei miei, nell'ultimo Garrone. Un Garrone internazionale, grande più del solito, che con un cast che grande lo è altrettanto va alle radici scure delle fiabe antiche. Alla scoperta della nostra grande meraviglia; alle radici dell'incanto. Per definizione, ciò che suscita ammirazione. Presentato a Cannes accanto alle ultime fatiche di Sorrentino e Moretti, amato e odiato, Il racconto dei racconti è una produzione sontuosa e, per la resa visiva e il puntuale lavoro dei caratteristi, per il budget elevato e l'audace voglia di fare, verrebbe da dirgli che non sembra italiano. Ma è un complimento? Che è orgogliosamente italiano ho voluto ricordarlo, invece, io orgogliosissimo, a ogni piano sequenza, a ogni campo lungo, a ogni scorcio dipinto: gli attori non recitano davanti allo schermo verde. E' tutto lì. E' tutto nostro. Si vedono la premura degli arredi e i fili dei costumi, la solidità dei castelli e le sfumature della lingua, mentre Desplat mette in musica e Garrone si occupa dell'orchestrazione. Poco importa se il minutaggio eleva qualche personaggio a protagonista per un giorno, in questo grottesco racconto corale, e ne condanna un altro a vivere da subalterno – è il caso dei divi Salma Hayek e Vincent Cassel, messi in un angolo, sul finale, dalla diciassettenne Bebe Cave, bellezza meno appariscente di quella della desnuda Stacy Martin, ma intensa forse più dei tanto annunciati fiori all'occhiello. Il lusso della corte, i giullari, le voci acute degli evirati cantori, favole aspre che esistevano ben prima dei Grimm: il Barocco – affollato, misterioso, tremendo – che si fa film e, tra tante scene madri, la corsa nel labirinto, la cena a base di cuore di drago, un ritorno a casa nel sangue, viene immortalato nell'immagine conclusiva. Un filo teso nel vuoto e la significativa impresa di un funambolo fermo a metà, mentre giù ora si muore in miseria e ora si festeggia sguaiatamente una festa che arriva e, tanto, subito va via. Il racconto dei racconti, facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo che non cade; sospeso nell'attimo. (8)

Schwarzenegger, padre di una figlia che sta per trasformarsi in una creatura da film dell'orrore e la prospettiva del trash. Mosse da wrestling, botte sonore, magari zombie che arretrano, spaventati: sono loro ad avere paura di uno che è una mezza leggenda e che, sulla soglia dei settanta, continua ad avere un fisico invidiabile, nonostante i pettorali inizino a sgonfiarsi e le rughe a scavarsi come nell'acciaio. Invece Maggie, storia di ultime volte, di figlie condannate a morire prima dei loro genitori, di padri e madri che impazziscono per il troppo dolore, con i ritmi e le tonalità dei drammi indie, non solo mi ha positivamente scosso, ma mi ha strappato – in quel finale forse retorico, ma che in ogni caso avrebbe fatto male – una lacrima. Grave che la visione di un Arnold sedentario, invecchiato, e di un'adolescente che sta perdendo se stessa, e la possibilità di scegliere tutti i suoi domani, mi abbia commosso? La vicenda, con il pretesto di un horror modesto e uno sviluppo di un languido intimismo, è un appello a non perdere la nostra umanità; un invito a non lasciare che la bellezza deperisca brutalmente; un conto alla rovescia verso un'apocalisse di famiglia e una scelta di vita o di morte. La solitudine della quarantena o quel fucile che è a portata di mano? La risposta, ardua, in una meditazione davanti al capezzale di lei: un'adolescente che si chiama come un fiore e che sta perdendo i petali, la pelle, il senno. Abigail Breslin, cresciuta Little Miss Sunshine, più passano gli anni e più si scopre in gamba; e ha solo diciotto anni. Brava, tanto che il trucco grigiastro è un dettaglio: ci mostra la trasformazione attraverso altre vie, come solo lei – e pochi altri giovani talenti – sanno fare. Con tutto il bene che gli svuole, Arnold Schwarzenegger – che qualche volta ci ha fatto ridere, qualche volta ci ha intrattenuti con scazzottate formidabili – altrettanto bravo non è, ma veicola tanta intensità, qui, nonostante le sue poche espressioni. Con l'età, ha imparato anche lui a piangere. In una storia triste – anche se è più triste il lavoraccio svolto dai titolisti italiani: Contagius? – che parla marginalmente di epidemia e delicatamente di un sangue che non è acqua. (7)

Nell'arco di una sola visione, qualche anno fa, avevo eletto il primo Insidious a mio piccolo cult. Un horror dei più tradizionali in circolazione – con nebbie, mostri all'improvviso, salti dalla poltrona – e la regia magnetica di quel James Wan che, sono certo, in futuro saprà fare grandi cose. La sua cifra stilistica, semplicemente inconfondibile. Insidious mi era piaciuto per il mistero, l'inquietudine sottile del non detto, il finale mozzato. Avevo pacificamente accettato il sequel, nonostante la sua dubbia utilità, per il ritorno del cast originale, per una regia capace di dare gradite conferme e perché certe lacune andavano colmate. Come tutti i sequel di questo mondo, Oltre i confini del male voleva dire – e fare – troppo, ma il risultato era mediamente sufficiente. All'annuncio di questo prequel, arrivato al cinema nel periodo dei sonnolenti horror estivi (in confronto The Lazarus Project è imperdibile, anche solo per la Olivia Wilde), ho subito immaginato il disastro. Senza Wan al comando, senza la sfortunata famiglia Lambert, sarebbe stato un altro stupido teen horror. Dovevo fare il veggente a pagamento, dite? Insidious – L'inizio, con una protagonista rubata a Disney Channel e la storia di un'adolescente bloccata a letto, tormentata da uno spirito molesto, è anche più inutile e evitabile del previsto. Siamo, infatti, dalle parti di Ouija: attori messi lì a caso, dialoghi imbarazzanti, situazioni irrisorie. A farci una magra figura, soprattutto la medium di Lin Shayne: nostra vecchia conoscenza che qui scopre di avere un senso dell'umorismo – ma perché, dico io? - e si comporta un po' come la Carrà, un po' come la De Filippi, in un episodio paranormale di C'è Posta. Leigh Wannell, che sei alla regia e pure nel cast, vuoi tu aprire la busta ad apparizione di mamme defunte e mariti trapassati, discutibili nuovi villain e stentati rimandi al primo film? Io, cari Maria e Leigh Wannell, la chiuderei anche qui. Dove il tre nel titolo è presagio della desolante valutazione globale. (3)

Era l'anno in cui ai Bafta un giovanissimo Andrew Garfield trionfava grazie a Boy A. Recuperato, quello, lo scorso anno. Amato tanto e odiato altrettanto. Impresso a fuoco, dentro la memoria, come uno dei lungometraggi più tristi e tosti, nonché inaspettati, visti trecentosessantacinque giorni fa. Consigliato subito, ad oltranza, perché quel piccolo film per la televisione con un protagonista grande andava reso noto. Così lo avevano recuperato colleghi blogger come Lisa, di In Central Perk, e a loro volta lo avevano consigliato. E' Lisa, quest'anno, a ricambiare il favore: mi ha fatto conoscere infatti Stuart – A Life Backwards che per un gioco del caso, sempre ai Bafta, sempre in quell'annata, era in lizza per il Miglior Attore Protagonista. Trasposizioni, i film per la tivù, di due romanzi; tragiche storie vere dal sapore amarissimo. La pellicola in questione, una coproduzione BBC e HBO, ha avuto un destino meno fortunato: in Italia non è mai giunta e, al contrario di quella folgorante parabola di seconde possibilità non ha mai vissuto un breve passaggio sul grande schermo. E che peccato. Se Stuart – A Life Backwards risente un po' nella resa di stilemi e montaggi televisivi, dal punto di vista delle interpretazioni sa offrire prove di una potenza clamorosa. Ispirato al romanzo di Alexander Masters, è un inconsueto biopic su un Signor Nessuno. Trentatrè anni, una vita sciagurata vissuta tra l'umidità dei sottopassaggi e le sbarre della galera, il profilo sbilenco di un barbone, la fedina penale di un tossico. Alexander, suo amico per caso, si domanda quand'è che è cominciata la sua infelicità. Quando quell'individuo dolente, buffo, a modo suo intelligentissimo è stato iniziato alla violenza? In un'ora e mezza, alla rinfusa, ci spieghiamo il perché delle sue cicatrici stermiante, del suo passo claudicante, dei suoi crimini scellerati. Quand'è che Stuart non ha avuto più scelta di essere una persona normale? Gli abusi e la prigione, il fallimento della convivenza e la scoperta della malattia rievocati in una conversazioni tra “quasi amici”: Alexander, ironico e perfettino, e Stuart, che prende tutto sul serio e non afferra i doppi sensi. Come nella migliore tradizione inglese, si ride e ci si emoziona senza furberie: tanto umorismo, tanto candore destinato a sporcarsi, tanta ingiustificata rabbia. E, rubato alla tradizione inglese, Benedict Cumberbatch, la dizione perfetta e i modi da lord, ma un non so che – vero che mi volete lo stesso bene? - continua a rendermelo anonimo. A strappare consensi e vene, piuttosto, un magnifico Tom Hardy. Questo omaccione pieno di tatuaggi che ogni volta mi stupisce, migliorandosi. Qui, usa la voce come puro strumento di commozione. Qui, ancora sconosciuto, prima che Warrior lo lanciasse e Locke lo consolidasse a talento indiscusso, è forse più bravo che mai. Una prova di maniacale mimetismo, con le grandi urla e i minuscoli atti di gentilezza: la lingua impastata dall'alcol, i lividi del corpo ben esposti, quei borbotii indistinti che non saprei da dove iniziare per descriverveli. E si piega come un giunco, Hardy, insieme a un personaggio piegato da un'indicibile tragedia, in una performance viscerale, fisica, cerebrale che mi ha ricordato l'ultima di un Heath Ledger che è ormai leggenda. Il finale, anche se già annunciato, non strazia purtroppo di meno. Come si recita, come ci si fa ricordare a lungo: comprenderlo attraverso film che in sala non arrivano. (7,5)

Se non fosse per il gran rumoreggiare per la mancata vittoria a Cannes, di Mia Madre – visto senza entusiasmi una sera – non vi avrei parlato. Non mi è piaciuto e non mi è dispiaciuto, nel suo essere convenzionale e noiosamente nella norma. Parlo, lo premetto, da non amante del cinema di Moretti: un autore che conosco volutamente poco e di cui ho visto l'essenziale. Magari mi avrebbe convinto così, con la storia semplice di una regista di mezza età alle prese con un film difficile da girare, un grande attore impossibile da gestire e, fuori dal set, una madre che non si alza più dal letto. C'è la Buy che invece interpreta il ruolo della Buy – convincente, perché nevrotica e urlante come da vent'anni a questa parte; e se c'è una cosa più irritante della Buy che urla, poi, la Buy che urla “Azione! Si gira!” – e un Turturro esilarante, nonostante la produzione ingessata. Il Moretti attore, inoltre, si ritaglia la parte, per fortuna minore, del fratello perfetto. Non c'è un'analisi dei rapporti familiari, lo strazio immane – quando in molti lo paragonavano al crudele e magnifico Amour -, né la banale ma necessaria trasformazione interiore della protagonista. Professionista anaffettiva che, sin dall'inizio, mi è parsa francamente sempre buona e che quindi non diventa più buona col tempo: parlo da (non) professionista anaffettivo? Non si sente il bene, il senso di famiglia, non si raccolgono le lacrime di una dedica che avrebbe potuto essere più immediata. Da figlio, non ho percepito la doverosa angoscia, io che da bambino – attratto e terrorizzato dalla morte – mi struggevo per quella lontanissima dei miei, che adesso non hanno neanche cinquant'anni. Da genitore, mio padre si è addormentato in poltrona. A emozionare non emoziona. A sorprendere non sorprende, con una regia standard, una scrittura modesta – interessante la descrizione della vita del regista, assai meno l'agiografia della santissima insegnante delle scuole pubbliche, di inspiegabile piaggeria - e un cast, tra comparse e comparselle, in cui non tutti sono all'altezza della situazione. Mia madre è il drammone esistenzialista con tutti gli elementi che chi odia a spada tratta il cinema italiano rimprovera, e a giusta ragione, al cinema italiano stesso: autoreferenziale, monocorde, barboso. Incapace di guardare oltre. A volte, nel pregiudizio altrui, c'è come un sesto senso. (5,5)

mercoledì 26 giugno 2013

Recensione: Finché zombie non ci separi, di Jesse Petersen

Ciao a tutti! Inaspettatamente, rieccomi qui, a poca distanza dall'ultimo post, a parlarvi della mia ultima lettura. Se sono stato così veloce, è merito di questo romanzo che, carinissimo, si è lasciato DIVORARE. Ringraziando la gentilissima casa editrice per avermene inviato una copia, vi auguro una buona lettura e vi mando un abbraccio. Coraggio, è quasi fatta. Molto probabilmente, dal 2 Luglio sarò un uomo libero!
Gli uomini vengono da Marte. Gli zombie dall'inferno...

Titolo: Finché zombie non ci separi
Autrice: Jesse Petersen
Editore: Multiplayer Edizioni
Numero di pagine: 224
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Sarah e David sono una giovane coppia in crisi: l'alchimia che c'era prima ormai sta svanendo e il loro matrimonio rischia di andare in fumo. Da qui, la necessità di seguire una terapia di coppia con la Dr.ssa Kelly. Un bel giorno, proprio mentre sono diretti verso lo studio della psicoterapeuta, Sarah e David notano delle stranezze: la superstrada è deserta, la solita guardia di sicurezza al parcheggio dell'edificio non c'è, e il fatto che la Dr.ssa Kelly stia strappando a morsi la gola di un altro cliente. La coppia ha scelto il giorno sbagliato per uscire di casa, perché stanno spuntando zombie da ogni angolo della strada! Un virus sfuggito ad un laboratorio universitario ha trasformato Seattle in una zona di guerra, piena di mostri antropofagi che attaccano le persone. La situazione peggiora di ora in ora. Dopo aver eliminato la vorace (ex)psicoterapeuta, i due devono prepararsi a sopravvivere ad un' Apocalisse zombie. Sarah e David lotteranno per la sopravvivenza ma i loro problemi di coppia non svaniranno magicamente solo perché assediati e in pericolo di vita. Riusciranno ad unire le forze, salvare la pelle e i loro succulenti cervelli senza uccidersi l'uno con l'altra?
                                                   La recensione
Qualcuno l'ha detto: l'amore è un campo di battaglia. Be', quel qualcuno aveva ragione e, probabilmente, in una sfera di cristallo magica, misteriosamente proiettata sul futuro, aveva visto funesti presagi, zombie, nubi radioattive e una Seattle di cenere e fiamme. Quel qualcuno, ancora più probabilmente, conosceva Sarah e David. Una coppia scoppiata. Avete presente il genere, no? Lei, lavoratrice instancabile e con sogni grandi. Lui, scanzafatiche legato, in seconde nozze, con il joystick della sua amata Xbox. L'amore all'inizio c'era, ma poi è subentrato il resto: lavori saltuari, un catorcio puzzolente come macchina, un monolocale squallido in un quartiere ancora più squallido, una crisi che logora le finanze e gli affetti. Economica, dunque, e sentimentale. L'unica soluzione per salvare cinque anni di matrimonio: una rinomata terapista dall'altra parte della città. Il che equivale a consigli scontati ed inutili, soldi buttati a vanvera, massicci manuali per mariti e mogli modello, altri litigi ancora. La loro casa, da scrigno di tenerezze e confidenze, era diventata, già da un pezzo, il campo di battaglia di quel famoso e saggio detto. Il 10 Agosto 2010 lo è diventata letteralmente: una fortezza, una barriera, un bunker. Quando fuori è scoppiato il finimondo, stare insieme sotto un unico tetto è diventato la loro salvezza. Gli zombie, come in un film horror, hanno invaso la città; forse il mondo intero. L'aveva detto la sveglia Sarah che qualcosa non andava quando, armata di tacco a spillo, aiutava il suo quasi ex maritino a sfondare il lobo frontale della sua terapista, la Dottoressa Kelly. Con i suoi prezzi improponibili, che la terapista fosse una sanguisuga senza scrupoli i due giovani coniugi già l'avevano capito! Ma mai avrebbero sospettato che quella bella donna in carriera dalle unghia sempre smaltate, accanto al pilates e ai massaggi termali, avesse anche l'hobby del cannibalismo. Lo scoprono quando, entrati nel suo studio, la vedono divorare la più affiatata delle sue coppie da salvare. Purtroppo per loro, quello non è un caso isolato. La passione per la carne umana, d'un tratto, impazza a Seattle più velocemente di qualsiasi moda. Quella donna in tailleur è una zombie in un Paese di zombie. Prima che i lifting le stirassero, insieme alle rughe, anche il buon senso, Madonna non diceva forse una cosa giusta?
Canticchiate con me, sù: 'cause we are Living in an material undead world and I'll be an material undead girl. Ok, forse no. No, non diceva così. Prevedere un'epidemia di morti viventi era troppo anche per lei, la nonna d'arte di Lady Gaga... Fatto sta che Sarah, voce narrante del romanzo, è fermamente decisa a non adattarsi a quel mondo. Lei – anticonformista, ribelle, viva? - vuole custodire la sua umanità e, sopratutto, vuole ricucire, come la fedele Penelope, la relazione con il suo incostante David. Mentre la città marcisce come carne putrefatta e sembra implodere su sé stessa, i due impareranno a collaborare (Uccidiamo insieme quella belva della terapista, yeah!), a scambiarsi gentilezze (David, mio caro, come spappoli cervelli tu nessuno mai!), ad amare i loro reciproci difetti (E' vero che lasci sempre la tavoletta alzata, ma chi mai avrebbe pensato che mi sarebbe stata utile per schiacciare la testa del nostro vicino non-morto nel water?!), ad accettare le loro famiglie (Tua sorella è una strega odiosa. Probabilmente nemmeno uno zombie le si avvicinerebbe: andiamo da lei!), a capire di volersi ancora bene (E' la seconda volta che mi salvi la vita: ti amo, ti amo!): perché la morte accende il fuoco della passione, non lo sapevate? La loro scapestrata fuga per la vita, caratterizzata da spettacolari uccisioni, simpatici personaggi che vanno e vengono, sette di fanatici religiosi e buoni sentimenti, è raccontata con leggerezza, ironia, agilità, orrore e sentimento. Sangue, amore e sfolgoranti sorrisi non mancano certamente: tutto grazie alla prosa della brava Jesse Petersen che, pur non firmando il libro dell'anno, intrattiene piacevolmente come pochi sanno fare. Tragicomica, caliginosamente solare e famelica di divertimento, è un pericoloso ibrido tra una wedding planner, una psicoterapeuta e un George A. Romero in gonnella. Primo di una trilogia mortalmente divertente, Finché zombie non ci separi è una storia rosa shocking e cervelli fumanti, rossa come l'amore e come sangue che zampilla da un morso vorace. Una commedia romantica con Katherine Heigl e Jennifer Aniston, ma con zombie. Strappa risate, miti consensi, brandelli di carne. Si salvi chi può!
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Katy Perry – Hot & Cold

sabato 14 aprile 2012

Continua l'Odissea Zombie! Presto in libreria, In trappola al Gil's Diner (Delos Books).


Dopo l'acclamato Rot & Ruin e Il primo giorno (la mia recensione qui), torna la Delos Books con un nuovo, originale volume della collana Odissea Zombie. Visionario, folle e insanamente ironico, In trappola al Gil's Diner è un esilarante e inusuale mix tra le serie Tv “Supernatural” e “Being Human” e l'irriverente pellicola australiana “Black sheep”. Zombie … bovini mutanti ...fantasmi innamorati ...streghe in piena adolescenza! Si salvi chi può! Lasciatevi azzannare dalla letale ironia di A. Lee Martinez. Lasciatevi condurre in una folle apocalisse a cui, probabilmente, nemmeno il genio di Tim Burton avrebbe mai dato vita. 

 

"I fan di Douglas Adams e Joe R. Lansdale saranno lieti di affondare i denti in questo piatto colmo di risate oscene ed estasi ectoplasmatiche." Publisher Weekly

 

Titolo: In trappola al Gil's Diner
Autore: A. Lee Martinez
Editore: Delos Books
Numero di pagine: 256
Prezzo: € 14, 90
Data di pubblicazione: Aprile 2012
Sinossi: Benvenuti al Gil's All Fright Diner, dove gli attacchi zombie sono frequenti e nessuno sa cosa si nasconde nel freezer...
Duke ed Earl sono solo di passaggio nella Contea di Rockwood, quando sostano al Gil's Diner per mangiare un boccone. I ragazzi non hanno intenzione di restare, almeno fino a quando Loretta, la corpulenta titolare del ristorante, non offre loro 100 dollari per sbarazzarsi degli zombie che ogni notte tentano di entrare nel suo locale. E dato che Duke è un licantropo ed Earl un vampiro, per i due squattrinati viaggiatori la proposta sembra una ghiotta opportunità di fare cassa.
Ma i morti viventi sono solo la punta dell'Iceberg. Qualcuno infatti pare voglia mandare via Loretta dal Diner, con la chiara intenzione di aprire le porte dell'inferno. Prima che Earl e Duke arrivino in fondo al mistero, dovranno vedersela con un'infinità di 'complicazioni' sovrannaturali, tra i quali: bovini zombie, un fantasma innamorato, una strega minorenne e il terrificante potere occulto del Pig-Latin.
E forse – solo forse – anche la fine del mondo.
Scabroso, emozionante ed esilarante, In trappola al Gil's Diner vi solleticherà le braccia... prima di strapparvele via di dosso.